venerdì 13 maggio 2016

Paolo Gioli l'eclettico in mostra al Peephole di Milano

Inutile negarlo, ognuno di noi ha le proprie preferenze, i propri miti, i propri gusti, il proprio modo di vedere le cose e d'esprimersi. Chi mi segue lo sa ed apprezza il mio modo diretto e un po' fuori dalle righe di approcciarsi a chi ha fatto la storia dell'arte contemporanea. In questo blog ho cercato di far conoscere tecniche, artisti, opere, e sopratutto le vicende ed i racconti dei protagonisti del mondo dell'arte visiva; ho incontrato personaggi molto interessanti e tra i miei ricercati speciali avevo tre nomi: Kengiro Azuma, Pordenone Montanari e Paolo Gioli. I motivi che mi hanno portato a voler contattare questi artisti sono molto diversi e non starò qui a spiegarli adesso, la cosa importante è che nonostante io sia un signor nessuno, come direbbe l'amico Luigi Teruggi, vuoi, per fortuna o per caparbietà, sono sia riuscito ad intervistare sia colui che viene considerato il massimo scultore (artista) del Sol Levante (che è anche l'ultimo kamikaze), che proprio in questi giorni è stato ricevuto a Milano dall'Impertore del Giappone. Purtroppo non ho avuto uguale fortuna con Pordenone Montanari, ma riconosco che già la distanza che ci separa non lavora a mio favore. Ad ogni modo, poiché moltissimi addetti ai lavori leggono queste pagine, spero che ci sia qualcuno che possa aiutarmi a realizzare questo sogno e a contattare l'"Orso di Pordenone e di Biella". Per quello che riguarda Paolo Gioli, sto per raccontarvi qualcosa di molto strano, per me lui è forse il più importante artista italiano, colui che ha saputo fondere arte-cinema-fotografia con una grazia ed un gusto irraggiungibili e trovando sempre le soluzioni più appropriate, senza mai ricorrere a sotterfugi o a scorciatoie tecnologiche.
Paolo Gioli è veramente un grande uomo, umile, simpatico, divertente, geniale, è riuscito a fare e pensare cose inimmaginabili, eppure ai più risulta essere solo un nome come tanti. Incredibile. La vita è strana e ci sorprende ogni giorno, se non conoscete Gioli avete una possibilità unica: andate da PEEPHOLE in via Stilicone, 10, a Milano (lo stesso cortile dove si trova la famosissima Fonderia Battaglia), qui potrete vedere la più bella mostra mai organizzata al mondo su questo fenomenale artista. Fino al 28 maggio. Io sono stato all'inaugurazione che s'è svolta il giorno 9 aprile scorso, più di un mese fa e vi posso assicurare che la visione di certi lavori è stata un'esperienza mistica irrinunciabile. Vivete in Sicilia? In Alaska? Questa mostra vale il viaggio, non perdetela, non so se vi capiterà ancora qualcosa del genere nella vostra vita. Preferite andare a vedere Salgado a Genova? O Henri Rousseau al Musée d'Orsay a Parigi? Datemi retta, non c'è niente di meglio di PAOLO GIOLI, ve lo scrivo bello chiaro una volta per tutte, poi fate quello che volete, ma se andrete a vedere questa fantastica mostra gratuita al PEEPHOLE e poi non mi ringrazierete lasciandomi un commento su questa pagina, mi farete arrabbiare per davvero. In realtà, per me sarebbe meglio che le cose continuassero così come vanno adesso e come vi racconterà Paolo in prima persona. Volete continuare ad ignorarlo? Per me non ci sono problemi, così le sue opere migliori le compro io e le interviste ai personaggi più interessanti del mondo continuo a farle solo io. Sto esagerando? Guardatevi qualche suo lavoro, leggetevi l'intervista che mi ha concesso in esclusiva e poi mi saprete dire.
Ah, dimenticavo, ho parlato anche con Paolo Vampa, il maggior collezionista di Paolo Gioli, colui che possiede quasi tutte queste splendide opere, nei prossimi giorni pubblicherò anche la sua intervista.
Non ho esposto che pochi lavori fotografici di Gioli poiché l'occasione per vedere i suoi quadri realizzati ad olio negli anni '60 è pressoché unica. L'ho detto? Devo ripeterlo? Ci siamo capiti? Speriamo. TG


Tony Graffio intervista Paolo Gioli

TG: Ciao Paolo, sono Tony Graffio un documentarista indipendente complimenti per la bellissima mostra, hai 5 minuti di tempo da dedicarmi?

PG: Ciao, ummm (guarda la ragazza che mi accompagna) sì, sì...

TG: Noi non ci conosciamo, tu non lo puoi sapere, ma eri nella mia lista dei 3 maggiori ricercati per le interviste di Frammenti di Cultura, mi farebbe piacere farti qualche domanda...

PG: Dipende da quello che uno chiede...

TG: Ci mettiamo comodi?

PG: Ci possiamo sedere qui, ma io non posso rimanere tantissimo, eh! Non farmi domande difficili...Perché non ho molto da dire.

TG: OK. Paolo, ti seguo dalla fine degli anni '70, quando per primo tu hai iniziato ad occuparti di certe cose, tu facevi un po' scalpore, tutti parlavano di te sulle riviste di fotografia e di arte...

PG: Ah sì? Io non me ne sono mai accorto...

TG: Beh, ti assicuro che era così...

PG: Io però non andavo alla ricerca di echi e queste cose qui, tu me lo dici adesso... Sapevo che i fotoamatori mi conoscevano ed io stranamente credevo d'essere ignorato, ma quella monografia che io avevo fatto con "Il Diaframma" di Lanfranco Colombo li aveva un po' disturbati, diciamo così. “Ma come, lei fa tutta quella serie d'immagini con un panino?” Mi sentivo dire. Loro si soffermavano sul panino, sul bottone, eccetera. E' una microcamera, dico io, con una distanza focale cortissima. Il viaggio dell'immagine era il più breve che potesse esistere. Però dentro quel punto c'è un'immagine. Tutto quello che c'è è un'infiltrazione. Bada, come ho raccolto questa immagine l'ho restituita. Ando Gilardi era entusiasta di questa cosa, ha scritto su di me una bellissima presentazione*, centratissima, su un libricino che aveva fatto il Diaframma. Eh, quello sì sarebbe materiale importante da reperire...

TG: Hai ragione, vedrai ce la faremo a recuperarlo. Adesso che abbiamo rotto un po' il ghiaccio io però vorrei farti una domanda difficile...

PG: Va beh, sentiamo.

TG: Che cos'è la fotografia?

PG: Questa non è una domanda difficile, ma folle. E' impossibile rispondere. Magari Berengo Gardin ti risponde,Scianna, o gli altri fotogiornalisti possono darti una risposta, ma sul piano creativo puro è difficilissimo perché hai direzioni, rimugini un sacco di cose, provi (sospira), osservi, guardi tutto e altre cose. La fotografia non nasce dall'ottica... E' una domanda complicata perché va su sponde diverse, non ha a che fare con la fotografia tradizionale, ma sul mio lavoro non saprei cosa dirti. Mi sono sempre rifiutato di dirlo perché non avevo e non ho parole. Che cos'è la fotografia? E' come dire, va beh, perché sono nato... Che senso ha...? Anche se, molte volte ce lo chiediamo tutti, prima o poi... C'era un'amica che mi diceva: “Sai, sono incinta...” Ah sei incinta? “Sì!”. Io a questa affermazione rispondevo sempre con la battuta la più idiota che possa esistere, gravissima: “E poi che cosa te ne farai?”. Oppure se il bambino era già nato: “E adesso che cosa te ne fai?”. Perché questo atto ha creato un morituro... Grazie a lei, morirà un altro... Ma allora ricadiamo nella solita storia? Non facciamo i bambini perché un giorno moriranno? E allora, stesso discorso, la fotografia è complessa...

TG: Tu comunque sei un artista che si esprime con la fotografia, non uno di quei fotografi che dice: io sono un artista...

PG: Sì, io mi occupo anche di film e poi vengo dalla pittura... Ho sviluppato molto il mio lavoro sui film e sulla fotografia e quindi ho avuto 3 cose cui badare... Mi sono occupato di litografia, serigrafia, eccetera, varie discipline. La fotografia è una delle cose che ho portato avanti, ma è altrettanto importante aver fatto i film che, tra l'altro, sono più richiesti all'estero che in Italia.

TG: Anche il cinema e il video sono fotografia...

PG: Beh, il cinema è meccanica e chimica, mentre il video è codice binario, quello è elettronica. Tra la meccanica e l'elettronica ci sono delle divisioni spaventose. E' come definire le differenze che ci sono tra un pezzo di ghiaccio e un pezzo di polenta. Bisogna separarli completamente. Ancora adesso non hanno metabolizzato questo passaggio ed anche al telegiornale dicono: “Mandami il filmato!”. Ma che filmato! E' una memoria che hai registrato. Non c'è neanche più il nastro! E se stasera mostro dei video, mostro ancora la pellicola perforata? Ma nel cinema il supporto era la pellicola, no? Il film è un termine inglese, è il supporto! Dove c'era stesa la materia... Materia ho detto, mentre là c'è la memoria, e basta. Uhu? Bisogna stare attenti insomma... Sono due cose diverse.

TG: Però si parte sempre dalla fotografia e dalla luce...

PG: Dall'imagine diciamo, dalla riproducibilità dell'immagine. Eh beh certo, la fotografia è luce, “photos”...

TG: Scrittura con la luce.

PG: Eh, dunque è diverso. Tu scrivi sì, ma è importante avere il pezzo di pellicola in mano e avere le immagini in mano; nel video invece devi avere il monitor e altre cose. Bellissimo, straordinario il digitale, lo dico fino alla noia negli interventi che faccio. Il terrore è questo: peccato morire! Con tutta la roba che c'è da fare con quel mezzo... Madonna, ma pensa a tutta la roba che puoi passare sul computer: i film di Antonioni io li riguardo come se avessi una moviola a casa. Quando ti era data la possibilità di tornare indietro anche 40 volte durante un film? Per vedere come ha staccato, come va avanti la scena, poi la ripeti, la riguardi... E' un altro film dopo, così impari a fare il cinema.

TG: E' un po' un modo di uccidere il film guardandolo a quel modo...

PG: Certamente, questo è un modo per studiarlo, per vedere il film devi andare al buio, da solo, abbandonato in una grande sala. Poi, quando accendono la luce scopri che affianco a te c'è un fascista molto conosciuto in quel luogo, qualcuno che non hai mai voluto avvicinare in vita tua eppure è lì. Anche quella è una punizione. Vai al cinema e ti ritrovi in questa promiscuità, anche a quello devi stare attento... Oppure, una ragazza bellissima con la quale tu non hai mai parlato perché ti intimidiva, eppure te la ritrovi a due sedili da te. Voglio dire, ancora si fa confusione e non è stata ancora capita questa differenza tra il cinema ed il video.

TG: Tra digitale e analogico.

PG: Sì (un po' insofferente), anche sta parola analogico, scusa, perché? Cosa vuol dire? Quando si dice analogico, perché non dire (pausa) “fotografia meccanica”?

TG: Io difatti il digitale lo chiamo fotografia elettrica...

PG: No, elettronica. Beh certo, sempre c'è dentro dell'elettricità... Però è elettronica, dai, sù! E l'altra è meccanica. Ana-logica? E' complesso, dai! E' l'analisi di che? Auto-analisi? No, dai... Sono gli industriali che mettono in giro questa roba qua, per distinguere e importi le altre cose. Ho visto un mio amico, ma anche altri che cambiano fotocamera ogni anno. Perché te lo impongono le multinazionali dicendo che la pellicola è morta, mentre la Kodak ha già risposto: “Senta signore, guardi che sono già uscite decine di pellicole per i film ed altre cose". Il Super 8 mica per niente è richiestissimo. L'elettronica ha ucciso la Polaroid ed è riuscita ad uccidere in parte la Kodak.

TG: Un po' è colpa anche della Kodak, però.

PG: Io adesso non voglio entrare su questa cosa nel dettaglio, però molta manualità s'è persa. Ho parlato spesso del pianista che ha sempre lo stesso pianoforte, i tasti sono sempre quelli ed anche le mani. Usa solo il cervello le mani le orecchie e basta, non ha necessità di cambiare tipo di pianoforte ogni anno. Non cambia niente. Svolge un lavoro manuale, no? Quando io stampo con l'ingranditore devo mascherare un po' le luci, se c'è troppa luce di qua, o di là, io la doso con le mani. Un mio amico m'ha detto: Ma prendi il Photoshop e lo fai subito!” Ah Photoshop, sofisticatissimo, costoso, ed il mio intervento manuale? Forse il pianista ha bisogno di Photoshop per suonare? Che cosa cambia il pianista se vuole suonare qualcosa di diverso? Solo lo spartito! Ogni volta si trova Aleksandr Nikolaevič Skrjabin o Alban Berg e ogni volta la cosa è creativa. Come lo suono? Più veloce, meno veloce? Chi era? Conosci la sua storia? Bello. E allora la scrittura nuova nasce dallo spartito, ma lo strumento rimane sempre quello.

TG: Ecco, proprio qua ti volevo: l'arte richiede un intervento manuale, tecnico, o solo un'idea?

PG: Questo discorso dà l'impressione che sia nostalgia, invece no! Dico però che per fare un disegno prendo la matita? Sono superato perché uso la matita? Un disegno lo fai con la matita. Lo fai anche con l'elettronica, ma non sarà mai quello della matita. Fai altre cose, no? Ecco, allora ci sono cose che non puoi più distruggere. Con la matita scrivi, che ne so cosa vuol dire? Ieri, mi è arrivata la lettera di una ragazza che ha fatto una tesi e c'era tutto un articolo su questa storia su Repubblica, sul perché nessuno sa più scrivere in corsivo...

TG: Perché a scuola non lo insegnano più, ti insegnano solo lo stampatello perché ci sono bambini di altre culture che scrivono con altre scritture e alfabeti e mai saprebbero usare il nostro corsivo.

PG: Lascia stare questa cosa, il problema arriva dal computer e dai tasti che usi per scrivere.

TG: Su questo punto non sono d'accordo, è un problema da Torre di Babele, tra poco non ci capiremo più neanche tra di noi, ma già quasi ci siamo arrivati, per questo avrà sempre più valore l'immagine ed il linguaggio visivo.

PG: C'è gente che non sa scrivere il corsivo e non sa distinguere tra una L e una G! O la F. Uno mi ha detto: la F? La fe! La fe? Strano paradosso, un po' alla Ionesco perché è un po' dialettale dire la fe. La esse l'ha chiamate la se. La bi l'ha chimata “ebbe”. Bellissimo. Queste due cose me le sono inventate, per voi. Però, sono sicuro che lo fanno.

TG: E questa mostra alla Fonderia Battaglia, che cosa rappresenta?

PG: Non è la Fonderia Battaglia, cazzo! E' la Pinhole! No, scusa (Ride). Pin è spillo.

TG: Peephole!

PG: Mi confondo sempre, Peephole! Mi confondo sempre col foro di spillo. Peephole è lo spioncino sulla porta.

TG: Lo spioncino dei guardoni?

PG: Va beh dai, andiamo avanti...

TG: Che cosa hai esposto in questa mostra?

PG: Beh, non l'hai vista?

TG: In parte...

PG: Vuoi che lo dica io? Ci sono dei dipinti e tutto un'excursus sul mio lavoro, non è un'antologica. Un'antologica è come quando ti danno il premio alla carriera. Terribile. No? Uh? Come dire: beh da questo momento mettiti da parte.... No, cioè: sei in pensione! Mi sembra molto compatta. Chiedere all'autore della propria mostra, che cosa vuoi che ti dica? Ma dai insomma, che cosa faccio, una cosa su di me? O roba del genere? Non mi sembra sbagliata... Buona. Difficile come mostra, bisognava mettere parecchie cose diverse insieme, diversi anni... E' stato complicato e sono stati bravi. Io non ci sarei riuscito.

TG: Invece la tua mostra dell'anno scorso a Roma?

PG: Da Peliti?

TG: Mi hanno detto che anche quella era molto bella.

PG: Sì, io l'ho vista molto tardi, ma non ne parla nessuno.

TG: Come non ne parla nessuno? Gli appassionati ne parlano.

PG: Non scrivono, non si espongono, non sanno osare e certe cose non sanno leggerle ed hanno paura di farle passare per qualcos'altro. Parla con l'autore! Domandagli! Perché devi sapere tutto? Come è stata fatta questa cosa? Chiedi! Come fai a sapere tutto? E se poi dentro c'è un esperimento, o una prova? E' difficile sapere certe cose, per un critico. Chiedi all'autore allora. Come fai tu adesso, no? Loro si ritraggono e lasciano là, oppure dicono due sciocchezze. In sostanza: è tutto sprecato, saranno ceneri buttate via. Non come quelli che lo fanno sul fiume... O sulla terra, no, sono già buttate via adesso. Per cui, quando qualcuno dirà qualcosa di decente su di me, io non ci sarò. Anche se m'avrebbe aiutato per fare qualcos'altro, nel lavoro, eccetera. Non è vero che non ti faccia piacere, se le critiche sono centrate servono. Mentre gli stranieri sono molto affezionati a me. Francesi, tedeschi e americani. Sto partendo per gli USA e per Harvard, guarda caso su loro invito. Visto che mi hai provocato, è un modo di dire. Mi hanno chiesto una rassegna di film e dovrò fare lì un esperimento, con i loro soldi americani. Questo mi consola e mi fa andare avanti, perché se dovessi aspettare un italiano.... No, qui ti ignorano completamente e poi sono molto prevenuti. Mi ricordo delle ragazze ad una mia mostra di Fotofinish, venivano da una scuola d'arte. Guardano, si avvicinano, sono tremende quelle delle scuole d'arte, sono tremende. L'ho detto? Ecco, allora, no sono brave, ma sono gli insegnanti che sono tremendi... E le rendono tremende loro. Si avvicinano a me, immagino abbiano visto una Fotofinish un po' strana si rivolgono a me, mi guardano e mi dicono: “Senta un po'... Un po' di Photoshop l'ha fatto vero?”

TG: (Rido).

PG: Ho rischiato di provocare loro un'epistassi.

TG: Con un pugno!

PG: Eh certamente! Allora queste ragazze mi guardano ancora: “Epistassi? Che cos'è?” Sangue da naso, ho detto. Vada via! Photoshop? Si stampa, no? E' bellissimo stampare! Ce l'hai l'ingranditore? Io ce l'ho vecchio, ma non me ne frega niente, basta che ci sia l'obiettivo! C'hai la tua carta e esce da te! Non puoi dire che ha sbagliato il laboratorio, oppure che è un problema di qualche altra circostanza. No, tu! Esce da lì, se è una porcheria è proprio tutta tua! Ma se la cosa è buona, l'hai fatta tu, è tua! La firmi ed è finito, fai una tiratura, ne fai cinque sei, però la vedi nascere, ti compri la carta, è tutta roba tua, fatta con i tuoi soldi e le tue cose. Altro che aspettare che un gallerista ti dia qualcosa e ti dica fai questo. Tanto poi ti lascia, ti abbandona: ti sfrutta in quel momento lì, si tiene i soldi, non te li dà, te li dà.... Voglio dire, è bellissimo lavorare in questo modo e non è nostalgia! Poi, scusa, se uno non finisce chiede poi ad altri 10 di finirgli il quadro? Non riesco a capire. Certo, gli aiutanti e gli assistenti c'erano eccome, ai tempi di Michelangelo e via di seguito, basta vedere il Giudizio Universale per capirlo. La parte sotto sotto, andate a vederla da vicino... E' dipinta malissimo e la fanno vedere poco. Chiaro che l'han fatta gli aiutanti. Lui era anche stanco poi. Lui dipingeva su cartoni che trasferiva di sopra, no? Mica poteva improvvisare là così! Va beh, comunque...

TG: La prospettiva era molto difficile, andava vista da sotto...

PG: Era lì che il disegno si curvava, la centinatura c'era già e si dilatava in anamorfosi, secondo il punto di vista, lui veniva giù e guardava... Lo dilatava quaggiù ed era giusto là sopra. In modo diamorfo e anamorfico. Per cui, c'era una parte scientifica interessante da rilevare. Tutti gli artisti del '500 usavano le ottiche per distorcere e per vedere. Proiettavano anche per vedere, non ti preoccupare... Vermeer usava la camera ottica, tutti usavano la camera ottica, solo che ammettere questa cosa era uno sminuire l'artista. Era come dire che facevano un disegnino e poi lo proiettavano. Questo è un fatto risaputo di cui si parla poco, ma era certo che si usasse la camera ottica per dipingere. Certo era un aiuto, ma dopo bisognava saper fare l'opera! E Vermeer può permettersi di fare una mostra con un'opera sola. Tutto vuoto con un'opera sola.

TG: Anche perché sembra che abbia fatto solo circa 36 opere in tutta la sua carriera.

PG: Ne ha fatte anche di più, ma lui aveva bisogno di soldi, aveva un albergo, lo sappiamo tutti insomma... Beh forse in pochi... Aveva debiti e altri problemi e pagava il fornaio con un quadro, tanto è vero che qualcuno l'ha trovato non so chi. Pensa che lavori di qualità che faceva! Anche senza volere lui faceva già allora un omaggio alla fotografia e se ci fosse stata la fotografia Vermeer l'avrebbe usata subito! Non avrebbe dipinto neanche un quadro e allora avremmo perso i suoi quadri. Tutto sommato, meglio così. Wedgwood aveva scoperto la fotografia, ma non aveva capito come fissarla e vedeva le sue immagini svanire sotto i propri occhi. Pensa, poveretto che disperazione, ma è stato lui il primo ad averla trovata! Ed io in piccolo, quando provo qualcosa che non mi riesce, mi sento un po' come lui. Sai che a volte fai anche venti cose e le devi buttare via tutte e quel giorno risulta che tu non hai fatto nulla?

TG: Distruggi parecchi dei tuoi lavori**?

PG: Li devi distruggere subito, non devono rimanere... Non sono porcherie, sono buone, ma non come volevo! E allora diventano porcherie che vanno distrutte subito, mica puoi regalarle all'amico. All'amico devi regalare la cosa più bella e la fai scegliere a lui! E così di te resta fuori la cosa più bella. Io sempre faccio così!











































Spiracolografie  di Paolo Gioli
Per gentile concessione della Fototeca Gilardi

*Ando Gilardi "Sulla Spiracolografia del Gioli", 1979

A micro-libro, mini-prefazione che deve essere spesa per spiegare il mezzo e il modo in cui nascono queste immagini.
L'autore, Paolo Gioli, usa un normale bottone, di quelli che si chiamano «automatici» e sono due piccolissimi bernoccoli di ferro: il primo s'incastra nel secondo e cosi tengono.
Nel secondo, perché possa sfuggire l'aria quando il primo s'incastra, si trova sul culmine un forellino minuscolo. Gioli, che di fotografia se ne intende, e anche di cinema (è, in questo campo, autore-operatore d'avanguardia) sa ha un forellino è anche un obiettivo senza lente chiamato foro stenopeico: la luce quando lo attraversa è stretta e costretta a recitare il suo messaggio: l'immagine. Leonardo da Vinci il foro stenopeico, lo chiamava «spiraculo» e a me pare molto bello.
È pertanto su solide basi storiche che io battezzo, consenziente il padre, queste immagini di Gioli «spiracolografie», poi passo a dare l'opportuna citazione, come atto di nascita autorevole: «....quando per alcun piccolo spiraculo rotondo penetrano le spetie delli obiettivi alluminati in abitazione fortemente oscura: allora tu riceverai tale spetie in una carta bianca depola posta dentro a tale abitazione al quanto vicina a esso spiraculo e vedrai tutti li predetti obiettivi in essa carta colle lor proprie figure e colorimasaran minori e fieno sotto sopra per causa dela intersegazione, li quali simulacri se nasceranno di loco alluminato del sole saran proprio dipinti in essa carta la quale vuole esser sottilissima e veduta da roverscio e lo spiraculo detto sia fatto in piastra sottilissima di ferro».
Ho scritto cento volte che ho le prove di come la cultura fotografica (che niente affatto procede con la tecnica) abbia cominciato a decadere dai tempi di Leonardo in poi, fino a precipitare ai nostri giorni. Mi pare che questo squarcio lo dimostri. Parlo della cultura fotografica «di massa», non di quella che vive in alcuni creativi ai quali disperatamente mi aggrappo come a testimonianze indispensabili: Paolo Gioli è di questi. Torniamo al suo «spiraculo» e al suo frammento di ferro: perché un bottone? Potrebbe essere qualsivoglia «abitatione» forata e capace di formare «simulacri».
Però il bottone cosi come è stato la morte della fotografia come cultura, arte, gioco meraviglioso (tu Uomo schiaccerai il bottone solamente, io macchina farò il resto!...) sarà per Gioli e in Gioli la rinascita. Gioli fa proprio cosi: schiaccia con l'indice e l'anulare il bottone contro il pollice; fra il polpastrello del pollice e il bottone si trova una briciola di pellicola comune.Il medio della stessa mano tappa lo «spiraculo» sul bernoccolo, e si leva e si mette per fare da otturatore. Gioli lavora al buio con una sola lampada, o addirittura con un minuscolo flash il cui colpo di luce è sufficiente per fissare l'immagine che si forma e non ha più di tre millimetri di diametro. Ottiene naturalmente un negativo che poi ingrandisce, come quelli di questo micro-libro.
Un gioco? Ma un gioco sarà il vostro, se siete di quelli che usano la reflex più o meno automatica, più o meno a motore, più o meno con ottiche variabili, più o meno! Questo di Gioli è un gesto fotograficamente puro, etimologicamente accreditato e accreditabile con tante frange storiche, orpelli critici, riferimenti a Talbot o Herschel e citazioni dell'Eder quante non riuscirebbe ad ammucchiare per Stieglitz o Bresson Cartier la commissione culturale della Photokina. Ma forse è proprio quello che questo straordinario artista non vorrebbe ed è per non averlo desiderato che la sua Spiracolografia è andata avanti: le sue immagini si sono fatte sempre più grandi, a colori, ricche di forme, di significati, di citazioni prese dalla storia dell'arte: quella seria, quella che non ha bisogno di essere definita «della fotografia» perché lo è solo di quell'uomo che si chiama artista.

"Paolo Gioli Spiracolografie" prefazione di Ando Gilardi. Ed. Il Diaframma Canon, Milano 1978

Una visione interna del microlibro di Paolo Gioli: Spiracolografie
Per gentile concessione della Fototeca Gilardi, proprietaria del libretto raffigurato.

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Sulla questione di distruggere i lavori in cui non ci si riconosce più, Paolo Gioli in un'occasione particolare ha provocato un po' di scompiglio: vi racconterò i fatti nel dettaglio quando avrò modo di poterli verificare sentendo più fonti.







PEEPHOLE primo piano




Stanza 1 
1. Toraci (Thoraxes), 2007, Polaroid 20x24", lens photograph.
2. Vessazioni (Abuses), 2007, Polaroid 20x24" and transfers on acrylic, lens photograph.
3. Toraci (Thoraxes), 2010, Polaroid 20x24':lens photograph.
4. Primo Gruppo delle Creature (1st Group of Creatures), 1963, charcoal on paper.
5. Cristo morto (Dead Christ),l965, oil on canvas.
6. Grande nudo coricato sul lato destro (Large nude reclining on right side), 1965, oil on on   canvas.

Stanza 2
7. Schermo-schermo (Screen-screen), 1975, screen-printing canvas with manual interventions.
8. Scomponibile (Decomposable), 1970, oil on canvas, decomposable elements in charcoal and pastel, black and white photographic prints.
9. Schermo-schermo (Screen-screen), 1974, oil on canvas, black and white photographic prints.
10. Immagini disturbate da un intenso parassita (Images Disturbed by an Intense Parassite), 1970, film 16 mm black and white, sound, 24 ftg/s, 45'.
11. Schermo-schermo (Screen-screen), 1975 screen-printing canvas with manual interventions.

Stanza 3
12. Scomponibile (Decomposable), 1966, oil on canvas.
13. Utensile Scomponibile (Decomposable Utensil), 1967, charcoal on paper.
14. The Big Lens, 1968, charcoal and pastel on paper.
15. Grande sviluppo rosso (Big Red Progression), 1966, oil on canvas.
16. Grande proiezione orizzontale (Big Horizontal Projection), 1969, oil on canvas.
17. Trittico blu (Blue Triptych), 1966, oil on canvas.
18. I.:ombrello e l'angelico (The umbrella and the Angelico), 1965, oil on canvas.


PEEPHOLE piano terra

Stanza 4
19. Figure dissolute (Dissolute Figures), 1974-78, photo finish, black and white print.
20. Volti attraverso (Faces Across), 1987-2002, photo finish, black and white print.

Stanza 5
21. Autoanatomie (Self-Anatomies), 1987, Polaroid on silk, acrylic, pencil, paper.
22. Vulva, 2004, black and white print, enlargement of a contact print from a paper negative.
23. Vulva, 2004, black and white print, enlargement of a paper negative exposed by reflection.
24. Naturae, 2009, Polaroid 20x24':acrylic, lens photograph.

Stanza 6
25. Volto sorpreso al buio (Face surprised in the dark), 1995, film 16 mm black and white, silent, 18 ftg/s, 6'.
26. Sconosciuti (Unknowns), 1994, black and white print.

Stanza 7
27. Il finish delle figure (The finish of the figures), 2009, film 16 mm black and white, silent, 18 ftg/s, 9'12".

Stanza 8
28. Eakins!Marey- Euomo scomposto (Eakins/Marey- The decomposed man), 1982, Polaroid Polacolor type 59, silk, pencil paper.
29. Cameron Obscura, 1981, Polaroid Polacolor type 89, silk, pencil, paper.
30. Omaggio a Nièpce (Homage to Nièpce), 1983-89, Polaroid Polacolor type 88 and type 89, on paper.
31. Omaggio a Poitevin (Homage to Poitevin), 1983, Polaroid Polacolor type 59 on paper.


Chi è Paolo Gioli
Paolo Gioli, veneto, nasce a Sarzano (Rovigo) il 12 ottobre 1942. Nel 1960 frequenta la scuola libera del nudo presso l'Accademia di Belle Arti a Venezia dove per qualche anno si stabilisce e lavora.
Nel 1967 parte per New York, dove resterà a lavorare per un anno ottenendo anche una borsa di studio della John Cabot Fund, conosce il New American Cinema e, in pittura, la Scuola di New York. Entra in contatto con i galleristi Leo Castelli e Martha Jackson.
Costretto ad interrompere l'esperienza americana e a rientrare in Italia per problemi collegati al visto di soggiorno (siamo ai giorni della uccisione di Martin Luther King e Bob Kennedy che vide l'applicazione di norme più severe da parte dell'Immigration Office americano) Gioli, nel 1970, si stabilisce a Roma dove entra in rapporto con la Cooperativa Cinema Indipendente che orbita intorno al Filmstudio e cui fanno capo un po' tutti gli autori di cinema sperimentale italiano. E' tra Rovigo e Roma che produce i primi film che sviluppa da se stesso usando la cinecamera come un laboratorio sulla scia dei Lumière.
A Roma approfondisce anche il suo interesse per la fotografia di cui indaga specialmente le origini. Nel 76 si trasferisce a Milano dove, oltre al cinema, si dedica con continuità alla fotografia. Troverà nella Polaroid che egli chiama: "umido incunabolo della storia moderna" un sorprendente mezzo per allargare ulteriormente la sua ricerca sulla fotografia istantanea, travasandone la materia su supporti diversi dalla pellicola come la carta e la tela e apparentandola così alle arti belle. Agli inizi degli anni '80 torna nella sua terra in Polesine. Oggi vive e lavora a Lendinara.
Le sue opere sono state esposte in sedi pubbliche e private in Italia, Europa, America. Tra le principali mostre personali ricordiamo quella all'Istituto Nazionale della Grafica-Calcografia di Roma nel 1981, al Musée Nicéphore Nièpce di Châlon s/Saône e al Centro Pompidou di Parigi nel 1983, alla George Eastman House, Rochester nel 1986, più volte ai R.I.P. di Arles tra il 1982 e il 1998, al P.zzo Fortuny di Venezia e al Museo Alinari di Firenze nel 1991, al al P.zzo Esposizioni di Roma nel 1996, al Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello nel 2008. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei europei e statunitensi, in particolare ricordiamo il Centro Pompidou, l'Art Instritute of Chicago e il MoMA di New York.
Nel 2006 l'italiana Minerva-RaroVideo ha pubblicato un doppio dvd con una selezione di quattordici suoi film e una intervista a cura di Bruno Di Marino. Nello stesso anno i film di Gioli vengono presentati per la prima volta a Views From the Avant-Garde, una sezione speciale del NYFF a cui, da quella volta, è stato invitato ogni anno. L'anno seguente, Gioli è invitato al HKIFF come artist on focus. Nel 2008, una selezione di suoi film é presentata all' Ontario Cinematheque di Toronto e alla Cinémathèque Française a Parigi che gli ha dedicato una retrospettiva completa a Giugno/Luglio di quest'anno. A Giugno del 2009 il Festival di Pesaro gli ha tributato un omaggio con una rassegna completa di suoi film. Nei Quaderni del CSC è da poco uscito un volume monografico sul suo cinema edito dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia a cura di Sergio Toffetti e Annamaria Licciardello. Nel 2010 è stato invitato per la prima volta a Wavelenght, la sezione di cinema d'avanguardia del Toronto Film Festival (TIFF).

Orari della Mostra
Dal mercoledì al sabato dalle 11 alle 18 o su appuntamento. 
info@peep-hole.org 
Tel. 02/87067410

Peep-Hole: via Stilicone, 10 - 20154 Milano


Paolo Gioli Microlibro pubblicato da Ando Gilardi
Il ritratto di Ando Gilardi fatto da Paolo Gioli con una microcamera al foro stenopeico e pubblicato su Spiracolografie.
Si ringrazia la Fototeca Gilardi per la gentile concessione.



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