giovedì 21 marzo 2019

La vita di Amadeo Peter Giannini nel libro di Guido Crapanzano

"Libertà significa capacità di porre domande, non soltanto possibilità di ricevere risposte." Sergio Lepri

La Famiglia di Amadeo Giannini a bordo della nave Giulio Cesare il Mario Giannini, il 13 luglio 1923. Nella fotografia vediamo il figlio maggiore, Clara, la moglie, Amadeo Giannini, Claire Giannini, la figlia, e Virgil Giannini, un altro figlio di Amadeo.

Guido Crapanzano è un uomo fortunato che nella vita è riuscito ad ottenere grandi successi in vari campi, grazie al suo vivido acume intellettuale, alla sua costanza nel perseguire un risultato e all'impegno nello studio.
Giovanissimo sale alla ribalta delle cronache musicali per essere stato uno di primi rocker italiani, col nome di Guidone, per via della sua corporatura extra large, nel 1965 raggiunge l'apice della fama artistica accompagnando nientemeno che i Beatles nella loro mitica tournée italiana.
Oggi però non vi racconterò di quei giorni, ma di un uomo d'affari molto importante di origine italiana, un visionario che ha colpito la fantasia di Crapanzano al punto di studiarne la vita per più di 40 anni per poi raccontarne dettagliatamente le vicende in un libro ben scritto che sa portare il lettore in un'atmosfera d'altri tempi, rispondendo a molte domande.
In Italia, in pochi conoscono Amedeo Peter Giannini, ma Giannini è stato un uomo molto importante legato alla cultura italiana e americana; è grazie a lui se Hollywood è nata e si è sviluppata e se molti italo-americani hanno potuto avviarsi verso il successo economico.
Guido Crapanzano si imbatté per la prima volta con la figura storica di Giannini nel 1971, durante un viaggio negli USA per visitare uno zio. A San Francisco, a casa dello zio vede una fotografia di un uomo molto distinto e quando apprende che quell'uomo aveva aiutato gli italiani in America decide si saperne di più, si reca così a visitare il museo della Bank of America dove può visionare tutto il materiale appartenuto al banchiere più anticonvenzionale del mondo. In quel museo apprende che la figlia di Amadeo Giannini, Claire Giannini Hoffman viveva ancora a Seven Oaks, un ranch ad una quindicina di miglia da San Francisco. Ovviamente, Guidone si recherà a Seven Oaks per conoscere Claire e per farsi raccontare la vita del famoso padre.
Dopo la morte di Amadeo Giannini, nel 1949, Claire diventò presidentessa della Bank of America, prima il presidente era il fratello Henri e lei era la vicepresidentessa; era stata anche presidentessa della Bank of Italy. Per questo motivo, ogni anno a settembre, Claire, in occasione del consiglio d'amministrazione, partiva dall'America per recarsi in Italia.
La storia di Amadeo Giannini è molto affascinate ed è tipica del self made man partito dal nulla che poi riesce addirittura a creare la più grande banca del mondo e ad avere contatti con tutte le personalità più importanti d'America e d'Italia.
Crapanzano torna a visitare Claire Giannini nel 1974 e dal 1975 la rincontra ogni anno anche in Italia, quando lei si fermava per una settimana a Firenze dove aveva sede la Bank of America (nata come Banca di Sicilia, poi trasferita a Napoli e diventata nel 1922 Banca d'America e d'Italia).
Claire arrivava in Italia accompagnata da un autista che noleggiava le automobili sul posto per il trasporto della Signora Giannini e di un gatto che non si separava mai dalla sua padrona. Giuseppe, il gatto, era legatissimo a Claire e Claire al suo gatto, tanto che ancora adesso a Firenze c'è ancora chi si ricorda di loro: Alberto Fortini della Bank of America, anche perché Giuseppe morì a Firenze. Venne dato un pubblico annuncio funebre sui giornali per ricordarne la morte e venne fatto il funerale, al quale accorsero dall'America tutti i dirigenti della Bank of America, invitati per l'occasione dalla presidentessa. Ovviamente, restarono abbastanza sorpresi di presenziare ai funerali di un gatto, ma quale sacerdote si sarebbe opposto ad una richiesta di questo tipo, proveniente da una delle donne più ricche del mondo? In certi casi è indispensabile essere riverenti verso le richieste di chi soffre...
Questo è un episodio privato che mi è stato raccontato da Crapanzano. Il libro è una seria biografia di un grande uomo d'affari; non contiene aneddoti così divertenti, ma sicuramente vale la pena di essere letto. Io l'ho divorato in un paio di giorni, anche perché è scritto in modo molto scorrevole.
Terminate le riunioni del consiglio di amministrazione, Claire Giannini soggiornava per una settimana a Forte dei Marmi o a Rapallo, all'Hotel Bristol, dove per varie volte veniva raggiunta da Guido Crapanzano che ascoltava le memorie che l'ereditiera americana riportava di suo padre e della sua famiglia.
"Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro", contiene una notevole quantità di storie intime della famiglia Giannini, come la spiegazione di come Amadeo conobbe sua moglie Clare Cuneo; anch'essa di origini liguri.
Claire aveva conservato l'abitudine di suo padre di riunirsi a tavola con la famiglia per parlare dei fatti accaduti durante la settimana, cosa che in altra forma accadeva in quelle due o tre ore al giorno o durante i pasti che talvolta Guido Crapanzano consumava insieme a Claire all'Hotel Bristol.
Nel tempo, i nemici del banchiere italo-americano riuscirono ad appropriarsi della Bank of America; stimo parlando di una lobby ebraica potentissima composta dai Rothschild, i Rockfeller e i Morgan, furono loro a rastrellare le azioni della Banca di Amadeo una quindicina d'anni dopo la sua morte.
La Bank of America diventò di proprietà della Deutsche Bank, il museo che visitò Crapanzano a San Francisco fu trasferito a Francoforte e poi venne chiuso.
Piano piano la memoria di Giannini veniva occultata, mentre in Italia era già rovinata dal fatto che lui fosse amico di Mussolini.
Giannini venne in Italia una prima volta nel 1912 per motivi familiari, mentre nel 1922 si trovava a Roma, all'Hotel Excelsior, quando Mussolini arrivò in città seguito dalle sue Camicie Nere impegnate con lui nella Marcia su Roma. Dall'appartamento 131, che era l'appartamento in cui prendeva sempre per sé anche Crapanzano durante i suoi soggiorni a Roma, Giannini vide sfilare Mussolini e i suoi seguaci in via Vittorio Veneto, mentre stavano per dirigersi verso il Parlamento.
Mussolini piacque a Giannini perché quest'ultimo pensava che in quegli anni il dittatore facesse il bene della nazione, ma soprattutto perché dava dignità agli emigranti italiani che fino ad allora non avevano mai avuto una patria che li rappresentasse e si preoccupasse di loro.
Mussolini, con le bonifiche delle Paludi Pontine, riuscendo a dare lavoro a molte persone e con altri interventi che si rivelarono popolari nei primi anni della sua politica, dava motivo agli italiani all'estero d'essere orgogliosi del loro paese; per questo quando Giannini ritornò a Roma nel 1926 (aveva già conosciuto Mussolini precedentemente) regalò un milione di dollari al Ministero dell'Agricoltura e del Commercio (il Ministero del Tesoro si chiamava così a quei tempi), per favorire lo sviluppo dell'economia italiana. Si trattava di una cifra che potremmo far corrispondere a circa un miliardo e duecento milioni di euro di oggi: quasi l'equivalente dell'odierno bilancio dello Stato. Questi soldi permisero a Mussolini di crescere il suo consenso tra gli italiani, far sviluppare il paese e produrre ciò che serviva. Giannini finanziò anche Edoardo Agnelli e dopo la guerra il figlio Gianni che operò per la ricostruzione della Fiat.
La questione non è risaputa in Italia, ma a Giannini non piacque quando Mussolini prese provvedimenti legislativi e amministrativi conosciuti come "Leggi razziali", così nel 1938 si dissociò dal fascismo e scrisse che per l'Italia era un grave errore allearsi alla Germania di Hitler. Giannini dopo la guerra continuò ad essere visto con diffidenza perché era erratamente ancora considerato un amico di Mussolini; per questo fu totalmente cancellato dalla storia del nostro paese.
Al contrario, in USA Giannini venne inserito nella Hall of Fame for Great Americans intorno al quindicesimo posto, fino ad una ventina di anni fa.
La Banca d'America e d'Italia dopo essere stata assorbita dalla Deutsche Bank è stata rivenduta senza affidare ad altri il suo nome. Solo gli sportelli sono stati ceduti ad altre banche italiane.
La Deutsche Bank era una banca importantissima che come altre banche si è riempita di titoli tossici, i famosi Subprime.
Dal 1999, anno in cui la finanza internazionale ha visto manifestarsi una grande crisi, ad oggi l'economia dei paesi occidentali non riesce a trovare valide soluzioni per ricominciare un ciclo positivo.
Se non torneranno alla ribalta figure autorevoli e capaci di occuparsi dei problemi della gente è molto probabile che entro due o tre anni il sistema economico salterà, perché nessuno stato è più in grado di pagare i debiti.
Nessuno è in grado di prevedere che cosa accadrà dopo... Ma ciò che sta già accadendo in Venezuela dovrebbe essere di monito per tutti.
È probabile che arriverà un'inflazione mostruosa per tutti, tranne che per i paesi orientali come Cina, Corea ed altri che continuano a produrre beni e non hanno titoli tossici nelle casse delle loro banche (o che ne hanno solo in quantità molto limitata). 
Giannini è stato un uomo estremamente coraggioso e determinato, sarebbe bello se qualcuno ci raccontasse la sua vita anche con un film. TG

Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro - Autore: Guido Crapanzano - Editore: Graphofeel - Prezzo: 18 euro

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giovedì 14 marzo 2019

L'arte non esiste più, viva l'artigianato (Arte concettuale e decadenza)

"Coloro che sono capaci di vedere oltre le ombre e le bugie della propria cultura non saranno mai capiti, tanto meno creduti, dalle masse." Platone


Il concettualismo ha ucciso l'arte Real BodiesIl Body World di Gunther von Hagens ci presenta un inquietante orribile mondo di esseri umani morti e plastificati con polimeri di silicone; difficile non pensare che questa non sia una profezia riguardante il nostro futuro.

Mi ricollego a quanto accennato nel precedente post per esporre le mie preoccupazioni per la progressiva scomparsa delle competenze tecniche per la realizzazione di opere artistiche e di pregio che richiedono conoscenze artigianali  e metodi di produzione individuale di grande tradizione.
Da alcuni anni mi sono accorto che l'arte contemporanea si sta orientando sempre più verso l'abbandono delle capacità manuali e dell'ingegno per cercare delle soluzioni che possano risolvere problematiche riconducibili alla creazione di oggetti artistici in altro modo. Si procede con il progressivo apprezzamento di un'idea che sminuisce il valore della realizzazione di un manufatto artistico, fino a conferire pregio esclusivamente ad un concetto astratto, svincolato dalla materia e dall'abilità di effettuare un lavoro manuale.
L'attuale propensione a sostituire il prodotto artistico con un "feticcio" che possa essere facilmente fabbricato per mezzo di sistemi meccanizzati o computerizzati di tipo industriale, come stampanti digitali, 3D, plastificazioni o altri macchinari  automatici, sta definitivamente dando il colpo di grazia alle eccellenze dell'artigianato di qualità, dell'arte tradizionale e delle intelligenze presenti nel nostro paese.
Ho cercato molte volte di segnalare questo problema attraverso il mio blog di varia cultura andando a intervistare artigiani e artisti che operano in maniera tradizionale e finalmente sembra che il mio messaggio sia stato recepito anche nelle alte sfere della formazione accademica.
Un tempo, l'Accademia di Belle Arti di Brera formava i suoi studenti basandosi sull'insegnamento scientifico delle 4 materie primarie: pittura, scultura, decorazione e scenografia. Gli altri corsi erano di perfezionamento a quelli appena citati.
L'Accademia, per esempio, insegnava come fare i colori e come usarli ma ora, ammesso che ne siano rimasti, è possibile trovare pittori a noi contemporanei che sappiano riprodurre l'incarnato di un volto? Immagino che oggi ben pochi siano in grado di fare una cosa del genere perché queste tecniche, sempre tramandate di generazione in generazione, dal maestro all'allievo come un sapere prezioso da custodire con molta riservatezza stanno scomparendo nell'uso e nella memoria di chi le conosce. L'allievo, oltre ad apprendere le tecniche si esercitava nel tempo fino a diventare padrone di queste conoscenze ed essere maestro a sua volta per chi sarebbe arrivato dopo di lui. La pittura, così come la scultura e le altre pratiche artistiche, è un mestiere artigianale.
Ai giorni nostri, l'arte contemporanea utilizza solo la gestualità di un individuo che progetta ciò che immagina, senza curarsi molto del risultato finale.
Platone diceva che l'arte non esiste, tutto è finzione e copia della natura. L'artista era considerato pericoloso perché allontanava l'uomo dalla politica e dalla vera visione del mondo, ma in realtà voler avvicinarsi alla perfezione della natura non deve essere considerato un delitto perché nel tentativo di riprodurre il vero ogni artista infonde la sua personalità e la propria visione del mondo, arricchendolo in qualche modo.
Lo stile di un artista o di uno scrittore nelle loro opere si formano attraverso il loro carattere di uomini felici, infelici, egoisti, generosi o quant'altro.
Anche nelle accademie di belle arti ci si sta accorgendo che ormai nessuno è più in grado di fare niente che possa essere ricondotto alle pratiche artistiche tradizionali. Tutto o quasi è stato abbandonato o dimenticato, ma i giovani hanno bisogno d'imparare qualcosa di pratico, non solo di teorico; per questo si sta recuperando l'istituzione di corsi speciali in cui intervengono gli artigiani per far vedere, ad esempio, come si lavora un affresco o di come si fa un bassorilievo.
Purtroppo, è venuto a mancare l'insegnamento di chi effettuava il lavoro. Una volta era chi aveva la bottega ed era vicino a chi ordinava i lavori che insegnava, mentre oggi ci sono insegnanti specializzati in tutt'altro che non conoscono direttamente la materia che insegnano.
Artisti come Achille Funi che prima si diplomò all'Accademia di Brera per poi dedicarsi con grande successo alla pittura, alla scultura, all'architettura, alla scenografia, all'illustrazione e alla grafica o Francesco Hayez, altro gigante della pittura internazionale fecero parte degli insegnanti dell'Accademia di Brera; ma oggi chi abbiamo? Architetti, teorici e gente sicuramente ben preparata, ma che poco hanno da trasmettere ai giovani a livello di mestiere e soluzioni pratiche.
Chi non ha una sua precisa idea sull'arte spesso va a vedere le mostre di arte contemporanea più per atto di presenza che per convinzione e quando gli si chiede cosa ne pensi di ciò che ha di fronte afferma di trovare tutto molto bello solo perché non sa cosa dire o per non fare brutta figura. Le stesse persone messe davanti ad un vero quadro riescono però a capire la differenza tra un'opera bella e ben fatta e un lavoro messo in cantiere solo per suscitare sorpresa o scandalo.
Gran parte dell'arte contemporanea sta producendo spazzatura, ma pochi affermano una cosa del genere per non andare contro il sistema dell'arte e gli interessi economici che questo genera, ma è inevitabile che la nostra società in crisi non sia in grado di mostrarci altro che lo sfacelo del tempo. L'arte come espressione anticipatrice di quello che verrà ci dà dei segnali molto importanti per farci comprendere in che tipo di mondo vivremo. Questi segnali possono anche essere intesi come la dimostrazione che la nostra è un'epoca di decadenza totale e di sfascio di valori umani e culturali.
L'artista di strada, al pari degli artisti che lavorano nei loro laboratori sentono e comunicano al mondo le trasformazioni in corso, oltre che la cattiveria e l'indifferenza che assalgono gli uomini della nostra epoca, e si esprimono con lavori di dubbio gusto che esprimono il loro modo di vedere ciò che li circonda. L'arte ci allerta e noi dobbiamo aprire bene gli occhi per capire a cosa stiamo per andare incontro.
Nel momento in cui i vecchi artisti sono quasi al di fuori di questo sistema dell'arte che propone messaggi preoccupanti, non resteranno molte possibilità per recuperare tecniche e soggetti tradizionali capaci di parlarci di un mondo in armonia con se stesso o per dare speranza al pubblico.
I giovani giustamente, a parte pochi individui congenitamente ribelli, ascoltano chi dà loro un insegnamento accademico, ma questo modo di porgere attenzione a un'arte sempre più teorica e concettuale non fa che portare alla distruzione di quello che dovrebbe aiutare a pensare e progettare una società diversa e migliore. La storia dell'arte va conosciuta e studiata attentamente per non ricadere in stereotipi già vissuti e per rendersi conto che allo stato attuale tutti criticano tutto senza proporre davvero nulla di valido.
Preferirei evitare di fare nomi o esempi, ma non ritengo che proporre cadaveri umani o animali morti come opere d'arte sia l'espressione evoluta di un mondo che ha un futuro raggiante davanti a sé.
Ancora una volta, la decadenza della nostra società ci viene annunciata dall'arte o da quello che viene definito in tal senso. TG

domenica 10 marzo 2019

Bank-sy o Bank-not. Questo è il problema

So di averne già parlato con il Dr. Porka's e di andare un po' controcorrente, ma considero il business di Banksy una grossa presa in giro. Chi si comprerebbe una serigrafia dozzinale fatta non si sa bene da chi pagandola più di 100 volte il suo valore reale?
Su questo argomento ho voluto sentire anche il parere del mitico Joe Iannuzzi ed ecco cosa ne è emerso... TG


Washington DC USA 1967 Fiori nei fucili - Fotografia di Bernie Boston

Tony Graffio: Gentile Joe, dopo la causa legale della società "Pest Control Office Limited" contro la società "24 Ore Cultura" conclusasi come ben sappiamo, vorrei avere un tuo parere sulla vicenda.

Joe Iannuzzi: Caro Tony ritengo giusto che tutto il merchandising sia stato ritirato, essendo registrato come marchio il nome "Banksy", tieni conto che se la società Pest  Control avesse avuto anche il diritto di riproduzione delle immagini delle opere dell'artista… la società 24 Ore Cultura avrebbe perso in toto la causa. Questo diritto non lo ha poiché se l'artista lo rilasciasse, tutti verremmo a sapere il suo nome, o chi c'è dietro a questo business, cosa che invece resta più o meno misteriosa, per il momento.

TG: Non pensi che questo contenzioso sia stato fatto ad arte con il preciso intento di far parlare dell'artista e della mostra milanese?

JI: Tutto è possibile: tieni conto che l'arte è linguaggio, comunicazione, e senza pubblicità e persuasione all'acquisto non c'è arte. Quindi nella società in cui viviamo, che è priva di contenuti, la cosa migliore per farsi notare è creare una notizia: far parlare di sé incoraggiando la polemica e la bagarre. Un'opera molto significativa e iconica di Banksy come il "lanciatore di fiori (dove i fiori stanno al posto di una bottiglia Molotov)" non è per niente rivoluzionaria: che differenza c'è tra questa immagine e la fotografia scattata nel 1967 da Bernie Boston che mostra un ragazzo mentre inserisce un fiore nelle canne dei fucili dei soldati che arrestavano i giovani che non volevano partire per la guerra in Vietnam?  Nessuna. Il concetto è lo stesso. Le idee sono sempre quelle, basta trovare un modo leggermente diverso per esprimerle e saperle veicolare bene con l'aiuto dei mass media per creare un po' di confusione agli occhi di chi non ha una memoria storica e diventi un artista! Quello è un gesto ripreso da tutta una generazione di Hippie che poi è arrivato fino a noi ed è stato rielaborato fino ad attualizzarlo in qualcosa di più comprensibile dai ragazzi di oggi.

TG: Un artista della comunicazione, per l'appunto... I graffiti di Banksy ti sembrano utili per le campagne pubblicitarie a favore della pace nel mondo?

JI: Perché no?! Oggi, effettivamente, la comunicazione è la vera arte. I nuovi artisti sono gli uffici stampa e gli stilisti della moda.

TG: Perché gli stilisti?

JI: Perché tramite la comunicazione rendono un prodotto fatto in Cina che vale pochi euro un oggetto di lusso e di prestigio venduto a migliaia di euro: i veri artisti sono loro (risata). Guarda caso Prada, Trussardi, Fendi hanno aperto diverse fondazioni che si occupano molto spesso di mostre d'arte. Non mi stupirei di vedere una mostra su Bansky organizzata anche da loro.

TG: Neanche tu hai una buona considerazione di Banksy...

JI: Banksy è un fenomeno che rappresenta molto bene la società in cui viviamo: vuota, demenziale e superficiale. Stiamo parlando di Street art dal messaggio immediato e pop, nel senso di popolare.

TG: Con il marchio Bansky registrato, come anche alcune sue opere, non pensi che sia diventato anche lui parte del sistema dell'arte?

JI: Certamente: quando si parla di soldi, tutti li vogliono. Addio all'anti-sistema, al concetto di Street art e di arte pubblica fruibile da tutti gratuitamente. Sai, anche il mio cane quando muove la coda lo fa per avere qualcosa in cambio... Lo stesso capita per la Street art e Banksy, o per meglio dire per la società Pest Control e non solo lei. 
I multipli dell'artista, che tu hai visto nella mostra al Mudec di Milano, sono venduti in modo seriale. La vera arte è il graffito sul muro, le serigrafie tirate in non so quanti esemplari e tutti i gadget sono il merchandising per far soldi... Mi risulta anche un po' strano che l'attenzione dell'artista di Bristol si concentri sul merchandising del Mudec e poi su internet si trovi ogni sorta di chincaglieria che riporta i suoi disegni. Più sistema di così non ci può essere, sono esattamente gli artisti e i loro agenti che impongono queste regole.

TG: Senza contare che sull'autenticità di un prodotto seriale che non ha un autore preciso si potrebbe sollevare ben più di qualche dubbio, allo stesso modo in cui ci si può divertire a discutere su chi è l'autore del merchandising. Ormai l'arte è un prodotto industriale non più all'artigianale; a mio parere questa scelta ha già decretato la sua fine. Meglio acquistare un oggetto significativo e di buona fattura artigianale che un prodotto industriale privo di originalità. L'arte pura come espressione di genio e capacità personali di un singolo individuo non rendeva abbastanza per gli sforzi economici che c'erano dietro per imporre un artista al grande pubblico, affaristi come Warhol hanno pensato bene rendere più redditizia questa operazione portando tutto su grande scala, svuotando e spersonalizzando il gesto creativo. Da quando gli americani trattando l'arte come un prodotto di consumo di massa hanno imposto una nuova visione dell'opera artistica che è diventata merce da piazzare a gente disposta a spendere qualsiasi cifra per avere in casa un frammento di contemporaneità, qualcosa di cui tutti parlano e che finisce per banalizzarsi finendo impressa anche sulle tazze da te o su souvenir da quattro soldi, oggetti che poi non si rivelano tanto diversi dalla "opera" che prendono a campione...
Che cosa mi puoi dire invece di "Girl with the balloon" e della scelta di Bannksy di distruggerla durante la vendita con un ingegnoso meccanismo che si è attivato durante l'asta di Sotheby's?

JI: Anche quello fa parte dello spettacolo. Chiunque abbia visto un telegiornale o letto un quotidiano ha trovato questa notizia. Tutti conoscono il nome Banksy. Obiettivo raggiunto; l'artista la cui identità non si conosce è "conosciuto" da tutti. Il luogo (asta di Sotheby's a Londra) è quello adatto, il prezzo dell'opera supera il milione di sterline, ci siamo, la situazione è quella giusta. E per portare lo spettacolo alla sua apoteosi ecco mettersi in funzione il meccanismo che distrugge l'opera (anche se una sua parte si è inceppata). Banksy diventa così un mito vivente, ma difficile pensare che questa operazione abbia potuto compiersi senza la complicità di chi ha organizzato la vendita.
Se domani girando per la città chiederai alle gente: conosce Banksy? Molti diranno di sì. Se invece andrai in giro a chiedere chi è Josef Albers... Beh, preparati a non ricevere nessuna risposta.

TG: Per quale motivo succede tutto ciò?

JI: Perché la gente ha la memoria molto corta, è interessata al contemporaneo, agli eventi che vive in questo momento che sono di contorno alla propria vita; vuole sentirsi importante e credere di essere in qualche modo al centro dell'attenzione, anche soltanto riportando le notizie di cui sente parlare attorno a sé. Bansky è il protagonista di un pesante battage mediatico da diversi anni ed evidentemente era giunto il momento di ricavarne un ritorno economico non solo mettendo in vendita i suoi lavori, ma anche organizzando mostre un po' ovunque.

TG: Vale la pena parlare ancora di lui?

JI: Se non ritieni valido un artista, la cosa migliore da fare è di non parlarne. Scrivendone e discutendone crei attenzione a quello stesso fenomeno di massa, come stiamo facendo noi in questo momento (risata).

TG: Joe, mi hai convinto: non parleremo più di Banksy su queste pagine... e nemmeno di Cattelan!



Una certa idea di non violenza - Merchandising Banksy

Questo articolo scritto da Joe Iannuzzi e Tony Graffio non è coperto da diritto di copyright e può essere riprodotto e diffuso in ogni sua parte a piacere


venerdì 8 marzo 2019

No Tampon Tax a Milano (No Iva)

Oggi parliamo di...
Tasse. O meglio, di imposte.
Non starò a ricordarvi la differenza tra tasse e imposte, ma mi sento di affermare che se il cittadino medio si lamenta del fatto che al pagamento delle tasse non corrisponde un servizio adeguato, specialmente in certi settori, a maggior ragione c'è da dire che il pagamento delle imposte non ha alcun senso.
L'Iva al 22% è decisamente un'imposta stratosferica che tutti gli italiani odiano profondamente e che in certi casi raggiunge un completo nonsense. Pagare per acquistare è veramente un paradosso che in un'epoca di crisi dovrebbe essere totalmente rivisto.
Frammenti di Cultura è sempre uno spazio d'informazione e documentazione indipendente che presta attenzione a quello che accade per le strade di Milano; quando Tony Graffio si è imbattuto in un enorme cilindro bianco dalla semi-cupola sporca di  rosso si è subito chiesto che cosa avesse davanti agli occhi.
Da lontano, la prima impressione ricevuta era un po' diversa dal contenuto espresso nella protesta contro la Tampon Tax, ma poi tutto s'è chiarito.


No Iva , no tampon tax
 Super Tampax contro l'Iva al 22%

Quando la protesta diventa arte di strada.
Più efficace di un graffito, più diretto di uno striscione portato in manifestazione, il Tampax gigante esposto fuori da un portone di una via milanese a ridosso dei Caselli di Porta, fa la sua bella figura ed esprime pienamente la dimensione della protesta.

No Tampon Tax a Milano
Due passanti osservano con attenzione il Tampax gigante contro la Tampon Tax.


mercoledì 6 marzo 2019

L'amore al tempo dei robot (racconto)

"L'amore è la poesia dei sensi." Armando Bruzzesi

Ho il piacere di presentarvi il racconto perfetto.
Avete già avuto modo di leggere i racconti che Stefano Bacci  ha scritto in esclusiva per "Frammenti di Cultura" e so che vi sono piaciuti molto, ma ciò che leggerete tra poco vi piacerà ancora di più perché riesce a raccontare una storia originale e sorprendente in modo attuale, discreto e credibile, aprendo una finestra sul futuro delle relazioni umane che sicuramente verranno sconvolte dalle tecnologie, ma anche dalle ricerche sui sentimenti e dalle reazioni di soggetti semi-umani.
Se l'uomo è un essere semi-divino il robot diventerà sempre più un essere semi-umano, chi mi segue sa che questo è un argomento che mi tormenta da tempo e ringrazio di cuore Stefano che, pur avendo idee, convinzioni esoteriche e concezioni filosofiche diverse dalle mie, ha saputo interpretare in modo molto preciso le indicazioni che gli avevo dato come spunto per la storia che ha scritto sotto i miei occhi in meno di tre ore.
Non sto a dilungarmi ulteriormente con la presentazione di questo racconto, ma sappiate che vi trovate di fronte ad un piccolo capolavoro. TG

Toy-droid Maria di Metropolis
Maria, il Fembot della Metropolis di Fritz Lang del 1927 ci fa comprendere come l'idea di un essere umano "migliore", sessualmente attraente e disponibile sià nella mente degli uomini da molto tempo. Il disegno rielaborato in PS da TG è stato realizzato da John Paul de Quay

L'AMORE AL TEMPO DEI ROBOT
un racconto inedito di Stefano Bacci

“Basta così! D'ora in poi si fa come dice la mia amica Giò”.
Se lo ripeteva ogni 5 passi, passi svelti, decisi, seccati. Era una sorta di strano mantra che ancora le risuonava in testa, anche mentre svoltava l'ultimo angolo di strada che l'avrebbe riportata a casa dopo una camminata di oltre due chilometri.
D'altra parte, quella serata infelice non poteva durare un solo secondo di più. A costo di tornare a piedi. Tanto ormai le strade erano sicure da un pezzo. Anche di notte. Anche per una donna sola.
Le vicende raccapriccianti di cui erano infarciti gli archivi digitali del secolo precedente, il ventunesimo, erano ormai un ricordo del passato. Un asteroide o una stazione orbitante, tutt'al più un pezzo di Luna sotto vetro attendevano bulli e stalker dopo la seconda ammonizione. E l'accesso al centro-città era inesorabilmente sbarrato ai non possessori di fit-card, o a quelli che avevano subito un blocco temporaneo. Impossibile barare: gli elementi bio-termici dei tessuti degli abiti e il tele-controllo del chip che modificava in automatico la temperatura corporea avrebbero reso ogni accesso indebito ad un'area interdetta una sorta di suicidio auto-inflitto. Un metro, un grado. Un supplizio. Impossibile andare oltre.
Le Forze dell'Ordine, finalmente, potevano dedicarsi prevalentemente a redigere i verbali delle operazioni che il sofisticato Security-System a prova di hacker disbrigava in automatico, con un margine di errore statistico inferiore all'uno su 400.000 casi trattati.
Certo, non si poteva mai escludere un accesso improvviso di rabbia, di voluttà distorta, di aggressività fuori controllo, ma gli standard della convivenza civile si erano talmente elevati, almeno nei livelli superiori regolati da accessi super-verificati e riservati solo ad utenti-modello, che il rischio di una sortita solitaria notturna era minimo anche per una giovane donna avvenente e in abiti sexy com'era Lou quella sera.
Nei livelli inferiori l'orchestra suonava tutta un'altra musica, ma chi ci sarebbe mai andato, potendo farne a meno? Certo, c'è sempre chi preferisce uscire di casa e andare a pisciare agli urinatoi degli Autogrill invece che nel comodo bagno riscaldato di casa propria, ma l'importante era che non potesse avvenire il contrario. E in effetti nessun pisciatore da autogrill poteva accedere ai bagni caldi. Tutto il resto era libero arbitrio. Vuoi? Puoi? Vai! Vuoi ma non puoi? Stop o sono guai! Puoi ma non ti va? Resta a casa, ne hai facoltà! L'importante è che tu abbia almeno 12.500 punti sulla card. Certo, un bel po' di quei punti era legato al censo, al reddito, al patrimonio di famiglia, ma non c'erano dubbi su quanto un comportamento socialmente virtuoso e pienamente ispezionabile agevolasse la scalata agli accessi consentiti. Anche ai non-ricchi, purché ligi.
Ad ogni modo, Lou chiuse in fretta questa breve digressione sul passato e sui raffronti col presente; e nel presente tornò a pensare, imbufalita, all'ultima chiacchierata con Giò, la sua migliore amica, o quantomeno l'unica autorizzata a trattarla da cretina quando non fosse proprio possibile esimersi dal farlo. E dall'ultima volta erano passate meno di 24 ore.
“Tu ssì sciema, Lou!” le diceva col suo leggero accento napoletano che sbucava sempre fuori solo su alcune parole e modi di dire “Ancora che ti ostini a cercare l'oro nel Klondyke a colpi di piccone quando i filoni sono esauriti, esauritissimi da decenni? E ignori il platino a portata di mano, copioso, gratuito?”
“No, Giò, no...perlamordiddio i Toy-droid no! Piuttosto mi faccio monaca”
“Ma quale monaca? Schiava dei sensi sei, a chi vuoi darla a bere, tu? Non a me! Raccontalo a quella gatta morta della Sonia che tu puoi stare lontana dal maschio quanto ti pare e piace... io però ti vedo che dopo due bollicine fai già gli occhi dolci a metà dell'universo in pantaloni, Monella che non sei altro”
E ridevano come matte, le due amiche. Ridevano e parlavano. Questioni leggere e faccende elevate. Non faceva una grande differenza. Non si giudicavano mai e questo aiutava la franchezza. Non è una dote particolarmente inflazionata nelle relazioni amicali femminili. Ma loro due facevano eccezione. Non se ne rendevano nemmeno pienamente conto, ma agivano di conseguenza. E la loro amicizia cresceva in qualità, come il livello di confidenza reciproca.
“Dai, Giò... non mi ci vedo proprio con un Toy-droid, quella specie di cicisbei col coso fra le gambe che sembra vero e che si ricaricano mentre sembra che dormono. No, Dio mio, che orrore, no!”
“Ma lo vedi che sei una causa perduta? Non sembra vero: È vero, reattivo, palpitante come fosse in vera carne. Ma poi, te l'ho già detto: fosse solo una questione del “coso, lì”, come lo chiami te che sembri la Verginella dell'Assunta quando ti metti a parlare di uomini. È tutto il resto che funziona a meraviglia! E più passa il tempo, più i nuovi modelli sono economici, facili da programmare, flessibili, user-friendly e poliedrici. Ma dico io: come puoi ancora andartela a rischiare con un maschio "naturale"? Ma non lo vedi come sono ridotti, ormai? Dei manichini manierati, ecco cosa sono! Già che sono in crisi di identità da cent'anni, e bisex, e trisex, asceti, mistici, inappetenti, incerti, discontinui e confusi, e monogami fino all'esasperazione e all'appiccicume; o sennò fijidenamignotta che fanno gli smorfiosi con te e poi whatsappano con le ultime 13 ex in chat-conference 24 ore su 24.
E comunque, se proprio ci tieni, l'ultima linea di Toy-droid propone una serie di androidi sessuati talmente complessa e articolata che per le fuori di cervello come te è possibile programmare perfino la modalità “sfuggente”, oppure “mordi-e-fuggi” o addirittura “bandito vero”. L'ideale per quelle romanticone che sognano la storia contorta e conflittuale, tutta passione e Sturm-und-Drang e tira e molla e in amor vince chi fugge. E costano 45 Debiti, la metà che in passato!”
“Ma se lo sai che sei tu che hai programmato il droide, mi dici che gusto c'è?”
“E perché invece non provi tu a dirmi che gusto c'è a riprovarci per l'ennesima volta con un altro fenomeno in carne ed ossa come questo Adam che ti aspetta domani sera in tutto il suo splendore seriale di maschio ligio agli standard per i 12.500 punti? Te lo dico io? Vuoi che te lo dica prima? Okay. Ecco qua: cenetta romantica, blablabla io di qui, io di là, io diverso, io uguale, io, io, io io,... invece tu... tu speciale, tu bellissima, tu come fosse la prima volta che guardo una donna negli occhi, tu, tu, tu, tu, tuttuttutttuttuù... Occupato! Sì, perché 'sto Adam magari ha moglie e figli, o la morosa, e t'ha intortato tanto per variare sul tema. Questo non toglie punti, lo sai. Oppure è single davvero e allora chiediti: ma un motivo ci sarà, se questa perla rara ancora non se l'è presa nessuno!”
“Dai, Giò... non va sempre così... non essere cinica. Meglio giocarsela dal vivo e rischiare la sconfitta ingloriosa, piuttosto che vincere perché hai taroccato la partita e hai già scritto il finale”
“Non è così! Non è affatto così, carissima. Ti sbagli, Lou! Forse una volta era così; ma i nuovi programmi sono IN-CRE-DI-BI-LI. Puoi scegliere perfino il livello di preparazione scolastica, accademica, universitaria e di competenza professionale del tuo Toy-droid in oltre 15 settori del sapere umano diversi. E puoi predeterminare non solo gli argomenti che affronterà, ma la quantità di interazione, la disponibilità all'ascolto, il livello di attenzione, la percentuale di risposte random e off-topic. Può perfino andarsene da solo in giro per il mondo per qualche ora al giorno e mantiene la memoria di ciò che vede, dice, ascolta e fa. E non sei tu a immettere i contenuti, ma un bacino enorme di macro-dati e di infinite ramificazioni che il tuo bello attinge continuamente da clouds appositamente pensate per lui. Lo vuoi abbastanza esperto di cinema, negato di arte contemporanea e imbattibile sulla storia dell'Africa sub-sahariana? Puoi! Vuoi un musicista? Un rozzo camionista con la passione del Rock sudista USA di 140 anni fa? Voilà! Ti intriga un romantico silenzioso o un interlocutore intellettualmente aggressivo, con la possibilità di mixare fino ad una certa percentuale i due fattori nella stessa serata? Cristo, Lou! È... è un'esperienza totalmente appagante. Prova, no? Ma che ti costa!”
“Niet, vecchia cinica disillusa che non sei altro. Io i miei Principi Azzurri li voglio vivi e vegeti, eroi incerti che rischiano la loro vita vera per me. Dei super-eroi surrogati della Marvel 2.0 in similpelle umana non so che farmene”
“I surrogati, dici... Mah: i surrogati a me ormai sembrano quei bellimbusti con cui ti ostini ad uscire. Tutti seriali, fatti con lo stampino, in fissa con i punti della fit-card necessari per avere accesso ai migliori locali della movida e alle palestre più fighe; mediamente palestrati, mediamente istruiti, mediamente impegnati, mediamente perversi, mediamente impicciati con ex e figli di primi e secondi letti, mediamente impotenti raddrizzati dal Chalis, mediamente stressati, mediamente informati, impauriti dalle donne e dal futuro, dalla vecchiaia e dalla morte, dalle figuracce e dalle loro stesse paure. Guarda: invidio mia nonna che ha passato mezza vita a maledire il nonno perché era brusco, poco cavaliere e faceva battutacce goliardiche da osteria che oggi costerebbero 1.000 punti-carta e 10 Debiti di multa se fatte in pubblico. Ma perlomeno si sono appolpati come ragazzini per 35 anni. Oggi che abbiamo? Dei Ken politicamente corretti e mai eversivi, esplosivi, imprevedibili”
“Ma perlomeno sono vivi, Giò! Vivi! Ma come fai a non capire? Se ci fai l'amore come Dio comanda ti si addormentano accanto col sorriso da orecchio a orecchio e la mattina dopo ti portano pure la colazione a letto e...”
“Alt! Ti fermo subito, tanto perché tu capisca. Willy, il mio attuale Toy-droid, se è per questo, mi fa trovare una poesia di qualche promettente artista del terzo mondo, famoso o emergente che sia, sotto il piattino del pane e miele, al mattino. E se a cena abbiamo mangiato troppo, la notte russa e ha l'alito che sa di vino. Profuma di maschio, in tutte le varianti realistiche del caso, after-sex compreso. Si rade per non lasciare che gli cresca un barbone della madonna e va pure in bagno a fare i suoi bisogni. Lou, credimi: la tua è una causa persa. Oramai non c'è più limite a ciò che un droide sessuato può fare. Tanto più che la riproduzione umana ormai avviene in modalità del tutto off-sex da 40 anni.
Comunque, se proprio ci tieni tanto ai tuoi incerti eroi mortali in carne ed ossa, bene: Willy può essere come loro, se proprio è quello che vuoi. Basta programmarlo sulle decine di variazioni del tema 'mainstream', tutte personalizzabili e integrabili, mentre il tuo Adam te lo prendi così come viene. E se provi a migliorarlo ti mette pure il broncio e fa lo stizzito. E se ne torna da mammà, che tanto ci scommetterei che quello vive ancora con mammà.
Poi, anche il sesso, guarda... Quando si arriva al dunque, neanche t'immagini i numeri: intanto puoi programmare la modalità “Sorprendimi”, oppure andare sul sicuro sulla base di come ti sconfinfera in quel particolare momento. Vuoi l'intrigo, l'atmosfera raffinata, cerebrale? O sei per un assalto all'arma bianca? Botta di passione o lunghi preliminari? Serata no-penetration? Evvai! Postludio con massaggi o con la classica botta refrattaria maschile? E quanto vuoi che resti 'fuori-uso'? Vuoi la maratonina fino alle luci dell'alba? E maratonina sia! Nessun dettaglio lasciato al caso: realismo 100% in ogni particolare. E mai, dico mai che tu debba metterti lì a cavillare, a questionare con i 'No, dai, aspetta, non ora, piano, dai, che aspetti, ma...'. A meno che non sia tu a volerlo, ovvio. In tal caso basta entrare nell'area della distonia nel main menù e stabilirne il range. Non c'è gara, Lou, credimi”
“Non mi hai convinta, Giò. Nada! Niente da fare. Vado avanti all'antica”
“Ne riparliamo dopodomani, illusa sentimentale che non sei altro!”
E la discussone era finita in risate e brindisi e promesse di futuri aggiornamenti.
“D'ora in avanti si dà retta a Giò, puoi scommetterci”.
Un'altra partita persa, stavolta per abbandono della Regina.
L'ennesimo tipo deludente, o meglio, al di sotto delle aspettative.
L'aveva intrigata mettendola a fuoco bene, o almeno questo a lei era parso, in una serata parecchio affollata a casa di Nino. E di cacciatrici speranzose ce n'era più d'una, in giro. Alcune anche tutt'altro che da buttare, sotto tutti i punti di vista, merce esposta inclusa. Invece lui le aveva fatto un filo soft, sincero, apparentemente disinteressato al rapido epilogo hot.
Ma ora... Serata da buttare. Lui? 80% cliché auto-riferito, 20% terrore. Terrore puro. Di non colpire, di non sfornare salaci commenti, di non intrigare. Quel filo di magia dell'incontro casuale svanito nella prefigurazione e nell'evidente preparativo all'epilogo.
Ma quale epilogo? Al primo approccio fuori-tempo dentro la macchina ancora parcheggiata, al primo frettoloso, dovuto accenno a “qualcosa di erotico” che presupponeva la modalità “lo so che alla fine ti piace un po' prepotente” totalmente avulso dal contesto non restava che ritrarsi da quell'erezione incerta esibita a sproposito, salutare, lamentare un'indisposizione, “ho bisogno di fare 4 passi a piedi, dico davvero, no problems” e “magari ci risentiamo” e ringrazia il tuo Dio che ho risparmiato alla tua protesi fallica a 4 ruote l'onta della sportellata, coglione.
Domani avrebbe chiamato Giò, avrebbe steso il rapporto generale (per i dettagli c'era tempo) e le avrebbe chiesto di accompagnarla al centro commerciale che faceva le offerte dei Toy-droid di ultima generazione.
Domani, però.
Ora l'imperativo era: dormire.
E in un batter d'occhio Lou è già sotto le coperte.
Non sente Alex entrare in camera, non lo vede alzare la coperta, né cercare qualcosa all'altezza della sua milza; non si accorge dello sportellino inatteso che si apre sul suo fianco, né del connettore che l'uomo inserisce nella presa per la carica delle batterie. Non ha alcuna cognizione del mini-disco che lui estrae da un chissà dove del suo corpo perfettamente identico a quello di una donna vera, né dell'area assorta con la quale si mette a visionare i diversi punti di vista immortalati dalle sue camere di sistema, opportunamente personalizzate. Non lo vede iniziare a masturbarsi, né intuisce, e come potrebbe, del resto, i suoi pensieri, che, se avesse il potere di intuire, suonerebbero più o meno così: “Ho fatto bene a settarla in modalità “rifiuto ai preliminari”, tanto lo sapevo che quel cazzo moscio di Adam non mi avrebbe fatto vedere granché. La prossima volta, però, la setto in modalità “porca” e gliene faccio prendere due o tre insieme. You Porn sarà roba da educande, in confronto. 100% reality, poi”. E continuò a masturbarsi, più pregustando la prossima clip da realizzare che per ciò che distrattamente sbirciava sul monitor. Fino all'epilogo, che precedette di pochi minuti la sua resa fra le braccia di Morfeo.

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venerdì 1 marzo 2019

Caccia al libro cult

È vero che si leggono e si comprano meno libri, ma l'amore per la carta stampata esiste ancora e sono tante le persone che sanno apprezzare un prodotto editoriale particolare come il libro fotografico.
Tempo fa ho voluto vedere se sarei riuscito a incontrare nuovamente David LaChapelle, ma la folla fuori dalla libreria dove venivano presentati i suoi nuovi "cataloghi" mi ha preso totalmente alla sprovvista dissuadendomi dall'impresa; ho così dirottato il mio interesse su una coppia di compratori per farmi spiegare da loro il motivo del successo di queste pubblicazioni.


 Angela Coviello e Davide D'Ambrosio appena usciti dalla libreria estraggono i loro libri cult dalla busta di carta per assaporarne il contatto fisico e dare una prima occhiata alle fotografie di David Lachapelle. Tony Graffio ha importunato i due collezionisti proprio in questo momento intimo.

Sabato 25 novembre 2017, Angela Coviello e Davide D'Ambrosio, due appassionati di fotografia, cinema e arte, hanno acquistato il libro doppio di David LaChapelle, un catalogo delle sue fotografie pubblicate negli ultimi anni. 
I due amici sono rimasti diligentemente in coda fuori dal negozio della casa editrice tedesca Taschen fin dalle ore 16,30 circa per poter entrare verso le 18,40 circa. Io li ho incontrati all'uscita, dopo che hanno effettuato i loro acquisti, ed ho potuto constatare quanto fossero soddisfatti e contenti per essere riusciti a parlare con l'artista americano e aver scattato un paio di fotografie ricordo insieme a lui.
Ho deciso di raccontare di questo evento a distanza di tempo per non dar troppa risonanza alla cosa, ma in effetti non capita spesso di vedere ammassarsi persone che desiderano fare acquisti di libri di fotografia o libri d'arte, pertanto la situazione mi ha incuriosito ed ho cercato di capire cosa possa aver smosso queste persone.
Anche in altre occasioni, a Milano, era accorsa una gran folla per poter vedere e parlare con fotografi molto noti. 
Era il 20 ottobre 2017 quando veniva presentata la mostra: "Un deserto in fiamme" ed è stato possibile ascoltare la conferenza di Sebastião Salgado nella galleria di via Meravigli, dove si affaccia la Fondazione Forma Meravigli. Anche in quel caso Angela e Davide erano interessati ad incontrare il fotografo brasiliano, ma quel giorno sono stati meno fortunati, non hanno parlato con Salgado, hanno però visto la mostra. 
I nostri amici sono invece riusciti a incontrare Nan Goldin alla Triennale in occasione della sua mostra/proiezione di 45 minuti: "Ballad of sexual dependency", sempre nell'autunno del 2017.
La fotografia affascina i milanesi e non solo loro; forse quello che spinge il pubblico ad incontrare gli artisti preferiti è l'emozione di trovarsi faccia a faccia con qualcuno che sia universalmente riconosciuto come un maestro della fotografia e che possibilmente sia anche un personaggio di fama internazionale.
Dal mio dialogo con gli appassionati è emerso che LaChapelle ha un po' il fascino di Andy Warhol perché è eccentrico, ha un suo stile particolare ed è sempre a stretto contatto con i divi Hollywoodiani.
Fa un po' specie parlare di divi in un'epoca in cui il pubblico ha avuto tutto il tempo per potersi abituare ai media di massa, come il cinema, la televisione e la carta stampata, ma evidentemente permane il bisogno ancestrale di voler mitizzare qualcuno, forse per poter constatare che c'è chi conduce una vita mondana agiata, interessante che lo colloca al centro dell'attenzione dello star system dell'arte e ce l'ha fatta a distinguersi dagli altri per diventare un'icona della cultura Pop, se non addirittura di un coloratissimo e sgargiante Hyper-Pop, come afferma a ragion veduta Davide D'Ambrosio.


 Casualmente, cercando di fotografare col telefonino David LaChapelle, ho ripreso Angela Coviello sorridente accanto all'artista americano.
 Casualmente, cercando di fotografare col telefonino David LaChapelle, ho ripreso Angela Coviello sorridente accanto all'artista americano.

Gli artisti americani riescono a proporci una dimensione coinvolgente, trascinante e felice di un mondo in cui nessuno vuole invecchiare per restare un eterno consumatore di beni d'ogni tipo.
Milano riesce a offrire una buona varietà di mostre di autori molto conosciuti ed esaudisce il desiderio del pubblico di avere un contatto diretto con i propri idoli. Davide mi dice che alcuni anni fa alla galleria Giò Marconi è riuscito a conoscere anche Helmut Newton ed è molto orgoglioso di questo suo incontro. Frequenta anche la galleria Sozzani dove ha visto altri personaggi del suo immaginario culturale e mi conferma che la nostra città è una piazza interessante per fare incontri, seguire gli eventi del momento e sognare di poter far parte della società che conta.
Angela e Davide sono veri appassionati di fotografia e mi confidano che anche se non avessero avuto modo d'incontrare LaChapelle avrebbero ugualmente acquistato il doppio catalogo: Lost + Foud  (prima parte) e Good News (seconda parte), perché da tempo collezionano libri di Mapplethorpe, Richard Avedon, Edward Weston e tanti altri fotografi.
Angela la pensa come Davide, ma poi Davide si lascia andare e mi confessa che per lui il libro fotografico di culto è anche un oggetto da ostentare e che arreda la casa. 
Qui, a mio avviso, ricadiamo in quella forma di feticismo che era riuscita a creare il Calendario Pirelli, per chi vuole sentirsi un Vip, anche se adesso i libri bisogna pagarli; difficilmente si riesce ad averli in omaggio dall'autore o dal'editore...
Un libro d'arte si declina in innumerevoli sfumature, non è solo un'icona da sfogliare, leggere e contemplare con gli occhi e con la mente.
Angela è d'accordo con Davide, anche lei apprezza la stampa di qualità e di dimensioni generose che si propone con un giusto equilibrio tra prezzo-immagini e qualità.
Sollecitati da me a citare qualche fotografo italiano, mi indicano tra i loro preferiti Scianna, Mimmo Pintacuda, Ghirri e Giacomelli: a questo punto posso tornare a casa soddisfatto anch'io, dopo aver costatato che la fotografia sta davvero diventando una forma d'espressione importante e popolare dell'arte contemporanea. TG


La coda di appassionati di fotografia per entrare a comprare il libro di David LaChapelle alla libreria Taschen di via Meravigli17 gira anche dietro l'angolo di via Santa Maria alla Porta.
La lunga coda degli appassionati di fotografia fuori dal negozio di vi Meravigli, 17. Per entrare a comprare il libro di David LaChapelle c'era chi aspettava da dietro l'angolo di via Santa Maria alla Porta, a Milano. 


lunedì 25 febbraio 2019

Giorgio Jano, fotografo e costruttore di fotocamere speciali per riprese panoramiche e zenitali

Giorgio Jano nasce a Torino il 1° agosto del 1948, dopo aver studiato al Liceo Scientifico si iscrive alla Facoltà di Matematica negli anni '70 dove supera un po' di esami. Poi, per 5 anni insegna matematica presso un istituto d'arte, ma ad un certo punto decide di abbandonare gli studi per dedicarsi totalmente alla fotografia professionale. Nel 1983, vince un concorso al Dipartimento di Archeologia dell'Università di Torino e diventa così un tecnico del laboratorio di fotografia e fotogrammetria che aveva istituito Giorgio Gullini, un famoso archeologo italiano. In quell'ambiente viene a contatto con le problematiche della ripresa archeologica e così decide di sviluppare autonomamente una serie di attrezzature di vario tipo, come quelle che gli hanno permesso di effettuare le riprese fotografiche zenitali degli scavi archeologici da un pallone aerostatico ad elio. Assembla fotocamere controllate a distanza con i radiocomandi da modellismo. In quegli anni, insieme a Domenico Prola, uno studioso del Barocco Piemontese, documenta 120 chiese della suo territorio auto-costruendo fotocamere che gli permettono di avere vedute zenitali, non solo delle cupole, ma anche delle planimetrie complete delle chiese. Per effettuare queste riprese utilizza obiettivi ultra-grandangolari speciali, sia moderni che antichi (utilizza anche l'Hypergon, un obiettivo dell'inizio del 1901 che copre un angolo di campo di 135° e richiede pellicole piane di grande formato di 11'X14' equivalenti a cm 27X35. Formato non importato in Italia che Jano si faceva inviare da un amico americano; anche per questo, Giorgio è stato l'unico ad adottare questa soluzione in interni ndTG). Da questo lavoro autofinanziato viene pubblicato un libro fotografico dalle edizioni Alinari, nel 1988. Viene anche organizzata una mostra al Palazzo Reale di Torino finanziata dalla Regione Piemonte.
Jano abbandona il lavoro presso il Dipartimento Archeologico dell'Università di Torino, prende in affitto uno studio dalle parti di Porta Susa e si dedica a vari progetti fotografici che prevedono anche la costruzione di fotocamere speciali destinate a risolvere i problemi specifici delle riprese archeologiche, architettoniche e panoramiche.
Verso la fine degli anni '80 documenta i siti archeologici delle province di Sassari e Nuoro effettuando riprese dall'elicottero. Per quell'occasione, così come per i suoi progetti editoriali, molto ricercati dai collezionisti anche ai nostri giorni, ha progettato e costruito fotocamere molto più comode di quelle normalmente in commercio. 
Ha un senso innato per l'inquadratura, al punto che posiziona le sue fotocamere senza utilizzare mirini o visori esterni che permettano di vedere con precisione il campo inquadrato (anche per le riprese aeree); lui afferma che con le ottiche ultra-grandangolari comporre l'immagine non è un problema, ma noi sappiamo benissimo che questa operazione non è assolutamente facile in nessun caso. TG


Progetto abortito di fotocamera panoramica con Hasselblad Super Wide - Progettista e costruttore Giorgio Jano
Progetto abortito di fotocamera panoramica con Hasselblad Super Wide - Progettista e costruttore Giorgio Jano

Tony Graffio intervista Giorgio Jano

TG: Giorgio, cosa dice la Legge di Lambert?

Giorgio Jano: La Legge di Lambert è molto importante perché stabilisce la luminosità di un obiettivo in funzione dell'angolo di incidenza della luce ed è una funzione della quarta potenza del coseno del semi-angolo, ma forse sono un po' troppo tecnico...

TG: Nel nostro caso perché ci interessa?

Jano: Per spiegarti che l'Hypergon ha una caduta di luce notevolissima ai bordi. La sua luminosità al centro è molto maggiore rispetto alla luminosità ai bordi, allora i tedeschi concepirono una stella rotante, azionata pneumaticamente, in modo che prima fosse possibile fare la ripresa e l'esposizione per i bordi grazie all'aria emessa da una pompetta di gomma che faceva ruotare una stellina centrale che ruotando copriva temporaneamente il centro delle lenti e uniformava l'esposizione dell'immagine. Poi, con un sistema a molla, la stellina veniva tolta dalle lenti e si faceva l'esposizione per il centro dell'obiettivo che ovviamente doveva avere un tempo di esposizione minore perché al centro la luce entrava in modo più diretto. Ho tre di questi obiettivi e li ho usati parecchio.

TG: Complimenti, anche perché si tratta di un obiettivo raro.

Jano: Eh sì; i collezionisti lo ricercano. Tempo fa ne ho visto un esemplare pressoché perfetto in vendita per 3'500 dollari.

TG: Giorgio, mi spiegheresti cosa si intende esattamente per: "ripresa zenitale"?

Jano: La ripresa zenitale consiste nel mettere la macchina fotografica in bolla  per terra, al centro della chiesa, o con un tipo di supporto basso che consenta una messa in bolla precisa, puntando l'obiettivo verso l'alto, o meglio verso lo Zenit che è un punto immaginario della volta celeste che congiunge il piano terrestre dell'osservatore.

TG: E l'operazione inversa in fotografia aerea è sempre una ripresa zenitale?

Jano: Sì anche l'operazione opposta, ovvero la ripresa dall'alto, viene chiamata ripresa zenitale anche se c'è un po' di ambiguità. In realtà, la ripresa aerofotogrammetrica sarebbe una ripresa nadirale perché in quel caso si fotografa in direzione del Nadir. Però si tratta di sottigliezze linguistiche.

TG: Ho capito. Giorgio, ma tu hai fatto anche fotografia tradizionale? Magari ritratti o paesaggi?

Jano: Sì, negli anni '70 ho utilizzato anche delle fotocamere commerciali a questi scopi. Ho documentato gli oggetti che appartengono al Museo Etnografico di Aosta, ma la cosa è finita lì. Negli anni '80 ho capito che dovevo specializzarmi in un tipo di fotografia a cui si dedicavano in pochi.

TG: La tua è stata sia una passione che un'esigenza commerciale?

Jano: Sì. Avevo l'esigenza di trovare il mio mercato. La ripresa zenitale ultra-grandangolare ti permette di riprendere la planimetria della chiesa a livello delle cornici ed è in grado di dare molte più informazioni rispetto al rilievo grafico. Il rilievo grafico ti dà solo il profilo della cornice, mentre qui tu hai anche le informazioni sulle volte, sulle pareti laterali e sulla presenza di eventuali arredi.

TG: Eravate in pochi a dedicarvi alla fotografia zenitale?

Jano, Qualcuno c'è sempre stato, anche se bisogna dire che effettivamente ad occuparsi di fotografia zenitale ultra-grandangolare su grande formato non c'era nessuno.

TG: Cosa puoi dirmi del tuo libro: "Architetture del barocco in Piemonte"?

Jano: Il libro, per certi versi, era anche un po' noioso: a meno che tu non fossi uno specialista del Barocco.

TG: Però mi sembra che abbia venduto bene, anche all'estero, vero?

Jano: Sì, mi sono accorto che all'estero è finito in molte biblioteche tra le quali anche quelle di istituzioni molto importanti. Gli Alinari probabilmente avevano interesse a distribuirlo e così il libro è andato bene.

TG: In seguito, hai pensato e sviluppato altre fotocamere che hai costruito tu personalmente?

Jano: Certo, non mi fido degli artigianelli, ho provato un paio di volte a far costruire dei pezzi a tornitori e ad altri meccanici, ma mi hanno sbagliato il lavoro. Preferisco costruire tutto da me usando soluzioni tecniche semplificate. Le macchine in commercio sono concepite per risolvere i problemi tecnici ai fotografi poco esperti; invece le mie macchine, lo dico senza falsa modestia, sono difficili da usare per gli altri, ma non per me e riescono a risolvere problemi che per me sono importanti. Inoltre, funzionano.

TG: Che tipo di problemi avevi con le macchine commerciali?

Jano: Oltre alle vedute zenitali, mi sono trovato a dover pensare di fare riprese panoramiche verticali di 300°. Ho risolto il problema con una fotocamera da 5X10 pollici auto-costruita che mi permette di rappresentare lo spazio della chiesa con la prospettiva cilindrica, non è la prospettiva rinascimentale, ma riesce comunque a dare un'idea dello spazio che abbraccia. 
L'ultimo lavoro interessante che ho fatto, in collaborazione con un fotografo torinese, Pierpaolo Ottaviano, intorno al 2012, l'ho realizzato con una delle ultime macchine panoramiche che ho costruito e aveva lo scopo di fornire riprese a 360° dello spazio urbano. Io sono molto interessato allo spazio della città, non al paesaggio. Perché io sono interessato all'architettura e all'urbanistica. Così ho realizzato una fotocamera molto bella che utilizza pellicola da 70mm per fotografia aerea dell'Agfa. L'ho ordinata direttamente in Germania e mi sono accorto che questa pellicola va benissimo anche per la fotografia da terra; non ha particolari caratteristiche. Ne abbiamo tratto: "Torino Milano, cinquanta fotografie senza mirino", un libro stampato molto bene da Musumeci, un editore valdostano che ha appoggiato la nostra idea. È stata fatta una prevendita, ma qualcosa è anche arrivato in libreria; l'uscita è avvenuta prima del Natale di qualche anno fa e molte aziende torinesi, anche grazie ad Ottaviano che s'è dato molto da fare per contattarle, lo hanno offerto in dono ai loro migliori clienti. Come sai, i libri fotografici sono molto difficili da vendere.

TG: Molto bello, mi piace l'idea di accostare le fotografie fatte in due città così diverse. Volevo sapere se la fotografia panoramica si riesce a fare meglio con la pellicola? Oppure il tuo modo di operare dipende da una scelta nostalgica?

Jano: Vedo che col digitale oggi si fanno cose splendide, però mi accorgo che ci sono sempre problemi perché la fotografia panoramica digitale richiede di effettuare più scatti che poi vengono assemblati da un software che unisce e incolla l'immagine. In quel modo si perdono ore per la post-produzione.

TG: E poi è comunque un artefatto che non rispecchia la realtà...

Jano: Certo. Volendo poi se ne possono trarre stampe digitali, utilizzando la prospettiva cilindrica, per esempio, ma ho visto poco realizzato in questo modo. Chi utilizza il digitale è più contento di navigare all'interno dell'immagine sullo schermo del computer. Effettuare fotografie panoramiche non è mai semplice, intanto bisogna sempre utilizzare il cavalletto e fare attenzione a quello che ti accade intorno, anche soltanto per evitare che tram e automobili ti mettano sotto... Poi, ci sono altre serie di precauzioni da mettere in pratica, che comunque adottano anche gli altri fotografi, inclusi quelli che utilizzano il mezzo digitale. La mia fotocamera realizza immagini a 360°in circa un minuto, una volta che tutto è stato preparato con cura.

TG: Ha un obiettivo rotante che impressiona la pellicola?

Jano: Adesso ti faccio vedere. Sì, l'obiettivo è rotante e in più, allo stesso tempo una pellicola avanza all'interno della fotocamera. Il tutto è ben sincronizzato.

TG: Per intenderci, funziona sullo stile della Roundshot?

Jano: Esatto, però la mia fotocamera è più grandangolare, perché la Roundshot non potrebbe produrre immagini come quelle che appaiono nel libro che ti ho mostrato. Sulla base c'è una ruota dentata che gira...

TG: Hai costruito tu quei pezzi?

Jano: No, io compravo al Balon e in altri mercatini tutto quello che mi serviva per le parti meccaniche e le ruote dentate. I pezzi sono tutti diversi tra loro.

TG: E poi assembli? Quante fotocamere hai costruito?

Jano: Assemblo tutto io; ho fatto vari pre-progetti e molti tentativi non saprei dirti quante macchine ho costruito, credo una cinquantina... forse anche di più, ma molti progetti sono abortiti, non è facile riuscire a portare a termine un progetto che poi funzioni perfettamente. Si commettono degli errori tecnici, per esempio, l'asse di rotazione deve passare per il punto nodale posteriore dell'obiettivo, altrimenti avrai uno slittamento dell'immagine. Bisogna mettere a punto tutta una serie di cose che ti permettano di far funzionare l'intero sistema. La sincronizzazione della pellicola che si muove dentro la camera e il movimento dell'obiettivo devono essere in stretta relazione tra loro. Il rullo di trascinamento della pellicola deve avere un diametro in relazione alla lunghezza focale dell'obiettivo.

TG: Erano dati disponibili da qualche parte o hai dovuto ricavarli tu?

Jano: Li ho ricavati io con alcuni calcoletti... I costruttori di fotocamere panoramiche non danno mai informazioni su come funzionano le loro fotocamere. Ho provato a cercare qualche cosa su internet relativo alla Roundshot, ma non ho trovato niente.

TG: Hai smontato una Roundshot?

Jano: No, ho studiato le fotocamere antiche e forse da lì mi sono fatto qualche idea, ma ci sono arrivato da solo.

TG: Hai venduto qualcuna delle tue fotocamere?

Jano: No, ma collaboravo con un antiquario di Milano: Raimondo Garau, ha il negozio dalle parti di Porta Volta, ritirava lui delle mie stampe fotografiche del Barocco ed è riuscito a vendere qualcosa. Quando ero a Torino, mi ero costruito con una vecchia camera da studio che copriva il formato 30X40 cm un ingranditore orizzontale a parete che mi permetteva di stampare ingrandimenti notevoli, anche di un metro per un metro e venti centimetri. Ho anche costruito una cappa illuminante con luci al neon proprio per poter stampare il formato di 11X14 pollici o l'8X10 che è un formato un po' più piccolo.

TG: Le tue macchine hanno hanno anche l'ottica decentrabile?

Jano: Certamente, per fare architettura poter decentrare l'ottica è una necessità. Per le riprese d'interne si può anche non decentrare; può capitare, anche se a me non è capitato molto spesso.

TG: Per stampare i tuoi libri hai poi scansionato i negativi o le stampe positive di grandi dimensioni?

Jano: Le stampe ai sali d'argento di grandi dimensioni le abbiamo vendute a privati che se le sono appese in casa.

TG: E le stampe che hai esposto in mostra?

Jano: No, quelle non erano stampe all'argento, sarebbe stato un lavoro massacrante per me. La mostra organizzata a Torino, alla Cavallerizza Reale, risale al 2007. Le scansioni sono state fatte dalle stampe argentiche a contatto. Poi, uno stampatore digitale ha stampato le immagini su materiale plastico molto resistente.

TG: Possiamo dire che senza i tuoi studi matematici sarebbe stato difficile fare in fotografia quello che hai fatto tu?

Jano: All'età di 8 anni andavo alle elementari in via Rosini, a Torino e la farmacia di mio padre era in via Po; c'erano  100 metri di distanza. Al pomeriggio, io mi ficcavo nel retro del negozio e ricordo che lì c'era il dizionario tecnico della Utet, un bel volumone che io leggevo, magari senza capire tutto. E poi c'era anche un'enciclopedia della chimica; anche la chimica è una mia grande passione. Mi preparavo gli sviluppi, i fissaggi fotografici  e i viraggi da solo. Ho sperimentato anche le antiche tecniche come il daguerrotipo, la carta salata, la carta al ferricianuro...

TG: Cosa ricerchi esattamente attraverso i tuoi lavori?

Jano: Io ultimamente sono appagato perché le mie macchine funzionano bene, l'ultima l'ho data in prestito a Piero Ottaviano che sta continuando ad usarla. 

TG: Quali sono gli obiettivi che ti piacciono di più?

Jano: Ho utilizzato l'Apo-Grandagon 35mm decentrabile che secondo me, per la veduta urbana è l'ideale. Copre il formato 6X22 cm su pellicola da 70mm.

TG: Le pellicole di formati particolari si trovano ancora?

Jano: Sì, anzi, più di prima. Devi fare l'ordine,devi aspettare, ma mi sono accorto che ci sono sempre più appassionati del grande formato. Molti fotografi si dedicano al collodio, però grazie alla facilità di comunicazione con l'America e con tutto il mondo, non è difficile procurarsi il materiale.

TG: A caro prezzo, però.

Jano: Vero, ma molte persone sono disponibili a pagare, pur di avere i materiali che desiderano. Ad ogni modo, io sono un patito degli obiettivi grandangolari. Gli obiettivi normali non  mi servono.

TG: Hai mai adoperato un teleobiettivo?

Jano: avevo un 250mm per l'Hasselbad che poi ho venduto. Non ho mai fatto reportage, né street photography, forse qualcosa da piccolo, ma non è la mia storia.

TG: Che idea ti sei fatto della fotografia digitale?

Jano: Non sono così contrario alla fotografia digitale. Non mi sono fatto nessuna idea perché come dinosauro analogico penso che non ci avrò mai niente a che fare. Vedo delle cose molto belle fatte con la tecnica digitale, riprese meravigliose dell'intera sfera visiva. Ormai il concetto di qualità non lo dobbiamo più valutare sulla base dell'analogico. Nitidezza, contrasto e cose del genere non sono più un problema. Un telefonino riesce ad ottenere una definizione e dei colori che ormai la pellicola a colori si sogna. Dobbiamo spostare il concetto di bellezza per cui non sono così contrario alle nuove tecnologie.

TG: Ma non ti sembra che questo modo di far arrivare la luce su un sensore elettronico che poi viene trasformata in segnali elettrici che passano attraverso una CPU e poi vengono ricostruiti e interpretati significhi realizzare un'immagine che non ha nulla a che vedere con la realtà?

Jano: Ma neanche la fotografia analogica ti dà la realtà.

TG: Certo, è sempre una rappresentazione miniaturizzata, ma la visione analogica è più vicina a quello che vediamo e conosciamo attraverso i nostri sensi, o no? L'interpretazione finale la fa il nostro cervello, non un microprocessore... Questo per te può essere un problema o è un fatto trascurabile?

Jano: Secondo me è trascurabile. So di stampatori analogici, a Milano c'era Beniamino Terraneo, che devono mascherare, dare il contrasto giusto, spuntinare e via dicendo. C'è tanto lavoro da fare anche con l'analogico. La realtà è un concetto un po' elusivo.

TG: Il mondo in cui viviamo è reale o immaginario?

Jano: C'è una buona componente d'immaginazione. Per fare un paragone con la matematica direi che è un po' come con i numeri complessi. I numeri complessi hanno una componente reale e una immaginaria. Ci sono fotografi che cercano di sviluppare la componente reale, mentre altri si spingono più verso un mondo immaginario elaborando troppo l'immagine. C'è chi mette nella fotografia molto di se stesso, dei propri sentimenti e del proprio momento d'essere.

TG: Che cos'è la fotografia per te: rappresentazione, arte, scienza o qualcos'altro?

Jano: La fotografia è sullo spartiacque tra arte, artigianato, scienza e tecnica. D'altra parte anche con il digitale bisogna essere degli scienziati. Le fotocamere nuove hanno una quantità enorme di pulsanti e non è facile riuscire ad usarle bene.

TG Ci sono programmi molto complicati e menu molto completi, forse offrono anche troppe possibilità d'intervento al fotografo.

Jano: Io non saprei nemmeno da dove iniziare a metterci le mani.

TG: Col colore che rapporto hai?

Jano: Ho avuto un rapporto marginale; un po' perché ho una discromatopsia, all'esame della patente quando mi hanno fatto leggere i numeri in quei cerchietti colorati non ho visto nessun numero.

TG: Non è una cosa così irrilevante per un matematico non distinguere i numeri....

Jano: Confondo l'arancione con il rosso; così ho avuto pochi rapporti col colore. In più le pellicole di grande formato a colori, se esistono, sono molto costose e poi il formato 11X14 pollici non c'era. Il colore penso che sia un po' disturbante. Per le fotografie di Torino e Milano abbiamo scelto di usare ancora una volta il bianco e nero. È stata una scelta classica che ricalca le scelte dei grandi fotografi del passato.

TG: Come mai hai scelto di documentare Milano e Torino?

Jano: Sono due città vicine e da dove mi trovo era abbastanza comodo andarci per lavorare.

TG: Volevi comparare degli aspetti urbanistici? Delle architetture? Oppure ti piace fare delle considerazioni sulle città post-industriali?

Jano: No, non era quella la mia intenzione, anche se certamente alcuni confronti si possono fare: Milano è assolutamente diversa urbanisticamente da Torino. Queste città rappresentano due casi effettivamente agli antipodi. Forse ho avuto questo tipo di curiosità.

TG: Perché proprio due città nello stesso libro?

Jano: Avrei potuto scegliere di mostrare solo una città nel libro? È questo che intendi?

TG: Sì, avresti potuto fare due libri, uno su Milano e un altro su Torino...

Jano: Non lo so. Io ero curioso di fotografare Milano; Torino l'ha fotografata Ottaviano e abbiamo unito il nostro lavoro. Avrei voluto fotografare anche Roma e altre città italiane per vedere le diverse architetture e l'urbanistica.

TG: Ti definiresti un fotografo istintivo o razionale?

Jano: Sono un razionale. Ho scelto i soggetti da fotografare in modo accurato. Ovviamente, ho scelto le piazze principali e i larghi perché la fotografia panoramica non ha senso in un vicolo stretto. Una città medievale come Firenze non sarebbe indicata per questo tipo di riprese; Roma invece sarebbe l'ideale. Per Milano, mi sembra che abbiamo scelto i punti più adatti su una cartina della città e forse ho anche studiato un po' il lavoro fatto da Gabriele Basilico, in modo da integrare quello che io sapevo già per esperienza personale. In alcuni casi ci siamo messi con il cavalletto in mezzo ai binari del tram, facendo attenzione al traffico.

TG: Bisogna dire che le tue pubblicazioni sono diventate in qualche modo due libri cult della cultura fotografica degli ultimi decenni, ma tu ritieni di essere davvero stato capito nelle tue intenzioni e nella tua ricerca matematica verso un'architettura ed un ordine degli spazi abitativi e dei luoghi di culto? È la matematica che lega la fotografia all'architettura?

Jano: Beh, certo lo spazio architettonico è un'incarnazione dello spazio astratto; è una delle forme di rappresentazione dello spazio in cui tutti viviamo. Non so se sono stato capito, non so che fine abbiano fatto i libri, ma un certo successo lo hanno avuto e sono tutt'ora ricercati dagli studiosi di architettura e fotografia. Una certa influenza l'hanno avuta. Negli anni '90, ho conosciuto Franco Zampetti; non so se lui abbia visto il mio libro sul Barocco negli anni '80, lui dice di no, ma sicuramente a Firenze dagli Alinari quel volumone era esposto in vetrina. Zampetti ha costruito una bella fotocamera per il formato 6X6 per effettuare riprese di fotografia zenitale.

TG: I tuoi negativi di grande formato sono difficili da stampare?

Jano: No. I negativi, se sono sviluppati bene, sono molto omogenei e ben equilibrati nei chiari e negli scuri, perché ovviamente si espone per le ombre e si sviluppa per le luci. Quando c'è molto sole la macchia solare diventa molto evidente, però il forte contrasto non è un problema. Sono state fatte le scansioni dei negativi a Torino, da Manfrino che ha un laboratorio apposta per questo scopo.

TG: Torino, mercati generali, questa fotografia è meravigliosa. Tu ricercavi condizioni atmosferiche particolari?

Jano: No. Ho utilizzato il filtro rosso per aumentare un po' il contrasto del cielo. Queste fotografie stampate grandi rendono molto bene.

TG: Anche Zampetti è riuscito ad ottenere buoni risultati dal 6X6?

Jano: Zampetti utilizza un obiettivo molto grandangolare da 12mm di lunghezza focale e ottiene delle belle vedute circolari a colori che trovo molto interessanti.

TG: Bella anche questa fotografia di piazza Cordusio a Milano, mi piace questo intreccio di cavi.

Jano: Lì eravamo in mezzo ad una grande confusione. Zampetti mi piace; è venuto qui a trovarmi con un fascio di stampe. Mi ha contattato grazie a internet; è stato mio ospite con la moglie e io l'ho accompagnato a fare delle vedute zenitali in alcune chiese, qui in Piemonte, come il Santuario di Vicoforte che io avevo fotografato in bianco e nero. Allora ero ancora robusto e sono riuscito ad aiutarlo perché nella fotografia zenitale devi stenderti sul pavimento e sistemare la macchinetta per bene.

TG: Tempo fa, in un mercatino, io ho trovato un collezionista sconosciuto che raccoglie di tutto, dalle stampe del '500-'600, agli oggetti di design, ai libri rari, alle fotocamere da guerra che venivano installate nelle fusoliere dei cacciabombardieri americani e via di seguito. Non credo che scriverò di lui per non creargli problemi. Vuole evitare qualsiasi tipo di pubblicità ed io rispetto questa sua richiesta; si tratta di una persona straordinaria molto sensibile che si è aperto a me in fiducia portandomi nei suoi magazzini segreti perché ha capito che anch'io ho un profondo amore per tutto quello che è arte, cultura e testimonianza del nostro passato. Tra i vari telescopi, vasi cinesi, ingranditori solari, smalti per porcellana e tutto il resto, quello che mi ha colpito è stata una fotocamera per riprese aeree, una Fairchild Aircraft K17C corredata di un'ottica da 10 pollici che scattava quando le bombe esplodevano a terra. Ha compratio questa fotocamera speciale negli anni '50 a Livorno dove c'era un grande magazzino di materiale americano della Seconda guerra Mondiale; era praticamente una città nella città. Mi hanno detto che c'erano altri due magazzini come questo dove venivano radunati questi materiali bellici, uno era vicino a Napoli e un altro in Veneto. Anche Gianni Limonta aveva una Faichild come quella, ma in perfette condizioni, secondo te dovrei comprarla? La cosa straordinaria è che questo signore di una certa età che vuole restare anonimo ha anche le fotografie del bombardamento del suo paese, scattate con quella stessa macchina fotografica. Purtroppo, prima o poi bisogna staccarsi dalle cose ed affidarle a chi potrà garantire di conservarle a memoria del nostro passato a chi ne comprende il valore storico e culturale, più che commerciale.

Jano: Certo. Tu cosa vuoi fare? Comprargli le fotografie?

TG: Mi piacerebbe riuscire ad acquisire la fotocamera e le fotografie perché mi interesso di fotografia, ma non so se questa persona riuscirà a separarsi di queste cose che tra l'altro non sono conservate in modo ottimale, ma sistemate un po' alla rinfusa in magazzini senza riscaldamento dove c'è un po' di tutto. Tu conosci quel tipo di fotocamere? Ti è mai venuto in mente di costruire qualcosa di quel genere?

Jano: Sì, la Fairchild è una macchina piuttosto grossa che utilizzava le pellicole piane di cm 24X24 per fotogrammetria. L'ho usata quella pellicola.

TG: Erano pellicole su rullo?

Jano: Eh certo, su rullo perché mentre sei sull'aeroplano non puoi mica cambiare le lastre. (risata) Conosco le macchine per aerofotogrammetria; ne ho avuta una sotto mano, ma era una Bausch & Lomb.

TG: Poteva essere utilizzata a mano?

Jano: In genere, anche quella veniva collocata in un apposito sportello.

TG: Giorgio, complimenti, sei proprio un profondo conoscitore di fotocamere speciali. Sono molto contento d'essere venuto qui in pellegrinaggio da te e spero di ritornare a trovarti presto, anche perché non abbiamo avuto modo di affrontare il discorso delle ballerine che hai fotografato in movimento con la macchina fotografica panoramica per strip photography.

Jano: Bene, ci rivedremo allora, torna quando vuoi. Ti posso anticipare che quella fotocamera è stata appositamente modificata in modo che si muova soltanto la pellicola al suo interno davanti ad una sottile fessura che rimane fissa. Quella macchina fotografa il movimento degli oggetti o delle persone che le passano davanti. In quel caso la ballerina era seduta sul divano e si muoveva quando le chiedevo di farlo. I suoi movimenti erano molto aggraziati.


Ballerina, 1999 - Fotografia di Giorgio Jano
Ballerina, 1999 - Fotografia di Giorgio Jano

Asti, Chiesa di Santa Caterina, fotocamera autocostruita di 8x10 + Super Angulon 90 mm, 1984 - Fotografia di Giorgio Jano
Asti, Chiesa di Santa Caterina, fotocamera autocostruita di 8x10 + Super Angulon 90 mm, 1984 - Fotografia di Giorgio Jano

Chiesa di Arborio - Fotografia di Giorgio Jano
 Chiesa di Arborio - Fotografia di Giorgio Jano

Borgo d'Ale, Vercelli - Fotografia di Giorgio Jano
 Borgo d'Ale, Vercelli - Fotografia di Giorgio Jano

 Borgo d'Ale, Vercelli - Fotografia di Giorgio Jano


Cappella della Sindone, Torino. Fotocamera 4X5 autocostruita con fish-eye Zodiak 30mm - Fotografia di Giorgio Jano
 Cappella della Sindone, Torino. Fotocamera 4X5 autocostruita con fish-eye Zodiak 30mm - Fotografia di Giorgio Jano

Cumiana - Fotografia di Giorgio Jano
 Cumiana - Fotografia di Giorgio Jano

Una veduta Ovale (non ellittica) del Santuario di Vicoforte (CN), 1984 - Fotografia di Giorgio Jano
Una veduta Ovale (non ellittica) del Santuario di Vicoforte (CN), 1984 - Fotografia di Giorgio Jano

 Diapositiva a colori presa sopra ad Aosta in una giornata di vento sul finire degli anni '90 - Fotografia di Giorgio Jano
 Diapositiva a colori presa sopra ad Aosta in una giornata senza vento degli inizi degli anni '90 - Fotografia di Giorgio Jano

 Foglizzo - Fotografia di Giorgio Jano
 Foglizzo - Fotografia di Giorgio Jano

Foglizzo, Parrocchiale, negativo Vericolor III 8x10 con Hypergon 75 mm - Fotografia di Giorgio Jano
 Foglizzo, Parrocchiale, negativo Kodak Vericolor III 8x10 con Hypergon 75 mm - Fotografia di Giorgio Jano

Foresto - Fotografia di Giorgio Jano
 Foresto - Fotografia di Giorgio Jano

Forte controluce nella Cappella della Sacra Sindone, primi anni '90 - Fotografia di Giorgio Jano
 Forte controluce nella Cappella della Sacra Sindone, primi anni '90 - Fotografia di Giorgio Jano

Una rarissima immagine a colori della chiesa di Riva di Chieri realizzata con l'Hypergon 75 mm su film negativo Kodak Vericolor III 8x10 pollici, verso la fine degli anni 80 - Fotografia di Giorgio Jano
Una rarissima immagine a colori della chiesa di Riva di Chieri realizzata con l'Hypergon 75 mm su film negativo Kodak Vericolor III 8x10 pollici, verso la fine degli anni 80 - Fotografia di Giorgio Jano

Foto con camera autocostruita 13x18 da pallone frenato a elio, anni '80 - Fotografia di Giorgio Jano
 Foto con camera autocostruita 13x18 da pallone frenato a elio, anni '80 - Fotografia di Giorgio Jano

Frascati, veduta 8x10 da pallone frenato del giardino di Villa Mondragone, primi anni 90 - Fotografia di Giorgio Jano
 Frascati, veduta 8x10 da pallone frenato del giardino di Villa Mondragone, primi anni 90 - Fotografia di Giorgio Jano

Una veduta nadirale da pallone a elio a bassa quota dello scavo archeologico del Foro Romano ad Aosta, 1988 - Fotografia di Giorgio Jano
Una veduta nadirale da pallone a elio a bassa quota dello scavo archeologico del Foro Romano ad Aosta, 1988 - Fotografia di Giorgio Jano

 Giorgio Jano con un pallone a elio
 Giorgio Jano con un pallone a elio

 Panoramica di prova a Torino - Fotografia di Giorgio Jano

Una veduta a 360° di una rock band - Fotografia di Giorgio Jano
 Una veduta a 360° di una rock band anni '90 - Fotografia di Giorgio Jano

Torino, via Palazzo di Città - Fotografia di Giorgio Jano
Torino, via Palazzo di Città - Fotografia di Giorgio Jano

Torino, corso Farini, circa 1990, camera 6X14 e film IR BN 70 mm - Fotografia di Giorgio Jano
Torino, corso Farini, circa 1990, camera 6X14 e film IR BN 70 mm - Fotografia di Giorgio Jano


Milano, piazzale Cordusio, questa è una delle fotografie a 360° inserite nel volume di Piero Ottaviano e Giorgio Jano: "Torino Milano, 50 fotografie senza mirino". Se ne parla durante l'intervista pubblicata da Tony Graffio su: "Frammenti di Cultura"

Milano, il Castello Sforzesco - Fotografia di Giorgio Jano
Milano, il Castello Sforzesco - Fotografia di Giorgio Jano

Parigi, Palazzo dell'Eliseo - Fotografia di Giorgio Jano
Parigi, Palazzo dell'Eliseo - Fotografia di Giorgio Jano

Genova, circa 1994 - Fotografia di Giorgio Jano
Genova, circa 1994 - Fotografia di Giorgio Jano

Genova, circa 1994 - Fotografia di Giorgio Jano
Genova, circa 1994 - Fotografia di Giorgio Jano


Fotocamera panoramica motorizzata per pellicole 120/220, 1995 circa - Giorgio Jano

Fotocamera auto-costruita da Giorgio Jano
Fotocamera auto-costruita da Giorgio Jano

Janus fotocamera panoramica per pellicola 70mm autocostruita da Giorgio Jano
Janus fotocamera panoramica per pellicola 70mm autocostruita da Giorgio Jano

Hypergon 120mm 1901
Hypergon 120mm 1901


Fotocamera Jano
 Fotocamera Jano

Fotocamera Jano
Fotocamera Jano


La fotocamera supergrandangolare a 360° che utilizza pellicola in rullo da 70mm ha realizzato le fotografie del libro: "Torino Milano 50 scatti senzza mirino". Progetto e costruzione: Giorgio Jano
La fotocamera supergrandangolare a 360° che utilizza pellicola in rullo da 70mm ha realizzato le fotografie del libro: "Torino Milano 50 scatti senzza mirino". Progetto e costruzione: Giorgio Jano

Fotomorfosi del Barocco di Giorgio Jano 1983-2006
Fotomorfosi del Barocco di Giorgio Jano 1983-2006

Architetture Barocche in Piemonte di Giorgio Jano e Domenico Prola
Architetture Barocche in Piemonte di Giorgio Jano e Domenico Prola


Torino Milano, cinquanta fotografie senza mirino, libro fotografico di Piero Ottaviano e Giorgio Jano, editore Musumeci
Torino Milano, cinquanta fotografie senza mirino, libro fotografico di Piero Ottaviano e Giorgio Jano, editore Musumeci

Giorgio Jano
Giorgio Jano, fotografia supergrandangolare e costruzioni fotografiche sperimentali

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