venerdì 14 dicembre 2018

Aldo Marci ritrattista: sulla strada con il collodio umido per vedere le vite degli altri con occhi diversi

"Non bisognerebbe mai giudicare un fotografo dal tipo di pellicola che usa, ma solo da come la usa." Ernst Haas

Aldo Marci e la sua camera oscura portatile per sviluppare il collodio umido
Aldo Marci agli Alterbej sabato 8 dicembre 2018

Avevo incontrato Aldo Marci lo scorso anno, sempre agli AlterBej, ma ho deciso di fotografarlo e intervistarlo solo settimana scorsa. Sono emerse molte cose interessanti, oltre la sua sfrenata passione per una ricerca dell'immagine che lo spinge ad affrontare mille difficoltà e condizioni di lavoro pressoché inaccettabili, per un uomo del XXI secolo. TG

Tony Graffio: Ciao Aldo, che cosa stai facendo?

Aldo Marci: Faccio fotografie al collodio, sono un artista di strada che normalmente svolge la sua attività sempre all'aperto.

TG: Cosa stavi controllando fino a 10 secondi fa su questa ambrotipo?

AM: Ho finito di lavare le lastre e stavo per procedere con l'asciugatura, ma prima devo sistemare il disastro causato da due giorni di lavoro in queste condizioni, all'aperto. Dopo che avrò asciugato le lastre, dovrò verniciarle. Quella è la parte finale della lavorazione.

TG: Mi sembra che hai parecchia attrezzatura qua con te sul Cavalcavia Bussa.

AM: Ho la mia camera oscura portatile, la mia fotocamera e il minimo di acqua e chimici che mi servono per 4 giorni di lavoro.

TG: Hai già fatto qualche posa?

AM: Sì in questi giorni ho esposto e sviluppato delle lastre; quelle di oggi le ho qui con me, le altre le tengo sempre a casa perché portarle avanti e indietro può essere un problema.

TG: C'è il rischio che si rompano le lastre di vetro degli ambrotipi?

AM: Sì. Ieri ha anche piovuto.

TG: Sì, è vero, ha piovuto un pochino. Hai avuto problemi?

AM: La pioggia ha bagnato un po' della mia roba. Adesso asciugo le lastre che ho lavato. Di giorno, sono molto impegnato con gli scatti.

TG: Lo so, infatti sono passato adesso che è già buio.

AM: Di giorno, preparo le lastre e scatto fino che posso e cerco d'avere il tempo per farne sempre di più. Poi, le tengo bagnate per finirle più tardi. Non c'è altro modo di fare questo lavoro.

TG: Le tieni a bagno individualmente nelle bacinelle?

AM: Sì. Le altre le lascio fuori ad asciugare.

TG: Non c'è bisogno di un lavaggio in acqua corrente?

AM: Sì, ho le taniche qua dietro e cambio l'acqua ogni 10 minuti. Lavo le lastre per due ore in questo modo. Anche di più... non è il massimo. Tecnicamente, andrebbero lavate almeno per 30 minuti in acqua corrente, o cambiando spesso l'acqua, perché il sodio tiosolfato non si scioglie facilmente e poi con il freddo bisogna riuscire a gestire più cose.

TG: Come ti è venuta la passione per il collodio umido?

AM: È stata una specie di illuminazione sulla via di Damasco. Una mattina mi sono svegliato ed ho deciso che volevo fare il fotografo di strada.

TG: Tu sei un architetto, mi sembra...

AM: Architetto è una parola grossa; ho studiato architettura, ho fatto qualche tirocinio, ma quello che mi interessava era cambiare vita e stare sulla strada facendo il fotografo. La tecnica del collodio era l'unico modo per poterlo fare. Ho iniziato al semaforo e non avendo uno studio posso farlo solo all'aperto. Non è un mio merito, lo faccio all'aperto perché è l'unica possibilità per farlo. 

TG: Forse hai scelto il collodio umido perché ci stavi già pensando; come hai conosciuto questa tecnica del 1850?

AM: Prima fotografavo in grande formato, poi un giorno ho visto un video in rete e mi sono detto: "È così che mi piacerebbe fotografare". E così, mi sono applicato per imparare.

TG: Quanto tempo fa?

AM: Due anni fa. Quasi tre. Sono in strada da due anni. Ho iniziato girando per piccoli eventi, poi mi proponevo nelle feste di paese; ho preso più fiducia, ho imparato di più, vado alle rievocazioni storiche e adesso sono in giro in luoghi un po' diversi, un po' underground. Sto cercando il giro dei rave-party e delle persone che fanno musica Techno, oppure di quelli che vivono sui camion.

TG: Ti piacciono i volti particolari...

AM: Sì. Ho scoperto che le persone che frequentano questi contesti sono quelle più interessate a quello che faccio e quelle che mi accettano di più. Riconoscono il mio lavoro e sono disponibili per farsi fotografare. In questo modo anch'io riesco a scattare le foto che mi piacciono, diverse dalle pose in studio. Studio che non ho e pose che non sarei capace di fare, tra l'altro.

TG: Il collodio umido ha comunque bisogno della luce ultravioletta del sole.

AM: Il collodio è nato per fare fotografie con la luce naturale. All'interno o all'esterno, quello che per me è importante è la luce naturale. La luce artificiale non  mi piace; c'è gente che è in grado di fare bellissimi lavori anche in quella luce, ma io non sono in grado di farli. Per questo per me ha senso lavorare solo all'aperto: è una cosa che ho estremizzato e sono fuori all'aria aperta in ogni stagione. Estate o inverno io tratto il collodio sempre così, con il mio studio portatile.

TG: Quali sono le difficoltà più grandi da affrontare con questa attività itinerante all'aperto?

AM: Ho bisogno dei permessi e non sempre posso piazzarmi dove vorrei. Il clima influisce molto, pertanto all'aperto è tutto difficile. Il freddo è un problema, il caldo è un problema, l'umidità è un problema.

TG: Qual'è la temperatura ottimale per operare?

AM: Quella che trovi in casa.

TG: 20 gradi?

AM: 18°. Dai 17 ai 20 gradi, con 60% di umidità: quindi, quasi mai. O forse, tre giorni all'anno nel Nord Italia.

TG: Bisogna compensare coi tempi o non ci sono regole?

AM: Ci sono delle regole, ma si lavora sulla base dell'esperienza, fondamentalmente.

TG: Bisogna scattare molto per imparare?

AM: Sì, scattando molto alla fine si impara.

TG: Tu fai sia tintype, ambrotype che carta salata?

AM: Principalmente faccio ambrotipia. Ho iniziato con l'alluminio, ma il tintype per me è quella storica su ferro verniciato. Non mi piace l'alluminio; sul ferro non sarei in grado di lavorare, così ho scelto il vetro. Faccio anche i negativi. Ho iniziato a lavorare sulla carta salata, proprio perché sto imparando a fare i negativi per fare le stampe da negativo al collodio. Oggi, qui in strada, con la gente di un contesto di musica Techno ho preferito fare ambrotipia che è più facile, altrimenti mi toccherebbe seguire un processo ancora più lungo.

TG: Non è facile restare concentrati in mezzo a tutta questa confusione... (mentre parliamo c'è un sottofondo di musica Tekno piuttosto forte ndTG)

AM: Ormai faccio parte anch'io di questa situazione. Mi rilassa.

TG: Non ci fai più caso?

AM: La musica la sento, però riesco lo stesso a fare le mie cose. Non ci faccio quasi più caso.

TG: Adesso, stai pulendo una lastra?

AM: Sì, anche se purtroppo questa non è perfetta. La conservo, o forse la regalo, ma non posso venderla a prezzo pieno.


TG: Bella comunque. Sono sempre i ragazzi dei camion i soggetti?

AM: Sì, sono loro.

TG: Ti piacciono anche le rievocazioni d'epoca in costume?

AM: Non è che mi piacciono; è una cosa nata per caso, io non li conoscevo, ma un giorno mi sono reso conto che era il 24 giugno, l'anniversario della battaglia di San Martino e Solferino, e ho scoperto che esisteva quel mondo. Ho scritto a varie associazioni, una mi ha risposto (Amaltea), così ho iniziato a frequentare l'ambiente delle rievocazioni storiche delle battaglie della seconda metà dell'800. Da quest'anno faccio parte di Amaltea e grazie a loro sono cresciuto molto, ho trovato persone che apprezzano veramente quello che faccio e mi danno una mano.

TG: È difficile trovare l'esposizione giusta?

AM: All'aperto sì, specie quando inizia a cambiare la luce e ci sono le nuvole e non puoi metterti dove vuoi. Devi fare la foto perché te lo chiedono, ma non sempre riesci a spostare il soggetto. O magari, come qua, trovi un grattacielo che ti toglie la luce.

TG: Con che tempi lavori?

AM: Oggi lentissimi. Ero a circa 2 secondi a f 8. Se la giornata è buona posso arrivare a 1 secondo a f 11, anche f 16, in primavera. Variano molto.

TG: Scendi mai sotto il secondo?

AM: Adesso sì perché ho comprato un otturatore meccanico, prima no. Al massimo arrivo a 1/4 di secondo, ma il cielo deve essere molto luminoso. Raramente mi capita. Di solito il collodio vuole una fotografia introspettiva.

TG: Spiegami questo concetto.

AM: Con i tempi lunghi le persone si lasciano andare.

TG: Si cambia proprio espressione?

AM: Sì. Sei costretto a buttare via la maschera. Raramente metto le persone in possa; lascio fare tutto a loro. I veri fotografi, non io, hanno in mente un'immagine, la ideano e la costruiscono. Allo stesso modo scelgono il soggetto, lo vestono e decidono prima anche l'espressione che deve avere chi viene fotografato. Io non sono ancora capace di lavorare così, sono più istintivo. Vedo qualcuno che mi piace, osservo la sua espressione e la ricreo com'era quando l'ho incontrata. Non si tratta di mettere una persona davvero in posa. Quello che mi piace è la situazione. Il mio è più un reportage al collodio.

TG: È una fotografia più vera.

AM: Non lo so, non m'importa nemmeno la verità. Non la cerco nemmeno. La realtà non è bidimensionale. Io cerco un momento.

TG: Adesso con questo fornelletto ad alcool cosa stai facendo?

AM: Asciugo le lastre.

TG: Dove hai reperito tutte le informazioni per fare questa attività?

AM: Su internet. Sono nato come autodidatta e ho imparato da solo.

TG: È attendibile quello che si trova su internet?

AM: No. Poche cose sono attendibili su internet. Trovi magari qualcuno che ti consiglia, ma devi sempre confrontarle con altre fonti. Ho trovato molte informazioni su Collodio Italico, ma ci sono anche forum internazionali o professionisti ai quali, se scrivi, ti rispondono.

TG: Ai nostri giorni che senso ha utilizzare una tecnica di più di 150 anni fa?

AM: Uno dà il senso che vuole a questa cosa. Per me si tratta di registrare un'altra luce. Il collodio umido vede un altro mondo. Vede qualcosa che noi non vediamo. Questo mi piace. E poi mi permette di conoscere persone. Se vado in giro a scattare con una macchina fotografica normale, nessuno mi dà retta; se vado in giro col collodio posso fare ciò che voglio e posso chiedere quello che voglio. Ci provo almeno... Le persone mi dicono che gli piace quello che faccio. Posso conoscere tutti: quelli che vanno ai rave-party o che vivono sui camion; è molto più facile vedere le vite degli altri, così.

TG: Aldo, come riesci a conciliare questa tua passione per i rave con il mondo delle rievocazioni storiche di fine '800; mi sembra che siano degli interessi proprio agli antipodi...

AM: Ma non è la mia passione la musica Techno! Non sono mai andato ad un rave. Mi interessa la gente che ci partecipa o chi ha fatto la storia dei rave.

TG: Conosci quelle persone?

AM: No, ma girando in posti come questo li sto conoscendo.

TG: Ho capito. E nelle rievocazioni storiche che cosa succede?

AM: Le rievocazioni storiche sono una cosa completamente diversa; innanzitutto hanno un fine educativo e ludico. Cercano di mostrare non solo la battaglia, ma di ricostruire il mondo dell'epoca, come vivevano quelle persone, sia la vita militare che la vita civile. Per questo sono interessato, ho la possibilità unica di poter seguire la mia passione e di fare scatti ispirati a quell'epoca e ai movimenti fotografici del periodo.

TG: Sembra riuscito abbastanza bene l'ambrotipo dei ragazzi sul camion...

AM: Sì, abbastanza. È stata una foto piuttosto complessa da realizzare, a causa della luce troppo forte che creava un contrasto esagerato tra le zone illuminate del soggetto e le ombre. Ho cercato di mediare e quello che vedi è quello che ne è uscito.

TG: Il collodio umido dovrebbe avere una buona latitudine di posa, è così?

AM: Il collodio ha molto contrasto. Se usato in un certo modo si riesce ad avere una buona latitudine di posa, però ha sempre un grande contrasto.

TG: Ci sono ricette che riescono ad attenuare un po' il contrasto?

AM: Ognuno ha la sua, ma non ci sono regole. Ognuno ha un suo sviluppo; è qualcosa che bisogna trovare da soli.

TG: Il collodio umido è come se fosse un positivo?

AM: Tecnicamente un'ambrotipia è un negativo debole. Solo che se lo osservi con un fondo nero diventa positivo.

TG: Cosa significa "negativo debole"?

AM: Queste lastre sono dei negativi, tecnicamente, ma non sono buoni per essere stampati, perché non hanno la densità sufficiente.

TG: È un problema di gamma tonale molto bassa?

AM: No, di densità molto bassa. Dove la lastra ha preso luce non è abbastanza scura per poter tirare una stampa.

TG: Insomma, detto volgarmente, la lastra è troppo trasparente...

AM: Esatto, troppo trasparente. Se fai un negativo devi esporre per il doppio del tempo, sviluppare per un tempo più lungo e devi intensificare; Per fare un negativo al collodio devi fare un altro processo.

TG: Ti sei costruito da solo gran parte delle tue attrezzature?

AM: Sì, ho progettato la camera oscura portatile e un amico mi ha aiutato a costruirla, perché lui ha le frese da legno, però sì, buona parte di quello che utilizzo l'ho costruito io. La fotocamera per il 18X24 l'ho comprata usata e poi ho modificato alcune sue parti. Ci ho aggiunto un po' di cose e la modificherò ancora.

TG: Ti piace smanettare o quello che fai è proprio indispensabile?

AM: Per me è indispensabile. O paghi tutto tantissimo o ti costruisci da solo quello che ti serve.

TG: Siete in molti nella comunità del "Collodio Italico"?

AM: Penso di sì, io ne conosco solo qualcuno, ma per me contano le persone che scattano sempre che poi sono sempre i soliti noti... Sono distribuiti su tutto il territorio, non è che si trovano tutti in un unico luogo. Siamo un po' lontani uno dall'altro.

TG: Vi incontrate, ogni tanto? Avete in programma qualche raduno?

AM: Sarebbe bellissimo, ma io conosco solo poche persone appartenenti a questo gruppo.

TG: Chi conosci?

AM: Conosco personalmente Dennis Ziliotto che per me è una fonte di ispirazione ed onestamente è a un livello superiore rispetto al mio.

TG: Hai sperimentato anche altri tipi di tecniche fotografiche antiche o ti sei concentrato prevalentemente sul collodio umido?

AM: Principalmente opero col collodio umido, ma ho provato anche la carta salata e vorrei imparare a trattare l'albumina. perché io ottengo negativi al collodio che mi piacerebbe stampare con le tecniche di quell'epoca.

TG: Sarebbe possibile ingrandire un negativo al collodio per stamparlo con un ingranditore a luce UV?

AM: Sì e no. Si può stampare una diapositiva in bianco e nero per fare un'ambrotipia. Nessuno lo vieta, ma perde molta poesia. 

 Un negativo di quel tipo non può essere stampato su carta ai sali d'argento. Comunque le tecniche antiche richiedono la stampa a contatto.

TG: E si potrebbe stampare un negativo normale su un vetro trattato col collodio?

AM: Sì  e no. Si può stampare una diapositiva in bianco e nero per fare un'ambrotipia. Nessuno lo vieta, ma perde molta poesia. Perde la luce che vede il collodio, perde il suo senso. Questa però è una mia opinione.

TG: Proprio niente da fare? Si può solo stampare a contatto?

AM: Se prendi una lastra negativa al collodio con la densità corretta la puoi stampare normalmente su carta d'argento, ma se hai una grande densità, quella per le stampe a contatto, non puoi stampare all'argento perché è troppo densa. Devi sapere fin dall'inizio cosa vuoi fare perché poi non puoi tornare indietro.

TG: Tu stampi tre diversi formati a contatto: quarter plate, 13X18 e 18X24?

AM: Sì, i formati sono sempre quelli. Faccio quello che posso. In realtà lavoro sul quarter plate (101X80 mm) perché ho dovuto adattare lo chassis della 4X5.

TG: Hai aperto e tagliato uno chassis Fidelity di plastica?

AM: Sì, in realtà sono d'alluminio nella parte centrale e non sono così facili da segare...

TG: Hai una tua formula preferita che usi abitualmente per il collodio umido, o vari i chimici a seconda delle necessità e delle condizioni?

AM: Ho provato a variare,ma alla fine amo sempre di più il Poe Boy, per un'unica ragione, aderisce meglio al vetro.

TG: C'è anche il problema del distacco dell'emulsione?

AM: Molti non fanno ambrotipia perché sono costretti ad usare l'albumina, io ho modificato la ricetta in modo da far attaccare bene l'emulsione al vetro e non ho problemi in nessuna condizione. Anche i negativi li intensifico senza l'albumina. A metà '800 non veniva menzionata l'albumina perché la formula del collodio era differente. Le ricette moderne sono diverse perché diverso è il collodio, ma il concetto è lo stesso. Le ricette di una volta erano più diluite, però erano migliori per stampare i negativi. Ogni fotografo aveva la sua ricetta. Cosa che comunque avviene anche oggi. Ognuno ha le sue preferenze.

TG: Certo, ma i risultati sono comparabili?

AM: Oggi si insiste troppo sulla tecnica. È come discutere se la Ilford Hp5 sia meglio di un'altra pellicola o no. Ognuno trova la sua strada, quello che conta è l'immagine finale. I tecnicismi non mi interessano. Lo sviluppo allo zucchero sono costretto ad usarlo perché d'estate all'aperto fa caldissimo e quello sviluppo è l'unico che gestisce le alte temperature.

TG: Quale tipo di luce preferisci per i tuoi scatti?

AM: Un cielo con nuvole luminose o un'ombra aperta; nessuna delle condizioni che si è presentata in questi giorni qui a Milano.

TG: Hai visto delle lastre originale riprese nella metà dell' 1800? Come ti sembrano?

AM: Sì. Sono molto più belle delle nostre.

TG: Loro erano più bravi di noi, pur disponendo di una tecnologia più antiquata?

AM: Noi usiamo la stessa tecnologia, al massimo utilizziamo obiettivi moderni.

TG: Allora sono le nostre capacità manuali che sono inferiori a quelle dei nostri avi? E la nostra volontà?

AM: Sì. Noi ci accontentiamo troppo di quello che facciamo. All'epoca non c'era niente di meno della perfezione. Tutto quello che non andava bene veniva probabilmente distrutto o bruciato. I fotografi erano pochissimi e chi era fotografo lo era davvero. Non si metteva a usare il collodio umido per fare cose brutte. Se faceva una cosa che non andava bene non la vendeva.

TG: C'era più serietà e rigore.

AM: Sì, ma quello accadeva in ogni cosa e in tutto il mondo del lavoro. Se fai una cosa, o è o non è.

TG: Ti piace questo tipo di vita: stare all'aperto e conoscere persone? Svolgere una tua attività... Sono questi i motivi che ti hanno spinto a scegliere il collodio? E poi il gusto per l'immagine...

AM: Sì. Io cerco persone e qui le trovo. Trovo tutto quello che voglio. Difficilmente da un'altra parte troverei cose di questo tipo. Io cerco i ragazzi che vivono sui camion, poi loro girano nei vari rave e fanno vedere ad altri le immagini che ho scattato. Questo mi piace. Poi, gente che non conosco viene da me e mi dice: tu sei quello che ha fatto la "foto"... E così, anche loro si fanno fotografare e poi conosci altre persone ed inizi a capire chi sono quelli che sono state le leggende di quell'ambiente negli anni '90 e li fotografi.

TG: Ho capito. Il fatto che le tue lastre siano dei pezzi unici, per te è un pregio, un difetto, un problema o che cosa?

AM: È un problema, ma è il suo fascino. Chi compra una "foto" da me ne ha soltanto una.

TG: Ti capita di farne due? Una per te e una per chi te la chiede?

AM: A volte, sì.

TG: E ovviamente non saranno mai uguali...

AM: No. Sono due "foto" diverse. Questo è il loro fascino.

TG: Sceglie il cliente?

AM: Se la lastra è per me, scelgo io; se è per il cliente la sceglie lui.

TG: Scatti anche con pellicole piane speciali, radiografie...

AM: Ho appena comprato delle pellicole x-ray, non so bene cosa combinerò...

TG: Non hai ancora provato?

AM: No. Usare le pellicole x-ray è l'unico modo per utilizzare pellicole di formato 18X24, senza sborsare una fortuna. Bisogna accontentarsi di quello che si trova.

TG: Si possono ottenere ottimi risultati anche dalle pellicole per radiografie?

AM: L'arte di arrangiarsi crea sempre risultati inaspettati. È un po' come per il collodio: non hai uno studio? Allora esci a fotografare all'aria aperta. Non ti devi far fermare dal caldo, dall'acqua, dalla neve, dai temporali o dal vento.

TG: Bisogna essere persone calme, imperturbabili con un buon autocontrollo che non si lasciano distrarre da niente. Bisogna essere un po' speciali per riuscire a seguire dei ritmi così lenti in un mondo che viaggia alla velocità della luce che trasporta i bit sulla rete web...

AM: Non lo so... Per me la vita dovrebbe essere sempre molto calma e lenta. Anche questi ragazzi intorno a me sono molto calmi e lenti. Non sembrerebbe, ma è così. Sono molto tranquilli. Dipende tutto da come ti poni con le persone.

TG: Ok, grazie Aldo, ho un'ultima richiesta da farti. Magari potremmo incontrarci più avanti, in primavera magari, per fare una specie di backstage fotografico mentre tu lavori e riprendi i tuoi soggetti preferiti al collodio umido?

AM: Perché no? Anche se sarebbe un backstage un po' surreale...

TG: Perché?

AM: Perché ci sarebbero i tipi coi camion, piuttosto la gente che trovo per strada o sulla ferrovia. Prima ho bloccato il traffico per prendere uno scatto.

TG: Si sono fermati?

AM: No, ma li ho bloccati lo stesso, quando piazzo la macchina sul cavalletto non mi muovo fino a che non ho finito.


Ambrotipia
La lastra di cui si parla durante l'intervista ad Aldo Marci.

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Le altre interviste di Tony Graffio per lo Speciale Alterbej 2018:

Tommy, coltelli artigianali dalla Valsassina





martedì 11 dicembre 2018

Daria e l'unicità del multiplo in serigrafia

"I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio." Leonardo da Vinci


Daria
Un altro incontro interessante agli Alterbej

Daria: Mi chiamo Daria, ho 43 anni e ho studiato all'Accademia di Brera,  l'arte mi ha sempre interessato ed ho sempre lavorato in questo ambiente.  Ho preparato allestimenti museali...
TG: Scusami, che cosa intendi per allestimenti museali?
Daria: Progettazioni scenografiche per musei e per mostre.
TG: Spiegamelo meglio, per favore.

TG: Praticamente, sei un artigiano che sviluppa tutto quello che l'artista non è capace di fare?

Daria: Più o meno, sì. Tanti artisti oggi lavorano così.

TG: Questo è un aspetto interessante. È da tanto che  fai questo lavoro?

Daria: Dopo aver terminato L'Accademia di Brera, nel 1998, sono entrata in questo campo per fare la mia prima esperienza lavorativa, perché avevo studiato scenografia con Romano Perusini. Poi, ho trovato lavoro in uno studio e per 8 anni ho fatto la scenografa per i musei, per il PAC, per la Mostra del Cinema di Venezia e varie fondazioni. È stato molto bello, ma anche molto stressante e dopo 8 anni ho deciso di cambiare vita  e di andare a vivere sulle Alpi Apuane sopra Carrara.

TG: È stato stressante per colpa degli artisti o di chi gestisce i musei e queste fondazioni?

Daria: Per colpa di chi gestisce queste cose, gli artisti sono artisti, è il sistema economico dell'arte a non essere strutturato bene. Per colpa anche delle finanziarie. C'è un po' di falsità in tutto quello che si vede e si sente, di conseguenza il mio amore molto bohémien per questa attività è andato a scemare fino a provocarmi dei contrasti con me stessa

TG: Ti sei messa un po' in discussione ed hai iniziato a farti delle domande per capire se per te era giusto vivere in questo modo?

Daria: Assolutamente sì. Ho iniziato a chiedermi che cosa stavo facendo e per chi. Così, ho deciso di cambiare completamente la mia esistenza e di dedicarmi alla natura.

TG: Cosa fai adesso?

Daria: Faccio laboratori d'artigianato. Insegno serigrafia ai bambini nelle scuole per spiegare cos'è il concetto di bellezza e insegnare l'arte del particolare e dell'attenzione; tutte cose che si stanno un po' perdendo.

TG: Che cos'altro fai con la serigrafia?

Daria: Per me lavoro sull'unicità del multiplo. Se io stampo a mano sempre con la stessa matrice comunque ogni stampa mi viene diversa da un'altra, dipende dall'imprinting umano... Ogni uomo, pur assomigliando alle altre persone, ha delle caratteristiche sempre diverse.

TG: Questo dipende da come si tira la racla o dipende da operazioni in più o in meno che possono essere fatte durante la lavorazione?

Daria: Può essere semplicemente lo stesso gesto che non può mai essere ripetuto in maniera perfettamente uguale a quello precedente, a meno di non usare una macchina, ovviamente... Lavorando a mano, basta anche soltanto una pressione diversa di come si passa la racla sul telaio, oppure di quante volte hai stampato quel telaio. Queste diversità impercettibili del gesto sono quello che mi interessa. Infatti faccio delle serie impostate su queste diversità.

TG: Scusa, ma se sono gesti impercettibili, chi se ne accorge?

Daria: Io lo so.

TG: Solo tu?

Daria: No, anche la gente se ne rende conto. A volte calco un po' la mano per far risultare una stampa diversa dall'altra. Anche le mescolanze di colore danno vita a cromaticità irriproducibili e mai uguali, perché lasci al caso certi risultati.

TG: Sono dettagli davvero minimi, però.

Daria: Sono dettagli minimi, ma sono importanti.

TG: Per vedere le differenze bisogna comparare le stampe tra loro, altrimenti non ti accorgi di niente.

Daria: Quando espongo i miei lavori è possibile rendersi conto di queste differenze quasi impercettibili che ci sono tra una stampa e l'altra. Normalmente stampo 4 copie e le espongo tutte insieme, per evidenziarne le diversità che sono nette.

TG: Allora, quando si fa un acquisto, se si ha la possibilità, ha senso visionare e valutare quale stampa serigrafica o calcografica ci piace di più tra quelle che sono ancora disponibili per la vendita, prima di sceglierle?

Daria: Assolutamente. Infatti, anche per questo vengono numerate. Se ne prendi una di tot copie sai che non sono tutte proprio identiche.

TG: Hai imparato in Accademia a fare serigrafia?

Daria, No, ho imparato nei centri sociali, in particolar modo al May Day di La Spezia.

TG: Pensi di continuare a fare serigrafia?

Daria: Nel 2018 ho lavorato un po' meno rispetto all'anno prima; forse ho meno voglia di serigrafia ed ho un po' esaurito quella vena. Adesso mi sono messa a dipingere a olio, sempre più o meno con lo stesso concetto.


lunedì 10 dicembre 2018

Calcografia, tatuaggio e leggende giapponesi con Monica Tenia

Monica Tenia e un suo dipinto che serve come campione per i tatuaggi.

Tony Graffio: Monica parlami di te.

Monica Tenia Tattoo: Mi chiamo Monica, ho 30 anni, sono toscana, ma abito a Torino da 5 anni. Ho iniziato a tatuare da quando avevo 19 anni, ma adesso mi occupo anche di incisione.

TG: Stampi soggetti molto interessanti dalle tue incisioni; si tratta di temi che riguardano la tradizione giapponese?

MTT: Sì, un po' si rifanno alla tradizione giapponese, ma soprattutto si rifanno all'iconografia del tatuaggio. Negli ultimi decenni il tatuaggio ha preso una svolta completamente diversa da come veniva trattato fino agli anni '90. Adesso quest'arte è molto più ricercata ed anche iconograficamente si è evoluta in modo impressionante. Ogni  mia stampa ricorda un po' il modo di tatuare oppure riporta personaggi tatuati.

TG: Ti sei ispirata al tatuaggio per fare delle stampe che comunque parlano di questa arte.

MTT: Sì.

TG: I soggetti che rappresenti sono originali o t'ispiri a qualcosa di pre-esistente?

MTT: Illustro delle antiche leggende che in qualche modo rivisito. Qui, per esempio, puoi vedere una donna che si trasforma in volpe, perché secondo una leggenda giapponese le donne che non si prendevano cura dei propri figli o non erano abbastanza attente alla loro educazione, si trasformavano in esseri mostruosi. Ogni leggenda giapponese, e ce ne sono davvero tante, ha un po' a che vedere con la morale e il comportamento dell'individuo in rapporto alla società in cui vive. In qualche modo queste leggende hanno un valore educativo.

Una matrice incisa da Monica

TG: Che tecnica hai usato per incidere la matrice della Donna-Volpe?

MTT: Per fare le linee acquaforte, per fare le campiture l'acquatinta. Si tratta di due tecniche base della calcografia. La matrice è di zinco ed è qua, te la posso far vedere se vuoi.

TG: Grazie. Volentieri vediamola. Monica, ma tu hai allo stesso soprannome di uno street-artist molto attivo qui a Milano, lo conosci?

MTT: Parli di XXX? Sì, ci siamo conosciuti...

TG: Siete quasi parenti?

MTT: No, lui è il maschio e io la femmina dello stesso parassita ed infatti dividiamo la stessa scena.

TG: E a Torino sei mai andata allo Psych Out Festival?

MTT: Ah sì, il festival psichedelico organizzato da Giampo Coppa...

TG: Quante copie tiri dei tuoi lavori?

MTT: Dipende. Se mi piacciono le stampe ne tiro varie, quella della Donna-Volpe è tra le mie preferite.

TG: Non numeri le stampe?

MTT: Alcune sì, altre no...

TG: Allo Psych Out hai mai partecipato per esporre i tuoi lavori o per tatuare?

MTT: No.

TG: Per lavorare con l'incisione hai fatto degli studi accademici?

MTT: Per fare le incisioni, ovviamente ci vuole un laboratorio e qualcuno che ti insegni. La calcografia non è istintiva come la pittura e se non conosci le tecniche non riesci a fare gran che. Mi ero trasferita a Torino per studiare all'Accademia di Belle Arti, ma non ho portato a termine i miei corsi perché non andavo molto d'accordo con gli altri studenti. Poi, iniziando a lavorare nel campo del tatuaggio ho capito che ci vuole estrema pazienza e tantissimo tempo per dedicarsi alla calcografia; io non riuscivo a far combaciare i miei orari con quelli dell'Accademia, così ho interrotto i miei studi, anche se alla fine sono riuscita ad apprendere quello che mi serviva sapere.

TG: Disponi di un tuo torchio?

MTT: No, per questo continuo ad andare all'Accademia a stampare, diciamo... clandestinamente.

TG: Beh può essere utile. Serigrafie ne hai mai fatte?

MTT: Sì, le ho anche qui, ma non ho fatto nulla di particolare. Preferisco nettamente l'incisione. 


Alterbej, Alterbej, Alterbej, Alterbej, Alterbej, Alterbej,Alterbej 2018, stampe Monica Tenia Tattoo
A sinistra, la Donna-Volpe, al centro la stampa del fantasma acquistato da TG, a destra un'altra versione della stampa del fantasma di una donna maltrattata. 

TG: E quel disegno?

MTT: No quello non lo vendo, i pezzi unici li tengo. Poi sono i disegni dei tatuaggi che propongo al pubblico.

TG: Che prezzi hanno le tue stampe?

MTT: Partono dai 20 euro, per le stampe più piccole, in su.

TG: Quella stampa cosa rappresenta?

MTT: Uno scenario cosmico. 

TG: Uhmm, vediamo altri soggetti... E questo che sembra un demone?

MTT: Questo è un fantasma giapponese. La leggenda dice che le donne maltrattate dai loro mariti tornano sulla Terra dei vivi, dopo la morte, per vendicarsi. Di solito sono rappresentate mentre indossano delle vestaglie bianche, hanno i capelli sciolti, proprio per sembrare dei fantasmi. Le donne torturano e fanno dispetti terribili ai mariti ancora in vita.

TG: Quanto costa?

MTT: Qui agli Alterbej la vendo intorno ai 30.

TG: Ma perché è inquadrata diversamente da quell'altra che ha lo stesso soggetto?

MTT: Perché questa è la prima che ho stampato, ma non ero troppo convinta, allora poi ho tagliato la matrice ed ho tolto un pezzo del vestito. Capita che a volte un certo soggetto lo  presento poi in stampa con un taglio della carta diverso e colori vari. A volte uso una carta spessa, altre volte una carta sottile...

TG: Ok, ti compro quella intera, mi piace di più perché ha un formato più allungato.


Tony Graffio insieme agli Street Never Sleeps.


domenica 9 dicembre 2018

Il Guru Rosso dei Cilum

"Una volta chi era di sinistra fumava marijuana e chi era di destra assumeva cocaina, adesso non si capisce più niente, tutti consumano di tutto." Il Rosso

Alterbej, Cilumm, Rosso Renato, Cannabis,
Il Rosso e i suoi Cilum agli Alterbej

Tony Graffio: Ciao Rosso come stai?

Rosso: Sto bene. Oggi è stata una bella giornata, ha fatto anche caldo, siamo ancora reattivi.

TG: La tua è un'arte antica, vero?

Rosso: Sotto sotto, sì. In India si fanno cilum da centinaia, se non da migliaia di anni... per sublimare la loro produzione montana.

TG: Tu fai solo cilum, o anche qualcos'altro con la ceramica?

Rosso: No, ho preso in mano l'argilla, proprio per fare i cilum di ceramica. Non trovavo i cilum adatti e sapevo che quello era il materiale migliore, così ho iniziato ad ingegnarmi fino a farne la mia attività, che ormai va avanti da più di 40 anni.

TG: Caspita! E fai solo cilum?

Rosso: Bene o male, sì...

TG: Ci vuole un'argilla particolare, la selezioni, la mischi tu? Cosa serve?

Rosso: Io prendo l'argilla più pulita possibile per non compromettere il sapore. Per le pipe, da quando il tabacco è arrivato in Europa, tutti i musei parlano bene della ceramica bianca, perché la ceramica rossa contiene ferro e altri elementi che alterano e modificano il gusto del tabacco o di quello che si fuma...

TG: Rosso, quanti anni hai?

Rosso: 64.

TG: Sei ancora giovane. Continuerai ancora per un po' con la ceramica?

Rosso: Mah, ho 64 anni, sono stato più giovane e saltellante... però penso che andrò avanti ancora un po'.

TG: Hai già trovato a chi tramandare questa tradizione? Hai un garzone che vuol apprendere questa attività?

Rosso: Non lo so. So che i migliori sono quelli che imparano da soli. Ti racconto questa storia: c'era un mio conoscente che veniva da me tutti i sabati a prendere i cilum fino a che un giorno mi chiese di insegnargli a fare i cilum. Voleva provarne a farne uno per lui. Io gli ho risposto di no, perché un po' sono geloso delle mie tecniche e dei miei ritrovati.

TG: Giustamente, perché immagino che le avrai affinate da solo.

Rosso: Sì, vai avanti facendo degli esperimenti, quando capisci che facendo una cosa si rompono e facendone un'altra no, correggi il tiro. Stessa cosa se diventa più lucido e più dritto, così puoi fumare meglio... Tutte le esperienze le tieni buone e le applichi ai futuri manufatti.

TG: Ho capito e questo tuo conoscente che cosa ha fatto?

Rosso: Preso dall'incazzatura è tornato a casa sua e s'è ingegnato a fare gli spadini per lucidare gli interni e s'è impegnato al punto da tornare da me dopo 20 anni per dirmi che era già da 15 anni che faceva i chiloom in India. Stava benissimo, viveva di quello, aveva due figli e aveva deciso di ringraziarmi per non avergli detto niente, gli era andata bene proprio per la carica che gli è venuta dopo il mio rifiuto. È stato quello che l'ha spinto a fare quel lavoro e a sopravvivere in India con la produzione di un semplice cono d'argilla.

TG: Fai tutto a mano?

Rosso: Sì. Ci tengo che ci sia la mia energia nei miei tubi. Avrei potuto inventare motorini, torni o meccanismi che girano, ma mi sembrava di barare. Voglio fare una cosa che parte dal cuore e arriva al cuore.

TG: Hai sviluppato una tua tecnica per fare i tubi dritti ed essere così preciso?

Rosso: Senz'altro, è tutta tecnica, non c'è dima, macchinario o bolla da usare.

TG: Qual è il segreto della tua precisione allora?

Rosso: Fai e poi vengono da soli.

TG: C'è qualcuno tra i tuoi clienti che ti dice: mi si è rotto il chiloom, ne ho preso uno nuovo che ha fatto qualcun altro e il sapore del fumo è diverso?

Rosso: C'è chi preferisce i miei, chi altri... non è che io sia il Signore sceso in Terra, io faccio la mia produzione che piace alla gente che mi ha fatto vivere così per 40 anni. Chi è di Milano i chilooom del Rosso li conosce. Chi ha avuto una gioventù un po' allegra sa chi sono.

TG: Hai vissuto un po' la Controcultura, Parco Lambro e quella roba lì?

Rosso: Poco, ma qualcosa sì, un po' perché abitavo in cascina... un po' perché ero a Varese.

TG: In una comune?

Rosso: Avevamo occupato una casa: la cascina Vignò. Eravamo famiglie, non eravamo né allineati, né schierati, però eravamo ecologisti, anti-nuclearisti, eravamo pacifisti che avevano voglia di vivere con la natura per arrivare all'autosufficienza, poi ci hanno cacciato e via. Purtroppo...

TG: Ti ricordi di qualche bel concerto che hai visto all'epoca?

Rosso: I Pink Floyd a Monza sono stati fantastici, ma era già la fine degli anni '80. Figurati, era proprio il 20 di maggio, il giorno del mio compleanno. È stata una giornata fantastica che mi sono presa come regalo. È stato forse il più bel concerto che ho visto. Il concerto più genuino che ho visto invece è stato quello di De André con la PFM, nel 1979 a Varese. Ero a tre metri da loro. Da giovane ti accalchi davanti ai musicisti...

TG: Vogliamo lasciarci con una frase che possa ricordarmi di te?

Rosso: Mah, non sono bravo in queste robe qua... Fumare bene è uno dei doni più belli che ci ha dato Dio, se riesci a capirlo e ad assaporarlo senza esagerare sei messo bene. Perché fa bene al cervello e alla salute. E farebbe anche tanto bene al mondo che sarebbe meno stressato, mettendo meno in competizione la gente... Ma perché bisogna per forza eccellere e superare gli altri? Questa storia è pazzesca. Il concetto importante non è quello di primeggiare, ma di trovare l'armonia. Fumando la canapa e i suoi derivati ci si può avvicinare.

TG: Delle canape a basso THC cosa pensi?

Rosso: Vanno bene per chi trova una canna troppo forte. Se gli basta quella, perché no? È giusto che ci sia un mercato e che il prezzo scenda un po', perché adesso è un po' alto, ma è normale quando si fa una produzione altamente artigianale. È un po' come se i pomodori fossero coltivati dal contadino che li zappa, che ogni giorno va tre volte nei campi a guardare come crescono, a innaffiarli a mano... In quel caso il pomodoro costerebbe sette volte tanto. Il granoturco viene coltivato con macchine larghe quattro metri che mentre vanno lo raccolgono, separano i chicchi dalla pannocchia, quindi lì la produzione è a quintali e costa poco; invece la canapa bisogna raccoglierla al momento giusto, bisogna stare attenti ai parassiti, alle piogge, ci sono parecchi momenti critici nelle fasi della crescita e poi devono essere femminilizzate, se vengono impollinate butti via il raccolto, Se vuoi dei fiori senza semi. Ci sono un sacco di accorgimenti da avere. È normale che se coltivi industrialmente il tuo prodotto ha un prezzo, ma artigianalmente è tutta un'altra cosa. Se prendi una serra coibentata dove tieni la temperatura giusta, lì non hai parassiti, non hai insetti. Ed è più facile produrre così che in campo aperto. Ma noi sappiamo bene che la produzione in campo aperto è una produzione di qualità. Non possiamo comparare il pomodorino idroponico al pomodorino di campagna... Il pomodorino di campagna ha un gusto eccezionale e ci guadagna sempre su tutte i pomodori cresciuti in altri tipi di coltivazioni.

TG: I prezzi dei chilum invece su che cifre sono?

Rosso: Vanno dai 10 euro ad anche 150 euro; chiedo 150 euro però per un chilum che mi ha richiesto tre giorni solo per l'escavazione e la lavorazione.

TG: Il chilum gigante invece quanto costa?

Rosso: Sugli 80 euro. È vero che è gigante, ma deve anche essere dritto e perfettamente rotondo, lucido dentro... e anche quello è fatto a mano.

TG: I vari disegni o bassorilievi che compaiono su alcuni pezzi che cosa rappresentano?

Rosso: Il simbolo che sembra un 3 è l'Om, una formula indiana che mi ha preso molto bene, significa un sacco di cose, tra cui la principale è la creazione del mondo. I Veda narrano in lingua sanscrita che Brahma era solo e si annoiava, un po' come viene spiegato nella nostra Genesi, allora si mise a cantare la Om e da questa vibrazione è nato il cosmo e tutta la vita.

TG: La vita è nata da un suono?

Rosso: Da una vibrazione. È una teoria plausibile e credibile, perché la forza della vibrazione è notevole.

TG: Rosso, tu sei mai stato in India?

Rosso: Mai. Sai, abitando prima in campagna, poi lavorando e crescendo tre figli, non ho avuto tempo per fare grandi viaggi. E poi, stavo bene dove mi trovavo; anche se ci sarei dovuto andare e mi sarebbe anche piaciuto. Però, ti posso garantire che la conosco meglio di tanti che ci sono andati, perché tutti gli amici che sono tornati dall'India mi hanno raccontato qualcosa ed è un po' come se ci fossi stato anch'io con loro. Conosco le sensazioni e le emozioni che si vivono là. Mi mancano i profumi, ma non è detto che un giorno non ci vada anch'io.


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