lunedì 17 dicembre 2018

Alberto Camerini, un Arlecchino dal cuore grande in un mondo di Robot senz'anima

"L'intelligenza è caratterizzata da una innaturale incomprensione della vita" Henri Bergson

Era da tempo, due anni o forse più, che pensavo ad Alberto Camerini e mi chiedevo che cosa stesse facendo. Tutto era partito dal riascolto dei suoi primi dischi e da ricordi confusi di vecchi amici che mi parlavano di Camerini come di un genio della musica elettronica, di qualcuno che sentivano di amare profondamente per l'originalità dei testi, dei suoni e delle musiche, oltre che ad un modo estroso di porsi davanti al pubblico e portare a tutti allegria ed energia.
Cominciai così a tenere d'occhio il cartellone delle sue serate e dei suoi spettacoli dal suo sito web, accorgendomi che Alberto Camerini cantava ormai nei luoghi più improbabili e nascosti. Per un motivo o per un altro non riuscivo mai ad organizzarmi per andare a sentirlo e a conoscerlo di persona. C'era sempre qualche impedimento o qualche contrattempo dovuto anche alla mia pigrizia di mettermi in macchina a macinare chilometri per raggiungere qualche località sperduta nel buio della notte. Intanto cresceva in me la curiosità e la voglia di capire perché un grande artista avesse perduto la sua strada o, come dicevano alcuni, la ragione, e invece di riempire stadi o teatri andasse a cantare in circolini e birrerie di provincia. Mistero. 
Qualcuno cercava di spiegarmi che Camerini aveva avuto problemi di salute abbastanza importanti, forse dovuti ad abusi di sostanze o a momenti personali difficili, ma io non potevo accettare una risposta tanto scontata. Ogni volta, capita di sentire questo tipo di spiegazioni quando il soggetto del discorso è un grande musicista R'n'R.
Finalmente, la sera di Sant'Ambrogio, il 7 dicembre, si presenta l'occasione giusta: Camerini si sarebbe esibito a Milano, in un Circolo Arci in via Benaco al numero 1. Finalmente avrei potuto incontrarlo e farmi spiegare direttamente da lui alcune cose, o magari capirle senza chiedere nulla, nell'istante in cui me lo sarei trovato davanti. 
Milano ha i suoi vantaggi. Alberto Camerini vive a in questa città da quando era ragazzino ed io fortunatamente sono riuscito a entrare in contatto con parecchie persone che lo conoscono o hanno avuto a che fare con lui in passato. Tutti mi hanno parlato molto bene dell'Arlecchino elettronico, ma nessuno ha saputo darmi spiegazioni plausibili del perché, già nel 1983 ci furono i primi segnali di una crisi creativa o di qualche difficoltà di percorso. 
Come dice un mio amico che ha frequentato Alberto negli anni '70 e la cui moglie che è stata collega di Elena Orlandi, questi sono gli alti e bassi della discografia che di certo non è un mondo sereno.
A questo proposito, c'è chi afferma che Camerini abbia discusso, proprio nel 1983 con l'allora amico fraterno e produttore della CBS Italia Roberto Colombo e che poi ci siano stati non pochi problemi di relazione con la sua casa discografica che non pubblicò un album in cui avrebbe dovuto essere inserito il brano "Computer capriccio" ed altre canzoni misteriose delle quali non è rimasta traccia.
Ritornato al grande pubblico nel 1984 per partecipare al Festival di Sanremo, Camerini non riscuote particolari entusiasmi con la canzone "La bottega del caffè": proprio dopo quella esibizione rompe con la CBS ed inizia ad allontanarsi momentaneamente dal mondo della musica leggera.
Anche qui siamo in preda all'incertezza. C'è chi dice che Camerini sia andato in Brasile per curarsi e riprendersi da un periodo difficile; c'è chi lo vede impegnato in altre attività, mentre lui ci racconta in un intervista radiofonica d'essere andato a Venezia con la figlia Valentina a studiare le ariette anonime del 1731 (in seguito s'iscriverà all'Università per studiare storia della musica, filologia musicale e storia del teatro), ma a quanto pare anche il pubblico inizia ad avere altri interessi. 
Oppure il nostro Arlecchino aveva già capito che non vale la pena di rovinarsi la salute per inseguire qualcosa di effimero? Come esprimerà più tardi in un'intervista di circa due anni fa, con le seguenti parole: "Lo show-business presenta contraddizioni violentissime quasi mai proporzionate al risultato che si vuole ottenere."
Per quanto la mia possa sembrare un'affermazione azzardata, Camerini non è un artista di facile comprensione, anche se molte delle sue canzoni arrivano subito dritte al cuore dell'ascoltatore. Alberto è un uomo colto che si sa esprimere con un linguaggio alla portata di tutti, per generare allegria e passione, ma ha anche un carattere nostalgico, contraddittorio, orgoglioso, provocatorio e sincero.
Ritengo che nessuno possa sollevare dubbi riguardo la sua genialità: Camerini è un innovatore che ha creato un genere musicale in Italia e nuove sonorità nel mondo. Provate a riascoltare "Computer capriccio" di Camerini del 1983 e "One Vision" dei Queen del 1986 e poi sappiatemi dire chi ha influenzato chi.
Camerini ha saputo conquistarsi un pubblico di giovani e giovanissimi che nella maggior parte dei casi lo ha dimenticato nel momento in cui ha perso la sua innocenza (il pubblico, non Alberto...), mentre l'artista ha sempre conservato la sua genialità, la sua vitalità e generosità, anche se ha compreso che intorno a lui tutto stava cambiando. Anche a causa della sua profetica interpretazione di un mondo dominato da computer e robot.
È vero però che tra moltissimi suoi fan, gli esseri più puri che come lui hanno conservato la propria anima pulita, senza farsi ingabbiare in un sistema votato solo all'egoismo ed al guadagno, hanno continuato a seguire le peripezie dell'Arlecchino elettronico e i tentativi che ha fatto per ridare dignità al proprio personaggio che intorno alla metà degli anni '80, anziché dettare nuove mode, aveva avuto uno sbandamento forse imposto dal marketing discografico delle majors assecondando i movimenti sociali di quegli anni di benessere economico in cui molti ragazzi desideravano soltanto vestire alla moda e divertirsi. Penso all'insulso testo di "Va bene così" che parte su degli accordi che ricordano un po' "Bollicine" di Vasco, ma anche alle altre canzoni dedicate ai paninari e ai galli di questo ruffiano "Angeli in blue jeans".
Se esiste davvero un Dio Pazzo che ama il Rock and Roll, questa strana entità non si è dimenticata di Alberto e l'ha abbastanza preservato dal trascorrere del tempo e dalla inevitabile caducità fisica che portano gli anni, gli eccessi e gli errori. 
Camerini ha ancora una bella voce, ho potuto sentirla lo scorso 7 dicembre a Milano. Per ascoltarla ho pagato (malvolentieri) la tessera d'iscrizione all'Arci ed ho contribuito (soltanto) per 5 euro all'esibizione canora di Alberto che avrebbe meritato un biglietto d'ingresso ben più caro, anche per poter ascoltare insieme a lui un vero gruppo di musicisti. Effettivamente, per un discorso di contenimento dei costi, Camerini si è presentato sul palco da solo, in compagnia di un mixer portatile dal quale ha fatto partire le basi per le sue canzoni cantate dal vivo.
Appena Alberto è salito sulla scena, il pubblico è impazzito di gioia e non è riuscito a contenere l'impulso a cantare e ballare con lui. Qualcuno è anche salito sul palco, al suo fianco. Le prime canzoni in scaletta sono state R'n'R Robot, Tanz Bambolina, Maccheroni Elettronici, Serenella e via con tutti i successi degli anni '80. Solo in seguito sono arrivate anche le canzoni più recenti tratte da Cyberclown e Kids wanna Rock.
Ho osservato un vero fenomeno catartico intorno a me, gente sconosciuta veramente felice di essere in quel contesto e io stesso non ho potuto fare a meno di commuovermi e ringraziare il Dio del Rock and Roll per non averci portato via questo idolo umile che ha scelto di sfuggire alle logiche dello show business e alle sue distorte imposizioni per farci comprendere che non tutte le anime ed i cuori sono in vendita.
Sono stato fortunato a vedere un Alberto Camerini in gran forma muoversi sul palco con la sua storica mimica per farci divertire più di quello che avrei potuto immaginarmi, anche se un po' di rimpianto permane per non aver ascoltato neppure una delle canzoni scritte all'inizio della carriera.
A volte gli artisti sono un po' assurdi nel non voler vedere tra le ragioni che li hanno resi grandi ed irraggiungibili nel firmamento delle stelle fisse che brilleranno per sempre, al di là delle mode e delle intuizioni geniali, la loro sincerità e la loro primordiale freschezza.
L'argomento che sto trattando mi ha appassionato al punto che sto facendo ricerche un po' più approfondite per conoscere meglio la vita di Alberto e credo che a breve tornerò a parlare di lui perché è stato un autore importante, un cantante rock che non si risparmia minimamente nelle sue performance e merita veramente di essere riscoperto e conosciuto anche dalle generazioni più giovani, non solo per un revival di un decennio fantastico, ma perché Camerini è ancora un innovatore di grande valore artistico. Proverò ad espletare il mio compito di documentarista rimettendo insieme i pezzi del puzzle; anche se questa questione non sembra tanto semplice. TG


Alberto Camerini, Alberto Camerini, Alberto Camerini, Alberto Camerini
Alberto Camerini all'Ohibò il 7 dicembre 2018

Tony Graffio intervista il grande Alberto Camerini

Tony Graffio: Alberto, stasera è andata molto bene, ti abbiamo visto in gran forma, il pubblico ti ama, ti segue e fa ancora pazzie per te. Come mai?

Alberto Camerini: Credo che gli piacciano le mie canzoni che nascono dal computer, e dalla batteria elettronica, suoni che hanno iniziato a farsi sentire negli anni '80. Quel genere di musica è poi andato avanti ed è stato sempre più computerizzato, anche se adesso sembra avere un suono più naturale perché le tecniche digitali sono diventate più precise. Le chitarre acustiche sono molto più naturali. Io amo molto la musica, ma anche la tecnica, mi piace stare in sala d'incisione, trovare i suoni giusti e registrare. Indubbiamente, mi fa molto piacere essere seguito e che questa sera il pubblico si sia divertito insieme a me.

TG: Alberto, io dopo gli anni '80 non ti ho seguito molto, so che sei stato un po' discontinuo nella tua produzione ma che hai fatto altre cose interessanti, ce ne vuoi parlare? 

AC: Ho fatto Cyberclown che secondo me è un lavoro molto bello, si tratta di un'opera buffa con la ballerina russa Liudmila Markova. Poi ho fatto "Kids wanna Rock" di cui questa sera ho cantato una canzone; ho cantato anche un paio di canzoni da Cyberclown: "Non rompermi le scatole" e "Fatti una canna" tratte da quel disco. Ovviamente, non avendo avuto quella promozione e quella pubblicità che hanno avuto le altre mie canzoni proporzionalmente sono anche meno conosciute. Le ultime canzoni sono conosciute grazie agli spettacoli che ho tenuto dal vivo ed al passa parola che gira negli ambienti del Rock and Roll underground. Gli altri successi del periodo CBS e di Sorrisi e Canzoni, come Rock and Roll Robot e Tanz Bambolina li conoscono tutti perché vengono riproposti ancora adesso. Vengono riprogrammati spesso in discoteca. Rispetto ai miei colleghi musicisti che fanno canzoni soft, queste canzoni sono molto ballabili per cui è un genere che è fortunato. A me piace quello, piace Arlecchino e ad Arlecchino piace saltare e ballare.

TG: In tanti apprezzano tantissimo e amano Alberto, dall'ellepi  "Gelato Metropolitano", quella è una canzone che parla di te e che forse è uno dei tuoi pezzi più belli. Tu non sei d'accordo?

AC: No, non sono d'accordo. Non sono d'accordo perché non mi piace tanto. Tutti i cantanti hanno una canzone che avrebbero fatto diversamente. È carina, è molto bella, però ne ho fatte di migliori. È troppo soft. Ero troppo timido, quello era il mio secondo disco, ero ancora impappinato. Anche David Bowie nei suoi primi dischi era una crisalide che doveva ancora venire fuori. Io sono venuto fuori maggiormente con "Comici Cosmetici" e poi con "Rudy e Rita". Alberto è amato da tutto il pubblico della Cramps che è composto dai ragazzi degli anni '70 che dovrebbero essere nati negli anni '50. Quindi, me compreso, dovremmo essere tutti sui 60-70 anni. Siamo tutti un po' vecchietti, ma questo non vuol dire niente perché anche Chuck Berry era vecchio.

TG: Ma tu non sei vecchio Alberto, tu sei Arlecchino!

AC: È vero, Arlecchino non ha età, Arlecchino non è un essere umano, è un mascherotto, un pagliaccio. Io però sono un essere umano, sono vecchietto, ho 67 anni. Edoardo Bennato però è più vecchio ancora.

TG: Sembra che il tempo non sia passato... Che cos'è il tempo?

AC: Il tempo è energia, è massa al quadrato. Il concetto di tempo in filosofia è stato anticipato da Sant'Agostino, non è stato mai più ricagato, poi è arrivato Henri Bergson che ha parlato della scienza e del tempo. Nel '900 la fisica si è interessata all'espansione dell'Universo e la scienza ha iniziato a tener presente che il tempo era relativo allo spazio, per cui se tu mi chiedi che cos'è il tempo io ti dico che il tempo è: Andante, Largo, Larghetto, Mosso, Allegro... Il tempo per un musicista si chiama Tempo (in italiano) ed è il metronomo. Il tempo per me è quello: la velocità dei bpm. Poi, Time è 2/4, 3/4, eccetera. Cos'è il tempo? È una domanda pazzesca... Staremmo qua due giorni a parlarne.

TG: Ma esiste?

AC: Non ci ho mai pensato, a dire la verità. Esiste una nostra percezione del tempo o un tempo in assoluto? In assoluto è difficile, è relativo. La nostra percezione è assoluta, ma è molto limitata. Noi siamo molto abituati ad avere le risposte in tasca, a fare la morale agli altri e a trovare quello che è giusto o non è giusto. Anch'io in primis, eh!

TG: Ti senti cambiato dagli anni '80?

AC: Certo che sì. Come no? Sono cambiato rispetto agli anni '90, ai 2000, ai 2010... Sono molto cambiato; anche dopo la morte dei miei genitori sono cambiato. Si cambia. Guai se non fossi cambiato. Sono fiero di essere cambiato.

TG: Hai iniziato a suonare perché ti piaceva la musica o perché volevi raccontare qualcosa con le tue canzoni?

AC: Tutte e due le cose. Mi mettevo sulla moquette di camera mia dopo pranzo e vaneggiavo, ero Andy Warhol, Mina, Sophia Loren. Claudio Rocchi è stata la mia prima grande fonte d'ispirazione, il mio aiuto. È stato veramente il mio tutore. Ho imparato molto da lui. Lui era più maturo di me; io ero più indietro come maturità. Lui era già un leader con la sua storia. Io lavoravo alla sua corte; è stato un periodo bellissimo: ero molto giovane, avevo 20 anni. È durato poco, anche.

TG: Avere successo troppo presto può essere un problema?

AC: No, dipende.

TG: Non ci sono controindicazioni?

AC: Ma no, Paolo Conte l'ha avuto tardi, altri giovanissimi: Eros Ramazzotti a 13 anni, quell'altro a 39, no... Dalla l'ha avuto tardissimo. No, non credo che c'entri niente... C'entra il fatto d'essere un sex-symbol perché nel successo conta molto il sex symbol, ma non tutti sono sex symbol. Cioè, Dalla non vendeva un sex symbol.

TG: Tu ti sei sentito un sex symbol?

AC: Per un periodo, sì. Per le bambine. Per le verginelle, perché ero l'uomo-oggetto. Vendevo dischi, come tutti i cantanti italiani, principalmente, l'ho saputo dopo però, solo alle scuole medie. Alle femmine. Perché i maschi comprano subito musica americana e dicono che la musica italiana è disprezzabile perché è troppo facile da raggiungere e le ragazzine compravano la musica italiana. Mia moglie l'ho conosciuta così.


Ohibò Milano Alberto Camerini
Alberto Camerini a Milano la sera di Sant'Ambrogio 2018.

TG: Però tu sei anche un grande chitarrista, anche se oggi non ti abbiamo visto in quella veste.

AC: Sì.

TG:  Eri molto richiesto come chitarrista?

AC: No, quello no, perché mi avrebbero dovuto pagare. Ho avuto successo come cantante. Anche Tozzi suonava la chitarra, non sono l'unico. Prince suonava la chitarra molto bene.

TG: Molti però dicono che tu sei anche un grande chitarrista.

AC: Sì, va bene, sono migliorato adesso. Ho comprato una chitarra nuova a 24 tasti. Forse, chi mi è venuto a sentire adesso s'è reso conto che sono migliorato.

TG: Perché non hai suonato questa sera?

AC: Perché voglio 3000 euro, più le prove, minimo. I musicisti piace che vengano gratis? Neanche a morire; se vogliono 500 euro l'uno, devono darmi 2000 euro solo per i miei musicisti. E le prove chi le paga? Purtroppo non ci sono le condizioni economiche. Io faccio il chitarrista in sala d'incisione, nel mio studio, a casa. Sto registrando un sacco di brani con la chitarra elettrica. Tanti senza... Per tutti i gusti... però tanti con la chitarra elettrica.

TG: Stai preparando un disco nuovo?

AC: Ma no... Non si fanno più dischi nuovi. Si fa un video che di mette su Youtube...

TG: La tua canzone preferita?

AC: La mia? Dipende dai giorni. (Pausa) Rock and Roll Robot!


Albero Camerini autografo su album Rudy e Rita
La copia di Rudy e Rita di Tony Graffio autografata da Alberto Camerini.

Tutti i diritti sono riservati a Tony Graffio Frammenti di Cultura

Arlecchino da Rock Harlequin News (una Fanzine del 1983)
Ecco alcune affermazioni di Alberto Camerini dei primissimi anni '80 tratte da una rarissima fanzine pubblicata da una fan di Rho. Pensieri che sono validi ancora oggi a distanza di più di 35 anni.

- Arlecchino perché è una maschera che sa sempre reinventarsi, è sempre vivo

- Arlecchino può rivivere con un repertorio nuovo, accerchiato da mille tastiere, computerizzate, ma guidate dall'uomo.

- Arlecchino non è morto, ma continua a vivere, il mio però non è un arlecchino archeologico.

- Arlecchino di oggi non può essere che rock. Io lo rivivo così. Il rock è il nostro teatro popolare, la nostra commedia dell'arte.

- Arlecchino del 2000. Tutto sommato, anche se non mi piacciono le etichette, mi sta bene.

- Mi va di essere così. Chi interpreta Arlecchino lo deve fare per tutta la vita.

- Ci tengo moltissimo ad essere Arlecchino, è la chiave di lettura di tutto il mio discorso, della mia follia, di tutte le cose sbagliate che faccio.

- Io mi sento l'Arlecchino del 2000. Come lui sono costretto ad arrangiarmi, a fare di tutto pur di fare spettacolo. Le mie canzoni parlano sempre di cibo... la stessa ossessione di Arlecchino!

- Arlecchino è un attore che non morirà mai!

- Arlecchino non ha mai vinto. È un ironico, divertente osservatore della realtà.

- Arlecchino ha 1000 colori. Arlecchino è capace di rinnovarsi Amo trasformarmi, amo il teatro, la maschera, amo tutte le cose che fanno spettacolo.

-Arlecchino riesce a muoversi bene fra gli strumenti elettronici e le tastiere di oggi senza però perdere la freschezza e non scalfendo il suo smalto originale.


Alberto Camerini Fans Club
Rock Harlequin News, fanzine autogestita, copertina del primo numero del febbraio 1983.

Alberto Camerini Fanzine
Sommario del Rock Harlequin Fans Club Magazine

Alberto Camerini Rock '80 Fanzine.

da Rock Harlequin News


Arlecchino


Rockmantico e Discografia fino al 1983

Testi di Computer capriccio su Rock Harlequin Fans Club Magazine.



PLASTIK ROCKER
(da Rock Harlequin News del febbraio 1983)

Alberto Camerini stupisce sempre, è inutile negarlo, come del resto è inutile prevedere il suo prossimo look.
Fantasioso e soprattutto imprevedibile, è ancora molto lontano dallo stereotipo del cantante di successo, anche perché lui non è un cantante, ma un rocker.
Inutile dire che la precisazione non è un intellettualismo, ma appunto una precisazione, dato che la parola cantante non ha più molto senso, specie in Italia, dove tutti si spacciano per cantanti, in particolar modo quelli che non sanno cantare. 
Ma torniamo a Camerini. Il suo look è una versione personalizzata (molto!) di Arlecchino tra il post-romantico e il tardo-punk, che si divide tra commedia dell'arte, rock e puro divertissement.
Anticonformista per vocazione, rende la sua public-image abbastanza caotica, con il suo Arlecchino e tutte le varie immagini che gli attribuisce. Tutto giustificabile: lui è Camerini (al plurale) e questo basta a capire tutto. 
Alberto o Arlecchino? Non è poi così importante, in ognuno dei casi si tratta sempre di un personaggio molto bizzarro, ma dai modi raffinati e contemporaneamente decisi. Sembra che giochi molto sull'improvvisazione, in realtà i suoi gesti sono studiati accuratamente: Arlecchino per lui non è un atteggiamento, è un modo di vivere.
Il tutto è il risultato di un'evoluzione personale e musicale che non ha mai conosciuto barriere.
La sua indole musicale si è svelata abbastanza presto, ma il suo impatto con il vinile non è stato certo dei migliori.
La sua fedina musicale è stata inaugurata da tre colpi a vuoto (poi rivalutati) che corrispondono alle tre sfortunate quanto gloriose esperienze timbrate Cramps.
Camerini è forte! Veramente! Con le sue storie di Arlecchino e le sue favole surreali.
Professione rockman, ma è un rocker molto divertente, niente a che fare con gli odierni cliché che vedono solo tipi dall'aria truce con chiome bionde da sbattere ininterrottamente.
È piccolino, niente a che vedere con i machi d'oltreoceano, ha lo sguardo profondo, da intellettuale, ma molto dolce.
Camerini ha sempre avuto una mente poliedrica. Sin dagli esordi il suo era un personaggio poliedrico che più poliedrico non si può. Poliedrico e precursore. Fantascientifico per i suoi tempi. 
Arlecchino è presente in tutto quello che fa. È dappertutto. Non è ben chiaro se da Arlecchino nasce Camerini o viceversa.
Ma forse non è poi così importante capirlo, sono entrambi collegati: Arlecchino è servitore di due padroni e lui ha detto che i suoi due padroni sono Alberto e Camerini. Non basta?

Per l'album Rockmantico del 1982 Alberto Camerini ha utilizzato:

- OBX-A Prophet 5
- Polymoog
- Yamaha ABC
- Micromoog
- Vocoder Korg
- Roland 100 system
- Roland CSQ sequencer

Batterie elettroniche:
- Roland CR 8000
- CR 78 Compurythm


Alberto Camerini, 67 anni, Rock Star Milano Ohibò
Alberto Camerini, 67 anni, Rock Star.


venerdì 14 dicembre 2018

Aldo Marci ritrattista: sulla strada con il collodio umido per vedere le vite degli altri con occhi diversi

"Non bisognerebbe mai giudicare un fotografo dal tipo di pellicola che usa, ma solo da come la usa." Ernst Haas

Aldo Marci e la sua camera oscura portatile per sviluppare il collodio umido
Aldo Marci agli Alterbej sabato 8 dicembre 2018

Avevo incontrato Aldo Marci lo scorso anno, sempre agli AlterBej, ma ho deciso di fotografarlo e intervistarlo solo settimana scorsa. Sono emerse molte cose interessanti, oltre la sua sfrenata passione per una ricerca dell'immagine che lo spinge ad affrontare mille difficoltà e condizioni di lavoro pressoché inaccettabili, per un uomo del XXI secolo. TG

Tony Graffio: Ciao Aldo, che cosa stai facendo?

Aldo Marci: Faccio fotografie al collodio, sono un artista di strada che normalmente svolge la sua attività sempre all'aperto.

TG: Cosa stavi controllando fino a 10 secondi fa su questa ambrotipo?

AM: Ho finito di lavare le lastre e stavo per procedere con l'asciugatura, ma prima devo sistemare il disastro causato da due giorni di lavoro in queste condizioni, all'aperto. Dopo che avrò asciugato le lastre, dovrò verniciarle. Quella è la parte finale della lavorazione.

TG: Mi sembra che hai parecchia attrezzatura qua con te sul Cavalcavia Bussa.

AM: Ho la mia camera oscura portatile, la mia fotocamera e il minimo di acqua e chimici che mi servono per 4 giorni di lavoro.

TG: Hai già fatto qualche posa?

AM: Sì in questi giorni ho esposto e sviluppato delle lastre; quelle di oggi le ho qui con me, le altre le tengo sempre a casa perché portarle avanti e indietro può essere un problema.

TG: C'è il rischio che si rompano le lastre di vetro degli ambrotipi?

AM: Sì. Ieri ha anche piovuto.

TG: Sì, è vero, ha piovuto un pochino. Hai avuto problemi?

AM: La pioggia ha bagnato un po' della mia roba. Adesso asciugo le lastre che ho lavato. Di giorno, sono molto impegnato con gli scatti.

TG: Lo so, infatti sono passato adesso che è già buio.

AM: Di giorno, preparo le lastre e scatto fino che posso e cerco d'avere il tempo per farne sempre di più. Poi, le tengo bagnate per finirle più tardi. Non c'è altro modo di fare questo lavoro.

TG: Le tieni a bagno individualmente nelle bacinelle?

AM: Sì. Le altre le lascio fuori ad asciugare.

TG: Non c'è bisogno di un lavaggio in acqua corrente?

AM: Sì, ho le taniche qua dietro e cambio l'acqua ogni 10 minuti. Lavo le lastre per due ore in questo modo. Anche di più... non è il massimo. Tecnicamente, andrebbero lavate almeno per 30 minuti in acqua corrente, o cambiando spesso l'acqua, perché il sodio tiosolfato non si scioglie facilmente e poi con il freddo bisogna riuscire a gestire più cose.

TG: Come ti è venuta la passione per il collodio umido?

AM: È stata una specie di illuminazione sulla via di Damasco. Una mattina mi sono svegliato ed ho deciso che volevo fare il fotografo di strada.

TG: Tu sei un architetto, mi sembra...

AM: Architetto è una parola grossa; ho studiato architettura, ho fatto qualche tirocinio, ma quello che mi interessava era cambiare vita e stare sulla strada facendo il fotografo. La tecnica del collodio era l'unico modo per poterlo fare. Ho iniziato al semaforo e non avendo uno studio posso farlo solo all'aperto. Non è un mio merito, lo faccio all'aperto perché è l'unica possibilità per farlo. 

TG: Forse hai scelto il collodio umido perché ci stavi già pensando; come hai conosciuto questa tecnica del 1850?

AM: Prima fotografavo in grande formato, poi un giorno ho visto un video in rete e mi sono detto: "È così che mi piacerebbe fotografare". E così, mi sono applicato per imparare.

TG: Quanto tempo fa?

AM: Due anni fa. Quasi tre. Sono in strada da due anni. Ho iniziato girando per piccoli eventi, poi mi proponevo nelle feste di paese; ho preso più fiducia, ho imparato di più, vado alle rievocazioni storiche e adesso sono in giro in luoghi un po' diversi, un po' underground. Sto cercando il giro dei rave-party e delle persone che fanno musica Techno, oppure di quelli che vivono sui camion.

TG: Ti piacciono i volti particolari...

AM: Sì. Ho scoperto che le persone che frequentano questi contesti sono quelle più interessate a quello che faccio e quelle che mi accettano di più. Riconoscono il mio lavoro e sono disponibili per farsi fotografare. In questo modo anch'io riesco a scattare le foto che mi piacciono, diverse dalle pose in studio. Studio che non ho e pose che non sarei capace di fare, tra l'altro.

TG: Il collodio umido ha comunque bisogno della luce ultravioletta del sole.

AM: Il collodio è nato per fare fotografie con la luce naturale. All'interno o all'esterno, quello che per me è importante è la luce naturale. La luce artificiale non  mi piace; c'è gente che è in grado di fare bellissimi lavori anche in quella luce, ma io non sono in grado di farli. Per questo per me ha senso lavorare solo all'aperto: è una cosa che ho estremizzato e sono fuori all'aria aperta in ogni stagione. Estate o inverno io tratto il collodio sempre così, con il mio studio portatile.

TG: Quali sono le difficoltà più grandi da affrontare con questa attività itinerante all'aperto?

AM: Ho bisogno dei permessi e non sempre posso piazzarmi dove vorrei. Il clima influisce molto, pertanto all'aperto è tutto difficile. Il freddo è un problema, il caldo è un problema, l'umidità è un problema.

TG: Qual'è la temperatura ottimale per operare?

AM: Quella che trovi in casa.

TG: 20 gradi?

AM: 18°. Dai 17 ai 20 gradi, con 60% di umidità: quindi, quasi mai. O forse, tre giorni all'anno nel Nord Italia.

TG: Bisogna compensare coi tempi o non ci sono regole?

AM: Ci sono delle regole, ma si lavora sulla base dell'esperienza, fondamentalmente.

TG: Bisogna scattare molto per imparare?

AM: Sì, scattando molto alla fine si impara.

TG: Tu fai sia tintype, ambrotype che carta salata?

AM: Principalmente faccio ambrotipia. Ho iniziato con l'alluminio, ma il tintype per me è quella storica su ferro verniciato. Non mi piace l'alluminio; sul ferro non sarei in grado di lavorare, così ho scelto il vetro. Faccio anche i negativi. Ho iniziato a lavorare sulla carta salata, proprio perché sto imparando a fare i negativi per fare le stampe da negativo al collodio. Oggi, qui in strada, con la gente di un contesto di musica Techno ho preferito fare ambrotipia che è più facile, altrimenti mi toccherebbe seguire un processo ancora più lungo.

TG: Non è facile restare concentrati in mezzo a tutta questa confusione... (mentre parliamo c'è un sottofondo di musica Tekno piuttosto forte ndTG)

AM: Ormai faccio parte anch'io di questa situazione. Mi rilassa.

TG: Non ci fai più caso?

AM: La musica la sento, però riesco lo stesso a fare le mie cose. Non ci faccio quasi più caso.

TG: Adesso, stai pulendo una lastra?

AM: Sì, anche se purtroppo questa non è perfetta. La conservo, o forse la regalo, ma non posso venderla a prezzo pieno.


TG: Bella comunque. Sono sempre i ragazzi dei camion i soggetti?

AM: Sì, sono loro.

TG: Ti piacciono anche le rievocazioni d'epoca in costume?

AM: Non è che mi piacciono; è una cosa nata per caso, io non li conoscevo, ma un giorno mi sono reso conto che era il 24 giugno, l'anniversario della battaglia di San Martino e Solferino, e ho scoperto che esisteva quel mondo. Ho scritto a varie associazioni, una mi ha risposto (Amaltea), così ho iniziato a frequentare l'ambiente delle rievocazioni storiche delle battaglie della seconda metà dell'800. Da quest'anno faccio parte di Amaltea e grazie a loro sono cresciuto molto, ho trovato persone che apprezzano veramente quello che faccio e mi danno una mano.

TG: È difficile trovare l'esposizione giusta?

AM: All'aperto sì, specie quando inizia a cambiare la luce e ci sono le nuvole e non puoi metterti dove vuoi. Devi fare la foto perché te lo chiedono, ma non sempre riesci a spostare il soggetto. O magari, come qua, trovi un grattacielo che ti toglie la luce.

TG: Con che tempi lavori?

AM: Oggi lentissimi. Ero a circa 2 secondi a f 8. Se la giornata è buona posso arrivare a 1 secondo a f 11, anche f 16, in primavera. Variano molto.

TG: Scendi mai sotto il secondo?

AM: Adesso sì perché ho comprato un otturatore meccanico, prima no. Al massimo arrivo a 1/4 di secondo, ma il cielo deve essere molto luminoso. Raramente mi capita. Di solito il collodio vuole una fotografia introspettiva.

TG: Spiegami questo concetto.

AM: Con i tempi lunghi le persone si lasciano andare.

TG: Si cambia proprio espressione?

AM: Sì. Sei costretto a buttare via la maschera. Raramente metto le persone in possa; lascio fare tutto a loro. I veri fotografi, non io, hanno in mente un'immagine, la ideano e la costruiscono. Allo stesso modo scelgono il soggetto, lo vestono e decidono prima anche l'espressione che deve avere chi viene fotografato. Io non sono ancora capace di lavorare così, sono più istintivo. Vedo qualcuno che mi piace, osservo la sua espressione e la ricreo com'era quando l'ho incontrata. Non si tratta di mettere una persona davvero in posa. Quello che mi piace è la situazione. Il mio è più un reportage al collodio.

TG: È una fotografia più vera.

AM: Non lo so, non m'importa nemmeno la verità. Non la cerco nemmeno. La realtà non è bidimensionale. Io cerco un momento.

TG: Adesso con questo fornelletto ad alcool cosa stai facendo?

AM: Asciugo le lastre.

TG: Dove hai reperito tutte le informazioni per fare questa attività?

AM: Su internet. Sono nato come autodidatta e ho imparato da solo.

TG: È attendibile quello che si trova su internet?

AM: No. Poche cose sono attendibili su internet. Trovi magari qualcuno che ti consiglia, ma devi sempre confrontarle con altre fonti. Ho trovato molte informazioni su Collodio Italico, ma ci sono anche forum internazionali o professionisti ai quali, se scrivi, ti rispondono.

TG: Ai nostri giorni che senso ha utilizzare una tecnica di più di 150 anni fa?

AM: Uno dà il senso che vuole a questa cosa. Per me si tratta di registrare un'altra luce. Il collodio umido vede un altro mondo. Vede qualcosa che noi non vediamo. Questo mi piace. E poi mi permette di conoscere persone. Se vado in giro a scattare con una macchina fotografica normale, nessuno mi dà retta; se vado in giro col collodio posso fare ciò che voglio e posso chiedere quello che voglio. Ci provo almeno... Le persone mi dicono che gli piace quello che faccio. Posso conoscere tutti: quelli che vanno ai rave-party o che vivono sui camion; è molto più facile vedere le vite degli altri, così.

TG: Aldo, come riesci a conciliare questa tua passione per i rave con il mondo delle rievocazioni storiche di fine '800; mi sembra che siano degli interessi proprio agli antipodi...

AM: Ma non è la mia passione la musica Techno! Non sono mai andato ad un rave. Mi interessa la gente che ci partecipa o chi ha fatto la storia dei rave.

TG: Conosci quelle persone?

AM: No, ma girando in posti come questo li sto conoscendo.

TG: Ho capito. E nelle rievocazioni storiche che cosa succede?

AM: Le rievocazioni storiche sono una cosa completamente diversa; innanzitutto hanno un fine educativo e ludico. Cercano di mostrare non solo la battaglia, ma di ricostruire il mondo dell'epoca, come vivevano quelle persone, sia la vita militare che la vita civile. Per questo sono interessato, ho la possibilità unica di poter seguire la mia passione e di fare scatti ispirati a quell'epoca e ai movimenti fotografici del periodo.

TG: Sembra riuscito abbastanza bene l'ambrotipo dei ragazzi sul camion...

AM: Sì, abbastanza. È stata una foto piuttosto complessa da realizzare, a causa della luce troppo forte che creava un contrasto esagerato tra le zone illuminate del soggetto e le ombre. Ho cercato di mediare e quello che vedi è quello che ne è uscito.

TG: Il collodio umido dovrebbe avere una buona latitudine di posa, è così?

AM: Il collodio ha molto contrasto. Se usato in un certo modo si riesce ad avere una buona latitudine di posa, però ha sempre un grande contrasto.

TG: Ci sono ricette che riescono ad attenuare un po' il contrasto?

AM: Ognuno ha la sua, ma non ci sono regole. Ognuno ha un suo sviluppo; è qualcosa che bisogna trovare da soli.

TG: Il collodio umido è come se fosse un positivo?

AM: Tecnicamente un'ambrotipia è un negativo debole. Solo che se lo osservi con un fondo nero diventa positivo.

TG: Cosa significa "negativo debole"?

AM: Queste lastre sono dei negativi, tecnicamente, ma non sono buoni per essere stampati, perché non hanno la densità sufficiente.

TG: È un problema di gamma tonale molto bassa?

AM: No, di densità molto bassa. Dove la lastra ha preso luce non è abbastanza scura per poter tirare una stampa.

TG: Insomma, detto volgarmente, la lastra è troppo trasparente...

AM: Esatto, troppo trasparente. Se fai un negativo devi esporre per il doppio del tempo, sviluppare per un tempo più lungo e devi intensificare; Per fare un negativo al collodio devi fare un altro processo.

TG: Ti sei costruito da solo gran parte delle tue attrezzature?

AM: Sì, ho progettato la camera oscura portatile e un amico mi ha aiutato a costruirla, perché lui ha le frese da legno, però sì, buona parte di quello che utilizzo l'ho costruito io. La fotocamera per il 18X24 l'ho comprata usata e poi ho modificato alcune sue parti. Ci ho aggiunto un po' di cose e la modificherò ancora.

TG: Ti piace smanettare o quello che fai è proprio indispensabile?

AM: Per me è indispensabile. O paghi tutto tantissimo o ti costruisci da solo quello che ti serve.

TG: Siete in molti nella comunità del "Collodio Italico"?

AM: Penso di sì, io ne conosco solo qualcuno, ma per me contano le persone che scattano sempre che poi sono sempre i soliti noti... Sono distribuiti su tutto il territorio, non è che si trovano tutti in un unico luogo. Siamo un po' lontani uno dall'altro.

TG: Vi incontrate, ogni tanto? Avete in programma qualche raduno?

AM: Sarebbe bellissimo, ma io conosco solo poche persone appartenenti a questo gruppo.

TG: Chi conosci?

AM: Conosco personalmente Dennis Ziliotto che per me è una fonte di ispirazione ed onestamente è a un livello superiore rispetto al mio.

TG: Hai sperimentato anche altri tipi di tecniche fotografiche antiche o ti sei concentrato prevalentemente sul collodio umido?

AM: Principalmente opero col collodio umido, ma ho provato anche la carta salata e vorrei imparare a trattare l'albumina. perché io ottengo negativi al collodio che mi piacerebbe stampare con le tecniche di quell'epoca.

TG: Sarebbe possibile ingrandire un negativo al collodio per stamparlo con un ingranditore a luce UV?

AM: Sì e no. Si può stampare una diapositiva in bianco e nero per fare un'ambrotipia. Nessuno lo vieta, ma perde molta poesia. 

 Un negativo di quel tipo non può essere stampato su carta ai sali d'argento. Comunque le tecniche antiche richiedono la stampa a contatto.

TG: E si potrebbe stampare un negativo normale su un vetro trattato col collodio?

AM: Sì  e no. Si può stampare una diapositiva in bianco e nero per fare un'ambrotipia. Nessuno lo vieta, ma perde molta poesia. Perde la luce che vede il collodio, perde il suo senso. Questa però è una mia opinione.

TG: Proprio niente da fare? Si può solo stampare a contatto?

AM: Se prendi una lastra negativa al collodio con la densità corretta la puoi stampare normalmente su carta d'argento, ma se hai una grande densità, quella per le stampe a contatto, non puoi stampare all'argento perché è troppo densa. Devi sapere fin dall'inizio cosa vuoi fare perché poi non puoi tornare indietro.

TG: Tu stampi tre diversi formati a contatto: quarter plate, 13X18 e 18X24?

AM: Sì, i formati sono sempre quelli. Faccio quello che posso. In realtà lavoro sul quarter plate (101X80 mm) perché ho dovuto adattare lo chassis della 4X5.

TG: Hai aperto e tagliato uno chassis Fidelity di plastica?

AM: Sì, in realtà sono d'alluminio nella parte centrale e non sono così facili da segare...

TG: Hai una tua formula preferita che usi abitualmente per il collodio umido, o vari i chimici a seconda delle necessità e delle condizioni?

AM: Ho provato a variare,ma alla fine amo sempre di più il Poe Boy, per un'unica ragione, aderisce meglio al vetro.

TG: C'è anche il problema del distacco dell'emulsione?

AM: Molti non fanno ambrotipia perché sono costretti ad usare l'albumina, io ho modificato la ricetta in modo da far attaccare bene l'emulsione al vetro e non ho problemi in nessuna condizione. Anche i negativi li intensifico senza l'albumina. A metà '800 non veniva menzionata l'albumina perché la formula del collodio era differente. Le ricette moderne sono diverse perché diverso è il collodio, ma il concetto è lo stesso. Le ricette di una volta erano più diluite, però erano migliori per stampare i negativi. Ogni fotografo aveva la sua ricetta. Cosa che comunque avviene anche oggi. Ognuno ha le sue preferenze.

TG: Certo, ma i risultati sono comparabili?

AM: Oggi si insiste troppo sulla tecnica. È come discutere se la Ilford Hp5 sia meglio di un'altra pellicola o no. Ognuno trova la sua strada, quello che conta è l'immagine finale. I tecnicismi non mi interessano. Lo sviluppo allo zucchero sono costretto ad usarlo perché d'estate all'aperto fa caldissimo e quello sviluppo è l'unico che gestisce le alte temperature.

TG: Quale tipo di luce preferisci per i tuoi scatti?

AM: Un cielo con nuvole luminose o un'ombra aperta; nessuna delle condizioni che si è presentata in questi giorni qui a Milano.

TG: Hai visto delle lastre originale riprese nella metà dell' 1800? Come ti sembrano?

AM: Sì. Sono molto più belle delle nostre.

TG: Loro erano più bravi di noi, pur disponendo di una tecnologia più antiquata?

AM: Noi usiamo la stessa tecnologia, al massimo utilizziamo obiettivi moderni.

TG: Allora sono le nostre capacità manuali che sono inferiori a quelle dei nostri avi? E la nostra volontà?

AM: Sì. Noi ci accontentiamo troppo di quello che facciamo. All'epoca non c'era niente di meno della perfezione. Tutto quello che non andava bene veniva probabilmente distrutto o bruciato. I fotografi erano pochissimi e chi era fotografo lo era davvero. Non si metteva a usare il collodio umido per fare cose brutte. Se faceva una cosa che non andava bene non la vendeva.

TG: C'era più serietà e rigore.

AM: Sì, ma quello accadeva in ogni cosa e in tutto il mondo del lavoro. Se fai una cosa, o è o non è.

TG: Ti piace questo tipo di vita: stare all'aperto e conoscere persone? Svolgere una tua attività... Sono questi i motivi che ti hanno spinto a scegliere il collodio? E poi il gusto per l'immagine...

AM: Sì. Io cerco persone e qui le trovo. Trovo tutto quello che voglio. Difficilmente da un'altra parte troverei cose di questo tipo. Io cerco i ragazzi che vivono sui camion, poi loro girano nei vari rave e fanno vedere ad altri le immagini che ho scattato. Questo mi piace. Poi, gente che non conosco viene da me e mi dice: tu sei quello che ha fatto la "foto"... E così, anche loro si fanno fotografare e poi conosci altre persone ed inizi a capire chi sono quelli che sono state le leggende di quell'ambiente negli anni '90 e li fotografi.

TG: Ho capito. Il fatto che le tue lastre siano dei pezzi unici, per te è un pregio, un difetto, un problema o che cosa?

AM: È un problema, ma è il suo fascino. Chi compra una "foto" da me ne ha soltanto una.

TG: Ti capita di farne due? Una per te e una per chi te la chiede?

AM: A volte, sì.

TG: E ovviamente non saranno mai uguali...

AM: No. Sono due "foto" diverse. Questo è il loro fascino.

TG: Sceglie il cliente?

AM: Se la lastra è per me, scelgo io; se è per il cliente la sceglie lui.

TG: Scatti anche con pellicole piane speciali, radiografie...

AM: Ho appena comprato delle pellicole x-ray, non so bene cosa combinerò...

TG: Non hai ancora provato?

AM: No. Usare le pellicole x-ray è l'unico modo per utilizzare pellicole di formato 18X24, senza sborsare una fortuna. Bisogna accontentarsi di quello che si trova.

TG: Si possono ottenere ottimi risultati anche dalle pellicole per radiografie?

AM: L'arte di arrangiarsi crea sempre risultati inaspettati. È un po' come per il collodio: non hai uno studio? Allora esci a fotografare all'aria aperta. Non ti devi far fermare dal caldo, dall'acqua, dalla neve, dai temporali o dal vento.

TG: Bisogna essere persone calme, imperturbabili con un buon autocontrollo che non si lasciano distrarre da niente. Bisogna essere un po' speciali per riuscire a seguire dei ritmi così lenti in un mondo che viaggia alla velocità della luce che trasporta i bit sulla rete web...

AM: Non lo so... Per me la vita dovrebbe essere sempre molto calma e lenta. Anche questi ragazzi intorno a me sono molto calmi e lenti. Non sembrerebbe, ma è così. Sono molto tranquilli. Dipende tutto da come ti poni con le persone.

TG: Ok, grazie Aldo, ho un'ultima richiesta da farti. Magari potremmo incontrarci più avanti, in primavera magari, per fare una specie di backstage fotografico mentre tu lavori e riprendi i tuoi soggetti preferiti al collodio umido?

AM: Perché no? Anche se sarebbe un backstage un po' surreale...

TG: Perché?

AM: Perché ci sarebbero i tipi coi camion, piuttosto la gente che trovo per strada o sulla ferrovia. Prima ho bloccato il traffico per prendere uno scatto.

TG: Si sono fermati?

AM: No, ma li ho bloccati lo stesso, quando piazzo la macchina sul cavalletto non mi muovo fino a che non ho finito.


Ambrotipia
La lastra di cui si parla durante l'intervista ad Aldo Marci.

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