giovedì 15 novembre 2018

Un Procione Cosmico In Orbit al 29° Psych Out Festival

Cosa ci fa un procione cosmico allo Psych Out Festival? Semplice: scalda la mente a chi lo organizza! TG

Giampo Coppa è nell'organizzazione dello Psych Out Festival (prima Psych Out Party) fin dal 1989.
Giampo Coppa è nell'organizzazione dello Psych Out Festival (prima Psych Out Party) fin dal 1989.

Tony Graffio: Ciao Giampo, dove vai con quel procione cosmico sulla testa?

Giampo Coppa: Lo porto sempre con me. Devi sapere che i procioni cosmici li trovi di due tipi: rosa o azzurri. Il mio è azzurro. Devi anche sapere che i procioni cosmici non sono stati uccisi per fare questi copricapi perché dopo un po'questi animali spaziali perdono il pelo e abbandonano la loro pelliccia tutta intera, tanto poi gliene cresce un'altra...

TG: Giampo, ma cosa mi stai raccontando?

GC: Storie dallo Spazio...

TG: Balle spaziali, insomma... (risate)

TG: Perché questa edizione dello Psych Out si chiama: "In Orbit"?

GC: Questa edizione è stata tutta un po' orbitante... Vagavamo negli spazi cosmici cercando di atterrare su una base che ci potesse ospitare; infatti a differenza delle altre edizioni che si sono sempre svolte a fine ottobre, questa è stata differita a novembre. È nato tutto un po' in orbita e sempre in orbita siamo, ma adesso finalmente siamo atterrati.

TG: È mai stato a rischio il festival di quest'anno?

GC: Quello no. Impossibile, ma dovevamo capire dove atterrare.

TG: Le altre edizioni del festival avevano un nome o un tema?

GC: Beh, il primo festival lo abbiamo chiamato: Psych Out 25, back to the Sixtyies and colour your mind. Si trattava del 25° compleanno della nostra festa psichedelica che prima aveva una cadenza mensile, mentre da quattro anni a questa parte l'abbiamo trasformata in un festival a cadenza annuale.

TG: A chi si perderà questo fantastico festival psichedelico, cosa vorresti dire?

GC: Non è il caso di preoccuparsi, perché per l'anno prossimo, in occasione della 30a edizione, prepareremo un festival indimenticabile del quale si parlerà in tutta la galassia. Occhio però a non perderlo, perché potrebbe essere l'ultimo mitico Psych Out! Spero che tutti gli appassionati di stile di vita anni '60 e musica psichedelica si informino per tempo e vengano a trovarci, perché noi ad ogni festival ci mettiamo anima e cuore per costruire allestimenti, situazioni, luci e tutto quello che crea l'atmosfera di un evento unico e irripetibile. Quest'anno, tra le varie attrazioni, abbiamo anche qui con noi i nostri fratelli svizzeri del Vinyl Sound & Liquid Show Club di Bellinzona. Per quattro anni ci abbiamo pensato noi del Brain Illusions, Riccardo Iconout ed io, ma in questa occasione, visto che con loro già ci scambiamo i liquidi, abbiamo affidato il light show a Gianni, Henry, Teo e Omar.

TG: Quanto pubblico aspettate?

GC: L'anno scorso abbiamo avuto circa 800 ingressi; quest'anno speriamo di restare ancora su questi numeri, ma purtroppo quando c'è un po' di pioggia la gente non si muove tanto volentieri. Però, se lo vai raccontare ad un belga lui ti dirà: "Brutto tempo? Embeh, quindi?".


martedì 13 novembre 2018

Vinili Psichedelici allo Psych Out Festival

"La libertà che ci rimane è essenzialmente la libertà di scegliere tra le marche A, B e C." 
John Zerzan

Dopo essermi un po' soffermato a ponderare sull'acquisto di alcuni CD con musiche tratte dai film di James Bond, ho incontrato Lele Roma, un esperto di controcultura che ha una grande passione per la psichedelia e la musica beat. Stranamente, allo Psych Out Festival Lele mi ha consigliato il primo disco di un gruppo funky anni '70... TG

Lele Roma, 53 anni, appassionato di musica, studioso di controcultura ha presentato la proiezione de: "I figli dello stupore" allo Psych Out Festival del 10 novembre 2018.
Lele Roma, 53 anni, appassionato di musica, studioso di controcultura ha presentato la proiezione de: "I figli dello stupore" allo Psych Out Festival del 10 novembre 2018.

Tony Graffio: Ciao Lele, così ad occhio direi che tu dovresti essere nato proprio nel pieno degli anni '60. Per questo sei appassionato di quel periodo storico e di quella musica?

Lele: Effettivamente, Tony ci hai preso. Può essere che quegli anni mi siano rimasti nel cuore, ma qua allo Psych Out Festival puoi trovare anche tantissimi ragazzi che desiderano rivivere quel periodo un po' ingenuo e felice e che vogliono conoscere meglio anche le band e la musica che si suonava in quei giorni.

TG: So che qua posso trovare qualche bel LP. Consigliami qualcosa di particolare che magari io non conosco.

Lele: C'è questo gruppo americano che si chiama Black Merda che fa una buona musica, al contrario di quello che potrebbe sembrare. Anche se è proprio scritto così con una parola italiana non tanto bella. Ovviamente, il significato di questa band non è quello che intendiamo noi, ma è il suono degli afro-americani che hanno abbreviato la parola murder
in un loro slang particolare. Black Merda in realtà è l'assassinio nero... Loro hanno scelto di scriverlo così come si pronuncia, non con la parola originale. Certo, a noi italiani il nome del loro gruppo fa uno strano effetto.

TG: Più che altro fa ridere.

Lele: Sì, ma si può tradurre e subito ha un altro senso.

TG: Mi stai consigliando un disco funky?

Lele: Loro erano attività tra il fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 e facevano un genere Funk-psichedelico.

TG: Tu ce l'hai questo disco?

Lele: Certo che ce l'ho!

TG: Quindi non posso sbagliare... È un buon disco?

Lele: Eccome! Se te lo consiglio... Certo che se poi non ti piace il genere...

TG: Sono cazzi miei... ho capito.

Lele: Ti posso dire che è un Funk-psichedelico un po' pesante.

TG: Non mi sembrano tanto conosciuti questi Black Merda...

Lele: Beh, oddio, nel mondo della Black Music sono un gruppo fondamentale. 

TG: Elamadonna...

Lele: Diciamo che tra i minori sono un gruppo fondamentale.

TG: Va bene Lele, mi hai convinto compro questo disco, ma tu mi lasci il tuo numero di telefono, perché se poi mi accorgo che è un caso di nomen omen mi lamenterò con te.

Lele: Va bene, non c'è problema.

TG: In questa bancarella tenuta da Alberto di Drippin' Hits c'è qualcos'altro che solletica la tua attenzione?

Lele: Mah sì, c'è un'altra cosa che mi ha stupito. Si tratta di un disco che ho già, ma con un altra copertina e questa esposta è forse la terza dello stesso disco. Si tratta del primo album dei Genesis che in pochi conoscono e si chiama: From Genesis to Revelation, un disco del 1969. Chiaramente è una ristampa perché all'epoca Peter Gabriel non si vestiva ancora in quel modo.

TG: Non è un falso, vero?

Lele: No è una ristampa.

Alberto Stucchi di Drippin' Hits mostra la ristampa di: From Genesis to Revelation con in copertina un Peter Gabriel molto floreale. Accanto a lui Giusi, una musicista bergamasca che accompagnava Elli de Mon.


lunedì 12 novembre 2018

Le Sister Flies al 29° Psych Out Festival

Sister Flies
Le Donne di Bastoni allo Psych Out Festival

Valentina ed Elisa sono le Sister Flies, anche conosciute come le Donne di Bastoni, un duo di giocoliere itineranti che ha preso parte al 29° Psych Out Festival e lo ha illuminato con giochi ipnotici di led, fibre ottiche, fuochi e luci colorate che hanno creato disegni geometrici nella notte tra sabato e domenica del 10/11 novembre scorso.
Si è trattato di un connubio di tecnologie vecchie e nuove che ha dato una visione in puro stile anni '60 del vortice nel vuoto in combinazione con la danza. Le Sister Flies amano anche le spade infuocate, le corde e le catene.
Girano per le piazze ed i festival di vario tipo da circa tre anni. Hanno partecipato anche al Malafemme Festival 4.
Il loro nome deriva dalle fiber flies, ovvero dalle fibre ottiche e il loro spettacolo è completo proprio perché impiega quattro diversi elementi luminosi, cosa abbastanza rara in Europa.

Donne di Bastoni

Durante tutto lo Psych Out Festival Valentina ed Elisa ci hanno rallegrato e meravigliato con le loro coreografie durante i vari cambi palco dei concerti e si sono esibite all'aperto con il fuoco per intrattenere il pubblico intervenuto al Bunker.

Valentina durante lo show


Giocondamente

"Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama." Henry David Thoreau

Per fare una mostra, non serve uno spazio espositivo, serve innanzitutto un'idea... per una felice coincidenza Boettiana, per oltre un anno mi sono perso nei paesaggi umbri e lombardi di Leonardo.
E, anche se ora, so con certezza chi è Monna Lisa e perché Leonardo ha iniziato a dipingere a Vaprio d'Adda, non importa davvero a nessuno, nemmeno a Leonardo, per cui la triste Duchessa di Milano, con il tempo, al di là della contingenza, divenne il suo rovello sull'idea dell'arte.
Il grande zero dell'arte moderna occidentale... E Fabrizio, come il Piero, ma senza andare in bianco, riparte da qui, come una cura, come un'autoterapia che aiuta a non farci deragliare dall'unica strada che davvero conta , quella delle curiosità e della conoscenza... E per un'altra felice coincidenza, Fabrizio ed io ci siamo ritrovati, all'insegna  di questa ripartenza, all'insegna di una rifondazione che sa di eternità: tutta la vera arte è sempre contemporanea. Luca Tomio, il non-curatore della mostra

Dal giorno 8 novembre 2018, per circa un mese, potrete trovare alla Don Gallery di via Cola Montano 15 le opere di Fabrizio Bixio Braghieri, un artista che produce opere per serie analizzando determinati argomenti. Questa volta Bixio s'è concentrato fino allo sfinimento sulla Gioconda e sul suo feticcio. L'arte in questo caso è stata intesa come terapia e cura del proprio io che ha aiutato l'autore ad uscire da un momento difficile. Ciò che viene mostrato in galleria è il prodotto di circa due mesi e mezzo di questa attività. TG


Giocondamente Don Gallery
Una delle 120 monna lise di Bixio Braghieri

Bixio: Nel 2017 entrai in una crisi, nel senso che avevo delle idee che distruggevo da solo, nell'arco delle 24 ore. Per la prima volta nella mia vita mi imposi un lavoro e mi dissi: Bixio, l'icona dell'arte è la Monna Lisa, tu non andrai a letto la sera se ogni giorno non avrai dipinto una sua rappresentazione. Ho attuato questa disciplina, fino a che, dopo una novantina di lavori, la mia testa s'è ri-aperta. Mi sono finalmente sbloccato accorgendomi che avevo un corpo di lavoro, anzi che chiuderlo ai principi, come sempre. In questo percorso, mi ha aiutato il mio amico Luca  Tomio che è anche il curatore della mostra.


Franco Toselli gallerista Luca Tomio non-curatore
Franco Toselli al bancone del bar della Don Gallery parla con Luca Tomio.

Luca Tomio: Beh, Bixio è un non-artista e io sono un non-curatore.

Bixio: Vero, sono sempre stato un artista invisibile.

Luca Tomio: Insieme abbiamo fatto tre mostre invisibili.

Bixio: In almeno due non c'ero...

Luca Tomio: Questa è la prima mostra in cui è visibile...

Bixio: Parallelamente al mio discorso di rinascita, c'era il suo.  Luca è un mio grande amico e alcune volte lavoriamo assieme. Lui sta portando avanti un discorso più tecnico su Leonardo e la Monna Lisa. Ma è una cosa che può spiegarti meglio lui...

Tony Graffio: Va bene, sentiamo...

Luca Tomio: È come se ci fossimo ritrovati dopo quella che per lui è stata una terapia. Anche se vista da qui può sembrare un'ossessione perché ne ha dipinte tantissime.

Tony Graffio: Mi sembra di capire che lui stia uscendo da questa ossessione, mentre tu ne stai entrando...

Luca Tomio: Bravo. E a un certo punto ci siamo persi entrambi, perché noi milanesi siamo un po' apolidi. Lui è finito su un'isola della Sardegna e io su un'isola di terra che è l'Umbria. Dopo due anni di lontananza, ci siamo re-incontrati e dopo che gli ho detto che ho fatto un lavoro che mi ha permesso di identificare la Gioconda, anzi la Monna Lisa, lui mi dice d'aver dipinto 1000 monna lise. Se fossimo due preti diremmo che questi fatti sono avvenuti per la provvidenza.

Bixio: Ma non lo siamo... (ghigno)


Bixio "Sandokan" Braghieri alla Don Gallery
Bixio "Sandokan" Braghieri alla Don Gallery

Luca Tomio: No, infatti non lo siamo. Lui assomiglia di più a Sandokan e io a Janez... Questa storia oltre ad essere divertente è anche bella, perché ci siamo ritrovati all'insegna della Monna Lisa, solo che lui ne è uscito da questa ossessione, ma io invece non so come fare.

Tony Graffio: Non è mai bello etichettare dei lavori, ma potremmo dire che ci troviamo al cospetto di opere di Brut Art?

Luca Tomio: Può ancora avere un senso parlare di Bel Art? L'arte non è né bella, né brutta. L'arte ormai si confronta con il consumismo e qui sei al supermercato della Monna Lisa. L'artista si misura in base a quanto prende le distanze dal supermercato. Bixio è bravo in questa operazione.


Brut Art
Una parete di Gioconde. A Franco Toselli piace particolarmente il terzo quadretto nella prima fila in alto.

Tony Graffio: Anche tu sei bravo, come curatore.

Luca Tomio: Ma io non ho fatto nulla.

Tony Graffio: Però ci stai raccontando l'opera di un artista.

Luca Tomio: I curatori oggi devono fare un passo indietro, perché ormai gli artisti si curano da soli.

Tony Graffio: L'arte è guarita allora?

Bixio: Sì. In maniera omeopatica. Paradossalmente, grazie alle ossessioni.

Tony Graffio: Quante monna lise hai esposto qui alla Don Gallery?

Bixio: 120?

Tony Graffio: Allora sono circa tre mesi di lavoro?

Bixio: Sì. Ci ho messo circa due messi e mezzo ad uscirne in gloria, alla fine...  Era la mia ultima speranza, perché ero in una loop autodistruttiva.

Tony Graffio: Questa è tutta la tua produzione di Gioconde?

Bixio: Sì. Fondamentalmente sì. Ne mancano solo due che sono in viaggio, ma non sono ancora arrivate.

Tony Graffio: Tutti lavori ad olio?

Bixio: Ci sono molti oli su tela, qualche acquarello, ma ho dipinto anche su altri tipi di supporti, come puoi vedere...


La "Gioconda di Carloforte".
La "Gioconda di Carloforte".

Tony Graffio: Sì, vedo anche una lattina di tonno.

Bixio: Quella è la scatoletta del tonno di Carloforte, dove vivo io. Mi divertiva il fatto che ogni tipo di supporto potesse dire la sua. È una specie di outlet della Gioconda che vedendolo così acquista quasi un senso industriale. In realtà, sono i miei stati d'animo perché ogni giorno è diverso. Io poi sono un po' lunatico, perché diariamente mi sento sempre diverso.

Tony Graffio: Infatti questa Gioconda non sempre sorride... Sulla scatoletta di tonno mi sembra piuttosto seria.

Bixio: Si tratta di momenti diversi.

Tony Graffio: Bixio, ma tu come nasci? Vuoi raccontarmi qualcosa della tua storia?

Bixio: Ho cinquantuno anni, ho iniziato a pasticciare più o meno a otto anni. Poi, grazie alla Galleria Toselli che mi ha supportato, ho iniziato a fare dei discorsi specifici, presi in maniera capillare e sfruttati, quasi, fino a finire un determinato capitolo e portare avanti un determinato processo. 

Tony Graffio: Hai avuto altri stili?

Bixio: No, questo è il mio stile pittorico, più o meno da sempre. Le tecniche vanno da un olio un po' bastardo, agli acquarelli più delicati, ma anche loro sono segnati dai guasti dovuti dal caso. Nel loro caso l'acqua che è un po' l'artefice della loro magia.

Tony Graffio: Si tratta di lavori fatti di getto, vero?

Bixio: Sì, credo profondamente nel getto e sono profondamente anti-accademico. Volendo so disegnare, ho fatto architettura, prima il liceo artistico di via Hajech, quando ero ancora un po' punk... Lì ho imparato a disegnare, ma poi, non pretendo di parlare come Picasso, ma adesso sto disimparando.


Bixio Braghieri
Una "Gioconda espressionista".

Tony Graffio: Ti piacciono gli espressionisti?

Bixio: Esatto, i tedeschi. Il gesto penso che sia importante.

Tony Graffio: Vendi tutto in blocco?

Bixio: Mi sarebbe piaciuto fare una grande installazione e venderla in-toto. Adesso vediamo come vanno le cose. Sentirò Luca che intenzioni ha. Probabilmente, mi porterà in Umbria e da qualche altra parte. La mostra è bella da vedere in questa maniera.

Tony Graffio: Non hai ancora venduto niente?

Bixio: Sì, ci sono dei pezzi in vendita, il gallerista sa tutto, ma io aspetto di vedere come andranno le cose.

Tony Graffio: Certo... I colori dei quadri sono molto diversi tra loro.

Bixio: Come gli umori. Sono dei racconti giornalieri di sensazioni e momenti diversi. Magari penso tanto a cosa fare, ma poi mi esprimo in maniera fulminea.

Tony Graffio: Hai viaggiato tanto in vita tua?

Bixio: Sì, sono stato in Sud-America, poi sono andato in Nord-Europa. In tre anni differenti ho vissuto in tre diverse isole perché adoro le isole. Da quattro anni, sono residente a San Pietro a Carloforte. Questi luoghi mi aiutano molto a concentrarmi perché mi permettono di avere la natura intorno a me. Mi piace camminare, stare lontano dalle puzze e in questo modo far ricominciare a funzionare il mio cervello. Ho una casa a Milano che voglio vendere per prendermi uno studio in questo quartiere, proprio perché mi piace spostarmi di isola in Isola... perché ho un rapporto particolare con le isole. Vado avanti, di ossessione, in ossessione; grazie a questa sorta di diario delle sensazioni sono uscito abbastanza bene dalla mia crisi.

Tony Graffio: Ti sei mai prodotto opere di street art?

Bixio: No. Ci ho pensato, ma preferisco situazioni più intime, per questo mi piace esprimermi sulla tela.

Bixio esporrà prossimamente a Perugia, presso La Loggia dei Lanari.

Tony Graffio: Buonasera Franco, sono Tony Graffio.

Franco Toselli: Ciao, piacere d'incontrarti.

Tony Graffio: mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa di questa mostra.

Franco Toselli: Perché vuole conoscere il mio pensiero?

Tony Graffio: Beh è sempre interessante conoscere il pensiero di un gallerista importante come lei...

Alcune gioconde acquarellate da Bixio

Franco Toselli: Tempo fa, ho ospitato una mostra di Braghieri, amo molto i suoi acquarelli. Guardare l'insieme di questa mostra ti lascia un po' scosso, ma guardando questi quadri uno per uno ti permette di scoprire qualcosa di particolare.

Tony Graffio: A tratti, c'è qualcosa che ricorda un po' Van Gogh...

Franco Toselli: No no, gli artisti hanno sempre usato il colore e hanno usato la materia. Se usi la materia pensi a Van Gogh, se usi il monocromo pensi ad un altro, ma bisogna cercare di non pensare troppo e cercare di entrare nel lavoro. Sul momento mi sono trovato un po' disorientato, ma ogni tanto scopro un piccolo gioiello che mi piace. Senza esagerare...

Tutti i diritti sono riservati


giovedì 8 novembre 2018

Factory: quando la documentazione diventa arte

"Capitano casi eccezionali in cui il fotografo riesce a creare un'immagine che supera il semplice documento per il suo contenuto e per la sua forma." Gisèle Freund

"Il sogno di Phil Rolla è sempre stato quello di diventare il migliore artigiano possibile, colui che sa fare bene le cose per il proprio piacere, che del fare fa una regola di vita e di cittadinanza. Questo sogno lo si ritrova, nascosto nelle fotografie di fabbriche che fanno parte della sua collezione. Sono immagini di luoghi aspri, spogli, luoghi delle infinite forme del fare (poiesis), ma anche della fatica, della sofferenza della cooperazione come del conflitto, della potenza, del veleno." Christian Marazzi

Il 27 ottobre, sono stato invitato da Rosella e Phil Rolla all'inaugurazione di un'interessantissima mostra presso la Fondazione Rolla, dove ero già stato più di due anni fa, in occasione di una strepitosa esposizione in cui avevo gustato le affascinanti fotografie originali di Miroslav Tichý. TG


Factory, Fondazione Rolla
Phil Rolla a Bruzella, durante l'inaugurazione di: Factory. Accanto a lui, Aoi Kono.

Tony Graffio intervista Phil Rolla al vernissage di Factory

Tony Graffio: Buongiorno Phil Rolla, come già per le altre 14 esposizioni avvenute in passato, avete realizzato questa mostra con il materiale appartenente alla Vostra collezione.

Phil Rolla: Sì, quello che è esposto fa tutto parte della nostra collezione.

TG: Come mai questa passione per l'industria?

PR: Perché io ho vissuto di industria; oltre a progettare pezzi speciali per la nautica, li ho prodotti. Per tutta la vita mi sono occupato di questo e così ho sempre subito il fascino della fabbrica. Quando io vedo lavorare un bravo tornitore o un bravo fresatore, per me è meglio che vedere una donna nuda... (Risate) Sono sempre stato affascinato dalle capacità che ha l'uomo di creare qualcosa con le sue mani e con il suo ingegno.

TG: Possiamo dire che la tecnica è arte?

PR: Sì, la tecnica è arte.

TG: Da dove provengono le fotografie esposte in queste sale?

PR: Un po' dappertutto; le ho collezionate in varie maniere: comprando direttamente dagli autori; mentre le fotografie vintage arrivano soprattutto dalle case d'aste. Questa serie di immagini prese dall'alto delle fabbriche Krupp le ho avute facendo uno scambio con un amico che le aveva trovate a Parigi.


Anonimo - Senza titolo (Krupp Fabrik) 1933
Anonimo - Senza titolo (Krupp Fabrik) 1923 
(vintage gelatin silver print 11 photographs cm 17,5 X 23,5 each)

TG: Si tratta di fotografie aeree molto vecchie?

PR: Sì, sono fotografie militari scattate nel 1923, quando i francesi volevano capire che cosa stava succedendo in Germania.

TG: Certo, avevano già capito che i tedeschi stavano per riarmarsi. Si conosce l'autore di questi scatti?

PR: No, sono anonime, si tratta proprio di scatti effettuati dall'aviazione francese, non c'è modo di sapere chi li abbia fatti.

TG: Era a conoscenza dell'esistenza di questi scatti o è stata una sorpresa?

PR: No, ho saputo della loro esistenza solo due anni fa, quando li ho acquisiti.

TG: Da quanto tempo colleziona fotografia industriale?

PR: Ho iniziato dopo il 2000; da 15 anni circa. Il mio primo interesse per la fotografia era rivolto alla fotografia industriale tedesca, dal 1928 in avanti. I tedeschi hanno voluto documentare di tutto. Purtroppo, in seguito anche nel male. Dopo la Prima Guerra Mondiale, negli anni '20, la Germania era un paese veramente povero. L'unica risorsa che aveva, era la capacità della gente di fare qualcosa fatto bene.

TG: Beh, avevano anche delle materie prime importanti come il carbone e l'acciaio...

PR: Sì, ma quelle risorse le destinavano ai pagamenti dei debiti di guerra. Ciò che gli ha consentito di riprendersi è stata proprio la loro capacità manifatturiera e la scelta di perseguire un prodotto di qualità, non avevano nient'altro. I tedeschi hanno documentato il loro lavoro attraverso la fotografia, mentre negli altri paesi questo non accadeva. In Francia o in Italia si fotografavano gli operai davanti alle fabbriche, si faceva fotografia di gruppo, più che fotografia industriale.

TG: Quindi, la documentazione può diventare arte?

PR: Certo. Quello che conta è la scelta. L'arte è nella scelta. Lo dico da collezionista.

TG: Anche Atget ha documentato Parigi ed i suoi documenti sono diventati arte.

PR: Atget ha documentato la Parigi che pensava stesse per scomparire.

TG: Difatti poi è andata così, quella Parigi è scomparsa, ma all'epoca in pochi lo capivano. Forse nessuno...

PR: No. Durante la sua vita nessuno capiva cosa stesse facendo.

TG: Queste fotografie aeree sono probabilmente state riprese con fotocamere di grande formato, diciamo cm 18X24, caricate con lastre che poi sono state stampate a contatto.

PR: Sì.

TG: Qual'è il fascino di questi panorami ripresi dall'alto con la fotografia zenitale?

PR: Si tratta di un fascino estetico che ha a che vedere con la geometria e la serialità. È come vedere i disegni di Sol Lewitt. Per me, è la stessa cosa.

TG: Si tratta di una serie completa o manca qualcosa?

PR: Ne abbiamo trovati undici pezzi. Non è stata fatta come una serie.

TG: Vediamo qualcos'altro adesso.

PR: In queste immagini vediamo la Turbinenhalle, una fabbrica di turbine a Berlino che esiste da molto prima della Seconda Guerra Mondiale. È un edificio molto bello dei primi anni '30, tutto in vetrocemento, qui venivano fabbricate grandi turbine.

TG: Esiste ancora questa fabbrica?

PR: Esiste ancora adesso e lavora ancora. Le immagini sono state scattate nel 2009 dal fotografo tedesco Christof Klute. È un nostro amico che ha studiato con i Becher. È molto bravo. Queste sue immagini mi danno proprio il senso della fabbrica. Tutta questa mostra, compreso il catalogo, deve dare il senso della fabbrica. Non si può documentare tutto, ma si può lasciare un'impressione, un senso di quello che è la fabbrica, ed è quello che abbiamo voluto dire con questa esposizione che per l'appunto abbiamo chiamato: Factory.

TG: Phil Rolla, scusi la curiosità, anche le macchine fotografiche esprimono un concetto di tecnicismo e precisione meccanica, lei colleziona anche fotocamere?

PR: No. Ho sempre avuto diverse fotocamere; prima una Rolleiflex, poi Leica, Hasselblad, Sinar... ma le ho sempre comprate per il mio uso personale.

TG; Su questa parete che cosa troviamo?

PR: Qui, ci sono varie immagini di autori diversi. Le prime due fotografie sono di Werner Mantz, un grande fotografo tedesco che ha lavorato sia prima che dopo la Guerra. Sono immagini di grande forza. Compare anche un elemento umano per dare l'idea delle dimensioni dell'edificio. Si tratta della prima fotografia industriale che ho comprato. Frechen, del 1928, è un'altra fotografia di Werner Mantz che mi è piaciuta moltissimo per la forza espressa dalle ciminiere.

TG: Bellissima. Le ciminiere hanno davvero una forma insolita, sembrano quasi quelle pentole marocchine dove si cuoce il cous cous...


Werner Mantz - Frechen - 1928
Werner Mantz - Frechen - 1928 (vintage gelatin silver print cm 21,5 X 16,5)

PR: (Phil Rolla sorridendo) Sì, sembrano proprio le Tajine. Il cous cous tedesco però si chiama carbone. Questa fotografia senza titolo scattata negli primi anni '60 è invece un'immagine di Bernhard Becher. In seguito, lavorerà insieme alla moglie Hilla, però ognuno fotografava autonomamente per conto suo. Da questa fotografia si può capire che lui era un po' più romantico di lei. Insieme, hanno documentato l'industria per più di 40 anni. Hilla era figlia di fotografi, mentre Berhard era un pittore che voleva documentare l'industria tedesca con i suoi disegni, ma poi ha capito che con quella tecnica avrebbe impiegato troppo tempo, così passò alla fotografia per documentare più velocemente quello che stava scomparendo.

TG: Ha fotografato un paese di operai?

PR: Sì, la ciminiera è al centro del paese, mentre le case degli operai erano intorno alla fabbrica.

TG: La successiva è un'altra veduta aerea.

PR: Antony Linck ha fotografato dall'alto un villaggio industriale del New Jersey, negli anni '50. Si tratta delle primi installazioni industriali dove ci sono solo fabbriche. A differenza di quello che avveniva in Europa dove gli operai vivevano vicino alla fabbrica, qui le fabbriche sono sorte dove prima non c'era niente. La novità consisteva nel separare le zone industriali da quelle residenziali; è un concetto opposto a quello che abbiamo visto nella fotografia di Becher.

TG: La visione americana della vita e del lavoro è totalmente diversa da quella europea.

PR: Sì, anche se dopo, fuori da qualsiasi città italiana, verranno insediate le zone industriali. La fabbrica non deve stare vicino a chi consumerà la merce, ma va collocata vicino ai fornitori di materie prime e dove c'è la capacità di creare il prodotto.

TG: Questa solarizzazione di Ludwig Windstosser è un po' l'emblema della civiltà industriale. È più interpretazione che documentazione.

PR: Sì, giusto è interpretazione.

TG: Eccoci invece davanti alla fotografia che ha fatto da manifesto a questa mostra. È bellissima anche perché contiene tutti gli elementi che danno l'idea della fabbrica e del lavoro: il fumo, il buio all'interno del capannone che contrasta con la luce del giorno che proviene dalle finestre e spazi giganteschi che schiacciano l'uomo che finisce col perdere il suo valore individuale per diventare parte di un meccanismo produttivo immenso.

PR: Si tratta di una fotografia dell'Ansaldo di Genova, scattata dal fotografo svizzero Kurt Blum. Si percepisce quell'atmosfera sporca attraversata dalla luce del sole che s'irraggia fino al suolo. Ma adesso ti lascio con Enrico Minasso che ti spiegherà cosa troverai nell'altra stanza, proprio dall'altra parte del muro.

TG: Grazie mille Phil.

A questo punto ascolto quanto ha da dirmi Enrico Minasso, un fotografo piemontese al quale Phil Rolla ha acquistato una serie di 15 fotografie stampate su un formato di dimensione abbastanza contenuta. Le immagini denominate D/RUST riprendono un'officina meccanica in disuso da anni che ancora conservava gli attrezzi utilizzati per il lavoro coperti da un velo di polvere.
Prendendo spunto da un discorso sulla dimensione di stampa riprendo a parlare con Phil Rolla.

Tony Graffio: Personalmente, apprezzo molto la stampa su un formato di carta abbastanza piccolo, mentre da un po' di tempo a questa parte si vedono sempre più spesso stampe su formati giganti. Che cosa ne pensa Phil Rolla?

Phil Rolla: Una volta la fotografia era realizzata in un formato piccolo e per osservarla era necessario prenderla in mano e tenerla grosso modo a 50 centimetri dagli occhi. Negli anni '80 sono state realizzate le prime gigantografie di circa 1,5 metri X 3. I precursori di questo stile furono i tedeschi Andreas Gursky; Thomas Struth e Thomas Ruff che è stato il primo fotografo a realizzare stampe su questi grandi formati. Da lì in poi la fotografia è cambiata ed è diventata pittura, perché queste opere bisogna osservarle da almeno 6 metri di distanza. E così, in qualche modo, torniamo al Rinascimento e alle dimensioni dei grandi affreschi.

TG: Non le sembra la fotografia in misura extra large sia più degna della cartellonistica da pubblicità che dell'arte?

PR: No, perché i billboard sono sempre stati grandi. La fotografia è qualcosa di intimo; la fotografia di grandi dimensioni diventa una cosa diversa, più vicina all'arte. Un po' di anni fa a Monaco ho visto una mostra di Gursky dove lui aveva ripreso le automobili di Formula 1 al pit-stop. Ho osservato quelle immagini e mi sono detto che era come vedere un Tiziano, perché le immagini trasmettevano una grande forza espressiva.

TG: Lei preferisce collezionare i formati piccoli? O possiede anche qualcosa di grande?

PR: A casa ho appeso una grande fotografia di Ruff perché descrive bene un paesaggio della provincia tedesca, ma bisognerebbe avere lo spazio di un museo per poter esporre diverse opere così grandi. Bisogna anche rispettare la scelta stilistica dell'artista. Ci sono fotografie che richiedono di essere stampate su un grande formato, mentre altre sono più intime e non hanno bisogno di essere di grandi dimensioni. La fotografia di Vincenzo Castella a colori esposta all'ingresso della mostra è della misura giusta. Se fosse più grande perderebbe d'impatto, mentre se fosse più piccola si non la vedresti più.

TG: Però so che ci sono dei collezionisti che, a volte, commissionano una stampa speciale di un formato fuori misura rispetto a quelle che sono i formati abituali utilizzati da un artista. Come vede questo tipo di operazione?

PR: Se l'artista fa quello che gli viene chiesto in queste occasioni, non so se possa essere considerato un artista. Più che altro è un buon venditore dei suoi lavori. Prima di realizzare qualcosa, l'autore ha già in mente la misura giusta.

TG: La maggior parte degli autori esposti sono tedeschi?

PR: Sono tedeschi, perché sono tedeschi i fotografi che maggiormente si sono dedicati alla fotografia industriale.

TG: All'epoca erano documentaristi, non artisti, vero?

PR: Sì, erano documentaristi che vivevano del loro lavoro. Fotografavano su commissione per gli industriali che possedevano le fabbriche.

TG: È un esempio di fotografia che s'è trasformata per acquisire un valore diverso da quello iniziale.

PR: Sì, ma era una fotografia che già allora veniva fatta molto bene. Quei fotografi non seguivano indicazioni, ma soltanto una loro idea estetica.

TG: Erano liberi di creare quello che volevano?

PR: Esatto. Le costruzioni geometriche delle loro fotografie erano bellissime, guarda questa immagine di Albert Renger-Patzsch è talmente perfetta da sembrare un quadro astratto...

TG: È talmente perfetta da sembrare finta.

PR: Sì. Seguimi che ti mostro un'altra immagine... Questa fotografia di Oliver Boberg infatti è finta... Il fotografo ha costruito un modellino di fabbrica e poi l'ha ripreso fotograficamente. Lui fa sempre così: costruisce modellini nel modo più realistico possibile e poi li fotografa.


Oliver Boberg - Parkplatz - 1988 (C print cm 85 X 181)
Oliver Boberg - Parkplatz - 1988 (C print cm 85 X 181)

TG: Interessante. Per un collezionista è importante possedere stampe ai sali d'argento o realizzate con tecniche di difficile riproducibilità, rispetto alla stampa digitale?

PR: La cosa più importante è il soggetto della fotografia. Una stampa in silver-print è meglio di una stampa inkjet, ma anche il silver-print può avere poco valore se il soggetto non è interessante.

TG: Certo. Però mi dicevano che per i galleristi americani è importante che la stampa sia in silver-print.

PR: Non solo per i galleristi, anche per i musei. Rispecchia maggiormente quello che è la fotografia.

TG: Non è una fotocopia, insomma... E dei fotografi che riproducono soggetti con tecniche antiche di più di 100 anni, che cosa ne pensa?

PR: È una ricerca che può avere un fascino estetico, ma è un po' come costruire un'automobile del 1910 per circolare adesso con un mezzo di quell'epoca. Non ha senso fare qualcosa del genere se non si è appassionati di quelle tecniche: è come un gioco. Ma facciamo finta che non l'ho detto...


Tutti i diritti sono riservati

Factory è una mostra fotografica ospitata presso l'ex-scuola d'infanzia di Bruzella, Ticino - CH convertita in spazio espositivo dalla Fondazione Rolla gestita da Rosella e Phil Rolla. 

L'ingresso è gratuito previa prenotazione  telefonica al numero: 0041 774740549, oppure contattando via email Elide Brunati: e.brunati@rolla.info

Indirizzo Stráda Végia (ex via Municipio), 6837 Bruzella - Svizzera. (Arrivati a Chiasso, seguite le indicazioni per la Valle di Muggio)

Periodo di apertura: dal 27.10.18 al 27.01.19.