venerdì 17 agosto 2018

L'Angelo dei Gasometri

Sono una persona un po' disordinata, non sopporto le autorità costituite, gli obblighi e i divieti e talvolta mi ribello anche contro me stesso. In quei casi perdo le mie cose e mi dimentico quello che faccio. Come conseguenza di tutto ciò, mi capita di tralasciare gli aggiornamenti delle mie riflessioni su quel diario pubblico che è il mio blog: "Frammenti di Cultura". 
Aspettavo un'occasione migliore per parlarvi di Carline, una bellissima ragazza che ho conosciuto un paio di anni fa; ma prima di perdere gli scatti o combinare altri pasticci, approfitto della pausa di Ferragosto, e dell'assenza generale di gran parte dei lettori, per riferirvi delle emozioni che uno dei miei luoghi preferiti ha suscitato su una persona che nemmeno si immaginava che a Milano potesse esistere un'area così grande abbandonata a se stessa.
Periodicamente, perlustro gli spazi intorno ai vecchi gasometri della Bovisa e penso che prima o poi cercherò di mostrare gli scatti che ho effettuato in questo luogo, ma per ora sentiamo cosa ne pensa Carline.
Se poi qualcuno mi vorrà accompagnare in una prossima gita, si faccia avanti. TG

Carline H.

Tony Graffio: Ciao Carline, chi sei e cosa fai?

Carline H: Ciao Tony, sono Carline H., faccio la modella, sono brasiliana e vivo a Milano.

TG: Come hai conosciuto TG?

CH: Ci siamo conosciuti in modo casuale, mentre stava facendo una fotografia ad un'amica che si chiama Pupazza. Dopo di che siamo rimasti in contatto e ci siamo messi d'accordo per fare qualche foto.

TG: Nonostante Tony Graffio ti abbia detto dove saremmo andati a fare lo shooting, tu hai accettato ugualmente?

CH: Sì, Tony Graffio mi ha spiegato che saremmo andati in un posto un pochino strano; non avevo ben capito dove, però ho accettato ugualmente di provare questa esperienza e ci è andata bene...

TG: Per una modella è insolito entrare in posti proibiti dove non c'è anima viva con un uomo semi-sconosciuto?

CH: Sì, è strano. Esattamente, è proprio insolito.

TG: Perché hai accettato?

CH: Ho avuto fiducia in Tony Graffio che mi è sembrata una persona buona. Io credo che nella nostra vita esistano gli  angeli e che quando loro ci accompagnano non ci può succedere niente di male.

TG: Con questo vuoi dire che ci sono degli angeli che ci proteggono o che Tony Graffio è un angelo?

CH: (Ride) Non so se TG sia un angelo, ma sicuramente ci sono degli angeli che ci proteggono. Noi siamo persone illuminate, ma tutti siamo uguali, indipendentemente dalle migliaia di vite che abbiamo già vissuto.

TG: Sì, anch'io la penso come te. Carline, solitamente come si svolge il tuo lavoro di modella? Come trascorri una tua giornata "normale"?

CH: Solitamente, faccio molti casting, per lavori fotografici, video, riviste, eccetera. Mi contattano le agenzie e mi propongono sfilate di moda, showroom, campagne pubblicitarie, spot commerciali e vari lavori.

TG: Prima di arrivare qua a Milano, dove hai lavorato?

CH: Ho lavorato in Brasile, in Giappone, in Cile, Messico, Turchia, Repubblica Domenicana e adesso qui a Milano.

TG: Qual'è stato il lavoro più bello che hai fatto?

CH: Uno spot commerciale in Cile; è stato bello perché eravamo in montagna e c'era la neve. È stato davvero molto bello stare a contatto con la natura.

TG: Che cosa vorresti fare quando non lavorerai più come fotomodella?

CH: La fotografa.

TG: Che effetto ti ha fatto entrare qui alla Goccia?

CH: Al primo impatto, mi è sembrato interessante conoscere un posto diverso dal solito; ero abbastanza curiosa di vedere i gasometri che mi avevi descritto, ma poi ho avuto un po' paura perché non sapevo dov'ero e dove stavo andando.

TG: Hai sentito se c'erano presenze strane? Mi riferisco anche ad esseri ultra-dimensionali...

CH: No, non ho percepito nulla di strano.

TG: Hai visto animali selvatici?

CH: No, niente. Quello che mi ha fatto paura era di non sapere se avremmo incontrato altre persone e in quel caso mi chiedevo se noi avremmo potuto controllarle. Non ho paura degli spiriti, ma degli umani.

TG: Che sensazioni ti hanno dato questi spazi?

CH: Sentivo che in passato c'era molta gente che lavorava qui, mentre adesso è la natura che comanda. Adesso per noi è difficile riprenderci questo spazio, perché la natura ha vinto ed è dappertutto. La natura in assenza dell'uomo ha inglobato ogni cosa.

TG: Ti aspettavi di trovare un territorio così selvaggio all'interno di Milano?

CH: No, non l'avrei mai detto. Non me l'aspettavo, ma adesso so che tutto è possibile.

TG: Pensi che ti piacerebbe ritornare qui?

CH: Non so... ma penso di no perché già abbiamo scattato delle belle foto e sicuramente da queste uscirà un bel lavoro.

TG: Grazie.







giovedì 16 agosto 2018

Chinatown Lovers

Prima che "Graffiti a Milano" si trasformasse in "Frammenti di Cultura", Tony Graffio s'è occupato dell'archiviazione digitale dei disegni che compaiono sui muri della città inserendo i dati di longitudine e latitudine e altri riferimenti topografici che facilitano il ritrovamento dell'esatta posizione dove tali graffiti sono stati lasciati.
Un po' per ricordare questa attività, un po' per aggiornare in modo occasionale questo sito con qualche nuova opera degli street artist, inserisco il "faccione" che questa mattina mi fissava in via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese.

Faccione cinese graffito Paolo Sarpi
Chinatown Lovers di Mr. Di Maggio. 
Il nuovo logo psichedelico di TG è opera del talento di Giampo Coppa.

A chi fosse interessato a esplorare la realtà in perenne movimento del graffitismo milanese lascio qualche indicazione per trovare alcuni pezzi di questa forma espressiva raccolti per le strade negli anni scorsi. Suggerisco a tutti di navigare tra le pagine di graffitiamilano.blogspot.it andando a scandagliare soprattutto le prime pagine del blog e le annate 2013/2014/2015 dove si possono trovare immagini di graffiti  e di edifici ormai scomparsi.











mercoledì 15 agosto 2018

Le vie del Signore... (quasi un racconto angelico)

"Chi pensa bene vede solo il bene." Shlomo Bekhor


Morire è così terribile?
Siamo tutti angeli

A volte accadono fatti inspiegabili sui quali solo le conoscenze spirituali riescono a portare luce. Accadono anche fatti gravi che portano tristezza a tutti noi. 
Per essere un po' di conforto a coloro che si sentono un po' persi di fronte all'ignoto, ho pensato di interpellare un mio amico per chiedergli di spiegarci che cos'è la morte e come sfuggire ai pericoli. TG

"Il rabbino Shlomo Bekhor racconta che ad un appassionato di paracadutismo, durante un lancio in caduta libera, non si è aperto il paracadute, ma nonostante questo incidente l'uomo è riuscito ad arrivare a terra incolume."

"Come  viene spiegato questo fatto?"

"È avvenuta una catarsi, ovvero una trasformazione che ha tolto fisicità al corpo fino a sublimarlo in etere ed a farlo regredire ad uno stadio anteriore alla nascita ed alla sua emanazione corporea. L'uomo che stava cadendo dal cielo non era fisicamente nel suo stato normale: non aveva peso. Una volta arrivato al suolo è terminata la sua temporanea assenza ed è subentrata la creazione: è rinato come era prima e non s'è fatto niente.
Per lui è stato fondamentale riuscire a trascendere la propria esistenza e pensare di non morire credendo fermamente in questa idea. Perché si dovrebbe morire se noi non lo vogliamo?
La nostra materia è fatta di niente e la dimostrazione l'abbiamo pensando ai nostri atomi e alle distanze pazzesche che separano i nostri elettroni dal nucleo. Anche lo spazio è praticamente vuoto e così ci immaginiamo che il Big Bang sia scaturito da un punto molto concentrato, per poi dar vita all'Universo.
La coscienza nel suo vero sé ed il pensiero di non esistere e di non morire ha consentito al paracadutista di vivere anche dopo l'impatto a terra. Non bisogna mai pensare di morire e non bisogna pensare di correre di rischi. Qualora il pensiero ci porta verso immagini negative o di pericolo, il pensiero deve essere corretto trovando un finale positivo che ci permetta di superare le avversità. Non bisogna fissare il pensiero sull'eventualità che ci capitino incidenti perché questo è un modo di chiamare a sé le disgrazie.
È facile vivere bene, ma è anche altrettanto facile vivere male."

"Che cos'è allora la morte?"

"Per capirlo possiamo pensare a quello che è accaduto in Giappone ad un bambino di cui mi prendevo cura, il quale ha ricevuto in regalo una rosa che il giorno dopo è appassita. Quando il fiore è morto il bambino ha pianto e si è rattristato, così sua madre gli ha regalato una rosa di plastica, in modo che la rosa finta non possa appassire. Effettivamente, il bambino dopo che ha ricevuto la rosa di plastica in dono è tornato ad essere felice.
Cosa può sapere un bambino e che esperienza ha? Sa forse che le rose sbocciano, crescono e appassiscono?
Chi ha un'esperienza superiore della vita e un po' di saggezza sa che non è la rosa ad essere importante, ma il suo fiorire. Un fiore di plastica non fiorirà mai, mentre un fiore vero continuerà a fiorire. La morte è un po' come l'appassire di un fiore o di un frutto. Un frutto è un seme che germoglia, nasce cresce e cade a terra affinché nascano altri fiori e altri frutti. Anche se sembra che muoia non muore. Alcuni pesci fanno le uova e muoiono, ma da quelle uova nascono altre migliaia di pesci. Tutto quello che esiste nel mondo fa parte di uno spirito supremo al quale ogni religione dà un nome diverso. Questa entità ha creato le cose per permetterci di vivere e al fine che noi ne possiamo godere.  Tutte le cose create non sono in grado di ritornare la loro luce a Dio, perché lui non ha creato le cose con tutto il suo intelletto, ma con solo una parte della sua luce. Questo dovrebbe darci un'idea dell'immensità del pensiero divino.
Anche il Divino vuole godere della sua creazione, per questo vuole che la luce che lui ha emanato torni in qualche modo a se stesso. L'unico vaso che riesce a far tornare la luce a Dio è l'uomo. Dio è eterno e per lui il tempo non esiste.
Allo stesso modo, quando noi abbandoniamo il nostro corpo non terminiamo la vita, ma ne iniziamo un'altra. Il passaggio è un po' sconcertante perché l'anima è abituata a manifestarsi attraverso la fisicità del corpo, ma quando si comprende che cosa ci accade durante questo passaggio l'anima se ne va come se stesse andando da un palazzo ad un altro attraversando una porta per andare in un mondo parallelo.
I fisici stanno scoprendo adesso grazie alla matematica quantistica che ci sono dimensioni parallele, per questo  vengono costruiti gli acceleratori di particelle, per permetterci di andare a vedere cosa accade in quelle dimensioni. Oltre al nostro mondo esistono altri mondi paralleli che ci condizionano e per questo Socrate diceva: "Non esiste l'uomo senza lo spirito.".
È lo spirito che fa vivere l'uomo e noi lo sappiamo da millenni; dobbiamo capire che quello che c'è oltre la vita non è qualcosa di fisico, ma di metafisico che va oltre la fisica.
Non si può pretendere d'indagare ad ogni costo i segreti divini; non si può pretendere di sapere subito, ma bisogna aspettare per comprendere l'opera di Dio.
Un giorno lasceremo il nostro corpo, ma poiché siamo stati creati da Dio, anche noi siamo eterni e come lui potremo accedere ad un altro mondo dove non ci saranno piaceri fisici, ma le volontà saranno il nostro piacere. Quello che noi vorremo si realizzerà e il tempo non esisterà. In qualsiasi istante potremo vivere il momento che desideriamo per la nostra vita. Potremo anche rivivere certe cose per vedere come funzionano o cambiarle, come se non le avessimo mai vissute. Così diventeremo finalmente spiriti liberi oppure angeli.
Se però la Divinità decide che la nostra presenza è necessaria sulla Terra, o nel nostro mondo fisico, ci reincarneremo ancora. Non è chiaro se in quel caso ci chiederà il permesso o se deciderà lui, ma questo avviene ed avverrà ancora. Dio desidera la nostra felicità perché ci ha creato per amore.
Le nostre potenzialità saranno grandissime ed il passaggio da un mondo all'altro sarà la cosa più bella che faremo. Il bagaglio che noi ci porteremo dalle nostre esperienze terrene sarà piccolissimo, in rapporto a quello che noi faremo nel nuovo mondo.
Il bene ed il male sono ugualmente importanti, Dio stesso è fatto di bene e di male. Anzi, il male è stato creato prima del bene e infatti non si può fare ordine se prima non c'è disordine... Adesso però scusami, ma devo ripartire.".

L'angelo sale sul suo chopper, si mette il casco e prima di accendere il motore e partire a razzo mi dice: "Vado sulla strada a vedere l'opera dell'uomo e mostrarla al mio Signore per rispecchiare così la sua luce e fare in modo che anche lui sia più felice, ma quando vuoi non esitare a chiamarmi, in modo che io ti possa essere d'aiuto!"


mercoledì 8 agosto 2018

Il Prigioniero (racconto)

Visto il periodo estivo, ho pensato di propinarvi un mio racconto molto vecchio, antecedente al mio diventare Tony Graffio, in cui il mondo onirico si fonde con quello reale. 
Ho tenuto questo scritto in un cassetto, o in una cartella, se preferite, ma alla fine ho deciso di divulgarlo pubblicamente, conservandone tuttavia i diritti, per poi magari inserirlo in una futura raccolta che non si sa esattamente, quando e se verrà realizzata in autoproduzione.
La storia si ispira ad un incubo che ho avuto diversi anni fa e che mi ha parecchio spaventato, ma non vi anticipo nulla, se non il fatto che il personaggio di questo racconto esiste veramente.
Ho incontrato il "Tipografo" sul tram numero 2 a Milano, stavo andando al lavoro ed erano circa le ore 15 del 17 marzo 2015, se non un paio d'anni prima, ma non penso. Ho  immediatamente riconosciuto il mio "uomo" appena è salito in via Carlo Farini. Sono rimasto scioccato, lui se n'è subito accorto e s'è dimostrato molto nervoso. Mi sono seduto vicino a lui, perché volevo osservarlo bene. Ho preso da una tasca la mia microcamera, ma appena l'ho inquadrato lui ha preso molto male questo mio interesse nei suoi confronti e mi ha urlato che cosa stessi facendo. Stranamente, intorno a noi nessuno ha notato il nostro alterco, anche se il tram era pieno di passeggeri; era come se il nostro incontro fosse avvenuto in un'altra dimensione. Ovviamente, il grigio, ha capito benissimo che lo stavo fotografando e per questo è andato su tutte le furie. Fortunatamente, sono stato più veloce di lui ed alla prima fermata del tram mi sono fiondato fuori da una porta, anche se non era lì che avrei dovuto scendere. Mi sono guardato alle spalle ed ho visto che lui aveva rinunciato a seguirmi; evidentemente aveva qualcosa di più urgente o di più importante da fare. Oppure non mi aveva riconosciuto nel mondo reale...
Non so perché Vi fornisco queste informazioni che forse non interessano alla maggior parte delle persone che leggeranno questa storia: credo sia un modo di lasciare un documento, una testimonianza di un fatto che potrebbe rivelarsi come la cima di un iceberg e dimostrarci che vari mondi, o dimensioni, coesistono e s'intrecciano molto più spesso di quanto crediamo. Chiaro che per molti queste cose non possono accadere, ma è per questo motivo che i nostri oppressori/riprogrammatori esistono...
Se non vedete nulla di strano attorno a Voi significa che i nostri padroni stanno facendo bene il loro lavoro. Lungi dal voler convincere qualcuno di queste mie idee, vi invito alla lettura e casomai a lasciarmi qualsiasi tipo di commento di seguito. 
Buon Ferragosto a Tutti e Buone Ferie da TG


Extraterrestri a Milano
Il tipografo, ovviamente è un extra-terrestre camuffato che la mia visione astrale ha saputo riconoscere all'istante. Qui lo vediamo sul tram numero 2 a Milano, dalle parti di via Farini - Piazza Baiamonti. L'incontro è avvenuto a distanza di anni dalla mia prima rivelazione onirica. 
Per il nuovo logo psichedelico, Tony Graffio ringrazia il grande Giampo Coppa di Motorfreakers.

IL PRIGIONIERO 
un racconto fantastico di Tony Graffio

Quel giorno avevo incontrato un uomo esile e dalla pelle opaca, quasi grigia. Sapevo che lavorava per una grande tipografia situata alla periferia della città, nei pressi di un lungo stradone che collegava i campi a ridosso dell’agglomerato urbano ad un popoloso ex quartiere operaio.
Da parecchio tempo mi sentivo indignato a causa della triste situazione sociale e politica in cui si trovava il mio Paese. Non esisteva più libertà di pensiero, le precarie condizioni economiche dei cittadini avevano indotto chi aveva nelle proprie mani il potere, per prevenire possibili atti di ribellione, ad eseguire operazioni repressive durissime verso chi era considerato - bastava il minimo sospetto - oppositore del regime. Si era spiati da tutto e da tutti, ma questo non poteva certamente soffocare il mio desiderio di giustizia. I diritti umani venivano violati quotidianamente, come si trattasse della prassi più normale del mondo; molte persone venivano prelevate da casa nel cuore della notte, oppure le si attendeva la mattina sul luogo di lavoro, sempre ammesso che avessero la fortuna di averne uno, per poi farle sparire. A giustificazione di questi fatti venivano diffuse notizie del tipo: è emigrato; gli è stato assegnato un incarico in un’altra città; si è trasferito per motivi di salute...
Non tutti gli scomparsi sparivano definitivamente, molti ricomparivano, non proprio in buone condizioni, ma potevano comunque aspirare a proseguire la loro squallida esistenza di cittadini “rieducati” e guariti. Di alcuni, si presumeva, restavano soltanto i poveri resti, straziati da chissà quali torture, altri venivano riportati su candide spiagge dalla marea. Oppure non ritornavano mai, come se non fossero mai esistiti. Altri ancora venivano apertamente dichiarati prigionieri, ma non veniva mai specificata la loro colpa che, evidentemente, doveva apparire a tutti terribilmente grave e palese, tanto da non meritare altra menzione al di fuori del loro stato di “prigionia”.
Erano proprio questi ultimi: i “politici”, che avevano attirato più di tutti la mia attenzione.
La nostra, era stata per molti, molti decenni una società civile, o così si credeva, non si avevano più ricordi a memoria d’uomo di conflitti sociali interni di una certa importanza, e nel tempo si era consolidata, anche a livello internazionale, l’immagine di un Paese di lunga tradizione democratica.
Poco alla volta capii che non era così. Da alcune mie ricerche era risultato chiaro come la situazione attuale fosse stata costruita molto lentamente, dando l’impressione ai cittadini che tutto si svolgesse normalmente, e anche ogni piccola limitazione alla libertà personale non emergeva minimamente, perché la persuasione di massa era talmente precisa ed efficiente da non trasparire come effetto voluto dalla classe dominante. I cittadini vedevano modificare negli anni la loro libertà di movimento e di azione eppure non se ne curavano. Erano sottoposti sempre più spesso ad un sistema di controllo centralizzato ma, ironicamente, erano convinti che questo metodo fosse indispensabile per la loro sicurezza. D’altra parte che motivo c’era di dubitare che potesse essere altrimenti? Il Governo Mondiale Occulto operava parallelamente alle singole amministrazioni nazionali affinché in ogni luogo le cose andassero grosso modo alla stessa maniera. La detenzione di armi leggere personali non era stata forse bandita nello stesso anno, su tutto il globo, emanando ovunque la medesima legge? E che cosa dire di quanto accadde nel blocco occidentale del nostro pianeta dopo i moti studenteschi e operai del 1968?
Attraverso le analisi delle acque potabili di mezzo mondo, emerse che le società pubbliche, o private, erogatrici delle acque, addizionavano queste ultime con potenti sostanze chimiche: le stesse che componevano i più efficaci psicofarmaci e antidolorifici. Lo scopo, ottenuto da questa operazione era, ed è quello di ridurre l’aggressività e la volontà delle masse. Un altro effetto è la diminuzione dell’efficienza muscolare e della fertilità. Il fine è, in poche parole, quello di ottenere il controllo mentale e fisico, in modo incruento ed economico, dei propri sudditi. In seguito, la pillola della felicità ha agevolato ancor di più questo obiettivo.
Ero cosciente che proprio grazie a quest’apporto chimico-sanitario molti tra i miei amici, conoscenti e colleghi continuavano a considerarsi fortunati di vivere in un Paese florido e libero come il nostro. Purtroppo, esistevano ancora molte nazioni sottosviluppate e sfruttate in cui il livello di dignità umana non poteva essere neppure paragonato al nostro.
Il problema per loro era ancora più urgente e grave. La situazione igienica era disperata e la sopravvivenza nei primi anni di vita era talmente difficile che le stesse donne, per garantirsi la possibilità di avere una qualche discendenza, erano perennemente incinte, fino a quando stremate ed avvizzite morivano anch’esse. Questa sopravvivenza insopportabile era il continuo monito ad un mondo pingue e dissipatore. Il videoscopio proponeva queste immagini a cadenze regolari: un po’ più di frequente nei periodi elettorali, ed il Governo Globale manteneva il controllo delle masse. Ogni tanto, si rendeva indispensabile una piccola guerra locale, che tra gli svariati risultati, annoverava anche l’estremo effetto di convinzione nei confronti di chi continuava a rifiutare il mondialismo.
Fame, sofferenza, malattia, guerra, miseria, morte: questi erano i tabù che terrorizzavano miliardi di persone. Certo, talvolta, non si poteva fare a meno di inoculare questi mali, necessari al controllo sociale nel tessuto di un’umanità drogata.
Molti tuttavia non erano, e non lo sono ancora oggi, a conoscenza dell’esistenza di piccoli uomini qualunque, dall’aspetto anonimo che tramano senza sosta per garantire il mantenimento delle ricchezze e la conservazione del potere in seno alle solite famiglie che gestiscono le multinazionali che noi tutti conosciamo bene.
La sera del 12 marzo, lo ricordo perfettamente perché di lì a poco la mia vita sarebbe cambiata totalmente, mi incontrai con i “Volontari del Gruppo L2”, e fu proprio in quella occasione che per la prima volta conobbi il tipografo. I volontari mi avevano preannunciato la presenza di un uomo dall’apparenza insipida, che tuttavia avrebbe fatto delle importanti rivelazioni, utili ai fini della nostra causa. L’ordine del giorno della nostra riunione verteva sulla opportunità, o meno, che il nostro gruppo composto prevalentemente da intellettuali, decidesse se lo scopo della sua costituzione dovesse essere la semplice controinformazione (intesa in questo caso come diffusione delle verità nascoste), o se sarebbe stato il caso di intraprendere delle vere e proprie operazioni di “disturbo attivo”. Se ne parlò per 3 o 4 ore, da ognuno di noi trapelò il nostro orientamento più o meno intransigente; eravamo tutti così eccitati che ci dimenticammo del nostro ospite e delle sue importanti dichiarazioni. Il tipografo, da parte sua doveva essere un uomo piuttosto tranquillo, dall’aspetto stanco e riservato, mai ci avrebbe interrotto nel mezzo delle nostre discussioni. Mancava non molto alla mezzanotte, dopo quell'ora non era più consentito circolare per le vie della città. Chiudemmo in tutta fretta l’incontro ed uscimmo alla spicciolata per non destare sospetto dalla palestra dove eravamo soliti incontrarci. Quando arrivò il mio turno di uscire, mi accorsi di essere rimasto solo in compagnia del tipografo. Gli feci un cenno di saluto, cercando di fargli capire che mi rattristava il fatto che non ci fosse stato abbastanza tempo per ascoltarlo, ma che poteva farsi rivedere in futuro.
Sto per aprire lo sportello della mia automobile quando una voce debole e tremante mi fa ghiacciare il sangue nelle vene.
Mi volto e vedo che accanto a me c’è ancora quell'uomo dall’aspetto insignificante e malaticcio; non riesco a ricordarmi mai del suo nome, gli sorrido controvoglia, ma quando mi accorgo che non accenna ad andarsene lo osservo con aria interrogativa. Finalmente si decide a parlarmi, forse voleva accertarsi che nessuno degli altri lo vedesse parlare con me, sembrava che pur non avendolo mai conosciuto prima si fidasse soltanto di me. Non ne capisco però il motivo.
Mi prega di accompagnarlo a casa, si è fatto troppo tardi per lui e teme di non riuscire a raggiungere la sua abitazione in tempo. Mi accorgo che ha pure un voluminoso corredo da trasportare. Carichiamo la sua bicicletta nel baule della mia macchina dopo di che saliamo a bordo e, secondo i sui desideri, ci allontaniamo velocemente da quella zona.
Mi dice che teme di tornare a casa da solo a quell'ora perché da qualche tempo si sente spiato.
La sua pelle è grigia e priva di elasticità come se il suo corpo non fosse stato esposto alla luce solare per anni interi e le sue mani si muovono faticosamente, come se fossero cronicamente doloranti. Per la prima volta mi chiedo che età possa avere il mio passeggero. Dalle sue condizioni fisiche si direbbe quasi anziano, ma il volto mostra ancora dei piccoli occhietti neri piuttosto vivaci. Decido che egli debba avere circa 7 o 8 anni più di me.
Durante il tragitto che ci separa dalla sua abitazione il mio uomo è poco loquace. Di tanto in tanto si volta indietro per accertarsi che alle nostre spalle non ci siano altri veicoli, o per verificare che il suo biciclo non sia andato perso lungo la strada.
L’uomo dei misteri inespressi si lascia sprofondare nel sedile accanto al mio, prende un gran respiro e mi osserva guidare. Sembra che ora si senta più tranquillo.
Mi dice che adesso è troppo tardi, non vuole farmi correre il rischio di vagare per le strade durante il coprifuoco, c’è qualcosa che deve dirmi al più presto, così mi dà appuntamento tra tre giorni alle ”Pulzelle di Orione”.
Lascio l’ometto e il suo vecchio mezzo di trasporto all’angolo di una strada sulla quale si affacciano palazzi tutti uguali alti più di una decina di livelli. Ci salutiamo con un gesto reciproco.
Sono rientrato nel mio appartamento alle 24.42: le luci sono tutte spente, la mia donna è a letto che dorme, domani dovrà alzarsi molto presto per andare ad insegnare in una scuola a 30 chilometri di distanza, nei sobborghi intorno la città.
Mi fa piacere avere vicino un corpo caldo che mi trasmette il suo calore in una notte di fine inverno. Non ho mai sopportato le improvvise gelate di marzo.
Non tardo ad addormentarmi, ma i miei sogni sono affollati di piccoli uomini dalla pelle grigia che come tante formiche si recano ordinatamente in decine di palazzi a torre. Tra essi riconosco qualcuno, è lo stereotipo di una classe operaia ormai scomparsa. Anche i modi di questo essere-icona sembrano esprimere l’anacronismo della sua presenza nella società attuale. La sua bocca sillaba delle parole senza che io riesca a capirle. Silenzio.
Mi sveglio di soprassalto, era solo un sogno, oppure no? E chi può aver detto al tipografo che io sono un “professore”? Strano, forse lui sta pensando a me come io sto pensando a lui.
Le “Pulzelle di Orione” era un locale molto in voga una ventina d’anni fa, quando era da poco uscito l’omonimo libro dello scrittore visionario Teo Van Der Gail.
Bei tempi, molti piloti si ritrovavano spontaneamente nel luogo che faceva pensare a mondi esotici abitati da ragazze giovani, bellissime e perennemente di buon umore, il cui scopo principale era diffondere il messaggio dell’amore universale. Dei fasti di allora, oggi non restavano che i muri dai colori sgargianti decorati dall’artista pazzo Vince Van Der Gail.
Niente più ballerine, niente più cocktail afrodisiaci, niente più inviti a consumare fugaci incontri d’amore sensuale nella sala della voluttà, il grande salone labirintico dal pavimento trasparente al piano sovrastante il bar ristorante non esiste più, è stato ricostruito e diviso in sale più piccole.
I nostri giorni sono l’epoca della riservatezza, la gente non ama più incontrarsi in grandi spazi, o così crede. In realtà, per motivi di ordine pubblico si cerca di non far riunire troppe persone in un unico posto.
Mi sono appena seduto ad un tavolino, ed i pensieri mi si annebbiano improvvisamente, mi sembra di sentire un forte odore d’olio d’ambra diffondersi nell’aria, ma so che non può essere così. Dicono che gli odori non si dimentichino mai, e che stimolino i ricordi. In questo caso, credo che mi stia capitando il contrario: un luogo del mio passato mi ha fatto recuperare un’antica sensazione olfattiva.
Ritorno al tempo presente, mi guardo attorno e vedo un gruppo d’amici seduti ad un tavolo, e un paio di coppie di mezz’età appartate alle estremità della grande sala. Purtroppo, gli spazi interni non sono più così ampi come una volta, ma rispetto ad altri locali pubblici, qui sembra di essere seduti in mezzo ad una piattaforma di decollo. Nonostante le ordinanze di polizia parlino chiaro sulle metrature massime utilizzabili dai pubblici esercizi, questo locale è un'eccezione. Grazie alla presenza di preziosi affreschi è stata formulata una disposizione speciale che ne salva i contenuti e, in parte, le volumetrie. Questo fatto tuttavia, pur contribuendo a non deturpare del tutto l’estetica delle “Pulzelle”, ha sviato l’interesse delle generazioni più giovani, che proprio a causa degli spazi interni insolitamente ampi, considerano questo enorme salone freddo e fuori moda.
Ordino una bevanda tonica al gusto di melone ed attendo l’arrivo del mio uomo. Eccolo che entra dalla porta di cristallo azzurro, procede a passo lento, come se non mi avesse ancora visto.
Costeggia il bancone di pietra verde, passa sotto uno dei grandi lampadari che un tempo illuminavano una delle stazioni della metropolitana di Mosca e si siede ad un tavolo vuoto, non lontano da dove mi trovo.
Rimango un po’ sorpreso da questa sua mossa, probabilmente dettata dalla prudenza, e attendo che sia lui a fare qualcosa.
Esaurita la sua consumazione, il tipografo si alza e s’avvia verso l’uscita. Capisco che devo seguirlo.
Ci ritroviamo a camminare insieme nel Parco della Pace.
Senza salutarmi, l’uomo grigio inizia a parlare, mi dice che il barista delle ”Pulzelle” non era il solito ragazzo, ed una delle coppie in fondo alla sala erano sicuramente due agenti della polizia segreta. Si scusa e mi prega di non farmi vedere in sua compagnia. Aggiunge una frase e si allontana.
Il giorno dopo sto ancora pensando alle sue ultime parole: "Ormai restare liberi è diventato un mestiere molto difficile", e cerco di trovare un modo per ricontattare questo uomo quando sento una mano toccarmi la spalla destra. I miei muscoli rimangono imprigionati da un gas paralizzante, non posso reagire; due uomini mi caricano su un furgone scuro. Non ci sono testimoni che potranno testimoniare la mia sparizione, il primo pensiero va a mia moglie Lorna. Buio.
Quanto tempo è passato da quando mi trovo in questa misera stanza, senza acqua, luce, aria, cibo, non riesco minimamente ad immaginarlo. Ogni cosa ha perso di significato; inizio io stesso a dubitare della mia esistenza in vita. Si devono essere dimenticati di me, oppure è questo che vogliono farmi credere. Per angosciarmi, per rendermi più malleabile, più collaborativo. Ma che senso ha agire in questo modo? Dispongono da anni di una macchina della verità infallibile e di tutti i mezzi per farmi parlare; e poi che cosa potrei dirgli? Cosa avrei da denunciare, di quali segreti sarei in possesso se il nostro gruppo non ha ancora deciso nulla? Chi si può interessare a me? Perché vogliono spaventarmi?
Colgo il sonno con soddisfazione: questa sola può essere la mia evasione.
Attendo sciami di immagini colorate che mi conducano lontano da qui, ma il buio incombe su di me. Non c’è speranza.
Il freddo avanza e si fa sentire in modo sempre più pungente. Non ci sono sogni in questo triste corpo ghiacciato. Sono in uno stato di sospensione, non c’è niente da fare. È questa la morte? O si tratta solo della mia crudele condanna?
Il tempo non passa mai, io non mi posso muovere, non ho nessuno con cui parlare, devo soltanto aspettare.
È vero, è duro il mestiere di sopravvivere per chi non sa cosa gli sta succedendo.
Il mondo mi ha dimenticato, il mio corpo mi ha abbandonato, la vita mi ha lasciato, chissà che ne è della mia anima? Forse anche lei mi ha abbandonato. Eppure no, non sono convinto che questo sonno senza sogni sia la morte, ho il dubbio che sia qualcosa di peggio, deve essere la fine del tempo. Non so come abbia fatto ad esaurirsi, ma deve esserci una spiegazione, un motivo, magari anche una soluzione.
Tiratemi fuori di qui! Liberatemi da questa prigione!
Un dolore intensissimo, come una scarica ad alta tensione pugnala il mio petto. Allora non sono morto? Leggono i miei pensieri e mi vogliono punire ancora di più?
Dolore, dolore, dolore... Perché mi fate questo? Ho capito, sono già all’Inferno, anche se io che non ci ho mai creduto! Pensavo che bastasse non crederci per scongiurare l’eventualità di finirci, un giorno. No, non è giusto, mi sono sempre comportato bene, non potete trattarmi così! Che cosa vi ho mai fatto di male? Hey tu Satana, mi senti? Ti sembra bello trattare così un povero umano?
Hai almeno avuto la compiacenza di avvisare mia moglie che non tornerò per cena?
Dolore.
Che strano, sento dolore dove prima c’era il mio corpo. Sento formicolare i miei nervi, la mia testa, improvvisamente mi sento pesante e stordito.
Sento anche dei suoni ovattati, ma non riesco a distinguere il loro significato.
Forse se riuscissi a capire come fare per aprire gli occhi...
Aaaaaaaaaaaaahhhhhh, che luce! Ma da dove arriva? Poco fa c’era solo il buio.
Riprendo contatto con il mio corpo, riesco a muovere a malapena le dita delle mani, i miei arti sono troppo pesanti per obbedire ai miei comandi. Le mie palpebre sono aperte, ma i miei occhi sono ancora abbagliati. È presto per sapere dove mi trovo.
Fa caldo, devono avermi esposto ad una specie di radiazione solare, il freddo che avevo dentro di me si sta asciugando completamente, sento il mio cuore pompare sangue con forza, è una sensazione piacevole, non provo più dolore, spero sia la fine di un incubo.
Quante volte da bambino cercavo gli angoli più nascosti della casa per rifugiarmi lì in tutta tranquillità e sprofondare nel silenzio di mondi immaginari costruiti dalla mia fantasia?
Quante volte ho desiderato fuggire lontano da tutti per non lasciare di me che uno sbiadito ricordo? Oppure dormire, per mesi, anni, secoli interi, fino a quando avrei potuto dimenticare il mio passato, i miei errori, le mie paure. Giorni sempre diversi e sempre uguali scorrono lungo la volta del cielo, mentre il sole ci sorride da lontano, comparendo e scomparendo senza pausa.
C’è una voce, sì la sento distintamente, un uomo sta strappando dei cavi e dei tubi che mi escono da tutto il corpo, mi sembra molto agitato. La sua faccia è di fronte alla mia, mi guarda, non faccio in tempo ad osservare i suoi lineamenti, mi colpiscono i suoi occhi azzurri, tutto avviene in una frazione di secondo, la sua bocca si apre e la sua voce mi parla. Dice che devo fare in fretta a mettermi in piedi e seguirlo. Sono molto titubante, non so dove sono, chi è questo uomo e non so nemmeno se sarò in grado di muovermi. L’uomo insiste per farmi alzare, con mia grande sorpresa balzo in piedi ed in un attimo mi incammino per lunghi corridoio al seguito del mio liberatore. Costui mi dice che ho dovuto essere ibernato per affrontare un lungo viaggio.
Adesso inizio a comprendere tutte quelle strane sensazioni; osservando le mie mani mi accorgo che la mia pelle è diventata rigida, di un colorito sgradevole, piuttosto grigiastra. Non ho tempo per riflettere su questo argomento, dobbiamo fuggire e poi può darsi che questi corridoi in penombra che stiamo percorrendo offrano una visione un po’ distorta della realtà.
Non mi raccapezzo più, questo posto sta diventando un dedalo mostruosamente intricato, non c’è puzza, né umidità, ma mi viene da pensare alle antiche catacombe cristiane, o a delle fogne in disuso. Vorrei fare mille e mille domande alla mia improvvisata guida, ma servirebbe? Riuscirei minimamente a farmi il quadro della situazione? So solo che dobbiamo fuggire, ma che senso ha tutta questa fretta? Da quando abbiamo lasciato la sala del mio risveglio non abbiamo incontrato anima viva. I cunicoli nei quali ci muoviamo sono immersi nell’oscurità, da piccoli fori nel soffitto, nelle pareti e sul terreno entra aria respirabile e qualche raggio di debole luce artificiale. Ho come l’impressione che ci troviamo in una galleria abusiva, scavata parallelamente ad un tunnel più importante utilizzato, dagli agenti della polizia segreta, per i trasferimenti occulti nei macabri laboratori e celle in cui vengono sotterrati i prigionieri dissidenti. Se così fosse realmente, questo significherebbe che le forze d’opposizione al potere sono piuttosto organizzate ed in grado di sfuggire alla repressione. Evidentemente, esistono già delle organizzazioni rivoluzionarie che dispongono di una struttura di lotta attiva; mi torna alla mente la figura del grigio tipografo, forse è stato proprio lui a segnalare ai suoi amici la mia condizione di prigioniero e deve essere grazie al loro intervento se adesso qualcuno si sta adoperando per liberarmi.
Ad un tratto ci fermiamo su quello che sembra un pianerottolo di questa brutta città sotterranea. La mia vista, come gli altri miei sensi, è ancora intorpidita e confusa; lame di luce tremolante penetrano da una piccola feritoia e feriscono i miei occhi. L’uomo che mi accompagna mi guarda e mi comunica a bassa voce che siamo quasi arrivati. Per la prima volta riesco a distinguere qualche tratto del suo volto, mi sorprendo a soffermarmi soprattutto sui suoi occhi azzurri molto pallidi ed inespressivi. Chi mi ricordano? Perché la mia pelle è diventata grigia come la sua? Ancora una volta ripenso al tipografo e riascoltando la monotona voce che mi sprona a riprendere il cammino capisco che potrei non sbagliarmi pensando d’essere nuovamente al suo cospetto.
Sapere che tra poco usciremo da questa specie di tomba cavernosa mi conforta ed al tempo stesso mi inquieta. Continuiamo a camminare, improvvisamente dal nostro cunicolo si diramano altri stretti passaggi, la mia guida mi sembra un poco perplessa, l’aria si fa più umida e calda. Probabilmente, si sta risvegliando anche il mio olfatto, l’odore che sento non è molto bello, credo che abbiamo imboccato un corridoio sbagliato, privo di fondo, ma non ci faccio molto caso, ho mille altre curiosità da appagare in questo momento. Non so che cosa mi aspetterà in futuro, dovrò vivere sotto falsa identità? Ci siamo fermati, intuisco che mi è concesso fare una domanda, non di più. Vorrei chiedere se sa qualcosa di mia moglie, se potrò rivederla, o che cosa dovrò fare. Se esiste qualche luogo dove mi potrò rifugiare o per quale motivo abbiamo lasciato la Terra. Tutti questi pensieri su possibilità talmente remote mi sconvolgono a tal punto che una potenziale risposta ai miei dubbi non farebbe altro che provocarmi nausea e vertigini. Voglio tuttavia sapere, avere dei dati che favoriscano una mia improbabile comprensione della situazione.
Una domanda mi affiora nella mente, forse è la più urgente, la più ovvia, la più diretta.
Mi rivolgo al mio accompagnatore e salvatore guardandolo dritto negli occhi, voglio che lui capisca che non accetterò silenzi o false verità. Io, per il momento, limiterò la mia curiosità ad una sola domanda, ma esigo una risposta precisa.
- Tu, chi sei?
La sua risposta è esattamente come la desideravo: netta, essenziale, e rivelatrice.
- Io sono il tuo boia.



lunedì 25 giugno 2018

Chiara Giorgetti: stampa d'arte, medium e linguaggio a 360°

"La tecnica è funzionale al discorso e alla poetica dell'artista." Chiara Giorgetti


New Stop - Cliché Verre, cm. 21X30, anno 2017 - Chiara Giorgetti
New Stop - Cliché Verre, cm. 21 X 30, anno 2017 - Chiara Giorgetti

Tony Graffio: Ciao Chiara, era da un po' di tempo che volevo incontrarti per parlarti di vari argomenti che so tu tratti anche nelle tue lezioni. Adesso, finalmente, abbiamo l'occasione d'incontrarci qui all'Accademia di Belle Arti di Brera, nella sala dove tieni un corso molto particolare. So che tu sei sempre molto aggiornata sulle tecniche di stampa e sui lavori degli artisti di tutto il mondo. Ci sono anche altre questioni che vorrei approfondire, come la Gumprint, ma intanto vorrei che ti presentassi e mi spiegassi chi sei, cosa fai e che formazione hai avuto.

Chiara Giorgetti: Mi sono diplomata al liceo scientifico perché la mia idea iniziale era quella di frequentare la Facoltà di Fisica, poi però ho studiato Pittura all'Accademia di Belle Arte di Firenze con Gustavo Giulietti, contemporaneamente ho iniziato a fare lavori maturando una certa esperienza in vari settori. Ho lavorato presso uno studio di grafica editoriale, in uno studio fotografico, mi sono occupata della vendita dei libri di Franco Maria Ricci e ho svolto altri lavori non inerenti al mondo dell'arte che mi hanno permesso di guadagnare qualcosa e comunque mi sono servite come "esperienze di vita". Ad un certo punto, ho fatto una pausa per capire meglio che percorso intraprendere, così ho deciso di frequentare una scuola di specializzazione nella stampa d'arte e incisione a colori.

TG: Dove?

CG: Alla scuola internazionale di grafica d'arte "Il Bisonte" di Firenze, dove all'epoca insegnava un artista americano di origini polacche molto preparato.

TG: Esiste ancora questa scuola?

CG: Sì, la scuola esiste ancora ma è un po' diversa perché tutte le cose cambiano nel corso del tempo adattandosi alle esigenze del presente, così com'è cambiata la città di Firenze con l'avvento del turismo di massa. Ma di queste cose spotrebbe parlare a lungo...

TG: Quindi tu adesso insegni stampa d'arte?

CG: Sì, la dicitura del corso è quella, ma al di là del nome la didattica nelle accademie d'arte rispecchia e per così dire "contiene" la formazione specifica del docente. Ho iniziato ad insegnare nelle accademie di belle arti viaggiando in lungo e in largo per l'Italia. Ritengo che oltre la formazione professionale e culturale, sia parte integrante anche il percorso lavorativo; adesso sono a Brera da 18 anni.

TG: Hai una tua cattedra o ti viene rinnovato un contratto a scadenza?

CG: ​Dopo molti anni di precariato ho partecipato ad un concorso nazionale dove ho potuto consolidare la parte economico-​professionale. Arrivare a Brera per me è stata una fortuna perché qui ho potuto realizzare tutta una serie di progetti che avevo in mente da tempo, per esempio le intenzioni sviluppate con Printshow.​ Dal 2001 al 2011 ho ideato e gestito Printshow.it, una webzine  ​che forniva informazioni sui metodi e i linguaggi della grafica d'arte proprio nel momento dell'avvento delle nuove tecnologie, dando così uno spunto di riflessione per l'utilizzo di sistemi e tecniche sia "tradizionali" che innovative alla luce di un complessivo ripensamento del lavoro dell'artista. Credo che fosse davvero necessario realizzare un simile archivio aperto a tutti​, ricco​ di informazioni utili sia per gli studenti ​che per tutti gli appassionati​ della grafica d'arte e del libro d'artista. C​erti sistemi ​sono meno conosciuti ed ​interessano una nicchia di addetti ai lavori che una volta difficilmente avrebbero guardato al mondo delle arti visive. Ci sono artisti straordinari che lavorano con tecniche sorprendenti, anche se da un punto di vista formale non lasciano trapelare nulla di come certi lavori sono stati realizzati. Una volta che si capisce il loro linguaggio si capiscono anche le loro intenzioni, le loro idee ed il loro lavoro. Dietro ad ogni opera ci sono dei motivi precisi. Perché l'artista si serve di una tecnica o di un'altra? Si può passare ​da uno strumento ad un altro con facilità, soprattutto oggi che siamo nell'epoca del computer, dei cellulari e dei video.

TG: Oggi ha ancora senso ricorrere ad una tecnica come l'acquaforte? 

CG: Sì, ma dietro ci deve essere una ragione molto forte, sia a livello concettuale che linguistico. Vado alla ricerca di queste motivazioni, anche perché come  professore ho il dovere di portare un segnale chiaro agli studenti che si avvicinano alla grafica d'arte. Vorrei che chi ascolta capisca realmente il senso del lavoro artistico​, per questo cerco di trasmettere le mie conoscenze e le mie competenze nella maniera migliore possibile. Più parole si conoscono (in questo caso più tecniche e strumenti) più si arricchisce e si affina il linguaggio fino a creare una personale sintassi ​e grammatica artistica. Ogni anno dal mio corso escono ​circa 70 studenti e credo che in ​tutto questo tempo ho fatto la mia parte per preparare i ragazzi a quella che è la realtà di chi si esprime oggi con la stampa d'arte e la grafica.

TG: Qui in Accademia utilizzate molti strumenti tecnologicamente avanzati per realizzare i vostri lavori?

CG: Nell'aula in cui lavoro abbiamo un plotter per la stampa digitale fine-art con cui utilizziamo carte cotone di qualità gestito da due computer e uno scanner A3 professionale. Ovviamente, non ci interessa la stampa digitale di per sé, ma con questo strumento, volendo, si è in grado di utilizzare più tecniche ai fini di un'installazione o di un progetto che non sia (soltanto) la stampa da tenere dentro un cassetto o da appendere sopra il divano. Abbiamo anche una piccola camera oscura in cui gli studenti hanno modo d'utilizzare tutti gli strumenti legati alla  "scrittura con la luce". Le emulsioni fotografiche e i prodotti chimici ci servono non tanto e non solo per agire come fotografi, ma per cercare di tirare fuori un'idea originale, lavorando anche in "maniera primitiva", sempre con l'obbiettivo di utilizzare un mezzo con intenzioni nuoveÈ possibile che in questo modo nasca qualcosa che si possa poi rielaborare in digitale ed "impreziosire" con interventi autografici o in gumprint, per esempio.

TG: Fate molta sperimentazione?

CG: Sì, se vogliamo ancora usare questa parola, cerco di rendere i ragazzi consapevoli di quello che fanno.

TG: Perché sperimentazione è un termine che non ti piace?

CG: Trovo che sia una parola abusata, anche se in questo caso ci può stare. Diciamo che cerco di dare tanta informazione, mostrando anche molte immagini di lavori realizzati da artisti contemporanei,autori che magari usano linguaggi "tecnicamente trasversali", ponendo sempre l'accento sulla ricerca individuale e sul contesto storico. A mio avviso è necessario che gli studenti siano consapevoli di quello che stanno facendo e del perché, anche se si tratta di prove che porteranno in una direzione completamente differente dall'idea iniziale. Credo che tutti i professori cerchino di fare il meglio per gli studenti e si dedichino a loro con molte energie; non tutti gli allievi diventeranno artisti, e questo è normale, però avranno competenze da poter spendere in molti ambiti da quello della moda, alla fotografia, dall'illustrazione alla grafica pubblicitaria ecc. Quando un corso ti offre un panorama molto ampio e informazioni complete avrai delle competenze che ti permetteranno di saper distinguere un materiale dall'altro e sarai in grado di capire cosa è di qualità e cosa non lo è, l'acquisizione di molteplici informazioni ti porterà a raffinare il tuo gusto per quello che poi diventerà il tuo lavoro. Anche se andrai a fare la scelta dei tessuti, o degli oggetti per uno spot pubblicitario sarai in grado di aggiungere qualcosa che altri, magari tecnicamente più esperti, non hanno. Questo è quello su cui si lavora cercando di dare una formazione culturale che sia valida in più campi. Questo per me è un punto imprescindibile; per questo è fondamentale che gli studenti stranieri comprendano bene la lingua italiana, o per lo meno quella inglese. La comunicazione è molto importante poiché non si tratta di ripetere un'attività manuale per imitazione, non è sufficiente acquisire competenze tecniche, bisogna saper esprimere con gli strumenti della conoscenza quello che si vuol dire o fare, questo è il lavoro che faccio come professore.

TG: Insegni anche qualche antica tecnica fotografica oltre alla Gumprint che è una tecnica moderna?

CG: Facciamo delle cianotipie; per quello abbiamo qui in laboratorio le lampade ad ultravioletto, inoltre alcuni lavori in camera oscura ​abbandonano la precisa riproduzione fotografica su carta diventando installazioni vere e proprie su materiali di altro genere come gesso, legno, pietra, eccetera.

TG: Vorrei capire meglio alcune cose che riguardano il tuo corso di Stampa d'Arte all'Accademia di Belle Arti di Brera. Da quanto tempo esiste? È un corso obbligatorio?

CG: È un corso non obbligatorio dell'Accademia che tengo da 10 anni, penso che gli studenti non devono essere obbligati a fare qualcosa se non mostrano interesse verso certi argomenti. Ho fatto la scelta di togliere questo corso da quelli caratterizzanti per renderlo affine e trasversale a varie discipline. È frequentato da studenti di grafica d'arte, pittura, scultura, scenografia; addirittura arrivano dai corsi di nuove tecnologie, costume per lo spettacolo ed a fashion design. Il corso è abbastanza impegnativo e richiede una presenza costante durante il semestre di lezioni frontali e lo si può inserire nel piano di studio sia del biennio che del triennio. A volte, a chi ha un piano di studi molto impegnativo, consiglio di abbandonare il corso per magari riprenderlo in un altro momento del loro percorso didattico. 

TG: Bisogna essere molto motivati per iscriversi al tuo corso?

CG: Direi di sì, tengo delle lezioni frontali nelle quali mostro quello che poi sarà il lavoro da svolgere, cercando di spiegare ciò che fanno adesso gli artisti anche quando rivisitano opere del passato. Un artista che porto sempre come esempio è Vik Muniz, un contemporaneo brasiliano che ha rivisitato tra le varie cose anche le carceri di Piranesi. Ci sono molte cose che gli studenti ancora non conoscono, del resto sono giovanissimi e nei corsi di storia dell'arte contemporanea si affrontano altri aspetti del lavoro degli artisti. Alla parte propriamente teorico-informativa si aggiunge la parte essenziale ovvero quella di laboratorio dove si lavora con tutta una serie di strumenti. Negli anni, ho avuto modo di specializzarmi nel campo della grafica d'arte contemporanea lavorando all'estero come docente e artista (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Giappone, ecc.) guardando quello che accadeva nelle esposizioni internazionali,  scrivendo per riviste e cataloghi d'arte e curando alcune mostre. In un lavoro come questo certe competenze e conoscenze del mio lavoro d'artista automaticamente si riversano nel lavoro di docenza. Il lavoro della didattica d'arte non è e non può essere rigido e identico a se stesso negli anni; non è possibile "raccontare sempre le stesse cose", anche se gli studenti cambiano. L'aggiornamento sugli accadimenti della società, e di conseguenza delle arti visive, è costante e necessario. Per questo è utile che io racconti quello che è successo nella grafica degli anni '90, ma siamo nel 2018 e per gli studenti è necessario sapere dove trovare informazioni aggiornate di ciò che accade al MoMA di New York o alla Tate di Londra, solo per fare due esempi. Andare alle biennali o alle mostre permette di ampliare il proprio punto di vista e anche di suggerire agli studenti in quante direzioni guardare. A Brera si possono trovare tanti corsi straordinari tenuti da docenti bravi, competenti e di altissimo livello professionale, questo probabilmente è dovuto anche al fatto che Milano è una città dinamica che attira energie da varie aree d'Italia e non solo.

TG: Mi sembra d'aver capito che tu lavori molto sull'ibridazione e che molto dipende dal linguaggio con cui ci si esprime; puoi entrare un po' di più in questo specifico?


CG: Per il mio lavoro personale da anni porto avanti una ricerca di questo tipo, lavoro sui linguaggi, sulle relazioni tra le persone  nella società, sui social media, su tutti i mezzi di comunicazione che oggi ci circondano e che ci tengono in contatto immediato come mai prima di adesso. Penso che l'artista deve saper guardare al presente, alla propria realtà, anche ripescando mezzi espressivi del passato con la consapevolezza di ciò che sta facendo. Lo strumento può essere qualsiasi cosa, dal disegno con la punta d'argento fino al video, ma ci deve essere un motivo  specifico per usarlo e che non sia un virtuosismo fine a se stesso. Oggi si scattano fotografie col telefonino anche soltanto per prendere degli appunti visivi, disponiamo di strumenti inimmaginabili fino a 15 anni fa, se li avessi avuti Canaletto che già disponeva della Camera Obscura, chissà cosa avrebbe fatto! Dobbiamo guardare alla storia con la consapevolezza che gli artisti del passato non erano manieristi di loro stessi, ma erano anch'essi curiosi e sperimentatori. Questo è il percorso che propongo ai miei studenti. Cerco tuttavia di non piegare gli allievi al mio pensiero, l'accademia deve far emergere la personalità dell'individuo che si dedica allo studio artistico e alla ricerca della propria espressività. Bisogna evitare di massificare il modo di lavorare e le idee per far sì che ognuno trovi la propria strada.

TG:  Di che tipo di grafica si occupa l'Accademia?

CG: Ce n'è un po' di tutti i tipi, tutto dipende dalla personalità e professionalità del docente. Vi sono corsi che indagano gli aspetti dalla grafica più tradizionale, ma anche quelli più legati al mero aspetto tecnico attraverso diverse varianti.

TG: Anche quello che fa Daniel Tummolillo è grafica?

CG: Sì, anche se Daniel è uno specialista della serigrafia e nel suo corso utilizza quella tecnica con gli studenti. A Brera ci sono vari dipartimenti tra cui quello di Arti Visive all'interno del quale ci sono le scuole di Pittura, Scultura, Decorazione e Grafica, ma alcuni studenti si iscrivono al corso di Nuove Tecnologie o Scenografia perché trovano interessante quello su cui si lavora.

TG: Grafica artistica e grafica pubblicitaria si incontrano mai?

CG: Sì, assolutamente. Un grafico pubblicitario ha però una specifica professionalità ma più è ampia la sua cultura artistica migliori e originali sono i risultati che può ottenere. Qui a Brera non abbiamo la Scuola di grafica pubblicitaria, perché anni addietro è stato deciso di privilegiare la grafica d'arte, ci sono però corsi eccellenti di grafica editoriale dove gli studenti lavorano alla creazione defont o sul manifesto, sui prodotti editoriali e molto altro.

TG: Mi puoi spiegare invece che cosa intendi con la parola: "linguaggio".

CG: Con il termine linguaggio intendo un insieme di caratteristiche che contraddistinguono un metodo rispetto ad un altro. Sia che ci si riferisca ad un metodo verbale, visivo o un metodo tecnico. Si tratta di un insieme di segni e caratteristiche specifiche appartenenti ad uno strumento, ad un mezzo che riesca ad esprimere la propria poetica. 

TG: Ho capito. Te l'ho chiesto perché mi sono accorto che ognuno interpreta un po' a suo modo questa parola.

CG: Certo, la domanda è interessante.


Lost item: Deruta - Gumprint su velluto - Chiara Giorgetti
Lost item: Deruta - Gumprint su velluto - Chiara Giorgetti

TG: Volevo anche sapere se sei tu che hai contribuito a portare e diffondere in Italia la tecnica del Gumprint?

CG: Non so se sono stata l'unica ma certamente a Brera sono stata la prima avendo imparato questo sistema da una cara amica che ha realizzato dei libri d'artista con questo sistema, si chiama Loretta Cappanera (di lei ho parlato anche in Printshow). Da subito ho intuito le enormi possibilità di questo mezzo che ho diffuso attraverso il corso che tengo a Brera. Mi piace citare sempre da chi ho preso le mie informazioni, infatti quando Printshow è stato copiato (soprattutto nella parte dei metodi e prodotti atossici e di laboratorio) per farne delle 
brutte pubblicazioni cartacee senza citare la fonte sono rimasta sorpresa e delusa, l'idea era quella della condivisione per un dibattito produttivo e invece... (ride) 

TG: Certo, il rischio è sempre quello. C'è sempre qualcuno che non ama fare fatica e s'appropria del lavoro altrui...

CG: È molto difficile fare qualcosa con gli altri il rischio è che quando indichi la Luna la gente guardil dito... Printshow per me è stata un'esperienza fantasticperché mi ha dato la possibilità di mettermi in contatto con molti artisti di varie parti del mondo ma si parla di quasi 20 anni faDopo 10 anni di attività ho deciso di chiuderlo e di aprire un blog Printshow International (una forma più dinamica di interazione con i lettori) chiuso anche quello dopo 2 anni per direzionarlo sulla piattaforma Facebook. Attraverso il sito ho avuto l'occasiondi essere invitata a partecipare a convegni per parlare di grafica sia in Italia che all'estero (alla Triennale di Cracovia a Viennanegli Stati Uniti, a Tokyo, ecc.) tutto nonostante Printshow fosse scritto in lingua italiana (mi occupavo io di tutto, contattare le persone, tradurre, mettere in rete, ecc.). Ho contattato artisti e ricercatori che utilizzavano vari sistemi innovativi perché volevo dare delle nuove informazioni sulla grafica d'arte in Italia. Gli argomenti più nuovi riguardavano l'uso delle sostanze atossiche, il dibattito sui linguaggi utilizzati e la cosiddetta ibridazione dei mezzi. Trattare di queste cose nel 2002 era davvero una novità mentre oggi è la norma un po' per tutti così come l'uso di programmi per il fotoritocco che oggi, al contrario sono ritenuti necessari solo in certe situazioni ma che necessitano di conoscenze vere per non dare risultati ingenui.I metodi digitali a tutti gli effetti sono sistemi come gli altri, si usano quando servono l'abuso è noioso, direi antiquato... (ride) Il mondo della grafica è molto vario e interessante con tante declinazioni. Questa è la sua bellezza ed il motivo che fa appassionare così tanto, con la grafica hai la possibilità di lavorare a 360°.

TG: In che percentuali divideresti la tua vita tra creazione artistica e insegnamento?

CG: Non la divido, perché per me è un tutt'uno. Io sono sempre disponibile per i miei studenti che mi possono raggiungere telefonicamente, o via chat, per avere informazioni che poi possono utilizzare specificatamente per quello di cui si occupano e stanno facendo. Si è sempre impegnati con la didattica anche quando non si è in Accademia. Se trovo delle immagini interessanti ad una mostra le trasmetto ai ragazzi, fotografo quello che vedo e lo invio al gruppo degli studenti. Stessa cosa se trovo delle idee innovative per esempio sulla concezione dello spazio in un'opera esposta alla Biennale e cose di questo genere. Inoltre se c'è l'occasione coinvolgo gli studenti in progetti espositivi e in contesti artistici extra accademiciPenso che tutti gli insegnanti in maniera diversa si adoperano per queste finalità, non è un comportamento difficile da trovare a meno che nella vita tu sia una persona che fa tutt'altro, ma poi che cosa insegni?

TG: Scusa se torno sull'argomento, ma volevo sapere in che modo sei entrata in contatto con la Gumprint?

CG: Circa 15 anni fa Loretta aveva imparato questa tecnica da una artista americanadopo aver capito come funziona l'ho inserita nel corso con gli studenti. Ho deciso di utilizzarla su un'ampia gamma di materialinon solo carta, ma stoffa, plastica, materiali edibili, abbiamo stampato anche su specchiL'idea era quella di forzare le potenzialità del metodo. Più riesci a entrare in un medium, più riesci ad estrarre le sue potenzialità inespresse. C'è chi dice che in arte è stato fatto tutto; io direi che è stato fatto tanto, ma partendo da quel tanto possiamo fare altrettanto. Dobbiamo però cambiare punto di vista, un po' come quando si cambia posizione e dal centro di una stanza ci si sposta ai bordi e tutto viene visto da un'altra prospettiva. Con la Gumprint l'idea è proprio quella dandare a vedere le cose sotto altre angolazioni, da lì nascono progetti sempre diversi e nuovi, al punto che le persone non capiscono come sono stati realizzati certi lavori.

TG: Beh quello avviene già normalmente: per molti è difficile distinguere tra una tecnica ed un'altra. Ci sono grandi critici che non sanno ancora bene la differenza tra litografia e serigrafia...

CG: È  vero, ma nel Gumprint ancora di più e comunque aggiungo sempre che è importante conoscere un sistema ma quello da solo non è sufficiente a garantire la qualità del lavoro finito.

TG: La tecnica è importante?

CG: La tecnica è sempre importante ma non è l'unico aspetto ovviamente, il lavoro deve raggiunge un buon risultato formaledeve insomma funzionare visivamente, se poi riesce anche a far riflettere su qualcosa è perfetto. È importante conoscere e praticare qualsiasi tecnica artistica per essere in grado eventualmente anche di far realizzare ad altri un progetto specifico. 


TG: Nel caso della Gumprint mi sembra veramente indispensabile capire quello che si sta facendo.

CG: Devi venire a Brera durante il semestre di lezione.

TG: Ah sicuramente, mi piacerebbe. Ho seguito un corso con Daniela Lorenzi e devo dire che lei è molto esperta nel padroneggiare questa tecnica che poi ha bisogno anche di una giusta visualizzazione del file che si va a stampare.

CG: Conosco Daniela da tantissimi anni ed è una professionista seria, lei è arrivata alla Gumprint da un altro percorso.

TG: Dal Brasile.

CG: Sì, in altre parti del mondo c'è una visione della stampa differente rispetto alla nostra.

TG: Noi siamo più legati alla tradizione.

CG: In un certo senso sì, ma negli ultimi anni le cose stanno cambiando anche in Italia, ci sono tanti nuovi laboratori condotti da giovani che reinterpretano, recuperando informazioni e aprendosi alle novità. La tradizione del segno stampato secondo i dettami dell'incisione persiste e spesso viene utilizzata per progetti specifici. È chiaro che la tradizione della stampa e dell'incisione bisogna conoscerla, però bisogna vivere nel nostro tempo e quindi ripeto ancora non si tratta di distinguere tra tecniche vecchie e nuove ma di operare con consapevolezza, quale sia il mezzo espressivoLo stesso vale per la pittura, a nessuno verrebbe in mente di parlare esclusivamente di tecniche perché il punto non è (solo) quello.

TG: Ormai che i grandi maestri stanno un po' scomparendo anche i collezionisti sembrano meno interessati alle opere su carta; è così? 

CG: Non credo ci sia meno interesse, credo che sia cambiato tutto rispetto ad alcuni anni fa. I lavori su carta hanno in genere prezzi più accessibili e anche le grandi gallerie adesso dedicano mostre ai disegni e alla grafica d'arte. Mi pare si tratti di un mercato diverso rispetto a quello di una volta con collezionisti giovani che hanno gusti personali ben delineati e che investono ma amano i lavori che comprano. Gli artisti/stampatori che sanno fare tutto ci sono, ma oggi è cambiata la funzione dell'artista, uscito dalle categorie (pittore, scultore, incisore, ecc.) è riconosciuto semplicemente come artista visivo. Sappiamo di come certi mercanti abbiano svilito la stampa d'arte, a partire dagli anni '80, ora i tempi sono cambiati e basta poco per capire che quei decenni sono in realtà assai lontani nel tempo.

TG: Il grande inganno delle litografie che non erano litografie che inflazionavano il mercato dell'arte...

CG: Esatto. Il discorso è lunghissimo. Il mio obiettivo è stato quello di riportare la stampa d'arte ad un senso autentico. In Accademia volevo lavorare offrendo una visione attuale della grafica, ma senza dimenticare i capolavori realizzati da Dürer, Canaletto, o artisti meno noti come Hercules Segers che pare stampasse a colori su tessuto nel XVI secolo. Adesso, ci troviamo in un momento di ripartenza; una rinascita nei corsi e ricorsi storici dell'arte.

TG: Ritieni che con  la Gumprint si ottengono dei monotipi, oppure no?

CG: No, è riproducibile.

TG: Però ogni stampa è diversa e un po' a se stante...

CG: Dipende con che intenzione lavori... Io preferisco non fare edizioni di 5-10 esemplari perché la riproducibilità non è l'obiettivo che perseguo. Si possono fare alcune copie perché si parte da una matrice che è la fotocopia di un lavoro che può essere una fotografia, un collage, un disegno o altro. La partenza può essere qualsiasi cosa; addirittura sulla fotocopia puoi tracciare dei segni a matita dopo o fare altri tipi di interventi. Si può fare in modo di ottenere alcuni esemplari identici tra loro.

TG: Non è facile...

CG: No, ma ci si può arrivare, anche rifacendo ogni volta la fotocopia. Torniamo però al discorso del linguaggio che è importantissimo. Se io desidero ottenere la riproducibilità è meglio che io mi affidi ad un altro sistema. Per quale motivo dovrei affidarmi ad un sistema fragile per avere un'edizione?

TG: In qualche modo il Gumprint è un pezzo unico?

CG: A mio avviso, nella poetica di questo linguaggio c'è la possibilità di andare oltre l'edizione. Il Gumprint può diventare modulo, nel senso che è più facile creare un lavoro modulare composto da più pezzi, oppure una sequenza. Effettivamente, in una sequenza di stampa in più copie il lavoro si sgrana e il risultato non è uguale. Tu puoi intervenire rinforzando l'inchiostro o in altri modi, però a mio giudizio questo tipo di pratica non ha senso. In quel caso meglio fare un'incisione o una cera molle. A che pro fare qualcosa che vuole imitare un disegno? Meglio fare direttamente un disegno...

TG: Beh il Gumprint è un supporto molto utile a riprodurre una tecnica fotografica ed a rendere questa immagine più preziosa.

CG: Certo, si possono rielaborare certi scatti digitalmente o in altri modi e da lì realizzare la fotocopia che verrà utilizzata come matrice. La parte di post-produzione digitale è fondamentale perché se non hai un file perfetto, non puoi ottenere una buona stampa.

TG: Tu quante stampe tiri da una matrice di Gumprint per i tuoi lavori?

CG: Una. Due o tre...

TG: Sì, perché la prima non viene sempre bene, vero?

CG: Dipende da cosa si intende quando si dice "viene bene" Ci sono lavori macchiati che hanno un loro motivo di essere più di lavori perfettini, abbiamo già la fotocopia... A volte lavoro sulla serialità, ma sempre con carte diverse e formati diversi. L'immagine di un oggetto può essere iconica e viene stampata non in una edizione, ma in modi diversi.

TG: E diventa così un pezzo unico?

CG: Sì. In genere non mi interessa la riproducibilità della stessa cosa. Non sempre.

TG: Cosa pensi dell'interesse dell'artista per una tecnica desueta?

CG: Capita spesso che tecniche che all'epoca nascevano con scopi ben precisi oggi vengano impiegate per ottenere altri risultati. C'è chi lavora in camera oscura, chi si avvale della cianotipia o di altri sistemi; va bene tutto, ma non deve restare un approccio fine a se stesso. Per me resta interessante e fondante il rapporto che abbiamo con i mezzi di comunicazione, quando una tecnica diventa desueta eccola entrare nel ricco e variegato vocabolario degli artisti pronti a recuperarla a funzioni differenti.  

TG: Hai un tuo laboratorio a Firenze?

CG: Non ce l'ho più, adesso lavoro a casa. Se devo fare lavori grandi mi appoggio in qualche labortatorio.

TG: La Photogravure l'hai mai considerata?

CG: La Photogravure autentica? Quella fatta con matrici di rame?

TG: Sì.

CG: Certo, l'ho considerata, ma non è possibile farla in Accademia. Avevo contattato uno studio a Verona che mi aveva anche spedito un paio di stampe, ma parliamo di parecchio tempo fa. So che invece Ivan Pengo de Il Foglio ha le attrezzature per la Polymergravure. Oggi, giustamente, si cerca di lavorare con prodotti che non siano nocivi per la salute e per l'ambiente. Anni fa abbiamo invitato Dan Welden qui a Brera per parlarci delle lastre polimeriche e del suo modo di lavorare. Una volta appresa una tecnica devi però capire cosa farci, un metodo può rivelarsi perfetto per realizzare certe cose, oppure essere assolutamente inutile.

TG: Il lavoro grafico viene fatto spesso in équipe; perché?

CG: Lo stampatore esperto è molto importante e ti aiuta a realizzare nel modo migliore il progetto. Nella grafica il lavoro d'équipe è fondamentale e talvolta necessario ai fini dell'utilizzo di certi macchinari ultra tecnologici.


Murasalà (Corrispondenza) - Cliché Verre, anno 2018 - Chiara Giorgetti
Murasalà (Corrispondenza) - Cliché Verre, anno 2018 - Chiara Giorgetti

Le principali pubblicazioni di Chiara Giorgetti
La fotografia, l'errore e la grafica d'arte I quaderni di Brera, Accademia di Belle Arti di Brera, 2016
Alessandro Scheibel: il segno e il tempo del sognatore, catalogo della mostra Alessandro Scheibel dalla scuola di Carena all'astrattismo nella stagione di Fiamma Vigo, Editore Pacini, Pisa, 2016
Guardare, raccontare, pensare, conservare: il lavoro dell'artista sul libroEdizioni Essegi, Ravenna, 2016   
L'artista e il lavoro sul libro in Camera Book i formati del libro, editore Accademia di belle Arti di Roma, 2016
Supporti, funzione, limiti nella grafica d'arte, testo in catalogo Biennale Internazionale Opere su carta, Schio, 2015
La stampa d’arte contemporanea. Le idee e i progetti, i metodi e i sistemi I quaderni di Brera, editore Scuola di Grafica d’Arte Accademia di Brera, 2014
Rirpoducibilità/unicità/idea Testo in catalogo Biennale Internazionale Opere su carta, Schio2013                                                                                                   
Druckgrafik:Die unscharfe Linie – the state of the art. / Printmaking: The Blurred Line – the state of the art.
 In im:print 2011 journal for the state of current printmaking Schneider, Michael; Maurer, Philipp, Springer Wien New York, Marzo 2011
Il libro d’artista come forma e contenuto Testo in catalogo della mostra LiberoLibroessegi  2011
L’idea e il mezzo Testo in catalogo della mostra di Carta e di Inchiostro, linguaggi della giovane grafica d’arte in Emilia-Romagna, Ferrara Museo Casa Ariosto a cura di Yoruba diffusione arte contemporanea, 2010
Pensare (con) il libro Testo in catalogo della mostra LiberoLibroessegi  opere degli studenti delle Accademie di Belle Arti di Bologna, Brera, Ravenna, Venezia e della facoltà di Belle Arti Università di Barcellona. Edizioni Essegi, Ravenna
A reflection on printmaking’s future in “The Memory of the Future’ Grapheion N°21 International Review of Contemporary Prints, Book and Paper Art 2009.
La grafica d’arte contemporanea in Incisione sostenibile. A cura di Francesca Genna. Navarra Editore, Marsala, 2009
Druckgraphik ohne grenzen ì in Um:Druck N°5, rivista di grafica e arti visive, Medieninhaber Verlag, Vienna settembre 2007
La stampa d'arte contemporanea Testo in catalogo della mostra La Collezione Peruzzi: grafica e multipli di arte italiana informale, povera, concettuale progetto e direzione di Eugenio Cecioni, con interventi di Vittorio Peruzzi e Francesco Poli. 2004
Stampa d’arte: l’immagine moltiplicata Catalogo della mostra III °Premio Santa Croce. Grafica d’arte progetto e direzione di Eugenio Cecioni, con interventi di Rodolfo Ceccotti per la Fondazione Il Bisonte e Eugenio Cecioni, 2005.
Printshow.it webzine sulla stampa d’arte contemporanea dal 2001, Edizioni Blue Klein Multimedia Firenze
Printshow A3zine, rivista dedicata alla grafica d’arte e al libro d’artista, Edizioni Damocle, Venezia 2012