venerdì 8 febbraio 2019

Chandra Livia Candiani: la furia del poeta nella poesia femminile

"La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo." Virginia Woolf

Il silenzio è cosa viva CLC
Il silenzio è cosa viva CLC

Da tempo la poesia sembra in procinto di morire, ma ultimamente ci sono sempre più persone che le si avvicinano per renderla alla portata di tutti e liberarla in ogni luogo, in modo da sconvolgere il torpore di coloro che non vogliono ascoltare il rumore che dentro di loro viene soffocato dal rumore prodotto dal caos della nostra società. Il silenzio porta facilmente all'attenzione, ma non è facile trovare la quiete e la tranquillità nella nostra epoca in cui molti temono la solitudine e la meditazione
Il poeta è colui che nominando le cose con il loro vero nome riesce a restaurare la disarmonia che incontra nel mondo per indicare la strada da percorrere ai suoi simili che si sentono sperduti e non sanno dove cercare la pace e non riescono a trovare il significato del proprio ruolo umano. L'insaziabilità dei desideri degli uomini contribuisce a confonderci e a rendere inesprimibile ciò che proviamo durante la nostra permanenza terrena. La missione della poesia è quella di renderci vivi anche quando affrontiamo le difficoltà e le situazioni che ci spaventano. TG

La furia d'esser viva
nella notte
sotto la polvere dei crolli
sono in frammenti
tutti vivi,
c'è un urlante
silenzio bambino
ha i graffi
libera tutti.
La tigre giovane
che mi abita
percorre i secondi
misura il mio torace
ha zampe forti
per accogliere il dono
del respiro
che spunta appena,
appena nato.
CLC

Laura Pezzino: Per te la poesia è un felino tatuato nel sangue; quando ti sei accorta di avere questo segno nel tuo sangue ed hai avuto il primo incontro con la poesia?

Chandra Livia Candiani: Il primo ascolto mi è capitato intorno ai 5 anni, prima di andare a scuola. Ho sentito mio fratello ripetere una poesia che doveva imparare a memoria: era il 10 agosto di Pascoli. Mi ricordo che ero in corridoio, girata di spalle rispetto alla stanza dove mio fratello studiava e le sue parole mi hanno attraversato la schiena e mi hanno fatto vedere quello di cui lui parlava: un uomo caduto con le bambole sul petto, un cavallo e la rondine che volava. Subito ho pensato: da grande voglio scrivere anch'io in quella lingua. Pur essendo un grande asino che andava male in tutte le materie, a 10 anni, in quinta elementare iniziai a scrivere poesie quando morì un pesce rosso che avevo a casa. Feci un raffronto tra com'era da vivo e da morto; non ricordo esattamente cosa scrissi, ma credo fosse qualcosa tipo: "Ieri nuotavi, oggi non nuoti più...". Era uno scritto abbastanza noioso e terminava così: "...ieri ti chiamavi Casimiro, oggi non ti chiami più...". Per me è stata un'esperienza misteriosa in cui ho sentito la forza del puma che aveva urgenza di correre e dire dell'effervescenza del sangue.

LP: Si tratta di un'esperienza che continua con la stessa intensità?

CLC: Accanto a me ci sono un puma blu e un lupo nero. Quando mi sento in pericolo è sufficiente che batta le mani e subito arrivano a proteggermi questi animali. Il lupo a destra e il puma a sinistra.

LP: Che cosa significa apprendere a memoria una poesia?

CLC: Io non ci capivo niente. Per me era tragico. Poi una sorella mi ha insegnato a imparare a memoria con l'ausilio delle immagini. La poesia a scuola era una traduzione dall'italiano all'italiano, non dalla poesia alla prosa, quindi non gustavo per niente questo metodo. Non imparavo a memoria per conoscere qualcosa da amare, studiare le poesie significava ascoltare parole per me completamente prive di senso, come quelle usate da Pasternak che però forse qualcosa mi hanno dato perché mi hanno portato fuori dal dover scrivere, o parlare, solo in modo ragionevole.

LP: Chandra, nella tua poesia ci sono sempre tantissimi oggetti, che significato hanno? Perché sono così presenti?

CLC: Perché sono muti. E anche perché sono funzionali e utili. Sono i nostri consorti. Nella mia vita ho amato tutto quello che era muto, perché ero muta anch'io e anche tutto quello che è ammutolito e non ha accesso facile alla parola. Mi colpisce la presenza degli oggetti, anche ora. È strano il fatto che li notiamo poco e li usiamo così tanto. Io ero solita fare una gara con me stessa per ricordare il maggior numero possibile di oggetti insignificanti, come fanno i bambini, oppure dire: "Ti vedo, ti vedo, ti vedo.". Per questa loro presenza protettiva e silenziosa forse hanno un po' a che fare anche con una promessa che mi sono fatta di imprestare la voce a chi non ce l'ha.

LP: E con gli animali che rapporto hai?

CLC: Con gli animali ho ancora di più un rapporto di complicità perché sono gli alleati, gli amici e i compagni che non hanno sotto-testo. Io soffro delle relazioni tra umani che hanno costantemente un sotto-testo non chiaro. Sono nata con le antenne e così apprezzo gli animali che sono quello che sono e mi commuovono sempre. Mi piacciono anche le minacce che fanno perché sono molto chiare.

LP: Ricordo che una volta mi dicesti che gli animali e i bambini sono gli unici esseri che non fanno le cose apposta.

CLC: Sì, li amo moltissimo anche per questo.

LP: Keats diceva che fare poesia era la seconda cosa al mondo più importante, dopo fare il bene. Vorrei sapere da te che hai scritto: "Non voglio essere buona voglio essere sveglia"; cosa pensi di quella affermazione?

CLC: Essere svegli significa essere in grado di poter vedere la propria cattiveria e non agirla. Questa è l'unica bontà in cui io credo. Ho paura di quelli che sono buoni e agiscono inconsciamente perché la loro rabbia è seppellita molto bene; è ben dipinta, ma poi esce con i sotto-testi. Oppure con chi si nasconde dietro le buone intenzioni e poi agisce male. Sono d'accordo che la poesia debba essere al servizio del bene e della luce in modo non premeditato. Per me essere svegli è più importante che essere buoni perché così non ci si affida all'emozione momentanea. Il metodo giusto è quello di imparare ad esitare e chiedersi: "Che cosa faccio adesso? Che cosa dico adesso?". Bisogna scegliere costantemente di non fare danni agli altri e di non nuocere a nessuno. Per questo scelgo di essere sveglia piuttosto che buona.

LP: Non c'è un giudizio morale in questo modo di porsi?

CLC: È un'etica, un'intenzione e una direzione e non un voler sembrare o un voler essere che poi è continuamente mancato e poi ci fa sentire in colpa o inadeguati, mentre il risveglio è un costante richiamarsi al corpo a dove si è e a quello che si sente e quindi anche all'altro. Possiamo sentire quello che sentiamo e decidere di non agire quando troviamo qualcosa di buio o di oscuro. Per questo mi sembra più affidabile agire per il bene se questo non c'è.

LP: Chandra, per te esiste una poesia femminile?

CLC: Una volta hanno chiesto ad Amelia Rosselli se leggendo una poesia sarebbe stata in grado di dire se l'avesse scritta un uomo o una donna. Lei rispose che se ne sarebbe accorta solo se la donna fosse stata una brava poetessa. Non è una questione di genere o di capire quanto sono radicata nel mio corpo, nel mio modo di vedere o di sentire. Non c'è bisogno di sbandierare la propria femminilità, ma viene da sé dire che sono viva e che sono una donna e spero che vada da sé che la mia è una poesia femminile.

LP: Tu preferisci dire le tue poesie piuttosto che leggerle, è vero?

CLC: Certo questa cosa c'è sempre stata. Mi pare che verso i 27 anni, o giù di lì, ogni tanto mi chiamavano ad incontri insieme ad altri poeti e quindi leggevo. Una volta che sono partita per l'India non ho più letto niente, ma quando uscivano i libri ero un po' costretta, ma è meglio dirle le poesie perché in quel modo puoi guardare le persone. Non è facile farlo. Io non sono un'attrice, ma anche in questo mi ha aiutato la meditazione.

LP: Cos'è la meditazione?

CLC: È un modo per poter stare con i propri conflitti, ma non è pace. La pace è un fallimento. Vinci quando riesci a convivere con tutto ciò che è vivo e ti contrasta. Quella è la meditazione. Non è pace, ma ti quieta. Per qualche tempo ho imparato a memoria le mie poesie e le dicevo, ma era una fatica improba e non necessaria perché le dicevo esattamente come le leggevo. Era completamente inutile e il risultato era anche peggiore in realtà perché dovevo anche ricordarmele. In quel modo perdevo anche quel minimo di espressione che avevo.

LP: Tu hai scritto che meditare non è cercare vie d'uscita, ma vie d'entrata e tutto è meditazione. Come ti spieghi l'interesse generale per la meditazione?

CLC: C'è molto bisogno di metodi e pratiche che non siano presentate in modo banalizzante. Non ne possiamo più delle pratiche del benessere, abbiamo bisogno di metodi che dichiarino le fonti e che siano a disposizione di tutti, aperti che soprattutto facciano del bene al mondo e che siano in contatto con gli invisibili, piuttosto che con l'invisibile. Gli invisibili sono tutte le persone che non vediamo e di cui neghiamo l'esistenza o gli alberi. Senza gli alberi non possiamo vivere. Dobbiamo imparare a stare al mondo in un modo più responsabile e più al servizio degli altri. Dobbiamo imparare a vivere con meno dolore e senza negarlo. In questa epoca sento tanto negazionismo verso tutto quello che è intenso, profondo e che fa male. A volte mi dicono che una mia poesia ha fatto tanto male. Mi dispiace se ci sono persone che vivono e sentono così. Avere a che fare con il dolore, con il male con la paura o con la rabbia è una richiesta che è in giro; con le mie poesie credo d'aver dato briciole di risposte che sono le stesse che ho trovato io nella via che ho incontrato e negli insegnamenti che ho avuto. Spesso non bisogna uscire dal male, ma entravi per conoscerlo e farlo svanire o riuscire a sostenerlo. Non bisogna dimenticare certe esperienze, ma ricordarle per fronteggiarle. Molti cercano delle soluzioni per dimenticare; io non voglio dimenticare, voglio andare in giro con la mia storia e poterne fare dono agli altri.

LP: Essere vulnerabili può essere un super-potere?

CLC: Essere vulnerabili è diverso da essere fragili. È scomodo e ti rende la vita difficile, ma mi piace perché mi fa tremare insieme agli altri e quindi penso che sia il primo passo verso la compassione. Leggevo di recente come vivono i bambini rifugiati nelle isole greche e ho capito che io non posso stare bene finché nel mondo succedono queste cose e anche che io non voglio stare bene. Voglio stare male con il male di tutti con grazia, con attenzione e consapevolezza, ma voglio sentire quello che gli altri sentono. Non credo che essere vulnerabili sia un super-potere, credo che sia un modo dignitoso di stare al mondo.

LP: Tu hai lavorato e lavori molto con i bambini; è per questo che pensi molto a loro? Che cosa fai con loro?

CLC: Faccio dei seminari nelle scuole, ma quello che faccio veramente con i bambini è un segreto che dico solo a loro, perché è un metodo magico che non posso rivelare agli adulti. Vado a scuola viva e questo non è poco perché la scuola ti spegne. Tutte le istituzioni ti fanno diventare anonimo. Per me è stato un po' uno shock andare a scuola e tenere questi seminari perché la scuola non mi piaceva. Rientrarci per tenere io dei seminari mi fa girare la testa e in più sono anche pagata per questo. Vado a scuola viva e vado a scuola con la febbre della poesia. Una bambina mi ha detto che la poesia è passione. L'amore per le parole si trasmette. Per chi viene da un'altra lingua, come i bambini stranieri, mettere le parole al mondo è una necessità, ma anche un miracolo che dà grande gioia. Per me sono le parole che ci mettono al mondo, per questo dobbiamo lasciare che le parole dicano di più di quello che sappiamo. Per i bambini che vengono da altre lingue dire in poche parole quello che si sente o denunciare quello che non si può nemmeno sentire o quello che vive è qualcosa di molto forte. I bambini, o gli adulti non hanno bisogno della parole per dire le cose banali, ma per dire le cose fonde che stanno anche dentro di loro. Sapere che poterlo fare sia una cosa possibile li sbaraglia. Ai bambini non porto filastrocche, ma poesie di poeti. I bambini hanno bisogno di parole forti, anche se non sono tutte comprensibili per poi bussare in un luogo da dove ne escono altrettante. È difficile dire cosa faccio con i bambini quando ci incontriamo, ma da quegli incontri nascono scintille, fulmini o quello che è. Il mio modo di affrontarli disarmata e tremebonda li aiuta a tirare fuori il loro vacillare. Per loro è strabiliante sapere che ci sia una lingua con la quale si può dire tutto.


Chandra Livia Candiani, 66 anni, Poetessa e scrittrice.
Chandra Livia Candiani, 66 anni, Poetessa e scrittrice.


domenica 3 febbraio 2019

Rodolfo Gusmeroli e i video musicali in stile Blaxploitation

"Tutti i grandi cambiamenti sono semplici." Ezra Pound 

Rodolfo Gusmeroli mi ha dato l'opportunità d'affrontare delle riflessioni che avevo in mente di fare da tempo: gli aspiranti creativi, o artisti, sono in costante aumento. Molti di loro sono anche molto capaci e preparati, ma c'è davvero posto per tutti in una società che consuma sempre meno cultura, legge poco ed è scivolata a tempi medi di attenzione intorno agli 8 secondi? Personalmente, non sono molto ottimista sui grandi cambiamenti sociali e tecnologici che ci apprestiamo a vivere; se poi penso all'imminente introduzione di sistemi di produzione computerizzata, o robotizzata, sempre più perfezionati e intelligenti, mi viene spontaneo chiedermi perché un giorno i robot non dovrebbero occuparsi anche degli aspetti creativi dell'industria, dell'informazione, della cultura e delle arti.
Speriamo che ci saranno sempre degli umani che avranno voglia di esprimersi attraverso i linguaggi vicino alla nostra sensibilità al fine di intrattenerci, farci pensare e darci emozioni e che questi campi creativi restino eternamente di nostro appannaggio.
Leggiamo in che modo si può unire la musica al video e cosa ha da raccontarci a questo proposito un giovane al quale auguriamo una brillante carriera. TG

Rodolfo Gusmeroli, 21 anni, regista indipendente. Out of the city Keemosabe
Rodolfo Gusmeroli, 21 anni, regista indipendente, al suo arrivo alla Stazione Garibaldi di Milano, prima di rilasciare l'intervista che state per leggere a Frammenti di Cultura lo scorso dicembre 2018. Fotografato con Nikon F5, Nikon AIS 35mm f 2 e Fujifilm 200.

Tony Graffio: Rodolfo Gusmeroli, quanti anni hai e che cosa fai?

Rodolfo Gusmeroli: Ho 21 anni e sono un aspirante regista cinematografico che si occupa molto spesso di video musicali.

TG: Che film hai diretto?

RG: Ho diretto un cortometraggio che l'anno scorso ha vinto un concorso internazionale. All'epoca non avevo ancora uno stile ben definito; adesso invece sono in post-produzione con quello che sarà il mio vero cortometraggio d'esordio: "Sterling". Tra i vari videomusicali che ho realizzato vorrei parlarvi di "Out of the city" dei Keemosabe, un videoclip che recentemente ha vinto il Roma Videoclip Festival.

TG: Che formazione hai avuto per imparare la tecnica cinematografica e il linguaggio dei videoclip?

RG: Ho iniziato a girare nel 2014 con una vecchia telecamera palmare per realizzare video bruttissimi ai rapper della mia zona, in provincia di Novara. Terminato il liceo sono andato a Cinecittà, alla Roma Film Academy, per partecipare ad un corso di regia e vedere come lavorano i vari reparti della produzione cinematografica. Poi, ho continuato a studiare le nuove tecniche di ripresa e di edizione da autodidatta.

TG: Che scuola è la Roma Film Academy?

RG: Si tratta di una scuola privata dove si tengono vari corsi: sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia e recitazione. Io ho studiato per due anni regia utilizzando attrezzature video professionali e imparando i vari ruoli della troupe cinematografica. Ho trovato questi insegnamenti molto importanti perché per chi non ha la possibilità di lavorare in una produzione professionale è difficile conoscere approfonditamente le figure che operano sul set, in edizione e in post produzione e farsi un'idea corretta di come funziona una produzione cinematografica.

TG: È una scuola costosa?

RG: Sì. 

TG: Desideri proprio fare il regista?

RG: La mia ambizione più forte è quella di lavorare in campo artistico, anche se non espressamente come regista. Mi interessa molto l'arte digitale e la grafica computerizzata.

TG: Tutti i ragazzi della tua età o anche più giovani, desiderano entrare nel mondo dell'arte e svolgere un lavoro che abbia a che vedere con il cinema, la musica, la fotografia, la pubblicità o qualcosa di creativo ed emozionante. Molti sognano di diventare una rock-star o un artista visivo. C'è molta competizione in questi settori, non pensi che sarà difficile percorrere una propria strada in questi ambienti?

RG: Ritengo che molti giovani si rivolgano a queste attività artistiche perché i mezzi per praticarle sono diventati molto accessibili e popolari. Oltretutto anche i mezzi più "poveri" possono costituire un'opportunità per esprimere un proprio stile. Utilizzare, per esempio, vecchie videocamere che registrano in VHS può essere un modo per ricercare una poetica personale. Conosco giovani molto in gamba, però mi accorgo che il problema della mia generazione è quello di riuscire a concludere qualcosa che possa portare ad un lavoro concreto. C'è un po' una tendenza generalizzata a procrastinare la realizzazione di un progetto e l'ingresso nel mondo lavorativo. A volte è difficile perfino arrivare alla pre-produzione di un film e così i tempi si allungano all'infinito. Forse queste cose succedono proprio perché tutto sembra estremamente accessibile e non si considera ciò che si fa con la dovuta professionalità e poi è sempre difficile trovare chi ti paghi per ciò che proponi. Si inizia a pensare a un progetto con entusiasmo; si riflette su come organizzarsi per produrlo, anche perché i costi sono molto bassi, se non si paga la troupe e gli attori, ma poi ci si scontra con la realtà che ci circonda.

TG: Non è mia intenzione scoraggiarti, però viviamo in un momento di crisi in cui i dischi difficilmente si riescono a vendere. È raro che qualcuno compri i vinili o i cd; io lo faccio, ma so che siamo in pochi... I giovanissimi, e non solo loro, preferiscono guardare youtube, scaricare la musica in bassa qualità o fruirne direttamente online e questo fa sì che ci si abitui al fatto che tutto debba essere gratuito o quasi. Non so se si paga un euro per un album o qualcosa del genere. Anche il cinema non vive un bel momento perché persino le grandi produzioni fanno fatica a piazzare i loro prodotti e pagano pochissimo, o più spesso ancora non pagano, sia la troupe che i registi e i direttori della fotografia. Inoltre c sempre chi si offre di lavorare gratis sperando di costruirsi in questo modo un curriculum. Ci muoviamo in un mercato abbastanza chiuso perché noi parliamo italiano e i nostri film girano poco all'estero e poi c'è il discorso che magari chi realizza da solo il proprio quadretto o serigrafia riesce a vendere qualche pezzo direttamente ad un privato; mentre un prodotto culturale come un documentario o un film richiedono comunque una struttura produttiva e un sistema commerciale ben rodato, come un editore che piazzi sul mercato il film e lo distribuisca nelle sale o su altri canali di vendita; operazione che aumenta notevolmente i costi generali e diminuisce i guadagni degli autori o la possibilità di avere un ritorno economico immediato. Certe avventure possono anche rivelarsi dei flop e non è facile capire cosa piaccia al pubblico. Alcune televisioni importanti per un prodotto audiovisivo riconoscono soltanto cifre intorno ai 100 euro al minuto per un passaggio, se non addirittura per l'acquisizione dei diritti del filmato. Questa situazione economica non ti fa pensare che sarebbe meglio dedicare la propria creatività ad altro? O pensi che l'amore per questo ambiente possa risolvere ogni problema?

RG: Per quello che riguarda l'uso della lingua italiana, assolutamente sì, hai ragione. Per questo vorrei iniziare a lavorare utilizzando la lingua inglese, creando lavori che possano avere un respiro internazionale. Per il resto, credo che siano cambiate le piattaforme: la musica è addirittura gratis su Spotify. Non la devi pagare neanche un euro. Se arrivi ad avere una certa  visibilità o un certo seguito di pubblico, parlo sempre della musica, riesci a guadagnare e a continuare ad avere investimenti sul tuo prodotto. Idem con il cinema. È vero che c'è sempre meno gente nelle sale, ma ci sono un gran numero di piattaforme online come Netflix; Amazon e Oru che stanno finanziando tantissimo i giovani. Netflix ultimamente ha prodotto "La ballata di Buster Scruggs" dei fratelli Cohen e "Roma" di Alfonso Cuarón; questa è la dimostrazione di come sia cambiato il mondo. Quello che sta succedendo adesso nei confronti del cinema corrisponde in qualche modo a quello che accadeva negli anni '80 quando si diceva: "video killed the radio stars". La supremazia del video è durata per circa un trentennio, ma adesso le cose stanno nuovamente cambiando ed un nuovo mezzo si sostituirà al cinema e alla tv; l'unica problema è che non bisogna neppure restare legati alla casa di produzione e alla distribuzione solo perché si è sempre fatto così. Si paga meno per le maestranze se s'investe di più sui macchinari che servono a produrre. Macchine che avevano certe prestazioni e una volta in affitto ti costavano sui 1500 euro al giorno adesso le trovi per 200 euro al giorno.

TG: Il problema è un po' che il mezzo cinematografico è alla portata di tutti e tutti lo usano, ma questa non è una garanzia di qualità di contenuti.

RG: Sì, esattamente. La più vasta accessibilità ai mezzi di produzione, se si riesce a capire bene il loro funzionamento, non porta ad una situazione lavorativa/artistica con risvolti così negativi come quelli che normalmente si vogliono dipingere.

TG: Ho capito, tu sei ottimista riguardo al tuo futuro ed è giusto che sia così. Io credo che sicuramente oggi sia più semplice produrre in proprio, anche se questo non porta facilmente ad un guadagno, ma spesso solo a crearsi delle illusioni. 
Adesso invece parliamo di "Out of the city", videoclip che hai pensato e realizzato per i Keemosabe. Cosa vuol dire Keemosabe? E soprattutto, chi sono?

RG: Kimosabe è una parola degli indiani Cherokee che significa: compagno di avventure. Loro sono un gruppo musicale della mia zona, del novarese; abbiamo iniziato a lavorare insieme ormai da quattro anni. Grazie al mio lavoro di grafico, utilizzo Photoshop e Illustrator con una tavola grafica analogica-digitaleho conosciuto questi ragazzi che mi hanno chiesto di disegnare per loro le locandine dei loro concerti e le copertine dei loro singoli. Durante il periodo in cui ho frequentato Cinecittà, loro sono andati a Londra negli studi di Abbey Road per studiare musica; ovviamente siamo rimasti in contatto e una volta che ci siamo ritrovati abbiamo continuato a collaborare, preparando nuovi progetti. Nel marzo del 2017 abbiamo realizzato un primo video dal titolo: "Stay awake", poi abbiamo girato: "Out of the city" ed anche per il futuro abbiamo in programma di proseguire la nostra collaborazione.

TG: Che premio ha vinto: "Out of the city"?

RG: Ha vinto il premio rivelazione del Roma Videoclip Festival che è un festival molto importante per i video musicali.

TG: Io non lo conosco. Si tratta di un festival per gli addetti ai lavori?

RG: Sì, è un festival nazionale che premia l'aspetto tecnico della realizzazione, ma è anche legato alla qualità della musica; forse è più importante per i musicisti che per il valore cinematografico delle clip presentate. In Italia questo genere di realizzazioni non vengono molto considerate; per una decina d'anni questi filmati sono solo stati un supporto video per mandare in televisione la musica, ma le nuove generazioni sperimentano molto di più e sono molto creative in questo ambito. Infatti, ultimamente esistono molte più piattaforme per vederli. Per noi è stato importante avere un riconoscimento da un festival specializzato in musica perché in questi ambienti il video è spesso considerato solo come un accompagnamento ed un supporto alle canzoni, mentre noi abbiamo raccontato una storia per immagini che ha una sua vita, indipendente dalla musica, che ha aiutato a rafforzare un pezzo musicale di valore.

TG: Quante produzioni video o gruppi musicali hanno partecipato a quel festival?

RG: Nella nostra sezione eravamo in 15 partecipanti selezionati su 250; mentre nella sezione non indipendente erano in 12.

TG: Che doti e che capacità deve avere un regista indipendente per realizzare un videoclip vincente?

RG: Sicuramente bisogna sapere che cosa si vuole perché molto spesso realizzando video indipendenti e non avendo alle spalle una vera produzione è difficile organizzarsi con un piano di produzione preciso. Noi ci siamo arrangiati spesso con mezzi di fortuna o in altri modi. Per un video musicale bisogna avere le idee chiare su come dovrà essere il filmato finito, ma è anche importante avere parecchio materiale per quando si arriva in montaggio, per riuscire ad imprimere un buon ritmo alla storia. Il montaggio per un video musicale è importantissimo.

TG: Tu monti sulle battute musicali?

RG: Sì, però se c'è un punto del testo particolarmente importante, monto sul testo.

TG: Come è stato girato: "Out of the city"?

RG: Con una Sony Alpha 7S, una camera mirrorless e con uno stabilizzatore gimbal. L'abbiamo girato in due giorni intorno al Lago Maggiore, tra Arona, Stresa e Sesto Calende.

TG: Ho visto un bell'inseguimento nel sottopassaggio della stazione di Sesto Calende. 

RG: Ci tenevamo a girare il video nelle nostre zone; il sindaco di Arona ci ha dato il permesso di muoverci in città e per le scene girate in interni siamo riusciti ad ottenere delle belle location dai proprietari delle case e in un albergo molto conosciuto di Stresa. Tutti ci hanno aiutato volentieri e si sono dimostrati molto disponibili.

TG: Solo a livello di ospitarvi in determinate location e darvi in uso automobili d'epoca e il motoscafo o si sono mossi anche a per farvi avere degli aiuti economici?

RG: Solo per le location e le automobili. In realtà, i costi del video erano talmente bassi che non avevamo bisogno di gran che. Abbiamo pagato soltanto la benzina e la lacca per i capelli di un attore. I costumi li avevamo; le automobili ce le hanno prestate uno zio e un amico di famiglia.

TG: Bella questa atmosfera anni '70 che si è creata, è stato un po' come vedere a parti invertite la Fiat 500 di Lupin III che inseguiva la MG di Zenigata.

RG: Sì, abbiamo proprio voluto ispirarci in modo caricaturale agli anni '70. Avrei voluto inserire elementi anche un po' più Trash, tipo zoomate a schiaffo con fermi immagini sul primo piano del personaggio ed il suo nome, ma abbiamo deciso di farlo solo per  la fine dove appaiono i classici fermo-immagine che spiegano cosa è stato dei vari personaggi dopo che si è concluso il film.

TG: È stato difficile girare delle scene dinamiche così belle durante gli inseguimenti?

RG: È stato rischioso, più che difficile. Ero praticamente fuori dal finestrino aggrappato alla maniglia dell'automobile in corsa. La cosa più difficile è stata l'organizzazione. Di un inseguimento magari vedi 30 secondi suddivisi in 5 inquadrature che vuol dire girare e rigirare una scena riposizionandoti al punto di partenza più volte. Girare tutto quel materiale in soli due giorni è stato abbastanza impegnativo.

TG: L'unica critica che mi sento di muoverti è che secondo me non c'è stata molta cura per le luci, ma capisco che evidentemente non c'è stato il tempo per occuparsene. Stesso discorso per la scelta delle giornate più adatte alle riprese; il video risulta comunque bello e d'effetto, ma avreste potuto fare qualcosa di meglio. Non ho visto quell'effetto patinato che risalta sempre nei videoclip. perché?

RG: L'assenza di un effetto patinato è stata una scelta voluta, mentre per le luci abbiamo avuto la sfortuna di non essere riusciti a trovare due giornate con una continuità di toni fotografici. Una giornata era di sole, mentre l'altra era divisa in una mattinata nuvolosa con un'altra mezza giornata in cui abbiamo avuto un diluvio finale. Volevamo terminare le riprese a tutti i costi così, in un modo o nell'altro, abbiamo portato a casa il girato. L'effetto dato da un'immagine un po' cruda e da ombre in faccia ai protagonisti del video era ispirato al genere Funky dei film Blaxploitation degli anni '70. Tipici "B movie" oggi rivalutati e apprezzati per il loro stile particolare che esprime qualcosa fatto male volontariamente.

TG: I membri della band hanno fatto da attori in questa storia breve raccontata nel tuo vidoclip: che ruoli interpretavano?

RG: Andrea Guarinoni (tastierista) e Sebastiano Vecchio (batterista) hanno interpretato i due ladri; mentre Alberto Cottafavi (frontman e chitarrista) e Pino Muscatelli (bassista) erano i due inseguitori...

TG: Inseguitori... fino ad un certo punto perché il finale è una sorpresa per tutti.

RG: Esattamente.

TG: Una bella soluzione narrativa.

RG: L'idea era di creare una storia lineare senza playback e per questo doveva essere un vero e proprio cortometraggio con un plot twist finale. L'ultima parte dove si vedono i fermo-immagine dei protagonisti della storia ha invece visto un'aggiunta musicale che non era prevista nel brano.

TG: Avete vinto il Roma Videoclip Festival sia per l'originalità della storia con un colpo di scena finale, ma anche per la qualità delle musiche?

RG: Sì, secondo me anche per la qualità delle musiche. I Keemosabe fanno un genere musicale che in Italia esiste, ma che non credo diventerà Mainstream. Per chi ha intorno ai 50 anni ed ha ascoltato quel pezzo, magari può essere stato piacevole ritrovare un pezzo di un genere Funky/Fusion/Rock sperimentale che non sentiva da tempo.

TG: Rodolfo, dove e quando inizieremo a vedere circolare il tuo videoclip, magari anche al di fuori del web?

RG: Lo vedremo al Seeyousound Festival, in Piemonte e sul web sul sito dei Keemosabe, quando verrà rilasciato il loro  nuovo EP su Spotyfy e iTunes.