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domenica 31 marzo 2019

Guy De Jong e l'arte Astratto Espressiva

"Un artista desidera che tutti siano felici." Guy De Jong


Conosco Guy De Jong da più di 20 anni, ma non vi ho mai parlato di lui su queste pagine; adesso per festeggiare i suoi 70 anni, compiuti il 25 marzo scorso, ho pensato di mostrarvi un filmato che ho realizzato con mezzi piuttosto semplici nel 2014.
Guy è un artista totale, nato a Bruxelles, ma trasferitosi sulle sponde del Lago di Como da circa 40 anni; si esprime con moltissime tecniche e linguaggi che vanno dalla pittura, alla scultura, all'incisione, alla ceramica, alla musica, alla poesia. Il suo stile è semplice, ma è pieno di vita, colore e amore.
Guy da qualche anno vive e lavora a Peglio dove oltre allo studio ha anche una casetta adibita ad esposizione permanente delle sue opere.


Guy De Jong e l'arte Astratto-Espressiva - Filmato

L'arte di Guy è un incontro tra un astrattismo che viene preso come sfondo di figure umane dalle quali traspaiono grande umanità e sentimento.

Per conoscere meglio Guy potete guardare un altro filmato del 2006: Amore sulla Spiaggia
In quel video vedrete l'artista e un baretto di legno dipinto nel 2005. Guy parla di come sia difficile per un artista essere compreso dalla gente e cita un episodio accaduto a Picasso in cui una scala su cui compariva una sua opera a Parigi era stata riverniciata di bianco e  poi del tentativo di recuperare il disegno originale quando si comprese il valore della decorazione.
Per ironia della sorte anche il bar "La Sciatera" è stato riverniciato dopo che è stato venduto ad un altro proprietario.
In un altro video, Guy parla di un'esperienza poco piacevole, quando è stato quasi chiamato a morte improvvisa. Dopo l'intervento di cardiochirurgia il mio amico si è sentito "Rinascere per sempre" ed ha voluto trasmetterci ciò che ha compreso della vita. TG





martedì 27 giugno 2017

Servadio

“Il piacere della vita sta nel saper amare. In fondo ad ogni opera buona c'è l'amore. L'amore è fonte di bellezza.” Giovanni Segantini


Servadio
Servadio

Michele Servadio è un giovane artista curioso che si esprime in varie forme artistiche, dai monotipi, alla musica sperimentale tra l'ambient e l'industrial, alla serigrafia ai raygramme (esposti attualmente al Black Book Spring Shop di Firenze) e si diverte a mischiare la stampa calcografica con la stampa fotografica utilizzando matrici per la stampa monotipo in proiezione per la stampa fotografica. Un'altra idea che ha in mente prevede l'utilizzo dei chimici per la stampa fotografica nella calcografia, ma è tutto ancora in fase embrionale. Solitamente si trastulla anche con cornici e strutture e oggetti vari, come bottiglie e via discorrendo che portano a creare dei monotipi fotografici che hanno chiaramente una resa al negativo di ciò che mostrano in visione diretta. La serialità non è il suo pane, ma all'occorrenza ricorre alla linoleumgravure, piuttosto che alla xilografia per produzioni di tipo DIY che richiedano la riproducibilità in piccole quantità, come potrebbero essere delle card o le copertine delle fanzine, delle musicassette o gli album musicali. TG

“Il monotipo mi piace perché è un modo veloce di pensare.” Servadio


Servadio a Filler s.e. 2017

Tony Graffio: Ciao Servadio, come stai?

Servadio: Benissimo.

TG: Com'è andata ieri, durante il primo giorno di Filler?

SD: Bene, è stata una giornata calma, ma abbiamo avuto il tempo di conoscere un po' di gente della ciurma e di conseguenza ne abbiamo approfittato per acclimatarci.

TG: Ti ho visto molto occupato, hai tenuto qualche workshop?

SD: No, essendo questa una convention di illustratori e non un'esposizione, cosa a cui non sono troppo abituato, ho pensato il mio banchetto come un work in progress. Ho portato con me una piccola pressa da incisione per dare qualche dimostrazione su come fare i monotipi calcografici.

TG: Una specie di workshop non ufficiale?

SD: Diciamo di sì. Un modo per scambiare idee, conoscenze e fondamentalmente un modo per approcciare la gente, perché non mi piace stare seduto a tentare di vendere le mie cose senza fare niente. Un po' perché non ce la faccio e un po' perché mi annoio. Preferisco sempre tenermi impegnato in qualche modo.

TG: Raccontami qualcosa di te: dove sei nato, che studi hai fatto e dove vivi adesso?

SD: Sono nato a Piove di Sacco, nelle campagne venete, vicino a Padova. Sono cresciuto nelle Alpi, ad Asiago, mi sono trasferito a Venezia dove ho studiato arte allo Iuav, l'Università delle Arti Visive dello Spettacolo che è un po' l'antitesi dell'Accademia, nulla a che vedere con la pittura o l'illustrazione o con il gesto. Sono dei corsi molto legati all'arte concettuale, all'istallazione e all'arte curatoriale. Poi, 7 o 8 anni fa sono andato a Londra, città che è diventata la base da dove mi muovo in Europa.

TG: Hai lì un tuo studio?

SD: A Londra avevo uno studio privato, fino a sei mesi fa, nel quale mescolavo tatuaggio, stampa calcografica e pittura. Ero lì insieme ad un altro ragazzo, Mabe, un caro amico. Con lui avevamo lasciato il tattoo shop per provare altre esperienze.

TG: Come si diventa tatuatori? Si impara da soli?

SD: Si impara da soli, ma di solito si fa l'apprendistato presso uno studio o un tatuatore che diventa il tuo maestro. Io avevo iniziato ancora in Italia e poi ho coltivato questa passione all'interno degli ambienti autogestiti in cui vivevo, a Londra. Dopo, ho iniziato a lavorare in una situazione più istituzionalizzata negli studi di tatuaggio in giro per l'Europa. A Londra dipingo, stampo e faccio i miei lavori, e poi viaggio ed espongo in diverse gallerie dove propongo i miei progetti che vanno dal tatuaggio, in primis, alla stampa, alla pittura, all'istallazione, fino alla performance nella quale unisco il tatuaggio al suono e alla ritualità. Il progetto Body of Reverbs è un rituale che va a riprendere quelle qualità perdute del tatuaggio. Oggi c'è l'abitudine di andare a comprare un tatuaggio come se si andasse in un supermercato, ma non è così che bisognerebbe fare.

TG: Dovrebbe essere il tatuatore a scegliere un soggetto per chi si vuol fare tatuare?

SD: No, il tatuaggio viene fatto in due, anche se parte sempre dalla necessità e dalla richiesta di una persona che decide di avere un tatuaggio sul proprio corpo. Non vorrei affrontare un discorso troppo vasto in questo contesto, ma nella società contemporanea la grande quantità di tatuatori ed il grande numero di clienti permette agli uni e agli altri d'incontrare la giusta persona per il giusto lavoro, pertanto credo che si stia svincolando un aspetto di artigianato del tatuaggio a discapito di un approccio più artistico, permettimi il termine, della pratica stessa.

TG: Nulla a che fare con lo sciamanesimo?

SD: No, lo sciamanesimo non c'entra, ma ha un suo significato quando vado a tatuare con lo spirito di Body of Reverbs in modo astratto e improvvisato, all'interno di una performance che connette il tatuaggio al suono, quindi suono sulle persone. Questo è l'ultimo progetto al quale sto lavorando.

TG: Ho parlato con il tuo amico Brunello che mi ha detto che ha conosciuto la stampa del monotipo attraverso di te.

SD: Sì.

TG: Tu come sei arrivato al monotipo?

SD: Credo d'aver visto qualcosa in internet, poi ne ho sentito parlare ed ho sempre voluto stampare in questo modo. Ho provato a fare dei linocut, delle incisioni, ho provato a stamparle a mano con una pressa di recupero e così, appena ho avuto un po' di disponibilità economica, mi sono comprato un torchio calcografico e da lì s'è aperta una porta infinita. Ho subito legato con la tecnica del monotipo perché non sono mai stato tanto affascinato dalla serialità. Concepisco la riproduzione seriale, a patto che sia all'interno di un'etica DIY dove fai le fanzine, oppure piuttosto che commissionare le mie card ad una tipografia, preferisco stamparmele personalmente a casa con materiali di recupero e trovo che così si possano ottenere risultati molto più veri e con maggiore soddisfazione. In quel caso sì, lì si ottiene una serialità che va bene perché è finalizzata ad un prodotto particolare. Per quello che riguarda la creazione di pezzi artistici trovo che il monotipo sia un mezzo d'espressione fresco, spontaneo, aleatorio. Il monotipo è la connessione più vicina tra quello che ho in testa, che viaggia molto velocemente, al risultato creativo. Puoi ottenere un monotipo ogni dieci minuti ed andare come il vento, sono uno più bello dell'altro e magari, su dieci, ne scegli due. Questo metodo artistico rispecchia perfettamente il mio processo creativo.

TG: Quanti anni hai?

SD: Quasi 31. Sono nato il 6 agosto 1986.


Un monotipo che Servadio ha realizzato sotto i miei occhi in un paio di minuti.

TG: Mi sembra che la stampa in monotipo non sia poi una modalità tecnica tanto usata. La state riscoprendo adesso?

SD: Il monotipo, non vorrei dire che ha una storia antichissima, ma è una tecnica che si fa ed è sorprendente quanti monotipi si possano scoprire abbiano fatto anche artisti famosissimi. Mi viene in mente Monet, per esempio. O altri artisti che conosci solo dai libri di storia dell'arte e che credevi avessero dipinto soltanto dei quadri ad olio. Così capisci che tutti questi artisti conosciuti per una manciata di opere, in realtà hanno avuto una produzione artistica molto più vasta di quello che si potesse pensare. Il monotipo mi piace perché è un modo veloce di pensare.

TG: C'è anche il Cliché Verre, o Gravure Diaphane che in qualche modo potrebbe essere considerata una tecnica di stampa incisoria e ha a che fare con la carta fotografica. Si tratta di lasciare un segno su una lastra di vetro annerita con il nerofumo, in questo modo si ottengono disegni che diventano delle specie d'incisioni fotografiche. Non c'è bisogno d'utilizzare l'inchiostro con questa tecnica che era in voga verso la fine del 1800, poi è scomparsa.

SD: Interessante, potrei provare a fare qualcosa anche in questo modo. Con il monotipo lavori su plexiglass, su lastre di zinco o rame, su vetro non credo perché è un materiale piuttosto fragile. Io non ho mai studiato incisione, ho un approccio molto empirico con le varie tecniche: provo e pian piano aggiusto il tiro...


Un  monotipo realizzato al momento, quasi per gioco davanti a me da Servadio e Alberto Brunello.

TG: (Indicando una stampa) Questo monotipo come lo hai realizzato?

SD: Si tratta di una lastra di plexiglass e questa cosa sfumata che ha una texture molto caotica è semplicemente un colore molto diluito, messo a pennello e lavorato con la carta di giornale. L'inchiostro, non potendo essere assorbito dal supporto che lo ospita, perché siede su una lastra liscia, non asciuga e tu lo puoi muovere e portarlo dove vuoi. Di conseguenza, in questo modo riesci ad avere degli effetti che lavorando direttamente su carta non riusciresti mai ad avere. Questo significa che puoi lavorare in modi diversissimi e poi riportare quello che è su lastra su carta ad un livello di definizione incredibile.

TG: Io ci vedo un paesaggio industriale. E' quello il soggetto rappresentato?

SD: Sì, un misto tra l'industria e la campagna. I miei lavori spesso parlano dell'uomo e della sua condizione rispetto all'ambiente che lo ospita. Così, capita che ci siano contrapposizioni tra personaggi umani ed ambiente, inteso come un panorama nel quale si muovono figure molto crude ed un po' sperdute che vagano nei campi e nelle città; dipende...

TG: Mi diceva Alberto che tu lavori anche con la fotografia. E' vero?

SD: Sì, ultimamente mi sono affacciato alla fotografia che è un linguaggio che ho dovuto imparare per lavorare con il tatuaggio, poiché quando fai un tatuaggio dopo devi fotografarlo. Il fatto di dovergli fare una fotografia ti dà una certa attenzione che ti spinge ad allargarti per vedere la persona, cosa che adesso mi ha portato a fare ritratti ai miei clienti o ai miei amici. A volte, sono dei ritratti di persone che portano quei tauaggi che io ho fatto sulla loro pelle. Recentemente, insieme a Mick Boiter, Michele Sesso e Alberto Brunello collaboro al loro laboratorio che si chiama Maniera Scura dove fondiamo la tecnica di stampa fotografica analogica, in camera oscura, con la calcografia. Abbiamo incominciato a sperimentare una fusione tra le due tecniche e di conseguenza abbiamo sviluppato una serie di lavori in cui una lastra dedicata al monotipo viene sovrapposta ad un negativo del cliente che ho tatuato, al quale poi disegno sopra e tutto alla fine viene riportato su carta fotografica per mezzo dell'ingranditore. Ritengo questo mix di tecniche estremamente interessante e per me molto nuovo.


Il banchetto di Servadio a Filler s.e. 2017 ed alcuni grandi monotipi in formato cm 50X70.

TG: Parliamo di prezzi. Un tuo monotipo 50X70 quanto costa?

SD: Qui è intorno ai 300 euro, ma se vai in galleria, solitamente il prezzo raddoppia.

TG: Hai rapporti anche con gallerie d'arte?

SD: Non tantissimo, però recentemente abbiamo fatto una mostra solo di monotipi alla Galleria Varsi di Roma. Tra il marzo e l'aprile scorsi. Abbiamo portato il torchio a Roma e abbiamo utilizzato la galleria come laboratorio ed in 20 giorni abbiamo prodotto tutto il lavoro che poi ha allestito la mostra nella galleria stessa, tenendo il torchio in una posizione centrale. Era una collettiva a cui partecipavano, oltre a me, Gonzalo Borondo, il trio Canemorto e Giacomo Ran. Loro vengono più dalla Urban Art, dipingono muri, non hanno niente a che vedere col tatuaggio o con l'incisione, ma sono arrivati anch'essi al monotipo perché tra il 2014 ed il 2015 eravamo tutti insieme a Londra, io avevo appena comprato la pressa ed avevo appena scoperto il monotipo. Loro sono i miei amici e di conseguenza li avevo invitati tutti da me a sperimentare questo nuovo mezzo. Abbiamo passato notti e notti a stampare convulsivamente nel mio studio e da lì, due o tre anni dopo ci siamo reincontrati a Roma dove abbiamo lavorato esattamente con la stessa tecnica. Abbiamo prodotto ininterrottamente monotipi; spontaneamente almeno 500 lavori.

TG: Quanti sono stati esposti?

SD: Non lo so, non li ho contati, però i muri della galleria erano pieni delle nostre stampe. Solo in una stanzetta dove ho fatto un lavoro un po' più installativo, dove ho esposto una serie di stampe più pensate per poter stare insieme, ce n'erano circa una trentina e quella stanzetta era solo un decimo lo spazio della galleria. Tra una cosa e l'altra, ci saranno stati 200 o 300 pezzi, non lo so, non sono bravo con i numeri... però ce n'erano un bel po'.

TG: Forse non ti interesserò perché è una tecnica che si basa sulla serialità, ma con la serigrafia hai mai avuto a che fare? Ci hai lavorato?

SD: Con la serigrafia ci ho lavorato al tempo delle scuole superiori, con gli amici, non con la scuola. Volevamo fare le magliette perché avevamo un nostro gruppo. Volevamo fare anche i poster. In quegli anni a cavallo tra le superiori e l'Università ho malamente stampato in serigrafia. La pulizia e la serialità richieste da questa tecnica mi stanno un po' strette però mi piace. Ho scoperto che si possono fare un sacco di cose belle con questa tecnica, anche perché può essere una tecnica completamente aleatoria. A breve vorrei riprendere a lavorare in questo modo.


HMS Ledsham (M2706)
HMS Ledsham (M2706)

TG: Alcune mie amiche sono state a Londra nel 2015 e mi hanno detto d'aver stampato serigrafie in un laboratorio attrezzato su una nave di legno che recentemente è bruciata, la conosci?

SD: E' bruciata ed esplosa, certo, era la cara e vecchia Minesweeper. All'inizio io e Kevin, colui che ha fatto partire tutto il progetto, abitavamo insieme in uno squat a Nord di Londra. Ti parlo di fatti che risalgono a circa 5 anni fa. Lui mi aveva proposto di andare a vedere questa nave e lì abbiamo conosciuto delle persone bellissime. Ho partecipato alla ricostruzione della nave: quello è stato un periodo veramente bello, poi la vita ti separa... Abbiamo preso percorsi diversi. La nave era bruciata una prima volta, ma galleggiava, noi l'abbiamo riparata... era una dragamine attiva nel Canale di Suez durante la crisi in questa zona negli anni '50, per non so quali operazioni della marina di Sua Maestà. Ho visto un filmato dove c'era il Duca d'Edimburgo che visitava la nave, proprio lei: pazzesco!

TG: E' andato tutto a fuoco per colpa di una stufetta?

SD: Credo di sì, io non c'ero. Andavo una volta all'anno a visitarli, quindi non ho più molti contatti con il Collettivo della Minesweeper. E' stato un brutto colpo, però adesso hanno un'altra nave. La notizia dell'incidente era stata diffusa dai giornali e qualcuno che aveva un'altra minesweeper, sempre a Londra. Una sorella della HMS Ledsham (M2706), in condizioni migliori, credo sia stata donata ai ragazzi. Non ne sono sicuro, ma indagherò su questa cosa. Devi chiedere a Joe Furlong o a Kevin. Joe è un bravissimo artista, fa parte della ciurma, da sempre è al Crack di Roma e a suo tempo aveva portato il Collettivo Minesweeper a quel festival.

TG: Perché tu hai lasciato la minesweeper?

SD: I miei progetti con il tatuaggio occupavano troppo spazio ed io ho dovuto staccarmi da quel progetto?

TG: Per quanto tempo hai vissuto sulla dragamine?

SD: Per i primi 18 mesi-due anni ero lì con loro ogni giorno, vivevamo sulla barca, potevamo farci delle docce calde e lavorare lì.

TG: L'attracco sul Depford Creek era legale?

SD: Era tutto ben tollerato; la gente conosceva la minesweeper e nessuno s'è mai opposto a questa situazione.

TG: Andrai a vedere cos'è accaduto nel frattempo alla nuova minesweeper?

SD: Adesso finalmente, sto per rientrare a Londra, dopo sei mesi di vagabondaggio in giro per l'Europa e sentirò Joe, perché sono curioso di sapere che cosa stanno combinando i ragazzi.

TG: Un'ultima cosa, conosci Wonderbee?

SD: Sì, ho incrociato Barbara sulla minesweeper mentre faceva una residenza artistica e poi l'ho incontrata anche al Crack Festival. Non la conosco molto bene, ma mi ricordo di lei.

TG: Pensi di riaprire il tuo studio?

SD: Credo che lavorerò a progetti più a lungo termine in posti diversi; è tutto un grande punto di domanda. Purtroppo e per fortuna...

TG: In bocca al lupo allora.

SD: Grazie mille.


Servadio Servadio
Servadio, 30 anni, artista.

Tutti i diritti riservati



lunedì 12 giugno 2017

Biennale di Venezia, un mito decadente

Poiché in questi giorni sono stato un po' impegnato a scrivere di  Filler, non vi ho ancora raccontato che quando giovedì 25 maggio sono stato all'inaugurazione di Out of Tune, una mostra collettiva di fotografi milanesi invitati  a riflettere sul tema: ”Atti di Insana Bellezza”  da Giacomo Spazio e Guido Borso; sorprendentemente ho incrociato da quelle parti anche l'amico Joe Iannuzzi. La lettura del seguente dialogo è consigliata a tutti gli appassionati d'arte. TG

1978, XXXVIII Biennale Internazionale d'Arte di Venezia.
Fotografia di Enrico Cattaneo - Mauro Staccioli davanti al suo Muro.

Tony Graffio: Ciao Joe, hai finalmente deciso di accettare l'invito che ti avevo mandato per venire a vedere la fotografia che espongo alla Galleria Lampo? 

Joe Iannuzzi: No, Tony, sai che io ho degli interessi molto precisi nel mondo dell'arte e la fotografia non è contemplata nelle mie collezioni e nelle mie forme d'investimento.

TG: Ma allora che cosa fai da queste parti? (viale Toscana 31)

JI: Sto andando da un mio amico che mi ha promesso di regalarmi dei bulbi di Tulipano rosso di Taurisano. Amo le cose belle e non posso rinunciare ad una simile occasione.

TG: Se non ti interessa la fotografia, ti faccio un'altra proposta che sicuramente prenderai in considerazione. Qualche settimana fa, il mio amico Federico De Leonardis mi ha chiesto di raggiungerlo all'inaugurazione della sua mostra all'Isola del Lazzaretto Nuovo, ma io non sono andato, pensando di fare un viaggio a Venezia in questi giorni, in modo da visitare anche la Biennale. Ti farebbe piacere andarci insieme?

JI: Ho sentito parlare del De Leonardis, poi ho anche letto sul tuo blog che ha avuto qualche piccola delusione a causa di un ripensamento di chi ha contribuito ad organizzare la sua mostra. Gli hanno rimosso una sua installazione: i "Ravatti" fatta con legni, pietre , ferri etc, trovati sulle rive di fiumi e mari, quindi modellati dal tempo. Lo sai, oggi non tutti capiscono la differenza tra "Arte" e "Non Arte". Per quanto riguarda la Biennale non mi interessa minimamente. 

TG: Perché?

JI: Oggi ci sono molte biennali sparse in giro per l'Europa e al tempo stesso le fiere d'arte che prima non esistevano sono diventate numerosissime, sia in Italia che altrove, e alcune come Art Basel e Frieze hanno ormai un'importanza ben maggiore della Biennale di Venezia. L'offerta culturale e commerciale è davvero notevole e frequentissima, senza tenere conto del web.   

TG: Ma fammi il favore! Le opere vanno viste dal vero, mica sul computer. E poi, la Biennale di Venezia ha un sapore storico ed è sempre prestigioso essere invitati ed esporre lì le proprie opere, non sei d'accordo?

JI: Sicuramente fino agli anni settanta è stato così: ricordo la Biennale del 1964 dove Robert Rauschenberg vinse, non certo senza polemiche. Posso assicurarti che la CIA ha avuto un ruolo importante in questa faccenda. Gli americani dovevano imporre la loro arte, la loro visione del mondo a discapito di altre forme artistiche che sicuramente meritavano più di loro la vittoria. E naturalmente, la loro economia. Oggi sai quanti artisti espongono alla Biennale e l'anno dopo non si sa più che fine hanno fatto? E' un turn-over continuo.

TG: Anche Umberto Mariani mi ha raccontato che le opere degli artisti americani sono state portate a Venezia a bordo di una portaerei della Marina degli USA. Secondo me, la Biennale però ha sempre la sua importanza, quanto meno come evento mondano al quale tutti vogliono partecipare e apparire per fare la loro passerella. Un po' come la Mostra del Cinema.

JI: Non dico che la Biennale di Venezia non abbia valore, ma a volte mi sembra quasi un pacchetto aggiuntivo che oltre alla visita alla città venga proposto ai turisti. Insomma è un evento per tutti, di massa... L'arte è per pochi, non lo dimenticare. Pensa, alla 54a (cinquantaquattresima) Biennale, quella del padiglione Italia tenuta da Vittorio Sgarbi, a Torino. Più di massa di così: trovavi anche il pensionato che incominciava a dipingere.

TG: Quindi tu la snobbi perché è diventato un evento troppo alla portata di tutti? Troppo Pop?

JI: No, vedere non vuol dire guardare, se vuoi capire l’arte contemporanea, o meglio ancora quella attuale, bisogna studiare e frequentare artisti, critici, galleristi, fiera e quant'altro.   

TG: Un po' come faccio io... Mi parlavi della Biennale del 1964, tu eri andato a vederla?   

JI: Sì Tony, ricordo che andai insieme al mio principale, un certo Carlo Riva, con il suo motoscafo "Aquarama", era come l'ultimo modello della Ferrari al giorno d'oggi. Rappresentava esclusività e prestigio. Lo pilotavo essendo un esperto di motori. Fu molto divertente! Navigando per i canali di Venezia eravamo sotto gli occhi dei turisti. Tutti anziché andare a vedere la Pop Art si avvicinavano per farci i complimenti e chiederci informazioni, intanto fotografavano il motoscafo. 

T.G. Immagino. Hai incontrato importanti artisti o galleristi in quell'occasione?   

JI: Si, mi fu presentato Lucio Fontana, la Peggy Guggenhaim, Leo Castelli, e altri ancora. Peggy naturalmente ordinò un Acquarama, e non solo lei. Ricordo anche due attrici: una certa Sophia Loren e Brigitte Bardot, meravigliose! Per non parlare poi del Ferruccio che nel 1968 ci montò su i suoi motori V12.   

T.G. Ferruccio... Lamborghini?   

JI: Naturalmente. Sai, da giovane sulla "Miura" di un cliente ci portai un sacco di belle ragazze!  Riuscii a comprare quell'automobile soltanto parecchi anni dopo, ma fu uno dei migliori acquisti della mia vita. Quanti ricordi! Ora non la guido più, ma quando invito gli amici e gli faccio vedere il "Lambo" mi sembra di tornare ai bei vecchi tempi.

Riva Aquarama-Lamborghini

T.G. Caspita Joe, ma conoscevi proprio tutti?   

JI: Certo Tony, nel nostro giro ci si conosce tutti molto bene e poi, sai come è: gli amici comprano le cose che vedono, per imitazione, dalle barche alle opere d’arte.   

TG: E' così che iniziasti a vendere opere d'arte?   

JI: Sì, poi con le conoscenze che avevo andai in America e lì divenni quello che sono diventato oggi... Ma non credere, è stata dura, non è stato facile farsi rispettare in quel mondo. A volte, bisogna ricorrere a sistemi piuttosto persuasivi... 

TG: Oggi sei un uomo molto rispettato... Della Biennale del 2013 ricordi qualcosa?   

JI: Ho smesso di frequentare la Biennale da molto tempo, però so che nel 2013 l'installazione di Ai Weiwei, con tutti gli sgabelli uno sopra piacque molto. 

TG: Le solite sparate concettuali... Non sai niente di un certo Dario Arcidiacono, che espose alcune sue opera in quella Biennale al Padiglione siriano?   

JI: E' un nome che ho già sentito. Non si tratta forse di un rappresentante dell'Ultrapop milanese? 

TG: Esatto, conosci l'Ultrapop?   

JI: Sì, ritengo che non abbia alcun senso riproporre oggi la Pop Art che è stata fatta negli anni '60. La definiscono Ultrapop, che cosa ha di ultra? Supera dei limiti? Quali? Ritengo che sia una "Ultracagata".   

TG: Non sono per niente d'accordo, a me piace molto la trovo fresca e divertente. E riguardo al fatto che i padiglioni di paesi improbabili vengono poi utilizzati per esporre le opere di artisti italiani che cosa mi dici?   

JI: Sì, sono cose che probabilmente sono successe, succedono e succederanno in futuro. Io non ne ho le prove, ma ho l'impressione che abbiano messo in affitto gli spazi come fanno molti galleristi poco seri. Un mio amico del Kazakistan mi raccontò diverse cose al riguardo, ma non posso dire di più.   

TG: Quali altre Biennali ti sono rimaste impresse? Che ricordi hai?   

JI: Quella del 1966, dove vinse Julio le Parc, ricordo una artista nipponica (Yayoi Kusama) che voleva vendere delle sfere cromate, l'episodio so che fece scalpore poiché nella mostra non si potevano, per regolamento, vendere le opere. Poi, ricordo quella del '68 che fu una Biennale di ricerca, di democratizzazione dell'arte, ci furono delle contestazioni che portarono a coprire le opere con le tele. So che qualche artista non aderì alla protesta. Ma per saperne qualcosa in più dovresti tornare da Enrico Cattaneo e parlargli, mi ricordo che in quell'anno era presente anche lui. Le Biennali degli anni '70 furono caratterizzate dall'Arte Povera, Concettuale e dalla Land Art. In questi due decenni è stata scritta la storia dell’arte per i trentanni che seguirono.   

TG: Quindi questa Biennale del 2017 proprio non ti incuriosisce?   

JI: No Tony, a dirti la verità, un po' temo il caldo e l'umidità di Venezia di questi giorni. Comunque, oggi per un artista vale di più essere rappresentato da un’importante galleria in una fiera internazionale di grosso richiamo che partecipare ad una Biennale. Quest'ultima serve solo a completare il curriculum per poter dire di aver esposto anche alla Biennale di Venezia! Andrò ad ArtBasel, lì ho molti amici galleristi con i loro stand a cui ho affidato diverse mie opere da vendere.   

T.G.: Ma come? Hai deciso di vendere parte delle tue collezioni proprio adesso che il mercato dell'arte è in crisi?

JI: Il mercato dell'arte non è mai in crisi, i ricchi ci sono sempre, se oggi non va un genere artistico, se ne propone un altro e via dicendo; si fanno salire le quotazioni degli artisti creando interesse e così via. Io possiedo opere di tutti i più quotati artisti internazionali.   

TG: Un giorno dovrai spiegarmi meglio in che modo sei entrato in possesso di questa fortuna, ma adesso non vuoi proprio entrare qui in Santeria a vedere le immagini di realtà prodotte da 47 diversi autori?   

JI: Volentieri Tony, facciamo in fretta però, perché poi, oltre a ritirare i tulipani, devo passare dal restauratore per controllare a che punto è arrivato con certi lavori...

TG: Il 15 ed il 16 pensi di essere libero? Vorrei portarti a vedere alcune cose interessanti un po' underground...

JI: Scusami Tony, ma non se ne parla nemmeno, nei prossimi giorni mi aspettano a Basilea, come ti dicevo è lì che puoi incontrare coloro che hanno le vere disponibilità finanziarie.


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domenica 5 marzo 2017

"Rock Poster Art" da ArteGioia 107: una mostra che ha colto nel segno

Una settimana fa, si chiudeva la mostra organizzata da Gimme Danger, Artegioia 107 e Tony Graffio, abbiamo voluto fare il punto della situazione per portare a conoscenza degli amici che ci seguono quale è stato lo spirito che ci ha mosso e le possibilità di intesa che ci possono essere con il nostro modo di diffondere cultura e trattare l'arte.

Arte Gioia 17
Il salone principale dell'Associazione ArteGioia 107 durante lo svolgimento della mostra che presentava 53 serigrafie di artisti americani ed europei da una selezione della collezione di Stefano Marzorati.

Andrea Battistotti, Presidente dell'Associazione Culturale Arte Gioia 107 si esprime così:  
"L'arte, per noi, è un'occasione per conoscerci meglio, per avere una crescita culturale, per vivere in modo più intenso e gioioso quello che accade nel mondo. Abbiamo scelto di occuparci esclusivamente di arte contemporanea perché l'arte deve riflettere gli umori, le atmosfere ed anche i problemi del nostro tempo. L'arte può diventare uno strumento per capire come muoverci e come reagire in certe situazioni; l'arte può dare a tutti nuove visioni e nuove prospettive sulla vita ed è utile per sviluppare quell'apertura mentale che tutti ricerchiamo. L'arte si esprime in molteplici linguaggi, per conoscerli bisogna osservare con molta attenzione ciò che si ha davanti e studiare seriamente gli autori, le loro opere, le loro vite, ma bisogna anche studiare anche quello che sta intorno all'artista: il mercato. Frequentando le case d'asta, le fiere d'arte, i musei e le mostre si capisce che ci sono più modi di accostarsi a questo ambiente e la visione dell'artista comunica spesso concetti abbastanza diversi da quelli che ci propongono gli ambienti che "reggono in piedi" questo mondo. 
Per noi, l'arte non deve essere commercio, non ci interessa il guadagno, ma diffondere nuove idee, nuove prospettive e vedere affacciarsi su questi panorami nuove persone, per condividere con loro la nostra passione. Agli artisti, o a chi ci propone una mostra, noi offriamo gratuitamente i nostri spazi, non chiediamo affitti, né percentuali sulle vendite: siamo interessati all'evento culturale, non a lucrare sulle persone. Sappiamo che dietro molte cosiddette associazioni, per ragioni di convenienza, si nascondono attività commerciali mascherate da benefattori, ma il nostro caso non è questo. Chiaro che se, in segno di gratitudine, qualche artista desidera lasciarci un'opera noi l'accettiamo, ma questo solitamente accade anche nei musei o in altre realtà. 
Dopo il grande successo di pubblico e di critica che ha ricevuto la manifestazione "Rock Poster Art" presso ArteGioia107 Milano, l'Associazione vuole ringraziane il blog di Tony Graffio per l'impegno mostrato nel diffondere l'evento, e nel veicolare il messaggio culturale proposto. Lieti di aver contribuito a diffondere un'arte accessibile a tutti, ringraziamo il collezionista Stefano Marzorati per la disponibilità ad averci reso partecipi alla sua passione verso la cultura Underground americana. 
Con lui, siamo già in accordo per una futura riedizione dell'evento con nuove selezioni di serigrafie artistiche. Rinnovando il nostro interesse nel proporre altri momenti culturali, ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato all'evento."

Sentiamo anche Stefano Marzorati:
"Il contatto con Andrea, il gestore degli spazi di ArteGioia107, mi è stato fornito da Tony Graffio. Tony mi aveva intervistato per il suo blog "Frammenti di Cultura" lo scorso dicembre ed è stata sua l'idea di contattare Andrea per verificare la possibilità di organizzare una mostra di serigrafie presso gli spazi di via Melchiorre Gioia 107. 
Ho incontrato Andrea mostrandogli alcuni pezzi della mia collezione e il progetto ha incontrato da subito la sua approvazione. Le sale di ArteGioia107 si sono rivelate una location perfetta per le 53 serigrafie scelte per l'esposizione e i due momenti clou della mostra, l’inaugurazione e il finissage, hanno visto la partecipazione di un numero di visitatori superiore alle mie aspettative. Mi piace sottolineare che, a tutto'ggi, in Italia questa è stata la mostra che ha proposto al pubblico il maggior numero di pezzi riguardanti la "Gig Poster Art". Ho riscontrato molto interesse, talvolta anche entusiasmo, non solo da chi, "addetto ai lavori", conosceva già il mondo dell'illustrazione nell'ambiente del Rock'n'Roll, ma anche da persone che, per la prima volta, hanno avuto la possibilità di vedere questo materiale. E' stata un'ottima occasione per prendere nuovi contatti e promuovere questa eccitante e sorprendente forma di comunicazione/espressione artistica." 

In conclusione
Abbiamo voluto distinguerci da chi propone eventi solo per promuovere se stesso; in questa occasione ci siamo affidati ad un collezionista, che tra l'altro è anche un apprezzato bassista che suona con i Temporary Sluts, per poter mostrare opere molto belle, simboliche, evocative e comprensibili a tutti.
Negli ultimi anni, è scoppiato un forte interesse per la serigrafia e per quelle forme d'espressione artistica che vanno a colmare gli spazi lasciati dalla discografia internazionale e dalle diverse abitudini di fruire la musica.
Felici d'aver saputo coniugare passioni contigue come arte e musica e d'essere riusciti a coinvolgervi in questo progetto, vi invitiamo a segnalarci nuovi argomenti di vostro interesse. Nel caso aveste progetti culturali che possano essere attraenti per il nostro pubblico fatecelo sapere, ne valuteremo la fattibilità. TG






venerdì 3 marzo 2017

L'arte maestra di vita per il fotoreporter Giorgio Lotti

I grandi fotografi sono sempre sensibili all'arte e spesso hanno avuto a che fare con questo mondo che difficilmente si riesce ad inserire in margini ben precisi.
Durante una chiacchierata, non priva di piccole provocazioni, ho posto all'autore milanese alcune domande che possono essere d'aiuto a chi vuole approcciarsi a personaggi in vista di vari ambienti ed essere occasione di riflessione per chi si occupa di reportage. TG

Giorgio Lotti fotoreporter
Giorgio Lotti, fotoreporter, ha compiuto 80 anni lo scorso 14 gennaio.

Tony Graffio Intervista Giorgio Lotti

Tony Graffio: In un'intervista Enrico Cattaneo mi ha detto che un tempo, il desiderio di ogni fotografo era quello di raggiungere un po' di tranquillità economica e allo stesso tempo di poter lavorare per una testata giornalistica prestigiosa. Un po' tutti ambivano ad essere assunti da settimanali come "Epoca" o da "L'Europeo". E' così? Può raccontarmi qualcosa degli anni '60 e di come andavano veramente le cose per i fotografi? Era così difficile lavorare in questi ambienti?

Giorgio Lotti: No, era un percorso che tutti dovevano fare, io ho lavorato quattro anni al palazzo della stampa di piazza Cavour a Milano, dopo di che ho lavorato per "Settimo Giorno"; "Le Ore"; "Paris Match". Ho fatto il servizio militare e quando sono tornato a casa sono stato chiamato da Enzo Biagi, che ai tempi era il direttore di Epoca, il quale mi dice: "Giorgio, proviamo a fare un lavoro insieme, se poi mi piacerà potrei pensare di farti una proposta." Sono andato a fotografare un radiologo ad Alessandria, non mi ricordo più bene chi era perché sono passati quasi 60 anni. Al mio ritorno in redazione, Biagi ha visto le foto e mi ha chiesto di andare a lavorare per loro. Ho iniziato come collaboratore, poi sono stato assunto nel 1960 con l'arrivo del nuovo direttore Nando Sampietro.

TG: Erano i fotoreporter che decidevano i servizi di cui occuparsi?

GL: Alcuni servizi erano dettati dalla redazione o dal direttore, poi capitava che andando sul posto a verificare alcune cose, eri in grado di suggerire degli argomenti di interesse. Per esempio, ero in giro per l'Italia per occuparmi dell'inquinamento, il servizio che avevo fatto su: "Venezia muore" mi aveva aiutato moltissimo per capire questo problema, così sono stato a Londra, perché loro erano avanti sulla pubblicazione di libri sull'inquinamento. Ho studiato questo fenomeno ed al mio ritorno in Italia ho incominciato a pubblicare altre fotografie sull'inquinamento. Ho viaggiato per più di 64'000 km in automobile; non potevo chiedere alla redazione di rimborsarmi queste spese, così ho fatto questo lavoro per conto mio.

TG: In molti casi si prendeva lei il rischio di anticipare le spese?

GL: Abbiamo fatto decine e decine di lavori in questo modo. Ognuno di noi si muoveva così. Erano altri tempi però e c'era il rispetto dei direttori. Oggi se mandi un servizio ad un giornale c'è una picture editor, in genere si tratta di una persona bravina che però sceglie ed impagina le fotografie senza conoscere il problema che tratta. Biagi un giorno tornò da un servizio e mi disse: "Giorgio sei l'unico testimone di quello che hai visto, mi scegli 15 foto da pubblicare?".

TG: C'era rispetto...

GL: C'era rispetto... Adesso è venuto a mancare anche tutto il resto. Un giorno, "Panorama" mi ha pubblicato un servizio sulla Cina. Io sono stato venti volte in Cina. Mentre ero via pubblicano questo servizio ed io lo guardo attentamente. Quando vado in redazione chiedo chi ha impaginato il lavoro, mi risponde una persona alla quale dico: "Tu in Cina non sei mai stata.". "No." - Mi risponde - Ed io: "Si vede!".

TG: Lo so, però diventa difficile pensare che si possa lavorare in un mondo ideale.

GL: Aspetta... Il picture editor di Life chiamava i vari autori e diceva: "Scusa, dammi notizie su quello che hai fatto...". Oppure se eri a New York ti convocava a parlare con lui un attimo per selezionare insieme il materiale. La bravura di un selezionatore si esprime nel momento in cui ha davanti l'autore il quale ti suggerisce a cosa fare attenzione e a considerare l'importanza giornalistica di un'immagine, anche se non è pienamente riuscito lo scatto. C'era un lavoro di squadra che oggi non esiste più. Anche se, naturalmente, ogni squadra può avere i suoi difetti.

TG: Tutti hanno ridotto il personale...

GL: Non è questo. Tutti si stanno dando troppe arie.

TG: Alla fine è controproducente, che convenienza avrebbero a fare male un lavoro?

GL: C'è una tale vanità che porta le persone a chiedersi perché dividere il proprio successo con un altro. Ma non è così, io ti posso aiutare a fare meglio il tuo lavoro.

TG: Ormai, quasi tutti i posti sono occupati politicamente, è quasi impossibile trovare persone competenti che svolgono il loro lavoro con umiltà.

GL: Il problema è proprio questo. Non puoi improvvisarti fotoreporter senza fare una scuola di giornalismo. Bisogna studiare all'Università e avere una certa cultura. Ti faccio un esempio. Ero con un poeta novantenne che viveva ancora al lume di candela, aveva la sua stilografica Pelikan e dei fogli di carta particolare sui quali scriveva le sue poesie. Mentre stavamo parlando, suona il campanello della porta e si presentano due fotografi. Il poeta mi chiede di non dire niente e di lasciarli fare. Mi metto in un angolo con un libro per evitare qualsiasi possibile problema. Vedo entrare i fotografi con due enormi flash Balcar con i quali illuminano a giorno la stanza. Io resto perplesso, ma non ho ancora visto la parte migliore. Una volta sistemate le luci, i due vanno dal poeta e gli chiedono: "Professore le dispiacerebbe sdraiarsi sulla scrivania?" (Non credo proprio si tratti di Iosif Brodskij, ma evidentemente qualcuno aveva già pensato anche a questa cosa ndTG). Ecco, queste sono le fotografie che si fanno oggi. Ma siamo pazzi? E il rispetto dov'è?

TG: A questo punto, vorrei trattare un argomento un po' delicato. Avrà visto le immagini che sono passate dopo l'attentato avvenuto a Bruxelles lo scorso 22 marzo 2016. Si tratta di un falso che è stato diffuso dalle televisioni di tutto il mondo. Immagini dell'attentato dell'aeroporto di Mosca del 2011, un po' modificate, sono state spacciate per le immagini delle camere di controllo di Bruxelles.

GL: E' proprio questo il problema: pur di apparire all'altezza della situazione non sanno più cosa fare! Alterano e modificano tutto, non gliene frega niente, vogliono solo avere successo e andare in televisione.

TG: Mi scusi, non crede che ci sia della disinformazione volontaria da parte di chi dovrebbe gestire l'informazione?

GL: E' questo. Il voler essere protagonisti a tutti i costi ti obbliga poi a fare queste stronzate. Siamo in un paese in cui ormai non funziona più niente. Dimmi solo una cosa: perché devo pagare il canone Rai? Oppure, perché comprando il "Corriere della Sera" sono obbligato a pagare un giornale come "Io Donna" che parla di vestiti, scarpe e rossetti? Cosa mi interessa? Perché per leggere un quotidiano che stimo moltissimo che, insieme a "Repubblica", è uno dei più bei quotidiani del mondo, perché devo pagare anche per un giornale che non mi interessa? Questo è solo marketing.

TG: Infatti, ormai l'informazione si fa direttamente su internet.

GL: All'Università mi hanno detto che più del 48% delle informazioni su internet o sono sbagliate o non sono aggiornate.

TG: Però il 52% sono vere...

GL: Va bene, ma come si fa a distinguere il vero dal falso?

TG: E' lo stesso problema che abbiamo con le televisioni ed i giornali istituzionali che ci raccontano quello che vogliono loro... Tuttavia, non capisco come si possano passare immagini false in una situazione grave come quella che si è creata con lo scontro di civiltà e di culture che è in atto adesso nel mondo.

GL: Eh va beh, ma perché è arrivata la disonestà più completa!

TG: Siamo d'accordo, ma è grave quando chi informa arriva a fare delle messe in scena, anzi che esporre dei fatti.

GL: No.

TG: Un po' come quando lei ha detto alla madre di Giuseppe Matarazzo di mettersi un vestito nero e portare un cesto di arance... O ha detto il falso? Me lo dica lei...

GL: Non è così. Io cercavo una donna vestita di nero, ho visto arrivare quella ragazza con un cesto e ho fatto la foto.

TG: Allora si è espresso male lui? Matarazzo è un giornalista che non sa esprimersi?

GL: Forse si è confuso... Non l'ho vestita io. Mi metto a vestire la gente? Guarda, c'è una mancanza di cultura. Ti faccio un esempio: vado da Andy Warhol e la stanza è piena di fiori, faccio due scatti mentre lui era in un angolo e mi chiedo poi che cosa potrò farmene di quelle immagini. In quel momento, Warhol riceve una telefonata ed io ho il modo di pensare che la stanza è piena di fiori perché lui ha fatto un'opera che si chiama: "Flowers". Se tu non conosci le opere degli artisti, o la vita degli autori, corri dei rischi tremendi. Come fai a dirgli di sdraiarsi sulla scrivania?

Flowers di Andy Warhol

TG: Quel poeta s'è poi sdraiato veramente sulla scrivania?

GL: Certo.

TG: Perché l'ha fatto? E chi era?

GL: Non posso dirlo. Era un uomo timido. E' spaventoso quello che fanno certi giornali pur di vendere. Un giorno il mio direttore mi chiede se avevo ancora possibilità di rintracciare Arafat. Erano già passati due anni da quando l'avevo incontrato, ci penso e dico che dovrei fare una serie di telefonate. In questo tempo c'erano stati cambiamenti giganteschi, dovevo informarmi prima di poter dare una risposta. In quel momento, entra una signorina del marketing sui 28 anni laureata alla Bocconi, che dice d'avere una grande idea sul servizio su Arafat. Già che il marketing potesse avere un'idea su Arafat mi suonava strano. Il direttore invece dice alla "Bocconiana" di esprimergli la sua idea. La ragazza dice che basterebbe regalare ad Arafat un orologio d'oro*. Io devo aver fatto una faccia tale che lei se ne accorge e mi chiede cosa c'è che non va. Non contenta, per una decina di minuti mi insulta in tutti i modi. Io volevo sapere perché lei mi insultasse, ma per fortuna ad un certo momento interviene il direttore che le dice che forse sta sbagliando giornata, spiegandole che io conoscendo bene Arafat e sapendo bene che la moglie Suha gli preparava da mangiare di notte, potevo anche sapere che non era il caso di fargli dono di un oggetto d'oro.

TG: Come bisogna rapportarsi con i personaggi molto in vista? Bisogna trattarli in modo diverso dalle persone qualsiasi?

GL: Devi seguire il loro percorso di vita, devi studiare attentamente le loro opere. Ti faccio un altro esempio: César (César Baldaccini ndTG). Chiedo all'artista quale sia la sua opera più importante, non il "pollicione", vero? Lui mi dice di no e di considerare la sua opera più importante il poliuretano. Gli chiedo conferma sull'opera che ha tagliato a fette e colorato in vario modo e lui mi dice che si tratta proprio di quell'opera. Chiedo a César dove abbia preso l'idea per creare quell'opera e lui mi risponde di aprire un cassetto. Nel cassetto ci sono delle strisce colorate. L'idea è partita da lì? Lui mi dice di sì. Ha fotografato le strisce, poi sullo stesso fotogramma ha impressionato un volto che è diventato un viso cubista. Diverso il discorso per Richard Hamilton. A lui, chiedo che cosa lo divertisse di più in vita sua e lui mi dice che gli ho fatto una domanda stupenda. Mi confessa che ciò che gli dà più piacere, prima di andare a letto, è ascoltare la Tatcher in tv che dice stronzate incredibili. Secondo te, come l'ho fotografato? A letto davanti alla tv mentre guardava la Tatcher. Se non conosci gli autori non puoi andare a fotografare cose ignobili. Devi avere rispetto della gente. Lo sai perché ho avuto successo? Proprio per il rispetto.

César abbraccia un suo "Pollicione"

TG: Era difficile contattare questi grandi personaggi?

GL: A volte li contattavo io, altre volte mi sono fatto aiutare dal giornale, poi vedi, internamente alle redazioni, a quei tempi giornalisti e fotografi erano come fratelli. La prima volta che mi hanno mandato a Pechino mi hanno chiesto di fare 16 reportage da 16 pagine ciascuno. Prima di andare a fare le fotografie sono andato all'ambasciata italiana di Pechino per farmi spiegare dall'ambasciatore come viveva il paese ed avere informazioni che mi risultassero utili.

TG: Oggi però non c'è più questo tempo...

GL: E allora si fanno le porcate...

TG: Infatti, spesso è così.

GL: Non c'è niente da fare, è un percorso obbligato.

TG: Verissimo, ma purtroppo i tempi sono cambiati.

GL: I lettori infatti stanno abbandonando i giornali, non sono mica scemi. Io non ho mai assistito a tanti licenziamenti come in questo periodo. Mi vengono le lacrime agli occhi, vorrei essere utile al mio paese...

TG: Capisco, prima però non mi ha risposto quando le ho chiesto se il grande personaggio e l'uomo della strada vanno trattati allo steso modo.

GL: Dipende da che cosa vuoi raccontare. Il problema è che in molti oggi, per diventare bravi e ricevere il Premio Pulitzer, vanno a fotografare cose incredibili. Gente accoltellata, sangue che esce dalla testa...

The White Album - Beatles 
Dopo essere stati ispirati dal mondo del circo, i Beatles decisero che la copertina del loro lavoro successivo andava un po' semplificato. L'anno successivo, hanno collaborato con l'artista pop Richard Hamilton per creare ciò che è ora conosciuto come The White Album-una superficie completamente bianca con impresso il timbro Beatles. Per aggiungere uno strato di ironia, Hamilton ha suggerito che ogni copia dovesse essere numerata singolarmente, anche se non era certo una edizione limitata. In UK ne sono state stampate almeno 600.000 copie. 
Paul McCartney ricorda che John Lennon afferrò per sé la No. 0000001.

TG: Lei lavora ancora?

GL: Sì, anche se tempo fa ho dato le dimissioni da "Panorama" perché non mi piaceva una certa situazione. Il direttore un giorno mi ha chiamato e mi ha detto: "Giorgio, allora domani cambiamo il giornale". "Va bene, dimmi di che cosa vuoi che mi occupi ed io lo faccio": Solo che a me che andavo a fotografare Arafat, Chou En Lai, Gandhi ed altri mi chiede di occuparmi di gossip... E così sono andato a dare le dimissioni.

TG: L'arte è importante per un fotoreporter?

GL: Nel 1985 avevo scoperto l'astrattismo e il colore in movimento. In tutti questi anni l'ho studiato attentamente ed ho avuto risultati incredibili. Qualche mese fa mi hanno telefonato da Firenze per i 50 anni dell'alluvione proponendomi di ricavare una mostra da un mio servizio dell'epoca. Io avrei accettato a condizione di avere un rimborso delle spese, ma mi è stato detto che non c'erano soldi. Allora buonasera...

L'alluvione a Firenze - Fotografia di Giorgio Lotti.

TG: Che rapporto ha con la fotografia digitale, la usa?

GL: Sì, perché no? Non vedo perché non dovrei usarla.

TG: E le piace?

GL: Come ogni cosa ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi, come la fotografia tradizionale. Però il grosso vantaggio è che puoi portare la sensibilità anche a 12'000 Iso e non avere la grana. Quando vai a fare le fotografie Alla Scala questo è un vantaggio immenso. Per il resto non cambia niente. Mi è capitato di portare all'Università dieci stampe ottenute da una fotocamera digitale e dieci ottenute da una fotocamera a pellicola, nessuno mi ha saputo dire quali erano quelle digitali e quali quelle tradizionali. Neanche i professori. A parte che mi presento nelle scuole truccato con barba e baffi, mi sono accorto che il mondo dell'istruzione è preoccupante.

TG: Questo paese ha qualche speranza di recuperare o lo dobbiamo proprio buttare via?

GL: Sì, ha delle speranze, però vorrei sapere perché i grandi critici fotografici, i professori di fotografia e quelli che contano non hanno mai visitato l'archivio di Gianni Berengo Gardin o di Franco Fontana e di qualcun altro. Forse, ci sarebbe da imparare da loro.

TG: Ha ragione Lotti, questo è un altro argomento molto importante, ma preferirei parlarne con lei la prossima volta, è d'accordo?

GL: D'accordo, a presto allora.

*Riflessioni di un amico sapiente sull'abitudine di edulcorare i potenti e sul significato dei regali
Rendere una persona più disponibile verso di noi può essere in certi casi un'azione utile; sempre che questo modo d'agire non sconfini, come nel caso che ci è stato proposto nella versione dei fatti di Giorgio Lotti, un tentativo di comprare la benevolenza di qualcuno con una proposta di scambio inaspettata.
Anche l'adulazione può disporre positivamente qualcuno nei nostri confronti, ma come dovrebbe comportarsi una persona eccezionale in determinati frangenti?
Le persone comuni non dovrebbero essere sensibili ai doni o ai complimenti gratuiti, ma a maggior ragione colui che ha delle forti responsabilità verso i propri simili, come un politico, un uomo di Dio o un capo di stato non deve mai cedere a questo tipo di debolezze. Mettere alla prova qualcuno che è cosciente del proprio ruolo pubblico con un "regalo" prezioso o di grande valore, potrebbe anche essere visto come un modo offensivo di dichiarare quest'uomo corruttibile e poco autorevole (anche per questo la classe politica italiana ha perso ogni credibilità davanti il proprio popolo) quando invece è un personaggio che viene rispettato dalla sua gente.
Inoltre, bisogna ricordare che il regalo non è una merce di scambio: quando si consegna un regalo è finita ogni azione. Chi lo riceve non deve neanche ringraziare, perché il regalo è un atto divino. Nel caso si desideri proprio ringraziare qualcuno per il regalo ricevuto sarebbe più opportuno ringraziare Dio anziché chi ce lo ha portato che ha agito soltanto come suo servitore.

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