martedì 27 giugno 2017

Servadio

“Il piacere della vita sta nel saper amare. In fondo ad ogni opera buona c'è l'amore. L'amore è fonte di bellezza.” Giovanni Segantini


Servadio
Servadio

Michele Servadio è un giovane artista curioso che si esprime in varie forme artistiche, dai monotipi, alla musica sperimentale tra l'ambient e l'industrial, alla serigrafia ai raygramme (esposti attualmente al Black Book Spring Shop di Firenze) e si diverte a mischiare la stampa calcografica con la stampa fotografica utilizzando matrici per la stampa monotipo in proiezione per la stampa fotografica. Un'altra idea che ha in mente prevede l'utilizzo dei chimici per la stampa fotografica nella calcografia, ma è tutto ancora in fase embrionale. Solitamente si trastulla anche con cornici e strutture e oggetti vari, come bottiglie e via discorrendo che portano a creare dei monotipi fotografici che hanno chiaramente una resa al negativo di ciò che mostrano in visione diretta. La serialità non è il suo pane, ma all'occorrenza ricorre alla linoleumgravure, piuttosto che alla xilografia per produzioni di tipo DIY che richiedano la riproducibilità in piccole quantità, come potrebbero essere delle card o le copertine delle fanzine, delle musicassette o gli album musicali. TG

“Il monotipo mi piace perché è un modo veloce di pensare.” Servadio


Servadio a Filler s.e. 2017

Tony Graffio: Ciao Servadio, come stai?

Servadio: Benissimo.

TG: Com'è andata ieri, durante il primo giorno di Filler?

SD: Bene, è stata una giornata calma, ma abbiamo avuto il tempo di conoscere un po' di gente della ciurma e di conseguenza ne abbiamo approfittato per acclimatarci.

TG: Ti ho visto molto occupato, hai tenuto qualche workshop?

SD: No, essendo questa una convention di illustratori e non un'esposizione, cosa a cui non sono troppo abituato, ho pensato il mio banchetto come un work in progress. Ho portato con me una piccola pressa da incisione per dare qualche dimostrazione su come fare i monotipi calcografici.

TG: Una specie di workshop non ufficiale?

SD: Diciamo di sì. Un modo per scambiare idee, conoscenze e fondamentalmente un modo per approcciare la gente, perché non mi piace stare seduto a tentare di vendere le mie cose senza fare niente. Un po' perché non ce la faccio e un po' perché mi annoio. Preferisco sempre tenermi impegnato in qualche modo.

TG: Raccontami qualcosa di te: dove sei nato, che studi hai fatto e dove vivi adesso?

SD: Sono nato a Piove di Sacco, nelle campagne venete, vicino a Padova. Sono cresciuto nelle Alpi, ad Asiago, mi sono trasferito a Venezia dove ho studiato arte allo Iuav, l'Università delle Arti Visive dello Spettacolo che è un po' l'antitesi dell'Accademia, nulla a che vedere con la pittura o l'illustrazione o con il gesto. Sono dei corsi molto legati all'arte concettuale, all'istallazione e all'arte curatoriale. Poi, 7 o 8 anni fa sono andato a Londra, città che è diventata la base da dove mi muovo in Europa.

TG: Hai lì un tuo studio?

SD: A Londra avevo uno studio privato, fino a sei mesi fa, nel quale mescolavo tatuaggio, stampa calcografica e pittura. Ero lì insieme ad un altro ragazzo, Mabe, un caro amico. Con lui avevamo lasciato il tattoo shop per provare altre esperienze.

TG: Come si diventa tatuatori? Si impara da soli?

SD: Si impara da soli, ma di solito si fa l'apprendistato presso uno studio o un tatuatore che diventa il tuo maestro. Io avevo iniziato ancora in Italia e poi ho coltivato questa passione all'interno degli ambienti autogestiti in cui vivevo, a Londra. Dopo, ho iniziato a lavorare in una situazione più istituzionalizzata negli studi di tatuaggio in giro per l'Europa. A Londra dipingo, stampo e faccio i miei lavori, e poi viaggio ed espongo in diverse gallerie dove propongo i miei progetti che vanno dal tatuaggio, in primis, alla stampa, alla pittura, all'istallazione, fino alla performance nella quale unisco il tatuaggio al suono e alla ritualità. Il progetto Body of Reverbs è un rituale che va a riprendere quelle qualità perdute del tatuaggio. Oggi c'è l'abitudine di andare a comprare un tatuaggio come se si andasse in un supermercato, ma non è così che bisognerebbe fare.

TG: Dovrebbe essere il tatuatore a scegliere un soggetto per chi si vuol fare tatuare?

SD: No, il tatuaggio viene fatto in due, anche se parte sempre dalla necessità e dalla richiesta di una persona che decide di avere un tatuaggio sul proprio corpo. Non vorrei affrontare un discorso troppo vasto in questo contesto, ma nella società contemporanea la grande quantità di tatuatori ed il grande numero di clienti permette agli uni e agli altri d'incontrare la giusta persona per il giusto lavoro, pertanto credo che si stia svincolando un aspetto di artigianato del tatuaggio a discapito di un approccio più artistico, permettimi il termine, della pratica stessa.

TG: Nulla a che fare con lo sciamanesimo?

SD: No, lo sciamanesimo non c'entra, ma ha un suo significato quando vado a tatuare con lo spirito di Body of Reverbs in modo astratto e improvvisato, all'interno di una performance che connette il tatuaggio al suono, quindi suono sulle persone. Questo è l'ultimo progetto al quale sto lavorando.

TG: Ho parlato con il tuo amico Brunello che mi ha detto che ha conosciuto la stampa del monotipo attraverso di te.

SD: Sì.

TG: Tu come sei arrivato al monotipo?

SD: Credo d'aver visto qualcosa in internet, poi ne ho sentito parlare ed ho sempre voluto stampare in questo modo. Ho provato a fare dei linocut, delle incisioni, ho provato a stamparle a mano con una pressa di recupero e così, appena ho avuto un po' di disponibilità economica, mi sono comprato un torchio calcografico e da lì s'è aperta una porta infinita. Ho subito legato con la tecnica del monotipo perché non sono mai stato tanto affascinato dalla serialità. Concepisco la riproduzione seriale, a patto che sia all'interno di un'etica DIY dove fai le fanzine, oppure piuttosto che commissionare le mie card ad una tipografia, preferisco stamparmele personalmente a casa con materiali di recupero e trovo che così si possano ottenere risultati molto più veri e con maggiore soddisfazione. In quel caso sì, lì si ottiene una serialità che va bene perché è finalizzata ad un prodotto particolare. Per quello che riguarda la creazione di pezzi artistici trovo che il monotipo sia un mezzo d'espressione fresco, spontaneo, aleatorio. Il monotipo è la connessione più vicina tra quello che ho in testa, che viaggia molto velocemente, al risultato creativo. Puoi ottenere un monotipo ogni dieci minuti ed andare come il vento, sono uno più bello dell'altro e magari, su dieci, ne scegli due. Questo metodo artistico rispecchia perfettamente il mio processo creativo.

TG: Quanti anni hai?

SD: Quasi 31. Sono nato il 6 agosto 1986.


Un monotipo che Servadio ha realizzato sotto i miei occhi in un paio di minuti.

TG: Mi sembra che la stampa in monotipo non sia poi una modalità tecnica tanto usata. La state riscoprendo adesso?

SD: Il monotipo, non vorrei dire che ha una storia antichissima, ma è una tecnica che si fa ed è sorprendente quanti monotipi si possano scoprire abbiano fatto anche artisti famosissimi. Mi viene in mente Monet, per esempio. O altri artisti che conosci solo dai libri di storia dell'arte e che credevi avessero dipinto soltanto dei quadri ad olio. Così capisci che tutti questi artisti conosciuti per una manciata di opere, in realtà hanno avuto una produzione artistica molto più vasta di quello che si potesse pensare. Il monotipo mi piace perché è un modo veloce di pensare.

TG: C'è anche il Cliché Verre, o Gravure Diaphane che in qualche modo potrebbe essere considerata una tecnica di stampa incisoria e ha a che fare con la carta fotografica. Si tratta di lasciare un segno su una lastra di vetro annerita con il nerofumo, in questo modo si ottengono disegni che diventano delle specie d'incisioni fotografiche. Non c'è bisogno d'utilizzare l'inchiostro con questa tecnica che era in voga verso la fine del 1800, poi è scomparsa.

SD: Interessante, potrei provare a fare qualcosa anche in questo modo. Con il monotipo lavori su plexiglass, su lastre di zinco o rame, su vetro non credo perché è un materiale piuttosto fragile. Io non ho mai studiato incisione, ho un approccio molto empirico con le varie tecniche: provo e pian piano aggiusto il tiro...


Un  monotipo realizzato al momento, quasi per gioco davanti a me da Servadio e Alberto Brunello.

TG: (Indicando una stampa) Questo monotipo come lo hai realizzato?

SD: Si tratta di una lastra di plexiglass e questa cosa sfumata che ha una texture molto caotica è semplicemente un colore molto diluito, messo a pennello e lavorato con la carta di giornale. L'inchiostro, non potendo essere assorbito dal supporto che lo ospita, perché siede su una lastra liscia, non asciuga e tu lo puoi muovere e portarlo dove vuoi. Di conseguenza, in questo modo riesci ad avere degli effetti che lavorando direttamente su carta non riusciresti mai ad avere. Questo significa che puoi lavorare in modi diversissimi e poi riportare quello che è su lastra su carta ad un livello di definizione incredibile.

TG: Io ci vedo un paesaggio industriale. E' quello il soggetto rappresentato?

SD: Sì, un misto tra l'industria e la campagna. I miei lavori spesso parlano dell'uomo e della sua condizione rispetto all'ambiente che lo ospita. Così, capita che ci siano contrapposizioni tra personaggi umani ed ambiente, inteso come un panorama nel quale si muovono figure molto crude ed un po' sperdute che vagano nei campi e nelle città; dipende...

TG: Mi diceva Alberto che tu lavori anche con la fotografia. E' vero?

SD: Sì, ultimamente mi sono affacciato alla fotografia che è un linguaggio che ho dovuto imparare per lavorare con il tatuaggio, poiché quando fai un tatuaggio dopo devi fotografarlo. Il fatto di dovergli fare una fotografia ti dà una certa attenzione che ti spinge ad allargarti per vedere la persona, cosa che adesso mi ha portato a fare ritratti ai miei clienti o ai miei amici. A volte, sono dei ritratti di persone che portano quei tauaggi che io ho fatto sulla loro pelle. Recentemente, insieme a Mick Boiter, Michele Sesso e Alberto Brunello collaboro al loro laboratorio che si chiama Maniera Scura dove fondiamo la tecnica di stampa fotografica analogica, in camera oscura, con la calcografia. Abbiamo incominciato a sperimentare una fusione tra le due tecniche e di conseguenza abbiamo sviluppato una serie di lavori in cui una lastra dedicata al monotipo viene sovrapposta ad un negativo del cliente che ho tatuato, al quale poi disegno sopra e tutto alla fine viene riportato su carta fotografica per mezzo dell'ingranditore. Ritengo questo mix di tecniche estremamente interessante e per me molto nuovo.


Il banchetto di Servadio a Filler s.e. 2017 ed alcuni grandi monotipi in formato cm 50X70.

TG: Parliamo di prezzi. Un tuo monotipo 50X70 quanto costa?

SD: Qui è intorno ai 300 euro, ma se vai in galleria, solitamente il prezzo raddoppia.

TG: Hai rapporti anche con gallerie d'arte?

SD: Non tantissimo, però recentemente abbiamo fatto una mostra solo di monotipi alla Galleria Varsi di Roma. Tra il marzo e l'aprile scorsi. Abbiamo portato il torchio a Roma e abbiamo utilizzato la galleria come laboratorio ed in 20 giorni abbiamo prodotto tutto il lavoro che poi ha allestito la mostra nella galleria stessa, tenendo il torchio in una posizione centrale. Era una collettiva a cui partecipavano, oltre a me, Gonzalo Borondo, il trio Canemorto e Giacomo Ran. Loro vengono più dalla Urban Art, dipingono muri, non hanno niente a che vedere col tatuaggio o con l'incisione, ma sono arrivati anch'essi al monotipo perché tra il 2014 ed il 2015 eravamo tutti insieme a Londra, io avevo appena comprato la pressa ed avevo appena scoperto il monotipo. Loro sono i miei amici e di conseguenza li avevo invitati tutti da me a sperimentare questo nuovo mezzo. Abbiamo passato notti e notti a stampare convulsivamente nel mio studio e da lì, due o tre anni dopo ci siamo reincontrati a Roma dove abbiamo lavorato esattamente con la stessa tecnica. Abbiamo prodotto ininterrottamente monotipi; spontaneamente almeno 500 lavori.

TG: Quanti sono stati esposti?

SD: Non lo so, non li ho contati, però i muri della galleria erano pieni delle nostre stampe. Solo in una stanzetta dove ho fatto un lavoro un po' più installativo, dove ho esposto una serie di stampe più pensate per poter stare insieme, ce n'erano circa una trentina e quella stanzetta era solo un decimo lo spazio della galleria. Tra una cosa e l'altra, ci saranno stati 200 o 300 pezzi, non lo so, non sono bravo con i numeri... però ce n'erano un bel po'.

TG: Forse non ti interesserò perché è una tecnica che si basa sulla serialità, ma con la serigrafia hai mai avuto a che fare? Ci hai lavorato?

SD: Con la serigrafia ci ho lavorato al tempo delle scuole superiori, con gli amici, non con la scuola. Volevamo fare le magliette perché avevamo un nostro gruppo. Volevamo fare anche i poster. In quegli anni a cavallo tra le superiori e l'Università ho malamente stampato in serigrafia. La pulizia e la serialità richieste da questa tecnica mi stanno un po' strette però mi piace. Ho scoperto che si possono fare un sacco di cose belle con questa tecnica, anche perché può essere una tecnica completamente aleatoria. A breve vorrei riprendere a lavorare in questo modo.


HMS Ledsham (M2706)
HMS Ledsham (M2706)

TG: Alcune mie amiche sono state a Londra nel 2015 e mi hanno detto d'aver stampato serigrafie in un laboratorio attrezzato su una nave di legno che recentemente è bruciata, la conosci?

SD: E' bruciata ed esplosa, certo, era la cara e vecchia Minesweeper. All'inizio io e Kevin, colui che ha fatto partire tutto il progetto, abitavamo insieme in uno squat a Nord di Londra. Ti parlo di fatti che risalgono a circa 5 anni fa. Lui mi aveva proposto di andare a vedere questa nave e lì abbiamo conosciuto delle persone bellissime. Ho partecipato alla ricostruzione della nave: quello è stato un periodo veramente bello, poi la vita ti separa... Abbiamo preso percorsi diversi. La nave era bruciata una prima volta, ma galleggiava, noi l'abbiamo riparata... era una dragamine attiva nel Canale di Suez durante la crisi in questa zona negli anni '50, per non so quali operazioni della marina di Sua Maestà. Ho visto un filmato dove c'era il Duca d'Edimburgo che visitava la nave, proprio lei: pazzesco!

TG: E' andato tutto a fuoco per colpa di una stufetta?

SD: Credo di sì, io non c'ero. Andavo una volta all'anno a visitarli, quindi non ho più molti contatti con il Collettivo della Minesweeper. E' stato un brutto colpo, però adesso hanno un'altra nave. La notizia dell'incidente era stata diffusa dai giornali e qualcuno che aveva un'altra minesweeper, sempre a Londra. Una sorella della HMS Ledsham (M2706), in condizioni migliori, credo sia stata donata ai ragazzi. Non ne sono sicuro, ma indagherò su questa cosa. Devi chiedere a Joe Furlong o a Kevin. Joe è un bravissimo artista, fa parte della ciurma, da sempre è al Crack di Roma e a suo tempo aveva portato il Collettivo Minesweeper a quel festival.

TG: Perché tu hai lasciato la minesweeper?

SD: I miei progetti con il tatuaggio occupavano troppo spazio ed io ho dovuto staccarmi da quel progetto?

TG: Per quanto tempo hai vissuto sulla dragamine?

SD: Per i primi 18 mesi-due anni ero lì con loro ogni giorno, vivevamo sulla barca, potevamo farci delle docce calde e lavorare lì.

TG: L'attracco sul Depford Creek era legale?

SD: Era tutto ben tollerato; la gente conosceva la minesweeper e nessuno s'è mai opposto a questa situazione.

TG: Andrai a vedere cos'è accaduto nel frattempo alla nuova minesweeper?

SD: Adesso finalmente, sto per rientrare a Londra, dopo sei mesi di vagabondaggio in giro per l'Europa e sentirò Joe, perché sono curioso di sapere che cosa stanno combinando i ragazzi.

TG: Un'ultima cosa, conosci Wonderbee?

SD: Sì, ho incrociato Barbara sulla minesweeper mentre faceva una residenza artistica e poi l'ho incontrata anche al Crack Festival. Non la conosco molto bene, ma mi ricordo di lei.

TG: Pensi di riaprire il tuo studio?

SD: Credo che lavorerò a progetti più a lungo termine in posti diversi; è tutto un grande punto di domanda. Purtroppo e per fortuna...

TG: In bocca al lupo allora.

SD: Grazie mille.


Servadio Servadio
Servadio, 30 anni, artista.

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sabato 24 giugno 2017

SaBRIna GaBRIelli: my name is BRI

My Name is Bri
Sabrina Gabrielli a Filler S.E. 2017

Tony Graffio: Sabrina, da quanto tempo ti occupi di illustrazione?

Bri: Mi occupo di illustrazione da tantissimo tempo; di poster-art da poco. Ho iniziato a stampare in serigrafia dal 2013. Ho iniziato a fare poster per la mia band nel 2010.

TG: Come si chiama la tua band?

Bri: Adesso non c'è più, ma si chiamava Formanta, come gli amplificatori Bielorussi degli anni '80.

TG: Che musica suonavate?

Bri: Un genere sui primi REM.

TG: Il tuo modo di disegnare mi sembra abbastanza femminile, sia perché presenta un tratto delicato e quasi svolazzante, ma anche per i colori tenui di certi soggetti abbastanza cattivi, ma mai veramente violenti... Tu che cosa ne dici?

Bri: Io la vedo in maniera opposta, perché nelle mie illustrazioni cerco di dare l'impressione di uno scenario tranquillo e pacifico, quasi naif dove inserisco sempre quell'elemento di inquietudine che si coglie osservando bene il soggetto del disegno. Mi diverto molto a raccontare per immagini e, a differenza di altri poster-artist, io arrivo da esperienze professionali nei campi del fumetto e dell'illustrazione.

TG: Che fumetti disegnavi?

Bri: Durante il periodo in cui frequentavo l'università, ho anche studiato fumetto ed illustrazione, a Roma.

TG: Beh, sicuramente sarà come dici tu, ma io vedo colori molto pastellati, pochi contrasti e atmosfere abbastanza distese, almeno visivamente. Probabilmente è un tuo modo per irretire l'osservatore e fargli vivere poi un colpo di scena con le storie dall'ambientazione inquietante che proponi.

Bri: Per esempio, il discorso che ho fatto per gli Slow Dive è abbastanza chiaro. Il cottege e la bambina che gioca in giardino potrebbero far pensare ad uno scenario idilliaco, ma poi ti rendi conto che in realtà è un demonietto che gioca sull'orlo di un burrone praticamente senza fine nell'occhio di un tornado. Mi piace offrire al pubblico più livelli di lettura per la stessa immagine, per questo motivo ritengo che i miei lavori siano più delle illustrazioni che dei poster di impatto visivo. Il mio è un tentativo per realizzare più soggetti che possano diventare delle immagini iconiche, diciamo così, ed allo stesso tempo mi piace raccontare delle storie con un singolo fotogramma.

SlowDive - My name is Bri

TG: Bri, in poco tempo sei riuscita a farti conoscere bene nel mondo della Rock poster art, vuol dire che i tuoi lavori piacciono e sono richiesti. A parte che si vede che i tuoi lavori sono belli...

Bri: Passo molto tempo a casa a lavorare e a disegnare; non mi sto rendendo conto di quanto i miei poster stiano girando, spero di avere un riscontro.

TG: Beh, in Italia sei tra gli artisti più conosciuti in questo settore, il tuo nome circola parecchio tra gli addetti ai lavori.

Bri: In Italia siamo in pochi ad occuparci di Rock poster art, purtroppo. Forse, per questo è un po' più facile emergere, anche se ci sono tanti ragazzi in gamba. Io però, non ho ancora fatto un poster per una band italiana.

TG: Veramente?

Bri: Mai. Un po' di volte ho provato a propormi, ma è difficile far capire che anche questa è una strada che si può percorrere.

TG: Forse perché le band italiane non commissionano poster?

Bri: Sì, fondamentalmente il motivo è questo. Il poster d'arte non è un prodotto che fa parte del loro merchandising; mentre per le band straniere che vengono in Italia il poster d'arte è qualcosa più facile da gestire, anche durante il tour.

TG: Gli stranieri vengono qui e sanno già a chi affidarsi?

Bri: Io ho iniziato da poco, quindi sono io che mi propongo. Solitamente scrivo, invio una email in cui faccio vedere il mio portfolio e se loro sono d'accordo decidiamo di fare qualcosa insieme. Faccio le mie proposte e poi scegliamo la strada più adatta alla band, infine si finalizza.

TG: Che band contatti? Grandi gruppi storici? Gruppi meno conosciuti?

Bri: Quelli che mi piacciono.

TG: Ah, solo quelli che ti piacciono?!

Bri: Si, perché mi risulterebbe difficile lavorare per chi non mi piace. Oppure, contatto quelle band con cui mi piacerebbe lavorare. Magari si tratta di artisti che non apprezzo musicalmente, ma siccome sono così particolari e divertenti li contatto.

TG: Che genere preferisci.

Bri: Mi piace il Rock, l'Indie-Rock, oppure il Rock-psichedelico, ricerco un po' quello che viene meno seguito dalla poster-art.

TG: Che tirature stampi mediamente?

Bri: Tendo a restare sul centinaio di copie, non di più, perché lavoro a casa, nella mia cucina.

TG: Posso scriverlo?

Bri: (Risata) In cucina o nella camera che sarà del bambino. Adesso sono alla ricerca di uno studio un po' più grande dove poter lavorare decentemente, però attualmente tutto quello che vedi è il frutto di ore passate in cucina. Riesco a fare questo lavoro perché vengo aiutata da Francesco, mio marito. E' lui che cerca i contatti e poi stampiamo insieme. Io mi occupo dei colori e degli allineamenti, lui avendo le braccia più lunghe, tira la racla.

TG: Che formati stampate?

Bri: 50X70 cm. Anche se ultimamente preferisco tagliarli un pochino per adattarmi meglio ai formati dei poster dell'illustrazione. So che può dar fastidio fare qualcosa fuori formato perché poi vanno fatte le cornici su misura, ma io stampo su carta leggermente più grande del 60X40 cm: 63X41.

TG: Da che cosa nasce questa tua esigenza?

Bri: Per una maggior precisione di allineamento stampo le croci di taglio sul bordo della carta, in modo che quando faccio le sovrapposizioni di colore vedo esattamente l'allineamento e posso essere sicura che il poster risulti stampato in modo preciso.

TG: Stampi manualmente?

Bri: Stampo manualmente, raramente stampo a 2 o a 3 colori; in genere stampo a 4 o 5 colori. L'ultimo poster degli Zombies ha 6 colori. Ho stampato anche a 7 colori, dipende dalla grafica.

Zombies - My name is Bri

TG: Questi soggetti più piccoli per cosa sono stati fatti?

Bri: Li avevo realizzati l'anno scorso per un calendario da regalare alle persone che hanno lavorato con me, case editrici, agenzie... Mi erano avanzate delle copie, ormai siamo a giugno, così ho tagliato le parti sopra e sotto in modo che diventino dei quadretti da poter esporre, cosa che avevo pensato fin dalla fase di progettazione.

TG: L'amore per la serigrafia nasce dall'esigenza di lavorare con la Rock poster art? Oppure era qualcosa che avevi già in mente?

Bri: Nasce dall'esigenza di allontanarmi dal mondo del computer. Volevo ritrovare la manualità, mescolare i colori e sentire gli odori. Utilizzo soltanto inchiostri a base d'acqua e poter creare qualcosa da zero con le mie mani mi porta a tutto un altro tipo di soddisfazioni. Mi piace seguire ogni passaggio della produzione.

TG: Com'è avere a che fare con i musicisti? Facile o difficile? Ti suggeriscono loro qualche soggetto o fai di tua iniziativa?

Bri: Sono io che propongo le idee, di solito preparo tre schizzi e loro tra questi scelgono quello che più li entusiasma. Fino ad adesso non ho mai avuto problemi, soltanto una band non s'è fatta più viva, ma penso che fosse il loro Manager ad essere un po' indeciso. Non faccio nomi.

TG: Mi dai la tua chiave di lettura per il poster dei Mew?

Bri: La Citroen DS che vedi abbandonata in un campo ha all'interno una coppia che si bacia, ma forse quelle non sono delle persone vive...

Citroen DS con morti che si baciano
Mew - My name is Bri

TG: Terrificante!

Bri: Questa è la storia che voglio raccontare...

TG: Paura!

Bri: In quest'altro poster che ho fatto per i Nada Surf è tutto collegato.

TG: Come un fumettone?

Bri: E' un super-fumettone in cui ogni scena è collegata alle altre. La principale è quella della rapina in banca che va male perché c'è un complice che tradisce la banda.

TG: Ahi, ahi, ahi...

Bri: Solo che gli altri rapinatori non si rendono conto che la polizia sta arrivando. Il palo, in mutande, è impegnato in altre attività e non riesce ad avvisare il resto della banda.

TG: E' un po' distratto... Un po' come Schettino...

Bri: Esatto. Intanto l'altro palo s'è accorto dell'arrivo della polizia, ma non riesce ad avvertire i complici perché c'è una gran confusione durante il concerto dei Nada Surf. Un ragazzo che vuole andare al concerto chiede alla sua ragazza di salire con lui sulla scala antincendio; intanto la famiglia di lei vede quello che sta succedendo alla televisione.

TG: Molto carino.

Nada Surf
Nada Surf - My nameis Bri

TG: Bri, mi spiegheresti cos'è una special edition?

Bri: In alcuni casi decido di stampare qualche poster in S.E., come nel caso dei Sonics. In realtà, si tratta di art print perché ho tolto il nome della band dal poster. In genere, è più facile vendere un poster senza il nome della band. Molto spesso la gente mi dice che la band non le piace, ma la grafica sì. Che cosa faccio allora?


My name is Bri
Un particolare che indica la tiratura della Special Edition dei Sonics stampata da Bri.

TG: In quante copie l'hai tirata questa special edition?

Bri: In 20 pezzi.


Special edition, Serigrafia art edition
Una Special Edition di Bri che ho voluto assicurami anch'io pagandola lo stesso prezzo della poster edition dei Sonics.

TG: Anche la carta e gli inchiostri sono speciali?

Bri: Allora, l'inchiostro è un black glossy che è di una marca che sto provando e con la quale mi trovo benissimo; la carta grigio azzurra è una silver pearl. Raramente vendo le art print online, preferisco portarle alle fiere e per me sono degli esperimenti. Io le ho portate per i ragazzi di Filler, visto che loro non si fanno pagare per il banchetto. Quando la grafica mi convince scelgo di stampare qualche Special Edition.

TG: Strano questo disegno che hai fatto per i Why? Che cosa significa?

Bri: I Why? Sono stati tra i pochi gruppi che mi hanno esplicitamente richiesto di volere una grafica ispirata ai testi del loro ultimo album. Ho scelto di creare un'immagine che richiamasse una loro canzone nel punto in cui dice qualcosa come: andrò incontro alla rovina e alla morte, però adesso sono vivo e sto bruciando. Il concetto era di mostrare qualcuno vivo e che bruciasse interiormente.

TG: Quel concerto dei Why? è stato fatto in Inghilterra?

Bri: Sì, sto iniziando a mandare i miei poster anche fuori dall'Italia, perché non sempre riesco a mettermi in contatto con il gruppo che mi interessa. Per Amanda Palmer ho fatto un poster per la data di Berlino; adesso sto realizzando dei poster per un tour in Gran Bretagna dei Mercury Rev.

TG: Per le consegne ci pensano i corrieri?

Bri: Sempre. Quando però i gruppi vengono a suonare a Roma vado volentierissimamente a sentirmi i loro concerti. E' bello perché vado anche ai sound check, ascolto tutto con calma e mi accompagna anche mio figlio di 4 anni con le cuffie. In quei momenti, scambio due chiacchiere con i musicisti, questa è forse la dimensione più piacevole per chi fa Rock poster art.

TG: Bene, interessante. Allora possiamo sperare che ci saranno sempre più possibilità per lavorare in questa nicchia di mercato?

Bri: Lo spero, perché in Italia non è ancora partita questa nuova moda.

TG: Colpa dei musicisti?

Bri: No, forse non ci sono band abbastanza grandi da portare avanti un discorso del genere.

TG: Un Vasco Rossi o un Ligabue non potrebbero cimentarsi in queste cose?

Bri: Volendo, sì. Anche se non so quanto il loro pubblico potrebbe essere interessato al valore di un oggetto di questo tipo. Forse preferiscono un poster stampato industrialmente e non vedono la differenza con un prodotto artistico. Loro vogliono vedere la fotografia del loro cantante, forse non gli interessa un disegno originale.

TG: Il problema della serigrafia è che è una tecnica che viene sempre considerata a metà tra l'arte e un metodo economico per stampare.

Bri: Esatto.

TG: Si posiziona in uno strano target.

Bri: Siamo una di quelle vie di mezzo che trovano buona accoglienza solo in certi ambienti. Per questo Filler è perfetto.

TG: Fabio Meschini mi diceva che bisogna far nascere questa esigenza nel pubblico proponendogli il prodotto nuovo. Bisogna avere questo coraggio, se si vuole poi riuscire a vendere.

Bri. Certo, infatti il lavoro che stiamo facendo in questi meeting a Flatstock, ad Amburgo, o al Primavera di Barcellona (ha ancora il braccialetto al polso ndTG) è proprio quello di fare vedere alle persone i poster serigrafici e far capire il lavoro che c'è dietro a questa arte. Per questo si organizzano Live printing e si può parlare direttamente con gli artisti. Quello che solitamente la gente non capisce è che la persona che vende i manifesti dietro al banchetto è la stessa che realizza con le proprie mani il poster. Quando questa cosa viene compresa è una sorpresa e si illuminano gli occhi ai nostri interlocutori.


My name is Bri
Bri era tornata dal Primavera Sound di Barcellona da pochi giorni, prima di arrivare a Milano per Filler s.e. 2017.

TG: Com'è andata a Barcellona?

Bri: Bene, ma sono un po' stanca, la fiera era aperta dalle 16 alle 6 del mattino, per quattro giorni: giovedì, venerdì, sabato e domenica.


TG: Ci credo, è un orario un po' pesante.

Bri: E' un po' pesante, ma è molto bello incontrare la nostra poster-family; nel nostro ambiente non c'è competizione.

TG: Come si fa ad essere invitati a questi eventi?

Bri: Devi far parte dell'API (American Poster Institute).

TG: Come si fa a far parte dell'API?

Bri: Bisogna mandare una email agli organizzatori, per conoscerli basta andare sul loro sito, devi avere un portfolio e loro verificano che fai serigrafia, ma soprattutto che il 70% dei lavori che disegni sia dedicato ai gruppi musicali. Non puoi esporre troppi art-print, altrimenti, ovviamente non fai poster-art, ma qualcos'altro.

TG: Bisogna nascondere le stampe d'arte?

Bri: No, le puoi portare, ma la maggior parte dei lavori che porti al Flatstock deve riguardare le band.

TG: Che tipo di rapporto Hai con gli altri poster-artist?

Bri: Io vivo il rapporto con i colleghi più in maniera collaborativa che antagonista, per me sono veramente una famiglia e ne approfitto per avere la possibilità di imparare dagli altri guardando quello che fanno. Ogni volta che vado ad una mostra e vedo i lavori degli altri ragazzi mi sembra di assistere ad una lezione.

TG: In America sei mai stata a qualche festival?

Bri: No, purtroppo no. Tutti mi dicono che devo andare a Austin, dove c'è il Flatstock più importante. Mi interesserebbe andarci, ma ancora non mi sento di portare un portfolio abbastanza ben nutrito per esporre là.

TG: Conta molto anche per quali band hai lavorato? O conta soprattutto la tua arte?

Bri: Io credo che i compratori nelle fiere comprino, a prescindere della band che tu rappresenti, raramente mi è capitato chi mi ha detto: guarda c'è Motorpsycho, lo prendo perché mi piace: Molte persone, per esempio, vedono i Blond Red Head e prendono quel poster a prescindere, perché a loro piace quella band. 

TG: Questo lo immaginavo, ma per le band come funziona? Prendono un artista piuttosto che un altro perché ha lavorato per band molto importanti?

Bri: Le band vogliono sapere per chi hai lavorato, infatti ogni volta, per presentarmi, faccio l'elenco di chi è stato mio cliente.

TG: C'è una grossa differenza tra il pubblico che compra la stampa e la band che compra il lavoro?

Bri: Esatto. C'è anche un pubblico affezionato che ritorna spesso, eppure non penso che possa piacergli tutte le band che illustro. Evidentemente, gli piace il mio stile e continua a comprare le mie stampe. Questa è una cosa che mi rassicura e mi rende felice.

TG: Ho visto che in America esiste una poster art anche per film, serie tv ed altri generi. Ti interesserebbe fare qualcosa del genere?

Bri, Sì, esiste anche quel filone, sarebbe figo fare qualcosa anche per quel mondo...

TG: Poi, tu sei a Roma, magari riusciresti a trovare qualche contatto buono.

Bri: Non ci avevo mai pensato, non sarebbe male, anche se il film ha già un suo immaginario visivo, quindi penso che l'artista venga un po' più limitato.

TG: Però può comunque dare una sua interpretazione...

Bri: Credo che nel settore musicale sia più facile esprimere qualcosa di personale.

TG: Non trovi che gli americani lavorino un po' su scala quasi industriale con la serigrafia?

Bri: Non è detto...

TG: Però, utilizzano sistemi semiautomatici di stampa.

Bri: Questo sì, perché loro iniziano subito alla grande o lavorano con laboratori importanti con macchine semiautomatiche. Ovviamente, così è tutto più semplice, però anche in quel modo puoi sbagliare a fare un allineamento. Certamente, ci sono meno problemi di tempo e l'inchiostro viene passato regolarmente dalla macchina, non ci sono problemi di inclinazione della racla.

TG: Non c'è discontinuità nella qualità della produzione?

Bri: Non troppa, se i primi poster sono allineati bene, a rigor di logica anche gli altri dovrebbero uscire bene. Volevo realizzare un poster che non ho ancora fatto vedere, perché ho finito la lavorazione da pochissimo, in cui volevo ottenere un effetto rusty usando una carta lievemente goffrata, ma non troppo, altrimenti non si riesce a stampare. In alcuni punti per poter fare attaccare l'inchiostro mio marito ha dovuto dare un'inclinazione stranissima e lì è stato il delirio; credo che con una semiautomatica non saremmo mai riusciti a tirar fuori qualcosa di buono perché con quelle macchine l'inclinazione è fissa. In tutto ci sono i pro e i contro. Alcune cose si possono fare, altre no.


Rock Poster Art
La doppia versione, quasi con gli stessi colori, del poster degli Why? di My name is Bri.

TG: Bella questa carta dorata!

Bri: Anche questo poster l'ho stampato in due versioni, in realtà per un problema specifico. La band mi aveva chiesto 75 copie per loro, ma io non avevo abbastanza carta in casa e allora gli ho proposto la versione dorata e questa è quello che ho realizzato, con gli stessi colori e ho visto che funzionava. Soltanto un colore è leggermente più marrone, invece che nero.

TG: Le band tengono qualche copia per loro?

Bri: La maggior parte se le tengono quasi tutte. Mi è capitato un caso con gli Slow Dive... Ho fatto un poster per il concerto di Azzano Decimo che loro hanno trattenuto per loro ed hanno messo in commercio dopo, a Londra. Evidentemente, pensavano che in Italia le persone non fossero interessate.

TG: Le tue stampe hanno dei prezzi molto buoni, mi sembra che mediamente sono sui 25 euro, o sbaglio?

Bri: Dipende dal numero dei colori. Per regolarmi ed avere un mio standard ho deciso di fissare un prezzo a seconda di come viene stampato un poster, calcolando un po' il tempo speso per fare un lavoro. E' una mia scelta artistica. Un disegno in due colori ha il prezzo più basso: 15/20 euro, mentre un disegno a 6 colori è, per adesso, sui 35 euro.


Filler spring edition 2017 My name is Bri
Sabrina Gabrielli nel suo stand, a Filler, insieme a Daniel Tummolillo. Anche lui ha comprato un paio di bellissimi poster da collezione a My name is Bri.

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