domenica 31 marzo 2019

Guy De Jong e l'arte Astratto Espressiva

"Un artista desidera che tutti siano felici." Guy De Jong


Conosco Guy De Jong da più di 20 anni, ma non vi ho mai parlato di lui su queste pagine; adesso per festeggiare i suoi 70 anni, compiuti il 25 marzo scorso, ho pensato di mostrarvi un filmato che ho realizzato con mezzi piuttosto semplici nel 2014.
Guy è un artista totale, nato a Bruxelles, ma trasferitosi sulle sponde del Lago di Como da circa 40 anni; si esprime con moltissime tecniche e linguaggi che vanno dalla pittura, alla scultura, all'incisione, alla ceramica, alla musica, alla poesia. Il suo stile è semplice, ma è pieno di vita, colore e amore.
Guy da qualche anno vive e lavora a Peglio dove oltre allo studio ha anche una casetta adibita ad esposizione permanente delle sue opere.


Guy De Jong e l'arte Astratto-Espressiva - Filmato

L'arte di Guy è un incontro tra un astrattismo che viene preso come sfondo di figure umane dalle quali traspaiono grande umanità e sentimento.

Per conoscere meglio Guy potete guardare un altro filmato del 2006: Amore sulla Spiaggia
In quel video vedrete l'artista e un baretto di legno dipinto nel 2005. Guy parla di come sia difficile per un artista essere compreso dalla gente e cita un episodio accaduto a Picasso in cui una scala su cui compariva una sua opera a Parigi era stata riverniciata di bianco e  poi del tentativo di recuperare il disegno originale quando si comprese il valore della decorazione.
Per ironia della sorte anche il bar "La Sciatera" è stato riverniciato dopo che è stato venduto ad un altro proprietario.
In un altro video, Guy parla di un'esperienza poco piacevole, quando è stato quasi chiamato a morte improvvisa. Dopo l'intervento di cardiochirurgia il mio amico si è sentito "Rinascere per sempre" ed ha voluto trasmetterci ciò che ha compreso della vita. TG





martedì 26 marzo 2019

Heavy Metal (racconto plausibile) di Stefano Bacci

Eccovi un altro racconto inedito di Stefano Bacci, solo per palati raffinati. È un po' lungo, lo so, ma se amate lo stile schietto e un po' ricercato del novellista su commissione pisano non potrete non restare incollati allo schermo del pc fino alla fine della narrazione, perché questa storia sembra prendere spunto dalla cronaca nera di questi ultimi giorni.
Troverete elementi di sesso, mistero, intrighi e disillusioni personali che si intrecciano con una visione cinica, ma arguta di uno scenario possibile nel quale ognuno di noi, forse, potrebbe trovarsi a contatto contro il suo volere e certamente controvoglia, anche solo perché noi sognatori non amiamo rischiare la pelle per una causa che non è la nostra che comunque non conosciamo.
Anni fa un amico mi raccontò di strane frequentazioni negli ambienti del divertimento del sabato sera; gente senza scrupoli che affrontava discorsi assurdi senza timore di essere ascoltata da orecchie indiscrete, forse perché aveva la certezza di lavorare per qualcuno molto potente che può far scomparire ogni traccia a posteriori, anche dagli schedari più sicuri.
Recentemente, un altro conoscente mi ha parlato di come sia possibile rendere tossiche sostanze apparentemente innocue e come si possa essere avvicinati da elementi poco raccomandabili che ti impongono di fare ciò che vogliono.
Questa volta non vi stiamo parlando di piani metafisici o mondi paralleli, ma di incontri fatali che possono capitare a chiunque.
Non voglio aggiungere altro; vi invito vivamente alla lettura di una storia scritta benissimo che sicuramente vi farà riflettere e magari vi toglierà il sonno.
La trovate ancora una volta online su Frammenti di Cultura, ma la proprietà letteraria, com'è giusto che sia, è tutta del suo autore. TG

Modella marocchina Imane Fadil
Pericoli nell'ombra

HEAVY METAL
(Segreti pesanti)
di
Stefano Bacci

Prologo
Ci vuole pazienza. Ci vuole metodo.
E io ce li ho. Entrambi.
E charme ci vuole. E classe.
Eleganza e preparazione. Parlantina e discrezione.
Molta discrezione. Tantissima discrezione: debbono valutarti affidabile oltre il 100% o non vai da nessuna parte.
Mai.
E se di mestiere fai la spia questo può essere un problema non da poco. Anzi: è il problema.
Perché spie non si nasce, spie si diventa, spesso per caso. Ma una volta dentro non è che fai un salto all'INPS a farti calcolare se hai i requisiti per la pensione o se con Quota 100 riesci a mollar tutto un paio d'anni prima del dovuto.
È tutto complicato.
E nello stesso è molto meno nebuloso di quanto non sembri visto da fuori.
Anch'io, da giovane, leggevo libri o guardavo film di spionaggio, quando ancora vivevo nel mio paese di origine. Anche qui in Italia avevo continuato a farlo e anche a me quello sembrava un mondo mirabolante, fatto di avventure estreme, di audacia infinita, di intrighi fittissimi, di realtà parallele che si sovrappongono alla realtà quotidiana come una di quelle maschere “alla Diabolik”, per intenderci.
Velo dico subito: non è così.
È molto meno e molto più di così.
Molto meno, perché la maggior parte del lavoro lo fai per carpire segreti da nulla, utili soprattutto a qualche industria nazionale o straniera che ha i rapporti giusti col Governo in carica e i suoi cospicui interessi da curare e si affida alle strutture parallele dello stato amico per ottimizzare il business a spese della concorrenza, a sua volta spalleggiata da identiche strutture straniere.
Oppure si tratta di tener d'occhio 4 invasati post-qualcosa, neo-sa-il-diavolo-cosa, o convinti di agire in nome di un qualche dio che vedono solo loro al mondo, almeno in quelle vesti di belva assetata di sangue infedele che loro gli attribuiscono.
O ancora di sgamare i colleghi in casacca avversa, le “spie nemiche”, che potrebbero essere perfino un tuo alias, un tuo alter ego, il te stesso doppio e triplogiochista che già che c'è ci prova ad ottimizzare gli introiti.
Meno di quel che vi aspettavate, ammettetelo.
Ma c'è anche il “molto più”.
Perché, proprio come nei film o nei romanzi, si può morire. Vittime di incidenti sul lavoro che non troverete nelle statistiche dell'Inail, perché se l'epilogo è tragico è facile finire a: “Chi l'ha Visto?”, o sotto ad un viadotto per via di un incidente stradale fantasma, o caduto sotto i colpi di qualche banale malattia inattesa e imprevista che nessun medico legale indagherà, per quanto sospetta a qualcuno questa possa sembrare.
Ma state pur certi che non ci ritroveranno con un buco in testa nel backstage de La Scala o su qualche spiaggia VIP.
Niente scalpore. Niente “circo mediatico”.
E niente stop del regista; nessun attore che si rialza e si toglie gli abiti di scena imbrattati di finto sangue.
Nossignori: se si muore, si muore davvero. E neanche i congiunti sapranno mai il motivo reale. Fine. Condoglianze. L'assicurazione a volte paga, se ne avete una. Un datore di lavoro fantasma emette un'ultima busta che viene accreditata sul conto corrente di famiglia. È tutto.

Prima parte
Vi ho già detto che per fare questo mestiere ci vuole charmesavoir-faire, presenza e discrezione? Sì?
Beh, vi ho mentito!
O meglio: non servono affatto nel lavoro di routine, quando si tratta di verificare, riscontrare, schedare, sorvegliare, intercettare, prevenire. E, non faccio per dire, ma il 90% del mestiere di spia e della giornata-tipo dell'agente dei servizi di questo è fatto, che vi credete?
Viceversa, sono qualità fondamentali quando l'incarico prevede l'infiltrazione in determinati ambienti, in giri tutt'altro che beceri, al contrario: parliamo di ambienti medio-alti, qualche volta elevati, in alcuni casi elitari. È lì che ci vuole talento. Quel talento di cui io dispongo a bizzeffe.
Quel talento che indusse un certo signore, attualmente mio capo-divisione, a valutare con attenzione la segnalazione del suo sottoposto, responsabile del reclutamento e che lo convinse a farmi contattare con modalità affabili da persone che di mestiere quello fanno: avvicinare, contattare, dire il minimo indispensabile, proporre, accompagnare in un anonimo ufficio della Capitale dove neanche il Re dei Dietrologi o il Principe dei Sospettosi immaginerebbe mai che merce si tratta davvero lì, consegnarti a certi formatori che ti fanno le bucce su ciascun aspetto della tua vita (che peraltro già conoscono in mille dettagli ancor meglio di te, che tante cose le hai ormai archiviate, rimosse o dimenticate proprio) e solo alla fine di un certo percorso arriva finalmente l'ingaggio.
Per quanto io ne possa sapere è così che funziona.
O perlomeno per me fu così.
All'epoca mi occupavo di relazioni pubbliche e di organizzazione e gestione di eventi di un certo tipo, roba di classe o quantomeno a portata di poche tasche ben gonfie, ma parecchio, parecchio, parecchio ben gonfie...
Tutta gente che “siccome può, allora vuole”.
È perfino superfluo che ve lo dica, non si tratta di personalità che attribuiscono a leggi, regole e costumi standard quel valore di limite invalicabile ai loro personali capricci, gusti, attitudini, propensioni al consumo. Tutt'altro. Si direbbe, anzi, che il loro desiderio segua un grafico di proporzionalità inversa al concetto stesso di “liceità”. Più qualcosa è illecito, più a loro garba. Da liceità a licenziosità dopotutto ballano giusto 5 insignificanti letterine.
E io procuravo che nessun desiderio di questi maggiorenti restasse insoddisfatto, e quando se ne fosse dato il caso e la necessità, pur nei miei umani limiti provvedevo in prima persona a soddisfarlo.
Girano soldi, signori, e la vita è troppo breve per rinunciare a valorizzare certe attitudini personali che sogliono gratificare alquanto la committenza solvibile, quella che senza batter ciglio aggiunge maggiorazioni e regalini mica per ridere ai cachet già stratosferici previsti per il servizio, sia il mio personale a margine dell'evento mondano, sia quello generale relativo all'evento stesso che pur sempre io, con soci e compari, gestivo e organizzavo al meglio, su standard stellari.
Alla fine, tutto è routine.
Infatti, dopo la mia rapida scalata ai vertici di quel mondo, già mi stavo interrogando su quale futuro avrei voluto assegnarmi; su quanto ancora avrei potuto o voluto lasciarmi impastoiare in quella vita; su quanto ancora le mie doti fisiche e il mio talento relazionale mi avrebbe garantito visibilità e domanda.
Fu un banale contrattempo a indicarmi la via: una caduta dalla bici (mio vecchio hobby e passione giovanile mai sopita), o meglio un furgone che si venne a trovare dove non avrebbe dovuto essere, una brutta frattura nel fritto misto di altre ossa rotte in maniera meno sfacciata, con completo di mix di contusioni varie e traumi assortiti e mi ritrovai a fare riabilitazione in una clinica specializzata.
Neanche a dirlo, la clinica apparteneva, al pari di altre simili, ad una certa Nobildonna che potremmo definire come una “frequent flyer” della mia compagnia di organizzazione/gestione eventi, stimatissimo ed eminente membro delle élite della beneficenza, del terzomondismo umanitario, della vecchia tradizionale “charity” evoluta in modo quasi automatico in ramificate strutture di assistenza, accoglienza, integrazione, intermediazione culturale con sedi in ogni angolo del mondo e finanziamenti... a pioggia? Mah! A cascata? Ancora non ci siamo. A regime alluvionale? Non rende a sufficienza l'idea. Uno tsunami di finanziamenti da qualsivoglia organizzazione statale, sovra-statale, mondiale. Questo era. Se esistesse ancora Atlantide, di una sola cosa potreste star certi: finanzierebbe qualche programma della sopracitata Nobildonna finalizzato ad agevolare l'interscambio culturale ed artistico fra la stessa Atlantide e il nostro Paese.
Ora, voi non avete idea di come questi personaggi si dannino l'anima pur di raddrizzare il crudele destino riservato ai meno fortunati tagliati fuori, per mera casualità legata al luogo di nascita, da ogni possibilità di affermazione e riscatto. E non avete idea di quanto la nostra Nobildonna si sapesse mettere in gioco “da pari a pari” quando si trattava di precipitarsi in qualche cencioso e derelitto villaggio di qualche savana centro-africana conteso da milizie avverse, vessato per la sua appartenenza all'etnia o al credo religioso non congruo all'ambiente circostante, minacciato dalla desertificazione, abbandonato dall'acqua dolce, falcidiato da epidemie o altre calamità.
E, quasi per un automatismo del sistema immunitario, lei e tutti gli altri maggiorenti avvertivano, di quando in quando, al ritorno da cotante sfibranti campagne etiche, l'estrema necessità di rigenerarsi in incontri per pochi intimi a margine di nuovi eventi o appuntamenti calendarizzati.
Era quello il mio pane quotidiano: non si doveva andare a spaccare il capello in 4 quanto a gusti sessuali, propensioni al consumo di sostanze psicotrope oltre le bevande alcoliche (sempre al top), scarsa attitudine a fare dei rapporti sessuali una questione di coppia, né men che meno di genere.
Anche in quelle circostanze coperte dalla più assoluta discrezione, del resto, la Nobildonna e i suoi amici di analogo lignaggio manifestavano tutta la quanta la loro indole paritaria nei confronti del popolo. Infatti non mancavano mai di relazionarsi con emissari di detto popolo selezionati fra i più affascinanti, disponibili, prestanti, seducenti, devoti, instancabili, servizievoli, efficienti e opportunamente selezionati e monitorati sotto ogni punto di vista, incluso quello sanitario.
E non dovete pensare neanche per un secondo che l'elenco degli aggettivi che ho appena indicato nel capoverso precedente sia declinabile in entrambi i generi, maschile femminile, per una mera coincidenza o casualità lessicale.
Al contrario, è perché meglio comprendiate quanto variegata fosse la domanda che si levava dagli invitati in termini di inclinazioni dell'eros. E quanto fosse assolutamente necessario che gli organizzatori (io fra questi) facessero in modo che nessuno restasse privo di un ampio ventaglio di scelte indipendentemente dall'ortodossia o dalla bizzarria dei loro “desiderata” in materia di sesso e sostanze, a meno che non fossero essi stessi a scegliere la modalità solitaria, limitandosi ad una distaccata presenza inattiva.
E se qualcuno avesse manifestato un interesse particolare per noi event-manager, beh: non era certo il caso di allontanare quel calice dalle nostre labbra allenate. Erano, più che gli incerti, le variabili del mestiere. Potevano essere piacevoli o seccanti, ma occorreva comunque sopperire al meglio.
Non mi ricordo un solo episodio, a memoria mia, nel quale questo abbia rappresentato per me un problema insormontabile, né che qualcuno abbia avuto da ridire sulla qualità della mia compagnia particolare.
E men che meno di quella dell'evento in generale, o della discrezione tombale, dell'oblio assoluto in cui questo scivolava già al mattino successivo.
Non per niente la ditta si chiamava “Orfeo e Euridice”: vai pure nell'Ade e prendi chi vuoi, ma al ritorno sulla vecchia Terra non ti sarai portato niente e nessuno con te. Che resti pure il mito, a patto che scompaiono le tracce.
E le tracce sparivano, su questo potete scommettere sereni tutto quel che possedete, inclusi i vostri sogni seriali, uno fra tutti quello di far parte a qualsiasi titolo delle nostre piccole kermesse.

Seconda Parte
Ci illudiamo sempre di conoscere a fondo le persone.
E se la conoscenza include anche certi aspetti intimi, legati a quella zona grigia che sta a metà strada fra i segreti di alcova e la pubblica rispettabilità connessa alla morale, allora la nostra convinzione si eleva fino al punto di indurci a credere di avere in pugno i nostri interlocutori, se mai dovesse giungere il momento di avanzare qualche rispettosa richiesta: di aiuto, di denaro, di agevolazioni, di presentazioni, di sostegno a qualche causa, di sponsorizzazione, di acquisto di quote nel tal contesto di business o nell'altro.
Ma le persone, in verità, non si conoscono mai del tutto.
Io, ad esempio, mai nella vita avrei pensato, non per un solo istante, che la mia Nobildonna non ne avesse già abbastanza di attività in cui infilarsi, pubbliche o private che fossero.
Mai, e dico mai, e vi ripeto mai avrei immaginato che ci fosse “altro” dietro quella facciata che nascondeva altre facciate che celavano ulteriori facciate e così via, in un gioco di scatole cinesi dove la faccia vera non la scorgi mai e continui ad imbatterti in facciate.
Credevo non ci fosse altro da scoprire.
Mi sbagliavo.
Debbo anche confessarvi che la mia sorpresa fu tutto sommato contenuta, quando ebbi modo di accorgermi di quanto e su cosa mi stessi sbagliando. Se vi mettete nei miei panni d'altronde, capirete subito che poco ormai può meravigliarmi davvero. E, non faccio per dire, ma viaggio sui 30 anni di età.
Fu il reclutatore ad accennarmi appena, ma furono i suoi livelli superiori, là in quell'ufficio capitolino anonimo di cui vi ho già parlato, a circostanziare meglio la vicenda.
Vengo al sodo: la Nobildonna, a quanto pare, non si limitava a importare ed esportare creature infelici o tessuti pregiati, opere inedite di artisti emergenti del terzo mondo e pezzi rari di artigianato prodotto da scuole ancestrali di tribù semi-estinte.
Non le bastava gestire flottiglie e un intero organigramma complesso di ONG e ONLUS, né si appagava del tutto della sua discreta ma implacabile attività di lobbista presso i vari Organismi Sovranazionali planetari, ente principe e sue emanazioni inclusi.
Neanche i retroscena a me noti, quelli nei quali lei e i sui pari si rifocillavano da tanta instancabile, frenetica, umanitaria attività sembravano quindi restituirle la pace.
La Signora, a quanto pare, prestava le proprie capaci spalle a traffici di materiali radioattivi tanto proibiti quanto indispensabili a certe potenze nazionali irresistibilmente attratte dall'idea di poter disporre, o perfezionare a seconda dei casi, di un bastevole contingente di ordigni nucleari, a vocazione difensivistica e di deterrenza, o espansionistica e aggressiva a seconda dei casi e, soprattutto, delle interpretazioni tele-guidate dei mass-media vecchi e nuovi sulla base delle esigenze di creazione di consenso popolare generale verso le scelte di politica estera di questo o quel Governo Nazionale.
Che poi, chi lo deve sapere lo sa, più che di politica estera si parla di macroscopici interessi economico-finanziari e della cornice nobile, meno prosaica della rozza real-Politik che deve contenerli e renderli presentabili.
Ora, il fatto si poneva in questi termini: c'erano molteplici indizi che riconducevano alla Nobildonna, ma nessuna prova concreta. Nessunissima.
Anzi, a dirla tutta, non si poteva ancora escludere del tutto che la Nobildonna fosse estranea ai fatti, o magari al corrente, sì, ma disinteressata e distante, e che le trame fossero ordite e gestite da qualcuno a lei molto vicino. E anche questo non era un gran dire, perché i suoi interessi erano talmente variegati ed estesi nel mondo intero che non sarebbe stato comunque facile individuare i responsabili e operare un riscontro fattivo.
E così, quando si dice il caso, io mi venivo a trovare nella condizione ideale: frequentavo la clinica per la riabilitazione post-sinistro; e facevo parte, con ruolo di primario rilievo, del management della società che gestiva gli eventi mondani della Nobildonna e del suo ambiente.
Le doti delle quali Madre Natura mi aveva munificamente colmato erano l'ideale per drizzare le antenne e carpire informazioni riservatissime.
Fu così che divenni Operatore alla raccolta delle Informazioni per conto dei Servizi statali
Questo è quanto. Facile a dirsi.
A dirsi.

Terza parte
Ci scommetterei: se provaste ad immaginarvi il traffico di materiale radioattivo e quello delle componenti tecnologiche, informatiche ed elettroniche necessarie a realizzare un dispositivo nucleare, subito evochereste scenari da grandi intrighi, fatti di trasporti avventurosi e rischiosissimi, con relative cacce all'uomo e trucchi e marchingegni di fantascientifica efficienza.
Niente di più mitologico.
Voi non avete idea di quanto sia più facile, sicuro e affidabile ammorbidire qualche funzionario di dogana o qualche ispettore di questo o quell'ente civile o militare, anziché scimmiottare le gesta di un improbabile James Bond.
Direte: “Ma come: non mi dirai che il plutonio, per dirne uno, viaggia come un qualsiasi articolo comprato on-line da Amazon?”
No, ma non siamo neanche troppo lontani da quello.
Mi spiego meglio: ci sono decine e decine di attività umane che, in modo del tutto legale, necessitano la movimentazione di materiali radioattivi. Dalla medicina all'industria della carta, dalla farmacologia alla fotografia, passando per l'edilizia e la ricerca scientifica di base e specialistica. Ciascuno di questi rami si articola poi in sotto-settori.
I minerali radioattivi hanno un loro mercato “bianco” e circolano seguendo protocolli ovviamente rigidi e precisi che ne regolamentano la movimentazione da un qualsiasi punto del pianeta ad un altro, entro e al di fuori di uno o più confini di stato.
Viaggiano per mare, per cielo e per terra, su treni e camion e in ogni altra modalità possibile ed immaginabile.
Certo, ci deve essere un esatto riscontro e una assoluta ispezionabilità in più di una circostanza, stante la particolare natura dell'articolo trasportato.
Ma se allenti le maglie dei controlli e dei riscontri, è incredibile quando facile sia dar vita al “nero” parallelo, che poi più di un soggetto si contenderà a cifre da capogiro.
Tuttavia non dovete pensare a qualche gangster da caricatura che va dispensando bustarelle a mezzo mondo, nel settore dogane e ispezioni. Uomini e donne parlano, desiderano, seducono e sono sedotti, amano e sono amati, usano o abusano e sono usati e abusati, commettono errori e nascondono scheletri in armadi tutt'altro che inviolabili che ne conservano fior di tracce, bramano scorciatoie e si espongono al ricatto.
In poche parole: sono facilmente manovrabili e quasi sempre, per un verso o per l'altro, corruttibili.
Non c'è affatto bisogno che tutto questo sia esplicito.
Nessuno si presenta con un sacco di soldi in mano e compra la compiacenza di Tizio o Caio.
Tu sai già che fra qualche mese il tal carico dovrà passare dal tal porto, aeroporto, stazione, terminal, molo. Hai tutto il tempo di favorire l'incontro di un funzionario, di un addetto, di un responsabile, di un Caposervizio, di un piccolo satrapo locale con qualcuno che costui non potrà fare a meno di notare, uomo o donna che sia, etero o gay, single o maritato/a.
È incredibile quanta confidenza dia e riceva un essere umano nel momento in cui la passione scoppia nel suo cuore e da lì si spande fino a sotto l'ombelico.
E magari la nuova fiamma, dopo 3 settimane di autentico stordimento e sperdimento dei sensi, durante una cenetta rilassata, fra le tante altre cose ti parla “en passant” di quel suo amico imprenditore del ramo farmaceutico vessato e quasi ridotto al fallimento dalla burocrazia che gli blocca continuamente l'arrivo di alcuni prodotti che a lui e al suo business servono come il pane, e che lui paga in largo anticipo per poi vederseli sempre, immancabilmente bloccati pro-tempore per via di qualche nuovo cavillo legale, trattandosi di merci soggette a normative particolare; e il discorso si chiude lì e subito si parla o ci si occupa di altro: vini, pietanze, un secondo round a luci rosse, progetti per il futuro.
Poi, dopo qualche giorno, il tuo uomo piazza l'esca: “Ti ricordi del mio amico farmaceutico che ha sempre problemi... e bla-bla-bla? L'ho sentito l'altra sera e magari puoi dargli una mano. La sua ditta si chiama … e aspetta una spedizione prevista il … del mese di ... e mi chiedevo, anche se a lui non gli ho fatto parola, se non puoi adoperarti per agevolarlo ad un più solerte disbrigo delle pratiche. Oltretutto, semmai lo informassi che fai questo per lui, sono certo/a che non mancherebbe di manifestare un segno tangibile della sua gratitudine. Per lui sarebbe anzi un sollievo: fra fare un regalo a chi gli ha fatto un piacere e chiudere bottega per impossibilità di proseguire nella sua attività, è evidente che preferirebbe riconoscere una spettanza a chi dovessi fargli da consulente in un campo dove tu ne sai quanto pochi altri al mondo e lui non ha strumenti.”.
Funziona, gente, credetemi.
In ogni caso, le volte in cui questo non dovesse bastare, ci sono sempre dei video molto hot già in circolazione sui soliti siti per pornografi. Certo, quando uno sente fare beep al suo cellulare, vede un messaggio, dentro c'è un link, lo apre e visualizza una clip dove si vede tutto-ma-proprio-tutto tranne i volti dei protagonisti, ma sa perfettamente che i volti in questione sono il suo e quello del suo amato bene e il messaggio lascia intendere che la “Part two” del filmato sarà presto sul web in tutto lo splendore dei faccioni dei protagonisti, nella certezza che mogli o mariti faranno salti di gioia quando riceveranno via whatsapp analogo link, così come del resto parenti vari, amici, conoscenti, superiori e sottoposti sul lavoro, a meno che...”, ecco: potete giurare che quel che accadrà sarà indubbiamente “a meno che”.
La conquista uscirà di scena senza lasciare neanche una traccia, ma avendo al contrario lasciato una miriade di traccianti, così che nei rari casi in cui il pollo di zampa gialla si rivelasse uno tosto, una mosca bianca dall'etica incrollabile, disposto a lasciarsi massacrare dallo scandalo pur di smascherare la trama, questa volontà incrollabile verrebbe intercettata al minimo accenno via telefono, via email, via social, via messaggio, perfino via confidenza vocale testa a testa con un amico del cuore nel chiuso di casa sua o nel frastuono di un locale affollato. È così facile attivare in remoto un microfono di smartphone!
E se proprio, ma sono casi assolutamente rarissimi, qualcuno non se ne desse per inteso, chi potrebbe farsi venire dei sospetti se il nostro eroe si venisse a trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato, tipo nel bel mezzo di una rapina inaspettatamente violenta ad un ufficio postale, mentre era lì tutto tranquillo che pagava il suo bollettino mensile relativo a qualche acquisto a rate? “Signora mia, che tempi! Qui questi delinquenti ammazzano per un pugno di spiccioli! Arrivano fatti e strafatti per darsi la carica. Come vedono, a almeno così a loro sembra, qualcuno fare un solo accenno di movimento dubbio, aprono il fuoco sul primo malcapitato. Bang, bang bang! Che poi era tanto un brav'uomo!”.
E quanti ubriachi al volante raddrizzano il rosso e si buttano nel mezzo di un incrocio mentre l'ignaro automobilista passa tranquillo col verde?
Per non parlare delle risse fra gang di latinos nei locali e nelle tabaccherie. Improvvise, violente, ci vanno sempre di mezzo degli innocenti. Poi, valli a beccare questi banditi. Potrebbero essere clandestini, fantasmi fra fantasmi.
Insomma, ci siamo capiti: non ci vuole l'auto volante o il teletrasporto o la macchina smaterializzatrice. Basta sfruttare le umane debolezze e bramosie. E non farsi troppi scrupoli quando il metodo standard non funziona. Certo: non sarà la famosa “licenza di uccidere” del principe di tutti gli agenti segreti di Hollywood, ma è incredibile quanto poco zelante diventi, e quanto distratto si riveli un medico legale davanti alla prospettiva concreta di un inatteso avanzamento di carriera, di un bonifico molto sostanzioso a della personificazione delle sue più recondite fantasie sessuali. La morte inattesa che ti passa vicina con la sua gelida ala ti spinge con forza a ricercare un colpo di vita e di vitalità compensatorio sotto forma di sublimazione dell'angoscia in pulsione erotica incontenibile.
È facile manipolare il prossimo, quando sai tutto di lui, credetemi, specie se hai accesso a tutti i data base e sei una persona che non conosce il significato del termine “scrupolo”.
Sono solo esempi, fantasie. Ma vi sarete iniziati a fare un quadro meno metafisico del nostro mestiere, poveri creduloni?

Quarta parte
L'efficienza fisica è importante, sia quando gestisci eventi per i piani alti della società, sia quando svolgi o coordini attività di raccolta di informazioni.
Anche la lucidità mentale, certo.
Perché è relativamente facile smascherare chi delinque spinto da un impellente stato di necessità.
Non altrettanto si può dire quando il tuo Mister X (uno o più d'uno, neanche questo sai, in partenza) commette reati gravissimi, reati per i quali rischia tutto quel che ha. E non lo fa per bisogno, ma per noia, per sfida, per avidità, per provare il brivido, perché a sua volta incastrato. Mille possibili moventi, ma con la costante di non potersi permettere di essere smascherato, perché quel che ha da perdere è smisurato.
Dopo l'incidente, il mio standard di lucidità ed efficienza non è ancora al top: ho dovuto assumere troppi farmaci, ho dovuto cambiar dieta e non sono ancora sui miei precedenti livelli di operatività.
Per questo devo delegare ai miei più stretti collaboratori più di quanto non vorrei, ma non c'è alternativa e debbo fare di necessità virtù.
Come se non bastasse, la faccenda è complessa e non ho ancora certezze.
O meglio: ne ho una. Quale? Questo “affaire” fa gola a tanti, troppi.
Se fai questo mestiere, impari a riconoscere i colleghi, come loro riconoscono te.
Non è diverso dai giornalisti di decine di testate diverse che parlano del fattaccio di cronaca che li tiene tutti lì inchiodati da giorni fuori dalla palazzina che è stata scena del crimine di qualche efferato delitto dalla vasta e perdurante eco mediatica. Ognuno sa che l'altro sa qualcosa che lui non sa e viceversa. Con mosse ben calcolate si minimizzano i rischi derivanti dal lasciar trapelare qualche informazione esclusiva in cambio della disponibilità del collega-rivale a ricambiarti la cortesia. Ognuno ha i suoi canali. Almeno quelli bravi li hanno. Ciò che ancor non sai è sempre maggiore di quel che puoi far sapere ad altri.
Certo: ci vuole esperienza, fiuto, astuzia, abilità. Puoi prendere granchi. Puoi dare senza ricevere. Come può accadere il contrario. Ognuno ha in tasca il tesserino con il nome del proprio giornale ben scritto in chiaro, a differenza di noi che risultiamo ufficialmente “organizzatori di eventi”, “addetti d'ambasciata”, “responsabili ufficio-stampa”, “addetti alla sicurezza della tal azienda”, perfino “rappresentanti”. Ma fra compari ci si riconosce.
Stavo iniziando a mettere insieme i pezzi del traffico di isotopi e già avevo visto in giro, come sparvieri in planata, questo o quell'incaricato del tal servizio o del tal altro.
E fin qui tutto ok.
Quel che non è così ok è che circolano anche un paio di soggetti che anch'io, che pure ne ho già viste di cotte e di crude, ho difficoltà ad inquadrare. Uno di loro si è anche fatto avanti.
Parla con un leggero accento del Sud Italia, ma non è certo lo sgherro di qualche cosca di bassa lega, potete scommetterci.
È perfino colto, erudito, direi. Cita Tommaso Campanella e il Muratori, che è un intellettuale minore del '700 che non conosci se i tuoi studi non sono almeno di livello universitario. Anche a questo livello, te ne dimentichi e certo non lo citi spesso.
In poche parole, mi ha proposto di lavorare anche per “loro”. Nessun doppio gioco, solo una condivisione di informazioni e di intenti. Ben pagata, s'intende. Molto ben pagata. E, in segno di buona volontà, mi ha girato alcune informazioncine di cui non ero (ancora) a conoscenza, così che ho potuto collegare certi punti che non sapevo bene come inquadrare, almeno alla luce delle mie conoscenze del momento.
Non si dovrebbe fare, ma si fa.
Chiaro, è stato tutto un “dico, ma non dico”, un “sono, ma non sono”, un “supponiamo che la Nobildonna in passato abbia avuto una lunga e coinvolgente relazione con...”.
Io replicavo con gli “Ah! A me risultava invece che il secondo marito fosse il socio occulto della tal Agenzia di import-export attiva in Turchia, ma potrei anche sbagliarmi” e i “Non le sembra curioso che all'indomani del tal evento a Tel Aviv una biondissima signorina dall'aspetto Est-europeo abbia intrecciato una relazione muy caliente con l'incaricato d'affari israeliano a Lisbona?”
Ho controllato il mio conto corrente nel solito paradiso fiscale. Quello inviolabile e non riconducibile a me. Il saldo è cresciuto e di parecchio. Bonifici. Irrintracciabili. Causale: consulenza professionale.
Questa gente sa il fatto suo. Anche troppo, mi pare.
Meglio non dare troppa ulteriore confidenza.
Meglio arrivare a delineare un quadro meno vago possibile di responsabilità oggettive, ruolo per ruolo, riferire a chi di dovere e lasciare che chi ne ha facoltà decida se e come agire.
Poi un check-up per vedere di recuperare prima possibile questa benedetta forma psico-fisica che ancora non c'è e la cui mancanza mi mette non di rado all'angolo opprimendomi con stanchezze premature e senso di affaticamento. “È normale, dopo un incidente come il suo”. Questo il ritornello di tutti gli specialisti consultati. Passerà. Questione di settimane, dicono. O di mesi, al massimo.
Poi, niente di meglio di un lungo, lungo periodo di ferie e riposo in riva a qualche mare lontano.
In ogni caso domani mi devo ricordare di passare a ritirare i risultati degli esami.
Domani. Ora ho sonno.

Quinta parte
Non è possibile, non ci posso credere; ditemi che sto sognando e che fra poco mi sveglio e tiro un sospiro di sollievo.
Non c'è.
Non ce n'è traccia.
Nessuno che sappia dove sia finita, né se ci sia mai davvero stata.
Come “cosa”?
La clinica, la struttura, il Laboratorio di Analisi, cazzo!
Era qui, in questo palazzo anonimo tutto uffici, targhe, assicurazioni, studi professionali.
C'era anche il portiere, ma non era lo stesso di quando ho fatto i prelievi, no. Quello era un uomo, questa è una donna. Una donna che ne sa meno di me, a quanto dice.
“Guardi non so che dirle, mi dispiace. Il mio capo mi ha detto che avevo un sacco di ferie arretrate, che la legge è cambiata e che se non le prendevo le avrei perse e non me le pagavano nemmeno. Non le pagano più. Così mi sono fatta un mese di vacanza e... che le devo dire? Fintanto che sono stata qui, laboratori per gli esami del sangue non ce ne sono stati, su questo posso giurarglielo sulla testa dei miei nipotini. Lavoro qui da 14 anni, può credermi. Le posso dire che capita spesso che qualche azienda prenda in affitto qualche ufficio per brevi periodi, magari perché hanno qualche evento importante o aprono una nuova sede qui in città e aspettano che sia pronta, ma che mi ricordi io un centro analisi non c'è mai stato”.
Wow, fantastico. E il suo sostituto, le ho chiesto?
“E chi l'ha mai visto! Ho smontato un venerdì pomeriggio e lui avrebbe preso servizio presto, il lunedì mattina, al posto mio. Diceva il capo che è uno del mestiere e che non aveva bisogno di venire a farsi dare le consegne”.
Bene. So cosa fare. Da questa non c'è altro da sapere, se non il numero e l'indirizzo del “suo capo”. Una visitina e questo canta come un usignolo e mi dice chi gli ha chiesto di fare tutta questa manfri... no, no, no! Fermati! Stop. Ma non capisci? Ma non capite? A cosa servirebbe? A morire informati? Lo capite, vero, cosa significa tutto il cinema del laboratorio d'analisi usa e getta, del sostituto portiere e compagnia cantante. Ma vi dirò di più: se risalgo a ritroso nella cronologia, vi so anche indicare il punto d'inizio. È cominciato tutto con quel dottorino fresco di laurea che, dopo l'incidente, mi suggerì di non fare le visite periodiche nella struttura pubblica, dove avrei dovuto buttare intere giornate per ottenere in cambio un servizio approssimativo, e mi indirizzò alla Clinica convenzionata del circuito della Nobildonna, di cui lui tutto ignorava, inclusa la sua stessa esistenza, o almeno io allora così pensavo. E quando la riabilitazione cominciò ad andare per le lunghe e si resero necessari esami specifici, fuori-standard rispetto ai soliti test routinari e possibili solo in laboratori specializzati che avevano i costosi macchinari adatti, solo allora mi indirizzarono qui, dove ora c'è solo una vecchia portinaia rincoglionita e uffici anonimi. Ed ero già con un piede dentro la trappola. Un bel lavoro, non c'è che dire. Roba seria, fatta con tutti i crismi del mestiere. Con ogni probabilità, quello era il Piano B e il furgone contro cui andai a sbattere con la mia bici avrebbe dovuto essere abbastanza per mettermi dentro a una bella cassa da morto. Ma la mia tempra robusta ha reso necessarie cure, medicine e iniezioni. E la faccia disperata dell'omino del furgone e la sua voce piagnucolante mentre chiamava l'ambulanza non mi avevano ingenerato alcun sospetto, anche perché ero parecchio fuori-uso per il colpo. Fuori-uso ma ancora qui, in questa valle di lacrime. Da qui il Piano B e gli esami di approfondimento da eseguire nel centro clinico d'avanguardia. Ed ecco spiegato il modo in cui “loro” controllavano il buon svolgimento dell'operazione. È evidente che i risultati veri non erano quelli che mi consegnava la gentile signorina al banco del laboratorio. I risultati veri li avevano loro. E le porcherie che mi somministravano facevano effetto. E più le ingurgitavo, peggio stavo. E peggio stavo, più loro leggevano i progressi del loro crimine nel sangue che io in prima persona fornivo loro ogni settimana. E state pur certi che se oggi del Laboratorio non c'è traccia, allora questo significa una cosa e una cosa soltanto: che sono oltre il punto di non ritorno, almeno secondo i canoni della più accurata diagnostica contemporanea. Sono un walking dead, un morto che cammina.
Sul certificato di morte scriveranno di una qualche forma aggressiva e letale di leucemia o porcherie simili. A nessuno verrà il minimo dubbio. E se qualcuno volesse saperne di più, vi ho già detto come facciamo a farlo desistere, no? Con le buone o tenendolo per le palle.
Poi, a chi mai verrebbe un dubbio? Qualcuno di voi non si è mai imbattuto in queste tragiche fatalità? In malattie improvvise che portano via in pochi giorni persone giovani e sane, debordanti di vitalità fino a un attimo prima di manifestare i primi sintomi? Sono cose che capitano.
E se capitano ad una che ufficialmente fa la escort di alto bordo, chi volete che approfondisca?
Perché questa è la mia “public image”. Una escort per ricchi. Che c'è di strano?
Come dite: che pensavate che fossi un uomo?
E perché? Io non l'ho mai né scritto né lasciato intendere.
L'ho fatto apposta di non usare nomi, sostantivi, aggettivi e participi che mi obbligassero a definirmi per genere.
Come mai?
Perché lo so che se mi fossi presentata con la mia vera identità non avreste potuto fare a meno di liberare i vostri pregiudizi.
Sulle donne, sulle donne delle mie terre, sulle donne che fanno mestieri da maschi, sulle donne che non si tirano indietro se c'è da barattare sesso con ricchezza, successo, carriere, potere.
Invece ci tenevo che tutti voi vi faceste la vostra idea astratta su di me. Ed è un idea al maschile, ci scommetterei tutto quel che ho, e che presto non avrò più.
A parte il fatto che se mi fossi limitata ad esercitare la cosiddetta professione più antica del mondo mi sarei potuta ritirare prima dei miei 45 anni con un gruzzolo che voi futuri pensionati (forse) con poco più del minimo (forse) dopo una vita grama di lavoro sciatto e malpagato (salvo crisi e disoccupazione repentina) non vi sareste mai nemmeno potuto sognare; ma se calcolate che con 6-7 clienti fissi, più qualche extra durante gli eventi che la mia agenzia (sono socia, ricordatevelo) organizzava, in venti anni di attività avrei avuto meno partner di una donnicciola medio-borghese ossessionata dal mito della passione, dell'emozione erotico-sentimentale, della ricerca ossessiva del marito. Una che se ne ripassa 4 diversi al mese minimo e fatevi voi i calcoli per tirare la somma. Poi mi sapete dire il totale, anche dopo solo una decina d'anni di ansiosa ricerca in locali e cene a casa di amici e disco-pub; movide e vacanze in posti da rimorchio garantito e compagnia cantante. Le vostre sorelle aprono le gambe ad un numero maggiore di uomini di quanto non faccia io. E i miei, se non altro, sono tutti ricchi, sani, consapevoli, eroticamente appaganti e, se amano le maniere forti, concordano la parola o il gesto che, se pronunciata, li obbligherà a frenare. Ma loro, le vostre sorelline, mogli, figlie, sono okay per la massa insulsa, mentre io ai vostri occhi sarei stata “una di quelle, una che se le è andata a cercare. Ben le sta!". Qualche battutaccia, qualche benpensante che ravvede in tutto questo i segnali di una implacabile giustizia divina, qualche vecchio sporcaccione che dovrà rimettersi a sfogliare il catalogo on-line delle sue fantasie erotiche in affitto e...
A proposito! Aspettate un secondo!
Fermi tutti
Forse lo so!
Forse almeno la soddisfazione di obbligare tutti quanti a non seppellire l'inconfessabile insieme ai miei resti c'è.
Sono o non sono al centro del multi-gossip per via di alcune presenze a certe cene eleganti dove mezza nomenklatura nazionale si rinfrancava dopo aver esercitato la dura e nobile, nobilissima arte di governare? Vero è che il mio ruolo era più quello di organizzare che non quello di prestarmi a soddisfare concupiscenze assai poco originali, a fronte di tanta pretenziosità esteriore tutta a base di raffinati erotismi ed esotici scenari, ma questo la gente non lo sa e per tutti sono “la escort ora 34enne di origini arabe” che starebbe inguaiando un anziano uomo politico che non si è mai saputo rassegnare all'idea che la vita è a termine, per tutti, lui compreso. E che i soldi comprano attenzioni e prestazioni e garantiscono presenze di giovani donne al tuo fianco, ma non faranno di te il fulcro delle loro libere fantasie nemmeno nei momenti di maggiore esposizione emozionale.
Basta una conferenza stampa a sorpresa, un paio di avvocati di quelli che dico io e il gioco è fatto.
Molti sempliciotti penseranno al vecchio porco come ad un potenziale mandante, ma, per quanto questo sia risibile, io glielo lascerò pensare.
Detto fra noi, non c'è una sola ragione al mondo per ritenere lui l'artefice di un tale complotto. Prima di tutto ciò che ha combinato è ormai quasi del tutto noto, e quel che ancora non si sa è facilmente immaginabile; in secondo luogo questo è un lavoro fatto da professionisti veri, intendo dire quello che hanno combinato A ME. Perché voi leggerete questo raccontino quando io sarò già cibo per vermi. E non era facile farmela in barba così. Chi ci ha provato, e sono cose che capitano se fai il mio mestiere, non è più in grado di raccontarlo. Quando quel miliardario texano si mise in testa di metter su una sorta di rete parallela privata di controspionaggio e raccolta di informazioni e di segreti industriali e di traffici illeciti su vasta scala, finendo inevitabilmente col pestare qualche piede sbagliato o col farla fuori da qualche vaso che doveva rimanere asciutto e pulito, io non esitai un attimo ad attirarlo in una trappola a Beirut nella quale perse tutto, con tanto di falsa agenzia bancaria e estratti conto on-line fino a che non ebbi le chiavi della sua cassaforte e le sue password e lui si ritrovò da un giorno all'altro travolto da una tale montagna di debiti che agli occhi di chiunque si era procurato da solo tramite una rara combinazione di di investimenti fallimentari. E non ci fu neanche bisogno di levarlo dal mondo, perché la parola “fine” la scrisse lui stesso in una mega-suite di un lussuoso albergo che peraltro non aveva più neanche i sodi per pagare.
No, chi ora se la ride sotto i baffi per come mi ha fregato è qualcuno che deve difendere segreti dai quali dipende la sua stessa vita, oltre al suo prestigio e al potere che gestisce.
Se tutto verrà sepolto insieme a me, nel silenzio totale che conosco benissimo, resteranno solo ipotesi: i servizi di questo o quello Stato, qualche potentato vicino alle gigantesche società di consulenza che fatturano quanto 4 Germanie messe assieme ogni anno che Dio mette in terra. Qualche altra Mata-Hari dell'Est che vuole mettere le mani sul mio portfolio clienti, che effettivamente vale più del suo stesso peso in oro.
Se però ora tiro il sasso giusto nello stagno mediatico, non si può più escludere l'imprevisto, la variabile impazzita, l'oscuro Sostituto Procuratore che scoperchia quasi per caso la pentola giusta un'ora prima che un TIR guidato da un autista bulgaro ubriaco lo spazzi via insieme ad altri malcapitati in una piazzola autostradale, salvando inconsapevolmente la sua vita e costringendo tutto l'apparato ad elaborare una strategia di ripiego. Questo è ciò che temiamo noi spie, se vi piace chiamarci così. Più della concorrenza, più dei rischi sempre ponderabili e indicizzati, riferibili a statistiche e gestibili col calcolo delle probabilità. È l'irruzione dell'inconsapevole eroe che rappresenta ai nostri occhi lo scenario più temibile.
Certo, c'è anche il rischio che tu ti imbatta in qualcuno più abile e con meno scrupoli di te.
E temo che ciò che mi è accaduto sia esattamente qualcosa di simile.
Troppo tardi per recriminare.
Impossibile rimediare.
Troppo tardi per tutto.

Epilogo
Una vocazione tardiva.
Succede, quando passi tutta la vita ad occuparti del bene degli altri.
La Nobildonna si è sbarazzata di quasi tutti i suoi averi e si è ritirata in un monastero dove vige la regola claustrale più assoluta.
Vano ogni assedio da parte degli organi di informazione. No comment su tutta la linea.
Però, da testimonianze qualificate, la stampa è stata in grado di ricostruire la vicenda nella sua cronologia.
Già da tempo la Nobildonna si diceva turbata dalla piega che le politiche dei principali stati del mondo aveva assunto in materia di solidarietà fra i due emisferi, fra chi ha troppo e chi ha troppo poco o niente proprio.
L'età avanzata e la mancanza di un adeguato ricambio generazionale dei suoi quadri intermedi, oltre alla crescente difficoltà a superare le politiche ostili di stati un tempo a lei vicini, la aveva indotta a compiere quel passo che aveva già in animo di muovere da molti anni, dai tempi della dipartita del quarto, amatissimo marito.
Un paio di settimane di eco e sparirà nel dimenticatoio. Ha un ultimo bonus di notorietà da giocarsi, ma è quello di cui nessuno vorrebbe giovarsi mai: quello della notizia della sua morte. Nel segreto del monastero, a tumulazione avvenuta.
Non aggiungo altro. Ormai siete in grado di arrivarci da soli.
Alcuni dei suoi amici sono stati colpiti da piccole o grandi vicissitudini in un lasso di tempo tutto sommato non estesissimo. Il primario della clinica, malgrado la scienza medica le fosse amica e contigua, ha lasciato questa valle di lacrime per un ictus improvviso e letale. Il Vice-Presidente della Fondazione è rimasto coinvolto in piccoli scandali legati a certe malversazioni che lo hanno sfiorato appena sì, ma indotto a rassegnare le dimissioni da ogni incarico e iniziare una nuova vita in un lontano altrove.
Del vasto impero della Nobildonna resta in piedi soprattutto l'aspetto più mecenatesco, quello legato a musei e Borse di Studio per promettenti artisti del terzo mondo.
Il resto del suo regno esiste ancora, ma non è più in testa a lei, ovviamente, né a nessun parente o esponente della sua vecchia guardia.
Sembra piuttosto che ci sia di mezzo, ora, qualche amico dei miei soci informali della fase della raccolta delle informazioni.
Quella gente mi turba, non ve lo nascondo.
Ma, purtroppo per me, non è più affar mio.
Io sono morta, e questo lo sapete tutti, lo avete letto, lo avete ascoltato nei TG.
Tutta la bellezza, la ricchezza accumulata, il lusso che mi aveva a lungo circondata, la seconda vita da professionista dei Servizi, l'aspettativa di una pensione dorata e precoce non rappresentano più niente per me.
Io stessa non sono
Ho molti rimpianti, uno più inutile dell'altro.
Molti, ma non quello: non rimpiango di aver rinunciato a fare la moglie velata di qualche signorotto del mio paese d'origine, barricata lì a sfornargli marmocchi e vivere nell'ombra.
Le luci dello splendore, della ricchezza, del potere che si prende tutto mi hanno sempre attratta. Il mio corpo e l'infantilità di quasi tutti i maschi mi hanno fatto da passaporto. L'amore e le altre stupidaggini da signorine cerca-mariti non mi hanno mai distolto dal mio intento.
Mi sono fatta farfalla, mi sono fatta leonessa. Elegante e spietata, ho spiccato il volo verso il sole. Non era il sole. Era una stupida griglia acchiappa-insetti. La farfalla ci ha sbattuto contro, si è bruciata le belle ali, ha perso tutto e ora, sappiatelo, vi invidia la vita soltanto.



La proprietà letteraria è riservata all'autore

giovedì 21 marzo 2019

La vita di Amadeo Peter Giannini nel libro di Guido Crapanzano

"Libertà significa capacità di porre domande, non soltanto possibilità di ricevere risposte." Sergio Lepri

La Famiglia di Amadeo Giannini a bordo della nave Giulio Cesare il Mario Giannini, il 13 luglio 1923. Nella fotografia vediamo il figlio maggiore, Clara, la moglie, Amadeo Giannini, Claire Giannini, la figlia, e Virgil Giannini, un altro figlio di Amadeo.

Guido Crapanzano è un uomo fortunato che nella vita è riuscito ad ottenere grandi successi in vari campi, grazie al suo vivido acume intellettuale, alla sua costanza nel perseguire un risultato e all'impegno nello studio.
Giovanissimo sale alla ribalta delle cronache musicali per essere stato uno di primi rocker italiani, col nome di Guidone, per via della sua corporatura extra large, nel 1965 raggiunge l'apice della fama artistica accompagnando nientemeno che i Beatles nella loro mitica tournée italiana.
Oggi però non vi racconterò di quei giorni, ma di un uomo d'affari molto importante di origine italiana, un visionario che ha colpito la fantasia di Crapanzano al punto di studiarne la vita per più di 40 anni per poi raccontarne dettagliatamente le vicende in un libro ben scritto che sa portare il lettore in un'atmosfera d'altri tempi, rispondendo a molte domande.
In Italia, in pochi conoscono Amedeo Peter Giannini, ma Giannini è stato un uomo molto importante legato alla cultura italiana e americana; è grazie a lui se Hollywood è nata e si è sviluppata e se molti italo-americani hanno potuto avviarsi verso il successo economico.
Guido Crapanzano si imbatté per la prima volta con la figura storica di Giannini nel 1971, durante un viaggio negli USA per visitare uno zio. A San Francisco, a casa dello zio vede una fotografia di un uomo molto distinto e quando apprende che quell'uomo aveva aiutato gli italiani in America decide si saperne di più, si reca così a visitare il museo della Bank of America dove può visionare tutto il materiale appartenuto al banchiere più anticonvenzionale del mondo. In quel museo apprende che la figlia di Amadeo Giannini, Claire Giannini Hoffman viveva ancora a Seven Oaks, un ranch ad una quindicina di miglia da San Francisco. Ovviamente, Guidone si recherà a Seven Oaks per conoscere Claire e per farsi raccontare la vita del famoso padre.
Dopo la morte di Amadeo Giannini, nel 1949, Claire diventò presidentessa della Bank of America, prima il presidente era il fratello Henri e lei era la vicepresidentessa; era stata anche presidentessa della Bank of Italy. Per questo motivo, ogni anno a settembre, Claire, in occasione del consiglio d'amministrazione, partiva dall'America per recarsi in Italia.
La storia di Amadeo Giannini è molto affascinate ed è tipica del self made man partito dal nulla che poi riesce addirittura a creare la più grande banca del mondo e ad avere contatti con tutte le personalità più importanti d'America e d'Italia.
Crapanzano torna a visitare Claire Giannini nel 1974 e dal 1975 la rincontra ogni anno anche in Italia, quando lei si fermava per una settimana a Firenze dove aveva sede la Bank of America (nata come Banca di Sicilia, poi trasferita a Napoli e diventata nel 1922 Banca d'America e d'Italia).
Claire arrivava in Italia accompagnata da un autista che noleggiava le automobili sul posto per il trasporto della Signora Giannini e di un gatto che non si separava mai dalla sua padrona. Giuseppe, il gatto, era legatissimo a Claire e Claire al suo gatto, tanto che ancora adesso a Firenze c'è ancora chi si ricorda di loro: Alberto Fortini della Bank of America, anche perché Giuseppe morì a Firenze. Venne dato un pubblico annuncio funebre sui giornali per ricordarne la morte e venne fatto il funerale, al quale accorsero dall'America tutti i dirigenti della Bank of America, invitati per l'occasione dalla presidentessa. Ovviamente, restarono abbastanza sorpresi di presenziare ai funerali di un gatto, ma quale sacerdote si sarebbe opposto ad una richiesta di questo tipo, proveniente da una delle donne più ricche del mondo? In certi casi è indispensabile essere riverenti verso le richieste di chi soffre...
Questo è un episodio privato che mi è stato raccontato da Crapanzano. Il libro è una seria biografia di un grande uomo d'affari; non contiene aneddoti così divertenti, ma sicuramente vale la pena di essere letto. Io l'ho divorato in un paio di giorni, anche perché è scritto in modo molto scorrevole.
Terminate le riunioni del consiglio di amministrazione, Claire Giannini soggiornava per una settimana a Forte dei Marmi o a Rapallo, all'Hotel Bristol, dove per varie volte veniva raggiunta da Guido Crapanzano che ascoltava le memorie che l'ereditiera americana riportava di suo padre e della sua famiglia.
"Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro", contiene una notevole quantità di storie intime della famiglia Giannini, come la spiegazione di come Amadeo conobbe sua moglie Clare Cuneo; anch'essa di origini liguri.
Claire aveva conservato l'abitudine di suo padre di riunirsi a tavola con la famiglia per parlare dei fatti accaduti durante la settimana, cosa che in altra forma accadeva in quelle due o tre ore al giorno o durante i pasti che talvolta Guido Crapanzano consumava insieme a Claire all'Hotel Bristol.
Nel tempo, i nemici del banchiere italo-americano riuscirono ad appropriarsi della Bank of America; stimo parlando di una lobby ebraica potentissima composta dai Rothschild, i Rockfeller e i Morgan, furono loro a rastrellare le azioni della Banca di Amadeo una quindicina d'anni dopo la sua morte.
La Bank of America diventò di proprietà della Deutsche Bank, il museo che visitò Crapanzano a San Francisco fu trasferito a Francoforte e poi venne chiuso.
Piano piano la memoria di Giannini veniva occultata, mentre in Italia era già rovinata dal fatto che lui fosse amico di Mussolini.
Giannini venne in Italia una prima volta nel 1912 per motivi familiari, mentre nel 1922 si trovava a Roma, all'Hotel Excelsior, quando Mussolini arrivò in città seguito dalle sue Camicie Nere impegnate con lui nella Marcia su Roma. Dall'appartamento 131, che era l'appartamento in cui prendeva sempre per sé anche Crapanzano durante i suoi soggiorni a Roma, Giannini vide sfilare Mussolini e i suoi seguaci in via Vittorio Veneto, mentre stavano per dirigersi verso il Parlamento.
Mussolini piacque a Giannini perché quest'ultimo pensava che in quegli anni il dittatore facesse il bene della nazione, ma soprattutto perché dava dignità agli emigranti italiani che fino ad allora non avevano mai avuto una patria che li rappresentasse e si preoccupasse di loro.
Mussolini, con le bonifiche delle Paludi Pontine, riuscendo a dare lavoro a molte persone e con altri interventi che si rivelarono popolari nei primi anni della sua politica, dava motivo agli italiani all'estero d'essere orgogliosi del loro paese; per questo quando Giannini ritornò a Roma nel 1926 (aveva già conosciuto Mussolini precedentemente) regalò un milione di dollari al Ministero dell'Agricoltura e del Commercio (il Ministero del Tesoro si chiamava così a quei tempi), per favorire lo sviluppo dell'economia italiana. Si trattava di una cifra che potremmo far corrispondere a circa un miliardo e duecento milioni di euro di oggi: quasi l'equivalente dell'odierno bilancio dello Stato. Questi soldi permisero a Mussolini di crescere il suo consenso tra gli italiani, far sviluppare il paese e produrre ciò che serviva. Giannini finanziò anche Edoardo Agnelli e dopo la guerra il figlio Gianni che operò per la ricostruzione della Fiat.
La questione non è risaputa in Italia, ma a Giannini non piacque quando Mussolini prese provvedimenti legislativi e amministrativi conosciuti come "Leggi razziali", così nel 1938 si dissociò dal fascismo e scrisse che per l'Italia era un grave errore allearsi alla Germania di Hitler. Giannini dopo la guerra continuò ad essere visto con diffidenza perché era erratamente ancora considerato un amico di Mussolini; per questo fu totalmente cancellato dalla storia del nostro paese.
Al contrario, in USA Giannini venne inserito nella Hall of Fame for Great Americans intorno al quindicesimo posto, fino ad una ventina di anni fa.
La Banca d'America e d'Italia dopo essere stata assorbita dalla Deutsche Bank è stata rivenduta senza affidare ad altri il suo nome. Solo gli sportelli sono stati ceduti ad altre banche italiane.
La Deutsche Bank era una banca importantissima che come altre banche si è riempita di titoli tossici, i famosi Subprime.
Dal 1999, anno in cui la finanza internazionale ha visto manifestarsi una grande crisi, ad oggi l'economia dei paesi occidentali non riesce a trovare valide soluzioni per ricominciare un ciclo positivo.
Se non torneranno alla ribalta figure autorevoli e capaci di occuparsi dei problemi della gente è molto probabile che entro due o tre anni il sistema economico salterà, perché nessuno stato è più in grado di pagare i debiti.
Nessuno è in grado di prevedere che cosa accadrà dopo... Ma ciò che sta già accadendo in Venezuela dovrebbe essere di monito per tutti.
È probabile che arriverà un'inflazione mostruosa per tutti, tranne che per i paesi orientali come Cina, Corea ed altri che continuano a produrre beni e non hanno titoli tossici nelle casse delle loro banche (o che ne hanno solo in quantità molto limitata). TG

Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro - Autore: Guido Crapanzano - Editore: Graphofeel - Prezzo: 18 euro

Tutti i diritti sono riservati

giovedì 14 marzo 2019

L'arte non esiste più, viva l'artigianato (Arte concettuale e decadenza)

"Coloro che sono capaci di vedere oltre le ombre e le bugie della propria cultura non saranno mai capiti, tanto meno creduti, dalle masse." Platone


Il concettualismo ha ucciso l'arte Real BodiesIl Body World di Gunther von Hagens ci presenta un inquietante orribile mondo di esseri umani morti e plastificati con polimeri di silicone; difficile non pensare che questa non sia una profezia riguardante il nostro futuro.

Mi ricollego a quanto accennato nel precedente post per esporre le mie preoccupazioni per la progressiva scomparsa delle competenze tecniche per la realizzazione di opere artistiche e di pregio che richiedono conoscenze artigianali  e metodi di produzione individuale di grande tradizione.
Da alcuni anni mi sono accorto che l'arte contemporanea si sta orientando sempre più verso l'abbandono delle capacità manuali e dell'ingegno per cercare delle soluzioni che possano risolvere problematiche riconducibili alla creazione di oggetti artistici in altro modo. Si procede con il progressivo apprezzamento di un'idea che sminuisce il valore della realizzazione di un manufatto artistico, fino a conferire pregio esclusivamente ad un concetto astratto, svincolato dalla materia e dall'abilità di effettuare un lavoro manuale.
L'attuale propensione a sostituire il prodotto artistico con un "feticcio" che possa essere facilmente fabbricato per mezzo di sistemi meccanizzati o computerizzati di tipo industriale, come stampanti digitali, 3D, plastificazioni o altri macchinari  automatici, sta definitivamente dando il colpo di grazia alle eccellenze dell'artigianato di qualità, dell'arte tradizionale e delle intelligenze presenti nel nostro paese.
Ho cercato molte volte di segnalare questo problema attraverso il mio blog di varia cultura andando a intervistare artigiani e artisti che operano in maniera tradizionale e finalmente sembra che il mio messaggio sia stato recepito anche nelle alte sfere della formazione accademica.
Un tempo, l'Accademia di Belle Arti di Brera formava i suoi studenti basandosi sull'insegnamento scientifico delle 4 materie primarie: pittura, scultura, decorazione e scenografia. Gli altri corsi erano di perfezionamento a quelli appena citati.
L'Accademia, per esempio, insegnava come fare i colori e come usarli ma ora, ammesso che ne siano rimasti, è possibile trovare pittori a noi contemporanei che sappiano riprodurre l'incarnato di un volto? Immagino che oggi ben pochi siano in grado di fare una cosa del genere perché queste tecniche, sempre tramandate di generazione in generazione, dal maestro all'allievo come un sapere prezioso da custodire con molta riservatezza stanno scomparendo nell'uso e nella memoria di chi le conosce. L'allievo, oltre ad apprendere le tecniche si esercitava nel tempo fino a diventare padrone di queste conoscenze ed essere maestro a sua volta per chi sarebbe arrivato dopo di lui. La pittura, così come la scultura e le altre pratiche artistiche, è un mestiere artigianale.
Ai giorni nostri, l'arte contemporanea utilizza solo la gestualità di un individuo che progetta ciò che immagina, senza curarsi molto del risultato finale.
Platone diceva che l'arte non esiste, tutto è finzione e copia della natura. L'artista era considerato pericoloso perché allontanava l'uomo dalla politica e dalla vera visione del mondo, ma in realtà voler avvicinarsi alla perfezione della natura non deve essere considerato un delitto perché nel tentativo di riprodurre il vero ogni artista infonde la sua personalità e la propria visione del mondo, arricchendolo in qualche modo.
Lo stile di un artista o di uno scrittore nelle loro opere si formano attraverso il loro carattere di uomini felici, infelici, egoisti, generosi o quant'altro.
Anche nelle accademie di belle arti ci si sta accorgendo che ormai nessuno è più in grado di fare niente che possa essere ricondotto alle pratiche artistiche tradizionali. Tutto o quasi è stato abbandonato o dimenticato, ma i giovani hanno bisogno d'imparare qualcosa di pratico, non solo di teorico; per questo si sta recuperando l'istituzione di corsi speciali in cui intervengono gli artigiani per far vedere, ad esempio, come si lavora un affresco o di come si fa un bassorilievo.
Purtroppo, è venuto a mancare l'insegnamento di chi effettuava il lavoro. Una volta era chi aveva la bottega ed era vicino a chi ordinava i lavori che insegnava, mentre oggi ci sono insegnanti specializzati in tutt'altro che non conoscono direttamente la materia che insegnano.
Artisti come Achille Funi che prima si diplomò all'Accademia di Brera per poi dedicarsi con grande successo alla pittura, alla scultura, all'architettura, alla scenografia, all'illustrazione e alla grafica o Francesco Hayez, altro gigante della pittura internazionale fecero parte degli insegnanti dell'Accademia di Brera; ma oggi chi abbiamo? Architetti, teorici e gente sicuramente ben preparata, ma che poco hanno da trasmettere ai giovani a livello di mestiere e soluzioni pratiche.
Chi non ha una sua precisa idea sull'arte spesso va a vedere le mostre di arte contemporanea più per atto di presenza che per convinzione e quando gli si chiede cosa ne pensi di ciò che ha di fronte afferma di trovare tutto molto bello solo perché non sa cosa dire o per non fare brutta figura. Le stesse persone messe davanti ad un vero quadro riescono però a capire la differenza tra un'opera bella e ben fatta e un lavoro messo in cantiere solo per suscitare sorpresa o scandalo.
Gran parte dell'arte contemporanea sta producendo spazzatura, ma pochi affermano una cosa del genere per non andare contro il sistema dell'arte e gli interessi economici che questo genera, ma è inevitabile che la nostra società in crisi non sia in grado di mostrarci altro che lo sfacelo del tempo. L'arte come espressione anticipatrice di quello che verrà ci dà dei segnali molto importanti per farci comprendere in che tipo di mondo vivremo. Questi segnali possono anche essere intesi come la dimostrazione che la nostra è un'epoca di decadenza totale e di sfascio di valori umani e culturali.
L'artista di strada, al pari degli artisti che lavorano nei loro laboratori sentono e comunicano al mondo le trasformazioni in corso, oltre che la cattiveria e l'indifferenza che assalgono gli uomini della nostra epoca, e si esprimono con lavori di dubbio gusto che esprimono il loro modo di vedere ciò che li circonda. L'arte ci allerta e noi dobbiamo aprire bene gli occhi per capire a cosa stiamo per andare incontro.
Nel momento in cui i vecchi artisti sono quasi al di fuori di questo sistema dell'arte che propone messaggi preoccupanti, non resteranno molte possibilità per recuperare tecniche e soggetti tradizionali capaci di parlarci di un mondo in armonia con se stesso o per dare speranza al pubblico.
I giovani giustamente, a parte pochi individui congenitamente ribelli, ascoltano chi dà loro un insegnamento accademico, ma questo modo di porgere attenzione a un'arte sempre più teorica e concettuale non fa che portare alla distruzione di quello che dovrebbe aiutare a pensare e progettare una società diversa e migliore. La storia dell'arte va conosciuta e studiata attentamente per non ricadere in stereotipi già vissuti e per rendersi conto che allo stato attuale tutti criticano tutto senza proporre davvero nulla di valido.
Preferirei evitare di fare nomi o esempi, ma non ritengo che proporre cadaveri umani o animali morti come opere d'arte sia l'espressione evoluta di un mondo che ha un futuro raggiante davanti a sé.
Ancora una volta, la decadenza della nostra società ci viene annunciata dall'arte o da quello che viene definito in tal senso. TG