martedì 31 maggio 2016

Visita privata al MAC di Lissone

Un mio caro amico mi esortava da tempo a a far visita al Museo d'Arte Contemporanea di Lissone dicendomi che questo museo ha una storia molto interessante, ha un'importante raccolta di opere che documentano la stagione dell'informale e della Pop Art in Europa, con alcune notevoli testimonianze della figurazione e dell'astrazione del secondo Novecento. Ultimamente, essendo abbastanza in arretrato nel portare su questo sito interviste fatte ad artisti ed altre persone che ho conosciuto e incontrato in varie fiere d'arte, come la MIA per esempio, cerco di non prendere troppi impegni. O situazioni che poi mi costringano ad accumulare registrazioni audio, fotografie e documentazioni cartacee che mi distolgano dal riportarmi al passo con i resoconti degli eventi già citati o annunciati su queste pagine. Nonostante questo, il mio amico è riuscito a convincermi a fissare un appuntamento con Alberto Zanchetta, il giovane direttore del MAC di Lissone, che oggi, in via del tutto straordinaria, ci ha aperto le porte del suo ufficio, della collezione storica e delle mostre temporanee attualmente esposte in questo bel palazzo. Non pensavo che un museo di una cittadina di provincia potesse riservare tante gradite sorprese ad un visitatore che arriva dalla grande città. Per questo ringrazio Alberto Zanchetta per averci ricevuto ed averci dato la possibilità di poter osservare con calma tutto ciò che ci interessava e per aver avuto a disposizione una persona tanto qualificata che ci guidasse in questa visita privata. Ringrazio anche Andrea per avermi fatto scoprire un museo non molto conosciuto che vale la pena di frequentare più spesso, anche perché si trova proprio di fronte alla stazione ferroviaria di Lissone ed è raggiungibile su rotaie, soltanto in 22 minuti dal Centro di Milano.

Il palazzo del MAC, Museo d'Arte Contemporanea di Lissone sembrerebbe progettato da un grande architetto, invece no, è stato disegnato dal geometra comunale che ha unito passato e presente in modo armonico e funzionale. La progettazione è stata effettuata dal 1996 al 1998 e la costruzione è stata portata a termine in due anni, nell'anno 2000.

Le collezioni del MAC risalgono al 1946, quando prese avvio il Premio Lissone, manifestazione che fino al 1967 ebbe una rilevante importanza a livello internazionale. In occasione delle varie edizioni del Premio furono acquisite le opere che oggi costituiscono il nucleo più importante della collezione permanente, che comprende lavori di Tàpies, Vedova, Schifano, Dufrêne, Dorazio, Appel, Reggiani, Birolli, Morlotti, Scanavino, Moreni, Adami, Werner, Schneider, Murtić, Klasen, Hughes, Marfaig e molti altri.

Valerio Adami - Camel, 1967 acrilico su tela cm 194 X 129

Dal novembre del 2000, anno di inaugurazione del Museo, le raccolte si sono ampliate per documentare il divenire dell’arte in Italia, dagli anni Settanta a oggi. Nel 2002 viene ripreso sotto una nuova veste il Premio Lissone di pittura. Dal 2007, a cadenza biennale, il museo ha istituito anche il Premio Lissone Design, manifestazione che si inserisce in un tessuto di ricerca e di sviluppo che appartiene alla storia della città.
Rispettosa delle proprie tradizioni e del contesto in cui si trova ad operare, l’istituzione lissonese si connota come un centro di ricerca e di approfondimento. Un esempio è l’architettura stessa dell’edificio, la quale mantiene e valorizza la parte dell'insediamento originario; l'avancorpo esistente, realizzato nei primi anni del Novecento, è stato svuotato per formare un unico volume su cui prospettano i livelli della nuova costruzione ad esso retrostante. Quest'ultima è costituita da un livello interrato e tre livelli fuori terra che sono separati dall'avancorpo mediante una vetrata a tutta altezza.

Aula didattica
Da notare il pavimento di legno di questo museo che non è caratteristico della tradizione museale italiana, ma è stato fortemente voluto dai mobilieri brianzoli per affermare maggiormente l'identità di un territorio molto legato alle attività artigianali del loro settore.

Oltre all'organizzazione di mostre temporanee e altri eventi artistici, la diversificata attività del museo comprende lo sviluppo di progetti di didattica museale rivolti alle scuole, concerti e conferenze di approfondimento sul tema dell'arte e del design.

Le mostre temporanee del MAC si susseguono in tempi talmente stretti che sembra che ci sia una costante inaugurazione in atto in questi spazi espositivi. Anche la qualità delle proposte culturali è molto elevata; non posso fare a meno di considerare che anche la fotografia rientra nei programmi di questo museo quasi anomalo, nel panorama delle istituzioni del nostro imprevedibile paese in cui qualche encomiabile funzionario riesce ancora a fare i miracoli con i pochi mezzi economici a disposizione. Diamo un occhiata a cosa ci propone il MAC fino al 20 luglio 2016. Iniziamo a dare uno sguardo veloce alla fotografia d'autore, poi, magari un'altra volta, vi farò vedere qualcos'altro di speciale, molto speciale...

Dell'infingimento, o quello che noi crediamo di sapere della fotografia

Con questo titolo roboante ed un po' ad effetto, capace di far porre al visitatore la fatidica domanda relativa a ciò che sta effettivamente osservando nelle fotografie della Collezione Malerba, si presenta al pubblico una mostra fotografica con alcuni pezzi di pregio e tante possibili interpretazioni. I commenti sotto le didascalie sono di Tony Graffio.

Renato Leotta Mundial 1978-2006. 
Sono figurine di calciatori che hanno partecipato ai mondiali di calcio, o sono ritratti dalla geo-localizzazione analogica? Oltre che  stampe ai sali d'argento?

Alberto Zanchetta mostra il ritratto del calciatore rumeno Anghel "Puiu" Iordanescu che nella stagione 1985/86 vinse la Coppa dei Campioni con lo Steaua di Bucarest. Anghel nonostante il soprannome era tutt'altro che un "pollo".

Alberto Zanchetta ha tolto il ritratto dal chiodo sul muro del MAC per mostrarci la cartina geografica della Romania sul retro del ritratto di Iordanescu che identifica la nazionalità del campione di calcio che in tempi più recenti ha fatto l'ingresso nel mondo della politica. Per confonderci il Direttore tiene la cartina verticale, ma nonostante questo riusciamo lo stesso a riconoscere la nazione che s'affaccia sul Mar Nero.

Hyun-Min Ryu - Centipede 2010
Stampa Lambda su dibond cm 120 X150
Hyun-Min Ryu non mi inganna, non si tratta di un insetto, ma di un umano un po' stravagante e forse anche un po' "fuso".


John Hilliard - Off screen 1999 
Cibachrome cm. 42X34
Qui non ci sono dubbi, la vita si svolge fuori dallo schermo. Off screen there is life. Ma sarà vita vera o si tratta dell'ennesima illusione?

Luigi Ghirri - Modena, 1977
C-print cm 50 X35
A volte, anche il titolo contribuisce a confondere le idee...

Luigi Ghirri - Parigi, 1979
C-print cm 40 X 28
Un posto un po' kitch per bere un bicchiere di vino o mangiare un'insalata, ma che importa? Paris est toujours Paris!

Lukas Einsele - Tavola 1996
Stampa ai sali d'argento cm 24X30
Un posto scomodo per tenere un piatto su un tavolo

In questa fotografia C- print intitolata After Joseph Wright di Olivier Richon si capisce meglio lo spirito dell'inganno che si pone davanti ai nostri occhi e che ha fatto raccogliere queste immagini sotto il titolo di "Infingimento".
La scimmia sembra vera, ma non lo è, è impagliata, il paesaggio sullo sfondo è solo dipinto, come una scenografia teatrale, cosa che ci viene in qualche modo suggerita anche dal tendone rosso che ci ricorda un sipario aperto su uno spettacolo nel quale ognuno può veder scorrere frammenti della propria vita. 


Tracy Moffat - Up in the sky, 1997
Stampa ai sali d'argento
Tre suore viste attraverso una finestra da una bambina nera in braccio ad una donna bionda fanno di questa situazione un mondo surreale?

Yasumasa Morimura M's self portrait, Marylin, 1995
Gelatin silver print cm 10 X13
Qui non possiamo confonderci: non si tratta di Marylin. L'originale è sempre preferibile.

Thomas Ruff - Portrait 1984/85 c- print cm 30 X 38
Non credo che la ragazza bionda sia in grado di vedermi, ma sul fatto che quella con i capelli rossi non mi veda ho qualche perplessità.

Un ritratto fatto come una foto-tessera, ma con un colore pastello come sfondo anziché un grigio neutro o il bianco destabilizza la nostra idea di fotografia identificativa?
E' un ritratto, o non è un ritratto? Di sicuro questa non è una fotografia erotica...

Analogamente alle tante domande che ci suggerisce la selezione delle fotografie appartenenti alla Collezione Malerba, mi piacerebbe capire se è vero o no che esistono mondi paralleli o pluriversi. "Teoria del Pluriverso" è il titolo della piccola mostra al piano -1 che fino al 31 luglio 2016 ospiterà alcune opere di Piero Fogliati scomparso il 25 marzo di quest'anno. Ne parlerò prossimamente. TG

Nota importante
L'ingresso al Museo d'Arte Contemporanea di Lissone ed a tutte le sue mostre è gratuito.


lunedì 30 maggio 2016

Geppo, Filler, lo skate, ed il Cinema Istria


Tony Graffio intervista Geppo di Bastard Store, location di Filler Spring 2016


Geppo di Bastard Store al Cinema Istria durante l'intervista di Tony Graffio
"Geppo" Bernardini, uno dei boss di Bastard Store e Presidente dell'Associazione Milano Skateboarding

Tony Graffio: Geppo, abbiamo iniziato subito con una risata perché in tutta sincerità ti ho confessato che non so assolutamente nulla di skatebording, perciò non fingerò d'essere un esperto e mi affiderò totalmente a quello che mi dici perché tu sei uno dei guru di questo sport estremo. Raccontami qualcosa, iniziando dal tuo vero nome anagrafico.

Geppo: Claudio Bernardini.

TG: E Geppo da dove arriva?

Geppo: da Geppo diavolo buono, un fumetto che probabilmente anche tu conosci perché era molto in voga negli anni '80; io a scuola lo leggevo sempre, hanno iniziato a chiamarmi così da quel "fumettino". 

TG: Ok, sì mi ricordo qualcosa del genere, devo averlo letto anch'io, anche se da superpiccolo ero più sul genere di Tiramolla. Da te volevo sapere se la vostra linea di abbigliamento è nata dalla passione per lo skate.

Geppo: Questo che vedi qua attorno? Sì, sicuramente. Io vado in skate da sempre... Ed anche il mio socio, Max (Bonassi) è stato proprio uno dei pionieri in Italia. Le prime rampe erano a Genova, a Milano e poi anche a Torino hanno fatto qualcosa. Quella di Milano, dentro l'autodromo di Monza, l'aveva costruita lui, nel 1980/1981.

TG: E' difficile costruire una rampa?

Geppo: Bisogna essere uno skater. Designer e skater.

TG: Non ci si può improvvisare?

Geppo: No, non conviene perché poi fai delle cazzate che durano poco e si distruggono, o non funzionano. Conviene chiedere a chi ha esperienza in questo senso, soprattutto a skater.

TG: Tu da che esperienze vieni?

Geppo: Io vengo da architettura, ho sempre studiato design e architettura, in più ho sempre "skataeto"... A 17 anni ho costruito la mia prima rampa.

TG: Che cos'è Bastard Store?

Geppo: Bastard Store è il nostro "lab" dove ruota tutto quello che facciamo noi di Bastard. Bastard è il nostro marchio d'abbigliamento. Oltre ai vestiti facciamo anche tavole, accessori ed un sacco d'altri prodotti.

TG: Tutto per lo skate?

Geppo: Non necessariamente, però tutto parte dallo skate, perché anche solo i pantaloni che facciamo sarebbe riduttivo definirli da skate. Vanno bene per andare in giro, però sono fatti secondo dei criteri che rispondono alle esigenze di uno skater, per cui ci sono le cuciture rinforzate dove servono, meno cuciture possibili per poter scivolare col culo. Tessuti robusti, doppi strati dove servono, insomma, i nostri prodotti hanno dei dettagli e un'attenzione molto tecnica che non traspare alla vista perché sono capi da usare in città.

TG: E l'idea d'acquisire il Cinema Istria come l'avete avuta?

Geppo: Come Bastard siamo nati nel 1994, abbiamo cambiato diversi uffici, avevamo l'esigenza di trovare uno spazio più grande e poi abbiamo trovato questo posto. Siamo qui dal 2008 e in questo cinema ci abbiamo messo tutto. Qui facciamo il design del prodotto, facciamo la comunicazione del prodotto, abbiamo lo show-room e possiamo fare il wholesale (vendita all'ingrosso) agli altri rivenditori ed ai distributori. Il prodotto viene disegnato in alto, poi va in show-room, poi va in produzione, dopo qualche mese è come se ritornasse ancora in magazzino perché viene stoccato qua ed infine esce per essere esposto in negozio, nella parte aperta al pubblico e poi nell'on-line dove viene rivenduto.

TG: Dove vengono fabbricati i prodotti?

Geppo: Dipende dai capi. Gran parte della produzione negli anni passati veniva fatta in Cina, mentre attualmente produciamo in Pakistan e molto in Indonesia, in particolare a Bali. Pochissimo in Cina. Inoltre, abbiamo anche una produzione di tavole in Italia, perché noi siamo nati come produttori di tavole da snowboard che facciamo qua in Brianza.

TG: Com'è la realtà degli skaters milanesi? Ce ne sono tanti?

Geppo: Sì è grande, ultimamente lo skate qua è cresciuto tanto, anche perché c'è stata un'attenzione particolare da parte dell'amministrazione comunale che ha deciso di fare degli skatepark seri e di dare in mano la progettazione a persone competenti. Perché prima, normalmente, venivano progettati dagli uffici tecnici del Comune che non sapendo come fare s'appoggiava a ditte che "chiavi in mano" davano tutto fatto, ma utilizzando dei moduli standard, un po' come potrebbero essere i mobili dell'Ikea che, per carità, possono anche funzionare bene, ma il problema è che quando impianti quel tipo di logica in una comunità così creativa e innovativa come quella dello skate che ha sempre bisogno di forme nuove e spazi differenti, tu impianti una cosa modulare sempre uguale a se stessa, succede poi che gli skatepark vengono abbandonati perché non sono più interessanti. Invece, dandoli in mano agli skater che conoscono le esigenze, essendo loro stessi i designer ed i fruitori delle strutture che poi usano, il risultato poi è completamente diverso. Adesso il Comune di Milano sta facendo questo. Noi ci siamo riuniti in un'associazione che si chiama Milano Skateboarding della quale io sono il presidente che non ha nulla a che vedere con Bastard, anche se ci sono delle persone in comune. Si tratta di un'ASD, un'associazione sportiva che si occupa proprio di affiancare il Comune nelle scelte che riguardano lo skateboard.

TG: Immagino che se tutte le rampe fossero uguali non avrebbe un gran senso passare da una ad un'altra...

Geppo: No, perché non puoi fare diventare lo skateboard come il tennis, la pallavolo, o il calcio. Nel tennis è facile, il campo ha una lunghezza ed una larghezza prestabilita, la rete deve stare a tot centimetri da terra, ci sono delle regole precise e non sgarri. Lo skate è bello proprio perché non ha quelle cose lì, per cui portarlo in quella direzione sarebbe abbastanza stupido. E poi, lo skate si fa in città. Van bene gli skatepark, ma lo skate si fa soprattutto in città.

TG: Geppo, quando avete acquisito questo bellissimo spazio avete pensato subito ad una bowl?

Geppo: Sì, immediatamente, era uno dei requisiti che noi avevamo dato all'architetto per cercare il posto. Perché noi abbiamo coinvolto già nel 2005, quando noi pensavamo ad avere una nostra sede con determinate caratteristiche, un professionista per cercarci uno spazio adatto alla nostra attività. Spazio che doveva avere una determinata metratura essere in determinate zone di Milano e potesse contenere diverse funzioni. La caratteristica imprescindibile era quella di poter ospitare uno skatepark.

TG: Ci puoi raccontare la storia del Cinema Istria?

Geppo: Si, tra l'altro online, cercando Cinema Istria trovi una pagina di Giuseppe Rausa che spiega tutto molto bene, credo che si tratti di un cultore di cinema. Il Cinema Istria aveva circa 1200 posti, risale agli anni '40, era una sala di terza visione che ha chiuso la sua attività nel 1970. Dopo è stato utilizzato come concessionaria di automobili ed autofficina: noi l'abbiamo preso da Fiat.

TG: Com'è stata la progettazione e la costruzione della bowl? Non credo che in Europa esista qualcosa di questo genere...

Geppo: No, come questa non esiste niente di simile al mondo, nel senso che è stata la prima bowl realizzata completamente a controllo numerico. Questo vuol dire che è stata completamente disegnata con un computer, i pezzi sono stati stampati, realizzati a macchina e poi noi abbiamo assemblato a mano i migliaia di pezzi di legno che la compongono. Ogni pezzo è codificato; in pratica è un puzzle gigante. Stesso discorso per le viti. Tutta la struttura è stata fatta a controllo numerico, cosa che non era mai stata fatta prima.

TG: Quanto avete impiegato a costruirla?

Geppo: Sei mesi, perché era un'attività che facevamo dopo il lavoro. Abbiamo fatto tutto noi, tranne il supporto di metallo che è stato montato da fabbri alpinisti che lavoravano sopra il magazzino già costruito e operante. Non potevamo costruire impalcature perché avremmo bloccato l'attività dell'azienda che è quella che ci dà da mangiare e ci ha permesso di costruire la Bowl. La struttura metallica è stata costruita da sopra da questi fabbri volanti agganciati con le corde al soffitto si spostavano da una parte all'altra della sala per saldare, agganciare e fare il loro lavoro.

TG: La bowl ha bisogno di parecchia manutenzione? Bisogna sostituire periodicamente dei pezzi?

Geppo: E' pazzesco, se tu guardi vedi che ci sono 3 o 4 pannelli un po' più consumati, ma da quando l'abbiamo costruita non abbiamo mai cambiato niente. Adesso sostituiremo quei pannelli, ma avendola costruita con 3 strati di betulla nordica da 6 mm l'uno, tra l'altro tutti disassati, la struttura con 2 centimetri di spessore è veramente solida ed ha un "pop" bellissimo (il pop è il rimbalzo che la tavola ha su una superficie). Questo è molto importante perché la base dello skate è l'ollie e se tu fossi sulla gomma non potresti saltare, no? Il cemento è un materiale molto buono; determinati tipi di pietra o il legno riescono a conferire un pop ottimale. Per cambiare quei pannelli a noi è sufficiente guardare il disegno del progetto e dire: allora è il terzo strato? A, B, C, C13; C25; C41, mandiamo in stampa questi pezzi e siamo a posto.

TG: Cosa intendi per stampa?

Geppo: Li facciamo sagomare da una fresa a controllo numerico, noi abbiamo il disegno sul computer, lo facciamo tagliare nella forma che serve a noi e quel pannello va solo lì. Togli quello che non va più bene e metti quello nuovo: semplice.

TG: E' un multistrato?

Geppo: Sì, è un compensato di betulla nordica che è completamente flat che può prendere una forma sferica. Per calcolare la curvatura che deve prendere utilizziamo un software che serve per calcolare gli scafi delle barche. Perché a mano sarebbe impossibile farlo. Dietro questo progetto c'è una grande ingegnerizzazione.

TG: Sono venuti in molti a provarla?

Geppo: Sì, anche se in realtà è una bowl privata. Tutti gli skater di Milano ci "skateano" Abbiamo un calendario condiviso su Google di circa 120 persone. Più tutti gli ospiti, quando qualcuno passa da Milano viene a trovarci. Se poi piove ciao...

Tony Hawk nella Bowl di Bastard Store 
Fotografia di Giuliano Berarducci

TG: E' una bowl molto conosciuta?

Geppo: La conoscono in tutto il mondo. Qui è venuto Tony Hawk che forse è lo skater più famoso al mondo. Poi, Steve Caballero, Jamie Thomas e molti altri.

TG: Cosa ne pensano della vostra bowl i campioni?

Geppo: Ci hanno sballato. Quello per me è stato il miglior feed-back che potessimo avere, perché uno come Steve Caballero che ti fa i complimenti per il design e la bowl, o Christian Hosoi, veramente fa piacere.

TG: In Italia invece chi è il più famoso skater?

Geppo: Probabilmente, Giorgio Zattoni di Savarna di Ravenna, è anche un dei più forti che ci siano mai stati in giro, non solo in Italia, chiaramente. Anche lui è stato qua più volte. Tra le fotografie migliori che abbiamo fatto qua, tra cui quelle di Giorgio abbiamo le cartoline che si possono prendere gratuitamente in negozio. L'arredo del negozio è fatto con gli scarti degli uffici, il camerino è fatto con gli scarti della bowl, per quello ha quella forma arrotondata. Abbiamo utilizzato tutto quello che potevamo.

TG: Fino a che età si può "skateare" con soddisfazione?

Geppo: Bah, ho visto gente "skateare" ad oltre 70 anni. Dipende da che tipo di skate fai. Il mio socio Max ha 53 anni e "skatea" seriamente.

TG: Fate dei contest qui nella vostra bowl?

Geppo: Forse, ne abbiamo fatto uno per salvare il culo ad un contest che era all'aperto, pioveva, quindi l'abbiamo fatto qua. Fin'ora non abbiamo ancora organizzato qualcosa di serio, ma c'è l'idea di farlo invitando dei grossi nomi dello skate.

TG: Che dimensioni ha la bowl?

Geppo: E' piccola: 12 metri per 12. La parte bassa è alta 1,85 cm e poi c'è un elevator che arriva a 2,10 metri e poi un'estensione di 2,5 metri.

TG: Si possono fare delle belle cose?

Geppo: Ah sì, è molto divertente e super veloce. Solo per disegnare quelle curve e quelle linee ci siamo stati tanto a pensare, circa tre mesi. Solo per dei piccoli ritocchi, pensando alle linee che poi avremmo fatto. Tuttavia, per tanto che puoi pensare a quello che si può fare, arriverà sempre quello skater che fa quel tipo di linea di percorso che ti sembra impossibile e che non era stato pensato. Quello è anche il bello... Adesso stiamo pensando di aggiungere dell'arredo intorno su cui ci si possa salire con lo skate.

TG: Nel caso qualcuno si facesse male, c'è un'assicurazione che lo indennizza?

Geppo: Noi qua abbiamo una liberatoria per tutelarci se qualcuno dovesse farsi male, si tratta di un regolamento da sottoscrivere, e poi  siamo partner dell'AICS, per cui con 10 euro si può fare una tessera che include un'assicurazione che ti copre in caso d'incidenti. Però, ripeto, è una struttura privata, questo non è un impianto sportivo... Ad ogni modo, farsi male sullo skateboard è abbastanza normale. Non puoi imparare a "skateare" se non ti fai male... Non è un problema, cadi e ti rialzi. L'importante è rialzarsi... Fin'ora, anche quelli che qui si son fatti male seriamente si sono rialzati e sono tornati a "skateare". Io, ad esempio, non ho mai avuto problemi alle ossa, ma ho spaccato tre volte i legamenti. Ho fatto tre operazioni alle ginocchia. 

TG: Ultima cosa da dire?

Geppo: Se volete venirci a trovare, noi siamo qui, vi aspettiamo. Se poi non volete "skateare" potete vedere le première dei video più importanti, principalmente di skate, ma anche di snowboard. In questo modo recuperiamo anche la vecchia funzione di cinematografo di questo spazio storico che abbiamo preservato da qualsiasi sconvolgimento architettonico. Qua, organizziamo anche mostre con artisti illustratori bravissimi, come Marc McKee che è considerato proprio il padre della grafica degli skateboard moderni. Artista che ha un'ironia ed un modo d'approcciarsi tutto particolare a questo mondo che non è fatto soltanto di punk, spade, teschi e robe cattive.

Geppo il diavolo buono innamorato di Fiammetta la figlia del re dei diavoli.

Per vedere un'altra mitica bowl italiana cliccate qui.



sabato 28 maggio 2016

La Lucida Visione di Lisetta Carmi alla Galleria Martini & Ronchetti

"Ho fotografato per capire" Lisetta Carmi

Al centro della sua ricerca Lisetta Carmi pone l'essere umano: quando il suo orizzonte si allarga a paesi lontani dove uomini, donne e bambini vivono nella più assoluta povertà il suo sguardo restituisce loro dignità ed empatia. L'identica necessità di comprendere gli altri si ritrova nella serie scattata a Genova tra il 1965 ed i l 1969 all'interno della comunità dei travestiti. Giovanni Battista Martini

"La Lucida Visione" presentava alla Galleria d'arte Martini & Ronchetti di Genova opere fotografiche di Lisetta Carmi riprese e stampate dall'autrice tra il 1962 ed il 1971. Giovanni Battista Martini ha esposto in via Roma al 9 una quarantina di stampe in occasione della grande mostra di Lisetta Carmi, "Il senso della vita", allestita a Palazzo Ducale nella Loggia degli Abati all'incirca nello stesso periodo (dal 13 novembre 2015 al 7 febbraio 2016). Non avendo avuto l'opportunità di andare prima a Genova per visitare entrambe le bellissime esposizioni, ho contattato Giovanni Battista Martini che molto cortesemente ha ri-allestito la mostra in questione per una mia visione privata avvenuta in data 21 aprile 2016 affinché potessi visionarla. Riporto alcune delle immagini esposte e un dialogo avuto con il gallerista, che ringrazio pubblicamente in questa occasione, anche da parte dei numerosi lettori di "Frammenti di Cultura".

I Provo di Amsterdam, 1966. Fotografia di Lisetta Carmi.

La mostra era composta da piccoli gruppi tematici di fotografie realizzate tra il 1962 ed il 1971. Tra questi una serie di scatti realizzati ad Amsterdam nel 1966 agli attivisti dei Provo, movimento di spirito anarcoide e libertario che con la sua contestazione politica anticipava le battaglie contro il consumismo e si batteva per promuovere principi ecologici che si sarebbero poi affermati nel decennio successivo.

Altre immagini scattate ad Amsterdam da Lisetta Carmi

Una parete della sala espositiva della Galleria d'Arte Martini & Ronchetti

La straordinaria sequenza di Ezra Pound nella sua casa a Sant'Ambrogio di Rapallo manifesta la sua capacità di cogliere in profondità i soggetti. Accanto ai ritratti del poeta le immagini di Claudio Abbado, di Cathy Berberian e Judith Malina testimoniano inoltre l'interesse per la musica e l'espressione artistica.

Nella Metropolitana di Parigi. Fotografia di Lisetta Carmi

Un piccolo nucleo di immagini scattate nella metropolitana di Parigi nel 1965 documenta un lavoro realizzato in copia unica dall'artista: il libro d'artista Metropolitain che nello stesso anno si aggiudica un importante riconoscimento al Premio per la cultura nella fotografia a Fermo.

 I travestiti. Questa serie di fotografie di Lisetta Carmisono state raccolte in un libro oggi molto ricercato ddel quale ci parla Giovanni Battista Martini nell'intervista che parla.

Durante i sei anni di condivisione della quotidianità emergono immagini intense e prive di preconcetti: forse più che la scabrosità dei soggetti è stata proprio la mancanza di giudizio morale e l'affetto che traspare dalle riprese a dare scandalo quando il volume “I Travestiti” è stato pubblicato nel 1972.

La porta d'ingresso del palazzo al numero 9 nero (A Genova i numeri rossi sono quelli delle attività commerciali. Fate attenzione ai colori o non troverete quello che state cercando)  di via Roma, a Genova dove si trova la Galleria Martini & Ronchetti.

Tony Graffio intervista Giovanni Battista Martini sulle fotografie di Lisetta Carmi

Tony Graffio: Lisetta Carmi credo che sia molto conosciuta per un famoso libro sui travestiti piuttosto che per altre fotografie che ha fatto durante la sua attività di fotografa, è così Giovanni?

Giovanni Battista Martini: Sì, infatti, tra l'altro quelle del libro sui travestiti sono tutte immagini che lei ha scattato a Genova, tra il 1965 ed il 1970. La mostra di Palazzo Ducale, lo scorso inverno, voleva proprio proporre altri aspetti del lavoro di Lisetta Carmi che sono meno conosciuti. Si è cercato (Martini è stato il curatore della mostra a Palazzo Ducale, oltre che di quella realizzata nella sua galleria d'arte ndTG) di dividere la mostra in sezioni e così è stato. Erano esposti 220 scatti, di cui molti erano inediti, addirittura mai stampati da lei. La prima sala era dedicata alla città di Genova con molte immagini che raffiguravano il porto che lei aveva fotografato, sempre negli anni '60 perché questo era stato il tema di una mostra che aveva girato per l'Italia e che era approdata perfino a Mosca. La Casa della Cultura Genovese ed i sindacati locali avevano commissionato questo lavoro straordinario che oltre il discorso fotografico ed estetico documentava anche le condizioni di lavoro nel porto di quel tempo. Condizioni che erano, sotto certi aspetti piuttosto precarie e daranno luogo a tutta una serie di rivendicazioni da parte dei camalli, a livello di sicurezza, salute e contrattuali che segneranno poi gli anni settanta. C'era anche un altro piccolo gruppo di fotografie realizzate a Staglieno da lei denominata: "Erotismo ed autoritarismo a Staglieno" dove compaiono le fotografie dei monumenti realizzati tra il 1800 e l'inizio del 1900 del cimitero monumentale genovese, luogo in cui la borghesia veniva rappresentata proprio nel momento funebre. C'erano poi altri scatti della città, alcuni presi anche all'Italsider all'interno della fonderia dove si vedevano le colate di acciaio (scatti inediti). Di seguito, si passava alla sezione degli artisti, dove è stata esposta una serie di fotografie che lei non aveva mai stampato prima, in cui si vede Lucio Fontana realizzare uno dei pochi ambienti spaziali alla Galleria del Deposito, a Genova. Sarebbe interessante aprire qui una parentesi per spiegare che cos'era la Galleria del Deposito, un'associazione culturale fondata, tra gli altri, da suo fratello Eugenio Carmi, artista ed allora anche direttore artistico di tutta la comunicazione per l'Italsider. Per questa azienda, Carmi realizzò operazioni di comunicazione visiva molto importanti, anche all'interno della stessa fabbrica. Altri scatti mai stampati da Lisetta, oltre a quelli su Fontana, sono quelli che riguardano alcuni ritratti di Edoardo Sanguineti con Cahty Berberian. C'era un bellissimo ritratto di Carmelo Bene ed altri di personaggi molto conosciuti, come Abbado, Joris Ivens; alcune scene di teatro di Beckett, sempre riprese nella Genova di quegli anni, una città estremamente viva dal punto di vista delle proposte culturali, oltre che economicamente florida. Poi, si passava in un'altra sezione dov'era esposta la serie completa dei ritratti di Ezra Pound che Lisetta Carmi realizza in questo incontro durato in realtà pochissimi minuti, in cui lei riesce a cogliere l'essenza del poeta in tutta la sua drammaticità.

TG: Dove si erano incontrati?

GBM: Pound abitava sopra Rapallo. Aveva una casa a Sant'Ambrogio di Rapallo, in una posizione bellissima sulle alture. Lui viveva lì, dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti, dove era stato prigioniero per molti anni. Sempre in questa sezione era esposto un altro bellissimo lavoro che Lisetta realizzò dal 1962 al 1963 sull'opera  di Luigi Dallapiccola: il "Quaderno musicale di Annalibera" che è l'unico lavoro che realizza in modo astratto e puramente creativo. Lisetta ha lavorato sulla partitura musicale interpretando con segni astratti i vari passaggi dei tempi musicali. Si tratta di un documento eccezionale che purtroppo è rimasto un'esperienza unica. C'erano delle sezioni di viaggio dove trovavamo dei gruppi di fotografie riprese in Israele, Sardegna, Sicilia e vari luoghi d'Europa. Nelle ultime sale erano esposte le fotografie del Venezuela e dell'Afghanistan e dei posti da lei visitati.

TG: Perché Lisetta viaggiava così tanto?

GBM: Viaggiava perché voleva conoscere la realtà di vari paesi. In Israele è andata per conoscere meglio la cultura, poiché Lisetta è ebrea, anche se poi ha documentato di più i campi profughi palestinesi di quanto non abbia mostrato l'establishment di quel paese. Lei ha sempre avuto una vocazione a documentare la diversità, la sofferenza e l'umanità delle persone. Questo è quanto traspare sempre in questi suoi lavori d'indagine in cui si manifesta l'empatia totale verso quello che guarda e fotografa.

TG: Non ha mai avuto commissioni? O si è sempre mossa di sua iniziativa?

GBM: I ritratti di Ezra Pound furono una commissione perché andò sul posto con il responsabile dell'Ansa per avere un incontro e tentare d'intervistare il poeta. L'intervista in effetti non venne realizzata perché il contatto con Pound fu molto breve e per scelta l'anziano poeta non parlava con nessuno già da tempo. Il silenzio era ormai la sua condizione di vita. Lisetta Carmi ed il Direttore dell'Ansa attesero a lungo di poter vedere comparire Pound sulla porta. Stavano già per andarsene quando lo videro uscire di casa, prima che la sua infermiera lo richiamasse dentro a forza. 
In uno spazio leggermente rialzato abbiamo collocato la serie del parto come una piccola sezione a parte. Nell'ultima sala della mostra del Palazzo Ducale erano collocate le fotografie dei travestiti delle quali sono state scelte solo alcune immagini, anche quelle divise a gruppi. Un gruppo per i ritratti, uno per le scene di vita sociale. Su una parete erano collocati i letti. Infine in un'ultima sezione c'erano esposti i nudi e le immagini più intime.

TG: Tu sei stato il curatore di quella mostra?

GBM: Sì, ho fatto da curatore. Avevo proposto quella mostra a Palazzo Ducale due anni fa e finalmente siamo riusciti a realizzarla.

TG: Hai scelto tu le immagini?

GBM: Sì, totalmente. Sono stato in Puglia da Lisetta diverse volte per scegliere assieme a lei le immagini e anche per scoprire gli scatti che non erano mai stati stampati e che trovavo molto interessanti da inserire nel percorso della mostra.

TG: Lisetta ha spiegato perché non avesse mai inserito certe immagini nei propri lavori? O forse non le riteneva importanti?

GBM: Bisogna capire che Lisetta ha avuto una vita fotografica molto breve, nel senso che lei smette di fotografare alla fine degli anni '70 e non avendo ripreso in mano, se non ultimamente il proprio lavoro fotografico, certe immagini sono rimaste solo sui negativi.

TG: Lei si era disinteressata alla propria produzione fotografica?

GBM: Sì, come in effetti ha interrotto improvvisamente la carriera musicale nel 1960. Era una brava pianista con una preparazione importante, un maestro importante, allo stesso modo, smette anche di fotografare. Aveva dato concerti di pianoforte in Italia, in Israele ed in altri paesi. Decide di smettere dando come motivazione il fatto di non poter altrimenti manifestare pubblicamente le proprie idee. All'epoca, a Genova, come nel resto d'Italia, si tenevano manifestazioni piuttosto violente durante il governo Tambroni ed anche successivamente. Il maestro They di musica aveva consigliato a Lisetta di non manifestare perché durante quegli eventi potevano esserci degli incidenti che avrebbero potuto danneggiare le sue mani. Questo fatto lo ha sentito come una privazione di libertà, al punto che ha deciso d'interrompere lo studio e l'attività di pianista. Casualmente, inizia a fotografare. Lo racconta in questo testo che ho chiesto a Lisetta di scrivere appositamente per il catalogo della mostra qui in galleria. Aveva una specie d'inibizione verso la macchina fotografica perché i genitori erano fotografi, il fratello era fotografo e di conseguenza lei forse non si sentiva all'altezza della situazione.

TG: Evidentemente, però c'era anche una certa predisposizione.

GBM: Quando lei inizia a fotografare la sua cultura e la sua sensibilità emergono riversandosi sulla sua visione artistica. In occasione di un viaggio in Puglia a San Nicandro, dove era stata invitata da un amico, per visitare un insediamento storico di ebrei in quel territorio, Lisetta compra una Agfa Silette, una fotocamera abbastanza economica e inizia a documentare luoghi e persone. Tornata a Genova fa sviluppare le fotografie e pare che alcuni, vedendo le immagini che riporta, si complimentarono con lei dicendole che ha scattato delle fotografie degne di Henri Cartier Bresson. Nel 1960, in questo modo Lisetta Carmi inizia la professione del fotografa e grazie anche al fatto che il fratello conosce il direttore del Teatro Stabile di Genova, diventa la fotografa di scena di questo teatro. Alcune di queste prime sue fotografie erano state esposte al Palazzo Ducale. Il suo passato di musicista ed il suo legame con Dallapiccola le consentirono di fare il lavoro su Annalibera che non ha riferimenti col mondo reale.

TG: Si occupa di fotografia per circa 17 anni soltanto?

GBM: Sì, lei fa la fotografa, poi compra un trullo a Cisternino, viaggia in India dove conosce Babaji, fatto che costituisce per lei una nuova importante esperienza. Esperienza che le cambierà la vita e le farà intraprendere un nuovo cammino spirituale. Babaji chiede a Lisetta d'aprire un nuovo ashram a Cisternino, compito che poi lei porterà a termine finanziando il progetto. Questo centro spirituale è diventato una fondazione riconosciuta dallo stato italiano e Lisetta negli anni a seguire dedicando la propria vita al sociale. C'è da dire che Lisetta non ha lasciato la musica per la fotografia, ma prima ha svolto un'attività e poi l'altra.

TG: Allo stesso modo probabilmente con i viaggi è entrata in contatto con realtà che l'hanno portata ad abbandonare anche la fotografia per occuparsi maggiormente delle persone?

GBM: Ha abbandonato la fotografia perché per potersi occupare a tempo pieno di meditazione e delle persone. Non le restava tempo per altro. Raccontava di salvataggi di individui che arrivavano all'Ashram estremamente danneggiati dalla vita vissuta in precedenza sia per la dipendenza da sostanze chimiche dannose che per malattie croniche. Lisetta da anni è molto attiva nel recupero sociale delle persone. 

TG: Lisetta ha abbandonato completamente l'attività fotografica?

GBM: Totalmente.

TG: E come è stata recuperata come autrice di fotografia degna di attenzione?

GBM: Probabilmente grazie al suo libro sui travestiti che è stato pubblicato con mille difficoltà ed ha avuto una storia particolare, ma non è mai stato dimenticato. Si era rivolta a diversi editori tra i quali Mazzotta. Tutti hanno rifiutato di trattare un argomento difficile e delicato come quello che si cercava di far emergere, tranne Essedi di Roma, una casa editrice che ha pubblicato il libro di Lisetta nel 1972.

Lisetta Carmi - I Travestiti - Essedi Editrice, Roma 1972

TG: Conosci molto bene questa storia. Da quanto tempo sei in contatto con Lisetta?

GBM: Io conosco Lisetta dal 1967, da quando ero studente al liceo perché avevo come compagna, non di classe, ma di studi, sua nipote Francesca, figlia di Eugenio Carmi. Insieme a Francesca andavamo a trovare Lisetta nel suo bellissimo studio all'ultimo piano di un palazzo nel centro storico, qui a Genova. Si trovava in Piazza Fossatello. Sicuramente venendo qua dalla stazione di Principe, attraversando il sestiere di Prè ci sei passato anche tu. Mi ricordo che la prima volta che sono entrato nella sua camera oscura ho visto stese ad asciugare alcune fotografie dei travestiti.

TG: Era il 1967?

GBM: Sì, era il 1967. Da quelle immagini ho avuto un'impressione molto forte perché questi soggetti erano qualcosa di totalmente nuovo ed inedito ed anche la verità di queste fotografie era sconvolgente. Incontravo Lisetta regolarmente, anche perché nel 1969 insieme ad Alberto Ronchetti avevamo aperto la galleria "Pourquoi pas?" nel centro storico, molto vicino al suo studio, in piazza delle Vigne. La vedevo spesso ad ogni manifestazione culturale, ma anche alle manifestazioni che si facevano scendendo nelle piazze. Ad un certo punto poi lei è sparita, non si è più vista in giro, è stato proprio durante il periodo in cui ha vissuto in India.

TG: Cerchiamo di capire meglio che cosa ha rappresentato quel libro sui travestiti.

GBM: Nella storia della fotografia quel libro sui travestiti è diventato un'icona. Lo si vedeva un po' dappertutto pubblicato come copertina.

TG: All'epoca ne avranno venduti pochi però...

GBM: Ne hanno venduti pochissimi, anche perché i librai si rifiutavano d'esporlo, di proporlo e di venderlo. Chi ce l'aveva lo teneva nascosto. Veniva tenuto in un cassetto e lo mostravano solo se qualcuno lo chiedeva espressamente. Lisetta stessa racconta che andava nelle librerie a chiederlo e quasi nessuna lo aveva. Oppure, non lo avevano voluto prendere in consegna. Altri ancora ti dicevano di attendere un attimo e andavano a recuperarlo da qualche armadio chiuso a chiave, ma in sostanza nessuno lo esponeva perché era un libro che trattava un argomento scabroso che faceva scandalo. Questo libro ha anche rischiato d'andare al macero perché c'erano, mi sembra di ricordare, 3000 copie invendute. E' stata un'amica di LIsetta, la giornalista Barbara Alberti di Roma, che ha ritirato quasi tutti i libri stampati, li ha portati a casa sua ed ha costruito come dei mobili, o meglio dei piani di appoggio. Alla fine, tutti questi libri sono stati regalati agli ospiti di questa signora che riceveva molte persone a casa sua. Io ho una copia da molti anni che ho avuto in regalo da un amico perché all'epoca non ero interessato a comprare quel libro. Esiste anche un libro di Giovanna Calvenzi, "Le cinque vite di Lisetta Carmi", in cui si parla della storia del libro dei travestiti.

TG: La storia del libro dei travestiti è abbastanza strana: ha fatto scalpore, hanno tentato di venderlo, non lo voleva nessuno, è stato ritirato, lo hanno regalato e adesso lo vogliono tutti... Anche perché ha un certo valore collezionistico...

GBM: Non lo si voleva vendere... Perché era un libro tabù, ecco direi che in questo caso questa è la parola appropriata, perché affrontava dal punto di vista delle immagini una realtà che si voleva nascondere per non farla conoscere. Era un libro molto forte per quell'epoca. Non era ancora stato affrontato il problema dell'identità di genere e Lisetta con la sua ricerca guardava in faccia alla realtà nel modo più diretto possibile. Una realtà che per molti era ed è ancora una realtà scomoda.

TG: E perché hai esposto delle immagini di Lisetta anche nella tua galleria, oltre che a Palazzo Ducale?

GBM: Ho voluto affiancare delle immagini anche nella mia galleria per esporre qui solo delle stampe Vintage print, ampliando un paio di argomenti che a Palazzo Ducale non era possibile trattare, anche per motivi di spazio. Qui ho esposto le fotografie dei Provo di Amsterdam scattate da Lisetta nel 1966, proprio quando s'era recata a ritirare il Premio Nièpce che aveva ottenuto con i famosi ritratti di Ezra Pound. I Provo sono stati il primo movimento di contestazione politica in Europa ed è interessante che lei li abbia documentati. Si tratta di fotografie apparentemente casuali, ma estremamente precise perché puntano alla comunicazione promossa da quel movimento. Le scritte, i manifesti, ed i personaggi stessi ritratti in queste immagini ci fanno capire l'attività di rottura di questo gruppo di provocazione che in una delle sue prime azioni di protesta aveva contestato la regina d'Olanda. Lisetta quando fotografava queste situazioni motivava in modo estremamente preciso e circostanziato i suoi lavori; nel catalogo della mostra ho voluto riprodurre anche quello che lei aveva scritto in riferimento a questa esperienza.

TG: Giovanni, visto che parli di cataloghi, vorrei chiederti se quando si stampano questi libri si parte dalla stampa originale, piuttosto che dal negativo.

Ser cristiano es ser de izquierda, 1969, Venezuela. Fotografia e stampa di Lisetta Carmi 

GBM: Sì, normalmente si fotografano le stampe e le si pubblicano. Noi siamo partiti dalla stampa originale. 

TG: Infatti, da questa fotografia che mostra un bambino venezuelano davanti ad una scritta si capisce che è stata effettuata una mascheratura in fase di stampa perché è visibile un alone chiaro intorno alla testa del bambino ed intorno ad un braccio. Sia sul catalogo che qui in galleria l'immagine è identica, questo significa, come dici tu, che avete preso la stampa originale della fotografa e l'avete riprodotta esattamente in questo modo, senza aver fatto ricorso, per esempio, ad una scansione dei negativi che comunque è sempre buona norma maneggiare il meno possibile. Le stampe d'arte dovrebbero sempre rispettare la volontà del fotografo, anche se da questa immagine io forse posso immaginare che Lisetta non si sia occupata prevalentemente di stampa fotografica.

GBM: Penso che sia sempre meglio, laddove esiste un originale, partire dalla riproduzione di questo per effettuare pubblicazioni che riportino i lavori dell'artista.

Irlanda del Nord - Fotografia di Lisetta Carmi

TG: Vedo anche una fotografia dell'Irlanda del Nord, Lisetta è stata in Irlanda?

GBM: Sì, è stata in Irlanda ed ha scattato una serie di fotografie sull'occupazione Britannica. E' stata anche in Afghanistan e a Firenze durante l'alluvione di 50 anni fa. Dove accadevano avvenimenti, sia drammatici che culturali, Lisetta c'era per fare le sue fotografie. Si svolgeva il congresso di psicoanalisi a Roma? Lei ci è andata ed ha fotografato Lacan. Faccio un esempio, ho ritagliato un articolo di "Repubblica" perché è uscito un libro di Fachinelli che è stato un altro psicanalista organizzatore di quel convegno ed anche di lui Lisetta ha realizzato dei ritratti interessanti. Il convegno sul teatro nuovo a Torino? E naturalmente Lisetta s'è recata a Torino per quell'evento. C'era stato il convegno degli anarchici a Massa Carrara e Lisetta è andata anche lì. Insomma Lisetta si spostava parecchio ed è interessante vedere come lei sceglieva i suoi soggetti e si muoveva per documentare e soprattutto per capire le cose che la interessavano. Questo è un po' il suo leitmotiv e la ragione per la quale lei ha usato la fotografia.

TG: Poi, quando tornava vendeva le fotografie ai giornali?

GBM: Sì, avrebbe potuto anche vendere le fotografie, ma non necessariamente. Credo che lei lavorasse a Milano con l'Agenzia di Grazia Neri. Le ultime fotografie le ha fatte a Babaji.

TG: Volevo sapere se è stato difficile visionare i negativi di Lisetta Carmi ed in base a che cosa hai poi scelto le fotografie che hanno composto le mostre di cui mi hai parlato?

GBM: Quando si lavora ad un progetto con l'artista, giustamente, si lavora insieme: per prima cosa è stato importante individuare gli argomenti sui quali lei ha lavorato in quei quasi 20 anni durante i quali s'è occupata di fotografia. All'interno di questi temi s'è trattato di trovare le immagini rappresentative del suo lavoro. 

TG: Avete deciso solo tu e la Carmi? O vi sono arrivate delle indicazioni anche dall'esterno sugli argomenti da trattare?

GBM: No assolutamente. Il progetto è stato mio e non ha influito nessun tipo di condizionamento o di suggerimento. Ho sottoposto a lei ed alla Direzione del Palazzo Ducale e fondazione per la cultura il progetto che è stato approvato, abbiamo cominciato così a lavorare in questa direzione. 

TG: Perché alcune sue fotografie non sono mai state stampate prima?

GBM: Non necessariamente il fotografo, quando scatta, ha poi necessità di stampare per forza, se poi non ha intenzione d'esporre. Se non ha fini particolari, semplicemente ha scattato la fotografia che è rimasta come una fotografia fatta, ma non stampata. E' un po' come l'artista che produce una serie di quadri, se in seguito non c'è una richiesta di una mostra o di una pubblicazione, le opere rimangono nello studio dell'artista. Per esempio è il caso delle fatte a Lucio Fontana, o anche a César che era venuto a Genova nel 1969, sempre su invito della Galleria del Deposito, a fare una sua "Espansione", così si chiamava il suo lavoro prodotto a Genova. Anche in quest'ultimo caso la Carmi ha documentato l'evento con fotografie che sono rimaste inutilizzate perché in seguito non c'è stata nessuna richiesta.

TG: Lisetta non si considera un'artista?

GBM: E' qualcosa che fa parte della sua persona: che lei non voglia considerarsi tale, ma che di fatto lo sia, questo è un altro discorso. Per molti è un modo di porsi davanti alle cose, al mondo ed anche davanti a sé stessi. Lisetta tiene molto a far sapere che quello che ha fatto l'ha fatto nell'intento di voler capire le persone e soprattutto la società. Sarà il mondo o la cultura a decidere se lei è un'artista o meno. Ma anche questa definizione d'essere artista è talmente consumata... Quasi tutti si proclamano artisti, poi magari coloro che non lo fanno sono più artisti di quelli che si definiscono tali. 

TG: Lei è venuta a Genova a vedere la sua mostra?

GBM: Sì è venuta qui a Genova e devo dire che mi è sembrata molto contenta della mostra e probabilmente anche d'essere rappresentata nella città che l'ha vista operare.

TG: C'è stata buona affluenza di pubblico?

GBM: Sì, mi pare che abbiamo avuto circa 8'000 visitatori. Per lei la fotografia è un'esperienza chiusa, ma è pur sempre una realtà che fa parte della sua vita.

TG: Che tiratura hanno avuto le stampe vintage che tu proponi alla vendita? E quanto possono valere?

GBM: Non è definibile. Lei non ha mai ragionato nei termini di questa logica delle tirature. Ci possono essere più stampe di una fotografia, ma non si conosce il numero preciso. Alcune possono esistere in più copie altre no, oppure come nel caso del ritratto di Ezra Pound, potrebbero esistere delle varianti, ma sempre in numeri molto limitati perché in Italia in quegli anni non c'era ancora il concetto di firmare e numerare in serie le proprie stampe. Le sue fotografie che si trovano sul mercato hanno ancora un valore stimato abbastanza basso rispetto all'importanza storica e culturale del suo lavoro. Mentre il libro de "i Travestiti" si trova sul mercato antiquario dei libri  a seconda dello stato di conservazione e della richiesta del venditore con prezzi che oscillano tra i 900 euro ed i 1800 euro circa.

Provo, Amsterdam, su un muro cuoricini, impronte di mani ed il simbolo di fate l'amore non la guerra, 1966 


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