domenica 23 settembre 2018

Sarah Moon: Time at Work alla Fondazione Sozzani

"Questa è la storia del tempo che passa e cancella." Sarah Moon


Marielle Warin nasce nel 1941 a Vernon, in Normandia, in una famiglia ebrea che durante la Seconda Guerra Mondiale riesce a trasferirsi in Inghilterra dove la ragazza studierà disegno, prima di lavorare come modella a Londra, con il nome di Marielle Hadengue. In seguito si interesserà di fotografia, iniziando a ritrarre le colleghe modelle. Negli anni '60 riesce a catturare l'atmosfera modaiola della "Swinging London"; agli inizi degli anni '70 decide di dedicarsi totalmente alla fotografia. La sua nuova attività ha successo e lei prende lo pseudonimo di Sarah Moon.
Nel 1972 Sarah Moon è la prima fotografa donna a firmare le immagini per il Calendario Pirelli.


Le sue fotografie rappresentano atmosfere oniriche in cui giovani donne guardano languidamente l'obiettivo della fotocamera, ma tra le circa 90 immagini esposte alla Fondazione Carla Sozzani troviamo anche soggetti diversi di paesaggi, vegetazione e animali, anche se la moda e lo stile un po' voyeuristico permangono nell'aria e ci esplicitano la visione femminile di un mondo affascinante proprio perché più immaginario che reale.


La maggior parte delle stampe sono ricavate da negativi Polaroid di grande formato in bianco e nero, ma sono esposte anche alcune fotografie a colori.
Si intuisce che alcuni soggetti sono più studiati di altri che appaiono casuali e meno riusciti. L'alone di fascino e mistero viene conferito alle immagini da sfocature e da un effetto mosso che rendono la realtà rappresentata particolarmente evanescente e irraggiungibile; un po' come i ricordi di un passato lontano che vengono stemperati dalle nebbie della memoria e che non potranno più tornare vividamente davanti ai nostri occhi.
La serie di immagini esposte è stata realizzata negli anni dal 1995 al 2018.


Sarah Moon si è dedicata anche all'immagine in movimento.
Ho visto parte della proiezione di un suo video (non ho resistito più di 5 minuti) che definire documentario mi sembra un po' ottimistico. "There is something about Lilian" non mi ha particolarmente colpito, né per le immagini, né per il montaggio, né per il contenuto sonoro in lingua inglese completamente incomprensibile a causa di un audio registrato male e dall'assenza di sottotitoli. Evidentemente, per la Moon è più semplice creare atmosfere affettate che riportare i fatti; ad ogni modo la mostra è molto godibile e la consiglio vivamente a tutti coloro che passano per Corso Como, anche perché la sua visione è gratuita. Resta il fatto che poi qualche decina di euro si finisce per lasciarla comunque in libreria non sapendo resistere all'acquisto di qualche raro libro fotografico. TG

Fondazione Sozzani | "Sarah Moon. Time at Work"
Corso Como, 10 Milano 
Dal 19 settembre 2018 al 6 gennaio 2019
dalle 10,30 alle 19,00

Nello stesso tempo, Armani-Silos espone "From one season to another", una raccolta di oltre 170 immagini a colori e in bianco e nero che costituiscono una vera retrospettiva che accosta opere inedite alle più conosciute fotografie di moda dell'autrice franco/inglese.

Armani/Silos | "Sarah Moon. From one season to another"
Via Bergognone, 40 Milano
Dal 19 settembre al 6 gennaio 2019
da mercoledì a domenica dalle 11,00 alle 19,00.


sabato 22 settembre 2018

Zafferano, la spezia della salute (Oro Rosso sulle piane di Bocco)

"La povera ricchezza è nella terra." Armando Bruzzesi, re dei barboni

Ha senso che Tony Graffio si interessi allo zafferano? Ritengo di sì. Va bene parlare d'arte, di cultura, di tecnologia, di collezionismo, di attualità, di spettacoli, di mostre, di design, di musica, di fotografia, di cinema, di televisione, di libri, di street-art, di birra, di viaggiatori sulla Terra e nello Spazio, di lavori un po' speciali, ma bisogna anche ricordarsi che viviamo grazie ai prodotti che ci regala la terra e al sudore di chi la accudisce.
Intorno agli anni 2000 lo stato italiano comprese che non sarebbe riuscito a sfruttare appieno le coltivazioni di Zafferano, perché chi si doveva occupare di trovare un modo per meccanizzare queste coltivazioni non è venuto a capo di questo problema e, sicuramente, chi lavora manualmente la terra lo fa più volentieri se poi i frutti dei suoi sforzi restano interamente nelle sue tasche.
Complici la crisi e la difficoltà di trovare un lavoro stabile, molti giovani e meno giovani sono tornati ad interessarsi alla campagna e all'agricoltura, meglio se biologica.
Fin dall'antica Persia, lo zafferano veniva utilizzato per curare molteplici disturbi come la tosse, il vaiolo, l’insonnia, l’asma, le coliche e i disturbi cardiovascolari (Winterhalter et al., 2000). Nella botanica medico-farmaceutica arcaica e antica lo zafferano veniva impiegato: contro le patologie del fegato e dei reni; come emmenagogo per facilitare e aumenta il flusso mestruale; come afrodisiaco e antidepressivo; nella prevenzione dei disturbi mestruali e delle complicanze post-partum; contro le affezioni epatobiliari; come calmante per la tosse; come calmante per i crampi gastrici e i disturbi intestinali e ovviamente come tintura per le stoffe ed i tessuti. 
Inoltre, lo zafferano è considerato ricco di proprietà tranquillanti visti i suoi effetti sullo stress e l'ansia (Sugiura et al., 1994) e come agente pro-memoria (Saito, 2004). Da studi più recenti, risulta che l'utilizzo dello zafferano può essere perfino d'aiuto nella lotta contro i tumori.
Il fascino di una lavorazione antica e tradizionale, oltre alle proprietà insite in un fiore bellissimo ed ai possibili nuovi impieghi che mi propongo di fare dei suoi preziosi stimmi, mi hanno convinto a conoscere meglio lo zafferano intervistando un neo-coltivatore che ha affrontato la difficile sfida di seminare i bulbi di Crocus Sativus in montagna. TG

Lo Zafferaneto delle Piane di Bocco
 Il campo dello Zafferaneto delle piane di Bocco (PV)

Tony Graffio: Andrea, so che insieme ad un socio hai recentemente avviato un'attività che sta attirando molto interesse da parte di parecchie persone e non soltanto da chi ama la buona cucina. Ho deciso di intervistarti perché sono molto affascinato da tutto quello che riguarda il lavoro manuale, l'artigianato e le tecniche antiche. Inoltre, voglio capire come distinguere un prodotto di qualità. Cosa puoi raccontarmi della tua passione per la coltivazione biologica?

Andrea Garavaglia: Fabio Giurlando ed io abbiamo una piccola azienda agricola, lo Zafferaneto delle antiche piane di Bocco. Coltiviamo uno zafferano di prima qualità qualità, purissimo, a 1100 metri di altitudine. Il nostro è solo un piccolo appezzamento di terra che non ci permette ancora di vivere di questo lavoro, per adesso non produciamo tanto; però anche solo il fatto di poter produrre zafferano di prima qualità ci soddisfa e ci induce a cercare di migliorare sempre più il nostro prodotto. Abbiamo deciso di dedicarci alla coltivazione biologica per ottenere il massimo della qualità dalle nostre piante di spezie.

TG: Mi spiegheresti che cos'è lo zafferano? Dove e quando cresce? E magari dammi qualche altro elemento per capire meglio di che cosa stiamo parlando.

AG: Lo zafferano è la spezia più cara al mondo, ma è anche la spezia più antica, la si conosceva prima di Cristo e si parlava dell'uso dello zafferano già nell'antica Africa. Stimola il metabolismo e recentemente si dice anche che abbia proprietà antitumorali. Da sempre, è la spezia per eccellenza e per questo viene definita "l'oro rosso".

TG: Vale anche più dell'oro ed un tempo era anche un mezzo di scambio, come una moneta, vero?

AG: Un tempo, in Nord Africa ed in Iran era usato come una moneta perché era prezioso e occupava poco spazio.

TG: Ultimamente, c'è una riscoperta di questa spezia; forse da quando in Italia è caduto il monopolio su questa pianta profumatissima se ne parla un po' di più?

AG: Sì, se ne parla un po' di più per vari motivi e poi anche da quando attraversiamo questa crisi economica molte persone che non sanno che cosa fare e a che lavoro dedicarsi hanno pensato di ritornare alla terra per dedicarsi a qualcosa di concreto, magari con coltivazioni mirate e più attente. Voglio dire che anche noi ci dedichiamo a questa attività pensando che stiamo coltivando il nostro orto di casa e per questo mettiamo molta cura e molto impegno nel nostro lavoro. Si cerca di coltivare qualcosa capace di dare un reddito che possa sostentare una famiglia.

TG: Insomma, ci mettete molta passione in quello che fate, anche nella speranza di ottenere un risultato economico.

AG: Certo, la passione è fondamentale.

TG: Che pregi e difficoltà ci sono nella coltivazione in montagna?

AG: Coltivare zafferano in montagna non è più difficoltoso che altrove, anche se da noi sono presenti molti animali selvatici e abbiamo dovuto montare una recinzione elettrica intorno al nostro campo. La coltivazione viene fatta esclusivamente a mano, nel nostro caso non esistono macchinari che possano sostituire l'uomo. Il nostro poi è zafferano biologico, pertanto non possiamo nemmeno utilizzare fertilizzanti o altri tipi di prodotti chimici. Non utilizziamo diserbanti, concimi o qualsiasi altra cosa non sia naturale.

TG: Veramente non utilizzate nessun tipo di concime e strappate tutte le erbacce a mano?

AG: Sì, te lo posso assicurare. Si potrebbe utilizzare il letame di vacca, ma noi preferiamo far uso della pollina perché in questo modo siamo sicuri di non avere sorprese nelle analisi chimiche che vengono fatte sul nostro prodotto dai ricercatori universitari. La pollina è un prodotto completamente naturale.

TG: Mi stai dicendo che l'alimentazione dei polli è più sana di quella dei grossi mammiferi da allevamento?

AG: Probabilmente sì.

TG: Capisco... Per la coltivazione, si parte dai bulbi, giusto?

AG: Si parte con la semina dei bulbi. Si fanno dei solchi nel terreno o delle prose; poi dipende da come si vede lo sviluppo del lavoro. La "cipolla" dello zafferano va sistemata sotto terra entro e non oltre la fine di agosto, in modo che da ottobre in poi si possano ricevere i primi frutti. Anno dopo anno questi frutti saranno sempre di più ed i bulbi diventeranno sempre più grossi, poi a loro volta avranno dei figli e anche questi faranno dei fiori che ancora daranno vita ad altri fiori...

TG: Questi sono i cicli di vita della natura...

AG: Certo. Dopo la messa a dimora bisogna attendere l'arrivo di ottobre, periodo in cui si farà il raccolto giornalmente, tutte le mattine, raccogliendo il fiore esclusivamente chiuso, altrimenti lo si contaminerebbe con gli stimmi interni che entrerebbero in contatto con i pistilli, cosa che non farebbe di questo zafferano un prodotto di prima qualità. Si procede ogni giorno alla raccolta dei fiori fintanto che nel campo la pianta va in fioritura. Poi, ci saranno pian piano meno fiori fino all'esaurimento. In autunno i bulbi vanno in letargo per poi risvegliarsi ai primi di settembre e raggiungere la fioritura ad ottobre.

TG: Quanti mesi all'anno vi impegna questa coltivazione?

AG: Soltanto il raccolto dura un mese e mezzo, ma tra tutto quello che dobbiamo fare: preparare il terreno, preparare le prose, seminare, strappare le erbacce durante i mesi estivi e via di seguito, siamo al lavoro almeno sei mesi all'anno.


Il fiore del Crocus Sativus e le sue foglie filiformi

TG: Come ti è venuta voglia di dedicarti a questo fiore? Cosa ti ha spinto a impegnarti in questa attività?

AG: Ho iniziato così per gioco; avendo una casa in montagna abbiamo chiesto in affitto dei piccoli pezzi di terreno di circa 800-900 metri quadri e abbiamo provato a coltivarli. Abbiamo visto che la cosa era fattibile e le piantine crescevano bene, così adesso stiamo pensando di allargarci un po' di più per poter riuscire ad ottenere un reddito.

TG: Dove hai preso le informazioni sul metodo da usare per la coltivazione dello zafferano?

AG: Ho letto la tesi di laurea di alcuni studenti dell'Università degli Studi di Milano che poi hanno avviato una loro attività nei dintorni di Milano, i ragazzi dello Zafferanami. Si tratta di un gruppo composto da 7-8 ragazzi laureati in agraria che hanno portato avanti con successo il loro progetto. Chiaramente, la loro tesi era pubblica, noi siamo andati a vederla per capire i modi di coltivazione e tutto quello che hanno fatto. Grazie a questi ragazzi ed ai loro consigli siamo riusciti a coltivare lo zafferano in montagna, sugli Appennini. Abbiamo avuto modo di contattare direttamente questi ragazzi solo un paio di volte, ma in quelle occasioni ci hanno chiarito quei quattro dubbi che avevamo. Anche a Voghera c'è una scuola di Agraria che ha fatto un progetto sullo zafferano, perché è normale che piuttosto che insegnare agli studenti a coltivare l'insalata si preferisca parlare di qualcosa di più prezioso e particolare che presenta più difficoltà nella coltivazione, ma che dia maggiore soddisfazione. Senza contare che ormai la coltivazione dell'insalata prevede una lavorazione tutta meccanica, dalla macchina che la pianta, alla macchina che la taglia; mentre per lo zafferano il discorso è diverso. Lo devi piantare a mano, lo devi raccogliere a mano, lo devi lavorare a mano: si tratta di fasi tutte un po' delicate. È più facile perderlo che averlo, se non si è in grado di lavorarlo nei giusti modi.

TG: Teoria ed esperienza sono ambedue molto importanti?

AG: Ritengo di sì; infatti noi all'inizio sbagliavamo ad essiccarlo. Quando lo portavamo ad esaminare lo zafferano risultava troppo umido e non essiccato bene, poi con l'esperienza e lavorandone poco alla volta, siamo riusciti a capire come essiccarlo nel modo giusto evitando di rovinarlo.

TG: A grandi linee, quali sono le fasi più importanti di lavorazione di questa spezia?

AG: La semina viene eseguita una volta ogni 3-4 anni, secondo il ciclo che dai alla terra che comunque non va oltre i 4 anni per non impoverire il terreno, perché i bulbi sono seminati in maniera abbastanza fitta a 10-15 centimetri uno dall'altro. Noi cambiamo la terra ogni 3 anni, in modo che la pianta prenda i minerali dalla terra senza fornire aggiunte chimiche di magnesio, potassio, azoto, fosforo, cosa che invece viene fatta da chi non segue una coltura biologica. La raccolta nel campo è anche un'altra fase molto importante, come poi l'essiccazione.

TG: Che differenza c'è tra uno zafferano biologico e uno non-biologico?

AG: Sulla vendita niente, perché il compratore non analizza i pistilli, però in quel momento il venditore potrebbe mostrare al cliente le analisi che ha sostenuto il suo zafferano per fargli capire come dovrebbe essere un prodotto biologico di qualità. L'Università analizza un campione del raccolto ogni anno e ne garantisce la purezza e la qualità. La differenza tra uno zafferano di prima qualità ed uno di seconda o di terza potrebbe essere la presenza di sostanze chimiche nei prodotti meno pregiati. Se la terra dove viene fatta la coltivazione non è buona ne risente anche il prodotto finale. In montagna si riesce ad ottenere un prodotto migliore, ma con una resa inferiore. Anche la scelta di produrre in maniera biologica riduce la quantità del raccolto, perché gli insetti intaccano la pianta, oppure fanno marcire dei bulbi che potrebbero produrre fiori.

TG: Quali sono i parametri che conferiscono la prima categoria allo zafferano biologico?

AG: Le qualità da osservare sono il potere aromatico, il potere amaricante ed il potere colorante. Questi tre valori determinano il conferimento della categoria al prodotto finito che deve essere al'interno di parametri prefissati.

TG: Semplificando, possiamo dire che lo zafferano migliore ha un sapore più forte, un profumo più intenso ed un colore più carico?

AG: Eh sì, chiaramente sì. Lo zafferano di prima categoria è un altro tipo di cosa rispetto ad uno zafferano tradizionale...

TG: Lo zafferano che ci ricordiamo da bambini era un prodotto in polvere in bustina, ma quella roba lì cos'è esattamente?

AG: È un prodotto industriale che viene venduto come zafferano, ma di zafferano contiene soltanto pochi milligrammi. Se n'è parlato anche in tv, credo che Striscia la notizia abbia fatto vedere qualcosa in questo senso. La polvere è commestibile, però andrebbe analizzata per capire che cosa contiene; difficilmente sarà zafferano al 100%. Chiaramente, vendendolo in pistilli, non si può tagliare con sostanze diverse che potrebbero essere curcuma, oppure altre ancora.

TG: Chi fa le analisi ai vostri pistilli?

AG: Il professor Luca Giupponi dell'Unimont, l'Università degli Studi di Edolo.

TG: Come si prepara lo zafferano in pistilli per la cottura?

AG:  A differenza della polvere che viene buttata dentro la pentola di quello che stiamo cucinando e subito colora il suo contenuto, lo zafferano in pistilli va preparato in infusione di acqua calda per sciogliere i poteri collanti al suo interno, fino a che l'acqua diventerà gialla, dopo di che si potrà usare in cucina.

TG: Bisogna portare l'acqua in ebollizione?

AG: Si porta l'acqua in ebollizione, si spegne il pentolino e si aspetta un pochino fino a che la temperatura scenda di una decina di gradi e poi si buttano i pistilli nell'acqua calda lasciandoli lì in immersione per una mezz'oretta mettendo un coperchio per non far evaporare gli aromi. Volendo, poi si può ripetere ancora questa operazione per una seconda e una terza volta per essere sicuri di estrarre tutte le qualità dalla spezia. Si prepara un risotto, per esempio, e verso la fine, due o tre minuti prima della cottura, si butta dentro la pentola quel mezzo bicchiere d'acqua con dentro lo zafferano che avevamo preparato prima. Tutto diventerà giallo e profumato.

TG: In futuro, continuerete a perseguire la massima qualità o cercherete d'incrementare la quantità?

AG: Noi siamo interessati solo alla qualità. Chiaramente ci vuole anche una certa quantità dietro alla qualità, però se devo scegliere tra queste due opzioni scelgo la qualità. 

TG: Hai qualche altro suggerimento per una ricetta particolare in cui compaia lo zafferano?

AG: Il gelato allo zafferano. Oppure il miele allo zafferano adesso è una cosa che va molto di moda.

TG: Proverò allora a fare l'idromele speziato con il tuo zafferano, in modo da conservare sempre pronte le proprietà terapeutiche di questa pianta preziosissima.

AG: Buona idea.

TG: Normalmente, lo zafferano essiccato quanto dura se conservato chiuso ermeticamente in una scatolina al riparo di luce e umidità?

AG: Quattro anni.

TG: È facile sofisticare lo zafferano o far passare un prodotto scadente per uno di qualità?

AG: Se un compratore non conosce lo zafferano di qualità dovrebbe fare un po' di attenzione nel momento dell'acquisto, perché può capitare che gli venga proposto un prodotto che non ha le caratteristiche che gli vengono promesse. Lo zafferano di qualità si ottiene da bulbi di qualità, ma c'è un'altra specie di fiore che viene aggiunto allo zafferano e si ottiene dai semi che poi crescono in piante che fanno fiori che niente hanno a che vedere con il Crocus Sativus. Mischiando i pistilli dell'uno con i pistilli più corti dell'altro tipo di fiore si può facilmente moltiplicare la quantità del prodotto che però perderà in qualità. Il Crocus Sativus si raccoglie in autunno, mentre il Crocus Vernus, conosciuto anche come Zafferano Maggiore, si raccoglie in primavera. Ci sono molte altre specie vegetali che possono essere utilizzate per adulterare lo zafferano; taluni ricorrono al Crocus Speciosus, altri al Cartamo (Carthamus Tinctorius) oppure alla Calendula Officinalis, all'Arnica e perfino al Garofano. C'è chi inganna il compratore aggiungendo sostanze organiche, animali e artificiali allo scopo di aumentare il peso e trarre un maggior guadagno dalla vendita. Un altro metodo per ottenere un buon risultato potrebbe essere quello di produrre uno zafferano e farne analizzare un altro, ma anche questa diventerebbe una pratica fraudolenta piuttosto grave. Chi vuole mantenere un nome ed un marchio, di sicuro non ricorre a questi espedienti, ma agisce nel modo giusto, lavorando sodo e facendo ciò che va fatto in maniera scrupolosa ed onesta. Ci sono mille modi per modificare un prodotto. L'HCCP, la derivazione d'origine controllata e tutto il resto si spera che siano certificazioni che permettono di far sapere alla gente quello che mangiano. Vengono fatti dei controlli per verificare che un prodotto provenga esattamente dal campo in cui è cresciuto e che non ci siano elementi che interferiscano o danneggino quella coltivazione.

TG: Lo zafferano biologico costa di più di uno "normale"?

AG: Chiaramente sì, perché la produzione è limitata. Nel nostro caso togliamo l'infestante manualmente. Se noi non riusciamo ad intervenire correttamente un po' d'infestante rimane attorno allo zafferano ed il bulbo sottoterra potrebbe soffrire.

TG: In che fasce di prezzo si collocano i vari tipi di zafferano?

AG: Dipende. Dai 20 fino ai 50 euro al grammo. Dipende anche in che paese viene venduto. In Italia può esserci un mercato, ma in UK, in Giappone, Russia o Arabia i prezzi di vendita potrebbero essere considerevolmente diversi. Quello che qua viene venduto a 20 euro, là potrebbe costare 60 perché è più difficile da reperire.

TG: Qual'è il maggior produttore di zafferano al mondo?

AG: L'Iran. Però, anche in Sardegna e Abruzzo abbiamo zafferano di ottima qualità.

TG: Che caratteristiche ambientali necessitano questi fiori?

AG: È una pianta abbastanza selvatica che resiste bene a vari climi. A seconda di dove cresce c'è un rendimento maggiore o minore. Ha bisogno di caldo, ma resiste al freddo fino a -20°C, è una pianta forte che cresce un po' dappertutto. In alta montagna dove l'acqua è buona e l'aria è pulita si ottiene un prodotto migliore rispetto alla pianura dove c'è smog e inquinamento. Meglio però un clima secco, perché l'umido non va bene per il bulbo che tenderebbe a marcire sottoterra. Non ha bisogno di tanta acqua o di irrigazione. Se in pianura le piogge allagano i campi la cipolla stessa rischia di stare nell'acqua e infradiciarsi fino a decomporsi.

TG: Esistono fiori di Crocus Sativus di colore diverso dal viola?

AG: Ci possono essere dei fiori albini (bianchi) che però hanno i pistilli ugualmente rossi; a me qualche volta è capitato di averne.

TG: Con una decina di bulbi posso provare a divertirmi?

AG: Ah certo, per fare almeno due o tre risotti sì... E a lungo andare quei 20 o 30 bulbi faranno i loro figli e diventeranno 60-100.

TG: Però ci vogliono anche qui bulbi di qualità.

AG: Eh sì, se vuoi partire bene devi cercare dei buoni bulbi.


Un bulbo di Zafferano della piantagione di Andrea e Fabio

Per approfondire la conoscenza dello zafferano potete consultare online la Tesi di Laurea di Michele Domenghini.

Per contattare lo Zafferaneto di Bocco potete inviare un'email a: garaandre1977@gmail.com




lunedì 10 settembre 2018

Nessuno schema per chi non è schiavo del Sistema

 Live al Subbuglio di Alessandria: sul palco Giampo, Ivo Entratomin seguito come seconda voce; sotto al palco Ioris a sx e Saverio "Yena".

Con il titolo di questo post voglio in qualche modo citare alcune canzoni degli anni '80 e riprendere un discorso sul Punk italiano affrontato qualche tempo fa con Giampo Coppa che, oltre ad essere un visual artist, in passato ha vissuto con intensità la breve stagione dell'Hardcore italiano. TG

Poster pieghevole allegato alla cassetta autoprodotta dagli Stinky Rats: Urla di Rabbia. Grafica di Giampo Coppa.

Tony Graffio: Giampo, per favore, raccontami cos'è stato il Punk italiano.

Giampo Coppa: Sul Punk italiano ci sarebbero da versare cascate di parole per descrivere le situazioni che abbiamo vissuto, ma anche per raccontare le attitudini e le passioni che quella musica ha infiammato in molti ragazzi. In quel periodo, purtroppo, il piatto del mio giradischi era rotto e non disponevo di un vero stereo, perché all'epoca un impianto stereo di qualità costava un sacco di soldi. Per questo noi non potevamo avere un vero stereo. Io e mio fratello però avevamo un radio-mobile Blaupunkt degli anni '50 che aveva il piatto in bachelite. Fintanto che il piatto ha funzionato quel mobile sparava un volume della Madonna, ma poi proprio durante gli anni del Punk s'è guastato; così per ascoltare la musica abbiamo recuperato, non mi ricordo dove, una piastra usata per le cassette che abbiamo collegato a questa radio Blaupunkt, tuttora ha in casa mia madre. Per questo, non ho nulla dei dischi Punk di vinile dell'epoca. Ho tutto in cassetta, perché registravo le canzoni su questo supporto e poi le riascoltavo. Di originale ho solamente il disco che ho fatto insieme agli Stinky Rats: "Vergognati" e nient'altro. Proprio per la sua rarità, tutto il materiale musicale Punk Hardcore di quegli anni è valutato come se fossero pepite d'oro: questo però è un controsenso perché quei dischi dovevano fare controcultutra e dovevano essere materiale di scontro e di dissenso. La nostra musica urlava rabbia, era contro lo sfruttamento consumato dalle case discografiche ai danni degli artisti. Già una ventina d'anni fa il disco Wretched, degli Indigesti che è caos puro, aveva già raggiunto valutazioni spropositate, si parlava di cifre che oscillavano tra le 300'000 e le 500'000 Lire. Adesso, penso che un disco del genere possa valere dai 350 ai 400 euro,se non di più. Questa cosa per me è assurda, perché già sulle copertine si scriveva di non pagare più di 1000-1500 Lire, massimo 2500 Lire. Il nostro disco, nel 1985 costava 5000 lire ed era un EP a 45 giri. Non ha senso spendere 300 euro per un disco che ha dietro un discorso politico e di rifiuto verso lo sfruttamento economico del materiale artistico. Capisco che si tratta di collezionismo, ma non nascondo che questo comportamento mi dà un po' fastidio, perché vuol dire speculare su quello che era contro la speculazione. Spendere molti soldi per un disco raro di un gruppo non politicizzato può essere normale, ma un disco Punk dovrebbe continuare a proporre un discorso coerente.


Ecco la radio stereo valvolare Blaupunkt con sopra il master originale del miniLP degli Stinky Rats.

TG: Conosci bene anche i Negazione?

GC: Certo che li conosco. È normale, perché sono Piemontesi. È grazie a loro che noi degli Stinky Rats abbiamo fatto la Tournée in Germania e Olanda nel 1986. Era tutto organizzato da loro e da Tomasso Shulze, un ragazzo di Monaco che all'epoca era molto attivo nell'ambito della scena Punk Hardcore tedesca e aveva un gruppo che si chiamava NoNoYesNo.

TG: Vi siete divertiti?

GC: È andata da Dio! È stato fighissimo, abbiamo conosciuto persone incredibili; poi da Germering, una cittadina a Sud di Monaco ci ha seguito lo Stinky Contingent costituito da alcuni ragazzi simpaticissimi: Sabine, Thomas, Martin, Bastian, Dalibor...

TG: I tedeschi stravedevano per voi e l'Hardcore italiano?

GC: Sì, l'Hardcore piaceva un sacco e la cosa che mi stupiva era che quando noi suonavamo, in molti concerti in Germania, i ragazzi sotto il palco cantavano le canzoni in italiano insieme a noi. Quello è figo! (ride) Molto figo.

TG: Per quanto tempo avete suonato?

GC: Dall'83-84, all'86. L'EP era una coproduzione con Mungo V.R. Blu Bus e Chaos Produzioni, alla fine sono stati loro che sono riusciti a far concludere il progetto che per un certo periodo è stato un po' fermo perché ci mancavano i soldi per realizzarlo. All'epoca noi eravamo ragazzini ed eravamo tutti disoccupati; infatti la tournée l'abbiamo fatta solo dopo aver compiuto i 18 anni, tranne il chitarrista che era già più grande di noi. Mungo invece era il chitarrista dei Declino che ha creduto in noi e ci ha aiutato a realizzare questo sogno, perché per noi era impensabile incidere un disco. E poi c'erano i Kina. Chiaramente ci hanno aiutato anche loro e Gianmario dei Wretched che all'epoca aveva un'etichetta: la Chaos Produzioni; è grazie a lui che s'è sbloccata la situazione perché lui ha deciso di mettere quello che mancava per stampare la registrazione su vinile, preparare le copertine e far uscire il disco. La copertina ce l'aveva fatta un nostro amico, Roberto, un disegnatore bravissimo di Torino che adesso lavora come tatuatore. Avevamo fatto stampare 500 copie in vinile, ma prima avevamo registrato una cassetta autoprodotta in 30 copie che avevamo registrato da soli in sala prove sovraincidendo una tastiera a "Vergonati!". Ne era uscito un sound molto dark. La copertina l'avevo messa insieme io con un collage fatto con le copertine dei giornali; occhi, muri e fili spinati che erano le cose che andavano all'epoca, perché quello era un po' il clima che si respirava... C'era ancora la Guerra Fredda, adesso si sente meno, ma in quegli anni se ne accorgevano tutti. Le bombe  e i missili nucleari però ci sono ancora. Anche se la Cortina di Ferro era più vicina in quei giorni e sapevi che tutti erano pronti a sparare i missili.


Urla di Rabbia - Stinky Rats di questa cassetta originale esistono soltanto 30 copie.

TG: Mi ricordo ancora adesso che in Germania Occidentale in autostrada, ma anche lungo certi ponti c'erano i soldati americani sdraiati per terra, tutti allineati con il fucile sempre puntato dall'altra parte.

GP: Vero. Questa è una cosa che ho visto anch'io proprio mentre ero in tournée. Quando siamo andati a suonare a Berlino, Ovest chiaramente, col treno siamo passati dentro la Germania Est e lungo un campo c'era una fila lunghissima di carri armati sovietici tutti pronti a sparare. Con i cannoni puntati nella stessa direzione e con i soldati vicini. Era un giorno qualsiasi, tipo un mercoledì. Quelle cose ti fanno pensare... Fino a che non le vedi non ti preoccupi, ma quando vai sul posto e le vedi capisci che c'è un certo rischio. Tornaniamo alla nostra cassetta, si intitolava: "Urla di rabbia" e conteneva un mini-poster dove vedevi un topo con gli anfibi e la maglietta stracciata che abbatteva un muro. Dietro il muro c'era tutto uno schieramento di "celerini" col casco e il manganello, perché all'epoca, se eri un punk ti rompevano i coglioni e volavano gli schiaffi senza tanti complimenti. A te, non a loro... Dopo che abbiamo fatto quella cassetta, sia i Declino che i Negazione si sono esaltati e da lì è nata la nostra collaborazione. Abbiamo suonato a vari concerti con loro: a Ferrara, a Carpi... Bisognava sopravvivere in mezzo alla merda.


All'interno del poster di propaganda degli Stinky Rats la parola puntata S.U.C.A. era un acronimo ironico che significava: Savoia. Ultra. Core. Anarchica.

TG: Non era così male dai...

GP: Gli anni '80 non erano così favolosi come vengono descritti adesso; però è vero che c'era molta aggregazione. Ci si telefonava, ci si scriveva e c'era la voglia di credere in un ideale, di cambiare le cose e proporre qualcosa di nuovo. Questo per me è stato il Punk e io l'ho vissuto intensamente. Ti dirò di più; quello che pensavo allora lo penso tuttora, per me non è cambiato nulla. Capito?

Contro il Monopolio delle Case Discografiche
Wretched, degli Indigesti di Vercelli, è stato un disco importantissimo che ha saputo esprimere benissimo gli ideali e la rabbia di un momento molto particolare in cui la scena musicale underground italiana era molto considerata anche in ambiente internazionale. Il Punk è contro quello che è commerciale.

TG: Giampo, un'ultima domanda. Ti dedichi ancora alla musica? Hai qualche progetto in mente per promuovere giovani musicisti oppure per rendere felici i nostalgici delle sonorità passate?

GC: Beh sì, la musica è la mia benzina! Progetti immediati per promuovere nuovi musicisti non ne ho, però devo dire che con lo Psych-out Festival, nato 29 anni fa come party, che dal suo 25° compleanno è diventato festival annuale, abbiamo dato spazio a parecchie nuove band psichedeliche. Dimenticavo di dire, per chi non lo sapesse, che questo è un festival completamente dedicato alla cultura underground sixties con tanto di lightshow con liquidi, band, garage, psichedeliche, surf, space rock, ecc. ecc... Comunque, in questa occasione abbiamo avuto la possibilità di presentare ottime band emergenti come  i Selfish Cale di Torino, o lo space rock dei  Campani 23 And Beyond the Inifinite. Vorrei anche ricordare che lo PSYCH-OUT Festival quest'anno è stato spostato di un mese, quindi invito tutti a venire a partecipare a questa edizione 2018 intitolata: "IN ORBIT" che si terra al BUNKER di via Niccolò Paganini 0/200, Sabato 10 Novembre a Torino... Stay tuned!

sabato 8 settembre 2018

Elda Lanza ricorda l'8 settembre 1952 e la prima trasmissione ufficiale della RAI

Nel 1952 la EIAR diventa RAI, Radio Audizioni Italiane e l'8 settembre di 66 anni fa, dallo studio TV2 di Milano, viene mandata in onda la prima trasmissione televisiva ufficiale, anche se bisognerà attendere ancora un anno e mezzo circa prima che partano le prime trasmissioni regolari della Rai. In pochi videro Elda Lanza in onda perché all'epoca in Italia c'erano ancora pochissimi apparecchi televisivi, però  molti conoscono il suo nome, perché è stata lei la prima presentatrice e giornalista della TV italiana.  Recentemente è tornata a far parlare di sé per aver scritto alcuni libri di successo. L'ho incontrata a casa sua in un paese ai confini tra la Lombardia ed il Piemonte;  anche se la sua storia è abbastanza nota, ho voluto ascoltarla anch'io e riproporvela oggi per celebrare quella storica data.  Credo che qualcosa di nuovo e di interessante ne sia scaturito. TG


Elda Lanza

Sono stata chiamata in Rai nel 1952 da Attilio Spiller, un autore di riviste radiofoniche e di spettacoli teatrali. All'epoca era molto famoso; non si sa il perché, ma venne messo a dirigere i programmi di una televisione che ancora non c'era. Spiller aveva in mente di realizzare una trasmissione per un pubblico di donne, così mettendosi a leggere e a guardare le riviste femminili, si accorse di me che ero giornalista e scrivevo su: "Grazia". A lui piacque il mio modo di scrivere e decise di chiamarmi in Rai per un colloquio a Milano. Forse, si aspettava di incontrare una donna elegante e molto curata, invece io mi presentai con i capelli lavati in casa e un grembiulino a quadrettini da ragazza. Lui mi guardò e vidi dalla sua espressione che rimase molto sorpreso. Mi disse che avrei dovuto scrivere dei testi per una donna che stavano cercando per la trasmissione. Volevano una donna bellissima, alta e bionda. Spiller proseguì ad elencarmi le doti che ricercavano nella donna che avrebbe dovuto presentare la trasmissione, mentre io gli rispondevo.
Ad un certo punto dal fondo dello studio si alzò un giovanotto che io non conoscevo, era il regista Franco Enriquez, che disse: "Io sono Franco Enriquez e lei verrà in video!".
Chiesi: "Perché?". E lui mi disse che la mia voce era bellissima.
Fu così che iniziai a lavorare in televisione. La trasmissione si chiamava: "Prego Signora" e veniva realizzata nello studio TV2 del Centro di Produzione Rai di Milano. Non avevo nemmeno idea di che cosa fosse la televisione, perché in quegli anni non esisteva ancora; erano state fatte delle trasmissioni sperimentali a Torino, ma questa sarebbe stata la prima trasmissione della Rai ad andare in onda ufficialmente. Ho fatto ben 14 provini che servivano anche per farmi capire come muovermi; dovevo stare attenta a non alzarmi di colpo, altrimenti mi avrebbero tagliato la testa (ovviamente sta parlando dell'inquadratura... ndTG). Mi dissero: "Quando si accenderà quel lumino lì dall'altra parte ti guarderanno una, o milioni di persone, quindi arrangiati...". E lì, dovevo cavarmela da sola. Devo dire che una certa emozione mi è arrivata prima di andare in onda, ma poi, una volta iniziata la diretta sono stata me stessa e non ho avuto problemi. Era l'8 settembre del 1952, quando andai in onda con la prima trasmissione della televisione italiana. Abbiamo fatto due o tre puntate così, poi sono andata da Sergio Pugliese e gli dissi che quella trasmissione faceva schifo perché la facevano fare a uno che si occupava di rivista che non c'entrava niente con gli argomenti che trattavo. Proposi di farla io e spiegai cosa avevo intenzione cambiare. Il titolo che divenne: "Vetrine"; mandai avanti la trasmissione fino al 1957, quando nacque mio figlio. In quel momento mi tolsi perché allora si usava così, non si andava in televisione col pancione di fuori come si fa oggi... 
In seguito, fui chiamata all'improvviso, mi ricordo che stavo mangiando, qualcuno aveva dato forfait perché non se la sentiva di andare in onda in una trasmissione che sarebbe iniziata da lì a mezz'ora. Arrivai in Corso Sempione e trovai Venturi in libreria che mi disse che il testo di cui avrebbe dovuto parlare il presentatore, che io non avevo mai visto, né conosciuto, era imperniato su libri che io conoscevo benissimo, perché li avevo letti da ragazza eccetera, eccetera. Una volta in onda andai come un  treno, perché ormai ero abituata alla telecamera.
Lavorai anche alla radio, per cinque o sei anni, poi mi mandarono a Torino dove mi hanno fatto fare per un bel po': "Avventure in libreria" e poi ad un certo momento decisi che era finita.
Mi dissero che se fossi uscita da quella porta non sarei più potuta rientrare, ma io risposi: "Se avrete bisogno di me, mi chiamerete.". Non avevo più voglia di andare avanti e indietro tra Torino e Milano per fare una trasmissione per le ragazze.
Più tardi, infatti, mi richiamarono a Milano e a Roma perché avevano bisogno di qualcuno che si occupasse di una trasmissione un po' culturale che sapesse parlare in italiano, che sapesse chi era Gabriele d'Annunzio e che magari sapesse anche che cosa aveva scritto...
Dopo la nascita di mio figlio me ne andai anche perché feci la pubblicità dei Pavesini e chi si occupava di televisione non poteva fare pubblicità. Io andai a Roma da Pugliese, che dopo essere stato il direttore del Centro di Produzione di Milano era diventato direttore della Rai, e gli dissi che a me dispiaceva, ma per 6 caroselli io venivo pagata l'equivalente di quello che prendevo lavorando in Rai per 6 anni...
Nel 1958, mi proposero di presentare il Festival di Sanremo, ma io rifiutai. Lo feci perché subito prima di Sanremo, sempre nello stesso teatrino, che non era l'Ariston, ma quello del Casinò, mi fecero presentare il Festival Internazionale del Jazz. Io non sapevo niente di Jazz e così ho fatto di quelle cose da far venire il mal di stomaco. Leggevo dei nomi stranieri senza sapere se fossero inglesi, tedeschi, francesi o cos'altro. Nonostante tutto, alla fine, capii di aver condotto meglio di quello che mi immaginassi, quando mi dissero se volevo condurre anche il festival della canzone italiana. Dissi di no, basta. "Fate quello che volete, ma io su quel palcoscenico a dire delle cose che non so non ci torno.". Il pubblico mi fa paura, avere la gente davanti è molto diverso dall'avere davanti una telecamera che si accende e si spegne. Con la telecamera ho confidenza, con la gente, no. Non me la sono sentita.
Prima della prima trasmissione ufficiale delle Rai a cui ho partecipato, ci sono state altre trasmissioni, tra l'altro una divertentissima, si fa per dire, andata in onda dal Teatro Alla Scala di Milano per la Prima della stagione del 1951. Presentava una certa Jole Giannini (che in altre trasmissioni insegnava l'inglese ai ragazzi con i fumetti), che però non rimase molto sugli schermi. In quella Prima della Scala, finita la trasmissione, spengono la telecamera, ma si dimenticano di togliere l'audio e si sentì qualcuno gridare: "Porca Madonna!". La trasmissione saltò di colpo e quell'episodio passò alla storia. Ogni tanto facevano delle cosette, così, in famiglia... Il primo annuncio ufficiale della tv italiana che precedeva la mia trasmissione fu letto da Fulvia Colombo, una bellissima donna. Mi ricordo che prima di andare in onda stavo piantando un chiodo su una scaletta e dicevo: "Sarà capitato anche a voi di piantare un chiodo e darvi una martellata sulle dita..." e da lì partivo. Quella lucetta rossa della telecamera che a tanti fa impressione a me non mi ha mai spaventato. Quando sono andata a intervistare Totò, al Teatro Nuovo di Milano e si è acceso il lumino della telecamera, l'attore napoletano mi ha visto parlare speditamente; mi ha guardato e mi ha detto: "Ma lei è un mostro. Ma come fa a parlare con un lumino rosso?!". Io risposi: "Di là c'è tanta gente...". E lui: "Ma io non la vedo!". L'attore vuole il pubblico, perché è la gente che lo esalta. Per me è diverso. Poi, ho fatto altre cose.
A Parigi conobbi Simone de Beauvoir. Quando mi mise in mano il suo libro: Le Deuxième Sexe e mi spiegò che cosa aveva scritto in questo libro, tornai in Italia che ero diventata un'altra persona, perché avevo capito che c'era qualcosa che bisognava cambiare. Da lì, poi ho scelto di impegnarmi in politica e di fare quello che ho fatto. Sono sempre stata socialista e vengo da una famiglia di socialisti; mio nonno parlava con Turati, come io sto raccontando a lei la mia storia. La mia educazione è sempre stata influenzata da quelle idee. Solo dopo quello che è accaduto a Craxi nel 1992 ho stracciato la tessera. Quando andai a Roma per incontrare Sandro Pertini, che conoscevo, mentre stavamo mangiando mezza mela insieme, perché lui alle undici del mattino aveva questa abitudine, gli dissi: "Scusa un po', ma che cosa ne pensi di Craxi?". Lui rispose: "Ma mi vuoi mandare di traverso la mela?". Craxi era certamente meglio di tanti altri, però capii che la sua politica stava virando verso una parte in cui non mi riconoscevo più. A me piaceva andare in mezzo alla gente, lui era un po' più aristocratico. Tognoli invece era un bravissimo sindaco; è stato eletto tre volte ed era una bella persona; tutto quello che accadde in quel periodo, infatti, non l'ha nemmeno sfiorato. Sì, hanno provato a sfiorarlo, ma l'hanno lasciato subito stare. Finito quella cosa, dissi a Tognoli che non me la sentivo più di fare politica, lui provò ad insistere per convincermi a continuare a lavorare con lui, ma non ci fu niente da fare.
Da una ventina d'anni vivo una tranquilla vita di paese a Castelnuovo Scrivia, in Piemonte. Mi manca molto Milano, però riesco a scrivere e a stare 5 o 6 ore al giorno sul computer, mentre se vivessi in città avrei più distrazioni e gente che mi conosce. Non sono pentita di questa scelta. Elda Lanza


venerdì 17 agosto 2018

L'Angelo dei Gasometri

Sono una persona un po' disordinata, non sopporto le autorità costituite, gli obblighi e i divieti e talvolta arrivo a  ribellarmi perfino contro me stesso. In quei casi perdo le mie cose e non mi curo molto di quello che faccio. Come conseguenza di tutto ciò, mi capita di tralasciare gli aggiornamenti delle mie riflessioni su quel diario pubblico che è il blog: "Frammenti di Cultura". 
Aspettavo un'occasione migliore per parlarvi di Carline, una bellissima ragazza che ho conosciuto un paio di anni fa; ma prima di perdere gli scatti, dimenticare le memorie in un cassetto o combinare altri pasticci, approfitto della pausa generale del periodo di Ferragosto, e dell'assenza della gran parte dei lettori, per riferirvi sottovoce delle emozioni che uno dei miei luoghi preferiti ha suscitato in una persona che nemmeno si immaginava che a Milano potesse esistere un'area così grande e selvaggia abbandonata a se stessa.
Non do troppa enfasi a queste parole perché, come già capitato in un altro post recente, anche qui accenniamo a fatti occulti e presenze misteriose che potrebbero suscitare disagio in chi è profondamente razionale e definitivamente materialista, ma chi invece conosce il mio stile e mi segue più regolarmente spero che potrà apprezzare il desiderio di trattare anche argomenti esoterici.
Periodicamente, perlustro gli spazi intorno ai vecchi gasometri della Bovisa e penso che prima o poi cercherò di mostrare, a chi è interessato, gli scatti che ho effettuato in questo luogo, ma per ora sentiamo cosa ne pensa Carline.
Se poi qualcuno mi vorrà accompagnare in una prossima esplorazione, si faccia avanti. TG

Carline H.

Tony Graffio: Ciao Carline, chi sei e cosa fai?

Carline H: Ciao Tony, sono Carline H., faccio la modella, sono brasiliana e vivo a Milano.

TG: Come hai conosciuto TG?

CH: Ci siamo conosciuti in modo casuale, mentre stava facendo una fotografia ad un'amica che si chiama Pupazza. Dopo di che siamo rimasti in contatto e ci siamo messi d'accordo per fare qualche foto insieme.

TG: Nonostante Tony Graffio ti abbia detto dove saremmo andati a fare lo shooting, tu hai accettato ugualmente?

CH: Sì, Tony Graffio mi ha spiegato che saremmo andati in un posto un pochino strano; non avevo ben capito dove, però ho accettato ugualmente di provare questa esperienza e ci è andata bene...

TG: Per una modella è insolito entrare in luoghi proibiti, in cui è vietato l'accesso, dove c'è pericolo di crolli, non c'è anima viva e per di più con un uomo semi-sconosciuto?

CH: Sì, è strano. Esattamente, è proprio insolito.

TG: Perché hai accettato?

CH: Ho avuto fiducia in Tony Graffio che mi è sembrata una persona buona. Io credo che nella nostra vita esistano gli angeli e che quando loro ci accompagnano non ci può succedere niente di male.

TG: Con questo vuoi dire che ci sono degli angeli che ci proteggono o che Tony Graffio è un angelo?

CH: (Ride) Non so se TG sia un angelo, ma sicuramente ci sono degli angeli che ci proteggono. Noi siamo persone illuminate, ma tutti siamo uguali, indipendentemente dalle migliaia di vite che abbiamo già vissuto.

TG: Sì, anch'io la penso come te. Carline, solitamente come si svolge il tuo lavoro di modella? Come trascorri una tua giornata "normale"?

CH: Solitamente, faccio molti casting, per lavori fotografici, video, riviste, eccetera. Mi contattano le agenzie e mi propongono sfilate di moda, showroom, campagne pubblicitarie, spot commerciali e vari lavori.

TG: Prima di arrivare qua a Milano, dove hai lavorato?

CH: Ho lavorato in Brasile, in Giappone, in Cile, Messico, Turchia, Repubblica Domenicana e adesso qui a Milano.

TG: Qual'è stato il lavoro più bello che hai fatto?

CH: Uno spot commerciale in Cile; è stato bello perché eravamo in montagna e c'era la neve. È stato davvero molto bello stare a contatto con la natura.

TG: Che cosa vorresti fare quando non lavorerai più come fotomodella?

CH: La fotografa.

TG: Che effetto ti ha fatto entrare qui alla Goccia?

CH: Al primo impatto, mi è sembrato interessante conoscere un posto diverso dal solito; ero abbastanza curiosa di vedere i gasometri che mi avevi descritto, ma poi ho avuto un po' paura perché non sapevo dov'ero e dove stavo andando.

TG: Hai sentito se c'erano presenze strane? Mi riferisco anche ad esseri ultra-dimensionali...

CH: No, non ho percepito nulla di strano.

TG: Hai visto animali selvatici?

CH: No, niente. Quello che mi ha fatto paura era di non sapere se avremmo incontrato altre persone e in quel caso mi chiedevo se noi avremmo potuto controllarle. Non ho paura degli spiriti, ma degli umani.

TG: Che sensazioni ti hanno dato questi spazi?

CH: Sentivo che in passato c'era molta gente che lavorava qui, mentre adesso è la natura che comanda. Adesso per noi è difficile riprenderci questo spazio, perché la natura ha vinto ed è dappertutto. La vegetazione in assenza dell'uomo ha inglobato ogni cosa.

TG: Ti aspettavi di trovare un territorio così selvaggio all'interno di Milano?

CH: No, non l'avrei mai detto. Non me l'aspettavo, ma adesso so che tutto è possibile.

TG: Pensi che ti piacerebbe ritornare qui?

CH: Non so... ma penso di no perché già abbiamo scattato delle belle foto e sicuramente da queste uscirà un bel lavoro.

TG: Grazie.