domenica 29 novembre 2015

L'autoritratto d'artista di Armando Marrocco

La visione dell'artista è sempre qualcosa d'importante, qualcosa che si distingue dal  modo di vedere comune. Tantissimi fotografi ed aspiranti artisti, oggi cercano il modo di realizzare la fotografia più grande del mondo, la fotocamera più grande del mondo, l'ambrotipia più grande, oppure la cianotipia più grande e, di conseguenza, la stampa a contatto più grande, insomma, tutti cercano in qualche modo di distinguersi.
Quando non è possibile essere riconosciuti come il più bravo al mondo, o il più grande esperto, o il miglior artista, fotografo, stampatore, o quello che si vuole, ecco che si ricorre a qualche "grande" azione che colpisca il pubblico, o perlomeno quello abituato a sfogliare regolarmente l'almanacco del Guinness dei primati per verificare se si può essere in grado di ritrovarcisi dentro, oppure no.
Per fortuna, non è una grande fotografia a fare un grande fotografo, come neppure una grande opera produce un grande artista.
L'artista è colui che ha una sua storia, conosce i linguaggi espressivi ed ha qualcosa da comunicare ai propri simili, attraverso la propria maestria in un metodo pratico o tecnico, capace di suscitare dei sentimenti veri e profondi nel proprio interlocutore e nel pubblico interessato a ciò che l'artista ha da dire.
Armando Marrocco è un artista totale che si è cimentato in vari campi artistici che vanno dalla scultura all'esperienza performativa della body art; quando gli ho detto che io sono un appassionato di fotografia, gli si sono come illuminati gli occhi e l'ho visto uscire di corsa dal suo ufficio per poi tornare con una tela apparentemente vergine sotto al braccio.
"I fotografi non sono più abituati a fare sperimentazione e non sfruttano appieno il mezzo che utilizzano. Guarda che cosa ho fatto io 40 anni fa!"
Questa frase mi ha molto incuriosito, evidentemente era sicuro di riuscire a far colpo su di me. Dopo un primo sguardo al suo autoritratto, noto soltanto una piccola scritta in fondo al quadro che sembra essere il titolo dell'opera: "Autoritratto".
Lì per lì, penso che forse l'autore si sentisse in una qualche crisi esistenziale, al momento della creazione di questo quadro, oppure che volesse esprimere come una specie di vuoto interiore, non so, guardo il quadro, ma francamente non ci trovo gran che di grandioso.

 Armando Marrocco, 76 anni, Artista

Didascalia sull'autoritratto

L'autoritratto fotografico stampato su tela emulsionata dallo stesso artista

E' lui che dirige il mio sguardo verso il centro della tela e mi aiuta ad individuare un punto più scuro, sto per intuire qualcosa, quando Armando Marrocco mi porge una lente d'ingrandimento e vedo un volto coi baffi che immagino essere il suo all'epoca dell'autoritratto, ovvero 40 anni fa.
Mi trovo di fronte ad un autoritratto "fresco"  e genuino che effettivamente mi ha sorpreso e mi ha messo di buon umore perché mi ha fatto comprendere che cosa vuol dire ricercare, provare, sbagliare e riuscire a realizzare un'idea con il linguaggio fotografico. 
Al tempo stesso, quest'opera mi ha dato l'occasione di conoscere meglio un artista, grazie al fatto d'averlo potuto vedere attraverso i suoi propri occhi, come lui vedeva se stesso. Tony Graffio

La stessa fotografia dell'autoritratto tratta questa volta dalla copertina del Calendario di Marrocco, libro fotografico d'artista, pubblicato nel 1975, con testi di Toti Carpentieri e presentazione di Pierre Restany

Come Armando Marrocco descrive il suo autoritratto
"Questo l'ho fatto su una tela pre-emulsionata; per poter realizzare il mio autoritratto ho dovuto buttare via diverse di queste tele perché mi capitava di esporre il mio volto all'interno della trama e quindi non si capiva chi era o chi non era questo personaggio, perché l'immagine veniva deformata.
Sai benissimo che per realizzare questa fotografia in modo da non ottenere bave di luce bisogna schermare molto bene l'ingranditore. Non è stata un stampa facile da fare ed ho avuto diversi scarti, poi pian, piano sono riuscito ad arrivare al risultato che mi ero prefisso.
Oltre alla massima estensione del soffietto, ho dovuto ricorrere all'utilizzo di molti anelli di prolunga per far risultare l'immagine della dimensione di un puntino.
Al mezzo fotografico ho chiesto il massimo che potevo avere".

Formato del negativo usato per la stampa di Autoritratto: mm 24X36
Dimensioni tela: cm 80X80, anno di produzione: 1974/1975, valore attuale 15'000 euro.
Per questo autoritratto sono state realizzate tele anche di dimensioni maggiori.
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Libri rari: l'arte di un grande grafico (incisore, tipografo e stampatore)

Gianbattista Bodoni, nato a Saluzzo (CN) nel 1740 e morto a Parma nel 1813, ha appreso a stampare dal padre, Francesco, che a sua volta apprese dal proprio padre, anch'egli tipografo.
Giambattista, fu anche incisore, ma dedicò l'intera vita allo studio di un carattere tipografico moderno che fosse facilmente leggibile ed al tempo stesso conservasse delle qualità che lo rendessero armonioso ed equilibrato nello stile. I suoi caratteri restano infatti tra i più leggibili, per quei tratti sottili, le grazie, che partono dalle estremità  di ogni lettera.
Bodoni diede grande importanza anche alla stampa e per questo utilizzò carte d'ottima qualità che dal 1796 al 1807 comprò da Miliani di Fabriano, gli inchiostri li comprò a Venezia, apportò modifiche ai prodotti che utilizzava, incluso il torchio, cosa che contribuì a migliorare la nitidezza delle sue stampe e dei suoi libri.

L'arte di Gianbattista Bodoni

Si riescono ancora a trovare delle belle cose e a prezzi abbastanza convenienti, l'altro giorno ho visto questo libro stampato nel 1860 a 80 euro in una libreria milanese.
Ero tentato di comprarlo, ma poi ho preferito lasciare questa rarità a qualcuno che la desideri veramente.

Un font  attuale di Gert Wiescher ispirato ai caratteri di Bodoni

Un esempio dei caratteri bodoniani dalle pagine del libro




giovedì 26 novembre 2015

Le case d’asta: che cosa sono e come funzionano veramente

Un cerretano (1), in una piazza medievale italiana, cerca di vendere i propri prodotti agli astanti 
(interpretazione grafica di TG)

Il termine asta deriva dal latino subhastere dove la vendita, dei bottini di guerra, veniva effettuata a fianco di un'asta nel terreno. Il fatto di comprare oggetti, e non solo, in asta risale quindi fin dal tempo degli antichi romani (probabilmente anche dai babilonesi): era un sistema di concludere trattative che piaceva alle persone, ritenendo forse che in questo modo si potessero concludere affari al “giusto prezzo” per entrambe le parti. 
Con il passare dei secoli, arriviamo verso la metà del 1700 circa, a Londra, alla creazione delle prime case d’asta tuttora esistenti: Sotheby's e Christie’s.
Da quel momento in poi assistiamo alle creazione di case d’aste di una certa importanza anche in Europa : Dorotheum a Vienna, succursali delle due più note, Bonhams, Phillips de Pury, Artcurial, fino arrivare ai giorni nostri alle più svariate e innumerevoli Case d’asta, anche italiane.
Il mercato delle aste viene definito: secondo mercato, questo in relazione alle gallerie d’arte considerate come primo mercato (la prima volta dove è generalmente venduta l’opera d’arte). Il mercato delle aste non potrebbe esistere senza il mercato primario. 
A volte, però, vediamo che alcune case d’aste sono diventate anche attori del mercato primario dedicando un’asta intera ad un artista o mettendo in asta opere provenienti direttamente dalle gallerie d’arte. Il meccanismo dell’asta, in linea di massima, serve per creare un prezzo di un determinato bene, nel nostro caso di un opera d’arte di determinate misure, di un dato anno, di un dato artista. Questa “aggiudicazione” (la battuta d’asta a cui è stato aggiudicato il lotto) è logicamente relativa al momento temporale dell’asta, può quindi poi determinare il prezzo di vendita di opere simili del medesimo artista da parte del mercato primario, e non solo. 
Inoltre, essendo queste aggiudicazioni visibili a tutti, direttamente in sala o tramite registri online (vedi Arnet, Artprice, Artvalue, etc), creano con il susseguirsi di altre aste un andamento del mercato di un determinato artista (sta salendo, sta scendendo, è stabile). 
Esistono diverse tipologie di aste, ma oggi quella più utilizzata si base sul rilancio al rialzo con incrementi proporzionali alla base d’asta o crescenti (a seconda delle case d’asta).
La base d’asta è il prezzo minimo al quale viene proposto il lotto... Ma non sempre è così. Quando il committente affida alla casa d’asta un’opera da vendere può stabilire con questa una riserva: il prezzo sotto il quale l’opera non viene venduta. Tale riserva è come dice la parola “riservata” ovvero è conosciuta solo dal committente e dalla casa d’asta. Ecco, quindi, che non sempre la base d’asta coincide con la riserva stabilita precedentemente: il banditore rilancerà per conto del committente fino al raggiungimento di tale riserva per poter venderla. Se il lotto in questione non raggiunge tale riserva ritornerà al committente.
Purtroppo, a volte succede che in alcune case d’asta il lotto venga aggiudicato anche se non ha raggiunto la riserva: o meglio sia aggiudicato al committente. In questo modo, non si sa se sia stato veramente venduto o meno. In altre case d’asta (la maggior parte) invece, più correttamente, viene riportata la dicitura bought in (invenduto, unsold) poiché non ha raggiunto la riserva (o effettivamente nessuno era interessato a quel lotto).
In rari casi su opere di particolare valore economico e culturale abbiamo anche da parte della casa d’aste e/o da parte di terzi una “garanzia” ovvero un prezzo che la casa d’asta pagherà al committente anche se il lotto non raggiungerà la riserva.
Un'altro aspetto importante da conoscere nelle vendite all’asta sono le commissioni che vengono applicate sia ai venditori (sellers) che ai compratori (buyers). Queste variano a secondo della casa d’aste di solito da un minimo del 10% per i primi e un 20% per i secondi, fino ad arrivare circa ad a un 20% e un 30% rispettivamente.

Sentiamo ora il parere dell’amico gallerista Joe Iannuzzi sulle case d’aste

Tony Graffio: So che hai appena fatto acquisti qui a Milano presso una nota casa d’aste, puoi dirci come è andata?

Joe Iannuzzi: Molto bene Tony, ho acquisito ciò che cercavo per i miei clienti e non solo, è stata un'asta soddisfacente.

TG: Volevo chiederti, come fai a stabilire il valore di un'opera in asta?

JI: Molti fattori determinano il prezzo di un opera in asta: la qualità dell'opera, la commerciabilità, quali galleristi trattano l’artista, la diffusione nazionale ed internazionale, le pubblicazioni ed il curriculum dell’artista: mostre e musei, etc. Molto importante è l’interesse che in quel momento suscita un artista e la successiva rivalutazione possibile.

TG: Quando compri un'opera in asta, fino a quanto rilanci? Quando ti fermi?

JI: Beh, durante la visione dei lotti già mi faccio un'idea su cosa acquisire e a quanto, e del possibile margine che posso avere un domani nel rivendere. Battute d’aste precedenti possono evidenziare dei trend di crescita, tieni conto poi della specificità e spesso unicità di ogni lavoro posto in asta, ma alla fine il prezzo è sempre definito dalla cifra che qualcuno è disposto a pagare per quel lavoro.

TG: Compri anche per conto di clienti?

JI: Certamente.

TG: Hai mai venduto in asta?

JI: Lo faccio frequentemente, è un canale a due vie, sia nel comprare che nel vendere, tieni conto che spesso un 30% circa dei lotti sono messi da galleristi. L’asta a differenza della galleria ha una visibilità molto più elevata, sia nel bene che nel male.

TG: In che senso?

JI: Tutti sanno che l'opera è in vendita, se suscita interesse, può raggiungere un prezzo maggiore di quello che avrei ottenuto in galleria. Allo stesso tempo, se non va, si rischia di bruciarla: è già stata vista in asta che è andata invenduta, tocca poi lasciarla ferma per un po'. Ti posso dire che il mercato dell'arte è molto volatile per sua natura: segue spesso i gusti e le mode del momento ed è altamente speculativo.

TG: Che consigli puoi dare ai meno esperti?

JI: Stabilire quanto in arte si possa spendere del proprio patrimonio e poi sicuramente diversificare l’investimento. diversi generi, diversi artisti, opere storiche e informarsi.

TG: Quando è il momento di mettere un'opera in asta per un privato?

JI: Nel momento in cui c’è interesse nel mercato: dei record price, successivamente ad una personale dell’artista in un museo, alla partecipazione ad una biennale, all’acquisizione da parte di un’importante gallerista/mercante.

TG: Le aste d’arte moderna e contemporanea sono assimilabili alle compravendite in borsa?

JI: Per molti aspetti sì, anche se il mercato finanziario opera su scala quotidiana, al contrario del mercato artistico, che opera con tempistiche più dilazionate. I prezzi dei titoli finanziari costituiscono un'informazione pubblica come per i beni artistici battuti in asta, vi è comunque nell’arte una buona fetta di mercato “sommerso” nelle compravendita in galleria o tra privati. Un altro aspetto di diversità è la commissione sulle compravendite che nel caso dell’arte è davvero notevole: dal 30% al 50% per ogni lotto finisce in commissioni delle case d’aste.

TG: Come mai una cifra così elevata?

JI: L’organizzazione delle case d’aste che ci lavora dietro costa: strutture, personale, cataloghi, eventi per attirare compratori e venditori, etc. Poi, sai penso che “il banco” vinca sempre…

TG: Perché piace così tanto comprare in asta opere d’arte?

JI: Semplice: a volte c’è l’emozione di potersi aggiudicare qualcosa (alla base d’asta, ma di rado avviene così), di partecipare ad un evento che si sta svolgendo in quel dato istante, quindi irripetibile. Per le opere di un certo valore di essere in una casa d’asta prestigiosa di fare a gara con altri, di poter manifestare, in ultima analisi, il proprio status symbol.

TG: E invece, in galleria e nelle fiere perché comprare?

JI: E’ un'asta al ribasso: dalla cifra proposta di solito trattano scendendo di prezzo, a volte mi sembra con qualcuno di essere in un suk mediorientale… Con tutto rispetto al suk logicamente. Poi, ci sono molte altre ragioni: maggior scelta tra le opere proposte del medesimo artista, un rapporto di fiducia ed altro ancora. Nelle fiere d’arte il cliente ha la possibilità di vedere in un unico luogo tantissime opere di diverse gallerie confrontando prezzi e qualità.

TG: Nelle aste spesso le opere di artisti americani storicizzati raggiungono prezzi davvero molto più elevati di quelli Italiani equiparabili, perché?

JI: Il mercato americano e inglese è quello più ricco, poi il motivo risiede anche nella forza economica dei nostri mercanti e galleristi (da Larry Gagosian a tanti altri): loro riescono a creare un brand: pensa a Damien Hirst, alla vendita all’asta degli arredi del suo ristorante londinese, pensa agli oggetti firmati da Andy Warhol, a recentemente le opere di Jeff Koons.

TG: Grazie Joe, ci farebbe piacere parlare la prossima volta delle gallerie d’arte italiane.

JI: Molto volentieri Tony, anche se io non le conosco così bene.


Nota 1
Sembra che questo termine derivi da Cerreto, paese dell'Umbria vicino Spoleto, da dove si narra che un tempo venissero delle persone con l'abitudine di raccontare cose non vere pur di fare denaro. Coloro che per le piazze spacciavano unguenti o altre medicine, o cavavano denti (con molto coraggio e poca capacità), oppure erano coloro che facevano giochi di mano e d'azzardo. Oggi, più comunemente, questo genere d'intrattenitori li chiameremmo: ciarlatani.

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Milano torna a tirar la carretta

Non è ben chiaro se questo tipo d'economia sarà il volano capace di far ripartire l'Italia, ma come agli inizi del secolo e, nel dopoguerra, c'era chi aveva tutta la propria attività commerciale distesa su un carretto, allo stesso modo adesso iniziano a vedersi, sempre più spesso, imprenditori a due o tre ruote.

Via Carlo Imbonati, Milano

Sotto al ponte della ferrovia un triciclo giallo passa via

Stazione di Dergano

Controsensi dei tempi: il mercato del superfluo come economia di sostentamento

Churros: anche lo street food va alla grande

Tirar la carretta è un modo di dire che significa fare un lavoro pesante ed umile: questa frase è capace d'esprime visivamente molto bene l'idea della fatica e della routine, nel senso di monotonia legata ad un'attività ripetitiva.
Sempre più negozi chiudono a causa di tasse ed alti costi d'esercizio, per molti il triciclo ed il commercio ambulante, a trazione umana, è la sola soluzione praticabile, quando anche l'Ape-car diventa un lusso. T.G.

Il tuo cane, il tuo pavimento, la tua casa

Gli argomenti indecenti sono spesso occasione d'ironia e possono suscitare una risata, ma sono anche un problema col quale tutti ci dobbiamo confrontare, specie in una città caotica, disordinata e, diciamolo chiaramente: sporca.
Milano, un tempo, era un posto abbastanza pulito per vivere, ma negli ultimi 20 anni qualcosa è sfuggito di mano, c'è ancora qualcuno che combatte solitario contro tutti la propria battaglia per l'igiene e la civiltà, al limite della street-art. T.G.

 "Se il tuo cane sapesse fare i suoi bisogni sull'erba, e non sul marciapiede, sarebbe meglio per tutti".

Via Cola Montano

Difficile non soffermarsi a riflettere sul proprio livello d'educazione, dopo aver superato la linea rosa.

mercoledì 25 novembre 2015

Milano ripulisce i muri dei rilevati ferroviari di via Sammartini e via Ferrante Aporti

Il 13 luglio 2014 vi avevo parlato di un fotografo, Andrea Salpetre, che con una sua iniziativa aveva affisso dei manifesti sulle serrande dei magazzini abbandonati lungo le vie Ferranti Aporti e G.B. Sammartini, per attirare l'attenzione pubblica su una situazione di degrado e disinteresse che, di fatto, dequalificava la zona intorno alla Stazione Centrale di Milano. Adesso è in corso la pulizia delle mura esterne di questi magazzini raccordati ed un artista milanese ha inoltrato una lettera aperta all'assessore alla cultura di Milano, Filippo Del Corno, con una sua proposta culturale che possa essere da monito, alle future generazioni, delle sofferenze patite dalla popolazione della città, durante la Seconda Guerra Mondiale. T.G.

Sabbiatura dei muri dei grattacieli sdraiati, tanta sabbia sui binari e nuovo look per le vie intorno alla Stazione Centrale di Milano

Gli ultimi residui della performance di Andrea Salpetre in via G.B. Sammartini

Tra poco sarà tutto pulito

 Una delle ultime attività ancora aperte collocatesi nei magazzini raccordati dal lato di via G.B. Sammartini

Sacerdote filantropo

Sabbiatura cancello di ferro

Una parte dei muri non ancora ripuliti da anni di sporco, incurie e dagli incendi causati dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale

Serranda

Lo storico glicine di via Ferrante Aporti in versione "mummia".

Una parte ripulita

 Memoriale della Shoah di Milano

Lavori in corso in via Ferrante Aporti

La lettera aperta di Federico De Leonardis

Gentile Assessore Del Corno,
faccio seguito alla lettera del 21 luglio. Torno alla carica dopo aver nuovamente visitato la via di cui parla la poesia di Mario Benedetti (Ferrante Aporti) e aver constatato che sono in corso lavori di pulitura da parte delle Ferrovie per tutta la sua lunghezza.
Il fatto che Milano abbia cancellato uno dopo l'altro i segni della tragedia che visse durante l'ultima guerra è naturale e scontato: tendiamo a nascondere le tracce della morte. Purtroppo, per quanto possa sembrare assurdo, questa furia di cancellazione contribuisce a farcele ritrovare davanti domani. Solo la memoria può salvarci, ma non bastano le parole! Una città, per quanto moderna, pulita e ordinata non può farne a meno: ne va dell'evolversi della qualità della vita dei suoi abitanti. Io, e certamente anche Mario Benedetti se fosse ancora cosciente, pensiamo che il decoro necessario a una città non soffra se una parte sia pur piccola di questa memoria visiva si può conservare.
Può Lei fare qualcosa? Perché non isolare una decina di metri del lato della stazione per conservarne una piccola parte? Sarebbe un atto di grande saggezza culturale e il decoro della città non ne soffrirebbe affatto. La questione del mio apporto di sottolineatura dei versi di Benedetti è assolutamente secondaria, ma una loro riproduzione è importante.
Fiducioso della sua sensibilità, le rinnovo la preghiera di un incontro per spiegarLe i particolari del mio progetto.
Grazie dell'attenzione e la saluto cordialmente.

Gentile Assessore,

Col Suo aiuto e col mio lavoro vorrei fare un omaggio a un grande poeta, friulano di nascita, ma milanese d'adozione. Attualmente, a soli sessant'anni, ha perso coscienza ed è ricoverato a Rovato in una casa di cura per il recupero (piuttosto difficile) dei casi come il suo. Si chiama Mario Benedetti e ha pubblicato diversi libri, gli ultimi tre nella collezione dello Specchio di Mondadori. Leggendoli mi ha colpito la grandezza del suo verso, semplice e nello stesso tempo aderente a un mondo in cui la memoria è fondamentale. Nell'ultimo libro, Tersa Morte, pubblicato quest'anno prima della grave malattia, sono incappato in una bellissima poesia dedicata a Via Ferrante Aporti di Milano. Gliela trascrivo qui sotto:

E' rimasto affumicato dalle bombe
il muro fino all'osteria. Macchie
su macchie lisce inosservate senza
un nome, senza un fiore. Nessuno lo sa.
Il vecchissimo oste passa e ripassa
e non mi vede, non mi chiede
che cosa ci faccio in piedi lì fuori.

Naturalmente sono andato a verificare e le macchie sono ancora là a memoria, mi piacerebbe pensare perenne, della grande tragedia vissuta da Milano nell'ultima guerra. Ho pensato che sarebbe importante fare un omaggio a questo poeta e contemporaneamente sottolineare che Milano non perde la memoria delle sue passate tragedie.
Federico De Leonardis

Nuova ondata di poesie dal MEP

Fuori da Frida, via Pollaiuolo, 3

Abbiamo già incontrato le poesie del M.E.P. in corso di Porta Ticinese, ed in via Paolo Sarpi, ho contattato questi ragazzi via email invitandoli a incontrarmi per un'eventuale intervista, ma come risposta ho ottenuto il silenzio totale ed un gelo di tomba.
I poeti di strada non sono molti, c'è Ivan Tresoldi e vari scrittori di pensieri poetici che ogni giorno, in modo più o meno elevato, si esprimono un po' ovunque.
E' interessante conoscere le forme artistiche tipiche di un periodo storico, o di un'epoca, le strade italiane si sono riempite di scritte e di disegni solo da circa 30 anni a questa parte. Molte forme espressive contemporanee mirano più alla comunicazione che ad una vera manifestazione artistica. 
Fa eccezione la poesia che ormai è un genere che non interessa più il lettore medio ed infatti risulta quasi impossibile pubblicare un libro che nessuno vuole comprare.
Il MEP fa uno sforzo per far conoscere la poesia ed il pensiero di persone che hanno delle cose da dire, ma evidentemente non trovano altri canali validi per la diffusione dei loro scritti.
Sarebbe carino sentire di persona cosa hanno da dire queste persone, questa volta, mi risponderanno?

Parigi

Si accendono le luci della metro,
tra andata e ritorno.
Gerarde fa piccolo il suo letto.
Lo porta dentro,
lo riapre.
Un tempo gli volavano i capelli nel vento delle corse.
Ora capelli non ne ha
e aspetta di volare lui nel vento,
sui binari.
Si fa coraggio e parte.
E' sua la prossima corsa.
Sua la prossima fermata.

A notte fonda si spengono le luci.
Gli ultimi pendolari sono a casa.
Gerarde non fa piccolo il suo letto,
non lo riapre sotto i portici.
Un netturbino fa piccolo il suo letto.
Il fuoco fa piccolo Gerarde
e le ceneri volano tra gli antichi mausolei
al cimitero di Montmartre.

M.14, Movimento per l'Emancipazione della Poesia

Io, A.25

Un personaggio di Hogre schiacciato dalle poesie del MEP

domenica 22 novembre 2015

Un parere sulle fiere d’arte: la parola a Joe Iannuzzi

Una rappresentazione simbolica di come Tony Graffio vede il caotico ed affascinate mondo delle fiere d'arte

Il mio amico Joe Iannuzzi, come mi aveva preannunciato, è andato a curiosare in giro per le fiere d'arte in Italia, la settimana scorsa è stato a Padova, prima ancora a Torino.
Pochi giorni fa, l'ho contattato al suo rientro a Milano, perché voglio approfondire 
con lui il tema di queste esposizioni, sia nazionali che internazionali, per capire quanto peso abbiano nella diffusione della cultura e la loro importanza nel mercato dell’arte moderna e contemporanea.

Tony Graffio: Joe, sei da poco tornato da ArtePadova 2015, cosa ne pensi di quella manifestazione fieristica?

Joe Iannuzzi: Tony, ti posso dire che sicuramente si tratta di un’esperienza interessante, c’è offerta di opere per tutti i gusti e per tutte le tasche, con una grossa predominanza del contemporaneo tra le molte gallerie ed i molti artisti italiani rappresentati.

TG: Come funzionano in generale le fiere d’arte? Perché è importante per una galleria parteciparvi?

JI: Partecipare alle fiere è una forma di visibilità e di promozione delle opere e degli artisti, sia nei confronti dei collezionisti che degli altri galleristi. Indubbiamente, esistono fiere di diverso valore e con diverso target di pubblico: qui in Italia, ArteFiera Bologna ed il Miart, a Milano, risultano le più importanti e forse, un tempo, le più internazionali.


TG: Oggi, non sono più così internazionali?

JI: Beh, indubbiamente partecipano grosse e prestigiose gallerie italiane, ma rispetto agli anni passati vedo che ci sono sempre meno gallerie straniere, e quando ci sono, di livello mediamente molto inferiore a quelle del Belpaese. Essendo “ben modesta cosa”, il mercato italiano rispetto a quello americano o inglese, le gallerie straniere di un certo livello preferiscono altre manifestazioni ed altri luoghi: ArtBasel a Basilea o Frieze art fair a Londra, etc.

TG: Questa situazione cosa comporta per il collezionista?

JI: Ad una minore scelta, soprattutto di opere di artisti stranieri quotati e, probabilmente, ad una minor concorrenza tra le gallerie presenti.

TG: In un mio articolo, ho scritto di Artissima 2015, la fiera d'arte di Torino, tu che cosa ne pensi? E chi frequenta quella fiera?

JI: Si tratta di una fiera molto visitata dal pubblico, spesso con gallerie straniere con proposte interessanti e innovative, però è forse meno apprezzata dal punto di vista commerciale e delle vendite.
Se devo fare dei nomi, quest’anno ho apprezzato molto l’opera museale di Penone e lo stand dedicato a Bonalumi. Ho notato un pubblico molto eterogeneo: da semplici curiosi ad appassionati e soprattutto alla vernice, come spesso accade, diventata una sfilata di personaggi; insomma è l’evento mondano della settimana, tanti sono lì solo per poter dire: io c’ero!

TG: Spesso, queste fiere presentano anche eventi collaterali: The Others e Paratissima a Torino, che impressione ti hanno dato?

JI: La location delle antiche carceri di The Others è sicuramente suggestiva, proposte d’arte genuine, anche se a volte già viste. Direi che sono delle lodevoli iniziative nella diffusione dell’arte presso un pubblico più giovane.

TG: In Italia ci sono molte fiere d’arte, quasi ogni città fra poco presenterà la sua, tu cosa ne pensi di tutta questa popolarità dell'arte e di questo modo per presentarla?

JI: Ritengo il numero di queste manifestazioni davvero eccessivo, spesso si rischia di rivedere cose già viste, e lo sforzo economico delle gallerie per partecipare a tutte le fiere diventa insostenibile, soprattutto per quelle più piccole. Troppe fiere, se tutte simili nel contenuto e nelle proposte, possono anche far sì che i collezionisti si annoino. Ci vorrebbe un'offerta più diversificata. Probabilmente, chi organizza gli eventi conta soprattutto a fare cassa, ma questo non è utile per l’arte.

TG: Per quanto riguarda le fiere internazionali più importanti, che cosa ci puoi dire?

JI: ArtBasel, Frieze art fair, ArtBasel Miami, etc. sono eventi in cui puoi trovare galleristi da tutto il mondo con opere proposte di alto livello qualitativo ed economico: si parla anche di opere che spesso superano il milione di dollari. Lì, ci sono previews riservate a grossi collezionisti, possiamo trovare opere di importanza storica e museale; insomma l’aria che si respira è sicuramente diversa... 
Le fiere servono anche ai galleristi per scambiarsi opere, stabilire collaborazioni, etc. Posso dire che dal punto di vista degli artisti e dei galleristi è abbastanza importante essere presenti in quelle fiere, come si può ben capire. Per le opere degli artisti, è quasi più importante che essere nei musei, vuol dire che c’è interesse, che il mercato che li rappresenta è attivo e li scambia; per i galleristi vuol dire essere un punto di riferimento, una realtà solida e credibile per il mondo dell’arte. Logicamente, si incontrano anche personaggi famosi del mondo dello spettacolo e non solo di quell'ambiente, diciamo che il luogo dove si svolge la fiera in quei giorni diventa quasi un club esclusivo. Ne deriva che anche l’acquisto è carico non solo del valore dell’opera acquisita ma anche di altri significati…

TG: Delle fiere nei paesi emergenti tipo India, Cina, Brasile che cosa ne pensi?

JI: Mah, sicuramente sono delle realtà sempre più dinamiche, che attraggono i nuovi ricchi che risiedono in quei paesi. Si può notare come queste realtà, oggi, siano in grado di presentare dei propri artisti che hanno una levatura internazionale: basti pensare a personaggi come Subodh Gupta, Ai Weiwei, ed altri artisti.

TG: Grazie Joe dell’interessante conversazione, vista la tua disponibilità, la prossima volta mi piacerebbe chiederti come funzionano le aste d'arte moderna e contemporanea, anche perché so che hai in programma di partecipare ad un'importante asta qui a Milano.

JI: Sì, infatti, ho intenzione di concludere il mio business qui in Milano, grazie a te Tony Graffio e a presto. 

sabato 21 novembre 2015

Max Huber fotografo, a Chiasso

Ieri, alla Galleria Cons Arc di Chiasso, serata inaugurale di un'inedita mostra che ci presenta il grafico svizzero Max Huber nelle vesti di un giovane fotografo che ancora non aveva preso una direzione artistica ben precisa.
Le immagini fotografiche di Huber testimoniano di un suo percorso conoscitivo, sperimentale e di ricerca, non solo in senso metaforico, ma anche fatto di viaggi in Europa e nel mondo, alla ricerca di esempi da seguire e d'ispirazione.
In Italia, purtroppo, esiste una rimozione del lavoro fatto dai grafici storici in una stagione, in cui i rapporti tra i grafici italiani e svizzeri, fin dal dopoguerra, è stata importantissima. Anche se adesso, in pochi si ricordano di queste tappe, Max Huber è stato protagonista di questa stagione, al pari di Franco Grignani, Albe Steiner, Erberto Carboni e altri.
Essendoci stata una modifica del messaggio pubblicitario, aziendale ed editoriale che ha in qualche modo tolto ai personaggi in vista le commissioni dei lavori; ancora oggi esiste una certa reticenza, a livello culturale, a riconoscere quanto è stato fatto da chi ha rivoluzionato questo linguaggio. Già da tempo, c'è la tendenza ad omogeneizzare le campagne pubblicitarie, senza far più ricorso alla personalità di un artista esterno che riesca a dare un senso di riconoscibilità ai messaggi visivi, come senza dubbio Max Huber era riuscito a fare, quando, per esempio, lavorava per La Rinascente.
Situazioni accadute anche a Italo Lupi e ad altri, come Giancarlo Iliprandi che, pur essendo dei mastri del design, si stanno perdendo perché il loro esempio non era gradito agli uffici marketing che hanno un po' annacquato tutto, provocando come risultato dei grandi compromessi in cui oggi il progetto grafico risulta essere un lavoro d'équipe, in cui non è più riconoscibile una personalità individuale. Al punto che adesso sta quasi scomparendo la figura dell'art-director e del grafico.
Nel caso di Max Huber, già celebrato come art-director, adesso, grazie allo sforzo fatto dalla vedova, si sta riscoprendo anche un suo passato fotografico che era stato dimenticato. A Chiasso nel 2005 era stato inaugurato un museo dedicato al suo nome ed al suo lavoro artistico: il museo M.A.X. che vive adesso un po' stentatamente perché anche tra gli svizzeri ed i ticinesi s'è leggermente appannata la memoria storica. Nonostante questo, è evidente che in Svizzera si cerchi di conoscere meglio ciò che è stato fatto dagli artisti nati in questo paese e di riscoprire ciò che è stato fatto a livello fotografico, grazie anche alla mostra presentata ieri sera che resterà in programma fino al 24 gennaio 2016.
In Italia è difficilmente pensabile di portare questa mostra che diventa così un'occasione unica per vedere delle fotografie, stampate dai negativi originali, dallo studio Farenheit.
In Italia, Huber non è molto considerato anche a livello artistico, un po' perché è passato del tempo, ma anche perché egli ha lavorato essenzialmente nel settore grafico e pubblicitario senza lasciare una firma evidente del proprio lavoro. Questa era una cosa nota soprattutto nella cerchia degli addetti ai lavori, ma non è mai stata una realtà supportata dalla critica, esigenza e pratica venuta a crearsi oggi nel mondo dell'arte, mentre per la grafica, non esisteva una critica che si occupasse di questa forma di creatività.
Per il cinema, la pittura, la scultura e l'architettura esiste un lavoro critico molto importante attorno a delle figure che vengono promosse al fine di farne conoscere l'attività e valorizzarne le opere, cosa che come abbiamo detto, non avveniva per la grafica ed il design.

Max Huber
Tokio, da negativo 35mm 1965

Aoi Kono
Aoi Kono, vedova dell'artista svizzero, figlia di Kono Takashi è lei stessa un'artista grafica

Ho parlato con Aoi Kono, designer che ha compiuto i propri studi a Stoccolma, che mi ha detto che la prima mostra organizzata dalla Cons Arc 25 anni fa era stata allestita proprio con le fotografie di Max Huber, così adesso, per la celebrazione di questo lungo periodo d'attività culturale, si è pensato di recuperare altre fotografie dell'artista svizzero da far conoscere al pubblico. Si tratta della prima mostra fotografica dalla morte del maestro svizzero, avvenuta 23 anni fa, in Ticino.
Max Huber ha studiato fotografia da giovane, ma poi ha deciso di dedicarsi alla grafica; ha intrapreso un viaggio in Giappone per conoscere Kono Takashi, conobbe anche la figlia che sposò poi a Morbio Superiore, nel 1962.
Pur smettendo di scattare fotografie, Huber introdusse l'uso delle immagini fotografiche nel suo lavoro grafico.

Fotografia Moderna, atelier itinerante per foto-tessere - Italia, 1940

Milano, Piazza Duomo, 1945

Piume, una fotografia sperimentale di Max Huber dalla quale l'autore, in seguito, trarrà un'immagine pubblicitaria

Pubblicità per Latticello Glaxo con fotografia e grafica di Max Huber

Sperimentazioni fotografiche come fotogrammi sui quali venivano appoggiati bicchieri ed altri oggetti


Tutte le stampe sono state realizzate nel novembre del 2015 su carta baritata ai sali d'argento Ilfobrom FB Warmtone con trattamento Fine Art da Gianni Romano per Conservatorio della Fotografia. Non esiste una numerazione, ma riportano un timbro Aoi max Huber Novazzano Ch e firma Aoi Huber che ne certifica l'autenticità.
Il prezzo delle stampe è di 900 CHF ed è inteso escluso cornice, Iva 8% e consegna.

Italia 1945

L'influenza della cultura giapponese

Una copertina con grafica realizzata da Kono Takashi per una rivista giapponese nel 1936

Guido, Daniela Giudici e Aoi Huber, vedova dell'artista scomparso nel 1992, introducono il pubblico alla serata che presenta le fotografie ed i fotogrammi realizzati dal 1940 al 1965 da Max Huber


Ho parlato con Guido Giudici che mi ha detto che la Cons Arc aveva organizzato altre due mostre con Max Huber, la prima agli inizi degli anni 1980, insieme a Claudio e Daniela Adorni quando insieme aprirono la Galleria Fotografia Oltre, in via Bossi, sempre a Chiasso. Poi nel 1990 fu rifatta la stessa mostra, in occasione dell'apertura dell'attuale Cons Arc. Per questa terza mostra, sono state scelte fotografie diverse; in genere si fanno vedere fotografie legate alla grafica, perché Max Huber è conosciuto in quanto grafico. Si tratta di una selezione inconsueta per un grafico perché, tra le varie fotografie esposte, 4 sono state scattate in Svizzera e presentano soggetti un po' idilliaci relativi a panorami montani, campi fioriti e covoni di fieno, però si tratta del modo di vedere di una persona che ha viaggiato parecchio, nel Sud dell'Italia, in Europa ed in Giappone. Le fotografie sono state stampate dai negativi in possesso a Aoi Kono, mentre il M.A.X. museo non ha mai messo sufficientemente in risalto Max Huber fotografo. Sono presenti 6 stampe vintage che sono servite da esempio per poter dare delle indicazioni allo stampatore Gianni Romano. Ho parlato anche con Cesare Colombo che ha conosciuto personalmente Huber negli anni 1970 e ha lavorato per Aoi che gli richiedeva degli still-life fotografici. Mi ha raccontato cose interessantissime, come il fatto che Max Huber non pensava molto alla fotografia e questo ha fatto sì che molti suoi negativi siano andati perduti. Insomma, mi sono fatto l'idea che Huber fosse un personaggio sicuramente geniale, ma anche alquanto distratto; tra i vari episodi che si narrano di lui troviamo un aneddoto significativo che lo vede in visita allo studio grafico di Antonio Boggeri a Milano nel 1940. Egli lascia il suo biglietto da visita al suo interlocutore: sono alcune volute intrecciate a spirale. Boggeri lo guarda per qualche istante prima di accorgersi che non è stampato ma è disegnato a mano. Qualche giorno più tardi assumerà Huber e la spirale diventerà pannello di presentazione dello Studio Boggeri. Tony Graffio


Cesare Colombo mostra Max Huber
Cesare Colombo ci parla di Max Huber che ha conosciuto personalmente

Fotografia & Grafica 
Il piccolo gruppo di immagini che Cons Arc ha deciso di riproporre in modern print 
- e le altre che in mostra le circondano - 
possono offrirci un’immediata sintesi del talento visivo di Max Huber. Ma forse riescono anche a parlarci del suo carattere, del suo ambiente, del suo tempo. Quando Max approda a Milano nel 1940 ha già sperimentato le più complesse tecnologie fotografiche con maestri svizzeri che oggi riconosciamo come storici autori: Emil Schulthess, Hans Finsler e Werner Bischof. Sarà tuttavia Antonio Boggeri (1900-1989) ad accoglierlo nel suo studio milanese - tra i presagi della seconda guerra mondiale - intuendo la sua doppia capacità creativa: gli esperimenti attraverso le immagini ottiche a fianco della genialità tipografica e compositiva nella produzione di messaggi pubblicitari. Boggeri, oltre ad essere un pioniere dell’art direction, è pure un raffinato fotografo, e sono già noti - lungo tutti gli Anni 30 - anche i suoi contributi critici, tesi ad affermare un modernismo in polemica con l’accademico linguaggio prevalente negli autori italiani. Max Huber non usa però subito con frequenza la sua fotocamera 6x6. Resterà un curioso neofita capace di seguire con parallela fantasia 
le avanguardie europee lungo la sua professione di grafico e di artista «astratto». Mentre in comune coi colleghi amici che troverà subito in Italia (come Luigi Veronesi, Franco Grignani o Albe Steiner) sarà l’uso del fotogramma: le immagini off camera offerte da oggetti posati sulla carta sensibile ed esposti pochi attimi alla luce. 
A sessant’anni di distanza, vi riconosciamo le forme di semplici strumenti tecnici, di vetri, frutti, piume: una specie di libero addestramento alle visioni (ed alle allusioni) 
che si affiancheranno alla dirompente aggressività tipografica e cromatica dei suoi manifesti, delle sue copertine, dei suoi annunci. Ma negli anni italiani del dopoguerra, al suo ritorno a Milano, troveremo più frequenti anche le riprese con la camera reflex, la classica Rollei. Qui si giocherà anche la sua scoperta del paesaggio italiano, l’atmosfera della metropoli tra la Fiera Campionaria e il richiamo dei giornali appesi davanti all’edicola, o infine le insegne luminose dei locali, che risplendono attraverso l’esposizione multipla del negativo 
(il logo del Rabarbaro Zucca allude forse ai drink condivisi con gli amici Achille e Piergiacomo Castiglioni, complici in mille notissimi allestimenti per Rai o Montecatini? …Chissà).
 Max Huber ha disegnato i loghi della Rinascente e dell'Esselunga di Caprotti 
Isolata e memorabile resta la fotografia più nota di Max, che oggi ci appare quasi un ironico contrappunto alla polverizzazione 
di immagini digitali che stiamo vivendo. Fotografia Moderna era un felliniano atelier itinerante nei luna-park italiani, destinato alle fototessere, ai ritratti singoli o in gruppo. Ci si ripropone qui, al contrario dell’insegna, un paese adorabilmente arretrato. Ripartiremo però da questa ironica inquadratura, specchio dei nostri ingenui stupori tecnici, per inoltrarci con Max Huber verso altri mondi, verso visioni di linguaggio opposto. Max ha sposato nel 1962 Aoi Kono, figlia 
del famoso maestro tra i grafici giapponesi Takashi Kono. E durante le sue frequenti trasferte a Tokyo a metà degli anni 60 egli avvicina un oceano di segni, disegni, 
segnali grafici pieni di ideogrammi indecifrabili. Anche se in apparenza l’umiltà documentale lo nega, Max ritrova qui i ritmi astratti che di continuo lo appassionano nella grafica editoriale. Una vera originale, intensa musica visiva (quasi l’ascolto dei prediletti brani di jazz…) che costituirà, lungo tutto il suo percorso professionale, il tratto artistico più riconoscibile.
Tuttavia Max Huber non produce mai personalmente le fotografie che affiancano e sostengono mirabilmente i suoi piani cromatici, la danza dei suoi caratteri ingranditi, le asimmetrie diagonali, le sovrastampe più coraggiose, le sintesi comunicative più immediate (ma contemporaneamente più complesse). Alla Rinascente Max, affiancandosi nei messaggi ad un art director svizzera autorevole come Lora Lamm, crea il suo marchio famoso. Ma guida inoltre, nella sala di posa, le attente riprese di un altro amico svizzero giunto in Italia, Serge Libis. 
E sui fondali immacolati di Aldo e Marirosa Ballo li aiuta a inquadrare le creazioni del design italiano… Tra gli anni 60 e 70 nel loro più entusiasmante sviluppo.
Le immagini fotografiche che Cons Arc oggi raccoglie, non sono probabilmente 
che una parte di quelle scattate da Max Huber. Molte sono andate perdute. Qui ci restano gli affascinanti enigmi di una personale passione e in un certo senso di una cultura onnivora. Vi ritroviamo una eclettica luce ancor viva, l’eco puntuale della fantasia e anche della leggerezza di Max. Sono tasselli lontani che ancora ci parlano del suo stile che ci aiutano oggi a comprendere meglio la sua geniale personalità.

Cesare Colombo, novembre 2015

 Alcuni libri da collezione che riportano l'opera grafica e pittorica di Max Huber

 Fotografia e grafica, lo stile di Milano dettato da un artista svizzero che s'è ispirato ai lavori di un grafico giapponese

Altro esempio di grafica abbinata alla fotografia

Max Huber era appassionato di Jazz, venerdì 20 novembre 2015 il Jazz Duo Alfredo Ferrario e Sandro Di Pisa hanno allietato, dal vivo,  il pubblico presente alla Cons Arc.

Aoi Kono guarda Cesare Colombo mentre parla di Max

Chi era Max Huber
Max Huber nasce a Baar (Svizzera) nel 1919 dove frequenta le scuole elementari e medie.
Nel 1935, dopo il ginnasio, si iscrive alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, nel corso preparatorio segue l’insegnamento di Ernst Gubler, Heiri Müller, Walter Roshardt e Alfred Willimann. Conosce Werner Bischof, Carlo Vivarelli, Hans Falk e Hans Finsler.
Apprendista grafico nello studio Althaus a Zurigo conosce Emil Schulthess e 
Gérard Miedinger. Nel 1939 è collaboratore di Emil Schulthess nello stabilimento grafico Conzett & Huber e incontra per la prima volta Max Bill e Hans Neuburg.
Nel 1940 viene chiamato da Antonio Boggeri a Milano per dirigere la sezione grafica dello «Studio Boggeri». Conosce Bruno Munari, Muratore, Albini, Palanti, Pintori, Carboni, Steinberg, Banfi, Belgioioso, Peressutti, Bruno Stefani, Luigi Veronesi, Rogers, Albe Steiner. Frequenta corsi all’Accademia 
di Brera, dipinge e esegue fotografie sperimentali.
Torna a Zurigo nel 1941 e lavora con Shulthess alla rivista Du collaborando con Werner Bischof. Diventa direttore grafico all’Artemis Verlage e frequenta corsi serali alla Kunstgewerbeschule con Roshardt e Willimann. Espone con Max Bill, Leo Leuppi, Hansegger, Lohse, Hintereiter, Hans Arp, Sophie Taeuber-Arp e Verena Löwensberg nelle mostre di Allianz, Vereinigung moderner Schweizer Künstler.
Nell’ottobre 1945, dopo la guerra, ritorna a lavorare per lo Studio Boggeri a Milano.
Con Albe Steiner realizza il progetto grafico per la Triennale di Milano nel 1947 e insieme conoscono Giulio Einaudi, Elio Vittorini, Franco Fortini.
Giulio Einaudi lo incarica di realizzare tutta la grafica della casa editrice. Progetta la prima immagine coordinata per la società Braendli. Nello stesso anno organizza con Max Bill 
e Lanfranco Bombelli Tiravanti la mostra «Arte astratta e concreta».
Nel 1948, conosce Ferdinando Ballo e Roberto Leydi con i quali esegue programmi per concerti e varie grafiche per il jazz.
Nello stesso anno inizia la collaborazione con i tre fratelli Castiglioni con i quali negli anni successivi collaborerà come grafico per allestimenti di mostre e progettazioni di manifesti. Con loro curerà la grafica degli allestimenti RAI, ENI e Montecatini.
Insegna alla Scuola Rinascita.
Nel 1950 l’architetto Carlo Pagani gli chiede di studiare il nuovo marchio e logo per la Rinascente e ne diventa direttore artistico per la pubblicità.
Partecipa ed è membro del Movimento Arte Concreta con Mombelli, Dorfles, Mazzon, Monnet, Munari, Soldati e Veronesi.
Nel 1954 vince il premio Compasso d’Oro per il disegno di un tessuto.
Dal 1959 al 1962 è docente di grafica con Heinz Waibl alla Scuola Umanitaria a Milano e negli anni ‘70 alla Scuola Politecnica di Design, sempre a Milano.
Dal 1960 inizia una stretta collaborazione con le grafiche Nava e disegna per loro una vasta serie di stampati.
Nel 1960 espone i suoi lavori grafici a Tokyo con Bruno Munari e altri designer. Conosce designer e architetti giapponesi come Hara, Yamashiro, Kono, Katsumie, Yanagi, Sugiura, Mukai, Krenzo Tange Hosoya,Katayama, Tanaka e altri.
Si trasferisce in Ticino con Aoi Kono ma lavora a Milano e a casa rimanendo in stretto contatto con gli amici milanesi.
Espone nel 1961 e 1962 alle mostre dell’Alliance Graphique Internationale a Milano e Amsterdam, nel 1964 alla Dokumenta di Kassel e nel 1965 alla Matsuya Design Gallery a Tokyo. Partecipa alla Biennale International d’affiche a Varsavia negli anni 1966, 1968, 1970 e alla Biennale des Arts Graphiques a Brno. Nel 1968 vince il primo premio insieme agli architetti Achille, 
Pier Giacomo Castiglioni e Luciano Damiani.
Collabora con Fritz Keller e Urs Bachmann per l’allestimento della mostra «Magie des Papiers» al Kunstgewerbemuseum di Zurigo, per il progetto della mostra «Swiss Design» e più avanti per la mostra «Aspetti della Svizzera» organizzata da Pro Helvetia.
Torna in Giappone per lavorare alla Expo di Osaka del 1970 per il padiglione OECD.
Dal 1978 al 1984 insegna grafica al CSIA, Centro scolastico industrie artistiche 
di Lugano.
Nel dicembre del 1982, la galleria Fotografia Oltre espone per la prima volta le fotografie di Max Huber.
Il Comune di Chiasso gli dedica una retrospettiva alla Sala Diego Chiesa dal 
15 giugno al 29 luglio 1990.
In contemporanea la galleria Cons Arc espone una serie di fotografie di Max Huber in occasione dell’inaugurazione del nuovo spazio aperto a Chiasso. Max muore a Mendrisio, Svizzera, il 
16 novembre del 1992.
Nel novembre del 2005 Aoi Huber Kono inaugura il M.A.X. Museo a Chiasso.

Serata d'inaugurazione della mostra di Max Huber alla Cons Arc di Chiasso, per festeggiare i 25 anni della galleria


Mostra aperta fino al 13 febbraio 2016

Orari apertura: dal martedì al venerdì 9-12 e 14-18,30. Sabato dalle 9 alle 12. D

Domenica, lunedì e festivi chiuso.
Chiusura di fine anno: dal 24 dicembre 2015, al 6 gennaio 2016

Galleria CONS ARC via Gruetli, 1 CH-6830 Chiasso. Telefono: 0041(0)9168379