domenica 17 aprile 2016

Florence Henri, un'artista moderna valorizzata da due giovani galleristi


Autoritratto di Florence Henri riflessa in uno specchio in una sua tipica composizione della fine degli anni '20. A volte lo specchio era mascherato e non si capiva se l'immagine era reale o virtuale. In questo caso lo specchio è evidente.


Alcune delle immagine di Florence Henri esposte al Miart dalla Galleria Martini & Ronchetti hanno un grande valore storico perché sono le prime fotografie scattate al suo ritorno dal Bauhaus di Dessau dove lei era andata da pittrice in visita ad amici artisti.
Florence Henri porta con sé alcuni arredi, tra cui le sedie disegnate nel 1928 da Marcel Breuer e da subito introduce la sua esperienza di pittrice nel medium fotografico. Per lei la fotografia non è riproduzione della realtà, ma creazione della realtà. Fin dalle sue prime fotografie viene introdotto lo specchio che diventa un elemento costante che ha l'intento di mettere in dubbio la percezione dello spettatore, ricreando uno spazio nuovo.

Giovanni Battista Martini ha una galleria d'arte a Genova e si occupa dell'archivio di Florence Henri che è stata una grande fotografa del '900. Florence Henri nacque nel 1893 a New York da padre francese e madre tedesca, ha avuto un percorso molto interessante e articolato. Ha incominciato come musicista ed è stata allieva di Ferruccio Busoni, negli anni '10 del secolo scorso nel periodo della Prima Guerra Mondiale, a Berlino. A seguito di una delusione professionale riferita alla musica, s'è trovata a fare la pianista per l'accompagnamento musicale dei film muti, in questa stessa città, anche a causa di sopraggiunte difficoltà finanziarie. Suo padre era un dirigente di un'importante compagnia petrolifera; la madre muore quando lei aveva 3 anni, mentre il padre morirà quando Florence era solo un'adolescente. Non potrà accedere al lascito economico paterno per problemi legati al periodo di guerra e sarà questo il motivo che la spinse a suonare nei cinema. Decide poi di dedicarsi alla pittura, è stata allieva di Alexander Archypenko, di Fernand Léger all'Académie Moderne di Parigi, dove si trasferisce dal 1924. Nel frattempo, ha una serie di conoscenze straordinarie nel campo dell'avanguardia europea, russa e italiana. Nel 1927 soggiorna a Dessau al Bauhaus, dove va a visitare i suoi amici che in quel momento erano gli insegnanti come Moholy-Nagy, Hinnerk Scheper ed altri, decidendo qui d'iniziare a utilizzare la pratica della fotografia, che porterà avanti con una interruzione durante la Seconda Guerra Mondiale, fino agli anni '50. Nel 1929, si trova nuovamente in difficoltà finanziarie per il crollo della Borsa di Wall Street e decide d'aprire uno studio professionale come fotografa, cosa che le consentirà di vivere di questo lavoro.
La parte più importante del suo lavoro di fotografa si trova in circa 20 anni di carriera, dal 1927, alla fine degli anni '40, anche se continuerà a fare altri lavori interessanti, come tutta una serie di ritratti negli anni '50. Poi riprenderà a dipingere fino alla morte che sopraggiungerà nel 1982.

Al Miart 2016, le fotografie di Florence Henri (galleria Martini & Ronchetti, Genova) in dialogo con i lavori di Haris Epaminonda (galleria Massimo Minini, Brescia).

"Un artista senza il lavoro di un un bravo gallerista che investe su di lui, difficilmente passerà alla storia." T.G.

Un quadro di Florence Henri

Tony Graffio intervista Giovanni Battista Martini

Tony Graffio: Buongiorno Gianni, mi fa molto piacere aver trovato qui al Miart un'artista le cui opere per un certo periodo di tempo erano un po' sparite dalla circolazione, potresti raccontarmi che tipo di fotografia d'avanguardia produceva Florence Henri?

Giovanni Battista Martini: Certo, sostanzialmente la sua era fotografia di ricerca, fin da quando lei ha incominciato ad occuparsi di questa disciplina ed è straordinario come sia riuscita a portare nella fotografia tutto il suo bagaglio culturale, passando per le sperimentazioni che aveva già affrontato in pittura. Per esempio: lei nel 1927 trova delle soluzioni pittoriche/artistiche che sono estremamente d'avanguardia per quegli anni, molto vicine al costruttivismo con l'esperienza del cubismo, linguaggio che lei riesce a portare nella fotografia, usando elementi particolari come gli specchi che frammentano e riflettono lo spazio. Utilizza anche delle sovrapposizioni d'immagini ed elementi da disporre tra l'obiettivo ed il soggetto che sta fotografando, con la conseguente creazione di piani di profondità molto particolari. Nelle sue immagini utilizza anche il fotomontaggio e la solarizzazione e l'effetto bassorilievo e si dimostra veramente una grande sperimentatrice, pur senza perdere la poesia ed una dimensione estetica e compositiva sempre presente ed attenta. Questo riguarda il suo lavoro fino alla metà degli anni '30. Dopo questo periodo ci sarà una svolta, in cui torna ad interessarsi alla pittura. Se all'inizio il tutto suo lavoro sperimentale avviene in studio grazie alla luce artificiale, anche per mezzo del fotomontaggio, ma questo è un altro discorso, a partire dalla metà degli anni '30 in poi, Florence Henri utilizzerà soprattutto la luce naturale. Da quel momento dedicherà molta più attenzione al paesaggio portando all'esterno i suoi modelli e nuovamente si propone questa profondità dei piani che verrà utilizzata in seguito anche dal cinema degli anni '50 e '60. Vedendo certi ritratti eseguiti da Florence Henri negli anni '30 potremmo confonderne lo stile con un epoca più moderna, collocandoli direttamente negli anni '50 o dopo, proprio per questa suo linguaggio che andava al di là del momento storico in cui viveva questa fotografa. C'è anche un episodio che ci ricorda la sua competenza visiva che la vede chiamata nel 1956 sul set de “Il ragazzo sul delfino”, film di Jean Negolesco con l'interpretazione di Sophia Loren, come consulente per la fotografia.



TG: Lei era molto conosciuta negli anni '30 e 40, dopo è un po' scomparsa. Come mai?

GBM: Sì, in quegli anni lei era proprio al centro di questi ambienti e di questi movimenti artistici, come ben sintetizza il titolo della sua mostra al Jeu de Paume: “Specchio delle avanguardie” indagando la sua attività tra gli anni '20 e gli anni '30. 
In seguito, il suo distacco dall'ambiente parigino, il sovrano disinteresse per gli aspetti commerciali del suo lavoro hanno fatto sì che il suo lavoro perdesse visibilità. E' un destino che la accomuna a molti artisti che pure hanno avuto ruoli chiave nelle svolte del linguaggio visivo.
I processi storici dell'arte sono molto severi in questo senso, evidentemente quando altri movimenti e situazioni prendono il sopravvento è poi necessaria una rilettura storica di certi eventi per ricollocare nel giusto posto, col giusto peso certi artisti. Questo è quanto è accaduto a lei, per fortuna, Florence Henri ha potuto vedere  l'inizio del processo di rivalutazione del suo lavoro quando era ancora in vita.


Un paio di opere di Florence Henri esposte al Miart. Le stampe sono silver print originali degli anni '70 firmate dall'artista, come spiegato nell'intervista da Giovanni Battista Martini

TG: Ed a questa rivalutazione avete partecipato anche voi della Galleria Martini e Ronchetti, vero?

GBM: Noi, parlo di me e del mio socio che ormai non c'è più da molti anni, abbiamo avuto con lei un sodalizio straordinario dal 1973, fino alla sua morte nel 1982. Insieme a lei siamo riusciti a ricostruire un percorso di vita anche critico, se vogliamo, che ci ha portati a fare due importanti donazioni del suo lavoro. Una al Centro Pompidou di Parigi e l'altra a Parma allo CSAC, il Centro Studi della Comunicazione e Archivio della Comunicazione dell'Università, all'interno di un'abazia molto bella dove sono stati collocati tutti i materiali delle donazioni. A seguito di queste donazioni ci sono state state le mostre nelle rispettive istituzioni e nel maggio dello scorso anno il pubblico italiano l'ha potuta vedere a Roma alle Terme di Diocleziano.

Florence Henri Miroir des avant-gardes Ed. Photosyntèses & Jeu de Paume

Florence Henri - Villa Aurelienne Ed. Electa

TG: Torniamo ancora indietro nel tempo, voi avevate circa vent'anni e volevate entrare in contatto con l'artista, come avete fatto a trovarla?

GBM: Sì, io avevo 23 anni e 26 il mio socio. Nel 1971 avevamo fatto la prima mostra di Man Ray, nel 1972 ne abbiamo fatto un'altra insieme a lui. Ad un certo punto, quello stesso anno, in una bancarella dell'usato abbiamo acquistato una rivista futurista del 1935 che si chiamava “Stile Futurista”, tra queste pagine abbiamo visto alcune immagini di Florence Henri che ci hanno lasciato sbalorditi per la loro modernità. Da lì abbiamo iniziato a cercarla. Abbiamo scritto ad artisti che avevano vissuto quell'epoca, eravamo in contatto con Luigi Veronesi, di cui avevamo fatto una mostra, sapevamo che lui era stato al Bauhaus e che era stato in contatto con Moholy-Nagy. Abbiamo scritto anche allo storico di architettura moderna e contemporanea Alberto Sartoris per chiedere notizie di una artista della quale conoscevamo solo il nome ed alcune immagini.

Nudo di donna con giacinti - Fotografia di Florence Henri

TG: Scusami Gianni, ma voi così giovani dirigevate una galleria d'arte e portavate avanti tutte queste iniziative?

GBM: Sì, la galleria l'abbiamo aperta nel 1969, all'epoca io ero studente d'architettura, l'iniziativa d'aprire questa attività è stata del mio amico Alberto Ronchetti, al quale poco tempo dopo mi sono associato. Io, in quel periodo praticavo la fotografia dalla quale traevo un piccolo guadagno per mantenermi agli studi.

TG: Che genere di fotografie realizzavi?

GBM: Soprattutto fotografia pubblicitaria, ma di livello non alto, avevo una buona fotocamera e la mia piccola camera oscura che mi permettevano di realizzare qualche piccolo lavoro.

TG: Nell'epoca di internet siamo abituati a contattare le persone, anche dall'altra parte del mondo, in maniera semplice e veloce. Se si ha fortuna, si trova un sito web, un indirizzo, o addirittura un numero di telefono e si chiama la persona con la quale si vuole parlare, ma in quegli anni è stato davvero difficile entrare in contatto con Florence Henri?

GBM: E' stato molto difficile. Si scriveva alle persone che si conoscevano, nel nostro caso il contatto con Veronesi è stato molto prezioso, lui viveva a Milano ed era un grande artista che aveva sperimentato la fotografia astratta negli anni '30, dopo aver conosciuto Moholy-Nagy e gli altri. Sì, certamente, è stato difficile contattare Florence Henri; non ricordo più da chi abbiamo avuto l'indicazione di scrivere ad Alberto Sartoris che è stato l'ultimo nostro "informatore" che ci ha permesso di raggiungere Florence Henri. Ricordo che Sartoris ci aveva scritto di non avere più contatti con lei, ma che pensava che lei fosse ancora viva e di provare a sentire a Parigi il fotografo tedesco Willy Maywald che tra l'altro era un grandissimo fotografo di ritratto che aveva documentato a Parigi tutto il mondo dell'arte, dalla fine degli anni '30, agli anni '60. Ha fotografato da Picasso a Beuys, passando da Simone de Beauvoir, Cocteau, Chagall, Braques, le gemelle Kessler. Aveva un archivio straordinario. Era l'estate del 1973; decidiamo di prendere un treno e andiamo a Parigi. Arrivati in rue de la Grande Chaumière, bussiamo alla porta dello studio di Willy Maywald, lui ci apre e noi gli chiediamo se avesse delle opere di Florence Henri, perché il nostro intento era quello di trovare dei suoi lavori per poter poi organizzare una mostra. Lui ci risponde che purtroppo non aveva più opere di questa fotografa, ma che proprio in quel momento stava per uscire per recarsi da lei perché proprio quel giorno era il 28 giugno, data del suo ottantesimo compleanno. Maywald ci invitò ad andare con lui da lei e così è stato che abbiamo trovato Florence.


Giovanni Battista Martini (a sinistra) insieme a Marco Franciolli (a destra) direttore del Museo d'arte della Svizzera italiana LAC di Lugano, al Miart 2016

TG: Siete stati davvero fortunati.

GBM: Beh, sì, un'occasione unica. Non ti dico la gioia di questa cosa. Lei aveva lasciato Parigi da 10 anni e si era trasferita negli anni '60 a Bellival un piccolo paese ai bordi della foresta di Compiègne, in Piccardia, per tutta una serie di sue delusioni avute dalla vita: sentimentali eccetera. In questo posto lei continuava a dipingere nel suo atelier. Era una casa acquistata da una sua amica, Jeanne Taffoireau, che l'ha molto aiutata in quegli anni difficili. Entrambe condividevano un'amicizia con lo scrittore Pierre Minet al quale Florence è stata legata per molti anni. Pierre Minet decise però di terminare la relazione con Florence per sposare una donna americana. Come ti dicevo, Alberto Ronchetti ed io arriviamo da Florence Henri con Maywald, nel forno troviamo un ottimo pollo arrosto che Jeanne stava cucinando, ci fermiamo a Bellival e trascorriamo così la prima giornata con la Henri. In seguito a questo incontro è poi nato il lavoro la collaborazione ed un rapporto con Florence che man mano s'è consolidato. Le festività di Natale e Pasqua le passavamo con lei ed ogni estate passavamo almeno un mese in sua compagnia; affittavamo questa casa di fianco alla sua, in Piccardia, iniziando a lavorare sull'archivio, per ricostruire le date, leggere i documenti, visionare le fotografie ed organizzare le esposizioni. La prima sua mostra l'abbiamo fatta a Genova nel 1974, poi in quel periodo avevamo anche una galleria a New York perciò abbiamo portato la mostra anche in America. Sempre col nostro apporto, in seguito ci sono state altre mostre di Florence a Torino, da Martano, a Roma alla Pan, in questa famosa galleria libreria di Carla Roessler Barbato che poi ha chiuso. Poi, nel 1978, c'è stata la mostra a Parigi al Museo d'Arte Moderna de la Ville de Paris, e tre anni dopo al Centro Pompidou la mostra della nostra donazione.



TG: Com'è avvenuta questa cosa?

GBM: Dai negativi originali sono state stampate le fotografie sotto la sua supervisione, lei le ha firmate e poi noi abbiamo fatto la donazione. Poiché allora nessuno conosceva più Florence Henri volevamo che rimanesse una documentazione importante del suo lavoro in due importanti istituzioni e che i suoi lavori fossero a disposizione del pubblico.

TG: E' stata un'operazione puramente culturale?

GBM: Per quanto riguarda le due donazioni assolutamente, lo scopo era di far conoscere il suo lavoro e collocare la sua figura tra gli innovatori della fotografia moderna. Contemporaneamente da alcuni negativi sono state tirate copie in nove esemplari destinate al collezionismo.

TG: E non avete trovato delle difficoltà? So che è brutto dirlo, ma in Italia è anche difficile regalare le opere, è così?

GBM: In Italia, in un primo momento, abbiamo avuto qualche difficoltà burocratica. A Parigi la mostra inizialmente era prevista al Pompidou, ma Suzanne Pagé, direttrice del Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris amava moltissimo il lavoro di Henri e chiese di poter fare una mostra nel suo museo nel 1978. Henri la visitò nel giorno di chiusura, lontana dalla folla. La mostra della donazione al Pompidou venne così posticipata di tre anni.


TG: Florence Henri vi ha donato il suo archivio storico?

GBM: Henri ci ha affidato l’archivio con atto notarile, e ci occupiamo anche delle richieste di pubblicazione editoriale.

TG: E' un archivio consistente?

GBM: No, non è un archivio molto consistente, però è un archivio importante dal punto di vista storico e artistico.

TG: Florence Henri non aveva parenti?

GBM: No, aveva un fratello che è morto prima di lei in America Latina, dove si era trasferito.

TG: E' stato difficile rinnovare l'interesse verso questa artista dopo tutti questi anni? Bisogna sempre lavorare a lungo termine per portare un artista nei musei?

GBM: Certo, dal punto di vista culturale adesso s'è rinnovato questo interesse, non è stato semplice, ma l'artista era valida e le sue opere sono arrivate dove meritavano di stare.

TG: Beh, non vorrei sottolinearlo ulteriormente, ma è stato soprattutto un merito vostro...

GBM: E' l'artista che ha fatto il suo lavoro... Noi abbiamo fatto il possibile per veicolarlo e trasmetterlo al pubblico, tramite le istituzioni, possibilmente. Attraverso mostre cataloghi e pubblicazioni. Certo, si tratta di tanti anni di lavoro in questa direzione.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi libri e cataloghi che parlano di Florence Henri

TG: Su queste pubblicazioni avrete dei diritti...

GBM: Poca cosa, anche perché dietro c'è un grande lavoro di redazione e di curatela.




TG: Possiamo dire che nei confronti di Florence avete avuto anche dei motivi affettivi che vi hanno portato a promuoverla in modo più caparbio che altri artisti?

GBM: Sicuramente, perché noi abbiamo vissuto con lei gli ultimi 10 anni della sua vita, abbiamo avuto un'esperienza di lavoro in comune e poi lei è stata un'artista che a me personalmente ha cambiato il modo di vedere l'arte, ma in modo profondo, come già aveva iniziato a cambiarmelo Man Ray. Credo sia perché lei aveva una dimensione molto critica verso il suo stesso lavoro. Io non l'ho mai sentita vantarsi per una cosa che aveva fatto, o per un certo risultato. Lei ha distrutto molti suoi lavori perché non era più soddisfatta del risultato ottenuto. A Parigi il suo è stato uno degli studi fotografici di riferimento della moda di quegli anni e lei questa parte del suo lavoro lo ha distrutto completamente, perché lo riteneva un lavoro alimentare (commerciale nd TG). Di tutto questo non è rimasto un negativo o una stampa, io sono riuscito a trovare delle sue immagini di moda solo perché erano state pubblicate da riviste di quell'epoca. Questo è un fatto che inquadra precisamente il suo modo di vedere. 

TG: Adesso, si riesce a raccogliere qualche frutto, o ancora no?

GBM: Siamo felici che il suo lavoro stia ottenendo riconoscimenti significativi: Ci sono diverse pubblicazioni e libri importanti, come il catalogo della mostra del Jeu de Paume che è stato tradotto negli USA da Aperture che è un'importante Fondazione. In lingua italiana la recente pubblicazione di Electa Photo ha apportato contributi critici importanti alla conoscenza della fotografia.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi libri e cataloghi che parlano di Florence Henri

TG: Su queste pubblicazioni avrete dei diritti...

GBM: Poca cosa perché dietro c'è un grande lavoro di redazione e di curatela.

Un altro ritratto scattato da Florence Henri

TG: Possiamo dire che nei confronti di Florence avete avuto anche dei motivi affettivi che vi hanno portato a promuoverla in modo più caparbio che altri artisti?

GBM: Sicuramente, perché noi abbiamo vissuto con lei gli ultimi 10 anni della sua vita, abbiamo avuto un'esperienza di lavoro in comune e poi lei è stata un'artista che a me personalmente ha cambiato il modo di vedere l'arte, ma in modo profondo, come già aveva iniziato a cambiarmelo Man Ray. Credo sia perché lei aveva una dimensione molto critica verso il suo stesso lavoro. Io non l'ho mai sentita vantarsi per una cosa che aveva fatto, o per un certo risultato. Lei ha distrutto molti suoi lavori perché non era più soddisfatta del risultato ottenuto. Con il suo studio fotografico a Parigi il suo è stato uno degli studi di riferimento della moda di quegli anni e lei questa parte del suo lavoro lo ha distrutto completamente, perché lo riteneva un lavoro alimentare (commerciale nd TG). Di tutto questo non è rimasto un negativo o una stampa, io sono riuscito a trovare delle sue immagini di moda solo perché erano state pubblicate da riviste di quell'epoca. Questo è un fatto che inquadra precisamente il suo modo di vedere.


TG: Un'artista intransigente.

GBM: Certo, intransigente e che non ha mai concesso nulla al mercato per il mercato. Non era il prestigio che ricercava, ma il riconoscimento del valore artistico del suo lavoro. Dopo aver conosciuto lei, abbiamo incontrato un suo amico, un altro artista che si esprimeva con la fotografia. César Domela. Questo incontro è avvenuto all'inaugurazione della mostra della Henri al Museo d'Arte Moderna a Parigi, nel 1978, evento che lei, naturalmente, non ha presenziato. Anche Domela, dopo il lavoro da noi svolto per la Henri, ha deciso di darci i suoi fotomontaggi realizzati in quell'epoca a Berlino (tra il 1928 ed il 1931). Tra questi c'erano anche fotomontaggi pubblicitari eseguiti per clienti come la Osram o fotografie di ricerca legate al suo lavoro di scultore/pittore. Lui è uno degli artisti che ha portato la terza dimensione nel quadro, attraverso l'inserimento di oggetti e da lì è nato il suo dissidio artistico con Mondrian che era molto rigoroso sul concetto di spazio ortogonale e non ammetteva linee diagonali, o tanto meno linee curve, nelle sue opere. Abbiamo curato diverse mostre anche per Domela per promuovere il suo lavoro, come abbiamo fatto per la Henri.

Florence Henri Electa Photo

TG: Certo, questi autori appartenevano ad avanguardie già 80 anni fa, ma capita spesso che la fotografia dopo circa mezzo secolo da strumento di comunicazione diventi documentazione e arte?

GBM: Certa fotografia è arte fin dal momento in cui è stata fatta. E' l'intenzione di chi realizza una fotografia che conta molto e poi, naturalmente, il risultato di come riesce a farla. C'è chi fa una fotografia come documentazione ed ha una particolare capacità d'inquadratura, ma il suo lavoro rimane fotografia di documento. C'è chi invece, come l'artista, o come chi ha una particolare sensibilità ed una certa visione delle cose riesce a fare delle fotografie diverse. Fin dalle prime fotografie, Henri usa il medium fotografico con funzione creativa e non riproduttiva.

Florence Henri, artist photographer of the avant gard SFMOMA

TG: Bisogna però sempre fare un grosso lavoro per ricordare che questi artisti esistono e non vanno dimenticati.

GBM: Sì, certo, anche perché la fotografia è stata considerata fino a pochissimo tempo fa soltanto una pratica artigianale. Anche se già negli anni '20 c'erano queste mostre straordinarie di “Film und Photo”, per esempio, o “Das Lichtbild”, mostre dove veniva presentata la produzione fotografica fatta dagli artisti di ricerca ed avanguardia. Moholy-Nagy in un libro pubblicato nel 1924, Pittura, Fotografia, Film, mette sullo stesso piano di linguaggio le tre pratiche espressive. Si era ben capito che la fotografia portava in sé, oltre al discorso di tecnica moderna, molto di più di quanto non le veniva dato di credito. La nostra è una galleria che tratta tutte le arti ed ha voluto portare la fotografia al pari di scultura, pittura, architettura o musica. Questo è sempre stato il nostro intento, indagare sulla ricerca interdisciplinare dei linguaggi. Vogliamo capire cosa fa l'artista, anche attraverso diversi medium per vedere poi cosa è riuscito a raccontare ed a esprimere.

Il catalogo pubblicato dal MEF

TG: Un'ultima domanda: chi non ha avuto occasione di visitare il vostro stand al Miart, dove potrà vedere esposte le opere originali di Florence Henri?

GBM: Fino alla fine di giugno c'è un'altra bella occasione, a Torino, in questo nuovo museo aperto da un anno con un programma straordinariamente interessante. Si tratta del MEF, Museo Ettore Fico, che tra l'altro dispone di uno spazio architettonico molto bello, progettato e realizzato da un giovane architetto.
Andrea Busto dirige il museo che ospita  anche incontri, rassegne appuntamenti didattici per le scuole. Per la prima volta in Italia, a Torino è possibile osservare tutto il percorso artistico di Florence Henri, dalla pittura, alla fotografia ed in ultimo la ripresa della pittura che sarà la forma espressiva che l'artista abbraccerà, fino alla sua morte.

Note conclusive

Cercando notizie relative a Florence Henri su internet per mettere a confronto le informazioni avute da Giovanni Battista Martini, ho trovato vari siti che parlano della presunta promiscuità sessuale dell'artista esaltandone la modernità ed il coraggio delle proprie scelte anticonformiste. A questo proposito, mi è stato detto da chi ha conosciuto l'artista personalmente ed è stato al suo fianco anche nel momento della morte che chi ha scritto tali cose ha espresso gravi inesattezze. Florence Henri conosce Pierre Minet a Parigi nel 1936 e si trasferisce a vivere con lui in rue St. Romain, Margarete Schall muore nel 1939 a Dessau dove viveva da anni. Altra grave inesattezza, Florence muore a Compiègne (Giovanni Battista Martini era presente) e non "in un piccolo paese fuori Parigi” come recita il testo di questo documento "fantasioso". 

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