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sabato 30 dicembre 2017

Davide Bolzonella critica la copertina di: Musica in Cantina, Viaggio nell'Immaginario Underground della Rock Poster Art Italiana

"La vita del designer è una vita di lotta contro il brutto." Massimo Vignelli

Davide Bolzonella è un art director che negli anni '80 ha maturato una grande competenza professionale nel campo dell'impaginazione e della grafica editoriale; ha lavorato con gli editori di libri e riviste più importanti, con i leader del mercato italiano come Electa, Mondadori, che all'epoca aveva delle nicchie di mercato piuttosto evolute, oltre che per Condé Nast che ha una copiosa serie di riviste ancora sul mercato ai nostri giorni. Tra i periodici più importati, naturalmente citiamo Vogue Donna. Ancora oggi Bolzonella si occupa di grafica editoriale e di altre forme di grafica e coordina l'immagine editoriale quando un editore non è strutturato per la realizzazione di progetti che vanno curati adeguatamente.
Ho sottoposto all'attenzione di Davide Bolzonella il libro che ho realizzato per lo scorso Basement Party, in modo da capire se l'immagine esposta in copertina era adeguata alla tipologia del prodotto culturale proposto.
Ho deciso di parlare di questo argomento sulle pagine di "Frammenti di Cultura" perché molti lettori potrebbero essere interessati a questa analisi ed eventualmente per stimolare un piccolo dibattito tra gli addetti ai lavori e coloro che hanno contribuito all'ideazione dell'immagine. Premetto che io ho gradito molto il disegno realizzato da Brillantina Moretti e trovo che il suo segno ed i suoi contenuti abbiano portato allegria e freschezza ad una pubblicazione che poco, o nulla, ha di commerciale. TG

Copertina del libro di Tony Graffio Musica in Cantina
Musica in Cantina Viaggio nell'Immaginario Underground della Rock Poster Art Italiana

Davide Bolzonella: Il prodotto editoriale, sia nella linea editoriale libraria, che nella linea editoriale dei periodici è sempre stato molto povero, di conseguenza in questi settori si investono pochi soldi nei professionisti della grafica. Diverso è il discorso per il settore farmaceutico, piuttosto che per coloro che si occupano degli allestimenti fieristici o della comunicazione in senso lato. 

Tony Graffio: Caro Davide, vorrei chiederti di darmi una lettura oggettiva di ciò che leggi nella copertina di Musica in Cantina, anche se questo volesse dire esprimere delle critiche ad un libro al quale sono molto legato e del quale sono piuttosto soddisfatto. Vorrei un tuo parere professionale sul significato di quello che vedi, ma anche sull'esecuzione del lavoro e su come si presenta il libro.

DB: Sulla copertina appare subito evidente la scritta "Musica" che sia per la scelta del carattere, che per la sua composizione, risulta essere molto legata al Jazz; vuoi perché è isolato come si fa per le testate, vuoi perché sembra fatto per timbrare e personalizzare qualsiasi tipo di illustrazione. E' musicale per come si intende la parola musica; quello che dà senso a questa scritta sono le illustrazioni avulse da qualsiasi linea di cultura. Oggi tutti i segni sono passati sulla stampa cartonata del fumetto, ma un tempo questo tipo di disegnini erano abbastanza caratteristici degli anni '50. Le ragazze del disegno non sono particolarmente localizzate e poco sembrano aver a che fare con la musica suonata dal vivo; sono però delle spettatrici di un evento musicale che si divertono, lo si capisce da come sono disegnate, da come si muovono e dagli orpelli che hanno addosso e non solo da come sono vestite. Tutto questo caratterizza la parola musica portando il contenuto del libro, che peraltro si presenta in modo molto serio, ad un livello abbastanza popolare. Per popolare intendo qualcosa abbastanza lontano dalla cultura musicale, significato che invece sarebbe stato diverso mantenendo la sola scritta: "musica" priva di altre illustrazioni.

TG: Separare il titolo dall'illustrazione connota il libro come il frutto di una cultura Underground?

DB: Sì, sovrapporre la scritta a qualcosa di non noto, che potrebbe essere un teschio, osservandolo bene, ma potrebbe essere anche un qualsiasi disegno crea già un rapporto con questo mondo. Inoltre, si aggiungono le parole: "in cantina" che si percepiscono collegate a musica. Queste parole ti orientano verso un contenuto Underground che poi viene negato da un'illustrazione che ti fa interpretare diversamente le parole "in cantina". Se tu avessi tolto l'illustrazione e lasciato solo la scritta avresti incuriosito maggiormente il pubblico, mentre l'illustrazione delle ragazze condiziona il lettore e lo circoscrive a questo tipo di linguaggio. Io in copertina avrei  messo l'elenco degli intervistati, perché sono dei nomi che possono chiarire il contenuto e dare un'interpretazione alla parola: musica.

TG: Avere una bella illustrazione in copertina è stata una mia richiesta che aveva la necessità di far capire che questo non è soltanto un libro fatto di parole, ma anche di immagini.

DB: Sono d'accordo sul fatto che privilegiare l'illustrazione può attirare maggiormente l'attenzione, ma questa non è una bella illustrazione.

TG: Perché non è una bella illustrazione?

DB: Perché trovo più interessante il disegno di WonderBee che ha un "graffio" educato, di ricerca che lascia trapelare il segno di un'illustratrice donna.

TG: Sì, l'ha disegnato una donna.

Il disegno graffiante a cui si riferisce Davide Bolzonella

DB: Il disegno di WonderBee è più legato alla moda, mentre quello della copertina è più banale, come tipo di illustrazione e nasce e muore sul libro. La grafica inserita all'interno è molto interessante e la trovo bella anche per aver inserito all'interno dei disegnini che mi portano a pensare al bar ed a qualcosa che dà movimento ed è anche molto più esaustiva. Inserendole un titolo, avrebbe potuto essere già una copertina.

La grafica che piace a Davide Bolzonella

TG: Io però avevo chiesto un'illustrazione in copertina...

DB: Allora avresti potuto prendere il disegno di WonderBee.

TG: La IV di copertina come ti sembra?

DB: E' una texture che lascia il tempo che trova.

TG: A me piace e poi è sempre un'immagine che si ricorda.

DB: Non ho bisogno di ricordarla, non mi dice niente, fa giusto da fondo in modo che se l'appoggi non si sporca... O se si macchia non te ne accorgi. E' quasi una necessità d'uso.

TG: Il libro non si macchia comunque perché è plastificato...

DB: Sto guardando i poster... Forse, la copertina poteva essere anche una raccolta di poster. Trovo i disegni in bianco e nero di WonderBee più vicini al contenuto del libro. Il disegno di copertina è stato fatto da un'altra mano.

TG: Certo però è stato fatto da un illustratore che ha contribuito al libro sia con una sua intervista che con i suoi poster che effettivamente è appassionato degli anni '50 e di musica Rockabilly.

DB: Però negli anni '50 quel tipo di disegno si utilizzava sugli oggetti di casa, come era il caso dei prodotti commercializzati dalla Standa. Su certi tessuti e sui bicchieri comparivano quel tipo di disegni.

TG: L'utilizzo di questi disegni che un tempo erano destinati, diciamo a prodotti di tipo casalingo, sulla copertina di un libro può essere vista come un'innovazione grafica?

DB: Certi disegni li avevo già visti fare negli anni '30. Certi disegni sfumati allora erano un'innovazione. Riprendere oggi certe grafiche fasciste o nello stile della Corazzata Potëmkin o i bozzetti delle scenografie già visti è un'innovazione perché si tratta di disegni talmente datati che adesso vengono ricordati e visti attraverso un nuovo filtro. Riproporre disegni anni '50 mai visti che non hanno mai fatto storia sono solo quello che vedi, una cosa che non interessa perché non sollecita curiosità.

TG: Non sono molto d'accordo...

DB: Queste figure sulla copertina sono ragazze in carne che non si sanno truccare ed esprimono una subcultura, ma se questo è quello che volevi ottenere l'hai ottenuto.

TG: Beh certo, volevo dare l'idea di uno spaccato di vita Underground e ritengo che già dalla lettura che hai fatto tu questo elemento emerga con forza. Non avevo interesse a spingere commercialmente un libro che ho pubblicato in tiratura limitata, ma volevo connotarlo fortemente come qualcosa di unico.

DB: Ma l'Underground non è qualcosa di negativo, è qualcosa di alternativo alla cultura ufficiale. I carbonari non era gente sporca, era gente che non poteva apparire ufficialmente.

TG: Quindi questa è una copertina che può funzionare, per te?

DB: No, io questa copertina la butterei via subito. Fai anche presto perché copri tutto e tieni solamente la grafica nell'angolo che è bellissima. Oppure, nella prossima copertina puoi mettere l'elenco di chi hai intervistato.

TG: Non sarebbe da mettere eventualmente sul retro questo elenco?

DB: No, perché questo è quello che ti fa vendere il libro. La copertina è la sintesi del contenuto.

TG: Va bene, ma io volevo un'illustrazione in copertina...

DB: In questo caso è la scritta che illustra, il disegno ti disorienta. Oppure va bene averlo come hai fatto, come intervallo tra i capitoli. L'illustrazione è quello che appare, non è necessariamente un disegno.

TG: Le tue conoscenze di marketing le hai apprese lavorando e risolvendo i problemi che ti ponevano i clienti?

DB: Io ho avuto la fortuna d'avere un insegnante che si chiamava Massimo Vignelli che ho incontrato nel 1968 quando avevo 18 anni proprio qui vicino (durante la chiacchierata eravamo al Palazzo della Triennale di Milano), in via XX Settembre mentre allestivano la mostra del Grande Numero che forse è stato il più bello e scenografico evento della Triennale con contributi anche di Gae Aulenti. Poi, ho continuato a studiare con Bob Noorda e Giancarlo Iliprandi che ho seguito fino all'anno scorso quando è morto a 92 anni. Ho seguito anche tutta una serie di grafici e architetti come Franco Albini che facevano parte di un percorso sui linguaggi grafici.

TG: Per te, questa immagine che ho proposto in copertina è un po' troppo naïf?

DB: Bravo, l'hai trattata bene. Non puoi accostare un'immagine di quel tipo ad un carotaggio di una cultura parallela a quella che esiste oggi.

TG: A me piace.

DB: Certo, altrimenti non l'avresti utilizzata, ma sei fuori tema.

TG: Ho dato carta bianca al disegnatore, gli ho chiesto di rappresentare delle ragazze in un ambiente festoso perché  il libro era in qualche modo abbinato all'evento del Basement Party ed, in parte, era anche una specie di catalogo che riportava alcuni poster esposti a Jesi. Brillantina Moretti mi ha proposto questa immagine che a me è piaciuta molto.

DB: Ma forse lui non era a conoscenza del contenuto. Gli hai fatto leggere il libro prima di farglielo illustrare?

TG: No, ma lui sapeva di che cosa parlava. Lui stesso è tra gli intervistati...

DB: Ha visto l'elenco degli autori?

TG: Sì, lo ha visto.

DB: Io non l'avrei fatta così quella copertina. Io ho illustrato una rivista politica di Claudio Martelli che è stata pubblicata per tre anni. Abbiamo reinventato Mondoperaio, abbiamo rifatto tutto che era diventato Mondo Opera Io scomposto in tre argomenti trattati in modo indipendente e facendo un passo avanti da quel Mondo Operaio che era un termine amorfo senza spessore né emozione. Già in quegli anni si trattava di un modo interessante di riproporre una testata storica. In quel caso, ho fatto delle illustrazioni politiche, ma io non posso pensare di fare illustrazioni quando ci sono già delle scritte che eredito da altri, tipo quella che mi hai fatto vedere.

TG: Anche quella è opera del poster artist...

DB: Bene, prendo l'opera di un altro per rappresentare quello che racchiude. Non devo essere protagonista, ma un interprete che dà una veste grafica ad un volume. Per essere obbiettivamente all'altezza di comunicare quello che poi qualcuno andrà a leggere devo attenermi a quello che trovo nel frontespizio. Anche come colore; infatti il rosso l'hai usato da subito. Non c'è altro da aggiungere, ma non volevo dare giudizi troppo critici.

TG: No, figurati, ti ringrazio per quello che mi hai fatto capire, era una mia richiesta conoscere l'opinione di un esperto. Ad altre persone però la copertina è piaciuta molto, anche nei colori utilizzati che sono il rosso il nero e il bianco e tutti mi hanno dato conferma di un certo gradimento nei confronti di un prodotto al quale hanno riconosciuto una certa eleganza...

DB: Sono tornato ieri dalla Biennale di Venezia; lì ci sono due luoghi importanti destinati all'esposizione: ci sono i giardini con i piccoli padiglioni e il padiglione Italia, luoghi che propongono il meglio degli artisti che vengono invitati a questa manifestazione. L'altro luogo deputato alla mostra è l'Arsenale di Venezia. Il mio giudizio finale sui giardini che ho visto nella loro interezza, forse saltando soltanto il padiglione della Francia, è che si tratta di un saggio di fine anno di artisti internazionali che scomodano il mondo intero per andare a vederli in un luogo d'elezione, perché solo lì per tradizione puoi vedere queste opere che sono il meglio dell'arte contemporanea, quello che hanno imparato studiando arte. Si tratta di lavori già visti, non approfonditi e cose che io da grafico, insieme a Max Huber facevo come esercizi di colore molti anni fa...

TG: Conoscevi bene Max Huber?

DB: Sì, è stato un mio insegnante.

TG: Puoi dirmi qualcosa di lui?

DB: Ho un ricordo simpatico di lui di quando tiravamo i petardi insieme con la cerbottana. Io ero un ragazzo e lui era un insegnante istrionico che si permetteva di giocare con noi, forse per essere più in sintonia con i suoi studenti. Lui era un grafico-artista che non aveva fatto una scuola di comunicazione. Era una persona dotata della capacità di muovere delle masse, dei volumi e dei colori. Da lui sono venute anche delle cose discutibili come l'Esselunga che non è un lavoro degno di particolare nota, se non per la sua facile memorizzazione, cosa che conferma come quel logo non potesse essere fatto meglio. Bob Noorda, altro mio insegnante, aveva fatto un'intervento simile per Coop andando a cercare un'armonia particolare per il lettering che ha avuto ben altra evoluzione grafica. Il logo Esselunga fa un po' il verso a Pirelli, è bruttissimo, però è vincente perché anche senza dover fare pagine di pubblicità si identifica facilmente.

TG: A suo tempo Max Huber non è stato tanto considerato, perché?

DB: Allora i pubblicitari erano pochi, venivano anche da Architettura, mentre i "Copywriter", negli anni '60 e '70 arrivavano dalla facoltà di Legge. A Milano trovavano tutte le agenzie pubblicitarie e qui venivano a lavorare. Huber veniva dal mondo dell'arte; prima del computer bisognava avere un'abilità manuale che lui aveva, mentre adesso non è più richiesta. Anche Bob Noorda era molto bravo a disegnare a mano libera, tanto che si permetteva di scrivere con un pennellino a corpo 7 per Ballecchi, al quale faceva i bozzetti a mano per le copertine. Ma questa è un'altra storia. A quei tempi erano così pochi in questo settore che riuscivano ad assurgere subito alla notorietà, grazie ai loro clienti. Loro sono stati abbastanza fortunati perché a Milano hanno trovato una vetrina per farsi conoscere.

TG: Adesso si lavora in équipe; è più difficile che un solo creativo si occupi di un prodotto?

DB: Adesso, il contenuto del messaggio è stato spacchettato. Giustamente è tutto più articolato, non c'è solamente una disciplina che se ne occupa. Io, per esempio, occupandomi di allestimenti fieristici, ho imparato a trattare i contenuti e non solo i volumi. Gli altri hanno molto da insegnarci, specie in una lunga esperienza lavorativa. E' un po' come l'architetto che faceva il modellino; adesso ti rivolgi direttamente a chi si occupa di realizzare i modellini e tu vai avanti a fare l'architetto. Fai quattro schizzi, passi il tutto all'assistente collaboratore che interpreta quello che tu vuoi fare e aggiunge qualcosa di suo, anche perché i lavori sono diventati talmente articolati che tu non puoi fermarti a te stesso, altrimenti faresti un unico lavoro nella vita. Io stesso negli anni '90 e 2000 avevo uno studio chiamato G&R e associati (Grafici e Redattori ndDB) che forse era il più grande di Milano e avevo più di 20 collaboratori, ma le persone erano tante perché tanti erano i lavori da svolgere e poi ognuno aveva bisogno di uno o due referenti perché ci eravamo articolati così. Abbiamo realizzato anche scenografie per teatri, come per il "Pollicino" presentato al Fraschini di Pavia, ma adesso per noi non sarebbe più possibile seguire un lavoro di quella mole. Adesso, si formano dei gruppi a tempo per un certo progetto, è cambiato il modo di lavorare e poi ai nostri giorni c'è il computer che semplifica molto le cose e accorcia i tempi delle lavorazioni.

TG: Per ogni tipo di lavoro bisogna capire qual è il nostro target?

DB: E' fondamentale. Come per il libro che adesso sto preparando per Tomaso Kemeny, dove voi tutti avete fatto i poeti poetando sull'argomento denaro, sulla scalinata che porta al Palazzo della Borsa. Su quella copertina ho messo una marionetta ispirata a Majacowskij con il volto rosso e nero che nelle pupille ha il simbolo dell'euro e quello del dollaro.

TG: E' la copertina che fa vendere un libro?

DB: Sì. Ultimamente, un amico che realizza siti web mi ha raccontato che ha fatto la promozione per un libro che è andata talmente bene che il libro ha dovuto essere ristampato. Si tratta di un giallo, una lettura anche quella di nicchia, come la poesia.

TG: Quando la gente non legge, tutti i libri sono di nicchia.

DB: Una volta c'era il Giallo Mondadori al quale il lettore era abbonato. Adesso il Giallo è un genere che sta riprendendo quota ed il fatto che un libro venga ristampato, non perché è scritto bene o perché l'autore è importante, ma solo perché la copertina ha funzionato promuovendola in video è un caso abbastanza particolare. In quel caso, la copertina ed il linguaggio del mezzo utilizzato per la promozione sono stati vincenti.

TG: Per concludere, che cosa mi consiglieresti di fare per il mio libro autoprodotto?

DB: Il canale che tu hai è anche il limite dell'interesse. Potresti dedicare una parte del tuo sito alla lettura del libro a pagamento, oppure chiedere un abbonamento per la lettura del tuo blog, come già fanno le riviste di cultura.

TG: Ma se dovessi ristampare in modo più economico il libro?

DB: Prenderei quello che tu hai già in casa e per la copertina utilizzerei la grafica con il titolo.


Conversazione avvenuta il 26 novembre 2017.

sabato 21 novembre 2015

Max Huber fotografo, a Chiasso

Ieri, alla Galleria Cons Arc di Chiasso, serata inaugurale di un'inedita mostra che ci presenta il grafico svizzero Max Huber nelle vesti di un giovane fotografo che ancora non aveva preso una direzione artistica ben precisa.
Le immagini fotografiche di Huber testimoniano di un suo percorso conoscitivo, sperimentale e di ricerca, non solo in senso metaforico, ma anche fatto di viaggi in Europa e nel mondo, alla ricerca di esempi da seguire e d'ispirazione.
In Italia, purtroppo, esiste una rimozione del lavoro fatto dai grafici storici in una stagione, in cui i rapporti tra i grafici italiani e svizzeri, fin dal dopoguerra, è stata importantissima. Anche se adesso, in pochi si ricordano di queste tappe, Max Huber è stato protagonista di questa stagione, al pari di Franco Grignani, Albe Steiner, Erberto Carboni e altri.
Essendoci stata una modifica del messaggio pubblicitario, aziendale ed editoriale che ha in qualche modo tolto ai personaggi in vista le commissioni dei lavori; ancora oggi esiste una certa reticenza, a livello culturale, a riconoscere quanto è stato fatto da chi ha rivoluzionato questo linguaggio. Già da tempo, c'è la tendenza ad omogeneizzare le campagne pubblicitarie, senza far più ricorso alla personalità di un artista esterno che riesca a dare un senso di riconoscibilità ai messaggi visivi, come senza dubbio Max Huber era riuscito a fare, quando, per esempio, lavorava per La Rinascente.
Situazioni accadute anche a Italo Lupi e ad altri, come Giancarlo Iliprandi che, pur essendo dei mastri del design, si stanno perdendo perché il loro esempio non era gradito agli uffici marketing che hanno un po' annacquato tutto, provocando come risultato dei grandi compromessi in cui oggi il progetto grafico risulta essere un lavoro d'équipe, in cui non è più riconoscibile una personalità individuale. Al punto che adesso sta quasi scomparendo la figura dell'art-director e del grafico.
Nel caso di Max Huber, già celebrato come art-director, adesso, grazie allo sforzo fatto dalla vedova, si sta riscoprendo anche un suo passato fotografico che era stato dimenticato. A Chiasso nel 2005 era stato inaugurato un museo dedicato al suo nome ed al suo lavoro artistico: il museo M.A.X. che vive adesso un po' stentatamente perché anche tra gli svizzeri ed i ticinesi s'è leggermente appannata la memoria storica. Nonostante questo, è evidente che in Svizzera si cerchi di conoscere meglio ciò che è stato fatto dagli artisti nati in questo paese e di riscoprire ciò che è stato fatto a livello fotografico, grazie anche alla mostra presentata ieri sera che resterà in programma fino al 24 gennaio 2016.
In Italia è difficilmente pensabile di portare questa mostra che diventa così un'occasione unica per vedere delle fotografie, stampate dai negativi originali, dallo studio Farenheit.
In Italia, Huber non è molto considerato anche a livello artistico, un po' perché è passato del tempo, ma anche perché egli ha lavorato essenzialmente nel settore grafico e pubblicitario senza lasciare una firma evidente del proprio lavoro. Questa era una cosa nota soprattutto nella cerchia degli addetti ai lavori, ma non è mai stata una realtà supportata dalla critica, esigenza e pratica venuta a crearsi oggi nel mondo dell'arte, mentre per la grafica, non esisteva una critica che si occupasse di questa forma di creatività.
Per il cinema, la pittura, la scultura e l'architettura esiste un lavoro critico molto importante attorno a delle figure che vengono promosse al fine di farne conoscere l'attività e valorizzarne le opere, cosa che come abbiamo detto, non avveniva per la grafica ed il design.

Max Huber
Tokio, da negativo 35mm 1965

Aoi Kono
Aoi Kono, vedova dell'artista svizzero, figlia di Kono Takashi è lei stessa un'artista grafica

Ho parlato con Aoi Kono, designer che ha compiuto i propri studi a Stoccolma, che mi ha detto che la prima mostra organizzata dalla Cons Arc 25 anni fa era stata allestita proprio con le fotografie di Max Huber, così adesso, per la celebrazione di questo lungo periodo d'attività culturale, si è pensato di recuperare altre fotografie dell'artista svizzero da far conoscere al pubblico. Si tratta della prima mostra fotografica dalla morte del maestro svizzero, avvenuta 23 anni fa, in Ticino.
Max Huber ha studiato fotografia da giovane, ma poi ha deciso di dedicarsi alla grafica; ha intrapreso un viaggio in Giappone per conoscere Kono Takashi, conobbe anche la figlia che sposò poi a Morbio Superiore, nel 1962.
Pur smettendo di scattare fotografie, Huber introdusse l'uso delle immagini fotografiche nel suo lavoro grafico.

Fotografia Moderna, atelier itinerante per foto-tessere - Italia, 1940

Milano, Piazza Duomo, 1945

Piume, una fotografia sperimentale di Max Huber dalla quale l'autore, in seguito, trarrà un'immagine pubblicitaria

Pubblicità per Latticello Glaxo con fotografia e grafica di Max Huber

Sperimentazioni fotografiche come fotogrammi sui quali venivano appoggiati bicchieri ed altri oggetti


Tutte le stampe sono state realizzate nel novembre del 2015 su carta baritata ai sali d'argento Ilfobrom FB Warmtone con trattamento Fine Art da Gianni Romano per Conservatorio della Fotografia. Non esiste una numerazione, ma riportano un timbro Aoi max Huber Novazzano Ch e firma Aoi Huber che ne certifica l'autenticità.
Il prezzo delle stampe è di 900 CHF ed è inteso escluso cornice, Iva 8% e consegna.

Italia 1945

L'influenza della cultura giapponese

Una copertina con grafica realizzata da Kono Takashi per una rivista giapponese nel 1936

Guido, Daniela Giudici e Aoi Huber, vedova dell'artista scomparso nel 1992, introducono il pubblico alla serata che presenta le fotografie ed i fotogrammi realizzati dal 1940 al 1965 da Max Huber


Ho parlato con Guido Giudici che mi ha detto che la Cons Arc aveva organizzato altre due mostre con Max Huber, la prima agli inizi degli anni 1980, insieme a Claudio e Daniela Adorni quando insieme aprirono la Galleria Fotografia Oltre, in via Bossi, sempre a Chiasso. Poi nel 1990 fu rifatta la stessa mostra, in occasione dell'apertura dell'attuale Cons Arc. Per questa terza mostra, sono state scelte fotografie diverse; in genere si fanno vedere fotografie legate alla grafica, perché Max Huber è conosciuto in quanto grafico. Si tratta di una selezione inconsueta per un grafico perché, tra le varie fotografie esposte, 4 sono state scattate in Svizzera e presentano soggetti un po' idilliaci relativi a panorami montani, campi fioriti e covoni di fieno, però si tratta del modo di vedere di una persona che ha viaggiato parecchio, nel Sud dell'Italia, in Europa ed in Giappone. Le fotografie sono state stampate dai negativi in possesso a Aoi Kono, mentre il M.A.X. museo non ha mai messo sufficientemente in risalto Max Huber fotografo. Sono presenti 6 stampe vintage che sono servite da esempio per poter dare delle indicazioni allo stampatore Gianni Romano. Ho parlato anche con Cesare Colombo che ha conosciuto personalmente Huber negli anni 1970 e ha lavorato per Aoi che gli richiedeva degli still-life fotografici. Mi ha raccontato cose interessantissime, come il fatto che Max Huber non pensava molto alla fotografia e questo ha fatto sì che molti suoi negativi siano andati perduti. Insomma, mi sono fatto l'idea che Huber fosse un personaggio sicuramente geniale, ma anche alquanto distratto; tra i vari episodi che si narrano di lui troviamo un aneddoto significativo che lo vede in visita allo studio grafico di Antonio Boggeri a Milano nel 1940. Egli lascia il suo biglietto da visita al suo interlocutore: sono alcune volute intrecciate a spirale. Boggeri lo guarda per qualche istante prima di accorgersi che non è stampato ma è disegnato a mano. Qualche giorno più tardi assumerà Huber e la spirale diventerà pannello di presentazione dello Studio Boggeri. Tony Graffio


Cesare Colombo mostra Max Huber
Cesare Colombo ci parla di Max Huber che ha conosciuto personalmente

Fotografia & Grafica 
Il piccolo gruppo di immagini che Cons Arc ha deciso di riproporre in modern print 
- e le altre che in mostra le circondano - 
possono offrirci un’immediata sintesi del talento visivo di Max Huber. Ma forse riescono anche a parlarci del suo carattere, del suo ambiente, del suo tempo. Quando Max approda a Milano nel 1940 ha già sperimentato le più complesse tecnologie fotografiche con maestri svizzeri che oggi riconosciamo come storici autori: Emil Schulthess, Hans Finsler e Werner Bischof. Sarà tuttavia Antonio Boggeri (1900-1989) ad accoglierlo nel suo studio milanese - tra i presagi della seconda guerra mondiale - intuendo la sua doppia capacità creativa: gli esperimenti attraverso le immagini ottiche a fianco della genialità tipografica e compositiva nella produzione di messaggi pubblicitari. Boggeri, oltre ad essere un pioniere dell’art direction, è pure un raffinato fotografo, e sono già noti - lungo tutti gli Anni 30 - anche i suoi contributi critici, tesi ad affermare un modernismo in polemica con l’accademico linguaggio prevalente negli autori italiani. Max Huber non usa però subito con frequenza la sua fotocamera 6x6. Resterà un curioso neofita capace di seguire con parallela fantasia 
le avanguardie europee lungo la sua professione di grafico e di artista «astratto». Mentre in comune coi colleghi amici che troverà subito in Italia (come Luigi Veronesi, Franco Grignani o Albe Steiner) sarà l’uso del fotogramma: le immagini off camera offerte da oggetti posati sulla carta sensibile ed esposti pochi attimi alla luce. 
A sessant’anni di distanza, vi riconosciamo le forme di semplici strumenti tecnici, di vetri, frutti, piume: una specie di libero addestramento alle visioni (ed alle allusioni) 
che si affiancheranno alla dirompente aggressività tipografica e cromatica dei suoi manifesti, delle sue copertine, dei suoi annunci. Ma negli anni italiani del dopoguerra, al suo ritorno a Milano, troveremo più frequenti anche le riprese con la camera reflex, la classica Rollei. Qui si giocherà anche la sua scoperta del paesaggio italiano, l’atmosfera della metropoli tra la Fiera Campionaria e il richiamo dei giornali appesi davanti all’edicola, o infine le insegne luminose dei locali, che risplendono attraverso l’esposizione multipla del negativo 
(il logo del Rabarbaro Zucca allude forse ai drink condivisi con gli amici Achille e Piergiacomo Castiglioni, complici in mille notissimi allestimenti per Rai o Montecatini? …Chissà).
 Max Huber ha disegnato i loghi della Rinascente e dell'Esselunga di Caprotti 
Isolata e memorabile resta la fotografia più nota di Max, che oggi ci appare quasi un ironico contrappunto alla polverizzazione 
di immagini digitali che stiamo vivendo. Fotografia Moderna era un felliniano atelier itinerante nei luna-park italiani, destinato alle fototessere, ai ritratti singoli o in gruppo. Ci si ripropone qui, al contrario dell’insegna, un paese adorabilmente arretrato. Ripartiremo però da questa ironica inquadratura, specchio dei nostri ingenui stupori tecnici, per inoltrarci con Max Huber verso altri mondi, verso visioni di linguaggio opposto. Max ha sposato nel 1962 Aoi Kono, figlia 
del famoso maestro tra i grafici giapponesi Takashi Kono. E durante le sue frequenti trasferte a Tokyo a metà degli anni 60 egli avvicina un oceano di segni, disegni, 
segnali grafici pieni di ideogrammi indecifrabili. Anche se in apparenza l’umiltà documentale lo nega, Max ritrova qui i ritmi astratti che di continuo lo appassionano nella grafica editoriale. Una vera originale, intensa musica visiva (quasi l’ascolto dei prediletti brani di jazz…) che costituirà, lungo tutto il suo percorso professionale, il tratto artistico più riconoscibile.
Tuttavia Max Huber non produce mai personalmente le fotografie che affiancano e sostengono mirabilmente i suoi piani cromatici, la danza dei suoi caratteri ingranditi, le asimmetrie diagonali, le sovrastampe più coraggiose, le sintesi comunicative più immediate (ma contemporaneamente più complesse). Alla Rinascente Max, affiancandosi nei messaggi ad un art director svizzera autorevole come Lora Lamm, crea il suo marchio famoso. Ma guida inoltre, nella sala di posa, le attente riprese di un altro amico svizzero giunto in Italia, Serge Libis. 
E sui fondali immacolati di Aldo e Marirosa Ballo li aiuta a inquadrare le creazioni del design italiano… Tra gli anni 60 e 70 nel loro più entusiasmante sviluppo.
Le immagini fotografiche che Cons Arc oggi raccoglie, non sono probabilmente 
che una parte di quelle scattate da Max Huber. Molte sono andate perdute. Qui ci restano gli affascinanti enigmi di una personale passione e in un certo senso di una cultura onnivora. Vi ritroviamo una eclettica luce ancor viva, l’eco puntuale della fantasia e anche della leggerezza di Max. Sono tasselli lontani che ancora ci parlano del suo stile che ci aiutano oggi a comprendere meglio la sua geniale personalità.

Cesare Colombo, novembre 2015

 Alcuni libri da collezione che riportano l'opera grafica e pittorica di Max Huber

 Fotografia e grafica, lo stile di Milano dettato da un artista svizzero che s'è ispirato ai lavori di un grafico giapponese

Altro esempio di grafica abbinata alla fotografia

Max Huber era appassionato di Jazz, venerdì 20 novembre 2015 il Jazz Duo Alfredo Ferrario e Sandro Di Pisa hanno allietato, dal vivo,  il pubblico presente alla Cons Arc.

Aoi Kono guarda Cesare Colombo mentre parla di Max

Chi era Max Huber
Max Huber nasce a Baar (Svizzera) nel 1919 dove frequenta le scuole elementari e medie.
Nel 1935, dopo il ginnasio, si iscrive alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, nel corso preparatorio segue l’insegnamento di Ernst Gubler, Heiri Müller, Walter Roshardt e Alfred Willimann. Conosce Werner Bischof, Carlo Vivarelli, Hans Falk e Hans Finsler.
Apprendista grafico nello studio Althaus a Zurigo conosce Emil Schulthess e 
Gérard Miedinger. Nel 1939 è collaboratore di Emil Schulthess nello stabilimento grafico Conzett & Huber e incontra per la prima volta Max Bill e Hans Neuburg.
Nel 1940 viene chiamato da Antonio Boggeri a Milano per dirigere la sezione grafica dello «Studio Boggeri». Conosce Bruno Munari, Muratore, Albini, Palanti, Pintori, Carboni, Steinberg, Banfi, Belgioioso, Peressutti, Bruno Stefani, Luigi Veronesi, Rogers, Albe Steiner. Frequenta corsi all’Accademia 
di Brera, dipinge e esegue fotografie sperimentali.
Torna a Zurigo nel 1941 e lavora con Shulthess alla rivista Du collaborando con Werner Bischof. Diventa direttore grafico all’Artemis Verlage e frequenta corsi serali alla Kunstgewerbeschule con Roshardt e Willimann. Espone con Max Bill, Leo Leuppi, Hansegger, Lohse, Hintereiter, Hans Arp, Sophie Taeuber-Arp e Verena Löwensberg nelle mostre di Allianz, Vereinigung moderner Schweizer Künstler.
Nell’ottobre 1945, dopo la guerra, ritorna a lavorare per lo Studio Boggeri a Milano.
Con Albe Steiner realizza il progetto grafico per la Triennale di Milano nel 1947 e insieme conoscono Giulio Einaudi, Elio Vittorini, Franco Fortini.
Giulio Einaudi lo incarica di realizzare tutta la grafica della casa editrice. Progetta la prima immagine coordinata per la società Braendli. Nello stesso anno organizza con Max Bill 
e Lanfranco Bombelli Tiravanti la mostra «Arte astratta e concreta».
Nel 1948, conosce Ferdinando Ballo e Roberto Leydi con i quali esegue programmi per concerti e varie grafiche per il jazz.
Nello stesso anno inizia la collaborazione con i tre fratelli Castiglioni con i quali negli anni successivi collaborerà come grafico per allestimenti di mostre e progettazioni di manifesti. Con loro curerà la grafica degli allestimenti RAI, ENI e Montecatini.
Insegna alla Scuola Rinascita.
Nel 1950 l’architetto Carlo Pagani gli chiede di studiare il nuovo marchio e logo per la Rinascente e ne diventa direttore artistico per la pubblicità.
Partecipa ed è membro del Movimento Arte Concreta con Mombelli, Dorfles, Mazzon, Monnet, Munari, Soldati e Veronesi.
Nel 1954 vince il premio Compasso d’Oro per il disegno di un tessuto.
Dal 1959 al 1962 è docente di grafica con Heinz Waibl alla Scuola Umanitaria a Milano e negli anni ‘70 alla Scuola Politecnica di Design, sempre a Milano.
Dal 1960 inizia una stretta collaborazione con le grafiche Nava e disegna per loro una vasta serie di stampati.
Nel 1960 espone i suoi lavori grafici a Tokyo con Bruno Munari e altri designer. Conosce designer e architetti giapponesi come Hara, Yamashiro, Kono, Katsumie, Yanagi, Sugiura, Mukai, Krenzo Tange Hosoya,Katayama, Tanaka e altri.
Si trasferisce in Ticino con Aoi Kono ma lavora a Milano e a casa rimanendo in stretto contatto con gli amici milanesi.
Espone nel 1961 e 1962 alle mostre dell’Alliance Graphique Internationale a Milano e Amsterdam, nel 1964 alla Dokumenta di Kassel e nel 1965 alla Matsuya Design Gallery a Tokyo. Partecipa alla Biennale International d’affiche a Varsavia negli anni 1966, 1968, 1970 e alla Biennale des Arts Graphiques a Brno. Nel 1968 vince il primo premio insieme agli architetti Achille, 
Pier Giacomo Castiglioni e Luciano Damiani.
Collabora con Fritz Keller e Urs Bachmann per l’allestimento della mostra «Magie des Papiers» al Kunstgewerbemuseum di Zurigo, per il progetto della mostra «Swiss Design» e più avanti per la mostra «Aspetti della Svizzera» organizzata da Pro Helvetia.
Torna in Giappone per lavorare alla Expo di Osaka del 1970 per il padiglione OECD.
Dal 1978 al 1984 insegna grafica al CSIA, Centro scolastico industrie artistiche 
di Lugano.
Nel dicembre del 1982, la galleria Fotografia Oltre espone per la prima volta le fotografie di Max Huber.
Il Comune di Chiasso gli dedica una retrospettiva alla Sala Diego Chiesa dal 
15 giugno al 29 luglio 1990.
In contemporanea la galleria Cons Arc espone una serie di fotografie di Max Huber in occasione dell’inaugurazione del nuovo spazio aperto a Chiasso. Max muore a Mendrisio, Svizzera, il 
16 novembre del 1992.
Nel novembre del 2005 Aoi Huber Kono inaugura il M.A.X. Museo a Chiasso.

Serata d'inaugurazione della mostra di Max Huber alla Cons Arc di Chiasso, per festeggiare i 25 anni della galleria


Mostra aperta fino al 13 febbraio 2016

Orari apertura: dal martedì al venerdì 9-12 e 14-18,30. Sabato dalle 9 alle 12. D

Domenica, lunedì e festivi chiuso.
Chiusura di fine anno: dal 24 dicembre 2015, al 6 gennaio 2016

Galleria CONS ARC via Gruetli, 1 CH-6830 Chiasso. Telefono: 0041(0)9168379