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venerdì 8 febbraio 2019

Chandra Livia Candiani: la furia del poeta nella poesia femminile

"La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo." Virginia Woolf

Il silenzio è cosa viva CLC
Il silenzio è cosa viva CLC

Da tempo la poesia sembra in procinto di morire, ma ultimamente ci sono sempre più persone che le si avvicinano per renderla alla portata di tutti e liberarla in ogni luogo, in modo da sconvolgere il torpore di coloro che non vogliono ascoltare il rumore che dentro di loro viene soffocato dal rumore prodotto dal caos della nostra società. Il silenzio porta facilmente all'attenzione, ma non è facile trovare la quiete e la tranquillità nella nostra epoca in cui molti temono la solitudine e la meditazione. 
Il poeta è colui che nominando le cose con il loro vero nome riesce a restaurare la disarmonia che incontra nel mondo per indicare la strada da percorrere ai suoi simili che si sentono sperduti e non sanno dove cercare la pace e non riescono a trovare il significato del proprio ruolo umano. L'insaziabilità dei desideri degli uomini contribuisce a confonderci e a rendere inesprimibile ciò che proviamo durante la nostra permanenza terrena. La missione della poesia è quella di renderci vivi anche quando affrontiamo le difficoltà e le situazioni che ci spaventano. TG

La furia d'esser viva
nella notte
sotto la polvere dei crolli
sono in frammenti
tutti vivi,
c'è un urlante
silenzio bambino
ha i graffi
libera tutti.
La tigre giovane
che mi abita
percorre i secondi
misura il mio torace
ha zampe forti
per accogliere il dono
del respiro
che spunta appena,
appena nato.
CLC

Laura Pezzino: Per te la poesia è un felino tatuato nel sangue; quando ti sei accorta di avere questo segno nel tuo sangue ed hai avuto il primo incontro con la poesia?

Chandra Livia Candiani: Il primo ascolto mi è capitato intorno ai 5 anni, prima di andare a scuola. Ho sentito mio fratello ripetere una poesia che doveva imparare a memoria: era il 10 agosto di Pascoli. Mi ricordo che ero in corridoio, girata di spalle rispetto alla stanza dove mio fratello studiava e le sue parole mi hanno attraversato la schiena e mi hanno fatto vedere quello di cui lui parlava: un uomo caduto con le bambole sul petto, un cavallo e la rondine che volava. Subito ho pensato: da grande voglio scrivere anch'io in quella lingua. Pur essendo un grande asino che andava male in tutte le materie, a 10 anni, in quinta elementare iniziai a scrivere poesie quando morì un pesce rosso che avevo a casa. Feci un raffronto tra com'era da vivo e da morto; non ricordo esattamente cosa scrissi, ma credo fosse qualcosa tipo: "Ieri nuotavi, oggi non nuoti più...". Era uno scritto abbastanza noioso e terminava così: "...ieri ti chiamavi Casimiro, oggi non ti chiami più...". Per me è stata un'esperienza misteriosa in cui ho sentito la forza del puma che aveva urgenza di correre e dire dell'effervescenza del sangue.

LP: Si tratta di un'esperienza che continua con la stessa intensità?

CLC: Accanto a me ci sono un puma blu e un lupo nero. Quando mi sento in pericolo è sufficiente che batta le mani e subito arrivano a proteggermi questi animali. Il lupo a destra e il puma a sinistra.

LP: Che cosa significa apprendere a memoria una poesia?

CLC: Io non ci capivo niente. Per me era tragico. Poi una sorella mi ha insegnato a imparare a memoria con l'ausilio delle immagini. La poesia a scuola era una traduzione dall'italiano all'italiano, non dalla poesia alla prosa, quindi non gustavo per niente questo metodo. Non imparavo a memoria per conoscere qualcosa da amare, studiare le poesie significava ascoltare parole per me completamente prive di senso, come quelle usate da Pasternak che però forse qualcosa mi hanno dato perché mi hanno portato fuori dal dover scrivere, o parlare, solo in modo ragionevole.

LP: Chandra, nella tua poesia ci sono sempre tantissimi oggetti, che significato hanno? Perché sono così presenti?

CLC: Perché sono muti. E anche perché sono funzionali e utili. Sono i nostri consorti. Nella mia vita ho amato tutto quello che era muto, perché ero muta anch'io e anche tutto quello che è ammutolito e non ha accesso facile alla parola. Mi colpisce la presenza degli oggetti, anche ora. È strano il fatto che li notiamo poco e li usiamo così tanto. Io ero solita fare una gara con me stessa per ricordare il maggior numero possibile di oggetti insignificanti, come fanno i bambini, oppure dire: "Ti vedo, ti vedo, ti vedo.". Per questa loro presenza protettiva e silenziosa forse hanno un po' a che fare anche con una promessa che mi sono fatta di imprestare la voce a chi non ce l'ha.

LP: E con gli animali che rapporto hai?

CLC: Con gli animali ho ancora di più un rapporto di complicità perché sono gli alleati, gli amici e i compagni che non hanno sotto-testo. Io soffro delle relazioni tra umani che hanno costantemente un sotto-testo non chiaro. Sono nata con le antenne e così apprezzo gli animali che sono quello che sono e mi commuovono sempre. Mi piacciono anche le minacce che fanno perché sono molto chiare.

LP: Ricordo che una volta mi dicesti che gli animali e i bambini sono gli unici esseri che non fanno le cose apposta.

CLC: Sì, li amo moltissimo anche per questo.

LP: Keats diceva che fare poesia era la seconda cosa al mondo più importante, dopo fare il bene. Vorrei sapere da te che hai scritto: "Non voglio essere buona voglio essere sveglia"; cosa pensi di quella affermazione?

CLC: Essere svegli significa essere in grado di poter vedere la propria cattiveria e non agirla. Questa è l'unica bontà in cui io credo. Ho paura di quelli che sono buoni e agiscono inconsciamente perché la loro rabbia è seppellita molto bene; è ben dipinta, ma poi esce con i sotto-testi. Oppure con chi si nasconde dietro le buone intenzioni e poi agisce male. Sono d'accordo che la poesia debba essere al servizio del bene e della luce in modo non premeditato. Per me essere svegli è più importante che essere buoni perché così non ci si affida all'emozione momentanea. Il metodo giusto è quello di imparare ad esitare e chiedersi: "Che cosa faccio adesso? Che cosa dico adesso?". Bisogna scegliere costantemente di non fare danni agli altri e di non nuocere a nessuno. Per questo scelgo di essere sveglia piuttosto che buona.

LP: Non c'è un giudizio morale in questo modo di porsi?

CLC: È un'etica, un'intenzione e una direzione e non un voler sembrare o un voler essere che poi è continuamente mancato e poi ci fa sentire in colpa o inadeguati, mentre il risveglio è un costante richiamarsi al corpo a dove si è e a quello che si sente e quindi anche all'altro. Possiamo sentire quello che sentiamo e decidere di non agire quando troviamo qualcosa di buio o di oscuro. Per questo mi sembra più affidabile agire per il bene se questo non c'è.

LP: Chandra, per te esiste una poesia femminile?

CLC: Una volta hanno chiesto ad Amelia Rosselli se leggendo una poesia sarebbe stata in grado di dire se l'avesse scritta un uomo o una donna. Lei rispose che se ne sarebbe accorta solo se la donna fosse stata una brava poetessa. Non è una questione di genere o di capire quanto sono radicata nel mio corpo, nel mio modo di vedere o di sentire. Non c'è bisogno di sbandierare la propria femminilità, ma viene da sé dire che sono viva e che sono una donna e spero che vada da sé che la mia è una poesia femminile.

LP: Tu preferisci dire le tue poesie piuttosto che leggerle, è vero?

CLC: Certo questa cosa c'è sempre stata. Mi pare che verso i 27 anni, o giù di lì, ogni tanto mi chiamavano ad incontri insieme ad altri poeti e quindi leggevo. Una volta che sono partita per l'India non ho più letto niente, ma quando uscivano i libri ero un po' costretta, ma è meglio dirle le poesie perché in quel modo puoi guardare le persone. Non è facile farlo. Io non sono un'attrice, ma anche in questo mi ha aiutato la meditazione.

LP: Cos'è la meditazione?

CLC: È un modo per poter stare con i propri conflitti, ma non è pace. La pace è un fallimento. Vinci quando riesci a convivere con tutto ciò che è vivo e ti contrasta. Quella è la meditazione. Non è pace, ma ti quieta. Per qualche tempo ho imparato a memoria le mie poesie e le dicevo, ma era una fatica improba e non necessaria perché le dicevo esattamente come le leggevo. Era completamente inutile e il risultato era anche peggiore in realtà perché dovevo anche ricordarmele. In quel modo perdevo anche quel minimo di espressione che avevo.

LP: Tu hai scritto che meditare non è cercare vie d'uscita, ma vie d'entrata e tutto è meditazione. Come ti spieghi l'interesse generale per la meditazione?

CLC: C'è molto bisogno di metodi e pratiche che non siano presentate in modo banalizzante. Non ne possiamo più delle pratiche del benessere, abbiamo bisogno di metodi che dichiarino le fonti e che siano a disposizione di tutti, aperti che soprattutto facciano del bene al mondo e che siano in contatto con gli invisibili, piuttosto che con l'invisibile. Gli invisibili sono tutte le persone che non vediamo e di cui neghiamo l'esistenza o gli alberi. Senza gli alberi non possiamo vivere. Dobbiamo imparare a stare al mondo in un modo più responsabile e più al servizio degli altri. Dobbiamo imparare a vivere con meno dolore e senza negarlo. In questa epoca sento tanto negazionismo verso tutto quello che è intenso, profondo e che fa male. A volte mi dicono che una mia poesia ha fatto tanto male. Mi dispiace se ci sono persone che vivono e sentono così. Avere a che fare con il dolore, con il male con la paura o con la rabbia è una richiesta che è in giro; con le mie poesie credo d'aver dato briciole di risposte che sono le stesse che ho trovato io nella via che ho incontrato e negli insegnamenti che ho avuto. Spesso non bisogna uscire dal male, ma entravi per conoscerlo e farlo svanire o riuscire a sostenerlo. Non bisogna dimenticare certe esperienze, ma ricordarle per fronteggiarle. Molti cercano delle soluzioni per dimenticare; io non voglio dimenticare, voglio andare in giro con la mia storia e poterne fare dono agli altri.

LP: Essere vulnerabili può essere un super-potere?

CLC: Essere vulnerabili è diverso da essere fragili. È scomodo e ti rende la vita difficile, ma mi piace perché mi fa tremare insieme agli altri e quindi penso che sia il primo passo verso la compassione. Leggevo di recente come vivono i bambini rifugiati nelle isole greche e ho capito che io non posso stare bene finché nel mondo succedono queste cose e anche che io non voglio stare bene. Voglio stare male con il male di tutti con grazia, con attenzione e consapevolezza, ma voglio sentire quello che gli altri sentono. Non credo che essere vulnerabili sia un super-potere, credo che sia un modo dignitoso di stare al mondo.

LP: Tu hai lavorato e lavori molto con i bambini; è per questo che pensi molto a loro? Che cosa fai con loro?

CLC: Faccio dei seminari nelle scuole, ma quello che faccio veramente con i bambini è un segreto che dico solo a loro, perché è un metodo magico che non posso rivelare agli adulti. Vado a scuola viva e questo non è poco perché la scuola ti spegne. Tutte le istituzioni ti fanno diventare anonimo. Per me è stato un po' uno shock andare a scuola e tenere questi seminari perché la scuola non mi piaceva. Rientrarci per tenere io dei seminari mi fa girare la testa e in più sono anche pagata per questo. Vado a scuola viva e vado a scuola con la febbre della poesia. Una bambina mi ha detto che la poesia è passione. L'amore per le parole si trasmette. Per chi viene da un'altra lingua, come i bambini stranieri, mettere le parole al mondo è una necessità, ma anche un miracolo che dà grande gioia. Per me sono le parole che ci mettono al mondo, per questo dobbiamo lasciare che le parole dicano di più di quello che sappiamo. Per i bambini che vengono da altre lingue dire in poche parole quello che si sente o denunciare quello che non si può nemmeno sentire o quello che vive è qualcosa di molto forte. I bambini, o gli adulti non hanno bisogno della parole per dire le cose banali, ma per dire le cose fonde che stanno anche dentro di loro. Sapere che poterlo fare sia una cosa possibile li sbaraglia. Ai bambini non porto filastrocche, ma poesie di poeti. I bambini hanno bisogno di parole forti, anche se non sono tutte comprensibili per poi bussare in un luogo da dove ne escono altrettante. È difficile dire cosa faccio con i bambini quando ci incontriamo, ma da quegli incontri nascono scintille, fulmini o quello che è. Il mio modo di affrontarli disarmata e tremebonda li aiuta a tirare fuori il loro vacillare. Per loro è strabiliante sapere che ci sia una lingua con la quale si può dire tutto.


Chandra Livia Candiani, 66 anni, Poetessa e scrittrice.
Chandra Livia Candiani, 66 anni, Poetessa e scrittrice.


giovedì 22 novembre 2018

I Figli dello Stupore al 29° Psych Out

"Jack Kerouac non scrive, batte a macchina." Truman Capote

"La poesia è vita e come la vita può essere sincera e intensa, ma può anche essere un'esperienza di apertura al mondo". TG

Libro i figli dello stupore di Alessandro Manca
I Figli dello Stupore. La Beat Generation italiana. Antologia di poesia underground italiana a cura di Alessandro Manca.


A Torino, allo Psych Out Festival, Tony Graffio ha intervistato Alessandro Manca, curatore del libro pubblicato da Sirio Edizioni: "I figli dello Stupore".

Tony Graffio: Alessandro, tu per qualche anno sei andato a cercare quei personaggi che da giovani, negli anni '60 e '70, scrivevano le loro poesie prendendo spunto dai libri pubblicati dalla Beat Generation; hai raccolte quelle opere in un libro molto interessante che ci racconta un aspetto poco noto della Controcultura italiana. Ci puoi spiegare meglio di cosa tratta "I Figli dello Stupore"?

Alessandro Manca: Piccola premessa. Mi sono laureato in lettere alla Statale di Milano; per vivere svolgo lavori che hanno poco a che fare col mondo dell'editoria o della letteratura. Mi occupo di poesia per passione, per ricerca, come via di conoscenza e di apertura verso il mondo e le cose.

TG: Cosa fai per vivere?

AM: In questo momento faccio l'educatore, ma ho fatto anche l'operaio ed altri tipi di lavori... Non ho mai smesso però di occuparmi di testi scritti. Questa è la mia vera passione. Uno dei miei grandi interessi è stato l'approfondimento della conoscenza della Beat Generation americana. In qualche modo, se devo trovare un punto da cui qualcosa è partito ed ha portato frutti. Tutto per me ha avuto inizio in terza superiore, quando un professore mi consigliò, come letture estive, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e Urlo e altre poesie di Allen Ginsberg. Da quel momento, un mondo letterario mi ha parlato direttamente, molto di pancia. Ho scoperto che la letteratura poteva parlarmi, così ho iniziato un approfondimento molto caldo, capace di suscitare in me emozioni molto forti. Ho sentito così il bisogno di vivere questa esperienza culturale e di vita e - successivamente - ho cercato di capire se anche gli italiani avessero scritto poesie con quel tipo di approccio. Una prima tappa è stata quella di conoscere Gianni Milano, circa 8 anni fa. Sono venuto a trovarlo, qui a Torino una quarantina di volte per conoscere i suoi numerosi testi e siamo diventati buonissimi amici e "confidenti". Piano piano - da quel momento - s'è aperto un mondo che mi ha portato a scoprire Eros Alesi e Andrea D'Anna, un poeta e un romanziere che hanno scritto delle pagine stupende, che hanno caratterizzato un certo tipo di parabola esistenziale tra il 1965 e l'inizio degli anni '70. 
Piano piano ho acquistato alcuni libri che mi hanno dato delle informazioni importanti, come ‘Controcultura in Italia (1967-1977)’ di Echaurren & Salaris, ‘Lettere dei capelloni italiani’ curato da Sandro Mayer, ‘Capelloni & Ninfette. Mondo Beat 1966-‘67’ di Gianni De Martino e ‘Underground: ascesa e declino di un'altra editoria’ di Francesco Ciaponi. 
Solo in un secondo momento ho incontrato il regista Francesco Tabarelli e, per circa un anno, nel 2017 ho fatto delle ricerche "più professionali" negli archivi, come quello del Corriere della Sera che ospita il Fondo di Fernanda Pivano. Lì, ho consultato una serie di documenti sui quali aveva lavorato personalmente la Pivano. Il frutto di questa ricerca si è concretizzato con circa 500 pagine di materiale letterario sostanzialmente introvabili in rete o con un facile acquisto. O meglio, sono reperibili solo tramite ricerche della durata di svariati mesi. Una parte sono confluite ne "I figli dello stupore. La Beat generation italiana".



TG: Questo materiale è mai stato pubblicato prima?

AM: Il materiale che io ho usato per "I figli dello stupore" era stato pubblicato da riviste o su libri di poesia Underground dell'epoca in tiratura limitatissima, come le edizioni Pitecatropus di Torino. Oggi, molto di quel materiale è in mano ai collezionisti. Stiamo parlando di Pianeta Fresco, una rivista che adesso può valere 200 euro. Un numero di Mondo Beat può valere dai 150 ai 300 euro, per esempio... Un esempio su tutti: posseggo una copia di quello che è considerato l'unico romanzo psichedelico italiano: "Il paradiso delle Urì", scritto nel 1966 da Andrea D'Anna e pubblicato nel 1967 da Feltrinelli (attualmente ha un valore di mercato di circa 300 euro ndTG). L'anno prossimo curerò la nuova edizione di questo romanzo introvabile che verrà ripubblicato da Marcello Baraghini in una collana di "Strade Bianche".

TG: Chi sono gli autori della Beat Generation italiana che hai riscoperto e che fai conoscere attraverso I figli dello stupore?

AM: Posso dirti che abbiamo avuto anche noi i nostri campioni. Gianni Milano, per certi aspetti lo è stato e come scrisse Fernanda Pivano, avrebbe potuto essere il nostro Allen Ginsberg; mentre l'appena citato D'Anna sarebbe potuto essere il nostro Jack Kerouac. 

TG: Fernanda Pivano è riuscita a dare una credibilità editoriale a questi ragazzi?

AM: Indubbiamente. Senza di lei il Paradiso delle Urì non sarebbe stato pubblicato da Feltrinelli. In quel romanzo l'introduzione è scritta proprio da Fernanda Pivano che ha un po' fatto da mamma ad alcuni di questi ragazzi, cercando di convogliare le energie e le intuizioni migliori di coloro che avevano più consapevolezza e competenza letteraria verso un mondo di pubblicazioni marginali e underground che però hanno segnato la storia. 
Prima di avvicinarsi al "santino" De André, la Pivano fu preziosissima per quel suo aver cercato di convogliare a livello editoriale le migliori produzioni di quegli anni. 
Gianni Milano mi ha ricordato come lei - in un secondo momento - fu delusa da questo "movimento", perché sperava di trovare in Italia una Controcultura, quindi una dinamica più simile alla Beat Generation americana, mentre in realtà trovò una sotto-cultura. Quasi tutti i beat d'oltreoceano, infatti, se visti con uno sguardo ben preciso, erano degli iper-intellettuali; Kerouac ha passato anni nelle biblioteche a leggere di tutto. Burroughs era competente di testi di chimica, di fisica, di tecniche di comunicazione all'avanguardia e di mind control. Era un intellettuale alternativo, ma era un vero intellettuale. In Italia, invece avevamo ragazzi scappati di casa che cercavano in maniera disperata, tragica alle volte, fratellanze. Non avevamo dei piccoli Arthur Rimbaud. 
Dopo qualche anno, Fernanda Pivano intuì che non si potevano raccogliere grandi frutti. Ragionamento capibile, anche se in parte non condiviso. Fu una questione di prospettive e di "sguardo". Sempre Milano mi fece notare come poi lei si attaccò al Feticcio De André, che definì in seguito il più grande poeta d'Italia. Questo accadde forse perché bruciata da una delusione culturale, dopo che aveva pensato di riuscire a trovare una cultura alternativa nostrana  molto più incisiva. L'aspetto molto interessante invece era quello che portò tanti di quei ragazzi, a non interessarsi nemmeno a pubblicare. Sembra che fino all'inizio del 1968 contava maggiormente il desiderio di vivere la vita, magari seguendo uno stato brado di fare ed "esserci" seguendo principalmente istinto e fiuto.

TG: Erano in qualche modo dei puri?

AM: Certo. Non a caso il documentario di Francesco Tabarelli è aperto dall'affermazione che riporta l'immagine di ragazzi che erano puri nel loro modo di voler essere puri. È importante ricordare come quasi nessuno di loro si sia riciclato, o sarebbe meglio dire venduto, nel mondo del potere, rispetto a tutta una serie di leader dell'estrema sinistra che hanno incarnato il '68 italiano, e che appena hanno avuto una proposta realmente legata al potere, di qualsiasi tipo, l'hanno abbracciata. I poeti che ho incontrato nella mia ricerca, invece, sono stati sempre marginali, anche drammaticamente. Sono sempre stati loro stessi, anche con le loro contraddizioni. Contraddizioni di tipo più esistenziale, non legate al mondo della società intera o del potere. Questo fatto va loro riconosciuto a livello storico. Probabilmente, la loro esperienza è stata talmente di apertura verso un dialogo anche verso il vuoto, dentro e fuori di sé, e talmente iniziatica che non poteva più essere così facile e scontato abbracciare una dinamica sociale che non fosse a loro confacente.

TG: A tuo giudizio, queste poesie sono valide e possono avere ancora qualcosa da dire ai nostri giorni?

AM: Sì, ti dirò di più, alcune di queste poesie sono dei piccoli capolavori. E possono avere ancora qualcosa da dire se valutate - comunque - come figlie del loro tempo. Certamente, non sono poesie  che ammiccano a nessun tipo di stilema da intellettuale. Non hanno niente a che fare con la neo-avanguardia e con la poesia sperimentale, però è un materiale che è figlio di uno stile di vita. Dunque, arte.

TG: Sono poesie di chi ha vissuto certe situazioni sulla propria pelle...

AM: C'è da dire che se queste poesie fossero state scritte negli USA sarebbero dei capolavori ancora oggi e contribuirebbero a vendere molto perché sarebbero veicolate da una casa editrice gigante. Nel nostro paese, dove vige un accademismo molto spinto e una dinamica intellettuale pseudo-mafiosa, a livello editoriale, queste poesie costituiscono sempre materiali marginali. 
I testi contenuti ne "I figli dello stupore" rappresentano il tipico esempio della letteratura fiorita dal basso caratterizzata da una grande intensità ed una grande pregnanza storica. Certamente, sono molto diverse dalle poesie di Montale e dalle poesie della neo-avanguardia, ma chi le definisce scartafacci, o errori giovanili, secondo me sbaglia perché questi sono materiali letterari dalla grande dignità. Io sono convinto che siano materiali letterari e sono sicuro che negli USA queste produzioni potrebbero avere una grande epica attorno a loro. Come l'America aveva insegnato a fare anche per gli scrittori Beat. All'inizio erano immensamente marginalizzati, problematici e non capiti, ma poi sono diventati quasi Mainstream, a livello d'immaginario.

TG: Sono diventati il riflesso di un'epoca.

AM: Esatto. Nessuno oggi si permetterebbe di dire che Kerouak non è uno scrittore perché scriveva sotto l'effetto della benzedrina per tre giorni di fila come un dattilografo automatico invasato. Lo disse allora Truman Capote.

TG: Come vi siete divisi il lavoro tu e Francesco? Tu hai scritto il libro e lui ha realizzato il film documentario?

AM: Francesco s'è occupato al 100% del documentario e delle interviste, mentre io mi sono occupato al 100% della ricerca e della composizione del libro.

TG: Il titolo è il medesimo per entrambi?

AM: Il titolo è lo stesso ed è il frutto di un'intervista di Tabarelli con Gianni Milano; è lui che alla fine del documentario dice: "Noi eravamo i figli dello stupore".

TG: Una definizione molto azzeccata.

AM: Sì, perché la componente di questo stupore è tangibile. Questa portava quei ragazzi a stupirsi anche in maniera ingenua, semplice, ma intensa e li caratterizzò, anche se va aggiunta una componente drammatica che li ha portati ad avere i loro "martiri". Penso per esempio a Eros Alesi che scrisse un poemetto stupendo, pubblicato pochi anni fa per intero da Marcello Baraghini con il titolo: "Che Puff, il profumo del mondo. Sballata". Alesi morì a 20 anni dopo aver scritto una lunga poesia dedicata al rapporto che lui ebbe con padre-madre-morfina.



TG: Com'è suddiviso il tuo libro?

AM: Il libro è composto da tre parti: da una piccola introduzione in cui ho utilizzato dei frammenti saggistici scritti dagli stessi ragazzi e alcune loro lettere che ho trovato in un volume che si intitola: "Lettere dai capelloni italiani". La parte centrale rappresenta il cuore della mia ricerca  e del libro ed è dedicata solo a poesie scritte tra il 1965 e il 1971, mentre l'ultima parte è un epilogo in cui riporto delle riflessioni che aprono verso qualche esito futuro. Lì, per esempio, rendo conto della loro fascinazione verso l'Oriente e della problematica delle droghe pesanti. C'è una riflessione saggistica, scritta da Valter Binaghi, dedicata anche a quello che sarebbe accaduto in seguito, quindi agli "Anni di Piombo". Comunque, circa l'80% delle 300 pagine del libro è occupato dalle poesie.

TG: Tra quelle poesie ci sono degli inediti?

AM: Sì. In questo momento mi ricordo soprattutto di Gianni Milano che mi ha dato decine e decine di poesie inedite dell'epoca. Altre poesie anche se non sono totalmente inedite non sono in alcun modo reperibili sul web. Nel grande mondo di internet la quasi totalità di quello che è scritto sul libro è introvabile. E anche i libri dai quali ho tratto i testi sono fuori produzione o di difficile reperibilità. 


Alessandro Manca curatore del libro I figli dello stupore
Alessandro Manca

TG: Perché ti sei interessato proprio alla poesia scritta dai ragazzi che hanno partecipato ai movimenti della Controcultura italiana?

AM: Questa mia scelta ha a che vedere anche con una mia precedente attività in cui organizzavo dei reading poetici che avevano un accompagnamento di musica jazz. In quelle occasioni leggevo solo poesie che avevano un ritmo e una prosodia che poteva essere adatto ad essere accompagnato da quei musicisti. Finito il materiale direttamente connesso alle Beat Generation, perché l'avevo letto moltissime volte, ho voluto cercare di capire se la poesia italiana Underground poteva essere una mia nuova ricerca personale da portare dal  vivo e l'ho fatto per qualche anno. Prima di conoscere Francesco, con un amico, Andrea Labate, avevo creato un'ipotesi di reading strutturato solo leggendo poesie dell'Underground italiano. Naturalmente, ne conoscevo pochissime rispetto alla ricerca che ho fatto in seguito. Il mio interesse più che sociologico e politico è sempre stato letterario e poetico.

TG: Che ruolo ha avuto la politica nell'Underground italiano?

AM: Fino alla fine del 1967 non si parla in maniera chiara di politica, come invece il grande movimento del '68, che per alcuni prosegue in qualche modo fino al 1977 bolognese, portò alla ribalta molte istanze politiche, anche se, agli occhi di oggi, ci ha un po' confusi. Come ho ricordato anche prima, la poesia è un appoggio senza etichette politiche alla vita, e in Italia finì nel '67. Poi subentrò un aspetto più dogmatico con regole che questi ragazzi - in buona sostanza - non potevano fare proprie e infatti si sono abissati a loro modo. 

TG: Ti sembra che queste poesie abbiano un loro linguaggio tipico? Hanno introdotto qualcosa di nuovo?

AM: Sicuramente nuovo per l'Italia. Molte hanno dei richiami diretti alla poesia e alla prosodia di Allen Ginsberg. Specialmente le poesie di Gianni Milano hanno una sorta di ritmo cadenzato sul parlato e una micro-struttura che ritorna per creare una sorta di poesia orale ritmata.

TG: Gianni Milano conosceva bene Ginsberg?

AM: Sì, questo è un fatto assodato. Anche nel documentario di Francesco, Gianni Milano dice che Kerouac da una parte e Ginsberg dall'altra ci hanno aperto una possibilità, una strada. Bisognava aprirsi e vomitare fuori versi più o meno spontanei. Quella era la strada per essere se stessi. L'esempio di utilizzo di parole vietate da parte dei poeti americani è stato ripreso circa 10 anni dopo anche dagli italiani che iniziano ad usare parole come: cazzo, figa, sperma e masturbazione. Detto questo, comunque Silla Ferradini ricorda come molti di loro quando hanno iniziato a scrivere non sapevano nemmeno chi fosse Kerouakc o Ginsberg. Chi ha avuto un approccio più culturale era molto più cosciente di ciò che stava facendo e della propria strutturazione dell'essere. Tieni presente che Gianni Milano è stato un maestro elementare che ha anche scritto saggi, riflessioni e articoli di pedagogia. Tra l'altro è stato tra quei ragazzi che più di altri hanno frequentato casa della Pivano a Milano. Altri autori hanno vissuto un passaggio simile a quello dei Beat americani, però fatto in chiave italiana. Meno duro - forse - rispetto ai sotterranei di New York. Nonostante questo, hanno vissuto dal basso quelle esigenze profonde e alle volte drammatiche che li hanno spinti a scrivere dei versi in parte affini ai propri "cugini" più grandi. Altri autori sono arrivati ad approfondire gli americani soltanto dopo qualche anno, e nel frattempo scrissero le loro poesie.


Francesco Tabarelli regista del documentario I figli dello stupore
Francesco Tabarelli

TG: Questo tipo di fenomeno è avvenuto da qualche altra parte in Europa? Ci sono stati altri autori che hanno voluto emulare i grandi poeti e scrittori della Beat Generation?

AM: Sì, sicuramente è successo in Francia e in Olanda. Burroughs in un'intervista che si trova in rete, parla di come il fenomeno della Beat Generation si diffuse da un paese occidentale anche nel mondo arabo, anche se non sempre declinata come fenomeno letterario. In certi paesi questo stile di vita era un fenomeno più di tipo sociale; anche nei paesi dell'area comunista c'è stata un tipo d'apertura che ha portato i giovani a cercare una propria libertà personale e di pensiero. In Europa ci sono stati epigoni letterari.

TG: Non pensi che dopo la Seconda Guerra Mondiale questo tipo di imposizioni letterarie, culturali, sociali, economiche e tecnologiche, che poi hanno anche forti influenze in ogni tipo di espressione umana, fin anche nella creatività e nelle arti visive, non arrivi un po' troppo spesso dagli Stati Uniti? Oppure abbiamo ancora qualche speranza di creare qualcosa di originale che appartenga alla nostra cultura?

AM: Mi verrebbe da dire che l'America è stata estremamente scaltra nell'imporre il proprio immaginario a tutto il mondo.  Detto questo aggiungo – pensando a certi racconti che mi sono stati riportati da Gianni de Martino e da Gianni Milano – che una sorta di influenza europea declinata in chiave parigina abbia avuto un ruolo importante anche nel '68 italiano e negli anni precedenti. Penso agli scritti di Sartre e Camus che hanno avuto un seguito importante, però l'America è sempre stata bravissima, lucidissima e prontissima a rielaborare, anche in chiave commerciale le proprie figure della Controcultura. Riflettiamo anche sul caso di James Dean e ci accorgiamo in che modo è stato poi veicolato. Oppure Jackson Pollock o a certe figure di jazzisti estremi. Questi ultimi hanno avuto più difficoltà ad essere diffusi nel loro presente, quando loro erano attivi. Quel tipo di mito non era infatti molto vendibile in patria.

TG: E poi erano neri...

AM: Esatto. Inoltre, i loro discorsi erano molto più radicali. Pollock era apolitico e non era interessato alla lotta sociale. La sua era semmai una battaglia esclusivamente artistica, cosa che faceva comodo da molti punti di vista agli USA e al potere. Per questi ultimi era importante poter veicolare il mito dell'Espressionismo astratto, perché era un discorso di arte per l'arte, senza alcuna richiesta di tipo sociale.

TG: In più, era un ubriacone che rafforzava un po' l'idea di machismo di quell'epoca...

AM: Eh sì. Anche in Europa ci siamo abbeverati molto a certi miti americani, ma auspico che una nuova analisi vada fatta con lucidità critica perché alcune proposte americane dietro possono nascondere una grande furbizia di marketing.

TG: E di colonizzazione culturale...

AM: Certo. In queste operazioni gli americani sono molto abili. Voglio raccontarti quella che è la mia esperienza: negli ultimi mesi ho contattato tre figure americane importanti che hanno avuto a che fare con i Beat. Ho scritto a Ferlinghetti, ad Ann Charters che è stata la biografa più importante di Kerouac che ha pubblicato un libro con Mondadori e poi ho scritto alla Naropa University che è stata fondata negli anni '70 da Ginsberg, in onore di Jack Kerouac che era morto. Un mese dopo aver inviato la mia email, mi risponde un ricercatore della Naropa University, un traduttore che tra l'altro ha tradotto Foscolo in americano, dicendomi di essere interessato al mio libro e che probabilmente potrebbe, insieme ad un team di traduttori italo-americani, tradurre "I figli dello stupore" in americano. Questo mi porta a fare un altro ragionamento. In Italia ho sempre trovato porte chiuse. Dalla mia esperienza personale e da quella di Francesco, ma non solo dalla nostra, ho capito che se non fai parte di qualche giro pseudo-mafioso in Italia non fai niente. In America c'è un'altra ottica: non sei nessuno? Non importa, se quello che hai fatto ha un valore lo vendono. Questa dinamica ha grandi pregi e anche qualche rischio, però resta il fatto che anche se non sei nessuno, puoi essere preso in considerazione. In Italia non è così. Se non sei nessuno non puoi fare niente. In America invece c'è dell'interesse anche nel vendere qualcosa che può proporsi con una nuova sfumatura.

TG: Questi poeti Underground si esprimevano in lingua italiana, mentre adesso c'è una forte contaminazione culturale anche nell'esprimersi con troppe parole di origine straniera, non trovi?

AM: Questo non lo so. Dal mio punto di vista credo sia fondamentale la consapevolezza con cui si fanno certe cose o con cui si ibrida il linguaggio. Il linguaggio di questi ragazzi degli anni '60 e '70 era già molto ibridato con nuovi elementi che erano intervenuti nella realtà. In molte poesie i nomi di parecchi prodotti commerciali pubblicizzati dalla televisione venivano utilizzati in maniera dispregiativa. Si nominavano spesso marchi commerciali, compariva già qualche parola in lingua inglese come: war, che pronunciata finiva per diventare un suono che si ripeteva come un mantra in alcuni testi poetici. Ti do ragione nel dire che non esisteva una vera ibridazione con un'altra lingua, ma semmai piccole epigrafi o piccoli elementi linguistici. Si sentiva anche un'influenza della lingua francese nell'approccio ad un certo tipo di poetica che aveva richiami e parole che provenivano da quel mondo, perché quei ragazzi, oltre alla letteratura americana, in seconda battuta frequentavano l'ambiente letterario francese.

TG: Il francese era ancora una lingua colta, e l'influenza delle conquiste Napoleoniche si sentivano ancora.

AM: In effetti, in quegli anni si studiava il francese a scuola, non ancora l'inglese. Stiamo parlando del 1965. Anche Gianni Milano conosceva il francese e non l'americano. Carlo Silvestro ha ricordato che un'antologia che cambiò la prospettiva di chi aveva voglia di abbeverarsi a questi libri fu: "Ultimi poeti americani", un'antologia di autori scelti da Fernanda Pivano, pubblicato da Feltrinelli nel 1964.  Gli italiani hanno avuto bisogno della traduzione nella loro lingua fatta da Giulio Saponaro e Fernanda Pivano per potersi aprire al mondo Beat americano altrimenti quei testi sarebbero risultati troppo lontani, anche perché in qualche modo erano testi di autori avanguardisti. Solo dieci anni più tardi sarebbero diventati uno standard per la gioventù di quell'epoca. Baraghini ricorda che nel 1965 erano poche decine, o forse qualche centinaia i giovani italiani che provavano certe esperienze di vita. Essi stessi non erano un movimento, ma degli avanguardisti che inconsapevolmente se ne fregavano di questo termine elitario.


I figli dello stupore
Proiezione video durante il 29° Psych Out Festival di Torino

"Il primo pensiero è il migliore, scrivi quello che ti viene in mente, non tornare indietro per cambiarlo." Gary Snyder

Tutti i diritti sono riservati


Scheda del libro
Titolo: I figli dello Stupore. La Beat Generation italiana
Genere: documentario storico, sociale, culturale/libro antologico di poesia underground italiana 
Formato del film/durata: HD - 52' Numero pagine del libro: 300 
Distribuzione: editoriale; mercato italiano 
Prezzo volume/dvd: 18,90 euro

Contributi letterari di: Agor Argo, Renato Buzzita, Andrea d'Anna, Alfonso Gatto, Gaetano S., Massimo Signorelli, Carlo Silvestro, Silla Ferradini, Enzo Guidi, Andrea Valcarenghi, C. R. Viola, Eros Alesi, Alì, Vasco Are, Bararba da Lucca, Carlo, Paolo Cerrato, Gianni De Martino, Adriano Dorato, Luciano Ferraresi, Renzo Freschi, Giovanna, Enzo Guidi, Antonio Infantino, Lorenzo, Bruno Lugano, Marco, Gianni Milano, Nico (Nicolò Ferjancic), Maurizio Orioli, Vincenzo Parrella, Aldo Piromalli, Claudio Pitschen, Antonio Russo, Claudio Silvestro, Tella, Massimo Tosco, Ivano Urban, Vittorio, Valter Binaghi, Goradevi, Elio Guarisco.






lunedì 11 settembre 2017

Gran Premio Janus Pannonius 2017

Gran Premio Janus Pannonius 2017 per la Poesia a Augusto de Campos

Gran Premio Janus Pannonius 2017 per la Poesia a Augusto de Campos PEN Club Ungheria


Il PEN Club ungherese lo ha reso ufficiale: il poeta brasiliano Augusto de Campos è il vincitore di questo anno del Gran Premio Janus Pannonius per la poesia. La decisione è stata annunciata durante il Concorso di poesia Quasimodo di Balatonfüred, Ungheria, venerdì 8 settembre 2017. Un premio internazionale di poesia contemporanea istituito dal PEN Club ungherese nel 2012 e "talvolta chiamato Premio Nobel per la Poesia", come afferma The New York Times; il Gran Premio è andato ad un elenco di poeti ampiamente acclamati: il lirico iraniano Simin Behbahani (2013), l'avanguardista americano Charles Bernstein (2015), la celebrità italiana Giuseppe Conte (2015), il versatile polacco Adam Zagajewski (2016), il bardo libanese di origine siriana Adonis (2014) e il maestro parigino Yves Bonnefoy. Il Gran Premio include la pubblicazione, le letture e 50000 euro. La cerimonia di premiazione si terrà a Pécs, dove Janus Pannonius (1434-1472), uno dei poeti più venerati del Rinascimento europeo, elogiato da Erasmo di Rotterdam stesso, era vescovo. Il Laureato riceverà il Trofeo Janus Pannonius e il Diploma di Janus Pannonius il 23 settembre 2017, nel Museo Csontváry di Pécs, seguito da un galà a Budapest il giorno dopo, completo di diverse aperture espositive, una conferenza data dal curatore di Getty Nancy Perloff, un lancio del libro della collezione ungherese di Campos, pubblicato per l'occasione, la lettura e le performace di poesia di Augusto de Campos e Cid Campos.

La giuria internazionale inoltre aggiudica, ogni anno, due premi Janus Pannonius per la traduzione letteraria, ciascuno di 3.000 euro. Nel 2017 i premi della traduzione vanno al poeta tedesco Hans-Henning Paetzke per le sue traduzioni della poesia ungherese in tedesco e ad Ádám Nádasdy per le sue poesie e le traduzioni drammatiche in ungherese.

domenica 19 febbraio 2017

Fabrizio Garghetti fotografo d'arte e di sonorità

"Si on a pas l'utopie on est mort". El Coyote

Fabrizio Garghetti in via Tadino, angolo via Boscovich venerdì 17 febbraio 2017.

Venerdì 16 febbraio sono stato alla Fondazione Mudima per l'inaugurazione della mostra di Fabrizio Garghetti: "Storia fotografica dell'Avanguardia Contemporanea". Il titolo è un po' pomposo, ma effettivamente se fai qualcosa oggi è sempre meglio enfatizzare la tua opera o rischi di passare inosservato nel grande mare dell'offerta culturale e del revival del passato.
Avendo conosciuto e seguito l'opera di un altro protagonista degli anni d'oro della Milano artistica degli anni '60 e '70, Enrico Cattaneo, ero molto curioso di sentire che cosa mi avrebbe detto Garghetti di quell'epoca e di quelle avanguardie che si esprimevano nei modi e nelle forme più diverse. So che ci sono un altro paio di fotografi che in quegli anni hanno documentato l'arte a Milano quando questa città era un ricettacolo di menti geniali, sentirò anche loro sperando di recuperare sempre delle cose interessanti da raccontare.
Incrocio Garghetti che arriva in via Tadino con un bicchierino di vodka in mano. Dopo un paio di volte che il fotografo degli artisti dell'Avanguardia Comntemporanea mi passa davanti sul marciapiede, fuori dal Mudima nel suo tragitto bar-Fondazione, mi decido ad approcciarlo.


Garghetti è un tipo originale, simpatico e un po' guascone.

Tony Graffio: Caro Garghetti, buonasera, sono Tony Graffio, sono venuto a vedere la sua bella mostra e per sentire cosa ha da dirmi su un periodo molto importante per Milano e per l'arte. Vorrei subito chiederle come le è venuto in mente di documentare le avanguardie?

Fabrizio Garghetti: Oh sai, questa è una domanda del cazzo!

TG: (Rido perché nonostante l'aspetto un po' vissuto Garghetti è proprio in gran forma) Bravo hai ragione!

FG: Non è una questione di come mi è venuto in mente, io ho sempre vissuto nel mio mondo di ricerca assoluta. Le persone sono importanti e la musicalità. Io nasco negli anni '60 come fotografo (volendo... Detto da lui) ho seguito tutti i festival del jazz in Europa e sono anche uno dei fondatori del Festival Jazz di Montreux (può essere, ma non mi risulta... credo che qua si sia lasciato prendere un po' troppo dall'entusiasmo del giorno del vernissage. NdTG).


Garghetti ama la musica e le sonorità

TG: Caspita!

FG: Dopo Pasqua farò una grande mostra alla Galleria Cà di Frà con le fotografie vintage degli anni '60 e '70 del jazz (Nel frattempo passa un onorevole che era venuto a vedere la sua mostra e lo saluta, poi mi spiega che si tratta di un uomo importante ndTG).

TG: Conosce i politici e li stima?

FG: Mah, io i politici li ho sempre frequentati poco perché ho sempre vissuto nel mio modo di essere. Sulla musicalità prima, poi nel percorso della parola che è molto importante e soprattutto nel frequentare le persone che mi piacciono. Capisci che gli anni '60, '70 e '80 sono stati dei periodi politici molto importanti. Al di là di questo, il mio archivio contiene qualche milione di fotografie (anche qui bisognerebbe verificare...), quello che tu vedrai oggi al Mudima è solo una piccola parte che descrive le avanguardie storiche tra il 1968, con il Living Theatre e il 2012. Vai!

TG: Vuole raccontarmi qualcosa del Living Theatre?

FG: No, adesso non ti dico niente perché sono stanco e devo andare all'inaugurazione, ma potrei anche andare a vendere un elicottero da un'altra parte (mah, sarà che nel tempo libero vende elicotteri...).

TG: Ok, alla prossima volta allora.


Fondazione Mudima vernissage della mostra di Fabrizio Garghetti.

Gli anni '60 e '70 hanno visto ribollire idee, movimenti e performance artistiche di tutti i tipi. Artisti come Hermann Nitsch (fotografie esposte in mostra) iniziano a gettare colore e sangue da animali squartati direttamente sulla tela. Altri elaborano nuove forme di linguaggio, come l'espressionismo astratto del Living Theatre ed il teatro di poesia, il Teatro nel teatro, Fluxus e l'esperienza interdisciplinare, tutto diventa uno spettacolo visivo, la musica, la parola e le azioni più mirabolanti e trasgressive, come nelle performance del COUM.
In mostra ci sono anche diverse fotografie dei poeti della Beat Generation come Ginsberg e Ferlinghetti.
Garghetti era presente a questi avvenimenti e ne ha tratto fotografie vivaci, interessanti e spumeggianti. Per fortuna, perché oggi queste immagini sono diventate documenti eccezionali che ci riportano indietro ad un'epoca felice dell'avanguardia e ci ricordano che tutto quello che è successo non è stato solo un sogno. TG

Lo storico dell'arte Marco Meneguzzo era presente all'inaugurazione di "Storia fotografica dell'Avanguardia Contemporanea" come altri personaggio in vista del mondo dell'arte. Poco prima avevo incrociato anche Emilio Isgrò che stava uscendo dal salone della Fondazione Mudima.

Il poeta francese Michel Giroux e Fabrizio Garghetti improvvisano una performance sonora.

Anche Fabio Castelli era molto interessato alla mostra. Ne ho approfittato per chiedergli il motivo dell'anticipazione della data della MIA Photo Fair, mi ha risposto che ha preferito spostare la data della fiera d'arte fotografica perché quest'anno le festività di Pasqua sarebbero state troppo a ridosso dall'evento che organizza da 6 anni a questa parte. Personalmente, non so se sarò presente in quell'occasione perché ho già preso un impegno fuori Milano.

Dal catalogo della mostra, Aldo Mondino 1986.

"Il cammello a Brera è stato inventato nella metà degli anni '80 durante una grandissima festa araba per Aldo Mondino. Lo abbiamo affittato da un circo a Bergamo, non ricordo se era il circo Medrano o il circo Medini. Ci hanno portato Badoglio, così si chiamava il cammello, al bar Jamaica. Se guardi le immagini dei 100 anni del Jamaica troverai un po' delle mie fotografie". Fabrizio Garghetti


 Mentre Michel Giroud legge un suo manifesto, Fabrizio Garghetti produce l'accompagnamento sonoro per l'amico.

"Gerwulf è il mio nome germanico da stregone della notte (Giroud sarebbe una trasformazione di Loup Garou) dell'epoca di Carlomagno". - Così si presenta Michel Giroud - poeta francese - non tralasciando di rivelarmi anche il suo vero nome cosmico: El Coyote. Per brevità mi dice che posso chiamarlo anche Zorro, perché questo nome rappresenta la sua volontà di lottatore.
Conosce Fabrizio Garghetti da  più di 40 anni, per l'esattezza mi dice che si sono conosciuti in questo medesimo posto nel 1974, quando lo spazio dove ci troviamo si chiamava Edizioni Multipla. Nel 1989, è poi diventato Mudima. El Coyote sta preparando un libro su Gino Di Maggio in tre lingue: italiano, francese e inglese, perché il mio nuovo amico è anche l'editore de: les presses du réel.
Michel è nato tra le montagne, il 14 marzo 1940; si definisce un "Pittore orale" e un sarto di tutti i generi, soprattutto dell'aria; suona più di 100 strumenti musicali e si sta preparando per un diploma di diacono a Roma, perché ha saputo che il Papa ha bisogno di almeno 1000 nuovi esorcisti per scacciare il diavolo dalla Chiesa e lui non vuole perdersi questa possibilità folle e utopistica.
Oltre a queste prime occupazioni, mi dice d'essere storico e teorico delle avanguardie artistiche (Dada, Fluxus e tutto il resto), unico in Francia. 
Nel 1959 è andato a Parigi per fare i suoi studi, poi è rimasto lì per 40 anni, conosce tutto il meccanismo della cultura francese, ha pranzato più volte con Jack Lang, l'ex ministro della Cultura, dal 1981 al 1986. Rientrato poi nelle Alpi, si prepara adesso a fondare un museo presso una delle due antiche case di pietra della sua famiglia.
Ha fondato il C.I.E. (Club Invisible Externet con Joël Hubaut, Charles Dreyfus, Richard Piegza, Joachim Montessuis, Lionel Magal, Julien Blaine, Tibor Papp, Esther Ferrer, Yvan Étienne, Serge Pey, Jean-Paul Thibeau, Max Horde, Cyril Jarton...) per sorvegliare la CIA che a sua volta lo spia perché l'arte è un ambiente costantemente spiato dai servizi segreti americani. A Parigi negli anni 60-70 c'era L'American Centre che attraverso la CIA sorvegliava tutti gli americani presenti in Francia, Allen Ginsberg incluso. Michel sa queste cose perché era amico dei poeti americani. A Parigi, oltre a Ginsberg c'era Beau Rose che ha elaborato una concezione terribile della letteratura, dei testi illeggibili, confusi appositamente per non farli comprendere alla CIA. Non a caso gli Stati Uniti sono la nazione dove ci sono il maggior numero di servizi segreti, ma non dobbiamo illuderci, tutto il mondo è sorvegliato. Noi poeti-artisti - mi confida - diciamo che se tu sviluppi i 5 sensi esteriori ed i 5 sensi interiori, come il movimento che non è un senso tattile, il senso concettuale teorico, l'intuizione o immaginazione e l'emozione sei una persona completa. Prima della nascita siamo già fabbricati dall'emozione. Se hai sviluppato tutto questo sei già un essere umano e la CIA non ti può far niente.
Michel segue la filosofia Buddista-Tibetana e poiché il suo corpo è il suo tempio, non ha bisogno di recarsi in nessun monastero. E' un maratoneta delle montagne, ciclista e marciatore che percorre 15 ore di tragitto in alta montagna, oltre ad essere un canoista e kajakista esperto.
Ovviamente, è anche regista, ma  tutto questo - mi spiega - è normale, perché quando tu sviluppi tutti i sensi si apre un mondo davanti a te... E' un cineasta sperimentale, tradizionale e un documentarista. Dice tutte queste cose in modo convinto e aggiunge che non bisogna andare a cercare l'utopia troppo lontano perché l'utopia è ovunque, anche in mezzo a noi, in questo stesso momento. Non so come, ma mi ero già accorto, parlando poco prima con Garghetti, d'essere immerso nell'utopia di una serata euforica piena di relazioni umane e buon vino. 
Michel conosce tutti nell'ambiente artistico e in questa comunità mondiale ci sguazza come una rana salterina anche se non si riesco bene a capire se si prenda troppo o troppo poco sul serio. Ad ogni modo, l'energia non gli manca e mi accenna vari tipi di canti, le saitas dei gitani dell'Andalusia, il flamenco i canti buddisti-tibetani o le straordinarie droupades indù del XVI secolo. Inoltre fa suonare il suo corno preistorico del 40'000 avanti Cristo. 
Mi promette un rullo di carta con il testo che ha letto poco prima per Fabrizio, se mi arriverà lo pubblicherò in seguito. Con Fabrizio vuole preparare un film per ricordare l'amico e poeta Bernard Heidsieck, colui che ha inventato il metodo che loro applicano: la poesia sonora.
Su Montreux, mi dice che lì loro non hanno il diritto d'esistere, accedono solo coloro che fanno musica classica.
A questo punto gli chiedo cosa intendesse dire Garghetti quando dice che tutto è musicalità. La sua risposta è che Fabrizio ha ragione: "La gente non è stata abituata a sentire il visivo. O sentire il movimento. Se tu sviluppi i 5 sensi interiori non ci sono problemi, ma devi farlo quando hai dai 5 ai 7 anni, perché dopo ti fermano e ti dominano. E così diventi uno zombie dominato dal padrone".
Gerwulf vive tra le montagne intorno a Chambéry, a due ore e mezzo da Milano, ma mi dice che adesso verrà a tutti i vernissage di Gino, qui al Mudima. Si prepara una nuova stagione per l'arte moltiplicata con la fotografia, la serigrafia e la litografia, dall'ottobre 2017. Contro il mercato dell'arte.


Il "peintre orale" (termine del XV secolo che si sostituisce ad artista) Michel Giroud a.k.a. Gerwulf. Per gli amici: El Coyote.

El Coyote conclude il nostro incontro con queste parole: "Ça me fait chier le marché de l'art, parce que c'est que de l'argent!"

"Il mercato dell'arte mi fa cagare, perché è solo denaro!" Michel Giroud

Ultima perla de El Coyote: "Si on est chacun solitaire on est foutu, mais si on coordonne, comme ce soir c'est bon".