sabato 19 novembre 2016

La spada giapponese, un capolavoro tecnico e artistico

La spada giapponese è un'arma bellissima che difficilmente oggi viene usata per il suo scopo originario, ma che è desiderata da chiunque ami le arti marziali, la cultura giapponese e gli oggetti d'arte.
Sono stato in una palestra dove si pratica il Kendo e lo Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu per parlare con un maestro di queste discipline e farmi spiegare il fascino di questo prezioso e sacro oggetto.

Claudio Regoli allena un'allieva

Tony Graffio: Claudio, oggi ti ho visto molto concentrato nell'insegnamento di arti marziali molto antiche, sei appassionato da molto tempo di queste discipline?

Claudio Regoli: Fin da piccolo sono stato addestrato in varie attività marziali: ho imparato a cavalcare fin da bambino e poi ho fatto scherma e sono andato al tiro a segno. Mi mancava il combattimento a mani nude, così mi sono dedicato al judo che, a quell'epoca, era l'unica arte marziale orientale che era praticata da noi in Italia.

TG: Come sei arrivato alla spada giapponese?

CR: Piano piano, perché io frequentavo una palestra, qui a Milano, che era un centro d'attrazione per varie arti marziali. Quando è stato organizzato un corso di spada, il mio maestro mi ha detto d'andare a vedere per capire se la cosa poteva interessarmi e poi mi sono appassionato.

TG: Possiamo dire dove sei nato e la tua età?

CR: Sono nato a Milano, ho un po' più di 70 anni e pratico arti marziali da circa 60 anni. 

TG: Che cosa ho visto oggi durante la lezione (ogni giovedì dalle 13 alle 14,30) che tieni in via Aosta 2 a Milano?

CR: Hai visto la più antica scuola d'armi giapponesi, ancora oggi esistente. Forse c'erano delle scuole precedenti a questa, ma il loro insegnamento è scomparso. Questa disciplina che si chiama Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu (Stile del Tempio di Katori trasmesso per grazia divina) è stata tramandata dal 1470 in avanti e utilizza i simulacri di legno di armi antiche tradizionali giapponesi. La spada lunga, la spada corta, il falcione (Naginata), il bastone lungo, i dardi e il Jujitsu. 

TG: Da che anno si possono apprendere queste arti, qui in via Aosta?

CR: Dal 1988. Ho portato queste discipline dalla Francia, ma prima qui insegnavo Kendo.

TG: Da quanti anni insegni arti marziali?

CR: Da tanti anni, ho iniziato a insegnare Judo. Per un certo periodo di tempo ho praticato di tutto: dal Karate all'Aikido, Kendo, Iaido, poi piano piano ho abbandonato quelle che mi interessavano meno ed adesso pratico solo discipline con le armi.

TG: Ti sei avvicinato e poi allontanato a queste discipline per una questione di cultura o spiritualità?

CR: Mi piace il combattimento. Ormai, ho una certa età e confrontarmi con un ventenne mi risulta difficile, però se entrambi abbiamo in mano una spada la componente tecnica bilancia il mio svantaggio atletico.


Claudio Regoli

TG: Riesci a vincere un combattimento contro un avversario molto più giovane?

CR: Spesso vinco su avversari molto più giovani.

TG: Fai ancora competizioni?

CR: No, però ogni combattimento è una piccola competizione. Faccio però delle competizioni a squadre. Non più individuali.

TG: Agonismo?

CR: Sì. E poi, due volte all'anno, ci sono le competizioni pr gli alti gradi a cui partecipo.

TG: credo che tu sia anche un collezionista. E' arrivata dopo questa passione?

CR: Sì, deriva dalla passione per la spada. Nel senso che se pratichi la spada giapponese, prima o poi ne vuoi possedere una. Naturalmente, la magia della spada giapponese colpisce anche coloro che non praticano quest'arte marziale perché questo è un oggetto d'arte molto interessante: si tratta di una delle più belle armi bianche che siano mai state costruite. Un capolavoro tecnico e artistico. Io non sono propriamente un collezionista. Io posseggo alcune spade perché mi piacciono molto, ma secondo me il collezionismo è una forma deteriore di vivere questo interesse. Io le mie spade giapponesi le uso tutte, alcune solo la domenica, ma le faccio vivere tutte.


Le armi bianche appartenute ad un istruttore scomparso

TG: Perché la spada giapponese è un'oggetto così ricercato?

CR: Può essere un oggetto molto antico, visto che e ne trovano a partire dal 1200, oppure di moderne che devono essere fatte da un esperto che usa un materiale speciale che si trova solo in Giappone. Oggigiorno si può riprodurre sinteticamente, ma in origine era disponibile solo là. Va forgiata con una tecnica che non è semplice attuare, ne apprendere, perché i fabbri giapponesi per essere autorizzati a produrre lame in proprio devono aver studiato almeno per cinque anni presso un fabbro riconosciuto e superare un esame finale molto impegnativo. Dopo di che non possono produrre più di tre spade lunghe al mese perché se ne fossero prodotte in maggior numero si avrebbe modo di pensare che sarebbero state fatte meno accuratamente.

TG: Come identifichiamo le varie spade giapponesi? Possiamo parlare di Katana?

CR: Generalmente, si parla della Nihonto Ken per indicare la spada giapponese che viene confusa con la Katana che invece è una forma di montatura.
Il Tachi è una spada lunga con un tipo di montatura diversa.

TG: Cosa si intende per montatura?

CR: La forma dell'elsa, la forma della guardia, la forma del fodero. Il modo in cui la spada è portata. La Tachi viene sospesa con delle cordicelle, come le nostre sciabole. La Katana viene invece infilata nella cintura.

TG: Come ti ho visto fare prima per la fotografia che abbiamo fatto qui in palestra?

CR: Esatto.

TG: Quella è una Katana allora?

CR: Sì è una Katana.

TG: E' una spada di pregio?

CR: No, è un ferro vecchio che uso per la pratica. La montatura è antica, la lama è una lama qualsiasi.

TG: Che valore possono avere le spade giapponesi?

CR: Una spada giapponese di primo prezzo, fatta per usi militari, più o meno in  modo tradizionale durante la Seconda Guerra Mondiale ha un valore a partire dai 1'500 euro, mentre una spada di massimo livello può valere anche 300'000 euro.

TG: Vengono prodotte anche ai nostri giorni?

CR: Sì, sono prodotte ancora adesso. Ci sono fabbri che partecipano ad un concorso ogni anno a Tokyo, mi pare nel periodo intorno a settembre e dopo aver vinto un certo numero di primi premi diventano Mukansa, cioè maestri al di sopra di tutti i gradi. Di questi fabbri ne esistono solo 3 o 4.

TG: Le spade di produzione moderna sono in tutto e per tutto uguali a quelle antiche?

CR: Sì, sono fatte come quelle antiche, però bisogna considerare che le spade sono come i dipinti. Questo vuol dire che una spada del '600 fatta da un fabbro mediocre costa meno di una spada forgiata da un grande fabbro di oggi. Conosco un fabbro Mukansa di oggi che ha fatto una spada per un mio amico italiano che l'ha pagata 120'000 euro.

TG: Come si diventa competenti in lame e acciai?

CR: Si guardano le spade, si parla con i collezionisti, si riguardano le spade, eccetera.

TG: E si usano?

CR E si usano. 

TG: Quando si usano c'è contatto tra le lame?

CR: Si cerca di non avere contatto tra le spade perché altrimenti le lame si rovinerebbero. Le si usano in due modi: facendo esercizi di Iai, l'arte di sfoderare e colpire prima dell'avversario; oppure tagliando dei rotoli di paglia di riso.

TG: Che differenza c'è tra velocità e tempo per un samurai?

CR: Non percorriamo una pista, ma combattiamo con un'altra persona, quindi non ci interessa la velocità in senso assoluto. Bisogna essere veloci, relativamente ai movimenti dell'avversario quindi parliamo di tempo. Per battere l'avversario bisogna entrare nel suo intervallo. Anche gli antichi maestri di scherma occidentale dicevano che la scherma è tempo+modo+misura, dove modo è la tecnica e misura è la distanza tra i due combattenti.

TG: In Italia c'è qualcuno capace di forgiare spade giapponesi?

CR: Forse sì, ma per definizione, un po' di anni fa, è stato deciso che una spada giapponese deve essere fatta solo da un fabbro diplomato, usando materiale giapponese, in Giappone. Sostanzialmente, per impedire a tutti gli americani che in Giappone avevano imparato questa tecnica di produrre spade giapponesi in America.

TC: Erano bravi?

CR: Certo, erano molto bravi anche loro perché avevano imparato da maestri giapponesi. Ultimamente, questa decisione è un po' contestata, infatti un famoso fabbro, Yoshindo Yoshihara, in un paio d'occasioni ha forgiato lame che dal Giappone aveva portato in Italia. Allo scopo di contestare quella decisione burocratica.

TG: Ci sono marchi o firme che permettono di riconoscere una lama prestigiosa?

CR: Accade per le lame quello che accade per i quadri. La maggior parte delle lame sono firmate, molto spesso le firme sono false, ma l'esperto riesce a riconoscere il falso dal vero. In più, ci sono degli esami periodici fatti dalle due società giapponesi autorizzati a farli in cui viene data una carta con l'attribuzione ufficiale del pezzo.

TG: Una certificazione?

CR: Sì.


Claudio Regoli impugna il falcione mentre l'allieva combatte con una spada lunga

TG: E' vero che i falcioni erano utilizzati dalle donne che restavano a casa da sole quando i samurai erano in battaglia?

CR: Noi le chiamiamo alabarde, ma tecnicamente sono dei falcioni. Le donne armate di Naginata erano molto pericolose ed a volte erano più brave degli uomini. 

TG Era meglio avere in mano una spada lunga o un Naginata?

CR: Il combattimento non è fatto dalle armi, ma principalmente da coloro che le maneggiano. Il falcione è più potente, ma è più lento. Con una spada corta per vincere un falcione bisogna avvicinarsi all'avversario, perché il falcione ha bisogno di una distanza lunga per essere efficace.

TG: Tu cosa preferisci usare?

CR: Io la spada, perché il nostro stile predilige la spada. Noi impariamo ad usare il falcione, il bastone e le altre armi, ma impariamo anche a difenderci con la spada da queste armi più lunghe.

TG: E' più onorevole maneggiare una spada piuttosto che un'altra arma?

CR: Sì, diciamo che per i giapponesi la spada lunga è la regina delle armi. Mentre per i cinesi è la lancia.


Gli allievi si allenano sotto lo sguardo del Maestro

Letture per approfondire la conoscenza della spada giapponese proposte da Claudio Regoli

LA SPADA GIAPPONESE

Non si può cominciare a considerare le armi dell'antico Giappone prescindendo dalla spada, elemento che inizia ad emergere nella mitologia: le sue origini sono infatti rintracciabili nei mitici racconti del Kojiki e del Nihon Shoki, dove, nel tentativo di dare al popolo giapponese origini divine, accanto al migliaio di divinità che popolano la volta celeste, anche la prima spada, quale simbolo regale, entra nei mitologici eventi che caratterizzarono per lungo tempo l’arte, il costume e la religione di questo popolo.
Nel Kojiki si narra che le due divinità Iranagi e Izanami, dopo aver creato le isole nipponiche, diedero alla luce due figli: la dea Amaterasu o Dea della Luce, e il figlio Haya Susanoo. Il dio Haya Susanoo, a causa del suo comportamento indecoroso e volgare nei confronti della sorella, viene esiliato nella regione di Izumo dalle centinaia di migliaia di divinità. In questa regione Susanoo si riscatterà uccidendo un drago dalle otto teste per salvare una vergine (l’ottava di otto sorelle), che stava per essergli donata in sacrificio. Con l’aiuto del padre della ragazza e utilizzando otto grandi giare riempite di Sakè (una per ogni testa), Susanoo farà ubriacare il drago per poterlo poi uccidere con la propria spada. Ma durante lo smembramento del drago, quando Susanoo si accingeva a tagliarne la coda, la spada si intaccò più volte a causa di qualcosa di inscalfibile all’interno di essa. Tagliata la coda in senso orizzontale Susanoo vi troverà all'interno una grande spada, che chiamerà, in virtù della sua durezza, Tsumugari (La ben affilata). Susanoo consegnerà poi questa spada alla dea del sole Amaterasu, che in seguito la donerà al nipote Ninigi quando questi discenderà sulla terra per governare il Giappone. La grande spada verrà in seguito tramandata da imperatore a imperatore fino a Suigin (Il decimo), che ordinerà di custodirla nel tempio scintoista di Ise. Il XVI imperatore la consegnerà al figlio Yamato Takeru, che si accingeva a compiere una spedizione militare contro gli Ainu. Durante questa lunga campagna i nemici riuscirono ad attirare il principe Takeru in una prateria, dove lo intrappolarono dando fuoco all’erba intorno a lui. Sentendosi senza via di scampo, Takeru fece l’unica cosa che avrebbe potuto salvarlo, ovvero tagliare con la spada l’erba intorno a lui (si dice che la stessa spada lo fece come per magia) per crearsi un varco verso la salvezza. Takeru otterrà alla fine una netta vittoria sugli Ainu e da quel giorno la spada prenderà il nome di Kusanagi No Tsurugi (La spada falciatrice d’erba).
Per molti anni ancora la spada verrà consegnata agli imperatori del Giappone nel giorno della loro incoronazione, insieme agli altri due simboli regali: lo specchio e le gemme.
Nella realtà probabilmente le prime spade vennero, coi primi fabbri, dalla Korea, ed erano a similitudine delle spade cinesi: dritte e a due tagli. Ma già nel 700 della nostra era abbiamo un tipo di spada di transizione (alcune delle spade di questa epoca sono nei Depositi Imperiali), sempre dritta, ma ad un solo filo, affilata su una sola faccia, e con una punta triangolare simile a quelle successive.
Solo agli inizi del VII secolo si avrà la prima spada firmata da parte del fabbro giapponese Amakumi di Yamato, anche se alcuni ricercatori lo collocano all’inizio del IX secolo. Negli antichi libri di spada giapponese si descrivono spade che portano il suo nome o sono a lui attribuite, come ad esempio la Kogarasu-Maru (piccolo corvo), che apparteneva al clan dei Taira e che oggi si trova nel Museo Nazionale di Tokyo. Altre famose spade del passato sono state conservate nel deposito imperiale dello Shōsō-in a Nara.
La tradizione giapponese della forgiatura di spade non è opera di un solo uomo, ma colui che per primo seppe dar vita a questa tradizione fu senza dubbio Yasutsuna di Hôki, che all’inizio del VIII secolo produsse alcune spade
tra cui la famosa Dôji-Giri (il mostro tagliente), così chiamata perché usata dall’eroe Raikō (Minamoto No Yorimitsu, 944 – 1021) che uccise il feroce capo dei briganti Shuten-Dōji. Questa spada venne originariamente forgiata per il generale Tamura-Maro (758 - 811) che la utilizzò nella campagna contro le tribù del nord.
A sottolineare la tradizione di questa spada sarà il figlio (di Yatsuna), Sanemori, che saprà mantenere alta la reputazione del padre forgiando anch’egli eccellenti lame. Un altro importante forgiatore di questo periodo sarà il prete shintoista Shinkoku, della provincia di Buzen, che pare abbia forgiato una spada per il figlio dell’Imperatore Heijō (806 – 809).
Già attorno al mille, nell'epoca Heian, la spada giapponese ha la sua forma definita, che è curva, ad un solo tagliente (quindi tecnicamente una sciabola), con una linea mediana sul lato della lama (shinogi) ed il tagliente a tempra differenziata. Quella della tempra differenziata, anche se non si possono escludere completamente influenze esterne, è una caratteristica essenziale della spada giapponese: la lama viene ricoperta di una mistura a base di argilla e carbone (ogni fabbro ha la sua ricetta segreta) che viene poi grattata via verso il tagliente con un disegno più o meno complesso (il più semplice, molto usato, è una semplice riga dritta: sugu-ha).
La lama viene quindi riscaldata al rosso ciliegia ed immersa in acqua. Il risultato è un tagliente molto duro ed un corpo più morbido, che impedisce la rottura sotto impatto. Le prime spade vengono montate a tachi, e vengono portate appese alla cintura col tagliente verso il basso. Un tipo di fornimento adatto ai cavalieri e che verrà mantenuto poi per le spade formali portate con gli abiti di corte e ripreso nelle spade militari (shin-gunto) delle epoche Meiji e Showa (introdotta dal 1933).
Dall'epoca Muromachi (fine XIV secolo) diventa popolare una spada più corta del tachi che si porta infilata semplicemente in cintura col tagliente verso l'alto: è il katana, che diverrà la spada giapponese per eccellenza.
Se al tachi si accompagnava un pugnale (tanto), al katana viene accompagnata una spada più corta, il wakizashi o "spada compagna", che si teneva al fianco anche entrando in un edificio (mentre la spada lunga veniva consegnata all'entrata o comunque tolta dalla cintura e portata con la mano destra, in modo da impedire un uso immediato). Le due spade (dai-sho o lungo-corto) divennero, assieme al ciuffo di capelli, uno sei segni distintivi dei samurai, riservati a loro soli.
La spada Giapponese è distinta da periodi storici ben definiti, chiamati, Koto, o della spada antica, shinto o della spada nuova, shinshinto o della spada rinnovata ed infine shinsakuto o della spada contemporanea.
Il periodo Koto, (1200-1570) viene distinto dal monopolio della fabbricazione delle spade da parte di cinque scuole, ben localizzate, dove acqua e minerale offrono possibilità di lavoro ai fabbri, queste tradizioni sono: Yamato, la più antica, Yamashiro, molto simile alla prima, da cui deriverà la scuola Soshu, dalle tempre complesse e raffinate Bizen, dalla caratteristica curvatura più accentuata verso l'impugnatura, e Mino, fondata dai discepoli di Masamune di Sagami.
Nel periodo Shinto (1571-1850) le fucine sorgono un po' ovunque. Se ad Osaka si concentrano molti fabbri famosi (per cui si parla di Osaka Shinto) in molti feudi vi sono fucine che preparano armi per quel clan.
Gli stili si fanno indistinti e le linee di tempra più complesse, alcune con disegni quali il monte Fuji, il mare in tempesta o i crisantemi sull'acqua.
Il periodo Shinshinto vede sorgere un movimento, guidato dal fabbro Suisinshi Masahide, che vuole ritornare alla bellezza ed alla insuperata tecnica dell'epoca Kamakura, per cui si studiano e si cercano di riprodurre antiche famose lame. E' un periodo di grande bellezza, con una serie di fabbri straordinari.
Alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la fabbricazione delle spade viene regolamentata, con un apprendistato obbligatorio e concorsi per i nuovi fabbri. La spada viene interpretata soprattutto come opera d'arte, anche se vi è una discreta produzione per la pratica delle Arti Marziali. E' l'epoca del Shinsakuto, o spada contemporanea (artistica).
Nell'epoca Heian nascono, attorno alla corte Imperiale, le prime scuole per il maneggio della spada, che prendono il nome collettivo di Kyo ryu (da Kyoto) e che possono considerarsi estinte, anche se certamente molti elementi vengono assimilati nelle scuole successive.
Prima scuola in epoca storica viene considerata il Nen ryu, oggi scomparsa nella sua originalità, che sembra aver avuto delle forti influenze cinesi.
Dobbiamo arrivare al 1470 circa per ritrovare la prima scuola ancora oggi esistente: si tratta del Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, fondata presso il tempio di Katori nella prefettura di Chiba (donde il nome) da Choisai Yenao (1387 - 1488). A questa scuola, studiata dagli Shogun Ashikaga, se ne aggiungeranno nell'epoca Edo altre due: Ono-ha Itto ryu e Yagyu Shinkage ryu, adottate entrambe dagli Shogun Tokugawa.
Se queste tre scuole si ergono su tutte le altre (nell'epoca Edo se ne contano quasi quattrocento) non possiamo non nominare la Niten Ichi ryu, fondata da quel Miyamoto Musashi che è il corrispettivo giapponese di Benvenuto Cellini: leggendario spadaccino, famoso per i suoi duelli, fu anche pittore e scultore, ed il suo libro Gorin-no sho è forse il manuale di strategia più letto in Giappone ed altrove.
Oltre alle scuole di scherma nascono, in seno alle scuole di Ju Jutsu, anche delle scuole di Iai. Lo Iai è un modo differente di maneggiare la spada, che rifiuta la scherma delle scuole classiche, ma si concentra sull'estrazione rapida, deviando il colpo avversario e contrattaccando in modo definitivo. Nello Iai si distinguono: batto, sfoderare; nuki tsuke: un colpo atto a deviare o parare il colpo avversario. Kiri tsuke o colpo definitivo. Chiburi o azione di togliere il sangue dalla lama.
Zanshin, attenzione e noto o rinfodero. Oggi lo Iai, divenuto Iai-do (via in senso spirituale, dello Iai) è un'arte marziale che si pratica da soli, per affinare la propria abilità, ma anche come ricerca mentale.


La palestra di via Aosta 2, a Milano, dove si svolgono le lezioni di arti marziali orientali


COLLEZIONISTI CONTRO SPADACCINI

Nel mondo degli apprezzatori della Spada Giapponese (Nihon To Ken: nome che comprende ogni genere di lama guerriera fatta in modo tradizionale) sembra esservi un divario incolmabile tra coloro che ne studiano il maneggio ed i collezionisti veri e propri che ritengono le spade opere d’arte da maneggiare poco e con reverente cura.
Ovviamente esistono pasticcioni eclettici come me o alcuni più validi amici che uniscono le due tendenze, ma oltre ad essere delle eccezioni, anch’essi spesso trasmettono ad una delle due fazioni le idiosincrasie dell’altra.
A ben vedere, entrambi gli atteggiamenti sono fondati e, partendo da criteri diversi, hanno differenti metri di valore che ci sforzeremo di analizzare.
Cominciamo con coloro che utilizzano la spada in una delle arti a lei connessa: sia Kendo, Kobudo (stili antichi), Iaido o altro. Essi sono decisamente i più rozzi; anche quando posseggono una grande abilità che permette loro un maneggio raffinato, anche quando, sentendo volare una farfalla dietro le spalle, riescano a sguainare fulmineamente e fermare la lama di scatto davanti all'animale in modo da farvelo sbattere. Nel momento della scelta dello strumento queste persone mostrano di avere dei concetti singolari ed in mancanza di meglio si contentano di un pezzo di legno sagomato (che se ben maneggiato può anch'esso produrre gravi danni).
La lunghezza, ecco la prima preoccupazione, quasi si trattasse di maschilisti limitati. La più raffinata lama di Yamashiro (une delle “cinque scuole” della spada antica) o la più stupefacente tempera in stile Soshu (un'altra delle cinque) viene trascurata a favore di un “chiodo” che superi i mitici 71 centimetri. Misura assolutamente arbitraria e neanche tanto richiesta dai Giapponesi dell’epoca Edo che invece vedevano nella lunghezza di cm 69 (2 shaku, 2 sun e cinque bu?) una lunghezza “fortunata”.
Viene poi la bilanciatura. Anche se esiste un certo fascino per la lama larga (Come quelle di Soshu, per intenderci), una volta impugnata, la spada deve essere piacevole, ossia consona al gusto del singolo (io ho una predilezione per lame che i miei “amici” definiscono “da signorina”) da cui deriva direttamente una smodata propensione per gli sgusci (“hi”) che hanno in più il pregio di far fischiare la lama; mentre uno dei miei maestri osservava al proposito: “Quando tagli un corpo si riempiono di grasso e poi sono difficili da pulire”. Per il resto, in genere si seguono dei miti generici: “la punta di una spada da iaido dev’essere media, non lunga”. ”Per lo Iaido di Muso Shinden sono meglio le spade con una curvatura uniforme (Torii zori)”, “la spada, completa di impugnatura, da terra deve arrivare all’ombelico”, o delle osservazioni nate dall’esperienza: una lama di Bizen (un’altra delle cinque scuole, anzi la più diffusa; il 70% delle spade di epoca Koto vengono da Bizen) a causa della sua curvatura più pronunciata verso l’impugnatura (koshi zori) richiede una certa familiarità con il tipo.
Vi é poi quella speciale categoria che di fronte ad una spada chiede “... ma taglia molto?”.
Bisogna diffidarne: usano le spade per tagliare canne e pezzi di bambù. Oltre ad essere pericolosi a volte per se stessi (chiedete pure in giro) riempiono il pavimento di pezzi di paglia bagnata ed una spada, anche se concepita per tagliare, soffre se la si fa tagliare troppo o malamente.
L’altra metà del mondo della spada, quella del collezionismo, la tratta invece un po’ come un quadro d’autore, un po’ come un libro di magia (capace, se consultata ammodo, di svelare arcani segreti) e molto come se fosse la cosa più preziosa del mondo (non si creda, condivido appieno). Poco importa che si tratti di lame smisurate, di temperini o di lame da inastare di forma poco usuale; oltre all'intrinseca bellezza della forma (“sugata” la prima cosa da osservare in un Nihon Token) quello che conta è l’acciaio, il paesaggio formato dalla linea di tempra che a volte contiene, ora visibili e ora no, delle “attività” (hataraki) dai nomi poetici, o la struttura del metallo visibile sul lato della lama (ji-hada: la pelle del ji), in cui magicamente alle volte compare una seconda linea di tempra, chiamata Utsuri, di cui fino a poco tempo fa si credeva perduto il segreto di fabbricazione.
Queste lame non si conservano nella loro montatura, pronte all'utilizzo come sarebbe giusto, anzi, per alcuni estremisti la montatura distrae, è a volte, un orpello in più, bieco ricettacolo di umidità che provoca la ruggine. Molto meglio conservare le lame in liscissimi foderi di magnolia (shirasaya) appena incollati con colla di riso in modo da poter essere scollati ed ispezionati onde necessario.
Anche i maneggiatori hanno le loro visioni sulle montature, come sempre dettate dalle necessità dell’uso: quindi, aihimé occorre rinunciare alle parti metalliche contenenti differenti coloriture del metallo: una magia in cui gli artigiani Yamato eccellevano e riuscivano in cose oggi quasi impossibili. Ma queste patine scompaiono con il maneggio continuo, per poi ricomparire, a volte, dopo circa un anno. Stesso discordo con i foderi che se troppo ornati impacciano e se laccati con figure, si consumano.
Per questi problemi spesso si adotta una soluzione drastica: via la montatura preziosa per antichità o bellezza, e si riveste la lama con una montatura d’uso, più semplice e sacrificabile.
Altro argomento di separazione, la pulitura stessa della lama: mentre il collezionista brama una lama perfettamente pulita “alla moderna” (in cui, la lama non dovendo più essere usata per tagliare, viene pulita che mettendo in risalto il jihada. Un tempo questo valore estetico si sacrificava a favore di un minore attrito) e tra le due puliture possibili (Keisho: in cui il pulitore armonizza, con il sapiente uso delle ultime pietre, le varie parti della lama e sopratutto la yakiba, la linea di tempera, ottenendo “l’effetto del trucco su una bella donna”. Sashikomi: in cui la sapienza dell’artefice consiste nel far risaltare anche il più infimo particolare) spesso preferiscono sashikomi: una pulitura un po’ “didattica”.
Chi utilizza la lama invece, dovendola nettare ogni volta che la usa, sa che gli ultimi stadi della pulitura, il passaggio dell'Ibota (una polvere ricavata da insetti) e del nugui (un ossido di ferro ottenuto spesso filtrando “le faville del maglio”) sono destinati a scomparire e quindi ne fa anche a meno: più raffinata è infatti la pulitura, più risalta l’usura. Poi, non dimentichiamolo, pulire significa togliere micron di spessore, quindi, alla lunga, compromettere la piena efficienza.
Quale dei due mondi ha ragione? Probabilmente entrambi, o perlomeno, tutti e due hanno una ragione di esistere; e se è vero che anche i bravissimi spadai moderni non devono perdere di vista che il primo scopo di una lama, anche se assolutamente teorico, è quello di tagliare, e quindi devono tenere in considerazione chi la lama la usa, è altresì vero che è grazie a chi apprezza la lama anche come puro valore estetico e come pezzo di bravura che esiste ancora, anzi fiorisce la produzione di lame tradizionali.

Traduzione di Claudio Regoli

Claudio Regoli, Maestro di Spada Giapponese








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