venerdì 12 febbraio 2016

Loris De Filippi, presidente di MSF: "La guerra rispetti le regole".

Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere, 50 anni

Tony Graffio: Ciao Loris, raccontami qualcosa di te. Che studi hai fatto e come hai iniziato ad occuparti delle sofferenze degli altri?

Loris De Filippi: Ciao Tony, io sono nato nel 1966 a Udine. Intorno ai 13 anni ho deciso che in qualche modo avrei voluto lavorare in un paese in via di sviluppo per dare il mio contributo umano e professionale a persone meno fortunate di me.
Ero molto interessato all'agronomia e frequentavo un'organizzazione di questo settore dalle mie parti. Successivamente, ho abbracciato l'interesse per la medicina in modo molto casuale, perché era il modo più veloce per lavorare in un paese in via di sviluppo. Ho seguito un corso di infermiere professionale a Udine, dopo di che ho iniziato rapidamente a lavorare all'Ospedale di Udine. In seguito mi sono iscritto ad un corso di Medicina Tropicale ad Anversa, in Belgio. Dopo 6 mesi, al termine di questo corso, avevo acquisito le competenze per lavorare in scenari sanitari difficili, dove la malaria ed altre malattie tropicali erano un primo ostacolo per la salute delle persone. Ho iniziato a partecipare alle mie prime missioni umanitarie con alcune organizzazioni internazionali ed al tempo stesso ho continuato a lavorare in ospedale; sono stato tra i primi a lavorare per il 118 di Udine che poi è diventato il primo servizio di emergenza in Italia, di fatto il vero 118.
Ad un certo punto mi sono trovato da un lato a voler partire per missioni all'estero e dall'altro a continuare a voler lavorare all'interno dell'ospedale, in quel periodo ho conosciuto Medici Senza Frontiere, è successo intorno al 1997, quasi vent'anni fa. Ricordo che all'uscita del mio reparto ho trovato un dépliant che presentava quest'associazione dicendo: “Se ti chiediamo dei soldi non mandarci all'inferno: ci siamo già”. Al di là di questo titolo ad effetto, ho visto una fotografia terribile di qualcuno che stava intubando un malato in una situazione d'urgenza. E' stata un'immagine che mi ha colpito molto e mi ha convinto a partire con MSF.

TG: S'è trattato d'un impatto visivo molto forte?

LDF: Sì, un impatto molto forte, al punto che ho deciso di telefonare subito a MSF, grazie a quella fotografia, e dieci giorni dopo, anche grazie ad una serie di coincidenze incredibili, sono partito con MSF. Avevo tutti i requisiti giusti oer partire, dal corso in medicina tropicale alle conoscenze di un paio di lingue straniere. All'epoca parlavo solo inglese e francese, adesso parlo anche spagnolo, portoghese ed ho appreso anche altre lingue nei paesi dove ho lavorato. Sono partito per la mia prima missione con MSF tra Kenya e Somalia nel campo profughi di Dadaab, sono stato lì circa sette mesi, poi ho fatte tantissime altre missioni. Da subito, ho capito che c'era qualcosa di cambiato in me e che volevo fare quel tipo di vita. Per un paio d'anni ho continuato a partire per le missioni lasciando l'ospedale con delle aspettative senza assegni, dove peraltro stavo benissimo; ho lavorato sia a Udine che a Gemona, sempre in ambienti di terapia intensiva, 118 ed emergenze, ad un certo punto non ce l'ho fatta più ed ho deciso di partire stabilmente con Medici Senza Frontiere. Da quel momento in poi ho iniziato a lavorare continuativamente a queste missioni umanitarie in vari paesi.

TG: E' una cosa che si può fare? O bisogna continuare a fare richieste in questo senso?

LDF: Sì, si può fare tranquillamente. Molti preferiscono scegliere una vita un po' complicata con continue richieste di aspettative per poter partire, io invece mi sono licenziato ed ho lasciato l'ospedale ed il lavoro sicuro per darmi ad un lavoro altamente insicuro, ma molto soddisfacente. Sono stato in molti paesi, acquisendo sempre maggiori competenze, sono diventato coordinatore, poi capo missione, fino a diventare il direttore delle operazioni del centro MSF più grosso che era quello di Bruxelles. Eravamo tra il 2008 ed il 2011, possiamo dire che questo è stato il mio impegno più grande.
Poi per motivi personali, una malattia di mia madre, sono rientrato in Italia ed adesso ho un ruolo più istituzionale come presidente, anche se questo non mi impedisce di partire per nuove missioni. Io penso che chi svolge questo tipo di lavoro, anche in ruoli apicali, deve necessariamente mantenere i piedi sul terreno operativo. Questa è una chance che riesce a darmi un'organizzazione come la nostra perché ogni qual volta che sento d'avere la possibilità ed il tempo per poter essere operativo sul territorio parto per portare il mio contributo personale sul posto, dove c'è bisogno che io faccia il mio lavoro. Cerco comunque d'essere un padre responsabile, crescere i miei 3 figli e portare avanti una vita familiare, più o meno normale.

TG: Loris come sei diventato presidente? Ti ha proposto qualcuno? Sei stato eletto?

LDF: Sì, da noi le cose vanno avanti come in tantissime altre organizzazioni con un'assemblea generale, lì sono stato votato, i soci continuano a votarmi, io sono al secondo anno di mandato, quest'anno non so se mi ripresenterò. E' stata un'esperienza molto bella, ma il presidente da noi non è il solo portavoce. A differenza di altre organizzazioni che sono identificabili nel proprio leader (vedi Emergency ndTG), da noi c'è molta attenzione nel dare voce a chi non ne ha, piuttosto che a creare il personaggio. Tu, per esempio, non mi avevi mai visto in vita tua ed è un bene che sia così, no? Il vero problema sono le vittime delle situazioni che si creano nel mondo. Il frontman delle organizzazioni può benissimo fare il suo lavoro senza diventare un caso mediatico, o politico. E' anche per questo motivo che MSF mi calza addosso perfettamente.

TG: Come si finanzia MSF?

LDF: MSF, in Italia, si finanzia completamente dai donatori privati. A differenza di molte organizzazioni che si finanziano attraverso canali governativi, piuttosto che dal ministero degli affari esteri, o dalla cooperazione regionale, da noi tutti soldi ci arrivano, parliamo di più di 50 milioni di euro, da cittadini privati italiani e sono fondi totalmente trasparenti e leggibili. Noi siamo molto attenti alla spesa di questi soldi e per mandato destiniamo l'85% del nostro budget alle missioni sui territori all'estero mentre soltanto il 15% serve alle spese per il mantenimento delle strutture. Anche questa è una ratio che difficilmente trovi in altre organizzazioni. Forse è per questo che c'è gente che si lamenta perché non paghiamo eccessivamente i medici e gli infermieri che lavorano con noi. Noi garantiamo soltanto uno stipendio normale che è un rimborso spese, o poco più. Questo fatto fa storcere il naso a molti, ma è la nostra forza perché il nostro bilancio viene certificato, non solo al nostro interno, ma anche dal KPMG, o da qualsiasi altro revisore internazionale. Questa trasparenza è uno dei motivi principali per i quali gli italiani si fidino di noi e continuano a destinarci le loro donazioni.

TG: Avete la possibilità di farvi donare il 5 per mille sulla dichiarazione dei redditi?

LDF: Sì, ovviamente il 5 per mille esiste e sono i cittadini italiani che in maniera cosciente scelgono di affidarci il loro contributo. E' sicuramente una parte importante dei nostri introiti annui, ma non è la preponderante. Credo che si tratti soltanto del 15% delle entrati totali.

TG: In quali territori s'è svolta la tua missione più dura?

LDF: C'è ne sono state moltissime. Dal punto di vista personale, una abbastanza recente un paio d'anni fa in Repubblica Centrafricana mi ha esposto molto, anche dal punto di vista della sicurezza e mi ha intaccato profondamente perché s'è trattato di una situazione di violenza brutale generalizzata in un ambiente urbano. Per un po' di tempo sono rimasto sconvolto. Poi, altre. Haiti è un posto che mi è rimasto sicuramente nel cuore, ho lavorato lì per 2 anni e ci ho vissuto con la mia famiglia. Era un momento storico molto delicato quando è avvenuto l'allontanamento forzato del presidente Jean Bertrand Aristide per la seconda volta. Questo fatto ha provocato una guerra civile molto grave. Anche in Siria le condizioni sono molto dure: dov'ero io siamo stati bombardati un paio di volte, si tratta di situazioni sempre estreme. Questi sono sicuramente i ricordi più vivi, ma ce ne sono tanti altri bellissimi e indimenticabili, come per esempio tutte le volte che i bambini riescono a guarire dalle loro patologie e lasciare l'ospedale col sorriso. Al di là di quello che può sembrare banale dire, questa è veramente la parte più bella del nostro lavoro, quella che ti fa pensare che vale la pena fare quello che facciamo, nonostante i rischi ed i mille problemi. Soprattutto durante le carestie, quando sei nei centri nutrizionali e solo un ragazzino riesce ad uscire perché tu hai portato quel farmaco, o quel cibo pronto per essere utilizzato, dal punto di vista terapeutico, ti rendi conto che il tuo lavoro ha avuto un peso determinante per la salvezza di vite umane. In questo modo dai un senso alla tua vita. Solo con un impegno, perché questa è la spina dorsale della nostra scelta di vita.

TG: Vuoi dire qualcosa sui bombardamenti di Kunduz e gli altri bombardamenti che le vostre strutture hanno subito?

LDF: Quello che ci preoccupa maggiormente è il progressivo bombardamento delle strutture sanitarie, in particolare nostre, ma in generale quello che sta accadendo in moltissimi paesi. L'Afganistan è molto colpito da queste azioni di guerra indiscriminate. Lo scorso 3 ottobre abbiamo subito un attacco assassino che ha ucciso 12 dei nostri operatori, togliendo la vita complessivamente a 30 persone, distruggendo la terapia intensiva, la sala operatoria e tutte le strutture sanitarie del più importante centro traumatologico di Kunduz che per noi era il fiore all'occhiello su quel territorio.
Da quel momento in poi abbiamo assistito ad altri attacchi ad altre strutture, in altri paesi. In Yemen abbiamo subito 3 attacchi assassini in pochissimo tempo con la distruzione quasi totale delle strutture sanitarie. In Siria, dall'inizio dell'anno, 13 strutture sono state colpite e, complessivamente, dall'inizio della guerra 177 strutture sono state distrutte, con 700 morti tra infermieri e medici. Questi dati sono impressionanti e chiedere il rispetto della Convenzione di Ginevra in modo sistematico da parte di tutti i paesi e tutte le forze o le coalizioni in gioco. La nostra è una richiesta chiara, determinata al fine di sospendere tutti gli attacchi alle strutture sanitarie e civili come prevede la Convenzione di Ginevra ed i diritti umanitari internazionali, come prevedono tutte le leggi della guerra ed il buon senso. Quello che sta succedendo non è tollerabile e noi siamo messi in pericolo e mi chiedo quanto dureremo. Se continueranno questi attacchi, quanti operatori sanitari vorranno lavorare con noi nelle nostre strutture? In questo momento, quello che ci stiamo chiedendo è: se noi continuimo a lavorare in queste strutture, di fatto metteremo in pericolo le persone che ne tentativo di curarsi si prendono una bomba.

TG: Secondo te, esiste la volontà di colpirvi?

LDF: Non credo si tratti di una strategia per colpire MSF, penso che si tratti di un inasprimento della guerra al terrore che sta prendendo delle derive di una durezza incalcolabile. La guerra deve avere delle regole. La differenza tra una polizia di stato e una milizia privata dovrebbe stare proprio nel rispetto delle regole. In questo momento non ci sono più regole, in particolare, la Convenzione di Ginevra viene calpestata quotidianamente.

TG: Da quando sono capitati questi fatti terribili avete riscontrato una diminuzione delle domande per partecipare alle vostre missioni?

LDF: No, anzi, la partecipazione avviene sulla spinta di grandi risposte emotive. Quando succedono questi fatti la gente s'indigna e scopre di voler fare qualcosa in rima persona per combattere le ingiustizie e le sofferenze altrui. Però ci potrebbero essere dei problemi a lungo termine a livello morale: non è che le nostre strutture possano diventare una specie di gabbia? O una trappola per vedere morire i nostri colleghi? Noi chiediamo a tutte le strutture ed ai governi di fare il possibile per far rispettare le regole. L'abbiamo chiesto a Mario Giro al Ministero degli Affari Esteri, a Paolo Gentiloni, affinché l'Italia ricordi questo imperativo. Benché noi abbiamo ricevuto un Premio Nobel per la pace, noi non siamo un'organizzazione pacifista, noi ci teniamo alla larga da queste diatribe, noi facciamo azioni umanitarie, non abbiamo nessun commento da fare sull'opportunità o meno della presenza dei soldati. Noi rispettiamo i soldati in quanto attori del conflitto. Noi chiediamo che loro rispettino le regole. Siamo certi che i soldati italiani non hanno niente da nascondere, perlomeno negli ultimi anni, non hanno causato problemi di questo tipo, per cui non è una richiesta diretta al Ministero della Difesa. Più che altro vorremmo che la nostra diplomazia fosse molto chiara su questo punto. Vorremmo che andasse da Obama, da Putin e da tutti per dire che non è pensabile che una struttura sanitaria possa essere colpita.

TG: Qual è la tua posizione a livello politico, hai delle preferenze nei confronti di Obama o di Putin?

LDF: No, no, non ne faccio un discorso politico, io insieme a tutta MSF siamo molto intransigenti ed arrabbiati per quello che gli USA hanno combinato a Kunduz, basti dire che gli americani hanno bombardato la nostra struttura per più di 50 minuti. Non tutti si rendono conto di cosa voglia dire questa cosa... Cinque raid aerei sono passati su di noi e ci hanno bombardati disintegrando quello che era l'ospedale di MSF più moderno ed attrezzato in un contesto di guerra. Io non sono morbido con nessuno, nemmeno con l'Arabia Saudita, gli attacchi in Yemen sono stati condotti da loro. Putin sta facendo degli attacchi indiscriminati nel Nord della Siria. Più che un problema politico legato ad un paese in particolare, io credo sia un problema legato alla mentalità della guerra al terrore che sta facendo perdere la testa alle persone ed agli eserciti. Sta passando un concetto pericoloso che è quello che un ospedale è bombardabile.

TG: E' difficile mantenere un'indipendenza politica in queste situazioni?

LDF: Dipende dalle organizzazioni. Io credo che la nostra organizzazione sia facilitata in questo dal fatto che noi non crediamo nelle ricette politiche perché lavorando da operatori umanitari ci rendiamo conto che noi stessi siamo spessissimo strumentalizzati dalla politica, perché la politica non risolve i conflitti, o le situazioni complicate ed è poi l'azione umanitaria a dover poi pulire i cocci da terra. Sicuramente, questo è un po' il nostro lavoro, ma questo ti allontana da una posizione manichea che tinporterebbe a schierarti da una parte o quell'altra. Rimani equidistante da quello che succede perché in queste storie dove ti trovi a lavorare, in questi conflitti, non ci sono i buoni e i cattivi. Ci sono solo i cattivi e i cattivi e tu cerchi di restare equidistante da tutti.

TG: Un'ultima domanda: credi in Dio?

LDF: No.  

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