mercoledì 9 dicembre 2015

Quali segreti nascondono le gallerie d’arte? Intervista a Joe Iannuzzi


Continua il nostro percorso nel mondo del mercato dell'arte. Dopo fiere e case d'aste, oggi affronteremo il tema delle gallerie d'arte e cercheremo di dare un volto alle varie tipologie di collezionisti.

Gallerie o tunnel?

Tony Graffio: Ciao Joe, questa volta da te vorrei sapere: che cosa ti ha spinto a diventare un gallerista?

Joe Iannuzzi: Fin da piccolo mi piaceva osservare le cose che avevo attorno, capire come funzionavano. Sai, mio padre era un collezionista e grazie a lui in gioventù mi appassionai all’arte. Frequentavo gli studi degli artisti e parlavo con loro. Senza mio padre e la sua collezione di opere, probabilmente non avrei mai fatto questo lavoro.

TG: Ci puoi parlare della tua galleria?

JI: A New York, ho uno spazio molto bello e insieme ai miei collaboratori organizziamo il lavoro: mostre, fiere, rapporti con artisti, etc.

TG: Che cosa è una galleria d’arte?

JI: E' un’attività commerciale dove si vendono dei beni: quadri, sculture, disegni, etc, che dovrebbero avere anche una valenza culturale-storica. E’ anche un luogo di incontro tra le persone, dove si conosce gente e si instaurano rapporti d’affari. Per le gallerie più note anche un ritrovo per la gente “che conta”, un posto alla moda.

TG: Vorrei sapere cosa pensi delle Gallerie Italiane?

JI: Vedo una realtà molto frammentata: tante gallerie medio-piccole, tutte a curare la propria nicchia di mercato. Di gallerie importanti, intendo quelle che partecipano a fiere internazionali di un certo peso, non sono molte: diciamo che per contarle bastano due mani o meno. Nonostante ciò ti posso dire che trattano artisti con alle spalle una storia e/o un mercato.

TG: Perché questa situazione ?

JI: Probabilmente, essendo ormai l’arte considerata come un qualsiasi bene materiale, tutti possono vendere tutto, senza nemmeno una competenza così approfondita. Gallerie di basso livello e con poco supporto economico-finanziario fanno proposte non valide sia per quanto riguarda il nome degli artisti esposti che per quanto riguarda la qualità e quantità del lavoro che svolgono esse stesse. Quelle invece di un certo livello riescono ad avere relazioni con altre gallerie internazionali e creare una sinergia sugli artisti. Vedo anche che alcune di queste gallerie più note stanno aprendo succursali a Parigi, Londra. Una scelta molto saggia e indirizzata verso mercati più ricettivi.

TG: Ultimamente, in Italia molte gallerie hanno chiuso, quali sono i motivi?

JI: Oltre alla crisi, e alle cause che già ho accennato, ritengo che il sistema fiscale non sia di certo favorevole ad aprire una galleria in Italia: una tassazione troppo elevata che le rende poco concorrenziali; all'estero non c'è nessuna agevolazione per chi compra arte, anzi, forse proprio l’opposto. Qui in Italia ci sono molti artisti validi, ma il vero mercato dove si vende e compra è altrove: New York, Londra, e sempre più sta aumentando l'interesse per l'arte in Oriente.

TG: Nonostante ciò, assistiamo ad importanti aggiudicazioni in aste Italiane di diversi artisti Italiani. Come te lo spieghi?

JI: Diverse opere poi finiscono all'estero, ma devi sapere che nel mercato dell’arte nulla succede per caso: certe quotazioni sono date dal lavoro di noi galleristi. Il mercato non esisterebbe senza di noi. Cogliamo sul nascere le tendenze del mercato e forniamo quello che i collezionisti chiedono. Le aste servono a far salire le quotazioni, con rivalutazione delle opere anche da noi detenute. Qui in Italia poi è probabilmente più facile creare mode, data la ristrettezza del mercato. Si creano delle collaborazioni tra galleristi, si valuta su chi lavorare e come, è importante che l’artista abbia un po’ di storia dietro così è più semplice, così facendo anche dei comprimari li si riesce a portare a quotazioni di tutto rispetto. Si investe tempo e denaro per creare ricchezza e profitti.

JI: Cosa pensi del mercato dell’arte Italiano?

TG: Vedo nascere sempre più fiere e case d’asta, mi sembra ormai che pur di vendere tutti facciano di tutto, non essendoci più ruoli definiti. Le case d’asta fanno anche da gallerie: organizzano mostre, accettano pagamenti dilazionati, insomma l’asta non è più quel momento in cui si vede quanto vale un artista, ma è un altro punto vendita molto simile a quello che erano le gallerie. Molte di quest’ultime non svolgono più il loro lavoro di far crescere un’artista: a volte pur di riuscire a vendere mettono anche in asta le numerose opere del magazzino, deprezzando le quotazioni dell’artista stesso. Le fiere d’arte diventano ormai in alcuni periodi quasi eventi settimanali, diminuendone così l’importanza e l’interesse. Poi, certo tutti lavorano per guadagnare: uno ha l’opera, l’altro il cliente, e il gioco è fatto. Insomma per fare affari si è tutti amici. Questo è quello che mi dicono alcuni colleghi galleristi Italiani.

TG: In Italia sono presenti anche diverse gallerie d’arte che operano tramite televendite, tu che ne pensi?

JI: E’ un canale come altri per farsi conoscere, spesso hanno opere in conto vendita da altri galleristi, quindi devono ricaricare su le loro spese, hanno anche artisti “di scuderia”. Bisogna vedere cosa propongono e a che prezzi, non mi sembra il mezzo più adatto per proporre opere d’arte di valore. Le opere vanno viste dal vivo nei luoghi adatti: le gallerie, le fiere, le case d’asta. Poi, come ti ho detto qui in Italia tutti mi sembra si arrangino in qualche modo.

TG: E i musei che ruolo hanno nel sistema dell’arte?

JI: I musei riescono a storicizzare e rendere istituzionali alcuni artisti presenti nelle gallerie e nelle aste. Ciò logicamente aiuta il mercato. Da noi negli Stati Uniti ci sono molti musei privati, è una cosa che lentamente avverrà anche in Italia e in Europa. Vedi già alcune Fondazioni come Prada, ed altre che integrano quella mancanza di “offerta culturale” che i musei istituzionali non danno, pensa anche a Pinoult in Francia. Sai, poi a volte ai livelli più alti del mercato può succedere anche che i “mecenati” diventino degli speculatori.

TG: E dei Critici d’arte che ci puoi dire?

JI: Sono utili, servono a dare un risvolto culturale al prodotto artistico. Alcuni sono anche molto preparati, fino agli anni ottanta erano più considerati, ora il mercato e i risultati delle aste hanno sicuramente più forza nel guidare le scelte dei collezionisti. Il valore economico dichiarato e ostentato nelle aste delle opere di un artista diventa uno strumento di persuasione, non occulto, per la maggior parte dei compratori.

TG: Ci hai parlato di collezionisti: chi compra arte? ci puoi dire che caratteristiche hanno?

JI: Il vero collezionista: è quello che con una preparazione adeguata compra quando vede qualcosa di valido al giusto prezzo. Di solito lo trovi tra i liberi professionisti.
Il collezionista patologico: compra qualsiasi cosa pur di comprare e accumula soltanto. Spesso opere di scarso valore sia economico che artistico.
L'affarista: è quello che solo quando vede qualcosa di estremamente vantaggioso allora compra. Poi è pronto a rivendere l’opera appena sale di prezzo. Io lo chiamo: traffichino o trafficone a seconda di quanto scambia/vende/compra in un dato periodo.
Il collezionista modaiolo: compra quando e quello che tutti comprano quasi al prezzo massimo e poi prova a vendere quando un artista non va più di moda e i prezzi sono in caduta.
Il collezionista “non si sa mai”: che compra per diversificare il suo patrimonio, compra qualcosa d’arte perché gli hanno detto che può aumentare di valore, spesso si fida dei consigli dell’amico presunto esperto.
Poi ti darei un ultima categoria: “il collezionista santo”: quello che pur di far felice la moglie, compra quello che lei vuole, anche se sa che non sta facendo la cosa giusta!

TG: Grazie Joe per questa piacevole chiacchierata e buon ritorno a casa negli Stati Uniti.

JI: Grazie anche a te Tony e ai tuoi lettori.

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