domenica 12 giugno 2016

Angelo Valli, un vecchio pittore figurativo, mi racconta un segreto dell'astrattismo

Tempo fa ho incontrato un uomo che sistemava la sua Ford Sierra Cosworth vicino a casa di mia madre, mi sono avvicinato per fargli i complimenti perché di macchine così, ormai se ne vedono poche e abbiamo iniziato a chiacchierare. Salta fuori che questo signore un po' anziano è un artista, allora mi presento anch'io e gli parlo del mio blog. Mi invita a casa sua, ma quel giorno io ero un po' di corsa, così sono andato a trovarlo soltanto venerdì scorso.
Angelo Valli, nato a Lodi il 26 gennaio del 1931, è un pittore che ha frequentato la scuola del Castello Sforzesco negli anni '50 ed ha voluto raccontarmi un po' di cose che ormai sono lontane nel tempo, ma che possono essere ancora di un certo interesse perché, come mi piace ribadire: c'è sempre da imparare da tutti.
Intanto, possiamo dire che i furbetti ci sono sempre stati; oggi c'è chi copia da internet, mentre un tempo bastava avere qualche conoscenza in America per riuscire a capire che cosa accadeva al di là dell'Atlantico e riproporlo, magari con successo, lasciando intendere che si trattava di qualcosa di nuovo.
La Scuola d'Arte Superiore del Castello Sforzesco di Milano ha sempre avuto una propensione all'insegnamento della grafica e delle arti applicate; lo stesso Angelo Valli aveva iniziato a studiare grafica per poi scegliere d'orientarsi sulla pittura ad olio poiché la pubblicità trasmette, forse ancor più dell'arte, stili e modi interpretativi che devono essere attualizzati e resi adatti alla società in cui si vive, oltre che capaci di risvegliare l'attenzione e la curiosità in chi osserva determinate immagini.
Angelo mi ha fatto due grossi regali, mi ha svelato un segreto molto interessante dell'arte figurativa, ma il segreto davvero importante riguarda l'arte astratta. Per sapere se ve li racconterò integralmente non vi resta che leggere l'intervista che gli ho fatto. TG


Angelo Valli, 85 anni, pittore

Tony Graffio: Angelo che cosa ti ricordi della Scuola del Castello? 

Angelo Valli: Nel 1952 ho vinto il terzo premio per un concorso interno che intendeva segnalare i migliori allievi del corso di grafica pubblicitaria. Purtroppo, avrei potuto essere riconosciuto come il migliore, ma i primi due premi sono andati a due miei compagni, figli di grafici che già avevano una loro agenzia pubblicitaria che avevano copiato dei progetti da studi americani. Io, in effetti, qualche sospetto lo avevo avuto perché uno di questi ragazzi una volta faceva un quadro senza alcun senso, né pregio, mentre la volta successiva riusciva a realizzare un quadro bellissimo. Mi chiedevo sempre che cosa potesse essergli successo e poi finalmente l'ho capito: si trattava di un soggetto copiato. In un quadro che ricordo ancora adesso era rappresentata una bella scena sportiva di rugby. 
Dopo due mesi dalla premiazione riescono a scoprire l'inghippo, ma non si è potuto più far niente, il premio era stato assegnato e non c'era modo di revocarlo. Gli insegnanti mi hanno preso da parte, mi hanno fatto molti complimenti, si sono tutti scusati con me, anche l'Architetto Giuseppe Boattini, ma oramai quello che era fatto era fatto e non si poteva cambiare.

 Diploma della Scuola Superiore d'Arte del Castello Sforzesco

La licenza di grafico pubblicitario di Angelo Valli

La pubblicità italiana degli anni '50 ha cambiato totalmente stile.

TG: Alla fine della scuola che cosa hai fatto?

AV: Finita la scuola, intorno al 1953, c'era il direttore di un giornale dalle parti di Corso Sempione con cui ho fatto un colloquio di lavoro, anche se io poi sono andato presso uno studio pubblicitario in via Manzoni, che mi ha detto: "Non apra la cartella (contenente i lavori che aveva fatto a scuola ndTG) perché ormai è cambiato tutto". Io non capisco, ma lui continua il discorso. "Adesso è di moda la donna con il bambino in braccio, non vanno più le opere di Rossetti Gian. I suoi disegni li possiamo guardare per curiosità, ma non vanno bene." Allora c'era questo pittore che faceva i manifesti pubblicitari che si Chiamava Rossetti Gian. Il mio interlocutore riprende a parlarmi: "Adesso facciamo solo le fotografie di mamme con bambini per lanciare qualsiasi prodotto". Resto un po' interdetto e chiedo di parlare con qualcuno ancora più importante di lui, ma mi sento dire le stesse cose, cioè che la pittura non era più interessante per la pubblicità e tutto veniva presentato in un'altra forma espressiva, con altri soggetti. Questo signore mi consiglia di dedicarmi alla pittura artistica ed alla realizzazione di scenografie. Io ho fatto come mi ha consigliato quest'altro direttore e mi sono dedicato alla pittura ad olio. Mi è andata benissimo, vendevo quadri in Giappone, in Inghilterra e un po' ovunque. Mi arrivavano i bonifici in banca quando io nemmeno sapevo come si faceva un bonifico. Ho capito che ero sulla strada giusta, ho lasciato perdere la pubblicità per realizzare un quadro dopo l'altro, vendendoli con facilità.


Milano ai giorni dell'Expo vista da Angelo Valli

TG: Che genere facevi?

AV: Figurativo, ho sempre fatto figurativo ad olio. Mi ero comprato un'automobile americana ed a quei tempi ero uno dei pochi ad andare in giro così. Esponevo direttamente in piazza Duomo o in Corso Buenos Aires, la gente, soprattutto gli stranieri, compravano di tutto. Per un po' è andata alla grande, ma poi ho iniziato a vendere sempre meno. Il gusto stava cambiando. Negli ultimi tempi erano più i soldi che spendevo per esporre che quelli che guadagnavo.

TG: Ti è mai capitato di fare quadri in serie?

AV: No, assolutamente, mai fatti.

TG: All'epoca però c'era chi li faceva, vero?


Venezia vista da Angelo Valli

AV: Te lo spiego in due parole: vado in piazza San Marco a Venezia, vedo un pittore che espone dei quadri e poi mi accorgo che si trattava di un mio compagno della scuola d'arte. Era proprio un mio amico. Ci abbracciamo e mi saluta dicendomi: "Ciao Lino". Mi dice di seguirlo ed io vado con lui in un deposito dove vedo una quindicina di quadri su altrettanti cavalletti. Tutti uguali! Belli, perché non si può dire che non fossero belli, ma quella era la sua attività: prendeva un cartone dove erano segnati dei forellini che facevano da guida ad un disegno di massima; bastava appoggiare questa specie di matrice sulla tela, la si spolverava con una polvere colorata che poi si fissava con un fissatore e questa traccia era d'aiuto nel disegno che poi veniva completato con i colori ad olio. Faceva tutto da solo. Questo è un metodo conosciuto come lo spolvero. 
Il mio amico prima dipingeva la parte bassa del soggetto su tutte le tele, poi quella centrale, ed alla fine il cielo. I quadri risultavano tutti uguali con minimi cambiamenti. In questo modo se a più clienti piaceva lo stesso soggetto, non era un problema accontentarli. Se poi i quadri finivano era il momento di ripetere la serie.
La mia formula era diversa, io andavo bene perché riuscivo a vendere all'estero. Appena mi arrivava un bonifico io spedivo il quadro. Era un sistema sicuro. Ha funzionato abbastanza fino a 5 o 6 anni fa quando in piazza Duomo, a Milano, ho venduto una veduta di Venezia ad un turista straniero. Tutti gli altri pittori mi guardavano come se fossi stata una bestia rara. Effettivamente, stavo svendendo il mio quadro perché anch'io ero stufo di star lì a vendere niente.

TG: A che cifra?

AV: 250 euro. Non dico che ho fatto così per liberarmene, ma stavo già basso col prezzo perché non trattavano nemmeno, se non gli andava bene il prezzo se ne andavano direttamente. Dopo aver venduto il quadro sembravo uno che aveva la peste. Pensa che la tassa comunale per il sabato e la domenica era di 150 euro, alla fine io non ci guadagnavo niente a stare lì in piazza. L'anno dopo eravamo solo in 8 a pagare il suolo pubblico per esporre. Lo stesso ufficio comunale mi ha detto di lasciar perdere perché anche loro avevano delle spese a restare aperti per 8 persone non conveniva.

Angelo Valli ci mostra un suo quadro copiato da Mosé Bianchi

TG: Angelo, tu sei anche un ritrattista?

AV: Sì, faccio molti paesaggi, ma anche ritratti. Adesso ti dirò il segreto per ottenere buoni ritratti. Fare un paesaggio non è mai un problema, anche se i rami di un albero sono diversi non se ne accorge nessuno, puoi comunque ottenere un bel quadro, ma se fai il ritratto ad un bambino deve assomigliare al papà ed alla mamma. Deve essere uno della famiglia, anche se nella realtà può essere un po' diverso. Se non fai così, il tuo ritratto non vale niente. 


Angelo Valli re-interpreta un paesaggio di Albert Bierstadt eliminando gli indiani e le loro tende, ma lasciando un cavallo sulla scena.

TG: I soggetti di solito li trovi tu?

AV: Sì, ma spesso m'ispiro a soggetti già fatti da pittori del passato cambiando qualche particolare che non funziona più. Per esempio, questo l'ho copiato da un quadro di Albert Bierstadt, nell'originale c'erano gli indiani con le loro tende ed i loro cavalli, ma qua da noi avrebbero fatto ridere, così ho mantenuto una scena di montagna eliminando quello che non sarebbe stato apprezzato.

TG: Hai ancora qualche tuo lavoro di grafica pubblicitaria?

AV: Certo, adesso te lo mostro (Prende una cartelletta da sopra un armadio in camera da letto, la apre ed escono disegni che hanno circa 60-65 anni). Vedi questo, si chiama Lello, è un marchio che avevo fatto per Elio Fiorucci. Lui è stato contento e l'ha riprodotto, allora c'erano le prime fotocopie, certo adesso sono cose superate, però questo ti fa capire che cosa facevamo. Avevo anche altre grafiche fatte per la Ricordi, ma adesso non le trovo...


 Fiorucci

Lello

TG: Bellissimo questo disegno con le antenne! Ma c'era già la TV allora?

AV: No, erano i primi anni, ma si voleva far capire il concetto che per ogni casa ci sarebbe stata un'antenna per ricevere il segnale televisivo.


In ogni casa un'antenna televisiva. Questa è l'interpretazione di Angelo Valli nel 1953

TG: Sarà già stato il 1954?

AV Forse prima. Erano i primi tempi della TV sperimentale, sapevamo che di lì a poco sarebbero partite le trasmissioni pubbliche e c'era stato un... Chiamalo concorso, chiamalo come vuoi... Per questo avevamo fatto questi disegni. Vedi questo invece è un quadro di mio cugino, si chiamava Mario Scala, purtroppo è solo una fotocopia. Lui è stato un grande pittore.


Il pescatore di Angelo Valli

TG: Molto bello. E quel quadro del pescatore?

AV: Quello è uno dei miei ultimi quadri.


Dettaglio del pescatore

TG: Ma hai cambiato stile?

AV: No, ho sempre fatto lo stesso genere, ma ad un certo punto sono passato dal pennello che dava un effetto più liscio alla spatola.


Il certificato del 3° premio vinto da Angelo Valli che vale come un primo premio 

TG: Perché?

AV: La spatola ti dà più soddisfazione sei più a contatto con la materia e poi in penombra, con poca luce risaltano meglio le punte di colore, è un effetto diverso, più tridimensionale.


Una grafica stile anni '40 del Gran Premio di Monza disegnata da Angelo Valli.

TG: A me piacciono molto le tue grafiche, perché ti dicevano che non andavano bene?

AV: C'era un po' un flusso diverso, eravamo nel pieno del cambiamento, non volevano più fare le pubblicità come negli anni '30 o '40, si volevano esprimere altri concetti e valori. Adesso invece ti spiegherò qualcosa che ti rimarrà nella mente per sempre. A scuola con me c'era una ragazza sui 30 anni, io ne avevo solo 20, arrivava a scuola in Mercedes ed era di una famiglia ricchissima. Non vedevi nessuno andare in giro in macchina, meno che meno con la Mercedes. Un giorno mi chiama e mi dice d'andare insieme a lei che m'avrebbe fatto vedere la sua tecnica segreta. Mi porta in una cascina, mette una tela molto grande per terra, sul pavimento, sarà stata di circa 170 cm X 3 metri. Aveva delle polveri con delle bacchette. Mette del XXX sopra la tela, intanto parla con me e mi dice: "In un quarto d'ora faccio il quadro". Mi sono detto: "Ellamiseria! Com'è possibile?" Era molto sicura di se stessa, aveva già degli ordini dall'estero e non so per quanto tempo è andata avanti a vendere questi quadri. Distribuisce questa polverina sulla superficie della tela, poi prende un XXX, butta del XXX sulla tela e mi dice: "Angelo, adesso andiamo via!" Si sentiva del rumore e poi c'era un fumo, un odore... Siamo stati un po' al bar, poi quando abbiamo riaperto la cascina il fumo non c'era più, ma c'erano milioni di XXX che tu non riusciresti mai a dipingere a mano. E che colori! Blu qui, rosso là. Era un quadro astratto, ma molto bello nel suo genere. Mi dice: "Io ne faccio due al mese e li spedisco in America. Quando li ricevono mi pagano ed io mi ritrovo il bonifico in banca".

TG: Chi era? Come si chiamava questa artista?

AV: Non mi ricordo, ma faceva anche delle cartoline con su dei bambini bellissimi. Non so se quella forma d'arte l'avesse inventata lei, ma funzionava bene. Mi ha fatto giurare di non dire mai a nessuno questo segreto ed io ho sempre rispettato la mia parola, ma adesso ormai ho quasi 86 anni e sono malato, per questo te l'ho detto...

TG: Tu hai frequentato il Bar Jamaica a Brera negli anni '60?

AV: No.


Il certificato d'autenticità dietro un'opera di Valli




3 commenti:

  1. Grazie per questo bellissimo articolo su Lino. Io ho l'onore di conoscerlo perché sono il marito di sua nipote.
    Tanti aneddoti riportati nel tuo post li ho sentiti tante di quelle volte, perché sai... a lui piace molto parlare e raccontare storie :) Nonostante le conosca a memoria gliele faccio sempre dire fino alla fine senza mai interrompersi, ogni volta che ci vediamo.
    Ti voglio bene Lino.

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  2. Anche io ti voglio bene Lino

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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