sabato 9 gennaio 2016

Il più importante museo della fotografia del mondo è in un capannone a Osio

<Da diversi giorni non dormo perché ho da raccontarvi una storia incredibile> T.G.


La collezione Limonta costituirà il più grande museo di fotografia al mondo
Gianni Limonta con le casse che contengono la sua collezione fotografica pronta a prendere il volo per Shanghai dove verrà inaugurato il più grande ed importante museo fotografico del mondo

Non riesco bene a spiegarmi come sia possibile che sia io il primo a parlare di un caso di grande rilevanza storica ed al tempo stesso molto particolare, anche per le circostanze apparentemente casuali che ne hanno favorito la costituzione e la conservazione in un unico lotto di quella che è forse la raccolta più importante attualmente conosciuta che poi diventerà il contenuto del più grande museo di fotografia del mondo. 
Tutto ha avuto inizio dalla passione per le macchine da ripresa cine-fotografica ed il collezionismo che Gianni Limonta ha condotto per 50 anni, parallelamente alla propria attività professionale di fotografo ad ampio raggio.
Dopo aver letto poco più che un trafiletto su un quotidiano di Bergamo che sembrava voler riportare una notizia di stretto ambito locale, ho capito immediatamente che dovevo saperne di più e contattare il diretto interessato per fissare subito un appuntamento.


<Nella mia collezione la storia della fotografia> G. L.

Questa frase pronunciata da Gianni Limonta ed utilizzata il 28 dicembre del 2006 come titolo ad un'intervista pubblicata dall'Eco di Bergamo potrebbe sembrare un'affermazione buttata lì per impressionare i lettori, ma è la pura verità. La collezione Limonta è di un'importanza fondamentale a livello mondiale, per la storia della fotografia.  Forse solo la fotocamera di Niépce può avere un valore storico e collezionistico superiore a ciò che aveva collezionato il fotografo bergamasco che tuttavia aveva ben più di 100 fotocamere in legno per Dagherrotipia, Talbotipia, Ferrotipia, Ambrotipia eccetera. "Misteriosamente", in Italia nessun ente pubblico o istituzione ha saputo, o voluto, prendere in considerazione questo inestimabile tesoro culturale ed investire su di esso. Si sarebbe potuto costruire un polo fotografico per richiamare un pubblico di studenti, appassionati, storici, ricercatori, collezionisti o semplici turisti e ricavane una miniera di soldi, tra biglietti d'ingresso, gadget, pubblicazioni ed indotto, ma come al solito tutti piangono e nessuno destina dei fondi per la cultura che possano dare un ritorno non soltanto di prestigio, ma anche economico. Nell'articolo di 10 anni fa, Limonta già esprimeva il desiderio per la realizzazione del più importante museo della fotografia del mondo. Il suo sogno si avvererà grazie all'intelligenza ed alla competenza di un ricco industriale cinese.

Recupero il numero di telefono del negozio dove era esposta la collezione di fotocamere storiche, nella speranza di trovare ancora qualcosa da vedere e da fotografare, oltre che il collezionista che m'illustrasse esattamente pezzi ed aneddoti relativi al loro ritrovamento.
La prima telefonata va a vuoto, ma non mi do per vinto e più tardi riprovo a chiamare un numero di telefono individuato su internet.
03525... Compongo l'intero numero ed attendo. Finalmente mi risponde una voce maschile, spero di aver in linea il titolare e lo saluto. Mi presento ed inizio a chiedere alcune cose a Gianni che mi fa capire d'essere molto cauto nel rivelare informazioni a chi non conosce, vado subito al dunque: <Posso venire a trovarti domani?>. La risposta è affermativa, ma non mi viene data nessun'altra risposta alle domande che avevo posto. 
Al telefono non ottengo nulla, nemmeno un numero di cellulare a cui potermi aggrappare in caso di necessità. Sento che è un po' rischioso andare a trovare una persona che forse non è tanto ansiosa d'incontrarmi e che s'è rifiutata di darmi un riferimento più sicuro per poterla reperire anche al di fuori degli orari d'apertura del negozio. Che cosa mi conviene fare? E' lunedì 4 gennaio, molti non hanno neppure riaperto per prolungare le vacanze dell'Epifania, è un ponte festivo abbastanza lungo. Non riesco a pensare ad altro, devo trovare Gianni Limonta e parlargli di persona.
Decido di rischiare, do un'occhiata agli orari dei treni del giorno dopo e nonostante avrò terminato di lavorare dopo le 24, alle 6 e 30 del mattino di martedì mi fiondo alla Stazione di Porta Garibaldi per prendere il treno che mi lascerà poi a circa un chilometro da via dello Statuto.
Arrivo a Bergamo piuttosto presto, fa molto freddo, la temperatura è di circa zero gradi e cadono delle micro-gocce ghiacciate: non si capisce se siano pioggia o fiocchi di neve. Ho tempo per camminare e pensare a che cosa fare nel caso non trovassi il mio uomo. Vedo da un manifesto lungo la strada che la mostra di Malevič resterà aperta fino al 17 gennaio e mi ricordo che mi era stata consigliata da Giulio Giorello. Nel caso mi andasse male col collezionista vorrà dire che visiterò il GAMEC.


Sono appena arrivato davanti all'ingresso del fotostudiogianni, a Bergamo, ma riconosco il titolare impegnato a chiacchierare con due amici. Nonostante la luce scarsa dell'aurora, non posso fare a meno di notare la scritta bianca su sfondo rosso: "Compro e vendo macchine fotografiche antiche /vecchie" 

Verso le 8,30 sono già in via dello Statuto al 16; fuori dal “Foto Studio Gianni” vedo tre uomini che parlano, uno di loro ha i capelli bianchi e non sembra sentire il freddo, sotto un cardigan con i bottoni slacciati, intuisco che costui debba essere il proprietario del negozio e lo saluto come se fossimo già amici perché capisco che un uomo di questo tipo va preso un po' di petto per non farmi schiacciare dalla sua personalità. Gianni, senza avermi mai visto prima, capisce al volo chi sono, contraccambia il mio saluto e mi fa segno d'attendere un attimo. Vado in un bar a fianco al Fotostudio e dopo qualche minuto che mi trovo lì, entra Gianni e mi apostrofa con una battuta spiritosa, tipico atteggiamento di chi è molto sicuro di sé e vuole mettere alla prova il suo interlocutore. Sto al gioco e mi rendo conto che Gianni è comunque una persona autentica e spontanea. La cosa mi piace ed in breve entriamo già in argomento parlando di quello che forse è l'unico museo della fotografia di un certo livello in Italia. A questo proposito Gianni spara di getto la sua sentenza.

<Se tu pensi che il più grande museo della fotografia in Italia è quello di Brescia capisci tante cose> G.L.

Devo ancora capire bene con chi ho a che fare, non so se Gianni è solo uno sbruffone o ha dei pezzi veramente notevoli da farmi vedere. In quest'ultimo caso, mi troverei di fronte a qualcosa molto più importante di quello che mi sarei aspettato. Possibile che se fosse così nessuno, prima di me, abbia colto l'entità ed il valore di questa notizia?
Come ha fatto questo fotografo di Bergamo a tenere nascosti i suoi tesori a tutti per 50 anni?
Gianni mi dice che quando ha portato Vincent (anche se non capisco ancora chi sia questo Vincent, faccio finta di sapere di chi mi stia parlando) a Brescia, dopo poco che i due erano entrati nel Museo Nazionale della Fotografia il cinese gli ha detto: <Andiamo, andiamo!>. Forse si aspettavano qualcosa di meglio? Ricordo che la Fotomitragliatrice Zeiss Ikon è un pezzo unico al mondo che da solo potrebbe valere milioni di euro. Sembra che ne abbiano prodotti pochissimi pezzi in modo artigianale e che un operaio bresciano, che lavorava a Dresda, alla fine della guerra, sia riuscito a trafugarla per portarsela a casa.
A questo punto, forse è meglio mettere un po' d'ordine in questa storia e dire che Gianni Limonta nasce il 6 agosto 1944, suo padre era a capo della sezione Rogge e Fognature del Comune di Bergamo, ma nel 1958 viene a mancare. Essendo un uomo stimato da tutti, il Sindaco che conosceva la situazione familiare della famiglia Limonta, chiede ad una ditta esterna che lavorava per il Comune d'assumere il giovanissimo Gianni che s'affaccia così nel mondo del lavoro con uno stipendio di tutto rispetto, per svolgere una mansione piuttosto semplice (Dice di aver ricevuto 35000 lire al mese per rispondere al telefono).
Pochi mesi dopo, però, un siciliano che abitava vicino a dove risiedeva la famiglia Limonta propone al ragazzo di andare a lavorare presso la sua ditta. Subito Gianni s'informa per sapere che cosa avrebbe dovuto fare. Quando gli viene detto che la proposta era per un posto da fotografo, Gianni non capisce più niente ed accetta, senza nemmeno preoccuparsi dello stipendio. Inizia a lavorare in un laboratorio fotografico, la Color Service, non parla di questa sua scelta a nessuno, né alla propria madre e neppure ai suoi 5 fratelli.
A fine mese però, quando viene pagato, Gianni si ritrova in tasca solo 13000 lire, meno della metà di quanto guadagnava prima. Una volta consegnati i soldi in casa, la madre capisce che c'è qualcosa che non va e dopo aver ascoltato le giustificazioni del figlio, gli intima d'andarsene di casa. Dopo due anni la Color Service costruisce il laboratorio di sviluppo e stampa a colori più grande d'Italia e Gianni diventa capo reparto. A 20 anni, ancora minorenne, apre un negozio in via dello Statuto a Bergamo, luogo dove egli svolge parte della sua attività. Lo scorso novembre 2015 Gianni Limonta ha festeggiato il 50° anno da piccolo imprenditore e fotografo indipendente. O come dice lui: 50 anni di marciapiede. Fino a due anni fa questa piccola impresa impiegava, oltre a Gianni, 8 dipendenti. Gianni ha sempre svolto commissioni industriali, lavorando per multinazionali americane e francesi, oltre che italiane. In più, egli si prendeva alcuni mesi all'anno per viaggiare per il mondo, fare riprese fotografiche e portare a compimento i suoi progetti che hanno dato origine a decine di libri fotografici pubblicati da Mondadori.
Limonta inizia a collezionare macchine fotografiche, grazie al cognato che circa 50 anni fa, quando il negozio aveva appena aperto, gli regalò una fotocamera folding 6X9 del 1915. Questa fotocamera a soffietto non era di grande valore, ma ebbe il pregio di solleticare la voglia di conoscere del giovane fotografo e di possedere altri apparecchi fotografici, ancora più vecchi.
Gianni col passare del tempo diventa sempre più esperto e fino a qualche anno fa, quando ancora Christie's batteva le rarità fotografiche, si recava almeno una volta al mese a Londra per comprare ciò che gli mancava, non solo frequentava le aste inglesi, capitava anche che egli si recasse a Parigi, o a New York per gli stessi motivi.
Gianni ha visitato tutto il mondo per fotografare luoghi sperduti da cui trarre le immagini per le sue numerose pubblicazioni editoriali. Contrariamente a quello che si possa pensare dice di non voler apparire troppo e di evitare la pubblicità, è anche un po' riluttante a voler riconoscere il proprio successo professionale ed economico.
Limonta riconosce che la propria fortuna a livello collezionistico sia stata proprio d'aver iniziato tanti anni fa quando ancora era possibile trovare pezzi rari ed a buon prezzo, se non regalati. Per certe acquisizioni, non si puo' nemmeno dire che ci sia stato un controvalore economico, per alcune macchine fotografiche era sufficiente offrire ai proprietari due “rotolini di film” e l'affare era fatto.


La prima fotocamera 35 mm reflex
Gomz Sport - Cnopm (1936) - La prima fotocamera reflex 24X36 era russa

Adesso, per iniziare una collezione bisogna essere milionari, nell'epoca di internet in giro non ci sono più clienti sprovveduti, mentre nell'epoca d'oro del collezionismo fotografico c'erano solo i libri e le aste. I non addetti ai lavori nemmeno s'immaginavano che cosa avevano tra le mani.
A Gianni, nella vita sembra che sia andato tutto bene: partito da una famiglia di umili origini, grazie ad un indole particolarmente combattiva ed intraprendente si fa largo nel mondo, è simpatico, di successo, piace alle donne e adesso vive in una casa del 1500 che era diventata troppo caotica per il fatto che c'erano fotocamere di grandissimo pregio ovunque, anche nel pollaio (Ovviamente, non buttate lì, ma conservate e protette con la massima cura. Avevo promesso di non svelare questo dettaglio, ma non ho potuto fare a meno di rivelarlo perché questo è uno degli aspetti assurdi di questa strana storia).
Prima d'entrare in negozio, in vetrina vedo già una gran quantità di materiale interessante, ci sono un paio di fotocamere stereoscopiche di legno di fine '800 che mi fanno capire che sono capitato nel posto giusto. Chiedendo conferma al padrone di casa sull'utilizzo e l'origine dei pezzi vengo immediatamente sbeffeggiato: <Che domande mi fai? Certo che sono stereo, se non lo sai sei proprio ignorante...>. Gianni è fatto così, è un tipo genuino e molto espressivo, ti dice quello che pensa e difficilmente potrebbe raccontarti una cosa per un'altra.


Gioia Proiettore Ducati sonoro 16mm sonoro a valvole di colore verde acido


Ducati Gioia anni '50

Appena entrato in negozio, la prima cosa che vedo è un proiettore cinematografico sonoro 16mm degli anni '50 della Ducati di un colore verde acido: un pezzo da 90, come lo definisce Gianni. Mi giro e vedo una bella reflex biottica fatta a Milano, la vorrei anch'io...
Ma se la vai a prendere, ammesso di trovarla, ti può costare sicuramente oltre i 2000 euro perché è un pezzo da battitura d'asta. Quello che determina il prezzo, come sempre, sono il grado di rarità e lo stato di conservazione. Per esempio, una Leica IIIC può costare 3-400 euro, ma se ne si dovesse trovarne una (esageriamo) imballata, in un cassetto, diventerebbe automaticamente un piccolo tesoro. Sempre in tema Leica, ho recentemente saputo che è in Italia che si trova il più grande collezionista al mondo di questa marca, con tutti i pezzi in suo possesso rigorosamente ancora vergini.
Adesso, vi voglio riportare quanto mi ha detto Gianni Limonta nell'intervista che mi ha rilasciato in esclusiva, portandomi nel suo ufficio. Tony Graffio


Fairchild Aircraft K17c 1951

Tony Graffio: Gianni parlami dei tuoi pezzi più belli, quali sono? E soprattutto, sono ancora tuoi? Sono fisicamente in tuo possesso, oppure li hai venduti? Sai dove si trovano o sono stati dimenticati da qualche parte? 

Gianni Limonta: (Ride) No, non li ho più io, guarda questa fotografia, vedi dove sono? Sono dentro ad una serie di cassoni di legno, imballati e pronti a partire per Shanghai. Otto tonnellate di merce, per un volume che puoi facilmente giudicare tu, ma guarda che dietro a questi cassoni ce ne sono altrettanti... Potrei farti un lungo elenco soltanto dei pezzi unici, ti basti sapere che ho la macchina fotografica di Vittorio Emanuele III di Savoia, anche se non era niente di speciale, una Zeiss comunissima...

TG: E come facciamo a sapere che era proprio la sua?

GL: Perché ce l'ho io con le fotografie sue, di sua moglie eccetera eccetera... (Nel frattempo mi mostra un mazzo di fotografie dei suoi pezzi dove ad occhio e croce ci saranno alcune centinaia di fotocamere). Ho una macchina fotografica aerea agli infrarossi che pesa 33 Kg della quale esistono solo due esemplari al mondo. Uno è di proprietà del Governo degli USA e l'altro ce l'ho io, beh, insomma, era il mio... Una fotocamera speciale che hanno usato durante la Guerra di Corea. Poi, avevo le prime cineprese sonore al mondo, le Orafon, costruite da un ingegnere bergamasco. (Mi mostra la fotografia). Questa l'ho venduta, le altre le ho regalate, re-ga-la-te (lo dice scandendo bene le sillabe) al Museo del Cinema di Torino. Le ho date a Marco Antonetto...


Microcine Orafon 16mm con magazzino da 60 m (1952)

La prima cinepresa sonora capace d'effettuare anche riprese audio professionali era italiana. Costruita ufficialmente in circa 100 esemplari, di cui 48 che furono venduti negli USA, dall'ingegner Remuzzi di Bergamo. La Orafon permetteva di effettuare la ripresa con una o due pellicole per registrare l'audio direttamente in macchina su colonna ottica a densità variabile, oppure in fase di doppiaggio (in questo caso si utilizzavano 2 pellicole, una per l'immagine, l'altra per la pista audio separata). Era una cinepresa molto costosa, in versione sonora il prezzo era di 946000 Lire. Esisteva anche una versione muta ad un prezzo di 162000 Lire Gianni Limonta aveva due di queste cineprese a passo ridotto , acquistate dalle nipoti dell'ingegnere che le ha progettate, una Orafon l'ha donata al Museo del Cinema di Torino.

TG: Allora le hanno volute... Tanti dicono che anche regalare le cose di valore e le opere d'arte non è facile e se proponi una collezione a qualche istituzione, ti senti ridere in faccia.

GL: Nel caso di Marco Antonetto no, ci conosciamo bene, sai chi è vero? E' un industriale che ha prodotto anche il famoso digestivo Antonetto ed inoltre è stato direttore del Museo del Cinema di Torino. Una l'ho regalata a loro perché ne avevo altre. Sempre restando in campo cinematografico, ho questa Robot particolarissima (mi mostra un'altra fotografia) fatta costruire su richiesta della Pirelli con un magazzino che può caricare pellicola cinematografica e riprendere filmati a 24 fotogrammi al secondo. Si tratta di una fotocamera trasformata in cinepresa.


Robot Record 24

TG: Credo che esista qualche altra Robot per riprese cinematografiche, ma con il motore elettrico, mentre la tua cinepresa con motore a molla potrebbe essere un prototipo. Così per tanti anni sei andato a caccia di fotocamere in giro per il mondo?

GL: Sì, ma la maggior parte le ho trovate proprio qui, a Bergamo, me le portavano i clienti. (mi mostra un'altra fotografia) Questa Debrie è un'altra rarità, l'ho presa a Londra.

TG: Vuoi dirmi che non era poi così difficile trovare dei pezzi rari qui a Bergamo?


GL: Voglio raccontarti questa storia. Finita la guerra, c'era un ex-militare tedesco, non chiedermi in che arma avesse servito, o dove avesse combattuto, non te lo so dire, era un nazista e diceva di chiamarsi Schmidt. Si era fermato qui a Bergamo per ragioni sue e aveva iniziato a lavorare come fotoriparatore. Quando l'ho conosciuto io aveva già una certa età, era molto bravo ed io gli passavo parecchio lavoro. Un giorno, avendo saputo che io avevo iniziato a collezionare macchine fotografiche Schmidt viene da me. E' una cosa particolare, ti prego di credermi. Mi porta delle macchine fotografiche avvolte in un giornale e mi dice - <Sono macchine fotografiche. Te le regalo.> Sai che cos'erano?


TG: Contax?


GL: Ma vaff... (Pausa) Vedi che tu non te ne intendi?  Erano 3 Leica con il caricatore da 250 fotogrammi da 20 milioni di lire l'una! (Pausa) Mi ha regalato 60 milioni di lire. Perché me le ha regalate? Perché non sapeva il loro valore, ecco perché.


TG: Non è possibile che non sapesse d'avere dei pezzi tanto preziosi. Ce ne sono pochissimi in giro.


GL: Me le ha regalate tutte e tre. Ho fatto l'indifferente e gli ho detto: ah grazie. Adesso valgono dai 15 ai 20000 euro, l'una.


TG: 40 anni fa ti hanno fatto questo regalo? Ed hai infilato anche queste nel lotto che hai venduto?


GL: Sì, sì.



Mars 1893 Detective Camera in mogano con lastre a caduta per effettuare più scatti.
La targhetta Guy De Coral & Co. si riferisce al produttore dell'obiettivo.

TG: Ma alla fine questo Vincent quanto ti ha dato di tutta la tua collezione?


GL: Non mi ricordo...


TG: Forse l'ex-nazista voleva sdebitarsi per il fatto che tu gli passavi tutto quel lavoro che lo aveva fatto vivere...



Lamberti Garbagnati 18X24 1900

GL: Tu non hai capito niente. La gente non si rendeva conto. Tutti quelli che mi portavano le macchine di legno e mi dicevano: che cosa me ne faccio? Non ci sono più le lastre, non si può più usare. Solo adesso che vanno a vedere su Google sanno tutto meglio di me, anche la vecchietta di 80 anni quando viene a portarmi la Comet. Io ho avuto la fortuna d'arrivare a 3000 pezzi, non perché fossi milionario, ma perché la gente non capiva niente. Il tedesco non sapeva che le sue Leica valevano una fortuna, non lo sapeva, come tutti gli altri. Io in realtà ho 4000 macchine, ma 1000 me le tengo. Adesso anche se tu fossi miliardario, dove vai a prendere certe macchine? E' impossibile.

TG: Hai avuto praticamente tutto, o c'era qualcosa che cercavi perché ti mancava?

GL: Figurati, ce n'erano di macchine che avrei voluto avere... Le cifre però erano già diventate astronomiche, fuori dalla mia portata.

TG: Che cosa ti appassionava di più?

GL: Questa è una domanda ovvia. Cercavo le fotocamere di legno, le primissime insomma, quelle con cui è stata fatta la storia della fotografia. Le fotocamere artigianali, non quelle industriali. Sai che dopo il 1915 la Eastman Kodak ha iniziato a costruire le folding a livello industriale. Io cercavo i pezzi unici, anche da studio, la Garbagnati, la Lamberti, eccetera, quelle sono le macchine più ricercate, anche perché non ne esistono due esemplari uguali. Questa è la cosa che più mi ha impressionato.

TG: Parlando d'artigiani dei nostri giorni, Gibellini sai chi è? Lo conosci?

GL: Certo.

TG: Cosa pensi di lui? Ti sembra che faccia dei bei lavori?

GL: Certo, guarda che le macchine fotografiche italiane, incredibilmente, perché ce ne sono poche, sono sempre state le più richieste al mondo. In Italia, molti collezionisti raccolgono solo macchine italiane perché sono pregiatissime e valgono moltissimo, proprio perché ce n'erano poche ed erano fatte benissimo.

TG: Quindi tu hai acquistato i tuoi pezzi principalmente in Italia?

GL: Sì, in Italia. Pezzi di un certo valore magari li ho trovati all'estero, ma come quantità, principalmente in Italia.


Visore stereo Taxiphote 1915

TG: Sei mai stato a Bièvre?

GL: No. So come vanno le cose lì, ma non ci sono mai stato.

TG: Come mai ti è venuta quest'idea di vendere?

GL: Per problemi di spazio, per ragioni d'età e per il fatto che non ho eredi. Non è che posso dire ho venti macchine regalo tutto a mio nipote o ad un amico o al primo che passa. Cosa ne fai di tutta quella roba lì? Intanto ci vuole uno spazio enorme e adatto, per conservare il tutto al meglio. Io tenevo quasi tutto in casa mia in sistemi anti-polvere, anti-umidità e anti-tutto, ti faccio vedere...


I documenti che autorizzano l'esportazione della Collezione Limonta sono stati approvati da Emanuela Daffra direttrice dei Servizi Educativi e dell'Ufficio Esportazione dei Beni Culturali della Sopraintendenza di Brera
(Sotto la borsa gialla Nikon)

TG: L'idea di fare un museo ti ha mai sfiorato?

GL: Fare un museo per me era impossibile.

TG: Hai contattato le istituzioni per proporre qualcosa del genere?

GL: Sì, le ho contattate, ma non c'è stato niente da fare.

TG: Chi hai contattato?

GL: Il Comune, il Presidente della Provincia, l'Università e tutti i grossi industriali della zona.

TG: Ti avrebbero pagato qualcosa, o non volevano la tua collezione nemmeno in regalo?

GL: Neanche in regalo.

TG: Perché per loro sarebbe diventato un costo?

GL: Bravissimo!

TG: Gianni, scusami se insisto...

GL: Insisti, non c'è problema!

TG: Quando hai iniziato a fare questa proposta?

GL: Due anni fa. (Chiama un suo dipendente per averne conferma perché talvolta ha dei dubbi sulle date).

TG: Come hai fatto a trovare un compratore? Hai fatto un annuncio? Nell'ambiente ti conoscevano?

GL: Noooo!

TG: E allora come ti è arrivata questa proposta da Shanghai?

GL: Per combinazione. Una sera ero insieme ad un carissimo amico che ringrazio ancora adesso. Si tratta di un grosso dirigente di un'azienda chimica italiana che ha contatti con la Cina ed ha un dipendente cinese che cura gli interessi in Cina. Eravamo a casa mia ed era presente anche questo cinese. Parlavamo del più e del meno, poi a tavola capita anche di bere un po' e di dire delle grandi cavolate... Così, ti giuro, come se fosse una battuta, mi è capitato di dire: tu che conosci tanti industriali cinesi, non conosci qualcuno che vuole la mia collezione? Mi ha chiesto quanto volevo ed io ho buttato lì una cifra. Dopo due mesi ricevo una telefonata... (Batte le mani per farmi capire che ha concluso in un attimo).

TG: E la tua cifra andava bene?

GL: Non ho sentito.... (Fa l'indiano)

TG: Non c'è stata nemmeno un po' di trattativa?

GL: Assolutamente no, nemmeno un centesimo di euro.

TG: Quindi gli avevi fatto una buona offerta?

GL: Non ho sentito...

Continuo a fare supposizioni per qualche minuto, Gianni gentilmente, ma in maniera irremovibile, rimane totalmente evasivo. La mia idea è che egli ne abbia tratto un buon guadagno, ma non posso affermare questa cosa con certezza, anche se la sua espressione è piuttosto soddisfatta.

TG: Ti dispiace distaccarti dalle tue macchine fotografiche?

GL: Certo!

TG: Son pur sempre 8 tonnellate della tua vita che se ne vanno: 3000 pezzi, o no?

GL: Sì, è vero, un bel pezzo della mia vita! Macchine d'oro, di platino, edizioni speciali, Leica, di tutto!

TG: 3000 pezzi in un blocco unico?

GL: Certo! (Abbassa la voce e mi fa un segno per avvicinarmi a lui) E senza nemmeno che il compratore le vedesse... Incredibile!

TG: Senza vederle?

GL: Ma questo non dirlo perché non ci crederà nessuno... Sai che quando lo dico ai miei amici non ci credono nemmeno loro?

TG: Almeno questo compratore l'hai conosciuto?

GL: Dopo! (Pausa) Non le ha viste nemmeno in fotografia!

Lo guardo con aria molto interrogativa. Con me avevo un testimone che rimane altrettanto esterrefatto... Gianni deve aver intuito il nostro stato d'animo perché dopo aggiunge altre spiegazioni.

GL: C'è un motivo...

TG: Spero bene perché in effetti questa è una storia già abbastanza strana, anche senza dover aggiungere questi particolari.

GL: Allora, te lo spiego brevissimamente (intanto continua a sfogliare il mazzo delle fotografie che ormai sono il feticcio della sua collezione), ti faccio rivedere la fotografia del container... E' giusto, altrimenti cosa puoi capire?

TG: E' in queste casse tutta la tua collezione?

GL: Sei file di queste casse riempiono 12 container.

TG: Partirà tutto via nave?

GL: No, il carico viaggerà per via aerea, per evitare l'umidità, la salsedine ed altri agenti di disturbo per i materiali con cui sono state costruite le fotocamere.

TG: Adesso dimmi per favore, com'è possibile vendere tutto senza che il compratore controlli la merce?

GL: Va bene. Queste macchine fotografiche le ho vendute lo scorso 24/25 agosto, circa 4 mesi fa, anche questa è una bella storia, ma in realtà questo lotto l'avevo già venduto un anno e mezzo prima ad una donna che dicono sia una delle 5 o 10 persone più potenti della Cina. Lei le ha viste, è stata a casa mia, le sono piaciute e le ha volute. Prima di tornare in Cina mi ha chiesto di preparare tutto per la spedizione, ed io che cosa ho fatto? Le ho imballate e le ho fatte portare dallo spedizioniere. Passano i mesi ed io non so più niente di questa donna che chiameremo Cristina, perché come sai, i cinesi si danno un nome occidentale quando hanno rapporti commerciali con l'Occidente. Lei aveva preso proprio un nome italiano. Due mesi e non ricevo risposta, tre mesi e non ricevo risposta, non so più niente di questa donna. Ad un'ultima email inviatale per sapere quando spedire i container, ho avuto indicazioni per le quali mi sarebbe arrivata una risposta, a breve. Ricevo un'email dove c'era scritto che Cristina non voleva più la mia collezione per motivi di salute. Questa donna era gravemente malata. Cristina poi mi ha scritto personalmente una lettera commovente spiegandomi la sua situazione ed anche altre cose (che TG ha promesso di non divulgare). Passano i mesi, ma non mi sono sentito di spostare il carico dal capannone del corriere e tutto rimane ad Osio. Per un'altra combinazione, lo stesso cinese che ha a che fare con l'industria chimica del mio caro amico è a cena con alcuni industriali. Oltre a lui, sono presenti la Cristina e accanto a lei un altro industriale cinese che chiameremo Vincent. Quella sera, parlando di varie cose che li riguardavano, parlano della mia collezione e Vincent afferma di voler comprare tutto il mio materiale. Il cinese che fa da intermediario lo mette in contatto con me ed io riesco a vendere la mia collezione senza nemmeno fargli vedere quello che comprava. Naturalmente, Cristina sapeva cosa aveva precedentemente visionato e ne aveva parlato con Vincent, lui s'era fidato della sua amica e di me.

TG: Questo Vincent ha proceduto all'acquisto per se stesso? O per creare un museo?

GL: Vincent ha detto di essere in debito col Comune di Shanghai, per questo motivo ha intenzione di ampliare il museo già esistente in quella città.

TG: Era un progetto già in corso, oppure è stata un'idea di Vincent?

GL: No, questa è stata un'idea di Vincent, anche se non è ancora ben chiaro come verrà messa in pratica.

TG: Che cosa potrebbe accadere a Shanghai secondo te?

GL: A Shanghai sono in dubbio sul da farsi, o meglio, Vincent deve decidere perché è lui il proprietario della collezione ed è lui che darà i soldi per il museo. Io penso che la strada più percorribile sarà quella dell'ampliamento del museo, anche perché si tratta di una struttura abbastanza nuova e ricca di tecnologia, luci, atmosfere eccetera, ma con un contenuto storico fotografico che non è il massimo. Cosa di cui sono consapevoli loro stessi. Adesso che è stata fatta questa acquisizione però, non è detto che non si faccia qualcosa di diverso. In ogni caso si prevede d'ampliare tutto con una scuola di fotografia, una scuola di cinematografia, una scuola di grafica, una sala convegni, una sala di proiezione, una sala per le mostre... Ma potrebbero perfino decidere di ricostruire tutto ex-novo.

TG: Diventerebbe un luogo di grande rilevanza internazionale...

GL: Certo! E' questo che mi ha soddisfatto di aver fatto questa scelta e mi ha convinto a distaccarmi dalle mie cose. Sono contento che sia andata così.

TG: In più, tu avrai una bella carica all'interno di questo progetto...

GL: Sarò il presidente onorario e la collezione conserverà il mio nome...

TG: E' una bella storia.

GL: Sì, anche per Cristina le cose sembra che stiano andando bene, dopo che è stata ospite a casa mia è rimasta in Europa per farsi curare.

TG: Gianni, se puoi dirmelo, mi piacerebbe sapere quando avverrà la spedizione, è già stata definita una data?


GL: No, non ancora, dovrebbero partire presto, ma che i container restino qui un mese, un anno, o due per me non ha importanza, cerca di capire, quando sarà pronto il museo se ne riparlerà.


TG: Non si rovinano le macchine a stare ferme in deposito?


GL: No, tutto è conservato in un ambiente stupendo in un capannone a Osio, qui vicino.


TG: Tua moglie sarà stata felice quando gli hai liberato la casa da tutto il tuo materiale, vero?


GL: Sì, hai ragione, (cambia un po' espressione ed ha un sorriso un po' amaro) se vuoi te lo faccio dire da lei... avevo roba dappertutto, anche in garage.


TG: E' una cosa normale, tutti usano il garage come magazzino.


GL: Sarà anche normale... Ma vallo a dire a mia moglie.


TG: Invece, di te come fotografo che cosa possiamo dire? Ti sei specializzato in qualcosa? Che cosa ti piace fotografare?


GL: Io penso d'essere uno dei pochi fotografi al mondo che possono essere definiti polivalenti. Sono un polifotografo.


TG: Polifotografo? Dalla fotografia aerea, alla subacquea? Io ho lavorato per un documentarista che faceva il parasub...


GL: Io non ho solo questo studio eh! Io ho anche un altro spazio di 350 mq. Ho un limbo fisso di gesso come penso ce ne siano pochi in Italia di m 7 X 3,5. Ho lavorato a livello industriale, di reportage...


TG: Ed hai viaggiato nel mondo per passione?


GL: Sì e logicamente univo l'utile al dilettevole facendo fotografie stupende nei luoghi più belli. Ho iniziato subito a viaggiare, fin da quando avevo 21 anni, poi facendo viaggi più lunghi e stando via più tempo, ho abbinato lo svago al lavoro. Minimo stavo in viaggio un mese o due all'anno. Ho fotografato tutto, come hai visto nel mio libro dalla Libia alla Siria. Solo in quei paesi, ci sono tornato almeno 20 volte per fare un buon lavoro.


TG: Stai continuando a lavorare adesso?


GL: Sì, molto meno, anzi molto, ma molto meno, non io: tutti. Perché il digitale ha distrutto tutto.


TG: Ha tolto professionalità?


GL: Indubbiamente, ma principalmente il digitale ha ucciso il mercato, adesso tutti sono fotografi e per lavorare basta calare le mutande... Io grazie a Dio, alla mia età, questo non lo faccio: se non mi dai quello che ti chiedo, vai da un'altra parte. Sai, una volta lavorava chi era bravo, adesso lavora chi costa poco. Questa è una cruda verità. Io ho perso molti lavori industriali di ditte grosse, pur essendo tutt'ora amico dei proprietari anche se l'ultima volta mi hanno chiamato, non era per fare il servizio fotografico, ma per allestire una piccola sala di posa da far utilizzare al primo impiegato che capita. Questo è capitato anche alla B.B. la più grande industria del mondo. Lasciamo perdere quello che io fatturavo con loro, adesso io ho allestito per loro (ride), una beffa vero? Uno studio tutto loro, a mio danno. Non importa se mancano le luci, se è tutto storto, o se ci sono altri problemi, tanto con Photoshop poi correggono quasi tutto. Sai benissimo, tu che vieni da Milano, che moltissimi fotografi e addirittura gli studi hanno chiuso... Ma non gli ultimi arrivati, anche studi molto importanti e di una certa levatura sono rimasti senza lavoro. Uno studio serio poi dev'essere grande per lavorare, ma senza lavoro non riesce a sostenersi e neppure a pareggiare le spese. La moda non c'è più, l'industria non lavora.

Poi, saranno successe tante cose ad influenzare il mercato, l'arrivo dei russi e dei cinesi che hanno comprato tutto, ma fondamentalmente la colpa è del digitale. Ti faccio un esempio, io ero molto, ma molto amico di Trussardi, oltre ad essere un mio cliente, noi abbiamo fatto dei libri insieme, avevamo un ottimo rapporto. Dopo che Nicola è mancato s'è occupato dell'azienda il figlio. Una sera eravamo a cena insieme e gli chiedo come mai da un po' di tempo non mi chiamavano più. Sai che cosa mi ha risposto Francesco, il figlio di Nicola, adesso scomparso anche lui?

TG: ...


GL: - <La colpa è tua Gianni>. Ho pensato d'aver sbagliato qualcosa, però è strano perché loro, da bergamaschi, me l'avrebbero detto in faccia... - <Ti ricordi quando hai regalato la fotocamera digitale alla mamma?>. Ah, da lì ho capito. Dodici o tredici anni fa avevo regalato una delle più belle reflex in circolazione a Maria Luisa Gavazzeni. Lascia perdere che le ditte invece di 100 adesso spendono 10, la causa principale del disastro del settore fotografico è stato l'avvento della tecnologia digitale. Tutte le fotografie digitali dei più grandi fotografi del mondo sono artefatte. Guarda il Calendario Pirelli, ogni immagine è ritoccata, elaborata, modificata, quello che ti dico te lo posso assicurare con matematica e assoluta sicurezza. Figurati che conosco anche il budget e tutto quello che spendono.


TG: In linea di massima potrei anche essere d'accordo con te su questi argomenti, ma a livello di qualità e definizione, il digitale fa paura, non trovi? Pensa anche alla stampa tipografica di 50 anni fa e a come vengono stampate le riviste oggi... E' vero che non le compra più nessuno, ma le immagini a colori sono stupende, non credi?


GL: Sì, è vero, adesso la qualità è molto alta, escluso il bianco e nero però. Scusa l'immodestia, io faccio il fotografo, ma tra il bianco e nero analogico e quello digitale, puoi chiudermi anche tutti e due gli occhi ed io li so distinguere. Nel colore è diverso.


TG: Beh, la grana aiuta molto a capire che cosa è stato fotografato con la pellicola...


GL: Sì, vero, ma non è solo la grana.


TG: Mi sembra di capire che per il bianco e nero preferisci la pellicola...


GL: Io in bianco e nero continuo ad usare solo la pellicola, certo. I miei lavori personali sono tutti fotografati con la pellicola, anche a colori. Per i lavori su commissione, se non li fai in digitale ti cacciano.


TG: Sinceramente, la qualità del digitale stupisce anche me, ma per il bianco e nero sono d'accordo, è meglio la pellicola.


GL: Certo, negli ultimi anni ci sono stati grandi progressi, ma è un'immagine diversa. Io ho un bell'archivio e se devo ristampare un vecchio negativo di 20 o 30 anni fa, ti confesso che lo faccio digitalizzare per ristamparlo con una stampante a getto d'inchiostro; almeno posso correggere graffi ed altri problemi di vecchiaia, ma l'immagine è diversa, non c'è niente da fare.


TG: Cosa pensi del fatto che molti fotografi si stiano convertendo in stampatori?


GL: No, ci sono tanti fotografi perché col digitale sono tutti fotografi ed ogni giorno ne nascono come i funghi... Per forza, adesso è facile!


TG: Io volevo arrivare a dire che tu sei nato come stampatore per diventare fotografo...


GL: E' vero, io ho iniziato come stampatore 57 anni fa, facevo anche lo sviluppo, e mi piaceva. Qua sotto lo studio avevo un grosso laboratorio che stampava in B/N per Sian, Pepi Merisio, Montanesi e tanti altri. Per la Mondadori e l'Electa, stampavo io personalmente, insieme alle stampatrici. Alla fine ho smesso perché preferivo uscire per andare a fotografare. Ho sempre continuato a dare le indicazioni ai miei dipendenti.


TG: Tu hai fatto la gavetta, o hai frequentato qualche scuola?


GL: Io sono autodidatta, ma figurati che adesso i cinesi vogliono che io allestisca il loro museo, una volta pronto, con luci e tutto il resto. Deve essere immerso nel buio con delle luci sagomate sui soggetti.



Ercules TLC 1900 circa

TG: Nella tua collezione ci sono tante cineprese...


GL: Non tantissime però...


TG: Sei appassionato anche di cinema?


GL: Mmm (resta indeciso a lungo), no sempre e solo della macchina fotografica.


TG: Allora i pezzi che hai recuperato erano delle occasioni?


GL: Sì, certo, se capita le prendo, fanno anche quelle parte della storia della fotografia, anche se sono due rami completamente diversi. Chiaro che se mi capita una cinepresa o un proiettore dell'800 lo prendo. Lo compro eccome!


TG: Qual'è l'ultimo libro di viaggi che hai pubblicato?


GL: L'Egitto, tre anni fa, poi ho smesso di farli perché il mio finanziatore era l'ingegner Pesenti di Italcementi che recentemente ha venduto l'attività ai concorrenti tedeschi, quindi fine della storia.


TG: Qual'è il posto più bello che hai visto, e che hai fotografato?


GL: Tutto il mondo è bello, però quello che mi è rimasto nel cuore è proprio l'Egitto. Ultimamente ci sono rimasto 8 mesi.


TG: La macchina fotografica che non hai voluto vendere?


GL: Le mie 2 prime fotocamere. Una Durst 24X36 che ad esagerare può valere 100 euro e l'altra è stata la mia prima macchina professionale: una Rolleiflex biottica grandangolare, una macchina eccezionale che, se la vendessi, potrei ricavare 4-5, o anche 6000 euro. Ma non la darei via nemmeno se mi sparassero. A casa mia adesso trovi solo queste due fotocamere.


TG: Magari tornerò a trovarti in futuro, Gianni.


GL: Quando vuoi, Tony.


TG: Anche perché sono convinto che adesso che hai chiuso con le fotocamere sei a rischio d'incominciare qualche nuova collezione... Magari di qualcosa che occupi meno spazio... O no?


GL: Guarda che è già da un anno e mezzo che colleziono.


TG: Cosa?


GL: Tutto quello che mi capita, guarda il mio nuovo acquisto, si tratta di una chicca unica al mondo!



Gianni Limonta e la sua ultima "chicca", il Precision Micro-Projector Fkatters & Garnett di Manchester, un microscopio-proiettore degli anni '20 del XX secolo.

TG: Questo che cos'è un microscopio antico?


GL: Un micro-proiettore, una chicca incredibile in uno stato di conservazione eccezionale. L'ho trovato in Inghilterra.


TG: Allora vuoi proprio ricominciare?


GL: Solo ieri (4 gennaio 2015 ndTG) s'è saputo della mia vendita, ma già mi stanno arrivando delle email che mi propongono degli acquisti, voglio leggerti questa lettera che mi hanno spedito dalla Puglia: "La contatto perché è riuscito a vendere la sua collezione all'estero, per questo motivo desidero informarla di essere in possesso di una pregevole collezione di strumenti del pre-cinema e della fotografia risalenti alla fine del 1800-inizi '900. Nello specifico trattasi di 2 esemplari unici di lanterne magiche triple, di cui una battuta da Christie's; un praxinoscope; un megaletoscopio; un panteoscopio e tanto altro..." 


TG: Ti hanno gettato l'amo e tu che cosa farai?


GL: Ho detto a Marco, un mio collaboratore, di rispondere a questa persona per farmi mandare delle fotografie. Senza vedere la merce, lo sai anche tu, non si può fare niente...



Bell & Howell Filmo 75

Lancart XYZ (1935)

Ticka (1905)

Parte della Collezione Limonta

N.B. Le immagini pubblicate, concesse da Gianni Limonta, mostrano fotocamere, cineprese e proiettori della Collezione Limonta

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"Quando proverete ad offrire gratis tutta la vostra collezione ad un Comune o ad un qualsiasi ente pubblico e vi rideranno in faccia, capirete che il mio acquirente cinese è un benefattore." Gianni Limonta



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