sabato 17 gennaio 2015

Ora o mai più

Come avrete già capito, ultimamente la  Street art  limitava un po' il mio campo d'azione; avendo avuto occasione d'entrare in contatto con artisti emergenti di vari ambienti, ho pensato di dare spazio anche ad altre forme d'espressione e di uscire dai confini della città (ho voluto andare decisamente fuori tema). Dopo aver ridefinito gli ambiti in cui questo blog andrà a muoversi, ho voluto rinominare il titolo per dare indicazioni più attinenti a ciò che comparirà in queste pagine. La Milano di Tony Graffio è diventata: I frammenti di cultura di Tony Graffio, ma di questa decisione avrò modo di parlarvi più diffusamente in altre occasioni. Normalmente, prendevo spunto da immagini, disegni o fotografie per elaborare un discorso, oggi invece ho deciso d'accogliere un racconto breve di un artista che è uscito dalla sua solita attività creativa per confrontarsi con la scrittura. In questo caso non ho voluto accompagnare nessuna immagine a descrizione del racconto per favorire il recupero del ricordo che ognuno di noi può avere di vicende analoghe. Si tratta di un racconto erotico molto evocativo che narra un tipo d'esperienza che abbiamo vissuto un po' tutti, solo che qui Sante Egadi va oltre le fantasie sessuali e mette in atto un approccio molto deciso con una donna del Sud che lo tiene idealmente legato alla sua terra, proprio mentre egli è fortemente intenzionato ad abbandonarla. Ritengo che questa possa essere la chiave di lettura da attribuire alle circostanze che hanno spinto il protagonista a vivere così intensamente questa breve avventura "on the road". Il linguaggio utilizzato non è del tutto "asettico", però correggere certi vocaboli volgari con giri di parole, sarebbe stato secondo me ancor più improponibile che chiamare certi atti col loro nome comune e più diffuso . Tony Graffio 

     Ora o mai più 

(un racconto erotico di Sante Egadi, artista concettuale)   

Ambientazione: sul bus da Battipaglia a Milano, era il settembre del 2010.
Premessa: parto all’improvviso con pochi soldi in tasca.  Mi dico:  ora o mai più.

Inizio una nuova vita abbandonando finalmente Eboli. Sono nato per viaggiare questo si sa, ma viaggiare non è sempre possibile. Ad ogni modo questa che vi racconto è una storia nello stile del miglior Sordi e a tratti alla Tinto Brass. Chiaramente sono felice di esserne io il protagonista.  Alla fermata dell’autobus, davanti all’Ospedale di Battipaglia, noto una donna con la famiglia. Scambiamo giusto un paio di sguardi: ha capelli neri e occhiali senza montatura. Sta in macchina, ha in braccio la figlia piccola. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociano mentre io sono in piedi con il  valigione al mio fianco. Finisce l’attesa, l’autobus arriva. Mi avvio a salire a bordo trascinando la valigia. Mentre salgo sul pullman, m i ritrovo davanti a me la donna mora che avevo notato poc'anzi,  sta partendo da sola, ha appena salutato marito e figlia che restano in macchina ad agitare le manine per salutarla.
Nonostante guardi con discrezione noto che è ben fatta. Le coincidenze nella vita non bastano, quante volte ho bruciato le occasioni! Ad ogni buon modo l'opportunità si presenta: il suo posto è accanto al mio, lei è al lato finestrino, io lato corridoio. Mi siedo, la ignoro fingendo indifferenza mentre il suo telefono squilla in continuazione. Durante i primi minuti di questa nuova vita ho l’impressione che il suo ginocchio destro ed il mio ginocchio sinistro si sfiorino un po’ più spesso di quanto determinato dalle oscillazioni dell’autobus. La cosa non passa inosservata ai miei sensi. Resto vigile, ma lei è a telefono ormai da un’ora! Quasi decido di addormentarmi, per di più parla con una specie di partner (aveva un amante, e non lo nascondeva). La sua chiacchierata continua, intanto l’autista ha spento le luci ed ha acceso la tv, manda in onda “Ti presento i miei” con Ben Stiller e Robert De Niro. L’autostrada è diritta davanti a noi, illuminata dai fari dell’autobus, allineate si vedono le luci posteriori delle auto che ci precedono. Sono quasi esausto, inizio a dubitare dei contatti avuti, ma quando ormai ho deciso di rinunciare a qualsiasi approccio la telefonata finisce! Due o tre minuti dopo ci sfioriamo nell’intento di prendere qualcosa sotto il sedile.  Con fare distratto e sorriso cordiale faccio finta di niente e mi scuso (pur non dovendo). L’espressione del suo viso rivela che ha gradito le scuse, forse anche l’ennesimo contatto, di sicuro la prima parola che ci siamo scambiati! Inutile dirlo, questa donna, ha un “non so che” che mi attrae. Aver sentito la sua conversazione, le sue scelte di vita, i suoi ex, la sua enfasi, la filosofia. Una donna emancipata, capace di scegliere e di vivere! Chiaramente aveva voluto che la sua conversazione fosse ascoltata! Qualche minuto dopo la donna toglie gli occhiali, mette una mascherina di quelle nere (in tessuto) per ripararsi dalla luce. Anche io chiudo gli occhi e mi lascio dondolare dalle oscillazioni dell’autobus, ma la mia idea è fissa. Ormai sono eccitato! I contatti delle due ginocchia riprendono, o mi sbaglio? Ci stiamo toccando oppure no? È normale restare in contatto? Se non ci fosse stata intenzionalità avrebbe ritirato la gamba e sarebbe finita lì?!  Nell’indecisione decido di vederci chiaro e accosto il ginocchio più forte, più a lungo, lei resta lì, immobile; anzi, le oscillazioni ormai le seguiamo all’unisono. Visto l’esito del primo contatto esplicito avvicino anche il mio gomito al suo. Oramai siamo uniti. Ginocchio e gomito a stretto contatto, ci muoviamo seguendo le oscillazioni dell’autobus, anche se impercettibili. La pressione aumenta sempre più e questa situazione mi fa esplodere di desiderio.  Saperla lì, accondiscendente mi fa impazzire. La superficie in contatto aumenta, il mio avambraccio si accosta e lo faccio scivolare lungo il suo.  Lei resta immobile, adesso è chiaro: vuole che vada avanti! Guardo il suo viso con la mascherina, che scena! Resto a guardare il suo viso mentre con la mano sinistra percorro il suo avambraccio e la accarezzo. Il suo viso è sempre impassibile, fa finta di dormire! Eccitatissimo non perdo tempo: la mia mano destra si infila tra le sue gambe. Lei di tutta risposta allarga immediatamente, con la mano sinistra, l’elastico del pantacollant e anche quello delle mutandine lasciando entrare la mia mano. La sua figa è morbida, sembra una valle di velluto, anche i peli sono morbidi. Che viaggio che ho iniziato! E’ aperta, bagnata al punto giusto, ci infilo le prime due dita. Lei geme, ma è quasi impercettibile, sono dei sospiri lievi ma rapidi, sembrano nervosi ma per fortuna non lo sono. Non riesco a credere alla fortuna, è anche bendata! E’ proprio lì, accanto a me! Sono su di giri, ormai l’eccitazione si è trasformata in gioia! Sono padrone della situazione, e che situazione! Lei è di nuovo nella posizione iniziale, finge ancora di dormire. Ha le braccia sui supporti in gomma e le gambe aperte; la mia mano è lì che armeggia, cerca di guidarmi attraverso il linguaggio dei gemiti. Il suo viso è ancora impassibile, d’un tratto prendo la sua mano destra e la porto sul mio jeans, autonomamente il suo palmo va dritto, come guidato da un radar. Finisce direttamente dove il jeans è più gonfio e teso. Va subito al dunque: lo stringe attraverso la superficie! A quel punto non posso fare altro che abbassare la lampo e tirarlo fuori. La sua mano non si fa attendere. Lo afferra e stimola con sapienza mentre io continuo a pungolare con la mano tra le sue gambe. Strano ma vero, dopo un po’ inizio ad annoiarmi. Troppo tempo a fare la stessa cosa. Ogni tanto avvicino le dita alla sua bocca: sembra di imboccare un leone. Le divora! E’ evidente che mi vuole fare un pompino (questo resta un rimpianto perché non ho avuto la prontezza di abbassarle il capo e di farla succhiare. Avevo paura che se ci fossimo mossi troppo qualcuno si sarebbe svegliato o avrebbe smesso di fingere di dormire). Un po’ annoiato e senza saper cosa fare la bacio. Lì capisco e sento di rovinare tutto. Continuiamo a stimolarci fino al mio orgasmo. Mi dà i fazzoletti imbevuti, mi pulisco, sorrido, dopo un po’ l’autobus fa una sosta. La frenata mi desta dal sonno, si accendono le luci e l'autista annuncia: "Sosta di 20 minuti".   Apro paurosamente uno dei due occhi, lentamente: è un vero e proprio risveglio. Sono seduto sul sedile dell'autobus, la donna mora è lì che dorme al mio fianco abbasso lo sguardo: la sua mano è poggiata proprio lì! Non devo essere stato l'unico ad aver fatto quel sogno...  Sante Egadi 


Tutti i diritti sono riservati




Nessun commento:

Posta un commento