venerdì 24 giugno 2016

Una Google post card estiva da Milano

Finalmente è arrivata l'estate, ieri 23 giugno 2016, le temperature in città sono arrivate a circa 32°C, ma Tony Graffio non è rimasto a casa a poltrire. E' andato alle inaugurazioni de: "I giorni del Parco Lambro" allo Spazio Forma di via Meravigli, 5 e poi da Dep Art in via Comelico, 40 per incontrare e intervistare Paolo Fogliati, figlio di Piero e vedere la mostra Eterotipia.
Al mattino, Tony Graffio è stato catturato dalla 360°Camera Google Street View Car mentre si trovava in via Varesina angolo via Michelino da Besozzo. Anche Tony Graffio ha catturato la Opel Astra Turbo di Google. Nel duello fotografico ha avuto la meglio il documentarista milanese che ha già pubblicato la fotografia sul suo blog come una una cartolina di una Milano che esce da un duello politico per l'elezione di un sindaco che non ha saputo coinvolgere la maggior parte dei milanesi astenutasi dall'andare alle urne (contando anche schede bianche e non valide).
In bella mostra per le strade, come tappezzeria urbana, restano i manifesti elettorali in cui vincitori e vinti ringraziano i complici delle loro azioni passate e future.
Si ricorda a tutti i visitatori, autoctoni o provenienti da Mountain View, che Milano è la capitale mondiale delle multe per divieto di sosta (grazie all'astuto Pisapia che ha esteso le strisce blu in tutta la periferia della città, ha installato autovelox a tradimento ed ha interpretato a modo suo i termini di consegna delle multe) e divieto di velocità con quasi 4 milioni di multe all'anno. 

L'Opel Astra Turbo di Google Maps Street View proveniente da Mountain View ha montato sul tetto una speciale fotocamera a 360° e dei sensori gps per registrare immagini e posizioni delle strade che percorre. Tony Graffio l'ha catturata all'angolo tra via Michelino da Besozzo e via Varesina.
Grande Milano. L'Opel Astra Turbo di Google Maps Street View proveniente da Mountain View ha montato sul tetto una speciale fotocamera a 360° e dei sensori gps per registrare immagini e posizioni delle strade che percorre. Tony Graffio l'ha catturata all'angolo tra via Michelino da Besozzo e via Varesina.

Addio Pisapia, a mai più rivederci! TG

mercoledì 22 giugno 2016

Erika Blanc, un'attrice completa poco considerata in Italia, una star all'estero

Perfezione significa lasciar passare la propria anima ed emotività senza fare nulla. Erika Blanc

Erika Blanc, 74 anni, attrice.

Tony Graffio: Buongiorno Erika, è un piacere incontrarla vorrei subito chiederle qualcosa della sua carriera cinematografica eccezionale...

Erika Blanc: Buongiorno Tony, io però posso dirti che le maggiori soddisfazioni le ho avute dal teatro.

Tony Graffio: Davvero? E perché?

EB: Perché la critica cinematografica divideva tutto in settori...

TG: Considerava certi film come cinema di genere?

EB: Sì, per loro c'era un cinema di serie A, uno di serie B, un'altro di serie C ed io sono rimasta, per il cinema italiano di quel periodo, in serie B. A parte qualche film in cui ho lavorato con...

TG: Adesso però c'è una rivalutazione del cinema di genere.

EB: Sì, adesso c'è questa rivalutazione di Bava e tutti questi registi che all'epoca non erano molto considerati. Mi invitano in Inghilterra ed un po' dappertutto. All'estero sono una star.

TG: Come spesso accade, ci sono molti artisti che sono molto più seguiti, conosciuti ed apprezzati all'estero che in Italia.

EB: Sì, parliamoci chiaro, questi film fatti in economia, questi famosi film di serie B erano film fatti benissimo in cui dallo scenografo, al costumista, alle altre figure professionali, erano tutti grandi professionisti. Di datori luce (direttori della fotografia ndTG) ne abbiamo mandati due o tre in America, ma hai voglia di quelli che c'erano qui in Italia. Si creava un piccolo capolavoro con l'umiltà di fare incassare i soldi al produttore, perché anche noi lavoravamo per poco, ecco. Però eravamo considerati tutti di serie B, infatti i nostri film difficilmente arrivavano in prima visione, ma facevano incassare tanti soldi che poi hanno fatto produrre altri film. Perché si facevano le seconde visioni, le terze visioni e poi le parrocchie, quindi c'era uno sfruttamento incredibile del nostro prodotto ed in molti su questi passaggi hanno fatto i soldi, con i nostri film, però per quelli con la puzzetta sotto il naso... Hai capito?

TG: Grazie zia è stato un gran bel film e poi anche la colonna sonora era magnifica.

EB: Infatti, come si permettono di dire il contrario? A parte che c'era ancora una chiusura incredibile sui costumi, un po' li aveva risvegliati il '68, però ancora dicevano: "Ho sentito che c'è la Erika tutta scollacciata...".

TG: L'Italia è sempre stata un po' indietro in queste cose.

EB: Mah sì! Ma figurati...

TG: Comunque si vede benissimo che voi avete una classe ed uno stile che vi permetteva di trattare certi argomenti con un'eleganza che purtroppo non si riesce più a trovare nel mondo del cinema che è molto decaduto negli ultimi anni.

EB: Cosa fanno adesso? Tutti film per ragazzini. Hanno incominciato con i lucchetti e non hanno più smesso. Ci fosse almeno una storia un po' interessante. I film di un tempo non li fanno più.

TG: Mancano gli sceneggiatori.

EB: Non funziona più quel tipo di prodotto, anche in televisione. Io adesso sono una spettatrice, ho 74 anni, sto a casa e guardo la televisione. Ci fosse un programma guardabile... No, passano tutte cose per ragazzini. Ma avete pensato a quelli che guardano veramente la televisione?

TG: Effettivamente, al cinema vanno i ragazzini quindi i produttori cinematografici confezionano una storia per i più giovani, mentre in America si scrivono serie televisive molto interessanti per un pubblico più adulto che è spettatore di storie più profonde da casa con la tv via cavo.

EB: Meno male che loro l'hanno capito e portano sul set attori di un certo impegno, qui ancora non l'hanno capito. Poi tra qualche anno lo capiranno e si chiederanno perché non l'hanno fatto prima.

TG: Oggettivamente, molti attori di adesso non mi sembrano molto preparati.

EB: Si stanno apprezzando adesso attrici come Lisa Gastoni o come me. Lei ed io siamo state candidate al David di Donatello, avendo fatto tanti film noi abbiamo imparato il mestiere, mentre adesso i ragazzi si preparano davanti alla telecamera, poi arrivano sul set e imparano la parte a memoria, ma bisogna sapersi preparare. Io ho fatto 108 film ed anche la Gastoni ne ha fatti tanti. Noi abbiamo fatto il cinema.

TG: Lei e Lisa Gastoni siete buone amiche?

EB: Noi abbiamo legato subito, poi a distanza di anni quando ci si rivedeva s'andava ancora d'accordo. Era un legame strano, eravamo molto in sintonia, forse perché abbiamo sofferto tutte e due ed abbiamo pagato lo scotto della bellezza. Non credo che il suo sogno fosse quello di fare i film di cappa e spada, perché anche per me non era così.

TG: Avrebbe voluto fare film drammatici?

EB: Avrei voluto essere riconosciuta come brava anche facendo i film di cappa e spada e invece nessuno credeva ad una bella ragazza, anche fosse stata la più brava del mondo. Quelli restavano sempre film di serie B.

TG: Erano di serie B perché venivano realizzati con pochi soldi? O per altre ragioni?

EB: Erano di serie B perché non erano i film di cui parlavano i critici.

TG: Nonostante questo, erano spesso film molto belli.

EB: Vedili adesso e capirai che non era semplice fare cose del genere. I costumi erano fatti apposta per il film, adesso invece li comprano o li noleggiano tutti. C'erano grandi costumisti, aiuto costumisti, grandi professionisti.

TG: A me piace il film di genere, sia la fantascienza che il western, l'orrore ed anche gli altri film.

EB: Anche a me e non capisco perché non mi vogliono riconoscere che sono brava in un film western.

TG: Esatto!

EB: I critici non andavano a vederli perché sembrava che si sporcassero le mani. I giornali non ne parlavano, ma si ricordavano di te se facevi vedere la "coscetta" in una fotografia. pensa un po' com'eravamo piccoli. Però noi abbiamo imparato a recitare nel cinema. Hai voglia di quante accademie devi frequentare per arrivare alla nostra perfezione. Sì, ho detto perfezione, anche se so che non viene tanto capita questa cosa. Perfezione significa lasciar passare la propria anima ed emotività senza fare nulla. A questo arrivano in pochi. Per me il cinema è stata una grande scuola ed anche per Lisa. Lisa Gastoni in "Cuore sacro" ha fatto un pezzo bellissimo. Io sono stata solo un giorno e mezzo sul set di Cuore sacro, lei invece era co-protagonista e le ho visto fare una scena incredibile. Purtroppo tutti seguono le mode, certi registi non hanno inventato niente e si adattano a quello che chiede il pubblico. Io non seguo le mode, per questo vesto come 30 anni fa.


domenica 19 giugno 2016

Una fotografa ritrattista: Daniela Foresto

Ultimamente, ho letto che non ci sono più fotografi ritrattisti, non è vero. Daniela Foresto è una fotografa ritrattista che ho incontrato al MIA lo scorso aprile: di seguito trovate l'intervista che mi ha rilasciato.

Tony Graffio: Daniela, tu sei una proposta MIA, che cosa fai esattamente? 

Daniela Foresto: Sono una fotografa ritrattista con una mia galleria indipendente, a Torino. Faccio un vecchio mestiere che per fortuna sta tornando in auge, ho aperto questa attività 4 anni fa perché mi sono accorta che la gente è tornata a desiderare di farsi ritrarre. Vengono da me espressamente per farsi fare un ritratto fotografico, da soli o con la propria famiglia. C'è questa richiesta di un ritratto stampato che poi possa essere appeso alle pareti di casa, perché questo è l'unico modo per poter tramandare una propria immagine. Vint Cerf, Vice Presidente di Google ci ha giustamente ammonito del pericolo di lasciare tutte le nostre immagini su file digitale, pertanto bisogna stampare i propri documenti perché la storia è stampata su carta. Io, oltre a fare i ritratti li stampo poi, se non si vogliono esporre, le fotografie possono essere anche conservate dentro una scatola. Questa è un'abitudine che io ritengo molto piacevole perché aprire la scatola e tirare fuori delle immagini è un gesto antico che ci dà una soddisfazione impagabile rispetto ad avere dei file digitali che non si guardano mai. Al MIA ho portato un progetto su Tamara de Lempicka che fino ad adesso s'è concretizzato nell'aver fotografato 22 donne in poco più di un anno, ambientando questi ritratti negli anni 20 del secolo scorso. Volevo sottolineare la femminilità e la sensualità di quelle atmosfere. Io non ho copiato un quadro di Tamara de Lempicka, ma ho preso spunto da un languore facendo parlare lo sguardo della modella. 

Isabella Ferrari e una donna che potrebbe essere la stessa attrice in versione più matura fotografate in stile anni '20 da Daniela Foresto.

TG: Ci sono due ritratti esposti qua che sembrano essere stati fatti alla stessa persona in fasi diverse della propria vita. Ovviamente si tratta di due donne diverse, ma forse proprio per un genere di atmosfera ed una tua abilità nel cogliere un'espressione di struggimento femminile, le due donne si assomigliano e sembra abbiano qualcosa in comune, è così?

DF: Infatti, potrebbe trattarsi della stessa persona. Una delle due donne è Isabella Ferrari, sono andata l'anno scorso a Roma per ritrarla. Qua ho esposto 8 dei 22 ritratti che ho scattato: sono stati scelti da Fabio Castelli. In queste immagini ci sono per la maggior parte donne di un'età intorno ai 40-50 anni per avere delle persone con un po' di consapevolezza, perché è vero che una ragazza sui 20 anni può essere molto bella, ma non ha il fascino e lo spessore di una donna matura. Amo particolarmente gli anni '20 e mi sarebbe piaciuto vivere nel periodo di Scott Fitzgerald e di tutti coloro che hanno popolato un momento ricchissimo della cultura. Sia a livello di arti visive che di letteratura. 

TG: Com'è nata questa idea? 

DF: Così! Mi è sempre piaciuta questa artista polacca ed il suo genere di pittura scultorea che negli anni '20 era molto innovativa. 

TG: Hai visto la mostra di Tamara de Lempicka? 

DF: Sì, a Torino, a Palazzo Chiablese, ma il mio progetto è partito prima di quella mostra, tant'è che la prima fotografia l'ho fatta ad una mia amica, una modella/attrice bulgara con la quale sperimento qualche ritratto. Alla terza fotografia che ho fatto, sono stata chiamata da: “Il Sole 24 Ore cultura”, a Milano, per mostrare il mio lavoro. Qualcuno aveva visto esposte 3 fotografie nella mia galleria e le ha segnalate a qualcuno che lavora all'assessorato alla cultura a Torino che a sua volta mi ha contattato dicendomi di chiamare qualcun altro, fino ad arrivare a Milano. Nel luglio del 2015 sono stata sono stata da Artemisia che sono gli organizzatori della mostra di Tamara de Lempicka col Sole 24 Ore. Mi volevano far fare dei ritratti ad alcune donne torinesi in concomitanza della mostra a Palazzo Chiablese, ma le istituzioni sono lente come un elefante ed hanno altre priorità, così io ho portato avanti questa iniziativa da sola presentando i ritratti che ho fatto in alcuni luoghi molto belli, come la Villa della Regina, a Torino, si tratta di una piccola reggia di Versailles ed è patrimonio Unesco. Quel giorno, sono stata fortunata c'era bel tempo e credo che quasi 10'000 persone abbiano potuto vedere le mie fotografie. Io sono una ritrattista che in genere fotografa solo in bianco e nero e stampa fotografie importanti, però questo era un progetto particolare e ci tenevo a farlo vedere a più persone portandolo in mostra in posti diversi. 

TG: E' la prima volta che esponi alla MIA? 

DF: No, sono già stata qui due anni fa con i miei ritratti, ma non avevo ancora un progetto ben definito come questo. Tra l'altro, in questa occasione non sono qui per vendere le mie fotografie. 

TG: Chi sono le donne che hai ritratto? 

DF: Sono donne qualsiasi, come tante. Sono loro che hanno desiderato farsi fare il ritratto in questa ambientazione. Le uniche conosciute sono Isabella Ferrari e Fernanda Lessa. Alcune le ho scelte io per il loro volto particolare o per uno sguardo, altre si sono proposte da sole. 

TG: E' stato facile convincere Isabella Ferrari a posare per te? 

DF: Sì, è stato facile. L'ho contattata tramite Marco Travaglio che è un mio caro amico, poi io sono andata a fotografarla negli uffici de “Il fatto quotidiano”, dove ho allestito il set.

Daniela Foresto, fotografa ritrattista


sabato 18 giugno 2016

Il riscaldamento globale visto da 3 fotografi: Daesung Lee, Edoardo Miola e Beba Stoppani

La mostre di fotografia contribuiscono anche a diffondere idee che presentano problemi dei nostri tempi e temi non molto conosciuti nel dettaglio dal grande pubblico che s'informa attraverso i canali tradizionali. Anche quest'anno alla MIA Photo Fair ho incontrato Edoardo Miola che non si presenta più come un artista emergente, ma con una galleria abbastanza importante: Amy D. Grazie a lui, ho avuto modo d'approfondire le tematiche delle opere esposte dalla Galleria Amy D attraverso i suoi artisti.
Anna D'Ambrosio è una gallerista vulcanica che ha la capacità di creare situazioni e incontri tra artisti con una visione molto aperta e soprattutto, utilizzando un termine purtroppo molto abusato, di creare una contaminazione tra quello che è arte e quello che è scienza. Questa è una spinta dinamica molto forte per chi si esprime attraverso la fotografia o per mezzo di altre forme artistiche, perché riesce a stimolare i creativi in campi che abitualmente sono di competenza di scienziati o di esperti di settore. Anna ha individuato un tema particolarmente interessante che è quello del cambio climatico visto in modo molto esteso e rapportato su tutto il pianeta, per coinvolgere diverse realtà. E' riuscita a legare tre artisti che hanno parlato di spazi e problemi diversi: Daesung Lee, Edorado Miola e Beba Stoppani.
Daesung Lee ha già esposto vari progetti sul tema del mare che ruba territori coltivabili tra l'India ed il Bangladesh, nell'isola Ghoramara, o in altre realtà, come quella della Mongolia dove è in atto un processo di desertificazione, con il progressivo inaridimento del territorio e situazioni di venti molto forti che hanno abbattuto intere foreste. Nelle fotografie scattate in queste terre Daesung Lee ha utilizzato un sistema di sovrapposizione costruendo degli scenari esattamente nei luoghi dove scattava le fotografie e poi su questi scenari composti da gigantografie e dal vero panorama ha fatto lo scatto finale. Si tratta di una composizione fatta grazie a camion che hanno trasportato grossi teli scenografici e coinvolgendo le persone che vivono sul posto, non di un'elaborazione in post-produzione fatta con un software.
Il progetto di Edoardo Miola parla del cambiamento climatico nel Nord Europa, in zone oltre il Circolo Polare Artico dove si assiste ad uno spostamento temporale dell'ingresso nella stagione invernale: novembre e dicembre, mesi già molto freddi vedono in questi ultimi anni un innalzamento delle temperature diurne che arrivano anche a 6-7 °C, mentre di notte si toccano mediamente i 12 °C sotto lo zero. Quest'escursione termica fa ghiacciare il terreno innevato causando grosse difficoltà agli animali (mandrie di renne) nel reperimento del cibo fresco (licheni presenti sugli alberi, piante di mirtillo e erba) che si ottengono normalmente scavando sotto la neve.
Beba Stoppani, in: “Zero gradi a 5000 metri”, ci mostra come l'impatto dell'ondata di calore sulle Alpi abbia raggiunto il suo picco nel 2015, con la conseguenza di vietare per questo motivo le escursioni alpinistiche in alta quota, a causa del pericolo del distaccamento della calotta di ghiaccio perenne sul Monte Bianco. Grandi teloni riflettenti vengono posizionati ogni anno sopra i ghiacci nel tentativo di salvaguardarne lo scioglimento. Beba dedica questa ricerca al nonno Luigi Stoppani, geologo studioso dei ghiacciai e alpino classe 1881 che ha ha prestato servizio nel Quinto Reggimento, reparto tristemente conosciuto per avere contribuito a reprimere i moti popolari ed operai del 1898 a Milano.
I ghiacciai sono le riserve d'acqua che ci permettono di continuare ad approvvigionarci di questo elemento fondamentale e di continuare a vivere; l'innalzamento delle temperature porta ad uno stravolgimento di un ciclo importantissimo che come altre manifestazioni del riscaldamento globale causeranno gravissimi problemi al nostro modo di vivere. La stessa mostra che riunisce questi 3 artisti in un unico discorso ambientalista è poi proseguita presso la Galleria Amy D nel contesto del Photofestival 2016. TG

Una fotografia ripresa da Edoardo Miola nei boschi della Lapponia dove le temperature invernali si stanno modificando.

Tra i tre artisti, ho scelto di parlare con Edoardo Miola per comprendere meglio il suo lavoro e sapere in che modo sia riuscito a rappresentare un concetto così difficile da illustrare come il cambiamento climatico in corso.

Tony Graffio: Renne e piccoli animali rischiano davvero di morire di fame a causa dell'escursione termica che s'è venuta a creare  in modo anomalo in Lapponia, per cui di giorno si scioglie la neve che poi si trasforma in ghiaccio di notte?

Edoardo Miola: Sì, è successo anche lo scorso anno.

TG: Che conseguenze provoca questa modificazione climatica in Lapponia?

EM: Le popolazioni Sami che allevano le renne devono portare un'integrazione alimentare ai loro animali. Le mandrie vanno raggruppate in modo che si possa portare loro del fieno da mangiare fintanto che non arrivi il vero inverno e con esso le temperature al di sotto dei 20 o 30 gradi centigradi. In quel momento, la neve si trasforma e diventa più friabile; certamente c'è il rischio che qualche strato ghiacciato permanga, però le condizioni generali si stabilizzano. L'economia dei Sami è molto delicata ed è basata su un ciclo ambientale che trasformandosi può perdersi definitivamente. A seguito della difficoltà di vivere in condizioni avverse c'è il rischio dell'abbandono dei boschi e delle zone lontane dalle città, anche perché le strade ghiacciate creano problemi anche agli abitanti che transitano in queste zone in automobile o a piedi. Anche i bambini ed i giovani hanno problemi nel recarsi a scuola e per questo molte persone si stanno trasferendo in città. I boschi poi vengono ceduti a multinazionali che operano per il taglio degli alberi, gli animali si spostano e si va verso una desertificazione a rovescio. Io ho cercato d'evidenziare il problema dei boschi che vengono sommersi dalle acque, anche se non è proprio quello che accade nella realtà.

TG: Come sei riuscito a riprodurre questo effetto in maniera visiva?

EM: Per dare l'idea dell'acqua che diventa ghiaccio ho effettuato degli scatti digitali con tempi di otturazione abbastanza lenti abbinati a movimenti della fotocamera che riuscissero a dare un effetto di mosso controllato. Ho fatto così per catturare l'attenzione del pubblico verso l'interno del bosco che è un luogo meraviglioso, ma può anche diventare un luogo molto difficile da attraversare. Questa tecnica in lingua inglese viene denominata ICM (intentional camera movements). Per semplificare noi potremmo dire: muovere la camera mentre si sta scattando. Inoltre, ho tentato di mostrare l'abbandono delle case in queste zone, tema che verrà ampliato in galleria, da Amy D. Nei miei scatti non ci sono elaborazioni o post-produzioni, il gioco che faccio io con la fotocamera può essere fatto da chiunque, io lo studio sul monitor e lo ripeto fino al momento in cui ottengo un effetto pittorico che a me piace. Sugli altri scatti mi regolo in modo da avere una determinata profondità di campo determinata anche dalla compressione dei piani data dai teleobiettivi o da una messa a fuoco generalizzata ottenuta impiegando obiettivi grandangolari.

TG: Edoardo, tu vivi in Lapponia?

EM: Sì, io da anni ho eletto questa terra a mia seconda casa, anche se attualmente sta diventando la prima perché sono sempre stato attratto dai territori isolati dove l'uomo è a contatto con la natura. Mi sono trasferito e passo metà dell'anno in questi luoghi svolgendo la mia attività di fotografo e accompagno anche le persone che mi chiedono di andare a fare fotografie naturalistiche nei boschi o di catturare determinati fenomeni luminosi, come le aurore boreali di notte o altre luci particolari al mattino. L'osservazione che io ho fatto sull'abbandono del territorio naturale lo si può verificare in maniera molto semplice perché in Svezia non ci sono molti altri problemi, in questo paese c'è uno stato sociale che funziona molto bene e lo stesso si può dire per tutti questi settori della società che vanno dall'istruzione, all'assistenza sanitaria, al benessere generale di una nazione piuttosto ricca. Se si compara il problema dell'abbandono dei territori naturali in Svezia con quello della desertificazione del Bangladesh che è un paese che ha problemi per l'alimentazione dei propri abitanti, si comprende che per gli svedesi non si tratta di una situazione così drammatica. 

L'effetto dell'innalzamento delle acque a Ghoramara. Fotografia di Daesung Lee

Europa ed Asia sono molto distanti tra loro e sono realtà molto diverse come organizzazione sociale e benessere del singolo individuo: è chiaro che qui in Svezia possiamo osservare in maniera un po' più distaccata un problema che comunque esiste ed è importante.

Il ghiacciaio del Rodano viene protetto con teli riflettenti per evitare lo scioglimento. Fotografia di Beba Stoppani

Il ghiacciaio del Rodano analizzato da Beba Stoppani è in territorio svizzero, un altro territorio che non ha grossi problemi dal punto di vista sociale, però questa situazione è potenzialmente molto grave per l'Europa perché il fiume Rodano sfocia vicino a Mentone e se il ghiacciaio effettivamente dovesse estinguersi l'acqua del fiume verrà a mancare. Se questa tendenza continuerà, ci accorgeremo che il problema del riscaldamento globale del pianeta riguarda tutti noi.

Immagini raccolte da Beba Stoppani che testimoniano lo scioglimento del ghiacciaio del Rodano. Nella prima foto si vede la situazione del ghiacciaio in un dipinto del 1770. Foto 2 1850, fine della "Piccola Glaciazione", da quel momento in poi i ghiacciai hanno iniziato a ritirarsi. Foto con cavali e carrozza scattata sul Furka Pass nel 1913. Foto con automobile e strada sterrata ripresa nel 1930,1935,1940. La foto n.13 con automobili è del 1950/1960. La foto n.14 è degli anni 1970/1980. La foto n.15 è del 1980/1990. La fotografia aerea n.16 è del 2015.


Edoardo Miola, Anna D'Ambrosio, Daesung Lee e Beba Stoppani.

Tutti i diritti riservati

mercoledì 15 giugno 2016

Il trasferimento dell'emulsione della carta fotografica di Corinne Héraud (Pelliculage à jet d'encre) e le due serie di opere presentate al MIA 2016

Non sono il solo a pensare che la fotografia e la stampa digitale spesso uniformino troppo il risultato finale dell'artista. Corinné Héraud, una fotografa francese molto attenta alla tecnica ed ai contenuti delle proprie opere ha sviluppato un procedimento di trasferimento dell'emulsione fotografica dalla carta fotografica ad un altro tipo di carta stesa su un supporto di legno, passando attraverso una difficile e rigorosa sperimentazione. 
Interessandomi sia all'immagine fotografica che a quella cine-televisiva, mi fa particolarmente piacere parlare delle "Icone Catodiche" e delle "Auree" di questa artista francese che è riuscita a mettere in contatto mondi tanto diversi per dare dignità a persone ed immagini di cui, generalmente, nessuno si prende cura. Oltre ad essere una ricerca tecnica e concettuale, dai lavori di Corinne emerge un sincero amore per tutto ciò che la circonda e per quegli elementi privi di valore che altrimenti andrebbero persi per sempre.
Corinne impara le basi della ripresa iniziando a fotografare con una delle prime reflex digitali, la Fuji S1 Pro e, grazie ad un amico che le regala un ingranditore per il 24X36, si cimenta anche con la stampa chimica. In seguito, scopre la fotografia di grande formato (4X5 pollici) e si appassiona alla Polaroid. E' con questo strumento che si dedica ai transfer dell'emulsione. Corinne mischia il digitale alla Polaroid e non si nega nessun tipo di sperimentazione; le infinite possibilità del mezzo fotografico la spingono ad effettuare sempre nuove ricerche per esprimere in modo personale le idee che desidera mostrare attraverso i suoi lavori.
La tecnica di distaccamento dell'emulsione dalla carta da stampa (Pelliculage a jet d'encre) effettuata da Corinne Héraud è unica ed è molto aleatoria, bastano minimi cambiamenti nelle condizioni in cui si opera, o nella fabbricazione della carta che il risultato potrebbe non soddisfare le aspettative dell'artista.
Corinne Héraud è nata in Francia in un piccolo paese vicino a Lione. Prima d'arrivare alla fotografia, una quindicina d'anni fa, ha lavorato presso l'ufficio stampa di un'agenzia di marketing e come istruttrice di equitazione; io l'ho intervistata al MIA lo scorso aprile 2016 per capire meglio che cosa voleva ottenere ed il significato delle sue opere. T.G.

Aura 9, 2016 di Corinne Héraud


TG: Buongiorno Corinne, mi puoi raccontare qualcosa di te e della tua esperienza professionale?

CH: D'accordo, sono autodidatta e non ho nessuna formazione artistica. Lavoro da una decina d'anni con la fotografia e ci sono due cose molto importanti nel mio modo d'esprimermi. Principalmente, utilizzo dei procedimenti alternativi con l'idea di esprimere una fotografia dove accadano delle cose, degli incidenti. Per questo io posso lavorare partendo dalla fotografia digitale o da pellicole Polaroid scadute ed io metto sempre in opera una tecnica aleatoria per la stampa, per ottenere dei risultati che possano essere resi ancor più unici da eventuali imprevisti o sorprese di percorso. Per esempio, nella serie delle "Auree" alla base c'è una miscela di digitale e Polaroid; io ho effettuato dei trasferimenti di pigmentazione sulla carta per l'acquarello. Il principio è quello d'apportare un tocco manuale su ogni stampa, in modo che ogni stampa sia un'opera unica. Questa è una cosa che io considero molto importante nel mio percorso artistico.
La seconda cosa importante è che io lavoro con modelli che trovo sullo schermo televisivo, si tratta dei figuranti che fanno parte del pubblico dei talk-show, le persone che sono dietro gli invitati o i presentatori, degli anonimi. Soggetti che sono spesso la tappezzeria vivente che si trova lì per animare lo sfondo della scena. Quello che mi interessa in queste situazioni è cogliere i gesti; ruoto sempre intorno alla femminilità, ma può capitarmi d'osservare gli uomini, anche se generalmente mi soffermo di più sulle donne. Quello che mi interessa in questo percorso è di lavorare su questa specie d'ambiguità tra un'immagine televisiva che non ha più senso ed è destinata a scomparire e l'opera finale sulla quale io passo molto tempo con i miei procedimenti manuali. Mi piace tantissimo "nobilitare" questi ritratti satellite, nel vero senso del termine. Lentamente, con pazienza io restituisco una certa eternità a queste immagini che non erano destinate a niente.

TG: Quali sono le due serie di lavori che hai portato qui al MIA?

CH: Quelle di cui parlavo sono le "Icone catodiche". Sono lavori in bianco e nero con soggetti televisivi che ho iniziato a fare nel 2009. Ho impiegato una tecnica che ho chiamato "Rivestimento (Pelliculage à jet d'encre) a getto d'inchiostro" per dire che quando ottengo una stampa la immergo nel solvente, in modo da scollare l'emulsione della carta. Un po' come si faceva con i transfer Polaroid. E' un'idea che mi è venuta proprio dall'uso delle Polaroid, perché in un primo tempo io ho molto lavorato con le Polaroid. Adoravo quella tecnica ed è proprio grazie alle Polaroid se sono entrata nella fotografia "plastica" e artistica. Quando le pellicole a sviluppo istantaneo di Polaroid sono uscite di produzione mi sono messa alla ricerca di un nuovo metodo per riprodurre l'idea del trasferimento dell'emulsione: si può dire che io sono sempre alla ricerca di nuovi medium e soluzioni.

Icone catodiche di Corinne Héraud
Una delle Icone Catodiche di Corinne Héraud

TG: Hai dovuto fare molta sperimentazione per arrivare al risultato che ti eri prefissata?

CH: Eh, sì assolutamente. La mia tecnica funziona solo con un tipo di carta, ne ho provati 30 o 40 prima d'ottenere quello che volevo. E' stato un investimento un po' assurdo, ma alla fine ce l'ho fatta. Per me è stata una grande felicità perché con questa tecnica ho ritrovato il piacere di lavorare con le Polaroid con degli effetti di screpolatura che sono legati ai tempi di asciugatura, all'ambiente, all'umidità ed alla temperatura che c'è al momento della stampa. Ecco perché ti dicevo che tutto è aleatorio in questo procedimento fotografico alternativo.

TG: Trasferisci l'emulsione su un altro foglio di carta?

CH: Con il solvente ottengo come una pelle molto fine e fragile, la recupero su una carta giapponese ed è al momento dell'asciugatura che l'emulsione si ritira e che si formano le pieghe. Dopo di che questa carta sottile, per le Icone Catodiche, la stendo su un supporto di legno.

TG: Che tipo di stampa realizzi?

CH: Ottengo una stampa in bianco e nero con una stampante a getto d'inchiostro di grande formato  sulla mia carta speciale che poi trasferisco su un altro supporto.

TG: Sai se c'è qualcun altro che pratica una tecnica di questo tipo?

CH: Sinceramente, io non credo. Ad ogni modo, non ho incontrato nessuno che facesse questa cosa: è vero che io dipendo molto da carte che non sono fatte per un uso artistico ed è anche vero che il minimo cambiamento nell'emulsione può cambiare molte cose. Mi è già capitato che il mio fornitore abbia apportato lievi modifiche nella produzione che hanno avuto conseguenze sul mio modo di lavorare, al punto che potrebbe perfino rendere impossibile la realizzazione della mia tecnica. Evidentemente, essendo io l'unica persona che utilizza quella carta in quel modo la mia tecnica è soggetta a molte variazioni che non sono del tutto gestibili. Mi rendo conto d'essere un po' prigioniera di questo prodotto, ma questo fatto non è così grave perché il giorno che questo prodotto non funzionerà più  io mi metterò a cercare un'altra cosa.

TG: Le immagini ottenute in questo modo sono stabili nel tempo?

CH: Sì. assolutamente, nella misura i cui sono delle stampe realizzate con delle stampanti professionali Epson che utilizzano inchiostri pigmentati esattamente come quelli che sono vendute normalmente per il mercato dell'arte. In più, io aggiungo della pittura acrilica e delle verinici. Le mie stampe sono protette molto bene dagli effetti dell'invecchiamento e dai raggi UV.

TG: Come hai colorato le "Auras"?

CH: Per le "Auras" io lavoro il colore con Photoshop, si tratta pertanto di un trattamento digitale. Il mio lavoro in bianco e nero è andato naturalmente verso un'evoluzione che includesse il colore. Anche se il trasferimento dell'emulsione prevede che ci siano delle imperfezioni, è proprio per questo motivo che m'interessa. Così si capisce bene che non è una stampa che esce direttamente da una stampante e le imperfezioni stesse partecipano alla vita dei volti che sono proposti.

TG: Tra le due serie che hai esposto la differenza sta solo nella presenza del colore?

CH: Sta nel tempo che passa, ho voluto presentare una serie nuova che uscisse da quelle cose più buie che proponevo negli anni precedenti. Questa è la prima volta che presento le "Auras" e credo che la mia esigenza personale di lavorare col colore si sia fatta sentire in modo preponderante. Ho dovuto andare a tentoni per trovare il modo d'inserire il colore in questo nuovo lavoro che è diventato qualcosa che sento molto mio. Non è necessariamente più leggero delle "Icone catodiche", ma il colore adesso c'è!


Corinne Héraud e le sue Auras
Corinne Héraud, 45 anni, fotografa. Alle sue spalle le "Auras"

Puor lire l'interview avec Corinne Héraud en français sur ORPHO

Tutti i diritti riservati

Cyberpunk Lovers in Chinatown

Il Cyberpunk è una corrente letteraria della fantascienza che ha dato luogo ad illustrazioni e forme artistiche che si ispirano ad un mondo in cui cibernetica, informatica e tecnologia hanno dato una forte impronta ed uno stretto controllo agli abitanti di quel tipo di società.

Cassetta delle lettere in via Paolo Sarpi con attaccato un disegno in stile Cyberpunk firmato Fat Gringo

Confesso che anni fa ho provato ad affrontare questo genere di narrativa fantastica, ma abituato com'ero ad una fantascienza più spettacolare e d'avventura, popolata da forme di vita aliene sempre intente a solcare le immensità spaziali, mi sono arenato dopo poche pagine d'interminabili descrizioni di macchinari e computer quanto mai elaborati e noiosi.

Un primo piano della creazione di Fat Gringo ispirata alla modella coreana Soo Joo Park
Soo Joo Park, una Lady bionica, un po' sofferente ci guarda con preoccupazione, quasi a presentire un futuro fatto di rattoppi bio-cibernetici anche per noi.

Super-pornom. Sulla stessa cassetta delle lettere compare anche un mostruoso ibrido proveniente da una società distopica governata dal Nuovo Ordine Mondiale.

Un altro segno di sfiducia nel futuro arriva anche da parte di NOM Couture che ha disegnato su un adesivo un essere ibrido con un occhio solo, arti superiori focomelici, una grossa mano sopra un'abbozzo di testa e componenti sessuali maschili e femminili sullo stesso corpo, muri e telecamere di sorveglianza in un mondo che sembra svuotato di tutto; anche della speranza.

Cyberpunk Lovers

Non capita molto spesso di trovare disegni incollati a muri, o altre superfici, solitamente gli street artist lasciano disegni fatti con bombolette, stencil, pennelli, pennarelli, composizioni plastiche, adesivi o scritte. TG

domenica 12 giugno 2016

Angelo Valli, un vecchio pittore figurativo, mi racconta un segreto dell'astrattismo

Tempo fa ho incontrato un uomo che sistemava la sua Ford Sierra Cosworth vicino a casa di mia madre, mi sono avvicinato per fargli i complimenti perché di macchine così, ormai se ne vedono poche e abbiamo iniziato a chiacchierare. Salta fuori che questo signore un po' anziano è un artista, allora mi presento anch'io e gli parlo del mio blog. Mi invita a casa sua, ma quel giorno io ero un po' di corsa, così sono andato a trovarlo soltanto venerdì scorso.
Angelo Valli, nato a Lodi il 26 gennaio del 1931, è un pittore che ha frequentato la scuola del Castello Sforzesco negli anni '50 ed ha voluto raccontarmi un po' di cose che ormai sono lontane nel tempo, ma che possono essere ancora di un certo interesse perché, come mi piace ribadire: c'è sempre da imparare da tutti.
Intanto, possiamo dire che i furbetti ci sono sempre stati; oggi c'è chi copia da internet, mentre un tempo bastava avere qualche conoscenza in America per riuscire a capire che cosa accadeva al di là dell'Atlantico e riproporlo, magari con successo, lasciando intendere che si trattava di qualcosa di nuovo.
La Scuola d'Arte Superiore del Castello Sforzesco di Milano ha sempre avuto una propensione all'insegnamento della grafica e delle arti applicate; lo stesso Angelo Valli aveva iniziato a studiare grafica per poi scegliere d'orientarsi sulla pittura ad olio poiché la pubblicità trasmette, forse ancor più dell'arte, stili e modi interpretativi che devono essere attualizzati e resi adatti alla società in cui si vive, oltre che capaci di risvegliare l'attenzione e la curiosità in chi osserva determinate immagini.
Angelo mi ha fatto due grossi regali, mi ha svelato un segreto molto interessante dell'arte figurativa, ma il segreto davvero importante riguarda l'arte astratta. Per sapere se ve li racconterò integralmente non vi resta che leggere l'intervista che gli ho fatto. TG


Angelo Valli, 85 anni, pittore

Tony Graffio: Angelo che cosa ti ricordi della Scuola del Castello? 

Angelo Valli: Nel 1952 ho vinto il terzo premio per un concorso interno che intendeva segnalare i migliori allievi del corso di grafica pubblicitaria. Purtroppo, avrei potuto essere riconosciuto come il migliore, ma i primi due premi sono andati a due miei compagni, figli di grafici che già avevano una loro agenzia pubblicitaria che avevano copiato dei progetti da studi americani. Io, in effetti, qualche sospetto lo avevo avuto perché uno di questi ragazzi una volta faceva un quadro senza alcun senso, né pregio, mentre la volta successiva riusciva a realizzare un quadro bellissimo. Mi chiedevo sempre che cosa potesse essergli successo e poi finalmente l'ho capito: si trattava di un soggetto copiato. In un quadro che ricordo ancora adesso era rappresentata una bella scena sportiva di rugby. 
Dopo due mesi dalla premiazione riescono a scoprire l'inghippo, ma non si è potuto più far niente, il premio era stato assegnato e non c'era modo di revocarlo. Gli insegnanti mi hanno preso da parte, mi hanno fatto molti complimenti, si sono tutti scusati con me, anche l'Architetto Giuseppe Boattini, ma oramai quello che era fatto era fatto e non si poteva cambiare.

 Diploma della Scuola Superiore d'Arte del Castello Sforzesco

La licenza di grafico pubblicitario di Angelo Valli

La pubblicità italiana degli anni '50 ha cambiato totalmente stile.

TG: Alla fine della scuola che cosa hai fatto?

AV: Finita la scuola, intorno al 1953, c'era il direttore di un giornale dalle parti di Corso Sempione con cui ho fatto un colloquio di lavoro, anche se io poi sono andato presso uno studio pubblicitario in via Manzoni, che mi ha detto: "Non apra la cartella (contenente i lavori che aveva fatto a scuola ndTG) perché ormai è cambiato tutto". Io non capisco, ma lui continua il discorso. "Adesso è di moda la donna con il bambino in braccio, non vanno più le opere di Rossetti Gian. I suoi disegni li possiamo guardare per curiosità, ma non vanno bene." Allora c'era questo pittore che faceva i manifesti pubblicitari che si Chiamava Rossetti Gian. Il mio interlocutore riprende a parlarmi: "Adesso facciamo solo le fotografie di mamme con bambini per lanciare qualsiasi prodotto". Resto un po' interdetto e chiedo di parlare con qualcuno ancora più importante di lui, ma mi sento dire le stesse cose, cioè che la pittura non era più interessante per la pubblicità e tutto veniva presentato in un'altra forma espressiva, con altri soggetti. Questo signore mi consiglia di dedicarmi alla pittura artistica ed alla realizzazione di scenografie. Io ho fatto come mi ha consigliato quest'altro direttore e mi sono dedicato alla pittura ad olio. Mi è andata benissimo, vendevo quadri in Giappone, in Inghilterra e un po' ovunque. Mi arrivavano i bonifici in banca quando io nemmeno sapevo come si faceva un bonifico. Ho capito che ero sulla strada giusta, ho lasciato perdere la pubblicità per realizzare un quadro dopo l'altro, vendendoli con facilità.


Milano ai giorni dell'Expo vista da Angelo Valli

TG: Che genere facevi?

AV: Figurativo, ho sempre fatto figurativo ad olio. Mi ero comprato un'automobile americana ed a quei tempi ero uno dei pochi ad andare in giro così. Esponevo direttamente in piazza Duomo o in Corso Buenos Aires, la gente, soprattutto gli stranieri, compravano di tutto. Per un po' è andata alla grande, ma poi ho iniziato a vendere sempre meno. Il gusto stava cambiando. Negli ultimi tempi erano più i soldi che spendevo per esporre che quelli che guadagnavo.

TG: Ti è mai capitato di fare quadri in serie?

AV: No, assolutamente, mai fatti.

TG: All'epoca però c'era chi li faceva, vero?


Venezia vista da Angelo Valli

AV: Te lo spiego in due parole: vado in piazza San Marco a Venezia, vedo un pittore che espone dei quadri e poi mi accorgo che si trattava di un mio compagno della scuola d'arte. Era proprio un mio amico. Ci abbracciamo e mi saluta dicendomi: "Ciao Lino". Mi dice di seguirlo ed io vado con lui in un deposito dove vedo una quindicina di quadri su altrettanti cavalletti. Tutti uguali! Belli, perché non si può dire che non fossero belli, ma quella era la sua attività: prendeva un cartone dove erano segnati dei forellini che facevano da guida ad un disegno di massima; bastava appoggiare questa specie di matrice sulla tela, la si spolverava con una polvere colorata che poi si fissava con un fissatore e questa traccia era d'aiuto nel disegno che poi veniva completato con i colori ad olio. Faceva tutto da solo. Questo è un metodo conosciuto come lo spolvero. 
Il mio amico prima dipingeva la parte bassa del soggetto su tutte le tele, poi quella centrale, ed alla fine il cielo. I quadri risultavano tutti uguali con minimi cambiamenti. In questo modo se a più clienti piaceva lo stesso soggetto, non era un problema accontentarli. Se poi i quadri finivano era il momento di ripetere la serie.
La mia formula era diversa, io andavo bene perché riuscivo a vendere all'estero. Appena mi arrivava un bonifico io spedivo il quadro. Era un sistema sicuro. Ha funzionato abbastanza fino a 5 o 6 anni fa quando in piazza Duomo, a Milano, ho venduto una veduta di Venezia ad un turista straniero. Tutti gli altri pittori mi guardavano come se fossi stata una bestia rara. Effettivamente, stavo svendendo il mio quadro perché anch'io ero stufo di star lì a vendere niente.

TG: A che cifra?

AV: 250 euro. Non dico che ho fatto così per liberarmene, ma stavo già basso col prezzo perché non trattavano nemmeno, se non gli andava bene il prezzo se ne andavano direttamente. Dopo aver venduto il quadro sembravo uno che aveva la peste. Pensa che la tassa comunale per il sabato e la domenica era di 150 euro, alla fine io non ci guadagnavo niente a stare lì in piazza. L'anno dopo eravamo solo in 8 a pagare il suolo pubblico per esporre. Lo stesso ufficio comunale mi ha detto di lasciar perdere perché anche loro avevano delle spese a restare aperti per 8 persone non conveniva.

Angelo Valli ci mostra un suo quadro copiato da Mosé Bianchi

TG: Angelo, tu sei anche un ritrattista?

AV: Sì, faccio molti paesaggi, ma anche ritratti. Adesso ti dirò il segreto per ottenere buoni ritratti. Fare un paesaggio non è mai un problema, anche se i rami di un albero sono diversi non se ne accorge nessuno, puoi comunque ottenere un bel quadro, ma se fai il ritratto ad un bambino deve assomigliare al papà ed alla mamma. Deve essere uno della famiglia, anche se nella realtà può essere un po' diverso. Se non fai così, il tuo ritratto non vale niente. 


Angelo Valli re-interpreta un paesaggio di Albert Bierstadt eliminando gli indiani e le loro tende, ma lasciando un cavallo sulla scena.

TG: I soggetti di solito li trovi tu?

AV: Sì, ma spesso m'ispiro a soggetti già fatti da pittori del passato cambiando qualche particolare che non funziona più. Per esempio, questo l'ho copiato da un quadro di Albert Bierstadt, nell'originale c'erano gli indiani con le loro tende ed i loro cavalli, ma qua da noi avrebbero fatto ridere, così ho mantenuto una scena di montagna eliminando quello che non sarebbe stato apprezzato.

TG: Hai ancora qualche tuo lavoro di grafica pubblicitaria?

AV: Certo, adesso te lo mostro (Prende una cartelletta da sopra un armadio in camera da letto, la apre ed escono disegni che hanno circa 60-65 anni). Vedi questo, si chiama Lello, è un marchio che avevo fatto per Elio Fiorucci. Lui è stato contento e l'ha riprodotto, allora c'erano le prime fotocopie, certo adesso sono cose superate, però questo ti fa capire che cosa facevamo. Avevo anche altre grafiche fatte per la Ricordi, ma adesso non le trovo...


 Fiorucci

Lello

TG: Bellissimo questo disegno con le antenne! Ma c'era già la TV allora?

AV: No, erano i primi anni, ma si voleva far capire il concetto che per ogni casa ci sarebbe stata un'antenna per ricevere il segnale televisivo.


In ogni casa un'antenna televisiva. Questa è l'interpretazione di Angelo Valli nel 1953

TG: Sarà già stato il 1954?

AV Forse prima. Erano i primi tempi della TV sperimentale, sapevamo che di lì a poco sarebbero partite le trasmissioni pubbliche e c'era stato un... Chiamalo concorso, chiamalo come vuoi... Per questo avevamo fatto questi disegni. Vedi questo invece è un quadro di mio cugino, si chiamava Mario Scala, purtroppo è solo una fotocopia. Lui è stato un grande pittore.


Il pescatore di Angelo Valli

TG: Molto bello. E quel quadro del pescatore?

AV: Quello è uno dei miei ultimi quadri.


Dettaglio del pescatore

TG: Ma hai cambiato stile?

AV: No, ho sempre fatto lo stesso genere, ma ad un certo punto sono passato dal pennello che dava un effetto più liscio alla spatola.


Il certificato del 3° premio vinto da Angelo Valli che vale come un primo premio 

TG: Perché?

AV: La spatola ti dà più soddisfazione sei più a contatto con la materia e poi in penombra, con poca luce risaltano meglio le punte di colore, è un effetto diverso, più tridimensionale.


Una grafica stile anni '40 del Gran Premio di Monza disegnata da Angelo Valli.

TG: A me piacciono molto le tue grafiche, perché ti dicevano che non andavano bene?

AV: C'era un po' un flusso diverso, eravamo nel pieno del cambiamento, non volevano più fare le pubblicità come negli anni '30 o '40, si volevano esprimere altri concetti e valori. Adesso invece ti spiegherò qualcosa che ti rimarrà nella mente per sempre. A scuola con me c'era una ragazza sui 30 anni, io ne avevo solo 20, arrivava a scuola in Mercedes ed era di una famiglia ricchissima. Non vedevi nessuno andare in giro in macchina, meno che meno con la Mercedes. Un giorno mi chiama e mi dice d'andare insieme a lei che m'avrebbe fatto vedere la sua tecnica segreta. Mi porta in una cascina, mette una tela molto grande per terra, sul pavimento, sarà stata di circa 170 cm X 3 metri. Aveva delle polveri con delle bacchette. Mette del XXX sopra la tela, intanto parla con me e mi dice: "In un quarto d'ora faccio il quadro". Mi sono detto: "Ellamiseria! Com'è possibile?" Era molto sicura di se stessa, aveva già degli ordini dall'estero e non so per quanto tempo è andata avanti a vendere questi quadri. Distribuisce questa polverina sulla superficie della tela, poi prende un XXX, butta del XXX sulla tela e mi dice: "Angelo, adesso andiamo via!" Si sentiva del rumore e poi c'era un fumo, un odore... Siamo stati un po' al bar, poi quando abbiamo riaperto la cascina il fumo non c'era più, ma c'erano milioni di XXX che tu non riusciresti mai a dipingere a mano. E che colori! Blu qui, rosso là. Era un quadro astratto, ma molto bello nel suo genere. Mi dice: "Io ne faccio due al mese e li spedisco in America. Quando li ricevono mi pagano ed io mi ritrovo il bonifico in banca".

TG: Chi era? Come si chiamava questa artista?

AV: Non mi ricordo, ma faceva anche delle cartoline con su dei bambini bellissimi. Non so se quella forma d'arte l'avesse inventata lei, ma funzionava bene. Mi ha fatto giurare di non dire mai a nessuno questo segreto ed io ho sempre rispettato la mia parola, ma adesso ormai ho quasi 86 anni e sono malato, per questo te l'ho detto...

TG: Tu hai frequentato il Bar Jamaica a Brera negli anni '60?

AV: No.


Il certificato d'autenticità dietro un'opera di Valli