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martedì 2 gennaio 2018

Troglodyte in the Totem di Allegra Corbo

"L'arte è un modo di dire alla persone quello che non può essere spiegato con le parole." Anonimo


Totem dei Lepidotteri - Allegra Corbo

Come ho già avuto modo di raccontarvi, ho conosciuto Allegra Corbo a Jesi mentre ammirava la mia fotografia di Uri Moss che le ricordava gli anni trascorsi insieme ai Mutoid, in una ex cava di ghiaia a Santarcangelo di Romagna, a pochi passi dalle sponde del fiume Marecchia. Come promesso, il giorno dopo il nostro primo incontro casuale, ho raggiunto Allegra presso la galleria d'arte che la giornalista e insegnante Annalisa Filonzi ha allestito nella cantina della sua abitazione sita in via Mura Occidentali, 27 a Jesi. La visita alla Galleria USB è stata molto piacevole e particolare; non so se mostrerò fotografie di quando esposto in questo spazio dall'artista anconetana, poiché si è trattato di un'esperienza personale che ad ognuno di noi può dare sensazioni e significanze diverse: proverò però a descrivere quello che scendere in questa cantina buia ha suscitato in me.
E' stato come immergersi in un altro mondo, un mondo al di là del tempo e dello spazio. Visitare "Troglodyte in the Totem" è stata un'esperienza molto bella e interessante; la musica mi è stata di grande aiuto per introdurmi in questa atmosfera ovattata, anche se non capivo bene dove mi trovavo. Grazie alla piccola luce a led che mi è stata fornita prima di aprire la porta che si affaccia su una ripida scala di mattoni cercavo di orientarmi ed osservare cosa appariva nel buio della cantina. Ho trovato delle delle rappresentazioni di piccole figure femminili che sembravano fatte di ceramica, ma che in realtà erano disegnate su ossi di seppia appoggiati su piccoli cumuli di terra all'interno di nicchie nelle pareti. Con la lucina di posizione da bicicletta, mi era stata fornita anche la mappa della galleria con uno schema delle opere esposte; ero talmente disorientato che ho provato comunque ad avanzare casualmente, senza nemmeno sapere che cosa vedevo... TG

USB Gallery Jesi
Troglodyte in the Totem, schema delle opere esposte da Allegra Corbo.

Sul foglio di carta datomi da Allegra erano segnate alcune informazioni fondamentali che l'artista ha inserito nella piantina proprio per aiutare il visitatore a comprendere a cosa si trovasse di fronte. 
Ecco cosa mi hanno detto Annalisa Filonzi, la gallerista che ha anche curato la mostra, e Allegra Corbo, l'artista.

Annalisa Filonzi: Porto avanti il progetto della USB Gallery a cui ho dato questo nome proprio per far capire che questo spazio vuole essere un luogo di connessione tra le persone, ma anche di pensieri, esperienze ed emozioni. Mi piace la tecnologia e spesso mi sono interessata alla videoarte ed ad altri linguaggi contemporanei che si esprimono con media tecnologici. L'uso delle nuove tecnologie nell'arte mi interessa molto, anche se mi accorgo poi quello che ne esce mi emoziona meno rispetto all'arte realizzata in modo tradizionale.

Tony Graffio: Perché hai trasformato la cantina della tua casa in uno spazio espositivo?

AF: Ho utilizzato in questo modo la cantina della mia casa perché volevo uno spazio libero da ogni altro condizionamento e volevo portare lì le opere degli artisti che mi piacciono.

TG: Quando è nata questa Galleria? 

AF: Nel 2013, però non abbiamo un calendario preciso; grosso modo ho organizzato una mostra all'anno. Non mi occupo solo di questo perché io insegno italiano e storia in un istituto professionale della città. Volevo uno spazio privato in cui nessuno potesse influenzare le mie scelte e che mi desse la libertà di aprire quando voglio, perché sia io che gli artisti dobbiamo essere pronti ad aprire la mostra affinché possa funzionare bene. Una quindicina di giorni prima del vernissage partono gli inviti via email e la campagna stampa sui giornali che desiderano accoglierci tra le loro pagine cartacee o virtuali che siano.

TG: Sei un'appassionata d'arte? O sei una critica che segue anche altri eventi artistici?

AF: Sono una critica d'arte, nel senso che collaboro con Artribune e scrivo su questo giornale...

TG: Ma come? Mi ritrovo a fare pubblicità gratis per la mia concorrenza?

AF: (Ridendo) Eh, sì... Taglialo se vuoi...

TG: Ovviamente scherzo, so che Artribune ha più di 300 redattori sparsi ovunque, mentre io sono solo e faccio quello che posso esclusivamente per passione... Tornando a noi, a che anno risale la tua casa?

AF: Ho fatto un po' di ricerche ed ho scoperto che questo edificio ospitava una ex-filanda intorno ai primi anni del 1900, perché prima del 1909 in catasto non ci sono notizie. La proprietà è passata a varie famiglie fino a quando è diventato l'ambulatorio medico di mio suocero. Poi, noi abbiamo acquisito altre stanze contigue sistemando il tutto come lo vedi adesso destinando la cantina, quando possibile, all'arte.


Allegra Corbo e Annalisa Filonzi davanti alla porta della Galleria USB.


AF: Con lei ci siamo conosciute alcuni anni fa ad una mostra collettiva al Museo Nori de' Nobili di Trecastelli. Da allora ho iniziato a seguire Allegra più da vicino fino a quando è nato questo progetto che si chiude oggi.

TG: Non saprei come definirla, potremmo dire che questo esposizione che hai organizzato nella tua cantina è una "mostra esperienziale"? Oppure è un allestimento in un "site specific"?

AF: Sì, le opere sono nate proprio per essere esposte in questo spazio, potrebbe forse spiegarlo meglio l'artista, ma la visione dell'ambiente ne ha sicuramente influenzato la creazione suggerendone il tema e poi man mano la costruzione.

TG: Io con un nome come il mio non posso farti solo domande facili; vorrei chiederti qualcosa di un po' più "graffiante": posso provare a farti qualche domanda, magari un po' banale che però possa farmi comprendere meglio alcune cose?

AF: Fai pure.

TG: Apprezzo questo tipo di arte, ma poi come la si può fruire privatamente da collezionista? Questi pezzi dell'artista sono in qualche modo commerciabili? O servono solo a far parlare di sé?

AF: Io mi chiamo gallerista, ma in effetti lo sono solo fino ad un certo punto, nel senso che la USB è una galleria non commerciale; è più un punto d'incontro. Certo, mi fa piacere creare un rapporto tra il collezionista e l'artista, però questa non è un'opzione sempre così scontata... Questo spazio mi permette di organizzare situazioni di questo tipo, perché se fosse una galleria commerciale sarebbe anche un modo per banalizzarle acquistare opere di questo tipo. I pezzi sono in vendita però non è questa la parte più importante della loro presentazione al pubblico.

TG: Quando trovi dei pezzi nati appositamente in un luogo specifico non è facile decontestualizzarli e proporli in vendita per collocarli in altri posti. Vero?

AF: Sì.

TG: Vengono più che altro vissuti come ricordo di un'esperienza?

AF: Potrebbe essere anche così; però una cosa bellissima che mi ha dato questa mostra è stato il fatto che tutte le persone che poi uscendo all'aperto in cortile sono riemerse dal buio hanno trovato un particolare di un'opera sempre diversa in cui si sono riconosciute. La mostra è stata letta in modi diversi dai vari visitatori e c'è stato un rapporto diverso con ogni singola opera, per questo immagino che sia possibile apprezzare un pezzo piuttosto che un altro e desiderare possederlo. Che chi ha visto a suo modo queste figure femminili o chi ha ritrovato in esse un rapporto controverso con le amiche...

Allegra Corbo: Tu non hai letto il foglio dello schema introduttivo, ma le prime opere che incontri sono le amiche. Poi ci sono le danzatrici, anche se non sono intente a danzare.

TG: Mi ha fatto molto effetto trovare questi ossi di seppia molto chiari distesi sulla terra scura, perché mi hanno trasmesso un senso di femminilità che si trova proprio nel rapporto tra il corpo femminile e la fertilità della terra.

AC: Quelle forme alle quali ti riferisci sono le Veneri, ovvero delle piccole-grandi madri.

TG: Ti confesso che non ho toccato gli ossi di seppia, ma ho toccato la terra, perdonami, ma io amo sempre toccare tutto.

AC: Hai fatto bene. (risate)

Annalisa Filonzi: Massima libertà.

TG: L'idea dell'allestimento artistico e del percorso al buio è nata in accordo tra voi due?

AC: Sì.

AF: Lo ha costruito molto l'artista, io ero quasi all'oscuro di tutto... Beh, conoscevo il concetto che voleva esprimere, ma fino al momento dell'inaugurazione non ho visto le singole opere. Il merito è tutto di Allegra che è anche stata molto generosa nel mettersi in gioco con questa mostra...

TG: Scusami Allegra, come sai io non ho letto la tua presentazione, puoi dirmi quel grosso tronco che si appoggia sulle scale che cosa rappresenta?

AC: E' un tronco di mareggiata per metà dipinto di bianco e rivestito in parte con foglia d'oro. Un mio amico fotografo ha trasferito un medium su si esso in modo che lascia passare un'immagine che diventa quasi un tatuaggio su questa superficie.

TG: Interessante.

AC: Molto... quello è il Totem dei Lepidotteri.


Il cortile che porta alla Galleria USB.

TG: Avete avuto molto pubblico?

AF: Tantissimo. Di solito per l'inaugurazione arrivano almeno un centinaio di persone, cosa che è già un buon successo per noi. Il passa parola generato dal buon gradimento della visita richiama poi altra gente. In questa occasione, ho sempre avuto la casa piena di persone, fino ad ora abbiamo raggiunto circa i 250 visitatori.

Allegra Corbo: Certamente, siamo a Jesi e non a Milano...

TG: Guardate che anche a Milano la situazione nelle gallerie d'arte non è molto diversa, se non proprio in occasione di esposizioni di opere di nomi molto conosciuti o di ricorrenze particolari. Anche lì l'affluenza maggiore, se non l'unica, avviene in concomitanza con il vernissage... Al MAC di Lissone, un museo di arte contemporanea a sette minuti di treno da Milano, con ingresso gratuito, il pubblico si presenta per l'inaugurazione delle mostre temporanee in qualche centinaio di individui e poi ogni tanto capita che qualcun altro vada a vedere ogni tanto se c'è qualcosa di nuovo, ma tutto questo entusiasmo per andare nelle gallerie d'arte e nei musei di arte contemporanea non mi capita di vederlo tanto spesso...

AC: Infatti la gallerista è rimasta stupita del fatto che qui siamo riusciti a ricevere costantemente persone che volevano visitare la mostra, anche al di fuori della giornata dell'inaugurazione.

Annalisa Filonzi: Sicuramente, il fatto che molti abbiano apprezzato le opere di Allegra ha indotto coloro che ci hanno visitato a diffondere la gioia della loro esperienza ad altre persone per portarle qui a vedere quello che loro avevano scoperto.

TG: E' sicuramente un'esperienza positiva che ti permette di rientrare meglio in contatto con te stesso. Sembra particolarmente adatta ad un pubblico femminile, oppure si sente che è qualcosa pensato dalle donne?

AC: Ne stavamo parlando proprio ieri riguardando i commenti dei visitatori. Io non ho lavorato sul femminile e non ho fatto un lavoro pensando a tutti i riferimenti del femminile; ma è come se si fossero ritrovati lì. Ma al tempo stesso è lì anche tutto il maschile che c'è in me o che forse può mancare... E' anche un trittico da considerare che è composto dal figlio, dalla madre e dalla grandemadre che poi sono le tre età della vita: bambino adulto e vecchio.

TG: Mi piacciono molto le ricerche sul tempo e le età dell'uomo. Annalisa, questa mostra dobbiamo assolutamente prorogarla e farla vedere ad ancora più persone.

AF: In effetti, c'è addirittura chi ha richiesto la permanenza di questa mostra...

TG: Ok, perfetto, allora lo scriveremo prossimamente su Frammenti di Cultura... e anche su Artribune.

AF: Sarebbe bello, ma poi come farò con tutti gli artisti di futura programmazione?

AC: Mi piacerebbe che questa mostra venisse esposta anche da altre parti e che ogni volta cambiasse qualcosa.

TG: Va bene, proveremo a portala a Milano allora... In effetti, abbiamo uno spazio che potrebbe andare bene per questa mostra, proprio perché non è uno spazio esclusivo, ma uno spazio intimista. Mi spiace che i nostri amici del Basement avrebbero potuto avere una bella esperienza in questa galleria in cantina, ma non è detto che non vi conosciate e facciate anche voi qualcosa insieme a loro. Devo dire che abbiamo vissuto parecchie coincidenze sincroniche con Allegra e aver avuto la fortuna di vedere la sua mostra proprio prima che chiudesse, a poche ore dalla mia partenza di Jesi, si aggiunge a quelle già sottolineate che ci hanno portato a conoscerci e a riflettere su queste cose.

AC: Mi ha fatto piacere che tu sia passato a visitare la mia mostra.

TG: A questo punto so che ci tenevi a leggermi le parole che hai scritto come presentazione della mostra e che hai affisso sulla parete interna della cantina, prima della discesa nel profondo di ciò che hai fatto e che simboleggia anche la discesa verso il nostro io profondo.

AC: Lo leggo perché tu non lo avevi visto durante la tua discesa.

TG: Fai pure.

AC: Troglodyte in the Totem. Casa di Annalisa. Qui abita con il marito e il figlio; è una casa antica di Jesi, era parte di una filanda dove si lavoravano i bachi per la filatura della seta. Apparteneva alla famiglia, si scende per i cunicoli scavati per la conservazione delle cose. Il sotterraneo ora è la galleria di Annalisa. Mura piene di tempo, ricordo, vita, corpo, dolore, tradizione, amore, fantasmi, cellule, cosmo. Per me torna ad essere un caverna. Qui non si racconta nulla, tutto è qui da tempo, nel buio luminoso e fresco della terra nel suono sordo dell'acqua e del corpo quando ti tappi le orecchie del pianto che ti rimbocca i polmoni alla nascita. Si entra, si respira, ci si ferma. A volte manca un po' l'aria. E' tutto bianco nella cecità del volo. E' tutto nero quando ci si reimmerge nelle radici della nostra famiglia. In fondo c'è un uovo e degli ossi di seppia, per me è come entrare nel mio corpo. Ci sono diverse donne che sono tornate sempre differenti, sempre le stesse. L'arte non esiste qua, solo il buio luminescente e perlato nel nero di seppia. Un reame sottoterra dove avremmo trovato radici se fossero rimasti gli alberi. Qualche albero c'è ancora, ha le vene al posto delle radici.

TG: Allegra, la tua arte è particolare, non credo che tu la pensi per un ricavo economico, ma perché senti di voler esprimere quello che hai dentro...

Allegra Corbo: Io non so nemmeno che cosa sia il commercio. Magari lo sapessi... sarebbe più proficuo per me, ma quella non è proprio la mia storia.

TG: Qual'è la tua soddisfazione nel presentare un tuo lavoro? Sta nel piacere di mostrare o nel piacere di comunicare e far capire il tuo pensiero? O sta nel pensare e creare?

AC: Ultimamente, ho capito che quello che fa un artista o che faccio io, che non so se sono per forza un'artista, è un agire che non viene nemmeno troppo elaborato. Non c'è una grande progettazione, ma un'azione creativa per me indispensabile e vitale. Non potrei fare a meno di fare quello che faccio. E' un fare che al tempo stesso è abbastanza inconsapevole e abbastanza sacro. E' poi chi guarda il mio lavoro che vede l'aspetto artistico di ciò che ho fatto. Io non mi pongo nei termini di chi fa arte; io interpreto qualcosa e forse esprimo un messaggio che a volte non so nemmeno spiegare da dove provenga. Fondamentalmente, trasmetto un messaggio. Questa mostra è nata in questo modo: con Annalisa abbiamo analizzato lo spazio a nostra disposizione e abbiamo proposto questo passaggio della discesa nel buio, della famiglia, della casa e di tutti queste informazioni che si stringevano sempre più fino a portarmi a questa figura di colui che abita in una caverna come un troglodita.

TG: A livello psicoanalitico la casa ha un significato ben preciso; nei livelli più alti dell'abitazione sta la spiritualità ed i sentimenti più elevati, mentre nella parte più profonda e nelle cantine troviamo le parti più basse degli istinti umani. Può essere che tu abbia voluto analizzare un rapporto del genere che scavasse nell'interiorità più nascosta delle persone che sono entrate in questo spazio?

AC: Io la vedo esattamente al contrario questa formula. L'altro giorno un ragazzo che è passato di qua ha saputo esprimere questo concetto molto bene dicendomi: "E' come quando fai meditazione, entri in una profondità ed in un buio del tuo corpo che scende sempre più." E per scendere intendeva dire entrare in se stessi. Più scendi nel profondo di te stesso, più trovi la luce. Questa mostra è un po' così, può aiutarti a trovare quella parte luminosa del tuo essere, ma ci vuole un po' di tempo per raggiungerla.

TG: Le esperienze fatte dai visitatori, che poi ti vengono comunicate da loro, ti sono d'aiuto?

AC: Tutto quello che viene detto dai visitatori, e si tratta di considerazioni di tutti i tipi, sono parte della mostra e una parte dell'umanità. E' come se, attraverso gli oggetti che io ho disegnato, fatto, costruito e assemblato qui, loro trovassero un contatto con qualcosa di personale che poi mi raccontano uscendo dalla mostra. E' bello mettere insieme qualcosa dell'umanità e che si è formato grazie al tuo lavoro. O meglio, è bello che qualcosa che ho fatto risuoni in altri che poi riescono ad immedesimarsi nei sentimenti altrui e nei loro. C'è chi riesce a vedere il suo bambino mai nato; la madre scomparsa; il proprio corpo operato o si ritrovano prima della loro nascita. Ci sono molti tipi di interpretazioni.

TG: Vite precedenti?

AC: Anche. E molti escono da quella porta con un gran senso di pace. E' strano che al buio con una piccola torcia vedano tutte queste cose e trovino la pace. Di solito al buio le persone hanno paura, qui nemmeno i bambini hanno avuto paura. Tanti bambini sono scesi da soli e l'hanno fatto più di una volta.


Poso insieme ad Allegra per mostrare un'altra strana coincidenza: sia lei che io indossiamo un ciondolo d'argento coniato a mano più di 60 anni fa, proveniente dal Rajastan, si tratta di un gioiello molto raro che rappresenta una divinità guerriera indù.

Chi è Allegra Corbo
Diplomata come Maestro d'Arte in Oreficeria e arte dei Metalli, presso la Scuola d'Arte Mannucci di Ancona, si laurea in Pittura all'Accademia di Belle arti di Bologna. 
Dal 1988 al 2004 collabora come attrice, performer, scenografo, scultrice e tecnico con: la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio, il circo cyberpunk Mutoid Waste Co., poi Mutek di Joe Rush, con Officine Alchemiche e Mama Ferox. 
Dal 1996 espone a livello nazionale e internazionale in gallerie, happening e festival di arte contemporanea e della scena di arte Visionary, Underground e Pop e partecipa ad eventi di Arte Urbana con murales, grandi collage, stendardi, sculture di fuoco, performance, editoria. 
Dal 2008 al 2014 è Direttore Artistico del festival Pop UP! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano (a cura di MAC-Manifestazioni Artistiche Contemporanee) ad Ancona, dove presenta artisti italiani e internazionali in sperimentazioni istallative e wall painting di grandi misure, progetti site-specific e Street Art. 
Dal 2008 al 2014 è Art Director nel team della MAC-Manifestazioni Artistiche Contemporanee per progettazione, cura e allestimento di eventi e mostre di arte contemporanea (Pop UP! Arte contemporanea nello spazio urbano, LucidAncona, Videodromo, Area Spazio, Jasad-The Arab Body, Hanging, Officine del Colore Naturale, ecc). Art director e Tutor di Mac, nei workshop, con studenti ed artisti: Pop Up! Contest di Poster Art (con studenti del liceo artistico) Pop Up! The City (con gli studenti della facoltà di Design, Hongik University di Seoul, Korea: interventi di Arte Urbana nel quartiere degradato di Daheango) Area, spazio per comunicare (progetto per i giovani, pensato per costruire uno spazio comune, attraverso il linguaggio della parola, gestuale, grafico, artigianale, digitale, che finalmente sfocia nell'azione artistica). Officine del Colore Naturale (un progetto di ricognizione e valorizzazione delle potenzialità artistiche presenti sul territorio regionale; laboratori tra i giovani talenti marchigiani, con artisti e artigiani dal profilo internazionale e imprese locali, per dar vita a un movimento attorno alla téchne del colore naturale).
Nel 2015, progetta Vertigo Truth, una istallazione urbana e di street art nel Parco Sculture di Mutonia (comunità artistica Mutoid Waste Co.) a Santarcangelo di Romagna con l'artista Su-e-Side. 
Dal 2012 iniziano anche le sue attività nel campo dell'infanzia e adolescenza con i progetti Children in the Forest, Lupus et Agnus (trekking di Arte Urbana con le fiabe di Esopo), Cadavre esquisit (un “racconto” surreale per un libro-murales-tableau dipinto con i bambini su pagine giganti), Cosmogenio Specularum, the mirror is everywhere from Butterfly to Face (un lavoro sulla specularita' delle forme della natura per poi elaborare e inventare maschere e proto-libri, con ragazzi del liceo). Cantiere artistico con studenti delle Accademie di Belle Arti, durante la residenza artistica di Urban Superstar Show 2012, a Cosenza - collaborazione artistica con la scuola libertaria e montessoriana Serendipity di Osimo (Ancona) Nel 2010, pubblica il libro illustrato Aletheya e Cartataglio (in collaborazione con l'artista Andreco), stampati a mano in serigrafia da Strane Dizioni, e nel 2011 il libro Two Way Project Italy / Lebanon (progetto collettivo tra artisti italiani e libanesi, a Beirut).
Dal 1996 pubblica su riviste, magazine e fanzine. Art director per I libri Pop Up! The Book e Intruders di Luca Forlani (entrambi di Franco Cosimo Panini Ed.). 
Dal 1988 ha esperienze professionali come scenografo e tecnico luci con teatri, festival e compagnie di teatro nazionali ed internazionali.




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giovedì 30 novembre 2017

Speciale Basement Art & Culture 14a Parte: Simona Cardinali

Siamo alla Pinacoteca Pianetti con Simona Cardinali. 
Ho già intervistato  Lisa Gelli e Nicola Alessanrdini, gli artisti delle opere esposte nel boudoir, ma per capire meglio l'importanza di questa operazione culturale inserita all'interno del Basement Party Festival, ho voluto sentire anche la curatrice della mostra. Ricordo a tutti che la mostra temporanea è ancora visitabile per un paio di giorni, fino a domenica 3 dicembre. Approfittatene!


Simona Cardinali
Simona Cardinali sulla porta che dà l'accesso al Boudoir del Palazzo Pianetti.
Tony Graffio: Simona, qual'è il tuo ruolo all'interno di questo spazio civico?
Simona Cardinali: Io sono lo storico dell'arte della Pinacoteca e lavoro come conservatrice e mediatrice culturale, come va di moda dire adesso. Mi occupo di tutto quello che sta dietro ad un museo. Un museo come il nostro in realtà è un organo molto vivo e molto attivo che, in un certo senso, deve anche avere un ruolo sociale all'interno della città: almeno questa è la visione che ci diamo come staff culturale del museo.
TG: Per favore, spiegami storicamente l'importanza di Palazzo Pianetti ed in particolare la funzione dell'ambiente in cui ci troviamo che in questi giorni ha accolto la mostra di Nicola Alessandrini e Lisa Gelli.
SC: Questo spazio che è il salottino privato degli appartamenti ottocenteschi di Palazzo Pianetti, un palazzo costruito da questa famiglia metà del '700 per dimostrare a tutta la città di Jesi il loro ruolo, sia sociale, che politico che economico, raggiunto all'epoca a metà dell'Ottocento viene ristrutturato e viene realizzato proprio questo piano che è l'appartamento ottocentesco dove i Signori Pianetti normalmente vivevano. Lo spazio dove ci troviamo adesso (il boudoir) è uno spazio molto originale e particolare, per l'epoca, ha un effetto acustico progettato dall'architetto Angelo Angelucci, un personaggio eclettico e davvero geniale che ebbe delle intuizioni molto originali per l'epoca. Si ipotizzava che la sala fosse deputata al suono della musica, ma riteniamo che queste restino soltanto delle supposizioni perché nei documenti conservati alla biblioteca planettiana della città che archivia il carteggio tra l'architetto, Angelo Angelucci che ristrutturò il piano e Vincenzo Pianetti, il committente, che in occasione del suo matrimonio con una Azzolino decide di affidare appunto a questo architetto la ristrutturazione del secondo piano del palazzo. Non è emersa nessuna prova che provi che l'ambiente fosse utilizzato per concertini, ma proprio perché questo ambiente risultava strettamente collegato con il camerino e la camera da letto, perché gli ambienti successivi sono questi, questo ambiente risultava essere un salottino/boudoir, un salottino privato...
TG: Un disimpegno tra una stanza ed un'altra...
SC: Sì, esatto. Un ambiente molto intimo...
TG: Dove chissà cosa succedeva...
SC: Esatto. Tra l'altro, Angelo Angelucci è stato un grande architetto e un ingegnere appassionato di armi. E stato anche il direttore dell'Armeria Reale di Torino, ha progettato questa stanza come un ambiente termale romano con questi archi di colore rosso che ne fanno uno spazio molto particolare che riprende i grifoni e le decorazioni floreali del Teatro Pergolesi, perché all'epoca del restauro di questo piano era aperto anche quel cantiere e si pensa che l'architetto abbia preso spunto anche da quel palazzo. Angelucci scrive al Marchese Pianetti: "Voglio che la tua sposa viva in una dimora che possa essere paragonato ai più bei palazzi di Firenze..." perché lei abitava a Firenze... In un'altra lettera racconta che gli artisti del teatro che erano venuti a vedere Palazzo Pianetti in restauro erano rimasti a bocca aperta davanti a tanto sfarzo. Sicuramente, è stata una ristrutturazione molto ambiziosa e anche molto costosa, tanto che i Pianetti sono andati in fallimento a causa di queste spese esorbitanti.
TG: L'Angelucci ha un po' esagerato e loro non hanno saputo tenerlo a freno...
SC: Eh, sì, hanno avuto proprio un tracollo finanziario...
TG: Come si è arrivati a proporre a dei giovani artisti di esporre in questo spazio e che significato ha questa scelta?
SC: Questo spazio è stato individuato come il più adatto ad ospitare mostre temporanee che vengono alternate alla collezione permanente composta da opere derivanti dal premio acquisto Rosa Papa Tamburi. Uno spazio molto caratterizzato ma comunque capace di accogliere opere di diversa natura in un modo così naturale che ci lascia sempre a bocca aperta. Anche con questa esperienza infatti dimostra di saper dialogare con opere molto distanti, sia concettualmente che stilisticamente dall'epoca in cui questo spazio fu costruito... La personale di Nicola e Lisa (autori del murale realizzato nel quartiere San Giuseppe) trova la sua ragion d'essere in Pinacoteca grazie al progetto Chromaesis e facendo un tentativo di collegare il museo con la sua città.
TG: Pensi che questo tipo di operazioni culturali che collegano il classico al contemporaneo si ripeteranno in futuro?
SC: Si perché questo è uno spazio che abbiamo deciso di dedicare proprio alle esposizioni temporanee. Ha una sua collezione permanente, ma vista la sua particolarità è molto carico di realtà e riesce a far emergere opere di diverso genere.
TG: Vero, le opere che abbiamo visto nel boudoir non sfigurano in questo ambiente, ma anzi ne escono valorizzate...
SC: Esatto, riescono a dialogare bene con ciò che le circonda. Abbiamo già presentato diverse mostre nel boudoir e ogni volta, grazie ad allestimenti sempre diversi, ci accorgiamo che vengono accolti molto bene anche dal pubblico.
TG: L'ingresso alla Pinacoteca è gratuito durante la mostra di Lisa e Nicola?
SC: E' gratuito nella sezione di arte contemporanea.


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martedì 28 novembre 2017

Ai Confini del Basement Party: Starfuckers

Ci prendiamo una pausa dal Basement Party per parlare di un evento collaterale tenutosi, sempre a Jesi, la sera di giovedì 16 novembre. Al TNT suonavano gli Starfuckers, un gruppo sperimentale Bolognese che da circa 30 anni suona sulla scena Underground italiana. Ho assistito al loro concerto insieme al mitico Giampo Coppa di cui presenterò presto un'intervista che parlerà di Punk e Psichedelia, ancora all'interno dello Speciale Basement Art and Culture 2017.


Gli Starfuckers al TNT di Jesi
Gli Starfuckers al TNT di Jesi

Tony Graffio: Starfuckers, che piacere essere tra Voi dopo il concerto; sentiamo per primo Alessandro Bocci che si occupa della parte elettronica, computer, sintetizzatore e campionatore. Tu registri personalmente i suoni che hai utilizzato questa sera?

Alessandro Bocci: Sì, i suoni campionati li utilizzo in diretta attraverso un sint o un computer.

TG: Quali suoni raccogli e t'interessano?

Alessandro Bocci: Si tratta di suoni che abbiamo registrato a suo tempo e che abbiamo inserito nella nostra discografia in tutti questi anni di attività. Sono suoni derivati da sperimentazioni varie.

TG: Arrivano da strumenti musicali o sono suoni naturali?

Alessandro Bocci: Principalmente, da strumenti che modifico e rielaboro. Derivano dai nostri strumenti.

TG; Roberto Bertacchini suona la batteria da tantissimi anni, vero?

Roberto Bertacchini: Come tutti gli altri del gruppo.

TG: Manuele Giannini invece è la chitarra e la voce del gruppo. Da quanto tempo suonate insieme?

Roberto Bertacchini: Dal 1986/87.

TG: Da circa 30 anni allora... E' sempre brutto etichettare un gruppo musicale, ma se proprio dobbiamo farlo è meglio che lo facciate Voi... Come potremmo definirvi? O Indicarvi?

Roberto Bertacchini: Non Saprei...

Manuele Giannini: Il nostro riferimento è sempre il Rock and Roll. Noi rivisitiamo questa musica a modo nostro...

TG: Potremmo parlare di Rock elettronico sperimentale?

Manuele Giannini: Sì, sperimentale, ma la nostra formazione e la nostra cultura è basata sulla musica Rock. Non facciamo musica Jazz o Classica... però utilizziamo delle tecniche che derivano anche dalla musica classica... dal jazz e dalla sperimentazione. Nel Rock si suonano solo accordi minori e maggiori, ma io suono solo accordi dodecafonici.

TG: Siete tutti e tre di Bologna?

Alessandro Bocci: No, io e Manuel abitiamo a Bologna, anche Roberto ha abitato a Bologna, ma siamo originari di Massa Carrara.

TG: Non vi esibite tanto spesso in pubblico, siamo stati fortunati ad ascoltarvi qui a Jesi?

Roberto Bertacchini: Suoniamo raramente perché facciamo altri lavori...

TG: Non avete tanto tempo per esibirvi dal vivo, ma avete pubblicato diversi dischi...

Roberto Bertacchini: Beh, ma quello lo può fare chiunque...

TG: Non è proprio così...

Roberto Bertacchini: La musica è aperta a tutti! Non è necessario essere musicisti o essere bravi, basta suonare...

TG: Spiegatemelo meglio questo concetto che detto così mi sembra molto riduttivo... anche del Vostro lavoro...

Manuele Giannini: In realtà, abbiamo sempre più o meno suonato in pubblico, ma adesso era da 5 anni che non facevamo concerti: abbiamo ricominciato da un mese a questa parte, perché in occasione del Kracatoa Festival di Bologna ci hanno invitato a suonare come headliner (attrazione principale). E' stato grazie a Gianluca, l'organizzatore del festival se abbiamo preso questa decisione ed adesso stiamo facendo una piccola tournée di cinque date; poi torneremo a suonare con l'anno nuovo.

TG: Come siete arrivati qua a Jesi?

Manuele Giannini: Mah, dopo Bologna e Torino è uscita questa data, e domani saremo a Foligno. Jesi è una città interessante e il TNT è un posto molto bello per suonare e non volevamo perdercelo. Siamo contenti.

Roberto Bertacchini: Siamo molto contenti di essere qui, perché non siamo mai stati in questa città prima di adesso; c'è una bella realtà ed il centro è molto bello.

TG: Vero. Quanti dischi avete pubblicato? E' uscito qualcosa di nuovo di recente? Avete suonato anche con altri gruppi?

Manuele Giannini: La nostra storia è un po' lunga, come dicevamo sono 30 anni che suoniamo insieme... noi abbiamo incrociato diverse realtà musicali, a partire da Bologna, fino a suonare con i Sonic Youth...

TG: Davvero?

Manuele Giannini: Sì, due volte... Abbiamo attraversato vari periodi musicali ed abbiamo suonato con band diverse.

TG: Ci sono stati momenti migliori e momenti più difficili?

Manuele Giannini: Noi siamo sempre stati a buoni livelli...

TG: Intendo dire se c'è stata un po' di discontinuità nel vostro percorso professionale...

Manuele Giannini: Sì, nel senso che questa attività non l'abbiamo mai presa come un lavoro, pertanto non abbiamo avuto una costanza assoluta. Abbiamo suonato nei periodi in cui avevamo qualcosa da dire; negli altri periodi non abbiamo suonato: tutto qua...

TG: Prendete spunto da qualche sonorità particolare o vi considerate avulsi da quello che avviene intorno a Voi?

Roberto Bertacchini: Chiaramente ognuno di noi ha i suoi gusti musicali; io personalmente, in questo momento, non ho dei modelli di riferimento, non perché non ci sia in giro della bella musica, ma per cercare di mantenere la mente aperta. Cerchiamo sempre di rimanere noi stessi e facciamo quello che a noi piace. Ci proviamo, poi se quello facciamo piace a qualcun altro, meglio. Non abbiamo obiettivi precisi, suoniamo solo quando riteniamo che sia arrivato il momento giusto. Infatti anche i nostri dischi escono ogni tanto; non abbiamo mai pubblicato un disco all'anno... Ogni nostro disco ha avuto il suo particolare percorso e, guarda caso, sono anche molto diversi tra loro. Seguiamo il nostro istinto.

TG: Bologna è una piazza dove ci sono sempre stati tantissimi musicisti, anche molto bravi: come giudicate attualmente la realtà musicale dell Vostra città? Avete rapporti con altri colleghi?

Manuele Giannini: Sì, abbiamo soprattutto dei rapporti di amicizia, non essendo legati ad una scena particolare. Io per esempio ho prodotto i primi due dischi di Massimo Volume, un gruppo bolognese abbastanza noto. Abbiamo suonato con Stefano Pilia, per esempio, e con gruppi Mainstream, come gli Afterhours che fanno anche sperimentazione. Non siamo legati ad una scena, siamo sempre rimasti per conto nostro.

TG: E della realtà discografica attuale che cosa mi dite? I dischi si fanno fatica a vendere?

Manuele Giannini: Beh, sai... è un momento difficile da capire. Noi abbiamo iniziato a pubblicare i dischi quando ancora c'era il vinile e prima ancora del ritorno del vinile, quando ancora si registrava in studio con i nastri e queste cose qua. Abbiamo attraversato tutti i periodi; ma noi non facciamo un disco vero da 10 anni...

Roberto Bertacchini: Da più di 10 anni, dal 2006.

Manuele Giannini: Anche perché non c'è mai interessato fare delle auto-produzioni o uscire con lavori solo su internet e roba del genere... siamo sempre rimasti legati alla vecchia abitudine di avere un produttore discografico che si fa carico delle varie fasi produttive.

TG: Intendi questo quando parli di dischi veri?

Manuele Giannini: Esatto, mi riferisco alla vecchia concezione di un disco che prevede la figura del produttore che ti paga la sala d'incisione, che ti produce il disco, che te lo stampa, lo distribuisce e tutto il resto. Siamo legati a quel mondo. Se qualcuno ci chiede di fare un disco in questo modo e noi sentiamo di farlo, lo facciamo, altrimenti no. Noi non pubblichiamo niente.

TG: Che tiratura hanno avuto i vostri dischi?

Manuele Giannini: Abbiamo fatto dischi per etichette italiane e straniere, nel corso del tempo dalle mille alle duemila copie, però i nostri dischi, a partire dal primo del 1989, sono sempre stati ristampati, anche da etichette americane o svedesi... La nostra soddisfazione è proprio questa: anche se abbiamo pubblicato pochi dischi, ogni disco è stato ristampato più di una volta.

TG: La scelta di stampare su vinile esiste ancora?

Manuele Giannini: Noi siamo legati al vinile, ma  non ne vogliamo fare una retorica, però l'oggetto fisico del disco a noi piace.

TG: A livello di pura musica sperimentale che cosa avete fatto?

Manuele Giannini: Abbiamo fatto tutti anche altre cose, io personalmente non ho realizzato in tal senso dei supporti fisici, ma ho delle uscite digitali con un gruppo che si chiama Wait and Treble con un ragazzo che sta anche lui a Bologna. Sostanzialmente è un prodotto musicale Dub-Techno fatto solo con sintetizzatori analogici.

TG: Frequentate volentieri i festival?

Manuele Giannini: Se ci invitano sì; abbiamo suonato anche abbastanza all'estero: in Francia, Svezia e Spagna. A Parigi abbiamo suonato a Les Instants Chavirés che è un locale importante per il nostro tipo di musica.

TG: Prossimi appuntamenti dove potremo venire ad ascoltarvi?

Manuele Giannini: Probabilmente l'anno prossimo andremo ad un festival in Austria a Innsbruck.


Starfuckers
Roberto Bertacchini, Manuele Giannini e Alessandro Bocci.

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giovedì 20 aprile 2017

Basement Party - the Story - DJ Bruno di Transilvanya Dischi

Prima dell'inizio della grande festa tenutasi a Jesi in occasione di The Basement Party, l'11 marzo 2017, ho avuto modo di parlare con Bruno Tarabelli di Transilvanya Dischi, proprietario dello storico negozio di musica nel centro dell'effervescente città marchigiana e DJ molto conosciuto nella zona.

Bruno Tarabelli
DJ Bruno al Basement Party

Tony Graffio: Bruno, da quanto tempo esiste il tuo negozio?

DJ Bruno: Dal 1986, Transilvanya Dischi ha 31 anni.

TG: Raccontami qualcosa di questa tua esperienza commerciale.

DJ Bruno: E' molto dura. Adesso, tenere aperta questa attività è diventato difficile e si fa fatica ad andare avanti. All'inizio è stato molto bello, questo era diventato un punto d'incontro per gli amici che si riunivano qui per parlare di musica e scambiarsi opinioni, ma adesso s'è persa questa abitudine. I ragazzi non hanno più la curiosità di cercare e d'acquistare l'ultimo disco uscito. Non è più come ai nostri tempi, quando leggevamo le riviste musicali, ci tenevamo aggiornati e aspettavamo con ansia che i dischi arrivassero sugli scaffali dei negozi...

L'interno del Bruno's Transilvanya Records Shop

TG: Tu quanti anni hai?

DJ Bruno: 62.

TG: Parliamo di cose belle. Tu hai aperto questa attività per passione, vero?

DJ Bruno: Sì, io ho iniziato a seguire la musica dall'età di 13 anni. Compravo i 45 giri perché allora non c'erano soldi, poi ho incominciato a collezionare anche i 33 giri.

Bruno con alcuni dei suoi dischi preferiti: Lisergic Emanations dei Fuzztones e Beggars Banquet dei Rolling Stones. 

TG: Che musica ti piace?

DJ Bruno: Grosso modo il Rock, ma seguo anche la musica Reggae ed il Funky. Fondamentalmente il Rock.

TG: Vuoi citarmi tre dei tuoi gruppi preferiti?

DJ Bruno: Rolling Stones, Clash e per il Raggae, Bob Marley. Naturalmente, mi piacciono tantissimi altri gruppi.

L'ingresso del Transilvanya Records Shop di DJ Bruno

TG: Qua siamo proprio nel centro di Jesi, sarai molto conosciuto in città e dintorni...

DJ Bruno: Sì, certo, anche come DJ. Questa sera infatti farò ballare tutti al Basement Party.

TG: Molto bene e che musica ci porterai?

DJ Bruno: Rock'n'Roll, Beat, Soul... Comunque saremo in due. Con me ci sarà Andrea Maccarone, conosciuto come Macca. Lui viene da Ancona, è un po' di tempo che non ci troviamo, però siamo bene affiatati lo stesso.

Faster Epitaph Kill! Kill!

TG: Ad Ancona è rimasto qualche negozio che vende ancora il vinile, come fai tu?

DJ Bruno: Frequento poco Ancona, ma credo che lì siano rimasti ancora due negozi di dischi abbastanza riforniti.

La maglietta del Transilvanya.

TG: Da quello che è la tua esperienza e la tua visione sul mercato del vinile, ti sembra che ci sia un ritorno all'ascolto di questo tipo di supporto?

DJ Bruno: Sì, c'è dell'interesse, ma credo che la gente compri molto online.

TG: E' un'abitudine che io non capisco molto, in quanto chiunque può andare direttamente in negozio, scegliere, guardare, oppure chiedere di ascoltare un disco che ritiene interessante. Mi sembra una bella possibilità.

DJ Buno: Lo so, ma adesso sono in pochi a fare così, la maggior parte arrivano qui, ti chiedono il prodotto che vogliono e vanno via. Sanno già cosa cercano. Pochissime persone stanno qui a guardare i dischi. Il negozio di dischi non è più un centro di aggregazione, un luogo d'incontro per i giovani.

Man's Ruin Records
Man's Ruin Records

TG: Tu sei appassionato anche di arte visiva e di manifesti? Vedo che hai qualche pezzo interessante...

DJ Bruno: Ho qualcosa delle etichette discografiche, sicuramente una volta ero più appassionato.

TG: Ti capita di collaborare con la Bloody Sound Fucktory?

DJ Bruno: Sì, loro mi portano i loro prodotti, io li espongo e se c'è interesse si vendono. Chiaro, loro sono di un'atra generazione. Abbiamo interessi un po' diversi, non ci frequentiamo molto, ma in certe occasioni, come questa, ci capita di lavorare insieme per dei DJ set.

TG: Da dove hai ricavato il nome di Transilvanya?

DJ Bruno: Dal Transilvanya Boogie di Frank Zappa, però io ho tenuto solo Transilvanya...

Un vinile dei Sigur Ros di non facile reperimento

TG: (Rido) Ok. Quali sono i dischi che vanno per la maggiore adesso?

DJ Bruno: Le ragazzine amano i dischi dei format televisivi. Ultimamente, un disco che ho venduto molto è quello di Ed Sheeran. La vendita di musica Rock è calata molto.

TG: Beh, però un negozio che esiste da 30 anni dovrebbe avere una sua clientela, ed è un luogo che dovrebbe essere riconosciuto dalla comunità come qualcosa da salvaguardare, no?

DJ Bruno: Sì, però in realtà adesso faccio anche fatica a rifornirmi; una volta acquistavo più merce. Adesso i cambi ed i prodotti nuovi arrivano un po' in ritardo, non proprio il giorno in cui esce il disco... Inizio ad avere qualche problema con i fornitori. Se entrano meno soldi diventa più difficile anche fare gli ordini.

David Bowie, colonna sonora de: The man who fell to Earth.

TG: Ad ogni modo, il vinile lo tengono in pochi ai nostri giorni e da quello che vedo tu sei molto ben rifornito; hai perfino dei titoli che non sono nemmeno riuscito a trovare a Milano, come questo disco di David Bowie che commemora i 40 anni del film: L'uomo che cadde sulla Terra. Ti faccio i miei complimenti per questo e ti chiedo di vendermene una copia.

DJ Bruno: Ti ringrazio, io ho sempre avuto cose interessanti, anche nel periodo in cui in Italia si trovava poco io acquistavo i dischi d'importazione.

TG: Dal Regno Unito?

DJ Bruno. Anche da ditte italiane che importavano dall'estero. Sono sempre stato ben fornito perché ho sempre avuto una grossa passione per il vinile.

Mucchio Selvaggio, Blow Up, Buscadero.

TG: Cosa ha fatto cambiare il modo di ascoltare la musica? Il fatto che la gente utilizza il computer piuttosto che uno stereo tradizionale?

DJ Bruno: Adesso tutti hanno problemi di mancanza di spazio, quando nascono i figli chi ne fa le spese è spesso il giradischi.

TG: Vedo che qui hai anche delle riviste. Sono in libera consultazione?

DJ Bruno: Sono mie, se qualcuno le vuole leggere può farlo liberamente: è una piccola emeroteca. Una volta ne compravo di più... Le riviste italiane costano 6-7 euro, quelle inglesi 10 e più euro, è pur sempre una spesa.

TG: Beh, comunque è una bella possibilità che offri gratuitamente ai tuoi clienti. Poi, vedo che tieni anche i dischi da 10 pollici, hai proprio di tutto!

DJ Bruno: Molti sono usciti per il Record Store Day, il giorno del disco del vinile che quest'anno cadrà il 22 aprile.

Paul Weller Landslide ed altri dischi da 10'