sabato 24 novembre 2018

I ricordi di Manu Invisible

Sette giorni fa, lo scorso 17 novembre, si è chiusa alla Key Gallery di Milano, con un finissage durante il quale abbiamo assistito ad un live painting, la mostra "Memories" dell'artista sardo Manu Invisible; uno street-artist che, attraverso l'impiego di supporti e materiali adatti ad essere esposti in galleria, ha riproposto in miniatura alcuni interventi effettuati sulla strada, nei sottopassi e sui cavalcavia autostradali. Tra le opere comparivano tele, scatole di legno e altri elementi di recupero sui quali sono state impresse parole particolarmente significative ed evocative, ma anche teche di plexiglass contenenti oggetti trovati
Il legno è stato trattato con il fumo, mentre tre maschere di uno stile che potrebbe avvicinarsi al Manga giapponese sono state costruite rispettivamente con alluminio, pvc e sughero ripiegato su se stesso.
I veri soggetti del lavoro di manu Invisible sono proprio quei termini che richiamano pensieri ed urgenze importanti per l'artista. A questo proposito ho voluto sapere qual'è il preciso significato di questi concetti. TG


Manu Invisible fotografato da Tony Graffio
Manu Invisible, lo scorso 17 novembre 2018, da Key Gallery via Pietro Borsieri, 12, Milano.

Tony Graffio intervista Manu Invisible

Tony Graffio: Ciao Manu, ti presenti sempre al pubblico indossando le tue maschere?

Manu Invisible: Sì, lo faccio per ricordarmi e ricordare che questa è un'attività che spesso può avere qualche ripercussione poco piacevole a livello di fedina penale.

TG: Però mi sembra che ultimamente tu sia stato assolto proprio grazie al valore artistico che è stato riconosciuto ad alcuni tuoi murales...

MI: Sì, tempo fa mi hanno assolto. Sono stato giudicato dalla Corte della Cassazione. È stata una vittoria importante che ho conseguito quando ancora ero minorenne. Il mio percorso professionale è sempre stato travagliato, perché viviamo in un'epoca in cui l'espressione artistica non è considerata come un gesto liberatorio, ma viene visto principalmente come un gesto rivoluzionario; anche se a mio avviso, non sempre deve essere interpretato in quel modo.

TG: Cosa ti ha lasciato quella esperienza?

MI: Sono tutte esperienze di vita. Cerco di raccogliere il meglio da tutto quello che faccio. Ritengo di esprimermi in modo genuino e liberatorio e penso che queste mie espressioni possano essere catartiche anche per la società. È una riconquista di valori che sicuramente in questa epoca storica non è facile affermare, perché ci troviamo in un momento di buio totale. Far riaffiorare certi concetti sulle pareti che costeggiano le strade a scorrimento veloce può far riassaporare il vero contenuto e l'etimologia di quelle parole nel loro valore più autentico e intrinseco.

TG: Ho visto la parola "resilienza" stampata su più opere; perché hai usato proprio questo termine che non è tanto abituale?

MI: In effetti, è un termine che è stato coniato di recente. È nato nell'ambito della meccanica e serve per distinguere tra vari materiali quelli che hanno capacità maggiori nel resistere agli urti senza rompersi. Successivamente, questo termine è stato adottato anche in ambito psicologico, cosa che ha fatto acquisire alla nostra mente un valore aggiunto ed è stato utile a spiegare una caratteristica che noi come essere umani abbiamo da sempre, ma di cui non ci siamo mai occupati con la dovuta attenzione. Si tratta della capacità di un individuo di resistere, se messo sotto pressione da condizioni difficili ed ai traumi della vita.

TG: Questa sera invece hai scelto di scrivere la parola "dedizione" su un muro dove era stata proiettata la diapositiva di un ponte autostradale fotografato di notte. È un modo di esprimere la tua dedizione all'arte?

MI: Sì, è una dedizione ad un percorso di vita. Spesso ci si trova smarriti nel mondo e per questo bisogna trovare e mantenere un atteggiamento positivo e, soprattutto, positivo in quello che si fa. La dedizione è una virtù che va vissuta ed esplorata. Per me è una parola sacra, ma spero che lo sia anche per tutte le persone che la leggono passando velocemente sulle strade che ospitano i miei lavori.

TG: Ti vorrei fare una domanda che ho fatto anche a Ivan il poeta: per uno street-artist che cosa vuol dire essere presente con le sue opere in una galleria d'arte?

MI: Per uno street-artist essere qua è come tornare a casa dopo che si dipinge. Mi sono sentito accolto dalle mura fisiche di questa galleria, il resto è tutto concettuale. Questo spazio mi offre tanto, sia a livello di servizi che di cultura, ma anche di calore umano. Questo è un ambiente familiare che frequento volentieri, nonostante mi aggiri tra il pubblico mascherato e possa sembrare un personaggio ostile. Vivo queste giornate lontano da tutto, anche dal mio lavoro. L'approccio che ho con la strada è ovviamente molto diverso da quello che ho con la galleria d'arte, ma ho cercato di creare un ponte tra questi ambienti e proporre un discorso poetico che possa arricchire anche quello che faccio fuori di qui. Per me è importante creare anche delle opere di piccolo formato; l'ho sempre fatto, anche prima di dipingere i cavalcavia. Per me è stato molto significativo ufficializzare la mia presenza in galleria con un evento che è stato curato nel miglior modo possibile. La strada tuttavia rimane una componente molto importante di quello che faccio, perché quella è l'attività che mi dà forza e mi mantiene in vita. La galleria invece è un ambiente più familiare che mi aiuta a tessere i rapporti sociali e commerciali.

TG: Speri di presentare qualche lavoro nelle fiere d'arte e magari di arrivare in seguito a vendere i tuoi lavori anche nelle aste?

MI: Sì, spero che possa capitarmi. Ho già un impegno con l'Affordable Art Fair. Qui a Milano esporrò al Superstudio+ dal 25 al 27 gennaio 2019. Parteciperò a quella fiera con la Key Gallery.


Resilienza Manu Invisible
Resilienza di Manu Invisible. Forse in altri tempi avremmo parlato di... Resistenza.

Tutti i diritti sono riservati

giovedì 22 novembre 2018

I Figli dello Stupore al 29° Psych Out

"Jack Kerouac non scrive, batte a macchina." Truman Capote

"La poesia è vita e come la vita può essere sincera e intensa, ma può anche essere un'esperienza di apertura al mondo". TG

Libro i figli dello stupore di Alessandro Manca
I Figli dello Stupore. La Beat Generation italiana. Antologia di poesia underground italiana a cura di Alessandro Manca.


A Torino, allo Psych Out Festival, Tony Graffio ha intervistato Alessandro Manca, curatore del libro pubblicato da Sirio Edizioni: "I figli dello Stupore".

Tony Graffio: Alessandro, tu per qualche anno sei andato a cercare quei personaggi che da giovani, negli anni '60 e '70, scrivevano le loro poesie prendendo spunto dai libri pubblicati dalla Beat Generation; hai raccolte quelle opere in un libro molto interessante che ci racconta un aspetto poco noto della Controcultura italiana. Ci puoi spiegare meglio di cosa tratta "I Figli dello Stupore"?

Alessandro Manca: Piccola premessa. Mi sono laureato in lettere alla Statale di Milano; per vivere svolgo lavori che hanno poco a che fare col mondo dell'editoria o della letteratura. Mi occupo di poesia per passione, per ricerca, come via di conoscenza e di apertura verso il mondo e le cose.

TG: Cosa fai per vivere?

AM: In questo momento faccio l'educatore, ma ho fatto anche l'operaio ed altri tipi di lavori... Non ho mai smesso però di occuparmi di testi scritti. Questa è la mia vera passione. Uno dei miei grandi interessi è stato l'approfondimento della conoscenza della Beat Generation americana. In qualche modo, se devo trovare un punto da cui qualcosa è partito ed ha portato frutti. Tutto per me ha avuto inizio in terza superiore, quando un professore mi consigliò, come letture estive, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e Urlo e altre poesie di Allen Ginsberg. Da quel momento, un mondo letterario mi ha parlato direttamente, molto di pancia. Ho scoperto che la letteratura poteva parlarmi, così ho iniziato un approfondimento molto caldo, capace di suscitare in me emozioni molto forti. Ho sentito così il bisogno di vivere questa esperienza culturale e di vita e - successivamente - ho cercato di capire se anche gli italiani avessero scritto poesie con quel tipo di approccio. Una prima tappa è stata quella di conoscere Gianni Milano, circa 8 anni fa. Sono venuto a trovarlo, qui a Torino una quarantina di volte per conoscere i suoi numerosi testi e siamo diventati buonissimi amici e "confidenti". Piano piano - da quel momento - s'è aperto un mondo che mi ha portato a scoprire Eros Alesi e Andrea D'Anna, un poeta e un romanziere che hanno scritto delle pagine stupende, che hanno caratterizzato un certo tipo di parabola esistenziale tra il 1965 e l'inizio degli anni '70. 
Piano piano ho acquistato alcuni libri che mi hanno dato delle informazioni importanti, come ‘Controcultura in Italia (1967-1977)’ di Echaurren & Salaris, ‘Lettere dei capelloni italiani’ curato da Sandro Mayer, ‘Capelloni & Ninfette. Mondo Beat 1966-‘67’ di Gianni De Martino e Underground: ascesa e declino di un'altra editoria’ di Francesco Ciaponi
Solo in un secondo momento ho incontrato il regista Francesco Tabarelli e, per circa un anno, nel 2017 ho fatto delle ricerche "più professionali" negli archivi, come quello del Corriere della Sera che ospita il Fondo di Fernanda Pivano. Lì, ho consultato una serie di documenti sui quali aveva lavorato personalmente la Pivano. Il frutto di questa ricerca si è concretizzato con circa 500 pagine di materiale letterario sostanzialmente introvabili in rete o con un facile acquisto. O meglio, sono reperibili solo tramite ricerche della durata di svariati mesi. Una parte sono confluite ne "I figli dello stupore. La Beat generation italiana".



TG: Questo materiale è mai stato pubblicato prima?

AM: Il materiale che io ho usato per "I figli dello stupore" era stato pubblicato da riviste o su libri di poesia Underground dell'epoca in tiratura limitatissima, come le edizioni Pitecatropus di Torino. Oggi, molto di quel materiale è in mano ai collezionisti. Stiamo parlando di Pianeta Fresco, una rivista che adesso può valere 200 euro. Un numero di Mondo Beat può valere dai 150 ai 300 euro, per esempio... Un esempio su tutti: posseggo una copia di quello che è considerato l'unico romanzo psichedelico italiano: "Il paradiso delle Urì", scritto nel 1966 da Andrea D'Anna e pubblicato nel 1967 da Feltrinelli (attualmente ha un valore di mercato di circa 300 euro ndTG). L'anno prossimo curerò la nuova edizione di questo romanzo introvabile che verrà ripubblicato da Marcello Baraghini in una collana di "Strade Bianche".

TG: Chi sono gli autori della Beat Generation italiana che hai riscoperto e che fai conoscere attraverso I figli dello stupore?

AM: Posso dirti che abbiamo avuto anche noi i nostri campioni. Gianni Milano, per certi aspetti lo è stato e come scrisse Fernanda Pivano, avrebbe potuto essere il nostro Allen Ginsberg; mentre l'appena citato D'Anna sarebbe potuto essere il nostro Jack Kerouac. 

TG: Fernanda Pivano è riuscita a dare una credibilità editoriale a questi ragazzi?

AM: Indubbiamente. Senza di lei il Paradiso delle Urì non sarebbe stato pubblicato da Feltrinelli. In quel romanzo l'introduzione è scritta proprio da Fernanda Pivano che ha un po' fatto da mamma ad alcuni di questi ragazzi, cercando di convogliare le energie e le intuizioni migliori di coloro che avevano più consapevolezza e competenza letteraria verso un mondo di pubblicazioni marginali e underground che però hanno segnato la storia. 
Prima di avvicinarsi al "santino" De André, la Pivano fu preziosissima per quel suo aver cercato di convogliare a livello editoriale le migliori produzioni di quegli anni. 
Gianni Milano mi ha ricordato come lei - in un secondo momento - fu delusa da questo "movimento", perché sperava di trovare in Italia una Controcultura, quindi una dinamica più simile alla Beat Generation americana, mentre in realtà trovò una sotto-cultura. Quasi tutti i beat d'oltreoceano, infatti, se visti con uno sguardo ben preciso, erano degli iper-intellettuali; Kerouac ha passato anni nelle biblioteche a leggere di tutto. Burroughs era competente di testi di chimica, di fisica, di tecniche di comunicazione all'avanguardia e di mind control. Era un intellettuale alternativo, ma era un vero intellettuale. In Italia, invece avevamo ragazzi scappati di casa che cercavano in maniera disperata, tragica alle volte, fratellanze. Non avevamo dei piccoli Arthur Rimbaud. 
Dopo qualche anno, Fernanda Pivano intuì che non si potevano raccogliere grandi frutti. Ragionamento capibile, anche se in parte non condiviso. Fu una questione di prospettive e di "sguardo". Sempre Milano mi fece notare come poi lei si attaccò al Feticcio De André, che definì in seguito il più grande poeta d'Italia. Questo accadde forse perché bruciata da una delusione culturale, dopo che aveva pensato di riuscire a trovare una cultura alternativa nostrana  molto più incisiva. L'aspetto molto interessante invece era quello che portò tanti di quei ragazzi, a non interessarsi nemmeno a pubblicare. Sembra che fino all'inizio del 1968 contava maggiormente il desiderio di vivere la vita, magari seguendo uno stato brado di fare ed "esserci" seguendo principalmente istinto e fiuto.

TG: Erano in qualche modo dei puri?

AM: Certo. Non a caso il documentario di Francesco Tabarelli è aperto dall'affermazione che riporta l'immagine di ragazzi che erano puri nel loro modo di voler essere puri. È importante ricordare come quasi nessuno di loro si sia riciclato, o sarebbe meglio dire venduto, nel mondo del potere, rispetto a tutta una serie di leader dell'estrema sinistra che hanno incarnato il '68 italiano, e che appena hanno avuto una proposta realmente legata al potere, di qualsiasi tipo, l'hanno abbracciata. I poeti che ho incontrato nella mia ricerca, invece, sono stati sempre marginali, anche drammaticamente. Sono sempre stati loro stessi, anche con le loro contraddizioni. Contraddizioni di tipo più esistenziale, non legate al mondo della società intera o del potere. Questo fatto va loro riconosciuto a livello storico. Probabilmente, la loro esperienza è stata talmente di apertura verso un dialogo anche verso il vuoto, dentro e fuori di sé, e talmente iniziatica che non poteva più essere così facile e scontato abbracciare una dinamica sociale che non fosse a loro confacente.

TG: A tuo giudizio, queste poesie sono valide e possono avere ancora qualcosa da dire ai nostri giorni?

AM: Sì, ti dirò di più, alcune di queste poesie sono dei piccoli capolavori. E possono avere ancora qualcosa da dire se valutate - comunque - come figlie del loro tempo. Certamente, non sono poesie  che ammiccano a nessun tipo di stilema da intellettuale. Non hanno niente a che fare con la neo-avanguardia e con la poesia sperimentale, però è un materiale che è figlio di uno stile di vita. Dunque, arte.

TG: Sono poesie di chi ha vissuto certe situazioni sulla propria pelle...

AM: C'è da dire che se queste poesie fossero state scritte negli USA sarebbero dei capolavori ancora oggi e contribuirebbero a vendere molto perché sarebbero veicolate da una casa editrice gigante. Nel nostro paese, dove vige un accademismo molto spinto e una dinamica intellettuale pseudo-mafiosa, a livello editoriale, queste poesie costituiscono sempre materiali marginali. 
I testi contenuti ne "I figli dello stupore" rappresentano il tipico esempio della letteratura fiorita dal basso caratterizzata da una grande intensità ed una grande pregnanza storica. Certamente, sono molto diverse dalle poesie di Montale e dalle poesie della neo-avanguardia, ma chi le definisce scartafacci, o errori giovanili, secondo me sbaglia perché questi sono materiali letterari dalla grande dignità. Io sono convinto che siano materiali letterari e sono sicuro che negli USA queste produzioni potrebbero avere una grande epica attorno a loro. Come l'America aveva insegnato a fare anche per gli scrittori Beat. All'inizio erano immensamente marginalizzati, problematici e non capiti, ma poi sono diventati quasi Mainstream, a livello d'immaginario.

TG: Sono diventati il riflesso di un'epoca.

AM: Esatto. Nessuno oggi si permetterebbe di dire che Kerouak non è uno scrittore perché scriveva sotto l'effetto della benzedrina per tre giorni di fila come un dattilografo automatico invasato. Lo disse allora Truman Capote.

TG: Come vi siete divisi il lavoro tu e Francesco? Tu hai scritto il libro e lui ha realizzato il film documentario?

AM: Francesco s'è occupato al 100% del documentario e delle interviste, mentre io mi sono occupato al 100% della ricerca e della composizione del libro.

TG: Il titolo è il medesimo per entrambi?

AM: Il titolo è lo stesso ed è il frutto di un'intervista di Tabarelli con Gianni Milano; è lui che alla fine del documentario dice: "Noi eravamo i figli dello stupore".

TG: Una definizione molto azzeccata.

AM: Sì, perché la componente di questo stupore è tangibile. Questa portava quei ragazzi a stupirsi anche in maniera ingenua, semplice, ma intensa e li caratterizzò, anche se va aggiunta una componente drammatica che li ha portati ad avere i loro "martiri". Penso per esempio a Eros Alesi che scrisse un poemetto stupendo, pubblicato pochi anni fa per intero da Marcello Baraghini con il titolo: "Che Puff, il profumo del mondo. Sballata". Alesi morì a 20 anni dopo aver scritto una lunga poesia dedicata al rapporto che lui ebbe con padre-madre-morfina.



TG: Com'è suddiviso il tuo libro?

AM: Il libro è composto da tre parti: da una piccola introduzione in cui ho utilizzato dei frammenti saggistici scritti dagli stessi ragazzi e alcune loro lettere che ho trovato in un volume che si intitola: "Lettere dai capelloni italiani". La parte centrale rappresenta il cuore della mia ricerca  e del libro ed è dedicata solo a poesie scritte tra il 1965 e il 1971, mentre l'ultima parte è un epilogo in cui riporto delle riflessioni che aprono verso qualche esito futuro. Lì, per esempio, rendo conto della loro fascinazione verso l'Oriente e della problematica delle droghe pesanti. C'è una riflessione saggistica, scritta da Valter Binaghi, dedicata anche a quello che sarebbe accaduto in seguito, quindi agli "Anni di Piombo". Comunque, circa l'80% delle 300 pagine del libro è occupato dalle poesie.

TG: Tra quelle poesie ci sono degli inediti?

AM: Sì. In questo momento mi ricordo soprattutto di Gianni Milano che mi ha dato decine e decine di poesie inedite dell'epoca. Altre poesie anche se non sono totalmente inedite non sono in alcun modo reperibili sul web. Nel grande mondo di internet la quasi totalità di quello che è scritto sul libro è introvabile. E anche i libri dai quali ho tratto i testi sono fuori produzione o di difficile reperibilità. 


Alessandro Manca curatore del libro I figli dello stupore
Alessandro Manca

TG: Perché ti sei interessato proprio alla poesia scritta dai ragazzi che hanno partecipato ai movimenti della Controcultura italiana?

AM: Questa mia scelta ha a che vedere anche con una mia precedente attività in cui organizzavo dei reading poetici che avevano un accompagnamento di musica jazz. In quelle occasioni leggevo solo poesie che avevano un ritmo e una prosodia che poteva essere adatto ad essere accompagnato da quei musicisti. Finito il materiale direttamente connesso alle Beat Generation, perché l'avevo letto moltissime volte, ho voluto cercare di capire se la poesia italiana Underground poteva essere una mia nuova ricerca personale da portare dal  vivo e l'ho fatto per qualche anno. Prima di conoscere Francesco, con un amico, Andrea Labate, avevo creato un'ipotesi di reading strutturato solo leggendo poesie dell'Underground italiano. Naturalmente, ne conoscevo pochissime rispetto alla ricerca che ho fatto in seguito. Il mio interesse più che sociologico e politico è sempre stato letterario e poetico.

TG: Che ruolo ha avuto la politica nell'Underground italiano?

AM: Fino alla fine del 1967 non si parla in maniera chiara di politica, come invece il grande movimento del '68, che per alcuni prosegue in qualche modo fino al 1977 bolognese, portò alla ribalta molte istanze politiche, anche se, agli occhi di oggi, ci ha un po' confusi. Come ho ricordato anche prima, la poesia è un appoggio senza etichette politiche alla vita, e in Italia finì nel '67. Poi subentrò un aspetto più dogmatico con regole che questi ragazzi - in buona sostanza - non potevano fare proprie e infatti si sono abissati a loro modo. 

TG: Ti sembra che queste poesie abbiano un loro linguaggio tipico? Hanno introdotto qualcosa di nuovo?

AM: Sicuramente nuovo per l'Italia. Molte hanno dei richiami diretti alla poesia e alla prosodia di Allen Ginsberg. Specialmente le poesie di Gianni Milano hanno una sorta di ritmo cadenzato sul parlato e una micro-struttura che ritorna per creare una sorta di poesia orale ritmata.

TG: Gianni Milano conosceva bene Ginsberg?

AM: Sì, questo è un fatto assodato. Anche nel documentario di Francesco, Gianni Milano dice che Kerouac da una parte e Ginsberg dall'altra ci hanno aperto una possibilità, una strada. Bisognava aprirsi e vomitare fuori versi più o meno spontanei. Quella era la strada per essere se stessi. L'esempio di utilizzo di parole vietate da parte dei poeti americani è stato ripreso circa 10 anni dopo anche dagli italiani che iniziano ad usare parole come: cazzo, figa, sperma e masturbazione. Detto questo, comunque Silla Ferradini ricorda come molti di loro quando hanno iniziato a scrivere non sapevano nemmeno chi fosse Kerouakc o Ginsberg. Chi ha avuto un approccio più culturale era molto più cosciente di ciò che stava facendo e della propria strutturazione dell'essere. Tieni presente che Gianni Milano è stato un maestro elementare che ha anche scritto saggi, riflessioni e articoli di pedagogia. Tra l'altro è stato tra quei ragazzi che più di altri hanno frequentato casa della Pivano a Milano. Altri autori hanno vissuto un passaggio simile a quello dei Beat americani, però fatto in chiave italiana. Meno duro - forse - rispetto ai sotterranei di New York. Nonostante questo, hanno vissuto dal basso quelle esigenze profonde e alle volte drammatiche che li hanno spinti a scrivere dei versi in parte affini ai propri "cugini" più grandi. Altri autori sono arrivati ad approfondire gli americani soltanto dopo qualche anno, e nel frattempo scrissero le loro poesie.


Francesco Tabarelli regista del documentario I figli dello stupore
Francesco Tabarelli

TG: Questo tipo di fenomeno è avvenuto da qualche altra parte in Europa? Ci sono stati altri autori che hanno voluto emulare i grandi poeti e scrittori della Beat Generation?

AM: Sì, sicuramente è successo in Francia e in Olanda. Burroughs in un'intervista che si trova in rete, parla di come il fenomeno della Beat Generation si diffuse da un paese occidentale anche nel mondo arabo, anche se non sempre declinata come fenomeno letterario. In certi paesi questo stile di vita era un fenomeno più di tipo sociale; anche nei paesi dell'area comunista c'è stata un tipo d'apertura che ha portato i giovani a cercare una propria libertà personale e di pensiero. In Europa ci sono stati epigoni letterari.

TG: Non pensi che dopo la Seconda Guerra Mondiale questo tipo di imposizioni letterarie, culturali, sociali, economiche e tecnologiche, che poi hanno anche forti influenze in ogni tipo di espressione umana, fin anche nella creatività e nelle arti visive, non arrivi un po' troppo spesso dagli Stati Uniti? Oppure abbiamo ancora qualche speranza di creare qualcosa di originale che appartenga alla nostra cultura?

AM: Mi verrebbe da dire che l'America è stata estremamente scaltra nell'imporre il proprio immaginario a tutto il mondo.  Detto questo aggiungo – pensando a certi racconti che mi sono stati riportati da Gianni de Martino e da Gianni Milano – che una sorta di influenza europea declinata in chiave parigina abbia avuto un ruolo importante anche nel '68 italiano e negli anni precedenti. Penso agli scritti di Sartre e Camus che hanno avuto un seguito importante, però l'America è sempre stata bravissima, lucidissima e prontissima a rielaborare, anche in chiave commerciale le proprie figure della Controcultura. Riflettiamo anche sul caso di James Dean e ci accorgiamo in che modo è stato poi veicolato. Oppure Jackson Pollock o a certe figure di jazzisti estremi. Questi ultimi hanno avuto più difficoltà ad essere diffusi nel loro presente, quando loro erano attivi. Quel tipo di mito non era infatti molto vendibile in patria.

TG: E poi erano neri...

AM: Esatto. Inoltre, i loro discorsi erano molto più radicali. Pollock era apolitico e non era interessato alla lotta sociale. La sua era semmai una battaglia esclusivamente artistica, cosa che faceva comodo da molti punti di vista agli USA e al potere. Per questi ultimi era importante poter veicolare il mito dell'Espressionismo astratto, perché era un discorso di arte per l'arte, senza alcuna richiesta di tipo sociale.

TG: In più, era un ubriacone che rafforzava un po' l'idea di machismo di quell'epoca...

AM: Eh sì. Anche in Europa ci siamo abbeverati molto a certi miti americani, ma auspico che una nuova analisi vada fatta con lucidità critica perché alcune proposte americane dietro possono nascondere una grande furbizia di marketing.

TG: E di colonizzazione culturale...

AM: Certo. In queste operazioni gli americani sono molto abili. Voglio raccontarti quella che è la mia esperienza: negli ultimi mesi ho contattato tre figure americane importanti che hanno avuto a che fare con i Beat. Ho scritto a Ferlinghetti, ad Ann Charters che è stata la biografa più importante di Kerouac che ha pubblicato un libro con Mondadori e poi ho scritto alla Naropa University che è stata fondata negli anni '70 da Ginsberg, in onore di Jack Kerouac che era morto. Un mese dopo aver inviato la mia email, mi risponde un ricercatore della Naropa University, un traduttore che tra l'altro ha tradotto Foscolo in americano, dicendomi di essere interessato al mio libro e che probabilmente potrebbe, insieme ad un team di traduttori italo-americani, tradurre "I figli dello stupore" in americano. Questo mi porta a fare un altro ragionamento. In Italia ho sempre trovato porte chiuse. Dalla mia esperienza personale e da quella di Francesco, ma non solo dalla nostra, ho capito che se non fai parte di qualche giro pseudo-mafioso in Italia non fai niente. In America c'è un'altra ottica: non sei nessuno? Non importa, se quello che hai fatto ha un valore lo vendono. Questa dinamica ha grandi pregi e anche qualche rischio, però resta il fatto che anche se non sei nessuno, puoi essere preso in considerazione. In Italia non è così. Se non sei nessuno non puoi fare niente. In America invece c'è dell'interesse anche nel vendere qualcosa che può proporsi con una nuova sfumatura.

TG: Questi poeti Underground si esprimevano in lingua italiana, mentre adesso c'è una forte contaminazione culturale anche nell'esprimersi con troppe parole di origine straniera, non trovi?

AM: Questo non lo so. Dal mio punto di vista credo sia fondamentale la consapevolezza con cui si fanno certe cose o con cui si ibrida il linguaggio. Il linguaggio di questi ragazzi degli anni '60 e '70 era già molto ibridato con nuovi elementi che erano intervenuti nella realtà. In molte poesie i nomi di parecchi prodotti commerciali pubblicizzati dalla televisione venivano utilizzati in maniera dispregiativa. Si nominavano spesso marchi commerciali, compariva già qualche parola in lingua inglese come: war, che pronunciata finiva per diventare un suono che si ripeteva come un mantra in alcuni testi poetici. Ti do ragione nel dire che non esisteva una vera ibridazione con un'altra lingua, ma semmai piccole epigrafi o piccoli elementi linguistici. Si sentiva anche un'influenza della lingua francese nell'approccio ad un certo tipo di poetica che aveva richiami e parole che provenivano da quel mondo, perché quei ragazzi, oltre alla letteratura americana, in seconda battuta frequentavano l'ambiente letterario francese.

TG: Il francese era ancora una lingua colta, e l'influenza delle conquiste Napoleoniche si sentivano ancora.

AM: In effetti, in quegli anni si studiava il francese a scuola, non ancora l'inglese. Stiamo parlando del 1965. Anche Gianni Milano conosceva il francese e non l'americano. Carlo Silvestro ha ricordato che un'antologia che cambiò la prospettiva di chi aveva voglia di abbeverarsi a questi libri fu: "Ultimi poeti americani", un'antologia di autori scelti da Fernanda Pivano, pubblicato da Feltrinelli nel 1964.  Gli italiani hanno avuto bisogno della traduzione nella loro lingua fatta da Giulio Saponaro e Fernanda Pivano per potersi aprire al mondo Beat americano altrimenti quei testi sarebbero risultati troppo lontani, anche perché in qualche modo erano testi di autori avanguardisti. Solo dieci anni più tardi sarebbero diventati uno standard per la gioventù di quell'epoca. Baraghini ricorda che nel 1965 erano poche decine, o forse qualche centinaia i giovani italiani che provavano certe esperienze di vita. Essi stessi non erano un movimento, ma degli avanguardisti che inconsapevolmente se ne fregavano di questo termine elitario.


I figli dello stupore
Proiezione video durante il 29° Psych Out Festival di Torino

"Il primo pensiero è il migliore, scrivi quello che ti viene in mente, non tornare indietro per cambiarlo." Gary Snyder

Tutti i diritti sono riservati


Scheda del libro
Titolo: I figli dello Stupore. La Beat Generation italiana
Genere: documentario storico, sociale, culturale/libro antologico di poesia underground italiana 
Formato del film/durata: HD - 52' Numero pagine del libro: 300 
Distribuzione: editoriale; mercato italiano 
Prezzo volume/dvd: 18,90 euro

Contributi letterari di: Agor Argo, Renato Buzzita, Andrea d'Anna, Alfonso Gatto, Gaetano S., Massimo Signorelli, Carlo Silvestro, Silla Ferradini, Enzo Guidi, Andrea Valcarenghi, C. R. Viola, Eros Alesi, Alì, Vasco Are, Bararba da Lucca, Carlo, Paolo Cerrato, Gianni De Martino, Adriano Dorato, Luciano Ferraresi, Renzo Freschi, Giovanna, Enzo Guidi, Antonio Infantino, Lorenzo, Bruno Lugano, Marco, Gianni Milano, Nico (Nicolò Ferjancic), Maurizio Orioli, Vincenzo Parrella, Aldo Piromalli, Claudio Pitschen, Antonio Russo, Claudio Silvestro, Tella, Massimo Tosco, Ivano Urban, Vittorio, Valter Binaghi, Goradevi, Elio Guarisco.






mercoledì 21 novembre 2018

“Dada is not dead”, parte da Bari la mostra-tour per festeggiare i 18 anni del collettivo dott. Porka's

I dott. Porka's sono ancora vivi e dopo 10 anni dalla Biennale del Mediterraneo tornano ad esporre i propri lavori a Bari. Il collettivo senza volto e senza un numero preciso di componenti festeggia i suoi 18 anni di attività portando in tour “Dada is not dead”, la mostra che raccoglie gli inediti delle street-photo-performance, rigorosamente non autorizzate, le tavole preparatorie dei murales, le opere di grafica e i lavori che hanno caratterizzato le loro azioni in questi ultimi anni.
Dr. Porka's
Stone age: trekkers from the past (1 metro X 1,50)
Esploratori da un passato remoto che con un viaggio nel tempo riescono ad approdare nel futuro. Al loro cospetto il futuro consegnato ai posteri. Deserti di sterpi disseccati dalle falde acide e cattedrali di cemento incompiute come eredità di una Società dello Spettacolo che si è cannibalizzata fino a lasciare solo briciole di asfalto come vestigia delle civiltà che furono. Quel che resta sono solo scempi di un pianeta reso desolato, deserto ed inospitale.
La città scelta per la prima tappa è Bari, infatti da sabato 24 Novembre fino al 25 Dicembre, “Dada is not dead” apre i battenti alle ore 18,30 nello street shop "Backjump" di via Pisanelli n. 25. Uno dei pochi spazi in Italia che ha come riferimento gli importanti esempi internazionali di gallerie inserite nel circuito degli street shop, come la “Montana gallery” di Barcellona, in cui accanto alla vendita dei prodotti della scena street e skate, si affiancano esposizioni e proposte culturali alternative.
Dr. Porka's

Pietà (1metro X 1,50) 
Una versione della Pietà in chiave laica con il Cristo operaio tra le braccia della madre nel piazzale dell' Archelor Mittal in Lussemburgo, il colosso dell'acciaio candidato a rilevare l'Ilva. La zona delle Terres Rouges, estesa tra il Granducato del Lussemburgo, la regione francese della Lorena, quella belga della Vallonia, e le regioni tedesche del Rhineland-Palatinate e di Saarland, fu sede da metà Ottocento di immensi impianti metallurgici, poi chiamati Société Métallurgique des Terres-Rouges. Il gigantesco complesso industriale come un inferno postmoderno ha segnato lo sfruttamento di generazioni di migranti ed è stata una inesauribile fonte di inquinamento di cui oggi restano solo le spoglie e scorie. Bonificarla è impossibile. Tutta la zona è al momento oggetto di un progetto di gentrificazione.
Il titolo del tour è un riferimento ai dadaisti, la corrente artistica che, insieme ai situazionisti, da sempre costituiscono l'ossatura ideologica e critica della ricerca artistica dei dott. Porka's. Il riferimento sottolinea l'esistenza di questo legame tra le contro-correnti artistiche che assolvono al loro ruolo di "rottura" nella Storia dell'Arte. Ultima in ordine cronologico la street art, anch'essa parte del DNA dei dott. Porka's nonché ultima erede dello spirito eversivo delle avanguardie storiche.
Dottor Porka's
Il Conte Amen (1 metro X 1,50)
La gigantesca città fantasma di Consonno, ai piedi del Resegone, in provincia di Lecco è un surreale monumento vivente de "l'economia creativa” e delle “grandi opere” presenti nel dna malato del nostro paese prima ancora che venissero coniate queste definizioni per descriverle. L’antico borgo contadino di Consonno viene comperato nel 1962 dal Grande Ufficiale Mario Bagno per trasformarlo in una piccola Las Vegas della Brianza. Non viene risparmiata neppure la collina adiacente al cimitero: limita il panorama e il Conte Bagno la fa abbassare con esplosivo e ruspe. Da allora il paese inizia a spaccarsi letteralmente in due, a franare verso la valle, e a svuotarsi definitivamente non solo degli abitanti rimasti ma anche dei turisti che dovevano farne la sua fortuna.
I dott. Porka’s sono a pieno titolo tra i precursori in Italia della corrente artistica recentemente catalogata dalla critica internazionale con il termine di “interventionism”.
Dr. Porka's
Caronte (1 metro X 1,50)
Il gigantesco complesso di archeologia industriale della Société Métallurgique des Terres-Rouges in Lussemburgo, attualmente al centro di un progetto di gentrificazione, diventa metafora del cancello degli inferi ai quali generazioni di operai immigrati dalle zone più povere d’Europa hanno consacrato la loro vita. Da qui il demonio Caronte richiama le anime per presentar loro il conto della nostra perdita di umanità.
Inventori della street-photo-performance prima che i flash mob e social media marketing rendessero il concetto di “azione” buono per qualunque cosa mediaticamente spendibile. I dott. Porka's sono stati pubblicati su “Future Images” di Mario Cresci (2008), reputato da molti addetti ai lavori come uno dei più interessanti libri sull'immagine editi negli ultimi anni e, nel 2015, su “Exploit” importante testo “eretico” sull'arte contemporanea di Fabio Benincasa, Andrea Facchi e Giorgio De Finis, il nuovo direttore del Macro di Roma. La mostra permetterà al pubblico barese una full immersion in gran parte della produzione artistica dei dott. Porka's. Da lungo tempo assenti dalla scena barese, il collettivo ha espresso la sua creatività in ambito internazionale, tanto che hanno rappresentato con pochi altri artisti il nostro paese nel padiglione della Gare Routiere dedicato al Festival del cinema italiano di Villerupt in Francia e dipinto nel leggendario Castello di Zakula di Cormano, spazio molto particolare e riconosciuto a livello internazionale, ma destinato all'abbattimento. Quest'ultimo è attualmente al centro di una battaglia che ha visto schierarsi in sua difesa personaggi molto eterogenei, da Moni Ovadia al rapper Gali.




lunedì 19 novembre 2018

Il 29° Psych Out Festival raccontato per immagini

"Se ascolti neurologi e psichiatri, non ti innamoreresti mai." Timothy Leary

Psych Out Festival
Elli de Mon in concerto al Bunker di Torino

Qualche goccia di pioggia non ha fermato l'afflusso di pubblico allo Psych Out Festival

Davide Fiorini Alberto Gallo
Discomoderni

Janaki's Palace

 Lele Roma presenta il film documentario: "I figli dello stupore"

Alessandro Manca mostra il libro i Figli dello stupore, mentre Francesco Tabarelli autografa una copia per un lettore

 Vanessa di Cosmic Magma, conosciuta anche come Wanda De Lullabies

 La collezione di borse psichedeliche Devill fatte a mano da Maurizio Bassi

Vanessa e Maurizio Bassi al 29 Psych Out Festival

 Vanessa posa per i Frammenti di Cultura di Tony Graffio mentre indossa le borse della Devil che sono perfettamente intonate al suo vestito anni '60. Il logo di Tony Graffio che firma la fotografia è stato ideato da Giampo Coppa.

Vanessa Meli/Wanda De Lullabies, interprete di Burlesque è presente per il quarto anno consecutivo allo Psych Out Festival di Torino

Sister Flies allo Psych Out Festival

Al guardaroba del Bunker

Teo, Omar e Gianni prima d'iniziare il loro Liquid Light Show al Bunker di Torino. Psych Out Festival.

Valentina e un ammiratore delle Donne di Bastoni

Una pausa mi riporta alla dura realtà degli anni 2000...

Psych Out Festival
 Il Liquid Show Club al lavoro durante il concerto di Elli de Mon

 Elli de Mon

 Elli de Mon allo Psych Out Festival

Liquid Light Show

Giampo Coppa parla con Aurora alla cassa del 29° Psych Out. È quasi mattina e il Festival sta per chiudere.