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lunedì 3 dicembre 2018

7 domande a Elli de Mon

Si parla ancora dei gruppi e dei musicisti intervenuti al 29° Psych Out Festival di Torino. Ho chiesto alla bravissima Elli de Mon di presentarsi da sola e di rispondere ad almeno 7 delle mie 8 domande, ecco cosa ne è uscito. TG

Elli de Mon vista da Tony Graffio
Elli de Mon di è fatta in 5 per lo Psych Out Festival del 2018

Ciao a tutti, sono Elli de Mon, una onewomanband che gira il mondo sola soletta portando in giro i suoi sporchi blues malati. Ho perso gli altri membri della band per strada, quindi alla fine ho ingaggiato il mio piede destro, il mio piede sinistro, la mia mano destra e quella sinistra e ho deciso di arrangiarmi così.

1 Quanto è difficile suonare in Italia il Tuo genere musicale e quanto interesse c'è da parte del pubblico e dei discografici per la musica originale e i brani inediti made in Italy?
Suonare il mio genere in Italia è piuttosto difficile, è di nicchia. Ho un sound più legato al punk-blues psichedelico, per cui spesso finisco in ambienti di settore. Il pubblico medio italiano è disinteressato alla musica originale, ma questo è un discorso ampio che va a toccare molti ambiti, primo tra tutti quello educativo. In Italia purtroppo non c'è un'educazione musicale di nessun tipo, chi decide di intraprendere lo studio della musica lo deve fare privatamente. Questo comporta molta ignoranza in tema, l'ascoltatore medio è uno che si fa trascinare dalle porcate mediatiche. D'altro canto, però, c'è molto fermento a livello underground, dove ci sono un sacco di band valide che per fortuna hanno il loro seguito. 

2 Di che cosa parlano i Tuoi testi e perché? 
I miei testi parlano soprattutto di resilienza. Perché bisogna tentare di non mollare mai. Giù la testa e via.

3 Che cosa ne pensi della musica psichedelica e perché hai scelto di suonare questo genere di musica?
Sono incappata nella musica psichedelica da piccolina e grazie ai Beatles e alla scena psycho-beat di fine anni sessanta ho scoperto e mi sono innamorata del sitar, strumento che ho poi studiato per anni. Cerco di portare elementi psichedelici nella mia musica perché mi piace pensare che attraverso di essi si possa viaggiare in posti lontani dal quotidiano. Mi piace l'elemento sognante che regalano alla musica, i mondi che riescono ad aprire.

4 In che contesto Ti piacerebbe suonare e perché?
Mi piacciono i festival internazionali, mi sento più a casa lì. Ne sto mirando ad un paio per la prossima estate… non dico quali per scaramanzia.

5 Come hai scelto i suoni e perché?
Ho sempre amato i suoni vintage, ho un ampli e una chitarra che hanno quasi il doppio dei miei anni. Sono suoni molto caldi e spingono un bel po' e per fare il mio genere sono perfetti. Mi piace pensare che siano stati loro a scegliere me…

6 Parlami dell'esperienza che hai avuto allo Psych Out. Cosa c'è stato di positivo e di negativo? È andata come Te l'aspettavi oppure no? Consigliereste ai Tuoi amici di suonare allo Psych Out? Che gruppo raccomanderesti a Giampo Coppa di ingaggiare per il supermegafestival del prossimo anno per celebrare adeguatamente i 30 anni dello Psych Out?
Lo Psych Out è stato una bomba. Un botto di gente presa bene, non capita spesso in Italia di trovare un pubblico così attento alla musica. È andato ben oltre le mie aspettative, non credevo sarebbero arrivate così tante persone; soprattutto non credevo avrei venduto così tanti dischi, ahaha! Unica nota negativa l'orario di arrivo, per me un pochino presto (sono arrivata alle 14.30 per fare il check), ma per il resto un grande pollicione all'insù! Consiglio a tutti di suonarci! In realtà i gruppi che vorrei raccomandare hanno tutti già suonato lì… Se dovessi sparare un super nome direi i Temples.

7 Dimmi quello che vuoi.
Grazie mille Giampo!!!

lunedì 19 novembre 2018

Il 29° Psych Out Festival raccontato per immagini

"Se ascolti neurologi e psichiatri, non ti innamoreresti mai." Timothy Leary

Psych Out Festival
Elli de Mon in concerto al Bunker di Torino

Qualche goccia di pioggia non ha fermato l'afflusso di pubblico allo Psych Out Festival

Davide Fiorini Alberto Gallo
Discomoderni

Janaki's Palace

 Lele Roma presenta il film documentario: "I figli dello stupore"

Alessandro Manca mostra il libro i Figli dello stupore, mentre Francesco Tabarelli autografa una copia per un lettore

 Vanessa di Cosmic Magma, conosciuta anche come Wanda De Lullabies

 La collezione di borse psichedeliche Devill fatte a mano da Maurizio Bassi

Vanessa e Maurizio Bassi al 29 Psych Out Festival

 Vanessa posa per i Frammenti di Cultura di Tony Graffio mentre indossa le borse della Devil che sono perfettamente intonate al suo vestito anni '60. Il logo di Tony Graffio che firma la fotografia è stato ideato da Giampo Coppa.

Vanessa Meli/Wanda De Lullabies, interprete di Burlesque è presente per il quarto anno consecutivo allo Psych Out Festival di Torino

Sister Flies allo Psych Out Festival

Al guardaroba del Bunker

Teo, Omar e Gianni prima d'iniziare il loro Liquid Light Show al Bunker di Torino. Psych Out Festival.

Valentina e un ammiratore delle Donne di Bastoni

Una pausa mi riporta alla dura realtà degli anni 2000...

Psych Out Festival
 Il Liquid Show Club al lavoro durante il concerto di Elli de Mon

 Elli de Mon

 Elli de Mon allo Psych Out Festival

Liquid Light Show

Giampo Coppa parla con Aurora alla cassa del 29° Psych Out. È quasi mattina e il Festival sta per chiudere.

sabato 17 novembre 2018

Liquid Light Show al 29° Psych Out Festival

"Sognare non costa nulla è svegliarsi che costa caro." Ivan il poeta

Liquid Light Show
I Vinyl Sound & Liquid Show Club allo Psych Out 2018

Tony Graffio: Ciao Omar, che cos'è il Liquid Light Show?

Omar: Il Liquid Light Show è uno spettacolo di luci creato per mezzo di retro-proiettori, o lavagne luminose sui quali vengono appoggiati dei piatti trasparenti, olio, acqua e colori per l'olio e colori per l'acqua che vengono miscelati sul piatto per poi essere proiettati sul palco, sul musicista, o sulla struttura sulla quale si vuole creare il gioco di luci e che si vuole animare in questa maniera.

TG: È una tecnica che arriva direttamente dagli anni '60?

Omar: Sì, è una tecnica che veniva usata dai Pink Floyd, loro avevano batterie anche da 40 proiettori che venivano usati insieme. Un loro team lavorava su questi effetti di luci e di colori.

TG: Adesso mi ricordo... Bruno Contenotte aveva inventato le luci liquide psichedeliche a Milano. Aveva realizzato dei quadri di luce con l'olio all'interno, ma non contento aveva aggiunto una lampada per proiettare questi effetti luminosi. In seguito, andò anche all'Electric Circus di New York, un locale notturno molto attivo durante la Summer of Love del 1966/67, dove proiettò i suoi effetti luminosi su teli bianchi convessi appositamente stesi per il Light Show. Voi come siete arrivati a questa attività?

Omar: Alcuni di noi vengono da una realtà di band, la Dos Furious Flames, e un po' conoscevamo queste soluzioni luminose.

TG: Voi del Vinyl Sound & Liquid Show Club arrivate dalla Svizzera, vero?

Omar: Siamo ticinesi e veniamo dalla zona di Bellinzona.

TG: Chi sono gli altri ragazzi del vostro "Club"?

Omar: Teo è il mio braccio destro, poi ci sono Gianni e Henry che di solito si occupano della parte musicale, perché di solito organizziamo serate in cui proponiamo il nostro light show e facciamo suonare della musica Beat anni '60 e '70 su dischi di vinile. Si tratta di serate a tema psichedelico con musiche un po' ricercate.

TG: Dove si svolgono queste serate? In locali particolari? Club privati?

Omar: Lo decidiamo noi. Abbiamo un giro di locali ai quali facciamo riferimento abitualmente, ma capita anche che ci chiamino locali nuovi. Solitamente, cerchiamo di capire prima il mood del locale per capire bene come comportarci e cosa proporre. Altrimenti, proponiamo un nostro service luci alle band.

TG: Quali sono le band che vi chiedono questo servizio?

Omar: Normalmente, si tratta di band che suonano musica psichedelica.

TG: Ho visto che avete un paio di episcopi, come li usate?

Omar: Mettiamo piatti di vetro con liquidi come acqua e olio che poi riempiamo con colori liquidi o fogli lucidi di contrasto, o con alcune texture, sulla lavagna luminosa. Muoviamo tutto con altri piatti, schiacciamo i liquidi e aggiungiamo gelatine colorate rotanti anche davanti al fascio luminoso. È difficile spiegare a voce questi tipi di effetti, ma si creano degli effetti molto belli di colore e di luce anche per via di bolle e delle varie combinazioni dei liquidi.


Liquid light show

TG: Vi ha insegnato qualcuno o avete sviluppato e affinato da soli la vostra tecnica?

Omar: Noi siamo assolutamente autodidatti, ma ci siamo ispirati ad altra gente che fa questo lavoro. Adesso, continuiamo a sperimentare e a ricercare nuove soluzioni. Siamo ancora agli inizi; è soltanto da tre anni che abbiamo iniziato questa attività.

TG: E siete soddisfatti dei riscontri che state ottenendo?

Omar: Assolutamente! Abbiamo iniziato per scherzo, ma quest'anno ci hanno affidato lo Psych Out e questo per noi è un grande onore, perché era un festival al quale ambivamo e ci siamo arrivati.

TG: Come avete conosciuto questo festival?

Omar: Grazie a Gianni, un componente del nostro gruppo che conosce Giampo Coppa e da cosa nasce cosa... Giampo ha visto i nostri lavori, gli sono piaciuti e ci ha chiamato.

TG: Anche in Svizzera è ancora viva la passione per gli anni '60?

Omar: Diciamo che nel nostro Cantone facciamo un po' di serate, ma non c'è un vero movimento, ma se già ci spostiamo nella Svizzera tedesca troviamo un underground un po' più ricco che segue queste tendenze. Abbiamo così iniziato a muoverci per portare lo spettacolo che siamo in grado di proporre. 

TG: Consigliami, per favore, un evento psichedelico da non perdere in Europa o qualche luogo dove possiamo ritrovare una bella atmosfera, come qua al Bunker.

Omar: Cedo la parola a Gianni.

Gianni: In Inghilterra c'è il Noisily; a Margate, nel Kent c'è  un locale che si chiama Hipsville a go go che ha una sala per DJ set fatta completamente di fiori liquidi. Andando più sul genere garage c'è il Funtastic Dracula Carnival in Spagna. Questi, secondo me, sono gli eventi i più belli.

TG: Più vicino a noi, in Germania o Svizzera tedesca, dove potremmo andare?

Gianni: In Germania, seguirei il tipo dei Vibravoid che ogni tanto organizza dei festival, oltre tutto lui è un amante del Krautrock, il Rock progressivo tedesco. Bisogna seguire la pagina di Chris Koch per scovare qualche evento interessante, ma  lui cambia sempre nome...

TG: Ultima domanda: chi vi vuole contattare per chiedervi di fare delle proiezioni o un service al suo concerto come deve fare?

Omar: Ci può trovare su Facebook, noi siamo i Vinyl Sound & Light Show Club.


Teo, Gianni e Omar

TG: Avete anche un'email?

Gianni: No.

TG: E come fanno a contattarvi?

Omar: Tutto su Messenger... ma con Patrick, il nostro grafico, stiamo pensando di aprire un sito...

TG: Con le fotografie di Tony Graffio?

Omar: Se Tony Graffio vorrà lavorare con noi, sì.




martedì 13 novembre 2018

Vinili Psichedelici allo Psych Out Festival

"La libertà che ci rimane è essenzialmente la libertà di scegliere tra le marche A, B e C." 
John Zerzan

Dopo essermi un po' soffermato a ponderare sull'acquisto di alcuni CD con musiche tratte dai film di James Bond, ho incontrato Lele Roma, un esperto di controcultura che ha una grande passione per la psichedelia e la musica beat. Stranamente, allo Psych Out Festival Lele mi ha consigliato il primo disco di un gruppo funky anni '70... TG

Lele Roma, 53 anni, appassionato di musica, studioso di controcultura ha presentato la proiezione de: "I figli dello stupore" allo Psych Out Festival del 10 novembre 2018.
Lele Roma, 53 anni, appassionato di musica, studioso di controcultura ha presentato la proiezione de: "I figli dello stupore" allo Psych Out Festival del 10 novembre 2018.

Tony Graffio: Ciao Lele, così ad occhio direi che tu dovresti essere nato proprio nel pieno degli anni '60. Per questo sei appassionato di quel periodo storico e di quella musica?

Lele: Effettivamente, Tony ci hai preso. Può essere che quegli anni mi siano rimasti nel cuore, ma qua allo Psych Out Festival puoi trovare anche tantissimi ragazzi che desiderano rivivere quel periodo un po' ingenuo e felice e che vogliono conoscere meglio anche le band e la musica che si suonava in quei giorni.

TG: So che qua posso trovare qualche bel LP. Consigliami qualcosa di particolare che magari io non conosco.

Lele: C'è questo gruppo americano che si chiama Black Merda che fa una buona musica, al contrario di quello che potrebbe sembrare. Anche se è proprio scritto così con una parola italiana non tanto bella. Ovviamente, il significato di questa band non è quello che intendiamo noi, ma è il suono degli afro-americani che hanno abbreviato la parola murder
in un loro slang particolare. Black Merda in realtà è l'assassinio nero... Loro hanno scelto di scriverlo così come si pronuncia, non con la parola originale. Certo, a noi italiani il nome del loro gruppo fa uno strano effetto.

TG: Più che altro fa ridere.

Lele: Sì, ma si può tradurre e subito ha un altro senso.

TG: Mi stai consigliando un disco funky?

Lele: Loro erano attività tra il fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 e facevano un genere Funk-psichedelico.

TG: Tu ce l'hai questo disco?

Lele: Certo che ce l'ho!

TG: Quindi non posso sbagliare... È un buon disco?

Lele: Eccome! Se te lo consiglio... Certo che se poi non ti piace il genere...

TG: Sono cazzi miei... ho capito.

Lele: Ti posso dire che è un Funk-psichedelico un po' pesante.

TG: Non mi sembrano tanto conosciuti questi Black Merda...

Lele: Beh, oddio, nel mondo della Black Music sono un gruppo fondamentale. 

TG: Elamadonna...

Lele: Diciamo che tra i minori sono un gruppo fondamentale.

TG: Va bene Lele, mi hai convinto compro questo disco, ma tu mi lasci il tuo numero di telefono, perché se poi mi accorgo che è un caso di nomen omen mi lamenterò con te.

Lele: Va bene, non c'è problema.

TG: In questa bancarella tenuta da Alberto di Drippin' Hits c'è qualcos'altro che solletica la tua attenzione?

Lele: Mah sì, c'è un'altra cosa che mi ha stupito. Si tratta di un disco che ho già, ma con un altra copertina e questa esposta è forse la terza dello stesso disco. Si tratta del primo album dei Genesis che in pochi conoscono e si chiama: From Genesis to Revelation, un disco del 1969. Chiaramente è una ristampa perché all'epoca Peter Gabriel non si vestiva ancora in quel modo.

TG: Non è un falso, vero?

Lele: No è una ristampa.

Alberto Stucchi di Drippin' Hits mostra la ristampa di: From Genesis to Revelation con in copertina un Peter Gabriel molto floreale. Accanto a lui Giusi, una musicista bergamasca che accompagnava Elli de Mon.


lunedì 12 novembre 2018

Le Sister Flies al 29° Psych Out Festival

Sister Flies
Le Donne di Bastoni allo Psych Out Festival

Valentina ed Elisa sono le Sister Flies, anche conosciute come le Donne di Bastoni, un duo di giocoliere itineranti che ha preso parte al 29° Psych Out Festival e lo ha illuminato con giochi ipnotici di led, fibre ottiche, fuochi e luci colorate che hanno creato disegni geometrici nella notte tra sabato e domenica del 10/11 novembre scorso.
Si è trattato di un connubio di tecnologie vecchie e nuove che ha dato una visione in puro stile anni '60 del vortice nel vuoto in combinazione con la danza. Le Sister Flies amano anche le spade infuocate, le corde e le catene.
Girano per le piazze ed i festival di vario tipo da circa tre anni. Hanno partecipato anche al Malafemme Festival 4.
Il loro nome deriva dalle fiber flies, ovvero dalle fibre ottiche e il loro spettacolo è completo proprio perché impiega quattro diversi elementi luminosi, cosa abbastanza rara in Europa.

Donne di Bastoni

Durante tutto lo Psych Out Festival Valentina ed Elisa ci hanno rallegrato e meravigliato con le loro coreografie durante i vari cambi palco dei concerti e si sono esibite all'aperto con il fuoco per intrattenere il pubblico intervenuto al Bunker.

Valentina durante lo show


mercoledì 27 dicembre 2017

La Stazione Ferroviaria di Jesi

Aver partecipato al Basement Party mi ha fatto scoprire cose nuove ed interessanti anche nella città di Jesi che probabilmente ha la stazione ferroviaria più psichedelica d'Italia. 


L'occhio di Angelo Angelucci sul soffitto dell'atrio della Stazione di Jesi.
L'occhio di Angelo sul soffitto dell'atrio della Stazione di Jesi. Opera di Allegra Corbo.

Giampo Coppa: Tony, tu non hai mai visto la stazione di Jesi?

Tony Graffio: No, non mi è ancora capitato...

Giampo Coppa: L'androne della stazione ferroviaria di Jesi è un po' insolito... E' pazzesco, è strano... Ti consiglio d'andarlo a vedere.

Tony Graffio: Giampo, sai che c'è il bene ed il male?

Giampo Coppa: Sì, si sa che c'è il bene e il male. E poi nel male c'è un po' di bene e nel bene c'è un po' di male. E' lo Yin e lo Yang...

Tony Graffio: Quindi cosa c'è alla stazione di Jesi?

Giampo Coppa: C'è questo androne dipinto in modo strano. E' bello, ma vallo a vedere!

Tony Graffio: Dentro la Stazione?

Giampo Coppa: Appena sono sceso dal treno sono entrato nell'androne ho alzato gli occhi e ho visto questo soffitto decorato in modo particolare.

Tony Graffio: Va bene andrò a vederlo.


La Stazione Ferroviaria di Jesi.
La Stazione Ferroviaria di Jesi.

Una volta recatomi sul posto mi accorgo che Giampo Coppa aveva proprio ragione, la Stazione di Jesi è molto particolare. E mi accorgo anche che i murales sono stati realizzati da Allegra Corbo un'artista di Ancona che per strane combinazioni era rimasta affascinata da una mia fotografia che avevo esposto alla Galleria del Cotton Club durante l'ultimo Basement Party.
Ovviamente, ho rincontrato Allegra ed ho parlato con lei del lavoro che aveva realizzato due anni prima nell'atrio della stazione.


Occhio di Angelo Allegra Corbo

Ferrovia Centrale di Jesi 
 
Tony Graffio: Allegra, ho scoperto che la stazione di Jesi è un po' fuori dagli schemi, che cosa è successo?

Allegra Corbo: (Risata) Simona Cardinali ed il Comune di Jesi mi hanno invitato a fare un lavoro ispirato ad Angelo Angelucci da Todi, l'architetto che nel ha ristrutturato Palazzo Pianetti dal 1856. E' per merito suo se hanno deciso di far passare la linea ferroviaria Roma - Ancona dalla Vallata dell'Esino e quindi da Jesi, piuttosto che da Macerata che è sulla linea ferroviaria Civitanova Marche - Fabriano.
Ho ripreso tutti i disegni di Angelucci, sia quelli del Palazzo Pianetti che quelli della chiesetta della Madonna della Misericordia e della chiesa di San Marco, sempre qui a Jesi. Ho pensato un progetto pittorico che poi ho applicato all'atrio della stazione della città.

Tony Graffio: Molto bello e molto simbolico.

Allegra Cordo: "Occhio di Angelo" è un lavoro fatto sia con i colori acrilici che con la tecnica del collage; grandi porzioni di quei soggetti sono state fatte con la carta, come tutto l'iride dell'occhio centrale, così come anche altre parti di figure ad esso circostanti.


Occhio di Angelo Stazione di Jesi
I disegni di Allegra Corbo riprendono quelli ideati da Angelo Agelucci 160 anni fa.

Tony Graffio: Sono stati ripresi disegni o simboli orientali?

Allegra Corbo: Sono tutte figure mitologiche trovate negli affreschi della Galleria degli Stucchi di Angelucci.

Tony Graffio: Con il tuo mural in stazione hai voluto riaffermare l'identità jesina?

Allegra Corbo: Sì, ho lavorato su quelle figure e su quelle presenti nella chiesa, poi ti manderò delle informazioni più precise*.

Tony Graffio: Qual'è stata la reazione dei cittadini di Jesi davanti al tuo mural?

Allegra Corbo: Nei dieci giorni che ho impiegato a dipingere e a realizzare la decorazione dell'atrio della stazione ho incontrato la gente che tutti i giorni si recava al lavoro al mattino e tornava a casa la sera e vedeva che noi eravamo lì a lavorare e sentivo le loro reazioni. Tutti erano felici che avevamo trasformato la stazione in un ambiente più allegro. Per loro, anche aspettare il treno era diventato un momento piacevole.

Tony Graffio: Perché hai realizzato Occhio di Angelo? E che cosa ha significato per te questo lavoro?

Allegra Corbo: Ho dipinto Occhio di Angelo perché nella vita mi piace ritrovarmi in posti che mi fanno sentire quanto sono antica. Continuando a provare la sensazione di essere dentro un ciclo che si rinnova ogni giorno, sempre quello, da sempre. Ho imparato il linguaggio e le forme di qualcuno che ha vissuto prima di me. Le figure che sono qua rimarranno per gli altri che le incontreranno nel loro cammino e nel loro respiro. Come io ho camminato e respirato i dipinti di Angelo Angelucci. Mi piacciono i racconti di uomini e santi che ti fanno capire che esistono i mostri, i draghi, mentre gli angeli ti riportano dentro la dimensione magica della natura e della geometria, ma anche nella profondità oscura delle viscere. E' quel linguaggio ricco e semplice che mi continua a dire che siamo fatti di cellule ma anche di colore e elettricità. Disegnare e dipingere è un ulteriore movimento di questo ciclo, come nascere e dormire ma anche seminare la terra, senza delirio di onnipotenza, con lo stesso Ego di quando si cammina. Aver dipinto dove passano i viaggiatori è un grande privilegio, come quello di incontrarsi per caso e di condividere una meraviglia: conoscersi.


Occhio di Angelo Angelucci
I misteriosi disegni di Angelo Angelucci riprodotti da Allegra Corbo sulle pareti dell'atrio della Stazione Ferroviaria di Jesi da Allegra Corbo, un'artista Anconetana che ha vissuto per diversi anni a Mutonia.

Nota*
Occhio di Angelo 
Murales nell'atrio della stazione di Jesi dedicati ad Angelo Angelucci da Todi, architetto. Intervento a cura dell’artista Allegra Corbo. Il progetto pensato in occasione di A.A.A. eroi in città Grand Tour Cultura Marche 2014 - Crocevia di Culture del Comune di Jesi, si sviluppa attorno alla figura di Angelo Angelucci, l'architetto umbro che alla fine del 1800 fu invitato ad operare professionalmente nella città di Jesi, per gli interventi sulla Chiesa di San Marco, il tempietto della Misericordia, lo straordinario Palazzo Pianetti e nella progettazione dell'asse ferroviario Ancona-Roma passante appunto per la Valle Esina, sostenuto e preferito al tragitto passante per Macerata (alternativa scartata proprio grazie agli studi e ai calcoli di Angelucci). 
Proprio questa linea ferroviaria favorirà l'attività industriale e lo sviluppo economico della cittadina federiciana. Il progetto artistico sulle pareti della atrio, ripercorre e cita esteticamente gli affreschi della Chiesa San Marco e quelli delle stanze superiori di Palazzo Pianetti, riutilizzandone geometrie e colori, visioni e strutture spaziali, in una formula essenziale di ordine e caos; le architetture fredde e taglienti dell'edificio della stazione accolgono il pittoricismo mitologico di quegli affreschi, nell'elaborazione di Allegra Corbo, come estratto di quei mille simboli e cromie che si trasformano in questo percorso spazio-temporale ed esperienziale dall'architetto Angelucci all'artista Corbo, in un opera pubblica per la città di Jesi e i viaggiatori di passaggio. 
I colori blu, oro, rosso, azzurro sono quelli antichi di Palazzo Pianetti e di San Marco; lo stesso blu si ritrova nelle scritte e tabelloni della Stazione FFSS e lo stesso nero degli infissi e delle porte contagia l'inserimento artistico di Allegra Corbo e diventa segno pittorico dominante. 
Nella navata centrale un grande Occhio: si forma ispirandosi alle linee guida dei "tondi" di palazzo Pianetti; questo come gli altri, grandi iridi che osservano e vedono lontano. Tutto attorno, forme, simboli, archetipi, miti accolgono I viaggiatori che sostano o si muovono veloci in questo luogo-non-luogo che perde la sua freddezza e diventa quasi sacro. Occhio di Angelo racconta la visione consapevole e lungimirante di chi ricerca e studia e progetta, pur mantenendo quell'impulso vivace e vibrante, la spinta dell'arte che disegna sogni e misteri. Il mural di grandi dimensioni, prevede l'utilizzo di pitture murali, carte da collage e colore oro. L'esecuzione dell'opera ha avuto luogo nel mese di maggio, per essere pronto alla fine dello stesso mese, in concomitanza del Festival Pop Up! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano. Allegra Corbo ha realizzato personalmente l'opera accompagnata da assistenti volontari, tecnici della RFI e sostegno tecnico dal Comune di Jesi.


Allegra Corbo Angelo Angelucci
Jesi ha la Stazione Ferroviaria più psichedelica d'Italia, grazie a Angelo Angelucci e Allegra Corbo e all'amministrazione cittadina.


lunedì 4 dicembre 2017

Speciale Basement Art & Culture 15a Parte: Giampo Coppa

"La Psichedelia si amplia nel tempo che cambia..." Giampo Coppa

Giampo Coppa non ha bisogno di presentazioni, è un mitico protagonista della Kustom Kulture internazionale, illustratore, poster-artist, fumettista, sciamano, guru dell'immagine fluttuante e della parola, collezionista di dischi, rocker, organizza a Torino, da quasi 29 anni, lo Psych Out Festival. Anche lui era presente al Basement Party, ovviamente, gli ho chiesto che cosa è la psichedelia. Preparatevi alla risposta... Impellenze permettendo...


Giampo Coppa e gli Stinky Rats in concerto a Homburg -Saarland, 1986.
Giampo Coppa e gli Stinky Rats in concerto a Homburg - Saarland, 1986.

Tony Graffio: Ma come? Proprio adesso?

Giampo Coppa: ...Tantissimo...

TG: Ma sei sicuro? Guarda che è arrivato il momento di farti intervistare...

GC: Sarà per l'emozione di trovarmi al cospetto del Grande Tony Graffio...

TG: ...Beh se proprio devi, vai pure... ti aspetto...

Giampo Coppa: Ok, allora vado un attimo in bagno e torno...

Tony Graffio: Meno male che è rimasta qua a farmi compagnia la simpaticissima Vanity Vany, così  nell'attesa del ritorno di Giampo le farò qualche domanda supplementare...

Vanessa Cardinali: Ok, e dopo facciamo anche i rigori?

TG: Brava... Perché sei venuta qui al Basement Party?

VC: Perché l'avevo visitato nelle scorse edizioni, mi era piaciuto molto e allora volevo farne parte.

TG: Cosa ti aspetti dal Basement Party?

VC: Tanti artisti, tanto pubblico e tanta birra.

TG: Birra a fiumi?

VC: Possibilmente...

TG: Vedo che hai le idee chiare, mi fa piacere, vedremo alla fine del Festival in che condizioni ti troveremo.

VC: Ok!

TG: Ah, ecco che sta tornando Giampo... (indirizzandomi a Giampo Coppa) Da te che hai vissuto gli eventi più interessanti degli anni '80 e '90 e via di seguito, vorrei scoprire insieme a te qualcosa sulla psichedelia. Da dove incominciamo?

Giampo Coppa: Vuoi che ti dica qualcosa sulla psichedelia in generale? O vuoi che ti parli del mio percorso?

TG: Prima, parliamone un po' in generale...

GC: Questo è un argomento molto vasto... Sarebbe da farci un documentario di 8 ore... (risata)

TG: Va bene, iniziamo, non abbiamo limiti di tempo o di spazio... 

GC: Se vogliamo parlare di psichedelia, dobbiamo parlare dei primi anni '60, iniziamo a illustrare un quadro generale della situazione a quell'epoca. Partiamo da Ken Kesey che faceva i suoi viaggi partendo dagli incassi del romanzo dal quale è stato tratto anche un commovente film, parlo di "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Con i soldi che gli arrivarono dai diritti del libro e dell'opera teatrale Ken Kesey acquistò un pullmann-scuolabus del 1938, girò per varie basi americane per comprare il materiale in surplus della Seconda Guerra Mondiale, amplificatori, diffusori, luci e materiale da ripresa per realizzare i filmati e tutto quanto gli sarebbe servito per le sue performance. Iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti facendo gli acid-test con l'LSD che all'epoca era legale. Da queste esperienze scoprì che avendo fatto una specie di volontariato nei manicomi l'LSD era utilizzata per fare degli esperimenti sui malati di mente e da lì, lui si accorse che i veri pazzi non erano quelli che venivano definiti pazzi, ma quelli che davano questa sostanza ai pazienti ricoverati in quelle strutture per curarli. Anche lui fece da cavia per quella sostanza e si accorse che era una figata. Ken Kesey era un pre-raver che aveva sistemato microfoni dappertutto nel suo bus, perfino nel motore. Poi lavorando nel teatro acquistò anche alcune casse di costumi di scena e vestì un gruppo di pazzi che si erano aggregati a lui, erano i Marry Pranksters. Iniziarono a dipingere il pullmann, chiamato the Further, di mille colori con grafiche psichedeliche e la loro base era una casa nelle campagne di San Francisco. Anche quella casa era tutta amplificata, così come il bosco circostante. Partirono da lì per il loro viaggio per gli Stati Uniti per proporre alla gente i loro acid-test, piazzandosi con il loro coloratissimo bus amplificato e la loro colonna sonora era creata dai Grateful Dead. Preparavano una bevanda chiamata Electric Kool Aid, che poi era succo d'arancia addizionato con acido lisergico e facevano provare questa sostanza allucinogena a chi la voleva ingerire. Erano una banda di pazzi che avevano fatto delle loro vite una performance continua; anche quando si fermavano nelle stazioni di benzina per fare rifornimento erano vestiti da moschettieri o con altri vestiti teatrali, tutti truccati sul volto si lanciavano palle colorate gli uni agli altri. Immagina l'America puritana del 1964/65, anche se aveva già conosciuto il Rock and Roll e altri gruppi di ribelli, capirai facilmente che effetto dovevano fare questi pazzi scatenati. Chiaramente, per tutto il viaggio loro erano in un trip continuo. Il pullmann registrava i suoni e le voci all'interno e all'esterno dell'abitacolo; c'era una pulsantiera che poteva controllare la distribuzione di questi suoni che venivano registrati e rimandati poi in diffusione in un mix di musica, voci e quant'altro si sentiva in questo ambiente, trasformando il bus in un elemento vivente. E la gente vedendolo arrivare non capiva che cosa stava accadendo. Questa situazione nacque durante la "Summer of Love", nel 1966, a seguire questi eventi c'erano anche i "Diggers" che erano degli anarcoidi che non credevano nel denaro e propagavano la cultura del no-money, in modo che tutti potessero vivere e mangiare senza l'utilizzo dei soldi. Per un po' di tempo i Diggers riuscirono nel loro intento e chiaramente il cibo lo recuperavano in situazioni assurde, andando nei mercati nel momento della chiusura, oppure avevano chi glielo forniva ed in alcuni casi addirittura lo rubavano direttamente. Anche i Diggers sono stati un elemento portante dell'inizio della psichedelia, ma ancor più della psichedelia, del movimento Underground. Nel 1966 a San Francisco c'erano i Free-shop, negozi dove ci si poteva servire senza pagare niente. Tutto quello che vedevi lo potevi prendere perché il motto di chi organizzava questi "punti di vendita" era: "E' gratis perché è tuo!" Ci sono stati casi di persone che in questi shop hanno trovato anche pianoforti...

TG: Cose ingombranti...

GC: Beh sì... ma di valore, insomma... Non ti capita facilmente di trovare un pianoforte in regalo.

TG: Magari erano scordati...

GC: Sì, va bene, ma è sempre un pianoforte... Comunque, in quell'epoca c'era un panorama musicale che si impegnava in sperimentazioni sonore e musicali. Erano anni in cui si facevano molte esperienze nuove in tutti i campi: dalla cinematografia, alle sostanze allucinogene, alla grafica, ai poster, alle auto, alle moto. Tutto quello che poteva essere messo in discussione era oggetto di sperimentazione. "L'estate dell'amore" è durata fino al 1968, fino a quando ci si rese conto che il sistema capitalistico stava commercializzando il movimento Underground, al punto che i Diggers, il 6 ottobre del 1967 celebrarono il funerale dell'hippy, proprio perché la situazione stava degenerando in un businness. Tutto ciò accadeva tra la Haight e la Ashbury, un incrocio magico di vie di San Francisco. La nuova onda di pensiero aveva ormai influenzato tutti, dalla grafica all'informazione con le nuove riviste Underground, chiamate anche fanzine o stampa alternativa. S'era ormai aperta una grossa porta al dissenso nei confronti di una società molto inquadrata ed una forte espressione della cosiddetta Controcultura. Io sono nato proprio in quegli anni, nel 1968, e sono cresciuto con la musica che ascoltavano i miei fratelli maggiori, vale a dire il Rock-progressivo italiano; la West-Coast ed altri divi di quel periodo, da David Bowie a Suzi Quatro. Ho iniziato così a crearmi il mio panorama musicale; sentivo anche quello che passavano in radio, ma ormai io ascoltavo quella musica lì. Intanto il tempo passava e agli inizi degli anni '80, quando frequentavo la scuola media, ho scoperto il Punk. Un mio amico mi registrò due cassette, una dei Clash e l'altra dei Sex Pistols, in più era uscito anche "One step beyond" dei Madness che all'interno della copertina aveva le foto-tessere di personaggi che quando li vedevi capivi che erano proprio strani... E ti chiedevi: "Ma che roba è?". Già prima avevo visto un'assaggio della cultura Punk attraverso un programma televisivo della Rai, Odeon, tutto il mondo fa spettacolo, e lì io, come tanti altri ragazzi della mia età, abbiamo conosciuto quel fenomeno musicale e sociale attraverso la tv. Quei ragazzi inglesi un po' mi inquietavano; mi spaventavano anche un po', sembravano dei mostri violenti, cattivi, con quelle loro spille infilate dappertutto...

TG: Si bucavano la pelle, le guance...

GC: Esatto... un po' mi spaventavano ed un po' mi attraevano. Tramite alcune riviste che comprava mia sorella, come Boy Music, e l'Intrepido trovavo sempre questi articoli sul Punk. L'ascolto di questa musica, nel 1981/1982, mi ha ribaltato completamente, anche se ascoltavo già Bowie ed i Led Zeppelin, gli Yes e qualcosa del panorama Glam-Rock. Quando il Punk mi travolse, improvvisamente mi ritrovai dentro e capii che quello era il momento vivere  la mia realtà, anche se in UK il Punk era già morto, perché da noi in Italia arriva sempre tutto in ritardo. A Torino, dove vivevo, ma anche nel resto d'Italia, intorno al Punk s'erano venute a creare delle situazioni molto attive. Sottolineo che a quel tempo non c'erano i telefoni cellulari e nemmeno internet, ma soltanto il telefono e le lettere. E basta. Non c'era nemmeno il fax. Quando c'era un concerto Punk tutti facevamo il possibile per andare a vederlo, si creava una catena di contatti con i quali scambiarsi le informazioni riguardanti le notizie che ci interessavano. Ricordo certi concerti a Vanchiglia, un quartiere di Torino dove c'era un centro di aggregazione, ai quali venivano anche ragazzi da Milano e da Bologna. Se andava a bene c'era la possibilità di assistere ad un concerto una volta al mese. Altrimenti, anche una volta ogni due o tre mesi... Il Punk era diventato il  mio modo di pensare e di vivere, anche a livello politico, mi ci ero buttato a capofitto.

TG: Durante la tua adolescenza da Punk che cosa pensavi che avresti fatto da adulto? Sentivi che ci sarebbe stato un futuro per te in questa società?

GC: Non pensavo mai a cosa avrei fatto da grande, ma a quello che era da fare al momento. Avevo le mie passioni che coltivavo fin da bambino, come poteva essere il disegno. Da adolescente disegnavo, facevo le grafiche per i volantini del mio gruppo musicale. Avevo formato un gruppo Punk Hardcore con i miei amici: gli Stinky Rats. Avevamo realizzato un mini-LP che si intitolava: Vergognati!


Giampo Coppa e gli Stinky Rats prima di un concerto a Diusburg, 1986.
Lo Stinky Contingent prima di un concerto a Duisburg, 1986. Si tratta di amici tedeschi che seguirono l'intero tour in Germania ed Olanda.

TG: Vergognati di cosa?

GC: Era rivolto all'uomo, perché negli anni '80 c'era una visione un po' negativa del mondo: vivevamo nel pericolo di una guerra nucleare; c'erano le centrali atomiche ed in più, se eri un punk, la polizia ti fermava di continuo, ti provocava e ti attaccava, perché sapevano che eri contro le istituzioni e lo stato. Erano attacchi spontanei, perché anche se tu non facevi niente gli sbirri ti mollavano due ceffoni gratuitamente. Io fortunatamente non ne ho mai presi, ma alcuni miei amici li hanno presi ed hanno anche subito trattamenti non tanto delicati... Il nostro disco conteneva nove brani ed era una co-produzione con Mungo (Marzio), il chitarrista dei Declino. E' lui che ha creduto in noi, perché ha sentito un suono Punk un po' particolare, diverso dal solito, anche perché noi avevamo un chitarrista che ascoltava molta New-Wave e se senti il disco te ne rendi conto. Noi all'inizio ascoltavamo il Punk inglese, ma poi siamo passati all'Hardcore americano. Avendo scoperto il Punk americano si era aperta per noi un'altra visione musicale.


Giampo Coppa è stato il cantante degli Stinky Rats, questa fotografia è stata ripresa durante il loro unico sensazionale Tour Europeo in Germania e Olanda nel 1986.

TG: I Black Flag?

GC: Black Flag, Minor Threat, Suicide, The Jams. Vedevamo che la musica americana era più solare le sonorità erano diverse, anche se si cantavano le stesse tematiche. Abbiamo mischiato tutto questo e ne è uscito il suono degli Stinky Rats. Il disco era co-prodotto, oltre che da Mungo, dalla BlueBass, dalla Caos Produzioni di Milano che era portata avanti da Gianmario dei Wretched che era un gruppo storico dell'epoca che portava avanti tematiche contro la guerra nucleare. Insomma, erano un must milanese e andavano forte in quel periodo. Il mio era un po' un percorso al contrario per andare a scoprire i suoni da dove ero partito che venivano dall'Hard-Rock e dalla Psichedelia; ero anche molto appassionato delle macchine degli anni '60: le auto le moto ed i chopper. Pur cantando in un gruppo Punk i capelli mi crescevano ed iniziavo ad ascoltare la musica psichedelica. Con gli Stinky Rats siamo stati in Germania ed in Olanda per un Tour organizzato dai Negazione, grazie a dei contatti che ci avevano passato loro. Abbiamo suonato all'Emma, una casa occupata ad Amsterdam ed in altri centri autogestiti in Germania; abbiamo suonato a Berlino a Kreuzberg quando c'era ancora il muro, in un posto che si chiamava Rachaus (un ex-collegio o un ex-convento di suore). Dopo la tournée ci siamo sciolti. Io ho continuato il mio percorso disegnando ed a metà anni '80 ho potuto approfittare di un revival del Garage, della psichedelia e del Beat; sono nati i primi gruppi, tra i più famosi c'erano i Sick Rose di Torino; i Peter Sellers and the Hollywood Party ed i Silver Surfer di Milano, mi sono buttato a capofitto (Giampo lo pronuncia capoficco) e per un mesetto ho anche cantato in un gruppo che si chiamava Double Deck 5, ma è stata una parentesi molto breve della mia carriera di cantante. Finalmente, in quegli anni ho scoperto la mia vera vena creativa ed ho iniziato a disegnare poster psichedelici; il primo l'ho realizzato proprio per i Double Deck 5.


 Il Poster d Giampo Coppa per i Double Deck 5 - 1986.
(Colori falsati da TG per esigenze di maggiore leggibilità.)

TG: Come l'hai stampato era una fotocopia?

GC: Sì, chiaramente. Ho disegnato su un foglio di carta in A3 con caratteri storti e poi l'ho fotocopiato. Questo è stato il mio primo poster, poi ho iniziato a documentarmi meglio sulla psichedelia ascoltando la musica degli anni '60 di quel tipo. Di pari passo è arrivata anche la passione per le auto e le moto e quello stile di cose.

TG: Sei anche un progettista?

GC: No, non mi ritengo un progettista, sono un disegnatore/sognatore...

TG: Un customizzatore?

GC: Nemmeno, perché un customizzatore è qualcuno che ha un'officina ed esegue dei lavori di personalizzazione su auto e moto. Tutto quello che ho disegnato io l'ho fatto sui miei mezzi, appoggiandomi a qualcuno che avesse un'officina. La mia moto l'ho realizzata completamente da solo appoggiandomi a Chopworks che è un amico fraterno. In genere, parto da un bozzetto, sia per le auto che per le moto e poi il lavoro viene eseguito dai carrozzieri ai quali mi rivolgo.

TG: Chi ti richiede i tuoi poster?

GC: Ci sono gruppi musicali che mi richiedono poster, copertine di dischi, illustrazioni e grafica.

TG: Tu che cosa ti senti di essere?

CG: Un po' tutto, se potessi definirmi direi di essere un artista poliedrico, perché faccio tante cose, non solo la poster-art... Ho tanti progetti in sospeso che non riesco a realizzare...

TG: Torniamo alla psichedelia... Scusami la sfacciataggine, ma che senso può avere fare un'arte che si ispira a questo stile nel 2020, quasi...

GC: La psichedelia, per carità, è nata negli anni '60, ma la gente la confonde sempre con qualcosa di superato, invece è in continua evoluzione. Ci sono degli ambienti, come quello della musica elettronica che continuano a fare musica su quell'onda, proseguendo con quello spirito innovativo...

TG: Quindi anche gli ambienti Techno fanno parte di quel sogno?

GC: Certi sì, perché nei rave Goa Trance c'è un allestimento ben preciso con teli fatti in una certa maniera ed il light show come si usava fare negli anni '60. Anch'io ancora adesso ogni tanto mi diletto in questi spettacoli con proiettori cinematografici, lavagne luminose e liquidi colorati, olio di semi, acqua... li faccio anche durante lo Psych Out Festival, insieme a tanti altri progetti che ho chiamato Brain Illusions e porto avanti con Riccardo Iconaut, il Dj del festival. Esiste una psichedelia legata agli anni '60, ma il termine è molto più amplio e ancora adesso è qualcosa che ti fa viaggiare e che ti trasporta con la testa in altre dimensioni... C'è della musica Techno che può piacere o non piacere, io devo dire che quella più ipnotica, tenue e ripetitiva mi appassiona. Un altro mio progetto è stato quello degli Amanitas Quasar che aveva tanto di ballerine nude dipinte e scenografie di cartone colorate. Con loro cantavo e suonavo i sintetizzatori monofonici degli anni '70.


Amanitas Quasar
Giampo Coppo nel 1992 era negli Amanitas Quasar, una band psichedelica di speedfreaks torinesi.

Sono rimasto con loro per 5 anni, abbiamo avuto i nostri alti e bassi, ogni tanto suoniamo ancora, ma raramente.

TG: Al di là dei suoni, della musica, dei gruppi, di tutte queste esperienze nei concerti, delle performance, quali sono le caratteristiche di un'opera d'arti visive che mi fanno capire che sono al cospetto del frutto della psichedelia? I suoi colori e le sue forme?

GC: Beh sì... Ogni cosa ha più sfumature, generalmente un lettering fatto in una certa maniera, se è un po' deformato e non si capisce tanto bene è psichedelico, perché negli anni '60 i poster si capivano solo se tu eri "fuso"...

TG: Sembravano in movimento, perché già tu eri in aria?

GC: Esatto! In quel caso riuscivi a capirli. Erano deformati perché la realtà non era precisa, ma fluttuante. A volte, però si usano dei poster psichedelici per pubblicizzare un concerto Punk, la grafica può contaminarsi ed espandersi in diverse sfumature...

TG: Entrando un po' più nello specifico, ci sono dei nomi di font tipici della psichedelia?

GC: Ci sono, certo, ma poi ognuno gli dà il nome che preferisce. Io ne avevo trovato uno carino che si chiamava: "Bobby the Hippy". Oppure: "Psychedelic"... Molti però li invento io ispirandomi ai caratteri degli anni '60 ed ai poster di Rick Grffin, Victor Moscoso, Alton Kelly o Stanley Mouse... e tutto il giro dei grafici dell'epoca.

TG: Ho visto che per certe scritte hai inserito anche i glitter o i metal flake...

GC: Sì, li utilizzano perché risplendono, quindi proiettati sui poster danno un po' di brillantezza e luminosità; inoltre aggiungono quell'effetto vedo-non vedo che conferisce dinamismo alla grafica.


Il poster di Giampo Coppa dedicato a Arthur Brown è stato inserito nel libro di interviste stampato in edizione speciale da Tony Graffio: "Musica in Cantina".

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