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sabato 12 gennaio 2019

Banksy al Mudec (Una recensione non autorizzata carpita inopinatamente e contro la sua volontà al Dr. Porkas)

"Arte è comunicazione, ciò significa che senza pubblicità (e/o marketing) non c'è nemmeno arte." Joe Iannuzzi

Mi spiace demolire le convinzioni e le illusioni del pubblico e degli amici, ma attraverso un recentissimo incontro con alcuni street artist ho avuto modo di constatare che il brand "Banski" riesce ad appassionare, pur avendo un comportamento e un orientamento politico poco coerente, anche chi da anni opera in questo settore con impegno e onestà. 
Quando ero bambino, come tutti, apprezzavo i dipinti di Van Gogh, ma non riuscivo a capire in cosa consistesse la loro eccezionalità; poi nel corso del tempo ho studiato le vita dell'artista olandese e la corrispondenza intercorsa tra lui ed il fratello ed ho capito che la grandezza di un uomo va letta attraverso il suo vissuto, forse più che su ciò che ha prodotto.
Non reputo Banksy degno di particolari attenzioni artistiche e mi fa sorridere qualcuno che non chiede il permesso a nessuno per realizzare i suoi stencil sulle proprietà altrui quando dice di non autorizzare una mostra organizzata da altri con pezzi che non si sa bene se siano suoi o no. Sicuramente l'interesse per Banksy è un fenomeno simpatico e divertente che riflette la falsità della nostra epoca e fa pensare a molti giovani di poterne emulare la carriera ed i successi, proprio nell'epoca in cui abbiamo assistito perfino alla fine dell'American dream. Oggi è sempre più difficile prendere un ascensore sociale che ci porti dalla strada agli attici di New York, forse per questo a molti può far piacere pensare che Banksy sia una specie di Robin Hood, anche se poi non agisce per depredare i ricchi, ma finisce per convincere il popolino a fare qualche piccolo sacrificio per pagarsi l'ingresso alla sua mostra "non-autorizzata" e tenti perfino di piazzarci qualche multiplo a caro prezzo. 
Mi sembra difficile riuscire ad organizzare una mostra che disponga dei "pezzi giusti" attingendo ai prestiti di una cinquantina di collezionisti; molto più semplice ricorrere direttamente a chi realizza le opere. Non mi è mai capitato di vedere opere di Banksy in vendita nelle fiere o nelle gallerie italiane, pertanto suppongo che i collezionisti dell'autore inglese siano residenti soprattutto all'estero o abbiano fatto i loro acquisti quando le grafiche del misterioso artista di Bristol avevano prezzi molto più abbordabili. A Milano, so chi potrebbe avere qualche suo pezzo, prossimamente lo contatterò per sapere se abbia effettivamente prestato qualcosa al Mudec e per avere una sua opinione sull'operazione culturale del Museo delle Culture, ma a mio giudizio, ci sono molti elementi che rendono poco credibile un personaggio venutosi a formare negli anni con un lavoro mirato a farlo apparire gradevole al pubblico e popolare a chi pensa che appoggiandolo e sostenendolo possa opporsi ai cosiddetti poteri forti, che sono anche gli stessi individui, o gruppi, che decidono sul mercato dell'arte.
Queste sono le mie crude impressioni su quello che osservo in un mercato culturale (più che artistico) molto ingannevole e proprio perché Bansksy mi è sempre sembrato un fenomeno costruito non ho mai approfondito più di tanto la sua conoscenza. Non me la sono sentita di offrire 14 euro al Mudec per visionare fotocopie digitali, serigrafie a due colori (a volte eccezionalmente a tre), tre videoproiezioni e qualche stencil su tela... così ho voluto sentire il parere di chi ama visceralmente lo street-artist britannico ed ha visitato di recente: "A Visual Protest". 
Vi propongo la sua recensione spontanea, anche perché non mi sembra bello deludere con commenti malevoli chi ha atteso tanto per avere l'occasione di vedere dal vivo le opere grafiche di Banksy.
I Dottor Porkas sono venuti espressamente a Milano per visitare il Mudec, sentiamo come hanno risposto alle domande che gli ho posto, ma prima conosciamoli un pochino.

Il Dr. Porkas è un collettivo artistico dadaista che con interventi situazionisti studiati ad hoc riesce a fermare l'attenzione di un pubblico underground su problematiche sociali, culturali e ambientali in modo intelligente e critico. Il gruppo è nato nel 2000 ed è composto di base da tre elementi nati negli anni '70 che negli anni '90 hanno avuto autonomamente la loro formazione in ambiti artistici specifici, come la auto-produzione di fanzine, le animazioni per street-tv, le prime forme di Street art e la fotografia di strada. Una caratteristica dei Dr. Porkas è quella di non avere un numero prestabilito di componenti che di volta in volta si aggregano per portare a compimento un progetto. Si esprimono attraverso varie forme di comunicazione visiva che ritengo molto interessanti e sento in sintonia al mio modo di fruire di informazioni, capaci di sintetizzare un concetto più vasto attraverso linguaggi che vanno dalla grafica, alla fotografia, all'esperienza-rappresentativa-interattiva documentaristica e talvolta riescono a trovare una formula divulgativa in anticipo sui tempi.
Ho incontrato occultamente questo gruppo d'azione culturale a Milano; ci siamo isolati in un bar vicino alla Stazione Centrale dove segretamente mi hanno confessato le loro impressioni su: "A Visual Protest", la mostra retrospettiva curata da Gianni Mercurio sull'artista britannico più chiacchierato dalla comunità internazionale della Street-art. Senza il loro permesso ho registrato il dialogo che abbiamo avuto ed ora mi prendo la totale responsabilità di diffonderlo su queste pagine che stanno diventando sempre più un punto di riferimento per chi non si allinea al pensiero comune delle masse e dei mass media. TG

Banksy al Mudec A Visual Protest
The bad cop and the sweet rat. Una reinterpretazione Graffiana dei contenuti dei lavori di Banksy.

Tony Graffio intervista i Dr. Porka's sulla Street Art da Galleria e la mostra di Banksy al Mudec di Milano

Tony Graffio: Dr. Porkas, siete venuti a Milano per compiere un blitz artistico?

Dr.Porkas: No, siamo venuti a vedere la criticatissima mostra su Banksy perché ritenevamo che andasse fatto, nonostante questo evento sia molto contestato dalla scena degli street-artist.

TG: Entriamo nel dettaglio, l'ambiente della Street-art che cosa imputa a Gianni Mercurio, al Mudec e indirettamente anche al Comune di Milano?

Dr.Porkas: C'è una grossa polemica in corso legata al fatto che Milano, oltre ad essere la città italiana con la normativa più restrittiva nei confronti degli street-artist che lasciano graffiti sul territorio e operano urbanisticamente in "modo invasivo", sia anche la città che si fregia di una mostra incentrata su caratteristiche di ribellismo e apologie libertarie, cosa che a molti sembra una vera beffa del sistema autoritario capitalistico.

TG: È vero o no che questa mostra non è autorizzata dall'artista? È mai possibile una cosa del genere, secondo Voi? Perché questo fatto ha suscitato scalpore?

Dr.Porkas: La polemica sul fatto che la mostra non sarebbe autorizzata da Banksy noi la riteniamo molto meno consistente, rispetto alla prima polemica a cui abbiamo accennato. In esposizione troviamo stampe originali di Banksy, stencil e serigrafie che sono state vendute dall'artista a privati. La mostra è stata organizzata raccogliendo opere in possesso a vari collezionisti che le hanno destinate a questa esposizione (si parla di almeno 50 collezionisti che avrebbero concesso in prestito al Mudec ndTG). Ci sono molti pezzi belli ed interessanti da osservare. Non si tratta di un atto barbarico che ha sradicato lavori dai muri delle fabbriche o da edifici abbandonati, come era capitato nel caso della mostra di Bologna che presentava le opere di Blu, Ericaeilcane ed altri artisti. Qui nessuno si è impossessato di opere pubbliche per trarre un vantaggio commerciale dalla vendita dei biglietti d'ingresso all'esposizione, ma ha messo in piedi un evento, pur commerciale e costoso, che però richiede una certa organizzazione. Secondo noi l'evento è stato presentato molto bene, sia per l'aspetto teorico introduttivo, sia per la costruzione di un percorso illustrativo che segue tematiche ben precise dell'opera di Banksy, ma questo è il minimo che potesse essere fatto per una mostra così ambiziosa con un prezzo d'ingresso tanto alto.

Banksy è un ribelle?
Banksy è un ribelle o sa fare buon uso del marketing?

TG: Insomma, secondo molti addetti ai lavori, Milano da una parte fa la guerra ai graffiti e dall'altra richiama turisti e visitatori per presentare una mostra che parla del più importante street-artist mondiale in modo svincolato dalla volontà dell'autore che sconfessa questa operazione culturale? Tutto questo è credibile?

Dr.Porkas: Ultimamente, proprio con un caro amico artista di Milano, abbiamo avuto una discussione su questo argomento perché lui ci diceva che avremmo meritato il linciaggio per aver deciso di andare a vedere questa mostra. Il nostro è stato un confronto bonario che però ci ha abbastanza coinvolto e segnato. Non pensiamo che una città che non organizzi qualcosa del genere sia meno ipocrita di Milano. Organizzare queste mostre non vuol dire che si scelga di attuare una politica meno repressiva nei confronti degli street-artist, ma neppure significa che si voglia adottare una strategia di addomesticamento nei confronti di chi vuole esprimersi in piena libertà. Siamo di fronte alla classica operazione ipocrita che tenta di speculare su un fenomeno che è tuttavia molto popolare tra le fasce di appassionati più giovani e più influenzabili della nostra società. Questo modo di fare è tipico dei circuiti istituzionali e del mondo dell'arte. Non ci meraviglia che ci sia chi cerchi di impossessarsi di un linguaggio che non gli appartiene e che una municipalità, o chi per lei, giochi una carta del genere per accaparrarsi simpatie e strizzare l'occhio anche ad un possibile elettorato giovane, oltre che per fare cassa. E ci meraviglia ancor meno che a fare una operazione così ipocrita sia un Comune come quello di Milano che non ha mai mosso un dito per impedire i raduni neofascisti presso i suoi cimiteri, che non si è fatto scrupoli nell'approfittare di un evento come "Expo 2015", nonostante le molte zone grige nelle quali si muovevano fondi ed investimenti per esso, che ha contribuito a condannare Ivan il poeta di strada. I comuni oggi vedono la Street art o come un fenomeno da reprimere anche coprendosi di ridicolo (vedi le recenti affermazioni di un assessore pisano sulla murata di Keith Haring in quella città ndDr.Porkas) o come una scorciatoia per valorizzare zone con problematiche sociali. Non si fa nulla di effettivo per il quartiere se non colorare qualche casa con i "graffiti", magari chiamando il più rinomato street artist del momento o colui che è più richiesto a livello continentale, ma secondo noi non è così che si attua un recupero sociale".

TG: Mi sono impegnato a portare alla ribalta del mio pubblico eventi più sotto tono e persone meno ambigue, pertanto non avrei voluto occuparmi di Banksy che per me rimane un punto di domanda, non sapendo chi effettivamente si nasconda dietro di lui, ma non per questo ho potuto fare a meno di accorgermi che durante le feste natalizie il Mudec è stato letteralmente preso d'assalto dai visitatori. So che c'era chi ha atteso anche tre ore per entrare nelle sale dell'esposizione di Banksy. Ti sei guardato un po' in giro? Che tipo di pubblico è attirato da questo evento?

Dr.Porkas: Noi siamo andati a vedere questa mostra martedì mattina, proprio per evitare la folla del week-end e non essere disturbati durante la nostra visita; oltretutto il biglietto d'ingresso è molto caro, ben 14 euro a persona... Questo è un altro segnale di sciacallaggio che purtroppo caratterizza il mondo dell'arte contemporanea. Oltre a noi, quella mattina c'era soltanto una classe di ragazzi di seconda media che era impegnata in una visita guidata che ci sembra abbia presentato molto bene l'artista ad un pubblico così giovane. Riteniamo che le guide e coloro che si sono occupati dell'ossatura della mostra siano persone molto professionali che stanno portando avanti un ottimo lavoro che regge l'impatto del pubblico e sono rispettose delle tematiche più interessanti affrontate da Banksy, come l'antimilitarismo, la solidarietà nei confronti dei migranti e gli altri elementi che caratterizzano la poetica di questo artista britannico.


Contro la privatizzazione dell'arte pubblica
C'è chi crede che la mostra organizzata al Mudec con le grafiche ed altri lavori di Banksy sia un atto di violenza nei confronti dell'artista.

TG: Banksy è qualcuno che conosciamo soltanto per quello che ci ha voluto far vedere di se stesso, non per quello che potrebbe realmente essere o per ciò che potrebbe averci detto personalmente in qualche intervista che non ha mai rilasciato; anche se ci sono dozzine di libri su di lui o altri elementi multimediali che portano il suo marchio. Siamo sicuri che lui sia davvero quello che vuole apparire? Come un personaggio di questo tipo può essere credibile? Come può apparirci sincero? E come può suscitare ammirazione in così tante persone? Non vi sembra un personaggio costruito a tavolino? È facile ricevere consensi da una una vasta fetta di pubblico assecondando di volta in volta l'onda di un certo pensiero politico: basta dirsi favorevoli all'integrazione di coloro che per vari motivi abbandonano la loro terra per cercare una vita più dignitosa da noi e molto velocemente si ottengono simpatie e apprezzamenti. Basta schierarsi idealmente con le masse più deboli e poi complottare con i potenti... Non credete che anche questo comportamento possa aiutare a vedere un prodotto artistico?

Dr.Porkas: Quello che dici è verissimo e infatti è uno degli aspetti più importanti da valutare nel momento in cui un neofita si avvicina oggi alla Street-art. Però bisogna considerare che Banksy proponeva questi temi fin dalle sue origini. In molti adesso cavalcano certi argomenti anche tra i giornalisti, i tuttologi e gli scopritori dell'ultima ora della Street-art. Tutti vogliono dire la loro e questo fatto immancabilmente finisce col portare molta spazzatura alla ribalta, non solo tra gli pseudo-artisti, ma anche tra gli artisti di successo che si rifanno alla Street-art per portare avanti un discorso meramente estetico.

TG: La scelta di non volersi mostrare ed evitare di farsi realmente conoscere è una precisa esigenza o una trovata di marketing che tutti, o quasi, già da tempo vogliono adottare e scimmiottare? Non dimentichiamo che anche Cattelan per qualche tempo non rilasciava interviste e non si sapeva bene che faccia avesse e ancora adesso seleziona molto attentamente a chi concedersi mediaticamente.

Dr.Porkas: Purtroppo, Noi non conosciamo personalmente Banksy, pertanto non possiamo dirti con certezza cosa lui sia e quanto lui sia genuino. Quello che possiamo dirti è che un artista andrebbe valutato per il suo lavoro e per il modo in cui svolge il suo lavoro. Riteniamo che il lavoro di Banksy e il modo in cui lo svolga siano assolutamente genuini. Pensa a Dismaland, pensa alle azioni effettuate a New York che non a caso avevano come destinatari e fruitori, anche dal punto di vista economico, le fasce più povere della popolazione. Riteniamo che le sue tematiche siano genuine, nonostante i suoi pezzi vengano battuti ormai a cifre da capogiro.

TG: Possibile che Banksy non abbia un suo canale ufficiale per farsi riconoscere e comunicare con la stampa o le autorità? Come mai da chi vuole non si fa conoscere, ma altri lo trattano come un vecchio amico? Non è che ci lasciamo prendere un po' troppo in giro da qualcuno che probabilmente sfrutta la nostra ingenuità anche per altre questioni? Scusatemi, ma non Vi sembra che debbano essere in troppi a reggere il suo gioco?

Dr.Porkas: Noi riteniamo che abbia, o abbiano sviluppato una forma di protezione perché c'è chi pensa che Banksy sia un collettivo composto da più persone. Noi non abbiamo elementi per esprimere un parere in proposito, diciamo semplicemente che per un artista non sarebbe male avere a disposizione dei collaboratori che ti aiutano e ti fanno da schermo per quello che riguarda tutti gli aspetti pallosi che implica il fatto di essere un artista, come i rapporti con la stampa, i rapporti con le istituzioni, i rapporti con chi ti cerca per imputarti qualche reato e via dicendo. Noi immaginiamo che lui abbia una sua struttura che lo aiuti a interfacciarsi con il resto del mondo e pensiamo che questa sia una forma di protezione che è anche un buon modo per reinvestire parte dei soldi che Banksy guadagna vendendo le sue opere. Questo è il nostro pensiero.

TG: Grazie Dr. Porkas, allora adesso parliamo della mostra e delle opere. Che cosa Vi ha colpito, che cosa c'è d'interessante a Milano e cosa ci può insegnare Banksy?

Dr.Porkas: Abbiamo trovato molto interessanti le sue serigrafie perché anche noi stampiamo serigrafie. Poter osservare il lavoro di Banksy coi propri occhi, o comunque un lavoro che è stato approvato da un artista come lui è una cosa importante. Abbiamo avuto la possibilità di osservare nel dettaglio i retini che sono stati utilizzati, se li utilizza, capire che tipo di disegno è stato fatto, oppure se era una fotografia o uno stencil la base sulla quale poi ha lavorato. Per noi questa visita è stata molto importante dal punto di vista tecnico.

TG: La mostra segue un filo conduttore? Tratta degli argomenti specifici o segue una continuità cronologica?

Dr.Porkas: La mostra inserisce Banksy nella scena della grafica e dell'arte Underground partendo dal Situazionismo del '68 francese. Ci sono alcuni lavori famosissimi realizzati all'Accademia di Belle Arti nel 1969 in cui compaiono poliziotti che brandiscono il manganello o la ragazza che scaglia un mattone... Dopo aver collocato con ironia un certo ambiente controculturale e aver accennato ad alcuni riferimenti ideologici che si sono sviluppati dopo la fine degli anni '60 vengono affrontati alcuni elementi della poetica di Banksy. Oltre soggetti che trattano l'antimilitarismo che è un argomento molto sentito da Banksy, sono esposte altre icone che lo hanno reso celebre, come i suoi onnipresenti topi. Animali sporchi e infestanti che vengono disprezzati dall'opulenta società borghese, ma che in realtà hanno uno stile di vita improntato alla condivisione e alla collettivizzazione. Il simbolo del topo per Banksy rappresenta una società capace di adattarsi a tutto ed è anche associabile alla figura del writer, perché come i roditori, i writer riescono ad intrufolarsi dappertutto, anche nei territori più ostici e nascosti della città. Anche il tema dell'anti-repressione viene ben affrontato. Banksy ha avuto un forte coinvolgimento nel movimento contrario alla guerra in Irak del 2003 e le sue opere sono state in grado di orientare l'opinione di un consistente numero di persone. Banksy ha donato numerosi lavori a quella causa. Altro tema trattato da Banksy in questa mostra è quello del consumismo.
Non è il caso di farne o meno un santo, ma adesso che questo artista maneggia cifre da capogiro è immerso fino al collo nei controsensi del sistema dell'arte. Per come la vediamo noi, il suo modo di agire ed i suoi messaggi sono genuini, nonostante sia uno degli artisti più pagati. È anche molto apprezzabile per la sua scelta di reinvestire gran parte dei suoi guadagni in nuovi progetti, come la provocatoria costruzione di "The Walled Off Hotel", un albergo a Betlemme in territorio palestinese, di fronte al muro eretto dagli israeliani a Gerusalemme Est (In questo lavoro del 2017 Banksy si è dichiarato filo-palestinese, ma prima, nel 2015, aveva invitato tre artisti sionisti a partecipare al progetto di Dismaland ndTG). In quel palazzo sono esposte decine di opere, ma nella mostra al Mudec non c'è un reale approfondimento che descriva accuratamente queste realizzazioni spettacolari di Bansky. In una sezione della mostra si possono osservare questi tipi di interventi politici. Cosa che per noi è molto interessante. Il filo conduttore della mostra esiste e va al di là dei presupposti teorici e culturali di Banksy. 
Oltre al Situazionismo e al détournement che fa cambiare significato a certi soggetti - Topolino diventa il torturatore di una bambina vietnamita - ci sono riferimenti anche a Majakóvskij.

TG: Cosa pensate del prezzo del biglietto d'ingresso?

Dr.Porkas: Riteniamo sia immorale far pagare 14 euro per vedere questa mostra. Non tanto perché si paga per accedere ad una mostra, ma perché inevitabilmente i ragazzini, i meno abbienti, che spesso sono i meno acculturati, e altri destinatari del messaggio di Banksy finiscono per essere allontanati da questo ambito. Eppure la grandezza di Banksy è proprio quella di farsi capire dal filosofo segaiolo, come dall'attento clochard.

TG: Che cosa avete capito dall'osservazione delle serigrafie?

Dr.Porkas: È stato fatto un attento lavoro di recupero di tutte le vecchie grafiche che Banksy aveva realizzato a stencil su muro e consapevolmente sono state riprodotte in serigrafia. I pezzi esposti non sono opere di Street art intesa come la si potrebbe concepire comunemente. La Street art è visibile e fruibile solamente in strada. In "A Visual Protest" ci sono stencil su tela, serigrafie che sono arrivate a conservare parte di quella "sporcizia" che si può notare sui muri, per quei soggetti che secondo lui andavano conservati in quel modo, pur essendo destinati ad altri spazi. L'accostamento dei colori e la loro resa su carta sono molto interessanti perché confrontarsi con altri stampatori è l'unico modo per potersi evolvere nel proprio lavoro. Osservare le stampe di Banksy per noi è stato un ottimo esercizio, quasi un workshop, sicuramente un momento di riflessione e  di studio.

TG: Se questa mostra è stata pensata e realizzata così bene, Banksy che motivo avrebbe di lamentarsi? Perché non riconoscerle un valore? Sempre che non sia anche questa affermazione una trovata di marketing...

Dr.Porkas: Non credo che Banksy sia venuto qui a Milano per visitare la mostra, ma non credo nemmeno che questo evento lo interessi minimamente. Probabilmente, è contrario a questa esposizione perché non è lui che ne ha pensato il percorso: è normale che un artista si muova così per disconoscere un progetto che non lo ha coinvolto. La sua importanza sta proprio nell'aver realizzato operazioni culturali come Dismaland, come ciò che ha fatto a New York o anche del suo film: Exit Through The Gift Shop. Le sue iniziative non sono passate attraverso curatori, ma sono operazioni autonome che costituiscono lavori di un certo livello. La mostra organizzata dal Mudec è di ottimo livello, ma rientra nella categoria delle mostre, non nella categoria degli eventi pensati loro stessi per essere opere d'arte. Dismaland è stata pensata come un'opera d'arte. Se non si vuole considerare Exit Through The Gift Shop un'opera d'arte è però vero che costituisce un documento importante perché è un saggio di riflessione filosofica per immagini sul concetto di arte contemporanea e sulla speculazione che c'è dietro a questo mondo.

TG: Infatti, forse bisognerebbe riflettere ulteriormente anche su quello che rappresenta Banksy. Ad ogni modo, mi sembra di capire che valga la pena di fare un giro al Mudec per visitare questa mostra...

Dr.Porkas: Sì, anche se sarebbe meglio riuscire a trovare qualcuno che vi faccia entrare gratis... 14 euro sono troppi e noi li abbiamo spesi solo per Banksy.

TG: Era prevedibile che la mostra avrebbe avuto così tanto successo? O il suo successo dipende dal fatto che è stata organizzata a Milano?

Dr.Porkas: Non era difficile indovinare che una mostra di Banksy avrebbe avuto successo. A Milano, come a Napoli o da qualsiasi altra parte: l'importante era che venisse fatta in una grande città con un numero di opere consistente. Banksy è la punta di diamante della Street Art, un movimento artistico che in questi anni suscita molto interesse, non solo tra il pubblico dei giovanissimi.

TG: Io però ho la sensazione che la Street art, rispetto a quasi una dozzina d'anni fa quando era stata accolta al PAC, abbia già raggiunto il suo apice di interesse tra il pubblico. Ultimamente, credo che abbia un po' stancato proprio per tutte queste regole e stereotipi che la rendono poi sempre un uguale a se stessa. Voi cosa ne pensate?

Dr.Porkas: La nostra percezione del fenomeno è che l'operazione di normalizzazione che è stata fatta da parte delle istituzioni sia stato qualcosa di necessario. Tutte le forme d'arte partono da un livello di rottura profondo e completo nei confronti della tradizione e poi, in qualche modo, vengono inglobate da parte della cultura dominante. È normale che adesso questo destino stia toccando anche alla Street art. Siamo ad un punto di svolta: o la Street art saprà rinnovarsi, oppure sarà destinata a morire, così come l'abbiamo conosciuta noi street artist della prima ora. Quando un'idea funziona diventa di moda e finisce nelle gallerie d'arte, ovviamente cessa di essere un'espressione popolare per diventare "arte" e basta. Certo, la galleria è la fine della Street art, anche se ci sono modi assolutamente dignitosi di finire in galleria.

TG: Questa mostra è dignitosa per Banksy?


Dr.Porkas: Sì. Venire a vedere questa mostra non significa applaudire il Comune di Milano che legifera contro i writers, ma avere la possibilità di conoscere più da vicino un artista di fama mondiale. Per il resto, noi crediamo che un treno dipinto illegalmente da un writer è sempre meglio di un treno grigio o che ha sulle fiancate la pubblicità delle mutande o delle marmellate, e di certo un whole car è meglio di una mostra chic e costosa nella galleria più rinomata.



Mostra ufficiale di Banksy al Mudec
TV Boy è del parere di Tony Graffio: difficile capire se la mostra del Mudec sia stata organizzata con la collaborazione dell'artista oppure no.

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sabato 24 novembre 2018

I ricordi di Manu Invisible

Sette giorni fa, lo scorso 17 novembre, si è chiusa alla Key Gallery di Milano, con un finissage durante il quale abbiamo assistito ad un live painting, la mostra "Memories" dell'artista sardo Manu Invisible; uno street-artist che, attraverso l'impiego di supporti e materiali adatti ad essere esposti in galleria, ha riproposto in miniatura alcuni interventi effettuati sulla strada, nei sottopassi e sui cavalcavia autostradali. Tra le opere comparivano tele, scatole di legno e altri elementi di recupero sui quali sono state impresse parole particolarmente significative ed evocative, ma anche teche di plexiglass contenenti oggetti trovati
Il legno è stato trattato con il fumo, mentre tre maschere di uno stile che potrebbe avvicinarsi al Manga giapponese sono state costruite rispettivamente con alluminio, pvc e sughero ripiegato su se stesso.
I veri soggetti del lavoro di manu Invisible sono proprio quei termini che richiamano pensieri ed urgenze importanti per l'artista. A questo proposito ho voluto sapere qual'è il preciso significato di questi concetti. TG


Manu Invisible fotografato da Tony Graffio
Manu Invisible, lo scorso 17 novembre 2018, da Key Gallery via Pietro Borsieri, 12, Milano.

Tony Graffio intervista Manu Invisible

Tony Graffio: Ciao Manu, ti presenti sempre al pubblico indossando le tue maschere?

Manu Invisible: Sì, lo faccio per ricordarmi e ricordare che questa è un'attività che spesso può avere qualche ripercussione poco piacevole a livello di fedina penale.

TG: Però mi sembra che ultimamente tu sia stato assolto proprio grazie al valore artistico che è stato riconosciuto ad alcuni tuoi murales...

MI: Sì, tempo fa mi hanno assolto. Sono stato giudicato dalla Corte della Cassazione. È stata una vittoria importante che ho conseguito quando ancora ero minorenne. Il mio percorso professionale è sempre stato travagliato, perché viviamo in un'epoca in cui l'espressione artistica non è considerata come un gesto liberatorio, ma viene visto principalmente come un gesto rivoluzionario; anche se a mio avviso, non sempre deve essere interpretato in quel modo.

TG: Cosa ti ha lasciato quella esperienza?

MI: Sono tutte esperienze di vita. Cerco di raccogliere il meglio da tutto quello che faccio. Ritengo di esprimermi in modo genuino e liberatorio e penso che queste mie espressioni possano essere catartiche anche per la società. È una riconquista di valori che sicuramente in questa epoca storica non è facile affermare, perché ci troviamo in un momento di buio totale. Far riaffiorare certi concetti sulle pareti che costeggiano le strade a scorrimento veloce può far riassaporare il vero contenuto e l'etimologia di quelle parole nel loro valore più autentico e intrinseco.

TG: Ho visto la parola "resilienza" stampata su più opere; perché hai usato proprio questo termine che non è tanto abituale?

MI: In effetti, è un termine che è stato coniato di recente. È nato nell'ambito della meccanica e serve per distinguere tra vari materiali quelli che hanno capacità maggiori nel resistere agli urti senza rompersi. Successivamente, questo termine è stato adottato anche in ambito psicologico, cosa che ha fatto acquisire alla nostra mente un valore aggiunto ed è stato utile a spiegare una caratteristica che noi come essere umani abbiamo da sempre, ma di cui non ci siamo mai occupati con la dovuta attenzione. Si tratta della capacità di un individuo di resistere, se messo sotto pressione da condizioni difficili ed ai traumi della vita.

TG: Questa sera invece hai scelto di scrivere la parola "dedizione" su un muro dove era stata proiettata la diapositiva di un ponte autostradale fotografato di notte. È un modo di esprimere la tua dedizione all'arte?

MI: Sì, è una dedizione ad un percorso di vita. Spesso ci si trova smarriti nel mondo e per questo bisogna trovare e mantenere un atteggiamento positivo e, soprattutto, positivo in quello che si fa. La dedizione è una virtù che va vissuta ed esplorata. Per me è una parola sacra, ma spero che lo sia anche per tutte le persone che la leggono passando velocemente sulle strade che ospitano i miei lavori.

TG: Ti vorrei fare una domanda che ho fatto anche a Ivan il poeta: per uno street-artist che cosa vuol dire essere presente con le sue opere in una galleria d'arte?

MI: Per uno street-artist essere qua è come tornare a casa dopo che si dipinge. Mi sono sentito accolto dalle mura fisiche di questa galleria, il resto è tutto concettuale. Questo spazio mi offre tanto, sia a livello di servizi che di cultura, ma anche di calore umano. Questo è un ambiente familiare che frequento volentieri, nonostante mi aggiri tra il pubblico mascherato e possa sembrare un personaggio ostile. Vivo queste giornate lontano da tutto, anche dal mio lavoro. L'approccio che ho con la strada è ovviamente molto diverso da quello che ho con la galleria d'arte, ma ho cercato di creare un ponte tra questi ambienti e proporre un discorso poetico che possa arricchire anche quello che faccio fuori di qui. Per me è importante creare anche delle opere di piccolo formato; l'ho sempre fatto, anche prima di dipingere i cavalcavia. Per me è stato molto significativo ufficializzare la mia presenza in galleria con un evento che è stato curato nel miglior modo possibile. La strada tuttavia rimane una componente molto importante di quello che faccio, perché quella è l'attività che mi dà forza e mi mantiene in vita. La galleria invece è un ambiente più familiare che mi aiuta a tessere i rapporti sociali e commerciali.

TG: Speri di presentare qualche lavoro nelle fiere d'arte e magari di arrivare in seguito a vendere i tuoi lavori anche nelle aste?

MI: Sì, spero che possa capitarmi. Ho già un impegno con l'Affordable Art Fair. Qui a Milano esporrò al Superstudio+ dal 25 al 27 gennaio 2019. Parteciperò a quella fiera con la Key Gallery.


Resilienza Manu Invisible
Resilienza di Manu Invisible. Forse in altri tempi avremmo parlato di... Resistenza.

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sabato 17 giugno 2017

Espinasse 31, un laboratorio "americano" per l'Europa

"Don't worry, make art". Anonimo

Nonostante ci sia chi dica il contrario, recentemente il mercato dell'arte non è sicuramente effervescente come un tempo. La crisi economica, la grande offerta proposta da sempre più creativi, i diversi canali di vendita, i tempi che cambiano, le bolle speculative pronte ad esplodere in ogni momento e tanti altri fattori imponderabili rendono difficile indicare con precisione da che parte arrivino le difficoltà maggiori, ma è chiaro che anche la figura dell'artista è meno rispettata di una volta. Adesso, calciatori, Rock-star, politici e perfino i boss di attività illecite sono coloro che monopolizzano l'interesse delle masse e ne stimolano l'istinto d'emulazione. E' difficile riuscire a piazzare un prodotto culturale, sia esso un libro, un film, un disco o, soprattutto, un'opera d'arte. Abbiamo visto che per molti personaggi facoltosi non è un grosso problema sborsare cifre consistenti per aggiudicarsi un'opera che li rappresenti e sia di fatto uno status symbol che li introduca in un certo ambiente, ma riuscire a creare dell'interesse sui nuovi artisti emergenti e venderne i lavori non è un'impresa di poco conto. In questa situazione capita che arrivi anche chi prova a fare un'operazione ancora più coraggiosa e contro corrente, portando artisti di un mercato ricco e fiorente a casa nostra. 
Tre mesi fa, Antonio Castiglioni, un uomo dai molteplici interessi, ha aperto una residenza per artisti stranieri a Milano, in viale Espinasse, 31. Negli intenti di questo imprenditore c'è la promozione della Urban e della Street-art e le pratiche ad essa legate; l'ospitalità agli artisti che, normalmente, in un periodo di circa 3-4 settimane, possono realizzare le loro opere sul posto e poi esporle nel nuovo spazio completamente ristrutturato ricavato in una ex-tipografia di periferia. Castiglioni propone anche di creare una comunità artistica che faccia dialogare in maniera interculturale gli artisti ospitati nel suo progetto e gli artisti locali; oltre che stimolare il pensiero estetico e critico, facendo dell'arte di massa un elemento base per la formazione culturale di tutti.
Ieri sera, ho avuto il piacere di assistere all'inaugurazione dell'esposizione dei lavori realizzati in loco da Claudia La Bianca e Adrian Avila e ad una performance dal vivo di Daniel Tummolillo che ha dato una dimostrazione di come si ottengono monotipi serigrafici sotto gli occhi dei visitatori invitati alla serata.
La residenza artistica è generalmente un'opportunità che viene data agli artisti per soggiornare in un luogo dove lavorare avendo le spese di vitto e alloggio pagate e, a volte, anche uno stipendio. In questa situazione, l'artista è libero di fare ciò che vuole, ma alla fine della permanenza in quello spazio lascia una o più opere, o anche tutte, a seconda dell'accordo preso, a chi gestisce la struttura ospitante. Non conosco i termini degli accordi intercorsi tra Espinasse 31 e gli artisti, né li ho chiesti nel dettaglio perché, di fatto, questa struttura privata ritengo possa essere all'incirca come una vetrina d'arte contemporanea che si presenta al pubblico con un diverso approccio formale. Non mi è stato espressamente detto, ma mi sembra normale che in tempi piuttosto difficili per il mercato dell'arte, si tentino delle esperienze imprenditoriali nuove per meglio affrontare le difficoltà che ultimamente, in Italia, rendono qualsiasi azione commerciale estremamente rischiosa.
Auguro buona fortuna a chi si prodiga spinto dalla passione per far nascere nuovi talenti e diffonderne il lavoro. TG

Watch U Looking at? - Claudia La Bianca - Vernice spray e colori acrilici.

Tony Graffio intervista Antonio Castiglioni Direttore di Espinasse 31, Talent scout e Manager

Tony Graffio: Da dove è scaturita l'idea di aprire una Galleria d'Arte in questo posto?

Antonio Castiglioni: Espinasse 31 non è una Galleria d'Arte, ma una Residenza per Artisti. L'idea è nata a Cuba, nel gennaio del 2016, quando ho visitato l'isola con un amico street-artist di Miami di origine portoricana. Volevamo fare qualcosa di diverso, volevamo aprire una residenza per artisti in un luogo in completo cambiamento, come poteva essere L'Avana in quel momento. Abbiamo avuto delle difficoltà e allora io sono ritornato a Miami e mi sono chiesto se non fosse stato meglio realizzare questo progetto a Milano, dove sarei riuscito a gestirlo meglio. Ho cercato uno spazio ed ho trovato questo posto. L'ho comprato, l'ho ristrutturato ed ho iniziato ad invitare gli artisti. Gli artisti hanno iniziato a venire qui a produrre e a vedere come funzionava questo spazio, facendo una buona pubblicità alla Residenza per Artisti, soprattutto a Miami. Io ho casa in Florida e solitamente ci vivo per sei mesi all'anno. Grazie a quella buona pubblicità, adesso ci sono vari artisti che mi vengono a cercare e vogliono venire a Milano. Io li seleziono e li porto qui a produrre arte. Tengo a precisare che il mio interesse è focalizzato su Pop-art e Street-art, su artisti americani e sud-americani, esclusivamente.

TG: Per quale motivo scegli solo questo genere d'arte e gli artisti americani?

AC: Per una scelta personale. Ritengo che la Street-art e la Pop-art prodotta in USA e Sudamerica, come si può vedere dai quadri qui esposti, siano molto più gioiose di quelle prodotte altrove. L'arte deve portare gioia e dev'essere molto comprensibile visivamente. Questo è quello che mi piace. Non apprezzo l'arte troppo concettuale.

TG: Che possibilità offre questa residenza milanese agli artisti americani e sudamericani?

AC: Dopo aver scelto gli artisti, li porto qua, non per veicolarli nei confronti di un'unica galleria, ma di più gallerie che abbiano più punti vendita in Europa, per far crescere le valutazioni, ma anche i percorsi individuali degli artisti.

TG: A Miami hai una tua Galleria d'Arte?

AC: No, non ho una Galleria d'Arte nemmeno a Miami, ma una casa. Da lì mi muovo con amici che hanno laboratori simili a questo. Stiamo pensando di fare qualcosa anche lì, ma non una residenza, perché il progetto è di portare gli artisti americani in Europa. Potrei pensare di portare di là un artista italiano per avere un Pop-store, un'attività temporanea aperta solo per 3-4 mesi. Non ho intenzione di fare cose strane in America perché quello è un mercato completamente diverso dal nostro; però allo stesso modo, gli artisti italiani che porterò oltreoceano li vorrei indirizzare verso i galleristi americani.

TG: Ti ritieni un mecenate?

AC: Non sono un mecenate, adesso ho bisogno di vendere per fare un po' di soldi per rientrare da tutto quello che ho speso.

TG: Se questa non è una galleria, mi potresti dare una definizione della tua attività commerciale?

AC: Sono un talent-scout nello scoprire gli artisti, nel farli crescere personalmente e di quotazione e intendo diventare il loro manager in Europa.

TG: E' un nuovo tipo di attività?

AC: Nessuno ha mai fatto questo.

TG: Ti farai pagare a percentuale?

AC: Quello è normale.

TG: Da dove arriva il tuo interesse per la serigrafia?

AC: Hanno paragonato questo spazio alla Factory di Andy Warhol negli anni '80 a New York e così da lì abbiamo preso spunto per fare qualcosa in stile Warhol, come la serigrafia, ma quello che facciamo è diverso da ciò che ha fatto Warhol, perché noi coinvolgiamo anche la Street-art.

TG: Grazie mille.

Dopo, ho intervistato Claudia La Bianca.

Claudia La Bianca street artist
Claudia La Bianca sul terrazzo della casa d'arte Espinasse 31

Tony Graffio intervista Claudia La Bianca

Tony Graffio: Ciao Claudia, vuoi raccontarmi qualcosa di te?

Claudia La Bianca: (Osserva il mio biglietto da visita) Volentieri, ma tu scrivi di graffiti?

TG: A volte. Ho iniziato a pubblicare il mio blog con un certo interesse per la documentazione fotografica dei graffiti e la street-art, però quest'ambiente è un po' particolare. Non ho trovato una buona accoglienza; c'è molto sospetto verso chi si avvicina a questi argomenti venendo da altri ambienti, così ho preferito dirottare le mie ricerche culturali verso generi più alla luce del sole. Preferisco occuparmi di arte, fotografia, cinematografia sperimentale, serigrafia, tecniche artistiche varie e ambienti underground. Ho un po' lasciato perdere il graffitismo, anche se ogni tanto torno a vedere che cosa succede per strada, specialmente per quello che riguarda la Street-art e la Urban art.

CLB: Street-art? Bene, io adesso faccio Street-art. Chiedimi quello che vuoi.

TG: Puoi raccontarmi perché hai scelto di rappresentare dei soggetti femminili così sexy?

CLB: Scusami sono un  po' stanca... Dev'essere per via del jet lag.

TG: Sei arrivata oggi?

CLB: Un'ora fa.

TG: Vivi a Miami?

CLB: Da 20 anni. Tra Miami e New York.

TG: E come si sta in America?

CLB: Benissimo. E' fantastico. Miami per me è stato un trampolino di lancio, perché lì non c'è tanta arte e cultura come in Italia. L'America mi ha aiutato a trovare me stessa come street-artist. Io ho un background da filmaker; ho fatto un paio di film e pubblicità internazionali. Tre anni fa ho fatto una pausa e ho realizzato per scherzo il mio primo murale con un amico a Wynwood. Non volevo neanche fare, perché non ero una street-artist, invece l'ho fatto e la reazione del pubblico è stata molto bella. Tutti volevano sapere chi era questa nuova artista. Da lì, ho iniziato a dipingere i muri, a Miami. Era il 2014.

TG: Cosa facevi prima di allora?

CLB: Prima mi dedicavo al cinema. Ho realizzato due lungometraggi, l'ultimo che ho girato s'intitola: "Il viaggio di una libellula" (The journey of a Dragonfly), ho voluto riprendere a dipingere durante una pausa di un paio di mesi, perché non dipingevo da molto tempo. Ho studiato moda, in Italia.

TG: Sei siciliana?

CLB: Sicilianissima. 

TG: E dopo aver dipinto quel murales ti sei data alla Street-art?

CLB: Sì alla Street-art-Pop-art. Io sono sempre stata affascinata dai fumetti. Prima dei murales, disegnavo fumetti. Così ho deciso di trasferire sui muri i miei personaggi, perché quella è la maniera più veloce per comunicare un messaggio a tutti. Come hai visto io dipingo donne con grandi coglioni (risata). Donne alle quali non gliene frega un cazzo, che non hanno peli sulla lingua e che sono molto sensuali.

TG: Da dove arriva questo immaginario femminile super-sexy?

CLB: Dalla mia infanzia. Essendo cresciuta in Sicilia, in un paesino...

TG: Dove?

CLB: A Bagheria, il paese di Giuseppe Tornatore. Essendo cresciuta in un luogo dalla mentalità abbastanza chiusa, dove la sessualità è ancora un tabù di cui non si parla, ho deciso di esprimere certe cose. Da piccola ero un po' cicciottella, per questo i ragazzini mi prendevano in giro. Anziché andare a giocare in giro con gli amici che mi chiamavano "balena", stavo a casa e disegnavo queste supereroine, queste donne bellissime che mi proteggevano e mi davano la forza di affrontare tutto. In me avevo il sogno di diventare come queste eroine e poi il sogno s'è avverato. Forse la prossima volta mi sentirai, ma adesso mi vedi... (risata) E' stato un modo per aumentare la fiducia in me stessa. E' stato un moto di ribellione. Il fatto che le mie donne sono molto erotiche...


Supersexy woman
Una delle eroine di Claudia La Bianca esposte alla casa d'arte Espinasse 31.

TG: Anche esplicite...

CLB: Molto esplicite... Per una forma di ribellione a quei tabù che c'erano in Sicilia e che ci sono ancora adesso.

TG: In America ti capiscono?

CLB: In America mi amano, perché lì più sei esplicita più ti amano.

TG: Wow!


Claudia La Bianca
and that is how stars were made... Claudia La Bianca

CLB: Ecco, le mie eroine sexy arrivano da lì.

TG: Come hai conosciuto Antonio Castiglioni e come hai deciso di venire qui per la residenza artistica?

CLB: Antonio è venuto un paio di volte da me, un paio d'anni fa, per ricercare dei talenti. Poiché io ho tanti murales in giro per Wynwood, che adesso è diventata l'epicentro della Street-art mondiale, ha deciso di scegliermi come una dei suoi artisti. Quando io avevo iniziato a seminare i miei murales a Miami sapevo che quei lavori sarebbero diventati importanti. Era come gettare dei semi di quercia ed adesso io ho la mia foresta (ride).


Wynwood Frammenti di Cultura
Un Mural di Claudia a Wynwood, Miami.

TG: Hai buone quotazioni?

CLB: Abbastanza. E poi, c'è questa linea sottile tra i writers e gli street-artist. I graffiti artist sono stati i primi a dipingere illegalmente con le bombolette.

TG: Mettendo tag dappertutto.

CLB: Esatto. Negli ultimi 6-7 anni, non so esattamente quando, è scoppiato questo boom pazzesco della Street-art. Molti writers taggano ancora la Street-art, però i miei lavori non li toccano...

TG: Ti fai rispettare.

CLB: Abbastanza... Minchia se non mi rispetti, ti devi spaventare.

TG: (Risata) Poi, sei siciliana... Avrei paura anch'io. (risate) Dove hai studiato moda? A Milano?

CLB: No, a Bagheria, in Istituto d'Arte, anche se poi mi ero rotta i coglioni e non ho neanche finito. L'anno prima di terminare la scuola sono scappata e sono andata in America. Io sono cittadina americana dalla nascita, infatti non sono né carne, né pesce. Così si dice. Sono partita a 18 anni con un biglietto di sola andata, non sopportavo più quella mentalità arcaica. Vedi, adesso c'è una coccinella che si posa su di me. Lo sai perché? Perché io sono una persona molto fortunata!


Claudia La Bianca
Claudia La Bianca e la coccinella portafortuna.

Tony Graffio intervista Adrian Avila

Tony Graffio: Ciao Adrian, come hai conosciuto Antonio Castiglioni e come sei arrivato qui a Milano?

Adrian Avila: Semplice, mi ha raccomandato Jenny Perez, un'artista che è stata qui prima di me, poi ho conosciuto Antonio nel mio studio di Miami, ho parlato con lui, ci ho pensato per circa un mese ed alla fine ho deciso di venire. Sono qua da tre settimane.

TG: Tu vivi a Miami?

AA: Sì, sono cubano, ma vivo a Miami da quando avevo 14 anni.


Avila
Adrian Avila, 27 anni, artista.

TG: Hai fatto studi specifici d'arte?

AA: Sì, ho studiato illustrazione per 5 anni in California, dove poi ho lavorato per le edizioni della Disney. Poi sono tornato a Miami perché la mia famiglia è lì. Vidi un mural in Miami che mi piacque multo, allora mi misi ad osservare questa forma d'arte che decisi d'abbracciare. Adesso ci sono circa 12 miei murales a Wynwood.

TG: Sei rappresentato da qualche Galleria d'Arte?

AA: No, lavoro per me stesso e vendo direttamente ai miei collezionisti. Non mi piace lavorare con i galleristi.

TG: Come va il mercato artistico a Miami?

AA: Molto bene perché a dicembre c'è la fiera internazionale ArtBasel, già da 15 o 16 anni, quindi c'è molta arte. Ritengo che Miami per l'arte sia anche meglio di Los Angeles.

TG: E' la tua prima mostra fuori dagli USA?

AA: Sì, a dicembre avrò un'altra mostra a Miami, in quel caso avrò un po' più di tempo per dipingere le opere e preparare l'esposizione.

TG: Con che tecnica dipingi?

AA: Tipicamente con colori acrilici e colori ad olio. Prima stendo l'acrilico e poi ci dipingo sopra con i colori ad olio, al contrario non funzionerebbe perché l'acrilico non s'aggrappa all'olio.

TG: Certo. C'è anche uno strato lucido in superficie?

AA: Sì, quella che sembra una vernice è una lacca trasparente.

TG: Cosa vuoi esprimere con la tua arte?

AA: Più o meno ho espongo sempre la stessa idea di un mondo matriarcale fatto interamente di donne.

TG: Sei molto bravo, i corpi delle donne sono sensuali e naturali, hai studiato molto anatomia?

AA: Sì, poi ho fatto molta pratica. 

TG: A chi ti ispiri?

AA: Ci sono molti artisti che mi piacciono, io mi ispiro ad una dimensione che sta tra il mitologico ed il metafisico.


Adrian Avila
La Vera Pietà di Adrian Avila.

TG: Mi spieghi cosa significa: "La vera Pietà"?

AA: Tutto viene dal cielo. La costellazione della Croce del Sud incominciò a sparire dal cielo dell'Europa Centrale quando Cristo venne crocifisso, cosa che fece associare queste stelle alla morte del figlio di Dio, anche se nel 15 secolo vennero riscoperte dalle grandi spedizioni navali che navigarono nell'emisfero australe. La mia è un'opera antireligiosa perché ogni forma di devozione divina, anche il Paganesimo deriva dall'osservazione del cielo. In questo quadro una donna tiene tra le braccia una donna morente, si tratta di un'immaginario simile a quello di Michelangelo, ma io ho voluto inserire una donna al posto del Cristo proprio per reinterpretare quel mondo matriarcale che mi appartiene. E poi, perché Cristo non potrebbe essere una donna? La vera Pietà è ciò che noi non comprendiamo pienamente di noi stessi o delle nostre religioni.

TG: E Cassandra?

AA: Cassandra era la figlia era la figlia di Apollo ed era un oracolo, però Apollo la punì facendo sì che nessuno le credesse. Nel nostro caso Cassandra profetizza l'aumento del livello delle acque a causa del riscaldamento globale del pianeta, cosa che si capisce anche vedendo il Duomo di Milano circondato dalle acque. Cassandra tocca un anemone per avvisarci della distruzione che ci attende. In questo momento, Miami e la Florida stanno negando completamente che possa avvenire un innalzamento delle acque, ma certamente la situazione è un po' inquietante.


Daniel Tummolillo
Daniel Tummolillo insieme ad Adrian Avila e a Giulia, la modella di Urania senza mantello.

TG: Ultima domanda, sei riuscito a rendere ancora più bella Giulia, la modella di Urania senza Mantello, come hai fatto?

AA: Urania è la Musa dell'astronomia, ho associato lei all'Universo dell'amore.


Adrian Avila Urania senza il mantello
Urania senza mantello di Adrian Avila

Antonio Castiglioni s'è ispirato alla Factory di Warhol ed ha chiesto agli artisti di fare delle riproduzioni serigrafiche di alcuni loro lavori stampati in una decina di copie.
Anche queste serigrafie erano esposte, i loro prezzi erano intorno ai 450 euro.
La stessa sera dell'inaugurazione, c'è stata anche una dimostrazione di che cos'è la serigrafia con una performance dal vivo di Daniel Tummolillo, docente di serigrafia presso l'Accademia di Belle Arte di Brera dal 2009. 

 Daniel Tummolillo stampa un monotipo serigrafico durante la performance artistica del 16 giugno 2017 presso la casa d'arte Espinasse 31.

Che cos'è un monotipo serigrafico
E' un bellissimo gioco, è qualcosa di strano che faccio raramente perché è pura astrazione e puro non-sense, si va a sentimento. Si usano colori, segni e oggetti da frapporre alla carta. In questa occasione mi hanno chiesto di fare una performance, così piuttosto che stampare dei cliché, il monotipo mi sembrava la cosa più interessante da proporre per dare libera espressione alla mia fantasia. Facendo molta attenzione ed usando il pennello sul telaio si potrebbe tirar fuori qualcosa di più figurativo e calcolato, ma il monotipo si propone soprattutto di stampare un effetto simile, ma sempre diverso. Io ho utilizzato soprattutto la racla, la spatola e pezzi di carta,ma mi è capitato di vedere immagini di artisti con pennello e colori che creavano un'immagine sulla tela del telaio pulito, come se stessero lavorando ad un quadro. Poi si passa la racla che logicamente ha un altro effetto, perché il suo movimento spinge il colore in una direzione ben definita; riuscendo a calcolarne l'effetto si riescono ad ottenere ottimi risultati. In serigrafia la stampa migliore si ottiene con una passata singola della racla sul telaio inchiostrato, con una pressione costante e omogenea, però si possono introdurre delle varianti nella tecnica del monotipo per dare risultati diversi. Si può pensare di muovere la racla da sinistra a destra anziché dall'alto al basso, oppure man mano che si scende lungo il telaio ci si può fermare e poi ripartire. Si può puntare la racla in un angolo e tirarla diagonalmente sostanzialmente facendo una curva. In calcografia si ricorre facilmente ai monotipi, mentre in serigrafia capita più raramente. Il risultato di oggi mi ha soddisfatto, anche se pensavo di usare altri colori e poi mi sono lasciato un pochino andare alle emozioni del momento. Daniel Tummolillo.

Daniel Tummolillo
Daniel Tummolillo lava il telaio serigrafico dopo la performance a Milano in cui ha realizzato alcuni monotipi.

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