Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post

lunedì 19 novembre 2018

Il 29° Psych Out Festival raccontato per immagini

"Se ascolti neurologi e psichiatri, non ti innamoreresti mai." Timothy Leary

Psych Out Festival
Elli de Mon in concerto al Bunker di Torino

Qualche goccia di pioggia non ha fermato l'afflusso di pubblico allo Psych Out Festival

Davide Fiorini Alberto Gallo
Discomoderni

Janaki's Palace

 Lele Roma presenta il film documentario: "I figli dello stupore"

Alessandro Manca mostra il libro i Figli dello stupore, mentre Francesco Tabarelli autografa una copia per un lettore

 Vanessa di Cosmic Magma, conosciuta anche come Wanda De Lullabies

 La collezione di borse psichedeliche Devill fatte a mano da Maurizio Bassi

Vanessa e Maurizio Bassi al 29 Psych Out Festival

 Vanessa posa per i Frammenti di Cultura di Tony Graffio mentre indossa le borse della Devil che sono perfettamente intonate al suo vestito anni '60. Il logo di Tony Graffio che firma la fotografia è stato ideato da Giampo Coppa.

Vanessa Meli/Wanda De Lullabies, interprete di Burlesque è presente per il quarto anno consecutivo allo Psych Out Festival di Torino

Sister Flies allo Psych Out Festival

Al guardaroba del Bunker

Teo, Omar e Gianni prima d'iniziare il loro Liquid Light Show al Bunker di Torino. Psych Out Festival.

Valentina e un ammiratore delle Donne di Bastoni

Una pausa mi riporta alla dura realtà degli anni 2000...

Psych Out Festival
 Il Liquid Show Club al lavoro durante il concerto di Elli de Mon

 Elli de Mon

 Elli de Mon allo Psych Out Festival

Liquid Light Show

Giampo Coppa parla con Aurora alla cassa del 29° Psych Out. È quasi mattina e il Festival sta per chiudere.

venerdì 26 ottobre 2018

Gianni Guaglio: con il theremin sulla strada da 5 anni

"Sono stato al Museo degli Strumenti Musicali del Castello Sforzesco, ma sono dovuto uscire per vedere e ascoltare un theremin." Un turista straniero in visita a Milano

Mi piace tornare sui miei passi e reincontrare le persone che già ho avuto modo di intervistare e che in passato ho portato sulle pagine di questo blog, in modo da arricchire le loro storie, vedere come si sono evolute certe situazioni e approfondire meglio alcuni discorsi lasciati a metà. Inoltre, mi affascina molto lavorare sul tempo che passa e dare un ritmo allo scorrere delle nostre vite.
La frase che ho riportato in testa a questo nuovo articolo che parla di Gianni Guaglio riporta molto bene le emozioni e l'eccezionalità di trovarsi ad ascoltare le note di un theremin dal vivo.
Io vorrei aggiungere una mia riflessione dicendo che non solo l'eterofono è uno strumento musicale insolito e poco conosciuto, ma anche chi suona questo apparecchio elettronico d'altri tempi è quasi sempre una persona straordinaria. Il protagonista di questa storia è un uomo tenace che da cinque anni, quasi ogni giorno, parte da una cittadina piemontese con il suo speciale strumento musicale e tutta l'attrezzatura che serve a diffonderne il suono, per portare atmosfere magiche e musiche incantate nelle nostre caotiche città, nonostante l'utilizzo del theremin richieda quel silenzio e quella concentrazione che difficilmente alberga nelle strade che percorriamo ogni giorno. TG


Gianni Guaglio theremin
Gianni Guaglio, musicista.

Tony Graffio intervista Gianni Guaglio fuori dal Castello Sforzesco di Milano

Tony Graffio: Ciao Gianni, ho visto che tu sei spesso presente nei programmi di stradearte; ti piace molto suonare in strada tra la gente, qui a Milano?

Gianni Guaglio: Ho voglia di esprimermi in mezzo alla gente, osservare, donare e ricevere. Anche la gente ti regala qualcosa di se stessa. Alcuni passano indifferenti senza far caso a quello che fai, ma altri si fermano, ti ascoltano, ti applaudono. La cosa più bella è quando ti dicono grazie. Ricevere un ringraziamento è mille volte meglio che sentirti dire: "Bravo!". Grazie è il massimo. Stare in strada è una scelta di libertà. Decidi tu cosa suonare e hai la possibilità di sperimentare nuove soluzioni e di guardare la gente che cammina. È interessante osservare chi hai intorno. Piano piano inizi a capire che la gente è fatta di tante categorie. Quello che faccio è una cosa sicuramente bella che ti dà emozioni diverse da quelle che provi su un palco. Su un palco senti l'effetto dell'adrenalina perché puoi avere di fronte a te anche duemila persone; mentre in strada è tutta un'altra cosa. Qui, la gente non è venuta per ascoltarti, quindi sei tu che in qualche maniera devi catturare la sua attenzione. La soddisfazione di avere delle persone che si fermano per te supera quella di suonare davanti a un pubblico che è venuto apposta per ascoltarti. Anche se si tratta solo di due persone... Perché comunque si sono fermate per te, perché tu eri lì, ma loro non se l'aspettavano. Quando vai a suonare in un locale o in un teatro, la gente viene perché sa che cosa vuole ascoltare, mentre per strada puoi diventare una parte integrante della loro passeggiata o della loro giornata. Basta questo per sentirti gratificato. Chiaro che la vita di chi suona in strada è più dura, perché la strada è dura in tutte le stagioni; con il caldo e con il freddo e non sempre ci sono situazioni facili da gestire. Ma la strada ti insegna tanto e ti dà tanto. Per me, la strada non è una soluzione temporanea, ma un punto d'arrivo.

TG: Quindi tu sei felice di suonare per le strade e le piazze?

GG: Assolutamente sì.

TG: L'altra volta, quando ci siamo conosciuti, ti proponevi in modo un po' diverso al pubblico, adesso hai una spia molto particolare e un cartello che ti presenta al pubblico e che dà già le risposte che molti tendono a porsi appena ti vedono suonare uno strumento che non conoscono.

GG: Purtroppo, molti si trovano davanti una cosa mai vista e pensano che io li stia imbrogliando. Eppure, ognuno di noi ha un telefonino che lo può mettere in contatto con Tokyo e non pensa che questo sia impossibile, perché quello è ormai un oggetto di uso comune. Invece, vedere qualcosa di insolito ti pone davanti a dubbi e all'incredulità come prima risposta. Chi vuole approfondire la questione cerca di capire e di fare domande, ma aver posto accanto a me un cartello è stata una necessità abbastanza urgente perché 9 persone su 10 pensavano che io le stessi in qualche modo ingannando. Un cartello sul quale compare il mio nome e il mio cognome aiuta a capire che cosa io stia facendo e molti si informano anche consultando sul telefonino l'articolo che hai scritto su di me nel 2016, per esempio. Altri un po' più riflessivi capiscono anche senza fare domande, perché in fondo in fondo, forse è più difficile suonare in playback che dal vivo... La "spia" o monitor è una mia esigenza per poter ascoltare quello che faccio in mezzo al rumore di fondo del traffico cittadino. La scelta è caduta su questo particolare altoparlante amplificato con diffusore per due motivi: la ricerca di un suono che mi riportasse indietro agli anni '20 e perché è uno strumento molto bello, in armonia con uno strumento d'altri tempi come il theremin.

TG: Sempre sullo stesso cartello di presentazione, leggo anche che il tuo theremin è accordato sui 432 Hertz. Che cosa significa questa cosa?

GG: Oggi, per convenzione si suona con il La centrale del pianoforte a 440 Hz. Ma non è stato sempre così. Fino a metà del secolo scorso si usavano diverse intonazioni, tra queste, quella a Hz. 432. Io sono tra i sostenitori di questa intonazione dal suono più caldo, armonico e avvolgente.

TG: Tradizionalmente, il theremin nasce per essere suonato a Hz. 432?

GG: Non te lo so dire con esattezza. In quegli anni si usavano diverse intonazioni che variavano a seconda della nazione, città o orchestra in cui ti trovavi. Da 430 Hz. fino a 450 Hz. L'intonazione che ho scelto si presta molto ad suon particolarmente onirico.

TG: Che cosa vuol dire esattamente? È come spostare leggermente la frequenza del "La"?

GG: Esatto, rispetto al La convenzionale a 440 Hz. è leggermente più basso di tono. Deriva dal posizionamento del Do centrale a Hz. 256 e di conseguenza il La a Hz. 432 circa. Questa intonazione era detta anche scientifica e sostenuta da molti musicisti e compositori, tra cui Giuseppe Verdi. Oggi si pensa che sia la frequenza di vibrazione dell'Universo e per questo viene utilizzata da tutta quella musica meditativa e rilassante. C'è chi pensa che suonare con questa intonazione abbia un effetto terapeutico.

TG: Per stare un po' più in sintonia con l'Universo?

GG: In armonia con noi stessi e con tutto quello che ci circonda. In realtà, io rimarrei fermo su quello che la musica è in grado di trasmetterci con emozioni indicibili.
Non esistono prove scientifiche di cosa sia meglio... ma  è chiaro che quello che è piacevole ci fa stare bene e in armonia. Anche se tutto è soggettivo. Io credo che i musicisti debbano avere la libertà di poter scegliere in base alle proprie esigenze di espressione. L'arte non può avere degli standard, diversamente non ci sarebbero né generi, né gusti musicali e le emozioni sarebbero tutte omologate. Per chi vuole provare ad ascoltare l'intonazione a 432 Hz., con il pc si può facilmente trasportare tutta la musica da 440 a 432 e ascoltare la differenza. Ci sono inoltre orchestre che la scelgono per le loro esecuzioni; ci sono anche dei festival della musica a Hz. 432... e, naturalmente, le mie performance.

TG: Parlando invece del tuo repertorio, che cosa è successo in questi ultimi due anni? Mi sembra che hai operato qualche cambiamento. Me ne vuoi parlare?

GG: Ho cambiato repertorio perché sentivo la necessità di seguire qualcosa di diverso. Suonando tanto i pezzi che sono riuscito ad adattare allo strumento, ho capito che per me era meglio abbandonare le cover e tornare alle origini, anche per fare ciò che voglio. Mi piace improvvisare su una base armonica di pianoforte. È un aspetto più ludico e divertente che mi permette di inventare ogni giorno qualcosa di nuovo, proprio per meglio adattarmi all'ambiente della strada. Stare sulla strada non è facile, per questo non devo mai stancarmi di quello che propongo. Non voglio mai entrare nella routine della performance e cerco di fare l'artista a tutto campo, cosa che non potrei mai fare in altri contesti. Dico questo senza nulla togliere ad altre situazioni che ti danno da vivere. La strada la vedo soprattutto come il luogo che mi dà la possibilità di esprimermi liberamente; per questo sono qui. Oggi sono venuto a suonare di fronte al Castello Sforzesco e come ogni giorno cerco di reinventarmi. Suono sulle basi, ma poi, come dicevano i vecchi jazzisti, cerco di suonare lo stesso pezzo tutte le sere in maniera diversa. Esiste una linea, definita dal tuo cervello, intorno alla quale continui a giocare, perché il tuo stato d'animo influisce molto sulla musica che fai. Non sei sempre uguale, puoi essere, allegro, triste, incazzato o malinconico, per cui quella linea guida della base pianistica viene interpretata sempre in modo diverso. Su questo, cerco di costruire una melodia che mi arriva perché c'è una sequenza di accordi che mi aiuta in questo senso. Quando scatta il meccanismo, ecco che parte la sequenza musicale... ma non è una cosa facile da spiegare.
Ho operato un cambiamento nel mio repertorio solo dopo che ho acquisito una certa padronanza dello strumento, perché prima non sarebbe stato possibile. Mi è capitata un po' la stessa cosa quando suonavo il sax. Credo che questa sia stata una scelta vincente, anche se questo ha voluto dire effettuare un'ulteriore selezione sul pubblico. Adesso, ho un pubblico più attento. La magia siamo noi e non solo uno strumento strano o un pezzo che conosci e ti ricorda qualcosa. La magia siamo noi in quel in quel luogo e in quel preciso istante di una giornata diversa da tutte le altre.

TG: Su che basi suoni?

GG: Suono su basi pianistiche di musica classica contemporanea di autori come Einaudi, Allevi o Yiruma. A differenza dell'improvvisazione jazzistica, che ha un'altra impronta, quella che attuo io ha un'impostazione più melodica. Il jazz ha un linguaggio a sé. Credo di riuscire così a trasmettere meglio le mie emozioni. In questo modo suono pur sempre sui pezzi di qualcun altro, ma al tempo stesso riesco a dare qualcosa di mio. È da qualche mese che gioco su queste basi, pertanto sto già pensando di cambiarle in quanto inizio a sapere bene quello che riesco a fare. Cerco di cambiare prima di arrivare ad un appiattimento che possa rischiare di esaurire il mio divertimento e la possibilità di offrire qualcosa di buono al pubblico.

TG: Stare sulla strada a suonare ti insegna più cose su te stesso; sulla musica o sugli altri?

GG: Bella domanda...  Sicuramente, suonare tanto in mezzo alla gente mi fa evolvere musicalmente ma, a parte questo, sono riuscito a scoprire che suonando in modo improvvisato ho anche imparato a suonare meglio, perché mi sento più libero. Non sono vincolato ad una partitura, né a dover suonare un pezzo in una determinata maniera, anche se è vero che i pezzi li puoi comunque trasformare come vuoi. Mi piace spaziare come voglio dalle note più gravi a quelle più acute, come in un gioco. E giocare è sempre bello e divertente. Sono arrivato così a capire meglio me stesso. Non dimentichiamo però che bisogna avere una buona padronanza dello strumento per arrivare ad improvvisare.

TG: Tra musicisti che usano il theremin vi conoscete? Siete in pochi in Italia?

GG: Sì, però ci conosciamo poco e interagiamo poco tra noi.

TG: E all'estero?

GG: Ultimamente il theremin è un pochino più conosciuto, probabilmente ci sono anche più musicisti che lo suonano. Io non sono molto in contatto con gli altri perché mi vergogno un po' del mio inglese. Mi piacerebbe partecipare maggiormente ad un dialogo internazionale, ma non me la sento.

TG: Il tuo amore per il theremin da cosa nasce?

GG: Nasce per gioco e per curiosità. Ho iniziato comprando uno strumento usato e poi mi sono accorto della mia passione quando ho iniziato a passare ore a suonarlo senza accorgermi del tempo che passava. Quando mi occupavo di qualcos'altro non vedevo l'ora di ritornare a mettere le mani sul theremin. Mia figlia, per esempio, ha suonato per tre anni il violino, ma probabilmente non era il suo strumento, anche se l'aveva scelto lei. L'ho spinta a provare altri strumenti, l'ho portata ad un open day della scuola che frequenta e dopo aver provato tutti gli strumenti possibili e immaginabili è rimasta folgorata dalla tromba. Quando trovi lo strumento che ti piace provi un innamoramento istantaneo. Se scatta quel meccanismo, basta.

TG: Però, per scegliere uno strumento come il theremin bisogna essere dei sognatori. O sbaglio?

GG: Sì, è pura magia, come in un sogno. Sicuramente non è uno strumento convenzionale e poi come per tutti gli altri strumenti musicali, ci vogliono almeno dieci anni di studio per iniziare a tirarne fuori qualcosa di buono.

TG: Tu da quanto tempo suoni il theremin?

GG: Dieci anni...

TG: E da quanto tempo suoni sulla strada?

GG: Circa cinque anni.

TG: Per i 100 anni dalla nascita di questo strumento, che cadranno nel 2019, che cosa succederà?

GG: Non lo so... Personalmente, non ho pensato a niente, ma credo che qualcosa verrà fatto. Io sono più legato ad altri tipi di ricorrenze.

TG: Quando invece potremo incontrarci in periferia per poter far conoscere questo strumento anche lì?

GG: Noi artisti stiamo parlando di questi argomenti con i vari municipi esterni. Milano ha una grande apertura all'arte di strada. La periferia ci chiede di uscire dal centro, ma non sempre è così facile. La volontà per farlo e gli interlocutori ci sono; mancano le occasioni. Domenica 23 settembre è stata aperta una nuova postazione per gli artisti di strada a Dergano, ma la nostra associazione ha valutato che lì fosse più opportuna la presenza di un clown, perché era un evento più indicato per famiglie e bambini. Io utilizzo un'attrezzatura che mi rende difficoltoso spostarmi per la città su quei mezzi pubblici che non dispongono di una salita a livello del terreno, per cui riesco a trasportare bene i miei strumenti solo sui tram più nuovi o sulla metropolitana, accedendo dagli ascensori, ma non tutte le stazioni e i tram hanno queste caratteristiche. Le periferie dovrebbero organizzare degli eventi e vedrai che succederà qualcosa di bello in questo senso. A rotazione partecipiamo tutti i sabati mattina al mercato contadino di Piazza del Suffragio... dove avviene anche un toycrossing (scambio giocattoli tra bambini) e altre iniziative. Abbiamo già partecipato a una domenica di festa a Rogoredo che è una zona va un po' rivalutata perché è legata a problemi di vivibilità e all'illegalità delle attività che si svolgono all'interno del suo boschetto. È importante che i cittadini si riapproprino dei loro spazi. Ho portato il mio theremin anche dentro al carcere di San Vittore, insieme al Cetec, Centro Europeo Teatro e Carcere. Altri hanno portato le loro esperienze e racconti di vita dentro le università. Però, l'artista di strada da solo non può risolvere situazioni e cambiare un quartiere. Noi abbiamo bisogno che ci sia partecipazione e una certa sensibilità, ma per creare partecipazione bisogna organizzare occasioni che portino la gente a vivere il quartiere. Noi siamo molto legati alle norme che regolano le nostre attività. Dobbiamo rispettare un regolamento preciso che fissa un luogo, un orario, eccetera eccetera. Si sta parlando anche di questo tra la nostra associazione AleacaM Cappelli in Strada, la Fnas, Federazione Nazionale Arte di Strada, e i vari municipi dei quartieri.

TG: Ho capito. Secondo te, quali sono le città più friendly verso gli artisti di strada?

GG: Se parliamo di grandi città, una è Milano. Nel senso che ha già un regolamento chiaro che permette la libera espressione, ma l'arte di strada è qualcosa di molto complesso e forse dovremmo essere noi artisti a chiederci perché molte città stanno diventando ostili. Con Fnas abbiamo tenuto un tavolo di lavoro online terminato con un codice etico a cui attenersi per far sì che l'arte di strada riacquisti la propria credibilità di utilità sociale e culturale e non sia vista come un elemento di disturbo. Questo codice etico sottoscritto da varie associazioni si sta proponendo come alternativa proprio a quelle amministrazioni che hanno adottato misure riduttive o persino di chiusura nei nostri confronti.

TG: Quali sono le note dolenti?

GG: I volumi esagerati del suono di chi fa o usa la musica per la propria performance.

TG: La polizia urbana effettua controlli anche su questo aspetto della vostra presenza in strada, oltre che sugli orari?

GG: No, in realtà questo tipo di controlli sarebbero di competenza dell'ARPA, ma ne stiamo discutendo con il Comune. Milano ha seri problemi legati a questo aspetto. È vero che negli anni c'è stata un'apertura enorme verso di noi, ma c'è il rischio che per qualcuno che ha esagerato si perdano certe conquiste. Tutti, ma proprio tutti noi artisti, me compreso in prima persona, dobbiamo tutelare queste conquiste rispettando un regolamento e un codice etico di convivenza con chi abita e lavora nei pressi delle nostre postazioni artistiche. Dobbiamo essere bellezza e non disturbo.

TG: Beh, ma tra gli artisti di strada non c'è solo chi fa musica; ci sono i mimi, i madonnari e tanti altre forme di spettacolo e intrattenimento, no?

GG: Sì, il problema lo creano principalmente i musicisti, ma anche quelle figure che hai nominato, se usano musica ad alti volumi. In strada bisogna avere rispetto di chi lavora e abita in quella via o in quella piazza. Non si possono sparare Decibel a profusione per due ore di fila. Anche perché dopo di te c'è qualcun altro che si esibisce e dopo un altro ancora. Il passante, resta un po' per assistere al tuo spettacolo, ma poi va via, mentre chi abita o lavora in quel sito ci sta costantemente. Vorrei però ricordare che a volte riceviamo lamentele ingiustificate da chi, a prescindere, dice no all'artista di strada. C'è chi non sopporta il bambino che gioca a palla in cortile e chi non sopporta noi.

TG: È difficile prenotare una postazione dove suonare per strada? O fare altre forme di spettacolo?

GG: A Milano, durante il week-end è diventato difficile trovare una postazione, perché siamo tanti. Soprattutto qua nell'asse centrale della città. Se vai in periferia trovi dove esibirti, ma lì è anche un pochino un rischio andare perché non sai esattamente cosa troverai. Puoi anche trovare il nulla e la pace che a volte cerchi volutamente per stare solo con te stesso e la tua arte. Poche anime intorno a te fanno parte dell'essere veramente artista. Ma non dimentichiamo che, anche noi artisti di strada non viviamo di solo spirito. Molti di noi hanno una famiglia e dei figli da crescere. Noi di AleacaM Associazione Libera Espressione a Cappello Milano, insieme alla FNAS (federazione nazionale artisti di strada) stiamo chiedendo che le periferie vengano svincolate dal regolamento che vige nel centro di Milano, perché riteniamo che in periferia non ci sarà mai un particolare affollamento di artisti da gestire e regolamentare. La nostra presenza è un vantaggio per tutti, perché dove c'è un artista di strada quella via prende vita. E poi, ricordiamoci sempre che la vera arte di strada è quella estemporanea. Per dare il meglio di te, hai bisogno di trovarti nel momento giusto, nel luogo più adatto alla tua performance; rispettando ovviamente tutte quelle regole che ti suggeriscono di non metterti davanti al portone di una casa, all'entrata di un negozio o in prossimità di un passaggio pedonale. Non tornare nello stesso luogo trenta giorni al mese, non suonare vicino agli ospedali, vicino alle scuole e cose di questo tipo. Sono regole di buon senso alla portata di tutti.

TG: Non so se poi è il tuo obiettivo, ma fare questa vita ti sta rendendo un po' più conosciuto?

GG: Essere più riconoscibile fa parte dei vari scopi che ti portano a suonare per strada. La strada è anche una piccola vetrina che ti porta a fare altri eventi a cachet.

TG: Ritieni che ultimamente la gente ti conosca meglio?

GG: Capita. È un percorso costante, non è una crescita improvvisa.

TG: È vero che ci sono artisti affermati che passano in incognito e vogliono provare a suonare sulla strada per vedere le reazioni della gente e se la loro musica piace davvero?

GG: Si, succede. 

TG: Ci vuole coraggio per mettersi a dare spettacolo in strada?

GG: Sì, sicuramente. A questo proposito io dico sempre che siamo artisti di strada, non mendicanti. Questa è una cosa che deve essere davvero chiara a tutti. Usciamo un po' da questa logica. L'arte di strada ha un suo valore etico, morale e professionale. Ha una sua utilità sociale e contribuisce a portare gioia e bellezza tra la gente, anche nelle giornate un po' grigie.

TG: Porta allegria.

GG: Porta allegria, malinconia e qualsiasi altro sentimento. Riesci sempre a dare qualcosa in più agli altri, gratuitamente. Ricordiamoci che la nostra performance è gratuita. Se vuoi ti fermi ad ascoltarmi, ma non sei tenuto a darmi nulla. È giusto pensare che chi sta in strada lo fa come un continuo studio per migliorarsi, rinnovandosi e riproponendosi costantemente; i mendicanti si pongono in strada in altra maniera, anche se ci sono clochard che riescono ad andare oltre la loro condizione esprimendo un talento e in quel caso sono artisti. In strada capita di trovare chi è lì per scelta, chi per motivi familiari, di salute, di depressione, di fuga dal mondo o per dipendenze di vario tipo... Noi in strada conviviamo e conosciamo molte di queste storie che meritano rispetto in quanto esprimono le decisioni e le situazioni, spesso molto difficili di altri esseri umani. Talvolta, vengono a raccontarci delle loro tragedie anche persone insospettabili. Forse perché queste persone vedono in noi le porte aperte di chi parla lo stesso linguaggio.

TG: Il confine tra una condizione ed un'altra può essere sottile.

GG: I diversi hanno sempre confini molto sottili e invisibili al mondo che li circonda. E anche noi ne facciamo parte.

TG: Gianni, come vogliamo concludere questa chiacchierata?

GG: Vorrei ringraziare Milano e la sua apertura all'arte di strada che mi ha permesso di studiare uno strumento complesso e particolare come il theremin. La gente donandomi una monetina per volta mi ha finanziato nella mia ricerca e se io sono arrivato a un certo livello è perché per tante ore al giorno ho avuto la possibilità di suonare. Diversamente, non avrei avuto né il tempo, né gli aiuti economici per migliorarmi.

TG: Grazie a te Gianni, per le emozioni che ci regali.


Gianni Guaglio mentre suona il theremin all'ingresso del Castello Sforzesco di Milano.

La particolare cassa spia a corno sulla destra serve al musicista per sentire la sua musica, mentre il suono per il pubblico viene diffuso dalla cassa sulla quale è seduto.
Gramovox ha studiato questo prodotto dal design vintage, ma ricco di contenuti tecnologici che trasmette il segnale del suono via Bluetooth. Il suono che esce dal corno si mischia inevitabilmente con quello della cassa principale, ma posizionandosi proprio di fronte alla fonte sonora più piccola si può apprezzare una musicalità particolare molto pulita che contribuisce ancor più a ricreare un'atmosfera magica d'altri tempi. Sarebbe bello ascoltare un concerto per pianoforte e theremin in teatro o in un ambiente adatto alla concentrazione che richiede questo strumento moderno che viene dal passato.
Per restare in un clima d'altri tempi ho fotografato Gianni con una Zeiss Ikoflex Ia del 1954 circa. Pellicola Fomapan 200, tempo 1/50 sec. f 5,6. Sviluppo Kodak HC 110 soluzione B, temperatura 22°, 6 minuti. Scansione effettuata con Epson V800.


venerdì 26 gennaio 2018

Giornata della Memoria: Convegno-Concerto su Mario Castelnuovo-Tedesco alla Palazzina Liberty sabato 27 gennaio h 14

"Mi sarei vergognato moltissimo se mi fossi scoperto un uomo buono solo di parlare e incapace di tradurre in atto le proprie idee" Platone

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. In memoria di quell'evento, dal 2005, è stato deciso di dedicare il 27 gennaio di ogni anno al ricordo dell'Olocausto compiuto dai nazisti nei confronti del popolo ebraico.
Domani, alla Palazzina Liberty Dario Fo e Franca Rame, in Largo Marinai d'Italia 1, a Milano, si celebrerà il compositore di cultura ebraica Mario Castelnuovo-Tedesco con una tavola rotonda-concerto sulla storia del compositore e la sua produzione musicale con un focus specifico sul repertorio di grande bellezza relativo alla musica vocale da camera. Tra i relatori Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Mila De Santis (storica della musica dell’Università di Firenze) e Oreste Bossini (critico musicale e giornalista) Al loro fianco, il musicologo e pianista Claudio Proietti, il soprano Valentina Coladonato e il tenore Mirko Guadagnini a completare il quadro storico-musicale su Castelnuovo-Tedesco, ed eseguire gli "Shakespeare Sonnets - opera 125" e i "Duetti" (3 Shakespeare Duets – op.97).

L'evento avrà una durata di circa due ore, l'ingresso è gratuito fino a esaurimento dei posti in sala.
Credo che il concerto verrà diffuso radiofonicamente da Rai Radiotre attraverso la trasmissione Piazza Verdi, in onda in diretta domani alle ore 15,00. TG

Mario Castelnuovo-Tedesco
Mario Castelnuovo Tedesco è stato storicamente il capostipite di una folta schiera di compositori moderni, italiani e non, interessati alla chitarra. E’ uno dei compositori più creativi e poliedrici del nostro secolo. Nato il 3 aprile 1895 a Firenze, discendente da  famiglia ebrea, fin da fanciullo manifestò precoci e spiccate doti musicali, ereditate forse dalla madre Noemi Senigaglia.
Programma in scaletta:
Primo blocco: 10 minuti
Oreste Bossini
- Saluto di benvenuto, tema dell’incontro, presentazione di tutti i partecipanti.
- Video di saluto di Diana Castelnuovo-Tedesco, nipote del compositore (1’30’’)
- Parola a Filippo del Corno sull'importanza della riscoperta di autori contemporanei “dimenticati” come Castelnuovo-Tedesco (5’). La parola passa a Mila De Santis.
Secondo blocco: 30 minuti
Mila De Santis
- Introduzione a Castelnuovo - Tedesco: chi è, la sua vita di uomo e compositore con passaggio sul lavoro per il mondo del cinema e le composizioni per chitarra per arrivare direttamente al cuore del tema: la musica vocale da camera.
Nel mezzo andrà inserita la proiezione del video di Alessandro Marangoni (3’) che racconta le qualità di Castelnuovo-Tedesco nel suo comporre per pianoforte.
Nel parlare di musica vocale da camera la parola verrà poi passata a Claudio Proietti.
Terzo Blocco: 10 minuti
Claudio Proietti: breve introduzione agli Shakespeare Sonnets (analisi storico-musicale)
Quarto blocco: 35 minuti
Esecuzione sonetti (declamato-cantato)
53 – What is your substance (Mirko)
73- That time of year (Valentina)
106 –When in the cronicle (Mirko)
104- To me, fair friend (Valentina)
97 – How like a winter (Mirko)
71- No longer mourn for me (Valentina)
87 – Farewell (Mirko)
40 -Take all my loves (Valentina)
Quinto Blocco: 15 minuti
Mila De Santis/Claudio Proietti: Le caratteristiche del suo comporre per voce e strumento.
Sesto blocco: 17 minuti
Esecuzione duetti (declamato-cantato)
Romeo and Juliet
Lorenzo and Jessica
Katherine and Petruchio
Settimo blocco: 5 minuti
Oreste Bossini con Filippo Del Corno: conclusioni
Ringraziamenti finali di Mirko Guadagnini

Mila De Santis, storica della musica
Oreste Bossini, critico musicale e giornalista di Rai3
Claudio Proietti, musicologo e pianista
Valentina Coladonato, soprano
Mirko Guadagnini, tenore


venerdì 1 dicembre 2017

Revolution a Milano (Musica e Ribelli 1966-1970)

"Questa mostra non è un'operazione nostalgia, ma è qualcosa che parla di come i nostri padri vedevano il futuro e rappresenta un'era in cui la gente aveva veramente una visione ottimistica ed idealistica della vita, una visione che avrebbe potuto cambiare il mondo." Victoria Broackes*

*Curatrice della mostra presentata dal Victoria and Albert Museum di Londra alla Fabbrica del Vapore di Milano

Dischi e Ribelli dal Victoria and Albert Museum di Londra alla Fabbrica del Vapore di Milano
Revolution Records and Rebels 1966-1970
 (Dischi e Ribelli dal Victoria and Albert Museum di Londra alla Fabbrica del Vapore di Milano). 
"The best way to predict the future is to invent it" è una frase di Alan Kay, un informatico americano.

Premessa
Mi era già giunta voce da amici: Revolution si preannunciava come un evento culturale molto interessante che avrebbe rispolverato molto materiale di cui tutti hanno sentito parlare, ma che difficilmente capita di vedere disposto tutto insieme in un unico posto. Chi non è affascinato dai favolosi anni '60? Un periodo di felicità e rinnovamento in cui nacquero i sogni e le nuove abitudini della società moderna. Basterebbe citare Kennedy e l'American Dream, le avventure pionieristiche dell'uomo nello spazio, la motorizzazione alla portata anche delle classi sociali più basse che ha permesso a tutti di spostarsi liberamente in qualsiasi momento verso ogni destinazione; nuove rivendicazioni e nuovi diritti per tutti; la necessità di lavorare un giorno in meno alla settimana e tanti altri avvenimenti importanti che si sono riflessi nella vita di tutti. Il decennio 1960-1970 ci ha portato a vivere in una società molto più complessa di quella che avevamo conosciuto precedentemente ed ha fatto in qualche modo da spartiacque tra un periodo in cui iniziava ad esserci un benessere diffuso ed il decennio post-bellico. Anche se acquisire maggiori conoscenze, coscienza e disponibilità economica ci ha fatto perdere in sincerità e spensieratezza... 
Sembrerebbe proprio che molte possibilità di sviluppare tecnologicamente ed economicamente la società occidentale siano nate in un periodo storico ben preciso, in contemporanea con gli anni cui i giovani decisero di rompere gli schemi col passato e dedicarsi ad altro per sperimentare nuove esperienze, nuovi stili di vita, nuove sonorità, nuove soluzioni filosofiche e creative in tutti i settori, come se si tentasse di proporre soluzioni diverse ad uno strapotere capitalistico.
Ho trovato un primo manifesto di Revolution in Bovisa, al ritorno da Jesi, il 20 novembre, e mi sono convinto a richiedere un invito per la conferenza stampa di oggi per capire meglio di cosa si sarebbe parlato e che cosa sarebbe stato mostrato al pubblico. Lucia Crespi ha gentilmente accolto la mia richiesta ed adesso vi racconterò quello che ho visto, quello che ho saputo e quello che ho capito.

Revolution
Revolution Records and Rebels 1966-1970, il manifesto della mostra ideato da Dinamomilano su cui campeggiano i volti di un'epoca, tra i quali riconosciamo: Martin Luther King, Jimi Hendrix, John Lennon, Angela Davis, Che Guevara e Allen Ginsgberg che esplodono ai lati del logo disegnato nel 1968 da Alan Aldrige e Harry Willock per i Beatles. Il logo ed il nome della mostra a Londra erano diversi.

Intanto, tra i dati fondamentali della mostra vorrei mettere in evidenza il costo del biglietto d'ingresso. Voi sapete bene che cerco sempre di parlarvi e presentarvi eventi che valgano la pena vedere, anche in relazione al prezzo e all'interesse specifico della mostra. Vi dirò subito che il biglietto d'accesso alla mostra è piuttosto caro, bisognerà sborsare ben 16 euro per poter entrare e, sinceramente, non mi sembrano pochi soldi, soprattutto di questi tempi... Pertanto, Vi darò il maggior numero d'informazioni possibili relative a ciò che vedrete, in modo da non crearvi aspettative sbagliate. Così che possiate decidere razionalmente e autonomamente se per Voi questa cifra vale o no la mostra. Personalmente, ho trovato la mostra valida, ma il mio è un caso, forse un po' particolare perché, solo per vedere certi gig-poster super-mitici della West Coast e di Alphonse Mucha sarei forse disponibile a pagare quasi qualsiasi cifra... Immagino che sia stato costoso allestire una mostra come Revolution che impacchetta tutto per bene in bacheche a prova di ladro ma, se come dice Victoria Boackes, questa esposizione non è destinata ad un pubblico di nostalgici piuttosto in là con gli anni e magari con il portafoglio gonfio; si sarebbe potuto agevolare l'accesso alla Fabbrica del Vapore ad un target più giovane  fissando il prezzo del biglietto sotto i 10 euro. TG


Poster di: The Crazy World di Arthur Brown at Ufo, June 16 June 23 1967.
Poster di: Soft Machine The Crazy World di Arthur Brown at Ufo June 16 June 23 1967 - Liverpool Love  Festival June 23 1967.

Titolo della mostra milanese
Revolution, Musica e Ribelli 1966-1970, dai Beatles a Woodstock. 
Titolo originale della mostra di Londra
You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970
Organizzazione 
Avatar - Gruppo Mondo Mostre Skira con il Victoria and Albert Museum di Londra.
In coproduzione con il Comune di Milano e la Fabbrica del Vapore.
Curatori
Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Victoria and Albert Museum di Londra. Fran Tomasi, Clara Tosi Pamphili, Alberto Tonti.
Sede della mostra 
Fabbrica del Vapore, via Giulio Cesare Procaccini, 4 - 20154 Milano.
Apertura della mostra
Dal 2 dicembre 2017 al 4 aprile 2018. Orari. Lunedì: 15.00 - 20.00 Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica: 10.00  - 20.00. Giovedì: 10.00 - 22.00.
Aperture straordinarie con orario: 10.00 - 20.00 il 7/8 e 26 dicembre 2017.
Aperture straordinarie con orario: 10.00 - 14.30 i giorni 24 e 31 dicembre 2017.
L'ultimo ingresso è un'ora prima della chiusura.
Prezzi dei biglietti
Intero 16 euro; ridotto 14 euro (pensionati oltre i 65 anni, studenti dai 15 ai 26 anni e handicappati); ridotto bambino 10 euro (dai 6 ai 13 anni. E chi ha 14 anni? Mistero...); gratuito per i bambini sotto ai 6 anni e agli accompagnatori di gruppi numerosi.

Geoffey Marsh Revolution alla Fabbrica del Vapore
Geoffey Marsh, 60 anni, è il Direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, dirige il Dipartimento di Teatro e Arti dello Spettacolo.

Revolution a Londra
Victoria Broackes ci informa che la stessa mostra che adesso viene presentata a Milano, è stata inaugurata al Victoria and Albert Museum di Londra circa 9 mesi fa, un museo che espone molto design e che vede una continuità della sua proposta culturale con Milano, una città che viene ancora vista da molti come la capitale internazionale del design.


Occhiali anni '60
Accessori anni '60

Esperienza sonora
Sennheiser è lo sponsor/partner tecnico che fornisce ai visitatori un riproduttore sonoro dotato di cuffie per immergere chi attraversa le sale espositive di una colonna sonora capace di creare l'atmosfera degli anni di cui si parla. A mio giudizio, può essere piacevole risentire alcune canzoni in questo modo, soffermandosi davanti ad un poster, ad un disco o ad un altro documento dell'epoca presa in esame, ma sarebbe forse stato più importante fornire delle informazioni aggiuntive a quelle proposte dalle didascalie degli oggetti esposti.


I Beatles a casa di Brian Epstein, 1967 - Fotografia di Linda Mc Cartney.

La Musica
Non mi sento di dire che la musica sia il soggetto principale della mostra, ma sicuramente è un tema conduttore molto importante che lega gli ambienti e le situazioni su cui si vuole fissare l'attenzione del visitatore; anche perché una mostra, come dice la parola stessa, dovrebbe far vedere dei documenti, mentre generalmente la musica, in questo tipo di esibizioni, è più legata ad un sottofondo capace di creare la giusta atmosfera. La musica è comunque parte integrante e fondamentale di Revolution. John Peel, conduttore radiofonico, giornalista e Dj inglese molto noto, scomparso nel 2004, ha lavorato per anni alla BBC, fin dal 1967. E' in qualche modo colui che ha procurato e selezionato la musica esposta ed utilizzata nella mostra, musica che faceva parte dalla sua collezione privata (infatti, i dischi non sono per niente in condizioni di conservazione museali). Dal maggio all'agosto del 1967 ha condotto una trasmissione radiofonica che si chiamava: The perfumed garden, su una radio pirata londinese (Radio London), che ebbe un grande successo tra i giovani e fece scoprire moltissime novità a tutti.


Angela Davis
Libertad para Angela Davis - Poster del 1971 ideato da Felix Beltram.

Rivoluzione
Agli inizi degli anni '60 il clima socio-politico-culturale stava cambiando, ma non c'era l'idea che la rivoluzione sarebbe arrivata dall'ambiente operaio, bensì dagli studenti più intelligenti che stavano prosperando in America e che sentivano la responsabilità di pensare il mondo in cui essi volevano vivere. Lo Statement di Port Huron era proprio il simbolo dei giovani americani che, nel 1962, iniziavano a pensare che avrebbero potuto prendere nelle loro mani il destino del paese ed il potere politico della nazione. Mati Klarwein invece è stato un artista Pop tedesco che ha illustrato la copertina del disco di Miles Davis: Bitches Brew e Abraxas di Santana ed ha avuto un nuovo modo di raccontare per immagini, raccogliendo gli elementi presenti nella cultura indiana durante i suoi viaggi intorno al mondo alla ricerca di una nuova spiritualità. Anche questo è stato un concetto rivoluzionario che ferveva già agli inizi degli anni '60 e che in seguito è stato diffuso attraverso i maggiori nomi della musica Pop. Riprendere gli oggetti simbolici dell'immaginario collettivo è diventata poi una pratica abbastanza diffusa nell'ambiente Underground dell'epoca. Si pescava in tutti gli ambiti riportando immagini di tutti i tipi, dai funghi allucinogeni a Marylin Monroe, quasi tutto rientrava nella nuova iconografia della Controcultura.


Magic Bus Ken Kesey
L'Acid Test Graduation dei Merry Pranksters.
(Adesso capisco anche perché si dice verde acido...)

L'uso della LSD
Molte cose sono cambiate dal dopoguerra, ma le guerre negli anni '60 ci sono ancora e si combattono prevalenteente in Asia. In America (e nel mondo) l'LSD è legale e viene utilizzata sperimentalmente sui reduci del Vietnam per le sue proprietà psicoattive (un po' come adesso viene somministrata l'MDMA a chi soffre da nevrosi di guerra per dimenticare le esperienze che ha vissuto in battaglia). Altri esperimenti sono stati condotti in modo molto libero da Ken Kesey che proponevano i suoi acid test che con i Merry Pranksters, a bordo del loro bus psichedelico attraversavano gli Stati Uniti proponendo nuove esperienze a chi incontravano sulla loro strada (ma di questo parlerò più diffusamente su un prossimo post sulla psichedelia).


Lato A dell'album West Coast Love In 1967

Lato B Artisti Vari

La Gran Bretagna in quel periodo guardava con attenzione a ciò che stava accadendo in America, anche a livello musicale e poetico. Nel 1965, alla Royal Albert Hall, a Londra, sono intervenute 7000 persone per ascoltare una lettura pubblica fatta dai poeti americani della Beat Generation ed il tutto fu organizzato in soli nove giorni: la Controcultura suscitava un forte interesse ovunque; la gente si guardava intorno e riconosceva negli altri i propri simili, persone che avevano le stesse speranze, gli stessi desideri e gli stessi obiettivi per riuscire a cambiare la società nella quale vivevano. Erano gli anni in cui si pensava che la libertà e le speranze intrise di musica, poesia (e un po' di sostanze allucinogene) potessero far aprire le coscienze degli esseri umani.


Costumi anni '60 della Swinging London.

Le 6 sezioni della mostra
I curatori della mostra considerano che negli anni '60 ci sono state 6 grandi rivoluzioni sociali nel campo della Moda; della Musica e della Controcultura; nelle Voci del Dissenso; nel Consumismo; nell'Amore e nei Diritti Umani e nei Festival; insomma si analizzano ambienti diversi per ricondurre tutto alla maggior libertà di pensiero e di azioni che hanno caratterizzato un periodo fecondo, sia a livello artistico, che sociale-demografico ed economico. Sarà anche così, perché no? Anche se a me sembra più che altro un espediente per dare un'identità agli spazi che ospitano una mostra che ha un grande valore illustrativo e rievocativo, ma che ha anche qualche piccola pecca a livello filologico, soprattutto quando vuole inserire ad ogni costo una figura come quella di Steve Jobs in un periodo che non era il suo. 
E' palese che le nuove libertà personali, possano essere state conquistate soprattutto grazie ad una situazione economica favorevole e ad una forma di consumismo quasi ingenua, se confrontata a quella attuale che tutto controlla e tutto gestisce. Naturalmente, ci sono state anche delle guerre da combattere e da contestare che si sono protratte per diversi anni, ma queste fanno sempre parte della storia dell'uomo... Personalmente, ritengo che siano stati proprio questi conflitti di contorno alla guerra-fredda a far scivolare il nostro pianeta in una situazione sempre più ingestibile.


Sgt Pepper l'abito di Sgt Pepper
L'abito indossato da John Lennon per Sgt. Pepper  nel 1967 è esposto a Revolution.
L'album dei Beatles che venne messo in vendita nel maggio del 1967 fu comprato praticamente da tutti e vendette 2 milioni di copie in soli 2 mesi in UK.

1 La Swinging London
La prima rivoluzione di cui ci parla la mostra della Fabbrica del Vapore è avvenuta in Carnaby Street, a Londra. E' l'aprile del 1966 quando la capitale inglese viene ribattezzata dal Time e dall'Observer: The Swinging City, la città dondolante, o  meglio danzante, che in quel periodo era un faro nei campi della musica, della moda, della cultura e dei nuovi costumi sociali. Londra allora era il posto dove vivere e dove andare. In quel momento si stava attuando una rivoluzione nell'identità dei giovani che per la prima volta potevano essere e vivere in modo diverso dai loro genitori o dalle persone del paese dal quale venivano,  adesso potevano finalmente ascoltare la musica che più piaceva a loro e godere di una nuova democrazia, comportandosi come volevano e rompendo con le tradizioni del passato. Tutto questo si manifestò palesemente nelle nuove boutique, nei club dove si suonava il Rock'n'Roll e nelle gallerie d'arte. Anche i parrucchieri proponevano nuovi tagli dei capelli.


Parrucchiere Swinging London
Cover the groovy long hair, but only to secure a job.
Un divertente annuncio di un intraprendente parrucchiere che suggeriva ai giovani un modo per mascherare i capelli lunghi alla moda durante la settimana e di scioglierli nel week end. Il trucco era possibile grazie all'uso di parrucche da uomo.

Fino agli anni '50 la gente tagliava e cuciva i propri abiti a casa con la macchina da cucire, non si seguiva una moda, perché non esisteva la moda come la intendiamo adesso; solo i ricchi ricorrevano al lavoro dei sarti per farsi fare degli abiti classici. Nei primi anni '60 iniziarono ad aprire delle boutique per i giovani dove si poteva ascoltare la musica e ci si fermava fino a tardi a chiacchierare, a ballare e così via... Per la prima volta si potevano trovare dei vestiti già fatti a prezzi convenienti e, soprattutto, alla moda. Anche i divi della musica acquisiscono queste abitudini e si vestono diversamente; quando vedevi una star della Pop music come Mick Jagger vestire in un certo modo la emulavi ricercando lo stesso tipo di vestiti. In quel periodo diventano importanti anche due stilisti italiani: Fiorucci e Missoni che portano entrambi il colore nei vestiti della gente. Inutile dire che la minigonna nasce proprio tra il 1963 ed il 1965, ma anche la moda da uomo porta dei fortissimi cambiamenti nel modo di vestire di quell'epoca.
In una sala è esposto anche Blow Up (1966) di Michelangelo Antonioni, un film che incapsula perfettamente il clima di un'epoca in cui modelle e fotografi arrivavano al successo dalle classi sociali più basse e incarnavano la paura esistenziale, come Thomas, il protagonista del film interpretato da David Hemmings che è alla ricerca di un maggior significato per la propria esistenza. Il tema della ricerca esistenziale e di provare capire come migliorare il proprio modo di vivere è anche il messaggio che la mostra Revolution vuole lasciare nel visitatore. 


Twiggy, 1967. Fotografia di Ronald Traeger.

Segnalo anche una bellissima fotografia di Twiggy diciottenne che (simbolicamente) si reca a Londra dai sobborghi della città in sella ad un microscopico motorino. Lei rappresenta questo nuovo tipo di ragazza di successo e diventa il volto femminile del1967; mentre prima le riviste di moda proponevano vecchie signore dell'alta società riprese in studio. In quegli anni la vita si vive nelle strade ed il fotografo che l'ha ripresa è Ronald Samuel Traeger, un ebreo americano trentenne che aveva una formazione artistica, come pittore e graphic designer ed è stato capace di dare dinamismo, senso di immediatezza, vitalità e libertà alle sue immagini, qualcosa che era assente dal modo di fotografare dei  suoi colleghi più anziani. Lavorò parecchio con la giovanissima modella inglese, fin dalla sua prima copertina per Vogue del 1964. Per riconoscimento di Cecil Beaton, Traeger avrebbe potuto diventare uno dei più brillanti fotografi di quell'epoca, se non fosse morto a soli 32 anni, nel 1968. Altro esempio di uomo di successo che proviene dalla working class è Vidal Sassoon, un parrucchiere/stilista e imprenditore che è riuscito a trasformare l'immagine della  donna moderna, liberandola dal supplizio delle acconciature che richiedevano ore di preparazione e proponendo tagli di capelli corti. Era un amante dello stile della Bauhaus.


Ricostruzione dell'Indica Gallery

Nel 1966, scoppia anche la passione per le gallerie d'arte, evidentemente la gente inizia ad avere disponibilità economiche anche per ciò che non è strettamente necessario ed aumenta anche la cultura generale. La Indica Gallery gestita da Barry Miles e la Robert Fraser Gallery erano particolarmente frequentate dagli esponenti del mondo dello spettacolo e della musica; erano delle specie di luoghi sociali dove si potevano incontrare persone e fare nuove conoscenze. E' proprio all'Indica Gallery che John Lennon conosce Yoko Ono mentre presentava la sua istallazione: "Yes Painting". In esposizione alla Fabbrica del Vapore troviamo la riproduzione della sala dove si trovava la scala sulla quale si saliva e sulla cui sommità si poteva prendere una lente d'ingrandimento per leggere una scritta a caratteri piccolissimi sul soffitto: "yes", parola che era anche sintomatica del senso di ottimismo che pervadeva ogni ambiente in quel periodo.


Lo Yellow Submarine della Corgi Toys.

2 Liberazione mentale
La liberazione del pensiero era presente in tutte le attività creative e ricreazionali: musica, cinema, teatro, arti, letteratura e cultura Underground vivevano una stagione di sperimentazioni continue. All'epoca si pensava che migliorare il pensiero fosse possibile, non trasgressivo, si pensava che si dovesse fare un po' più attenzione ai processi dell'io interiore. Ci fu un nuovo approccio verso il misticismo ed iniziarono ad espandersi le religioni esotiche, così come i club psichedelici. A Londra esistevano il Roundhouse (che fu anche sede dell'International Times) e L'UFO (fondato dalle stesse persone che fondarono l'International Times, il primo giornale di Controcultura europea) che videro molte rappresentazioni artistiche multimediali e moltissimi concerti dei Pink Floyd. I Pink Floyd, ma anche i Beatles di Sgt. Pepper seppero interpretare a meraviglia questa nuova corrente di pensiero. L'UFO Club, un luogo di ritrovo molto conosciuto era in Tottenham Road, apriva un solo giorno a settimana; lì si andava a sentire la musica d'avanguardia, e a provare le nuove sensazioni... Visse per una breve, ma intensa stagione: dall'ottobre 1966 al dicembre 1967. Fu gestito da Joe Boyd fino al suo fallimento. E' lì che Jack Bracelin ha creato alcuni degli spettacoli di luci tipici di quel tempo con proiettori cinematografici da 16mm utilizzati in modo alternativo. Queste proiezioni che ora chiameremmo film "art house" si realizzavano facendo passare i fasci di luce attraverso contenitori di liquido di vario tipo: acqua, inchiostro, birra e altre varie sostanze dense iniettate che hanno una viscosità diversa da quella del liquido principale. 


Jimi Hendrix Gibson
Appartenuta a Jimi Hendrix, questa Gibson Les Paul fu suonata dal suo amico Larry Lee che si esibì accanto a lui a Woodstock. Tornato a casa dal Vietnam solo due settimane prima del Festival Lee entrò a fare parte della nuova band di Hendrix, Gypsy Sun and Rainbows in veste di chitarrista ritmico. La band fu ingaggiata al posto della Jimi Hendrix Experience.

In esposizione in una bacheca, troviamo la prima stesura fatta a mano di Lucy in the Sky with Diamonds... un acronimo di LSD. All'UFO Club si vendeva il primo cibo macrobiotico e cominciavano a svilupparsi quelle abitudini e quegli interessi che adesso ci sembrano quotidiani e largamente diffusi. La cultura dei club era anche la cultura dell'LSD che all'epoca veniva presa molto seriamente, perché si riteneva che questa sostanza funzionasse davvero come un potente amplificatore della coscienza personale e collettiva. 
Nel  dicembre del 1967, tra Baker Street e Paddigton Street i Beatles aprirono il negozio della loro etichetta discografica, la Apple Records e fecero decorare l'intero palazzo da un collettivo artistico di designer psichedelici olandesi noto con il nome di The Fool. A quei tempi era una nuova idea di commercializzazione  e vendita dei prodotti, ma quel progetto terminò con il fallimento della "Boutique" il 31 luglio del 1968.


Mostra Revolution Milano
Dissenso e repressione negli anni '60.

3 Dissenso
La rivoluzione arriva anche nelle strade, la scintilla scocca a Parigi nel 1968, dove operai e studenti fianco a fianco scioperano contro un governo reazionario. Ma già nel 1961 Bertrand Russel aveva guidato le folle in un'importante marcia anti Bomba Atomica per le vie di Londra. C'era anche già stato stato il femminismo e le Pantere Nere iniziavano a chiedere maggiori diritti per i neri afroamericani. Ci furono anche forme di richiesta che sconfinarono nella performance artistiche, come accadde spesso in quegli anni. Ci fu un gruppo di studenti che scrisse al Pentagono chiedendo di poter far levitare l'edificio di 30 metri. Il Pentagono sorprendentemente rispose dando il suo assenso, specificando però che l'edificio non doveva essere fatto levitare per più di un metro d'altezza. Questa è una delle follie del '68 che ci fa capire che all'inizio di queste manifestazioni di protesta ci fu una forte spinta da parte dei giovani e che la risposta da parte del potere ufficiale non fu sempre repressiva, anche se tutto stava per cambiare. Ricordiamo però che in Italia l'8 luglio del 1960 il Governo Tambroni fece strage di lavoratori a Palermo e Catania, e che anche agli inizi degli anni '60 durante il Terzo Governo Fanfani la polizia non ebbe la mano troppo leggera sugli scioperanti milanesi
E' anche un momento in cui lo spettacolo dal vivo e il cinema si appropriano di queste forme espressive: Tell me lies di Peter Brooks viene censurato per la sua schiettezza e quando piano piano questo fenomeno inizia a diventare Mainstream, ecco che la protesta e la performance si fondono in un'unica cosa.


On vous intoxique! Poster realizzato da Atélier Populaire 1968.

I giovani attraverso la musica iniziano ad essere solidali tra loro ed hanno un forte senso di appartenenza, proprio grazie alle loro passioni. Le proteste contro la Guerra del Vietnam sono un esempio eclatante di questo dissenso organizzato contro il potere politico, ma non mancarono tante altre occasioni per unirsi in una lotta collettiva.


Revolution mostra Milano
La pillola anticoncezionale arrivò in Europa nel 1961.

4 Consumismo
Nel 1966, Barclays lancia la prima carta di credito in Europa, (negli USA ci aveva già pensato la Bank of America nel 1958) e da qui si capisce come venga facilitata la possibilità di effettuare acquisti. Tutto diventa acquistabile e a portata di "portafoglio elettronico". In maniera quasi paradossale, la seconda parte degli anni '60 è anche l'epoca in cui esplode ovunque il consumismo e si fa molto più uso della pubblicità; inizia il bombardamento mediatico dei cittadini che sempre più assumeranno valore in quanto consumatori ed in relazione al loro potere di acquisto. E' l'inizio della società dell'immagine che viene utilizzata in ogni modo per indurci ad effettuare nuovi acquisti. Aumenta anche la disponibilità economica delle famiglie per consumare prodotti mai visti prima. 


Il costume che Jane Fonda utilizzò in Barbarella

Barbarella
Jane Fonda in Barbarella, un film psichedelico del 1968

Nel 1962, il Presidente John Kennedy, utilizzando le stesse parole visionarie di Werner Von Braun promette ai cittadini americani che entro la fine del decennio l'uomo metterà piede sulla Luna: si apre una "Nuova Frontiera" per l'uomo. Questo ambizioso programma, effettivamente verrà portato a compimento nel 1969, cosa che avrà anche una tremenda ricaduta tecnologica in ogni settore merceologico.


Rocket shirt
Lunar Rocket, camicia psichedelica dell'era spaziale in cotone stampato, disegno di Eddie Squires, 1969.


In quegli anni si assistette anche ad un abbattimento dei costi dei viaggi aerei, cosa che permise a molte persone di viaggiare e raggiungere mete lontane e di percorrere distanze intercontinentali. Si pensi che all'Esposizione Internazionale di Montreal, in Canada nel 1967 giunsero più di 50 milioni di visitatori da ogni paese del mondo (ed il Canada in quell'epoca aveva soltanto 20 milioni di abitanti...) per vedere come vivevano le altre persone sul pianeta.

5 Fillmore, Peace and Love, West Coast e modi di vivere alternativi
Questa è una sezione molto importante della mostra perché qui si può vedere come le varie culture-controculture si colleghino al concetto di vita in comune nella West Coast americana; ci furono molte soluzioni alternative ad un modo borghese di condurre la propria vita.
Quando si pensa alla colonna sonora dell’epoca, la si riduce troppo spesso a una compilation di pochi brani e a una ancor più breve lista di nomi di artisti, ma negli Stati Uniti emersero panorami musicali estremamente vivaci, ciascuno con una propria individualità. Il successo dei Beatles, l'intramontabile influenza della musica folk, l'emergere del Soul, il nuovo ideale californiano e innumerevoli altri fattori ne alimentarono la crescita. Molti di questi generi ebbero come scenario privilegiato San Francisco, a buon diritto considerata il centro dell'Universo musicale psichedelico e un ottimo punto di partenza per raccontarne l’evoluzione. Ma c’era anche molto altro. La sua fama di luogo in cui poter esprimere liberamente la propria individualità è la ragione principale per cui questa città è stata una grande fucina di cambiamento e progresso. 
Poco lontano da qui, tra la zona meridionale dell'area metropolitana della Baia San Francisco e la Valle di Santa Clara, si formerà una vasta area industriale che nel 1971 verrà definita Silicon Valley dove si porteranno avanti le ricerche informatiche che cambieranno nel tempo anche il nostro modo di lavorare e di approcciarci a qualsiasi tipo di problema e di progetto. I primi personal computer ed i primi software nascono in quegli anni dalla fantasia di chi pensava in modo alternativo. Ricordiamo una famosa frase di Steve Jobs degli anni '70 che parla dell'acido lisergico in questi termini: "Io sono cresciuto in un'epoca magica. La nostra coscienza è stata aumentata dallo zen e anche dall'LSD che fu per me un'esperienza profonda, una delle più importanti della mia vita.".


Nel 1968 Hewlett Packard creò la 9100A che fu la prima calcolatrice da tavolo programmabile. 
È stato chiamato il primo "personal computer" perché è stato possibile memorizzare programmi su di una carta magnetica per risolvere le equazioni 10 volte più velocemente che con le altre macchine calcolatrici di quei tempi. A fianco della calcolatrice, si vede il primo mouse per pc inventato negli anni '60 da Doug Engelbart.

Sia il mondo delle "comuni" e del "Peace and Love" ed i giovani che studiavano le nuove tecnologie informatiche erano in accordo sul fatto che la condivisione delle conoscenza sarebbe stato un motore per il progresso collettivo.
In questa sezione sono esposti i bellissimi poster della San Francisco della "Summer of Love". Mi riservo di parlare più approfonditamente di questo argomento e di gig-poster art in un prossimo post partendo dai rarissimi manifesti visti in mostra scaturiti dai colori di Robert Rauschenberg, David Bird, Lee Conclin, Victor Moscoso, Martin Sharp, David Singer, Wes Wilson e altri grandi artisti americani.
E' sempre in questo periodo che si iniziò a fare attenzione ed a sensibilizzare le persone nei confronti dei problemi ambientali. Gli ecologisti in inglese vengono definiti: environmentalist.


Jimi Hendrix guitar
Quel che resta della Fender Stratocaster di Jimi Hendrix è esposto a Milano in via Giulio Cesare Procaccini 4 all'interno della mostra: Revolution.
"Si sacrifica ciò che si ama. Io amo la mia chitarra." J.H.
Jimi distrusse questa chitarra sul palco del Saville Theatre a Londra la sera del 4 giugno 1967, alla fine del concerto. Quella sera interpretò Sgt. Pepper con Paul McCartney e George Harrison tra il pubblico. Due settimane dopo suonò al Festival di Monterey e la sua vita cambiò.


6 Woodstock ed il fenomeno dei festival musicali
La città era il luogo delle idee, ma anche delle istituzioni e dei consumi; la campagna era il luogo della libertà, delle feste e dove ci si poteva rifugiare lontano dai problemi e dalle brutture della civilizzazione.
Molti importanti festival musicali vennero organizzati in luoghi ridenti in mezzo alla natura. Anche in Italia nei primi anni '70, come abbiamo già avuto modo di vedere, i festival  di Re Nudo e della Controcultura erano stati ambientati in campagna a Zerbo, sulla sponda sinistra del Po, e poi  più tardi approdarono a Milano al Parco Lambro.
Ci furono festival importanti a livello mondiale, come quello di Monterey, Glastonbury e quello dell'Isola di Wight, ma quello che lasciò maggiormente il segno per la sua spontaneità e la sua irrepetibilità fu quello di Woodstock. I giovani si resero subito conto che qualcosa di straordinario stava accadendo e si riversarono in massa nelle campagne vicino a Bethel, nello stato di New York per una indimenticabile tre giorni di pace e Rock and Roll. In quegli anni non era mai successo di avere più di mezzo milione di giovani riuniti insieme in una situazione del genere. La stampa si accorge di un fenomeno che sembra crescere sempre più e che sembra voler lasciare un segno indelebile di un nuovo stile di vita e di valori che per i giovani sono diventati irrinunciabili.

Costumi psichedelici anni '60.

In questa sezione costumi, cappelli stravaganti spille e messaggi scritti da chi ha partecipato al festival per ritrovare un amico in mezzo ad una folla oceanica, ma anche gli storici strumenti musicali utilizzati dagli Who, come la batteria cromata di Keith Moon, la chitarra di Pete Townshend e perfino quello che resta di due chitarre di Jimi Hendrix.


La batteria cromata di Keith Moon, degli Who. Revolution
La batteria cromata di Keith Moon, degli Who.

In una apposita saletta immersiva che riporta lo spettatore al concerto Rock più importante di sempre, ci si può sedere su comodi cuscini giganti posti su erba artificiale e si può assistere alla proiezione del film Woodstock su un maxi-schermo. L'impianto audio è di altissima qualità e permette allo spettatore di apprezzare le canzoni di Janis Joplin, degli Who, di Joe Cocker e degli altri artisti che hanno partecipato allo storico concerto.

Una domanda a Victoria Broackes, curatrice della mostra

Tony Graffio: Mi scusi, volevo chiederle solo una cosa...

Victoria Broackes: Prego...

TG: E' vero che gran parte degli oggetti esposti fanno parte della collezione di Paul Mc Cartney?

VB: Noi abbiamo avuto diversi oggetti dagli altri Beatles e parte della mostra è stata effettivamente data in prestito da Paul Mc Cartney, è vero. Lui aveva fatto un cortometraggio con Linda ed i Grateful Dead che ci ha dato ed anche Linda ha fatto molte fotografie che abbiamo esposto ed abbiamo avuto il permesso di usare.


Victoria Broackes
Victoria Broackes


Questa mostra a Londra in 4 mesi è stata vista da 260'000 spettatori!


Il concerto di Jimi Hendrix alla Triennnale di Milano il 23 maggio 1968.
Rolando Giambelli è il ragazzo con gli occhiali sulla destra dell'immagine, dietro il manico del basso di Noel Redding.

Il parere di Rolando Giambelli, ideatore del Beatlesmuseum di Brescia

Tony Graffio: Rolando raccontami qualcosa tu di quegli anni...

Rolando Giambelli: Ho visto appese qui in mostra le fotografie di Jimi Hendrix e mi sono commosso, perché lui fece tre concerti qui in Italia. Tempo fa avevo anche scoperto con piacere di essere stato fotografato casualmente sul palco di Jimi Hendrix, accanto ad un amplificatore Marshall durante il movimentato concerto milanese al cosiddetto Piper di Milano, al Parco Sempione. C'era tantissima gente perché gli strumenti di Hendrix erano stati sdoganati con molto ritardo, così coloro che avrebbero dovuto assistere al concerto del pomeriggio si sommarono al pubblico della sera. Qualcuno si arrabbiò e ci fu un po' di contestazione e anche qualcuno che si accapigliò. Durante l'unico concerto della giornata ci ritrovammo in tantissimi in quella sala. Oggi sarebbe inconcepibile una cosa del genere, anche per i problemi collegati alla sicurezza del pubblico. Però allora ci fecero ugualmente entrare tutti ed io per non restare schiacciato sono salito sul palco attaccandomi ad un amplificatore Marshall e da lì mi sono goduto tutto il concerto. Ero a circa mezzo metro da Noel Redding che durante l'esecuzione di una scatenata "Stone Free" si sganciò la cinghia del basso, io che ero lì in parte, con i miei capelli lunghi sugli occhi lo aiutai a riagganciarla. Adesso che i capelli non ci sono più, restano dei bellissimi ricordi ancora ben vividi nella mia mente.

TG: Come hai pensato di andare a quel concerto?

RG: All'epoca suonavo la chitarra, come "solista", nei Some Souls, un gruppo pop di cinque amici amanti del Blues e del Rock; alla fine di una calda serata del venerdì 15 settembre 1967 (eravamo ancora ubriachi di Sgt. Pepper’s dei Beatles e della loro fantastica “Summer of Love”), quando il nostro cantante tolse da un'interessante busta colorata un LP e lo mise sul giradischi ci disse: "Sentite come suona questo qui!..." Fin dal primo brano il nostro stupore aumentava e alla fine del disco restammo tutti annichiliti! Avevamo sentito per la prima volta Jimi Hendrix con il suo favoloso album "Are You Experienced" con etichetta Barclay. 
La mia carriera di solista finì quella sera, avevo capito che suonare così mi sarebbe stato complicato, ma pur continuando a suonare come chitarrista ritmico (hobbista) altri generi, divenni un appassionato estimatore di Jimi Hendrix al punto di sentire tutto ciò che registrava su vinile e decidere di andare a sentirlo in concerto a Milano, il 23 maggio 1968, in quella breve, ma indimenticabile tournée. Organizzata, tra l'altro, da Leo Wachter già impresario dei Beatles nel 1965, che in 5 giorni portò Jimi Hendrix ed il suo gruppo anche a Roma e Bologna. 

TG: Cos'altro ti ha colpito qui a "Revolution"?

RG: Ho visto una bellissima vetrina dedicata a Sgt. Pepper dei Beatles e tante altre cose che mi hanno riportato a ricordi bellissimi, come il Blow Up di Michelangelo Antonioni. Pensa che io nel 1967, avevo 18 anni, sono andato in Lambretta a Londra ed è lì che ho visto il film di cui tutti parlavano; figurati che parcheggiai il mio scooter proprio fuori dal cinema Odeon ed alla fine della proiezione andai a cercare le location londinesi dove venne girato il film con Vanessa Redgrave e David Hemmings. Era proprio il momento giusto per vedere Londra, mi fermai lì circa quindici giorni. 

TG: Sei partito da solo?

RG: No, ero con un mio amico che voleva venire con me, tra l'altro mi aveva assicurato che sapeva guidare lo scooter, invece non ci sapeva andare. Gli ho fatto fare dieci metri, ma poi ho capito che non era il caso... Mi sono fatto io tutti i 3700 chilometri alla guida: Brescia-Londra-Brescia, passando da Parigi.

TG: C'erano davvero questi antagonismi tra Rockers e Mods?

RG: Sì, certo. Quando arrivai a Londra ero un po' preoccupato di non avere qualcuno che mi riparasse la Lambretta, ma invece trovai chi mi aiutò. A quei tempi i Mods avevano tutti la Lambretta perché veniva costruita a Lambrate negli stabilimenti Innocenti, dove si costruiva anche la Mini Minor, e così fecero un accordo commerciale per vendere gli scooter in Inghilterra.

TG: Lì, di Vespa non se ne vedevano?

RG: Si vedevano solo Lambrette... La mia era di un bellissimo verde inglese...

TG: Ce l'hai ancora?

RG: Purtroppo, no... Mio fratello l'ha prestata a qualcuno e poi non è più tornata a casa...

TG: Sei contento di aver rivissuto oggi quell'atmosfera?

RG: Senz'altro, il mio ricordo di quei giorni è talmente vivo ancora adesso che riviverlo qua dentro è stato bellissimo. Ringrazio i curatori che si sono occupati di questa mostra e confermo di essere ancora sul pezzo ed ancora... rivoluzionario... Come tanti anni fa.

TG: Come andò il concerto di Hendrix?

RG: Quel concerto fu fantastico! Jimi Hendrix, oltre ai Beatles, per me è stata la più grande passione musicale.

TG: Partecipare a questa visita guidata ti ha fatto venire in mente cose di cui ti eri dimenticato?

RG: Diciamo che è stato un bel ripasso generale di cui avevo proprio bisogno...


Lambretta 1967
Rolando Giambelli e la sua Lambretta nel 1967, fermo alla dogana, in attesa di entrare in Francia. Fotografia gentilmente concessa in uso dall'autore.

Gli ideatori della mostra
Victoria Broackes è curatrice capo del Theatre & Performance Department e direttrice del London Design Festival al V&A Museum. Per il museo ha realizzato diverse importanti mostre di musica, cultura e design, tra cui “David Bowie Is” (2013 e tappe successive), della quale ha anche curato il volume che l’accompagnava, l’unico autorizzato dal David Bowie Archive. Tra le sue mostre precedenti ricordiamo “Kylie” (2007), “The Story of the Supremes” (2008), “Top of the Pops” (2009), “Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes 1909-1929” (2010) e “The House of Annie Lennox” (2011).

Alison J. Clarke è docente di storia e teoria del design e direttrice della fondazione Papanek all'Università di arti applicate di Vienna. Come storica del design e antropologa sociale, si interessa ai rapporti tra design e relazioni sociali. Collabora regolarmente a programmi come The Genius of Design (BBC), e dal suo libro Tupperware. The Promise of Plastic in 1950s America è stato tratto un film-documentario vincitore di un Emmy Award. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo Émigré Cultures in Design and Architecture (2016) e Design Anthropology. Object Cultures in Transition (2017). Alison sta ultimando una monografia intitolata Design for the Real World (MIT) sull’attivismo nel design degli anni sessanta.

Howard Kramer, scrittore, curatore e consulente museale free lance, è stato Curatorial Director del Rock and Roll Hall of Fame and Museum (1996-2014) e ha seguito molte importanti mostre su artisti come i Grateful Dead, i Rolling Stones, Hank Williams, i Clash e Tommy degli Who. È autore di The Rolling Stones. 50 Years of Rock (2011) e ha scritto per riviste come “Cleveland Plain Dealer”, “Rolling Stone” e “Gadfly Magazine”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Cambridge University Press Companion to the Beatles (2009) e Bruce Springsteen. Cultural Studies and the Runaway American Dream (2012). Tra le mostre recenti “Bill Graham and the Rock and Roll Revolution” (2015) ed “Elvis at the O2” (2014); è stato il curatore del National Music Centre of Canada (2016). Kramer ha collaborato con il V&A in occasione della mostra “The Story of the Supremes” nel2008.

Jenny Lister è curatrice delle collezioni di moda e tessuti del V&A dal 2004. In precedenza ha lavorato al Museum of London and Historic Royal Palaces. Al V&A è stata cocuratrice delle mostre “Sixties Fashion” con Christopher Breward (2006) e “Grace Kelly: Style Icon” (2010); nel 2012 si è occupata del riallestimento della Fashion Gallery nello stesso museo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo The V&A Gallery of Fashion (con Claire Wilcox, 2013) e London Society Fashion. The Wardrobe of Heather Firbank, 1905-1925 (con Cassie Davies-Strodder e Lou Taylor, 2015).

Geoffrey Marsh è direttore del Theatre & Performance Department del V&A e cocuratore di “David Bowie Is” (mostra attualmente itinerante). In passato ha curato mostre quali “The Story of the Supremes” (2008) e “Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes” (2010). In precedenza ha diretto gli uffici londinesi dell’AEA Consulting ed è stato direttore dello sviluppo all’Imperial War Museum, guidando il project team per il nuovo IWM North a Manchester. Geoffrey ha lavorato spesso come consulente per la progettazione di eventi culturali, molti dei quali in Australia, Canada, Italia, Belgio e Iraq.

Barry Miles si è occupato a lungo della Beat Generation e della controcultura degli anni sessanta. Tra i suoi contributi maggiori ricordiamo le biografie di Allen Ginsberg, William Burroughs, Jack Kerouac, Charles Bukowski e Frank Zappa, nonché London Calling. La controcultura a Londra dal ’45 ad oggi. Miles è stato cofondatore della Indica Bookshop and Art Gallery (1965) e dell'"International Times" ("IT", 1966), il primo quotidiano underground d'Europa. Vive a Londra.

Jon Savage è autore di Il sogno inglese. I Sex Pistols e il Punk Rock (1991), L’invenzione dei giovani (2007) e 1966. The Year the Decade Exploded (2015). Ha collaborato in qualità di consulente e sceneggiatore ai film The Brian Epstein Story, Joy Division e Teenage.

Fred Turner è Harry and Norman Chandler Professor of Communication alla Stanford University. È autore di From Counterculture to Cyberculture. Stewart Brand, the Whole Earth Network, and the Rise of Digital Utopianism (2006).

Sean Wilentz è George Henry Davis 1886 Professor of American History a Princeton. Ha conseguito il dottorato di storia a Yale (1980) dopo essersi formato alla Columbia University (1972) e al Balliol College della Oxford University (1974). Il suo lavoro più importante, The Rise of American Democracy. Jefferson to Lincoln (2005), ha vinto il Bancroft Prize ed è stato candidato al Pulitzer. I suoi libri più recenti sono The Age of Reagan. A History, 1974-2008, una panoramica della politica statunitense dopo il Watergate, e Bob Dylan in America, un’analisi del ruolo di Dylan nella storia culturale americana.


Consiglio finale:

"Se volete conoscere gli anni '60 ascoltate la musica dei Beatles." Aaron Copland


Tutti i diritti sono riservati