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martedì 2 gennaio 2018

Troglodyte in the Totem di Allegra Corbo

"L'arte è un modo di dire alla persone quello che non può essere spiegato con le parole." Anonimo


Totem dei Lepidotteri - Allegra Corbo

Come ho già avuto modo di raccontarvi, ho conosciuto Allegra Corbo a Jesi mentre ammirava la mia fotografia di Uri Moss che le ricordava gli anni trascorsi insieme ai Mutoid, in una ex cava di ghiaia a Santarcangelo di Romagna, a pochi passi dalle sponde del fiume Marecchia. Come promesso, il giorno dopo il nostro primo incontro casuale, ho raggiunto Allegra presso la galleria d'arte che la giornalista e insegnante Annalisa Filonzi ha allestito nella cantina della sua abitazione sita in via Mura Occidentali, 27 a Jesi. La visita alla Galleria USB è stata molto piacevole e particolare; non so se mostrerò fotografie di quando esposto in questo spazio dall'artista anconetana, poiché si è trattato di un'esperienza personale che ad ognuno di noi può dare sensazioni e significanze diverse: proverò però a descrivere quello che scendere in questa cantina buia ha suscitato in me.
E' stato come immergersi in un altro mondo, un mondo al di là del tempo e dello spazio. Visitare "Troglodyte in the Totem" è stata un'esperienza molto bella e interessante; la musica mi è stata di grande aiuto per introdurmi in questa atmosfera ovattata, anche se non capivo bene dove mi trovavo. Grazie alla piccola luce a led che mi è stata fornita prima di aprire la porta che si affaccia su una ripida scala di mattoni cercavo di orientarmi ed osservare cosa appariva nel buio della cantina. Ho trovato delle delle rappresentazioni di piccole figure femminili che sembravano fatte di ceramica, ma che in realtà erano disegnate su ossi di seppia appoggiati su piccoli cumuli di terra all'interno di nicchie nelle pareti. Con la lucina di posizione da bicicletta, mi era stata fornita anche la mappa della galleria con uno schema delle opere esposte; ero talmente disorientato che ho provato comunque ad avanzare casualmente, senza nemmeno sapere che cosa vedevo... TG

USB Gallery Jesi
Troglodyte in the Totem, schema delle opere esposte da Allegra Corbo.

Sul foglio di carta datomi da Allegra erano segnate alcune informazioni fondamentali che l'artista ha inserito nella piantina proprio per aiutare il visitatore a comprendere a cosa si trovasse di fronte. 
Ecco cosa mi hanno detto Annalisa Filonzi, la gallerista che ha anche curato la mostra, e Allegra Corbo, l'artista.

Annalisa Filonzi: Porto avanti il progetto della USB Gallery a cui ho dato questo nome proprio per far capire che questo spazio vuole essere un luogo di connessione tra le persone, ma anche di pensieri, esperienze ed emozioni. Mi piace la tecnologia e spesso mi sono interessata alla videoarte ed ad altri linguaggi contemporanei che si esprimono con media tecnologici. L'uso delle nuove tecnologie nell'arte mi interessa molto, anche se mi accorgo poi quello che ne esce mi emoziona meno rispetto all'arte realizzata in modo tradizionale.

Tony Graffio: Perché hai trasformato la cantina della tua casa in uno spazio espositivo?

AF: Ho utilizzato in questo modo la cantina della mia casa perché volevo uno spazio libero da ogni altro condizionamento e volevo portare lì le opere degli artisti che mi piacciono.

TG: Quando è nata questa Galleria? 

AF: Nel 2013, però non abbiamo un calendario preciso; grosso modo ho organizzato una mostra all'anno. Non mi occupo solo di questo perché io insegno italiano e storia in un istituto professionale della città. Volevo uno spazio privato in cui nessuno potesse influenzare le mie scelte e che mi desse la libertà di aprire quando voglio, perché sia io che gli artisti dobbiamo essere pronti ad aprire la mostra affinché possa funzionare bene. Una quindicina di giorni prima del vernissage partono gli inviti via email e la campagna stampa sui giornali che desiderano accoglierci tra le loro pagine cartacee o virtuali che siano.

TG: Sei un'appassionata d'arte? O sei una critica che segue anche altri eventi artistici?

AF: Sono una critica d'arte, nel senso che collaboro con Artribune e scrivo su questo giornale...

TG: Ma come? Mi ritrovo a fare pubblicità gratis per la mia concorrenza?

AF: (Ridendo) Eh, sì... Taglialo se vuoi...

TG: Ovviamente scherzo, so che Artribune ha più di 300 redattori sparsi ovunque, mentre io sono solo e faccio quello che posso esclusivamente per passione... Tornando a noi, a che anno risale la tua casa?

AF: Ho fatto un po' di ricerche ed ho scoperto che questo edificio ospitava una ex-filanda intorno ai primi anni del 1900, perché prima del 1909 in catasto non ci sono notizie. La proprietà è passata a varie famiglie fino a quando è diventato l'ambulatorio medico di mio suocero. Poi, noi abbiamo acquisito altre stanze contigue sistemando il tutto come lo vedi adesso destinando la cantina, quando possibile, all'arte.


Allegra Corbo e Annalisa Filonzi davanti alla porta della Galleria USB.


AF: Con lei ci siamo conosciute alcuni anni fa ad una mostra collettiva al Museo Nori de' Nobili di Trecastelli. Da allora ho iniziato a seguire Allegra più da vicino fino a quando è nato questo progetto che si chiude oggi.

TG: Non saprei come definirla, potremmo dire che questo esposizione che hai organizzato nella tua cantina è una "mostra esperienziale"? Oppure è un allestimento in un "site specific"?

AF: Sì, le opere sono nate proprio per essere esposte in questo spazio, potrebbe forse spiegarlo meglio l'artista, ma la visione dell'ambiente ne ha sicuramente influenzato la creazione suggerendone il tema e poi man mano la costruzione.

TG: Io con un nome come il mio non posso farti solo domande facili; vorrei chiederti qualcosa di un po' più "graffiante": posso provare a farti qualche domanda, magari un po' banale che però possa farmi comprendere meglio alcune cose?

AF: Fai pure.

TG: Apprezzo questo tipo di arte, ma poi come la si può fruire privatamente da collezionista? Questi pezzi dell'artista sono in qualche modo commerciabili? O servono solo a far parlare di sé?

AF: Io mi chiamo gallerista, ma in effetti lo sono solo fino ad un certo punto, nel senso che la USB è una galleria non commerciale; è più un punto d'incontro. Certo, mi fa piacere creare un rapporto tra il collezionista e l'artista, però questa non è un'opzione sempre così scontata... Questo spazio mi permette di organizzare situazioni di questo tipo, perché se fosse una galleria commerciale sarebbe anche un modo per banalizzarle acquistare opere di questo tipo. I pezzi sono in vendita però non è questa la parte più importante della loro presentazione al pubblico.

TG: Quando trovi dei pezzi nati appositamente in un luogo specifico non è facile decontestualizzarli e proporli in vendita per collocarli in altri posti. Vero?

AF: Sì.

TG: Vengono più che altro vissuti come ricordo di un'esperienza?

AF: Potrebbe essere anche così; però una cosa bellissima che mi ha dato questa mostra è stato il fatto che tutte le persone che poi uscendo all'aperto in cortile sono riemerse dal buio hanno trovato un particolare di un'opera sempre diversa in cui si sono riconosciute. La mostra è stata letta in modi diversi dai vari visitatori e c'è stato un rapporto diverso con ogni singola opera, per questo immagino che sia possibile apprezzare un pezzo piuttosto che un altro e desiderare possederlo. Che chi ha visto a suo modo queste figure femminili o chi ha ritrovato in esse un rapporto controverso con le amiche...

Allegra Corbo: Tu non hai letto il foglio dello schema introduttivo, ma le prime opere che incontri sono le amiche. Poi ci sono le danzatrici, anche se non sono intente a danzare.

TG: Mi ha fatto molto effetto trovare questi ossi di seppia molto chiari distesi sulla terra scura, perché mi hanno trasmesso un senso di femminilità che si trova proprio nel rapporto tra il corpo femminile e la fertilità della terra.

AC: Quelle forme alle quali ti riferisci sono le Veneri, ovvero delle piccole-grandi madri.

TG: Ti confesso che non ho toccato gli ossi di seppia, ma ho toccato la terra, perdonami, ma io amo sempre toccare tutto.

AC: Hai fatto bene. (risate)

Annalisa Filonzi: Massima libertà.

TG: L'idea dell'allestimento artistico e del percorso al buio è nata in accordo tra voi due?

AC: Sì.

AF: Lo ha costruito molto l'artista, io ero quasi all'oscuro di tutto... Beh, conoscevo il concetto che voleva esprimere, ma fino al momento dell'inaugurazione non ho visto le singole opere. Il merito è tutto di Allegra che è anche stata molto generosa nel mettersi in gioco con questa mostra...

TG: Scusami Allegra, come sai io non ho letto la tua presentazione, puoi dirmi quel grosso tronco che si appoggia sulle scale che cosa rappresenta?

AC: E' un tronco di mareggiata per metà dipinto di bianco e rivestito in parte con foglia d'oro. Un mio amico fotografo ha trasferito un medium su si esso in modo che lascia passare un'immagine che diventa quasi un tatuaggio su questa superficie.

TG: Interessante.

AC: Molto... quello è il Totem dei Lepidotteri.


Il cortile che porta alla Galleria USB.

TG: Avete avuto molto pubblico?

AF: Tantissimo. Di solito per l'inaugurazione arrivano almeno un centinaio di persone, cosa che è già un buon successo per noi. Il passa parola generato dal buon gradimento della visita richiama poi altra gente. In questa occasione, ho sempre avuto la casa piena di persone, fino ad ora abbiamo raggiunto circa i 250 visitatori.

Allegra Corbo: Certamente, siamo a Jesi e non a Milano...

TG: Guardate che anche a Milano la situazione nelle gallerie d'arte non è molto diversa, se non proprio in occasione di esposizioni di opere di nomi molto conosciuti o di ricorrenze particolari. Anche lì l'affluenza maggiore, se non l'unica, avviene in concomitanza con il vernissage... Al MAC di Lissone, un museo di arte contemporanea a sette minuti di treno da Milano, con ingresso gratuito, il pubblico si presenta per l'inaugurazione delle mostre temporanee in qualche centinaio di individui e poi ogni tanto capita che qualcun altro vada a vedere ogni tanto se c'è qualcosa di nuovo, ma tutto questo entusiasmo per andare nelle gallerie d'arte e nei musei di arte contemporanea non mi capita di vederlo tanto spesso...

AC: Infatti la gallerista è rimasta stupita del fatto che qui siamo riusciti a ricevere costantemente persone che volevano visitare la mostra, anche al di fuori della giornata dell'inaugurazione.

Annalisa Filonzi: Sicuramente, il fatto che molti abbiano apprezzato le opere di Allegra ha indotto coloro che ci hanno visitato a diffondere la gioia della loro esperienza ad altre persone per portarle qui a vedere quello che loro avevano scoperto.

TG: E' sicuramente un'esperienza positiva che ti permette di rientrare meglio in contatto con te stesso. Sembra particolarmente adatta ad un pubblico femminile, oppure si sente che è qualcosa pensato dalle donne?

AC: Ne stavamo parlando proprio ieri riguardando i commenti dei visitatori. Io non ho lavorato sul femminile e non ho fatto un lavoro pensando a tutti i riferimenti del femminile; ma è come se si fossero ritrovati lì. Ma al tempo stesso è lì anche tutto il maschile che c'è in me o che forse può mancare... E' anche un trittico da considerare che è composto dal figlio, dalla madre e dalla grandemadre che poi sono le tre età della vita: bambino adulto e vecchio.

TG: Mi piacciono molto le ricerche sul tempo e le età dell'uomo. Annalisa, questa mostra dobbiamo assolutamente prorogarla e farla vedere ad ancora più persone.

AF: In effetti, c'è addirittura chi ha richiesto la permanenza di questa mostra...

TG: Ok, perfetto, allora lo scriveremo prossimamente su Frammenti di Cultura... e anche su Artribune.

AF: Sarebbe bello, ma poi come farò con tutti gli artisti di futura programmazione?

AC: Mi piacerebbe che questa mostra venisse esposta anche da altre parti e che ogni volta cambiasse qualcosa.

TG: Va bene, proveremo a portala a Milano allora... In effetti, abbiamo uno spazio che potrebbe andare bene per questa mostra, proprio perché non è uno spazio esclusivo, ma uno spazio intimista. Mi spiace che i nostri amici del Basement avrebbero potuto avere una bella esperienza in questa galleria in cantina, ma non è detto che non vi conosciate e facciate anche voi qualcosa insieme a loro. Devo dire che abbiamo vissuto parecchie coincidenze sincroniche con Allegra e aver avuto la fortuna di vedere la sua mostra proprio prima che chiudesse, a poche ore dalla mia partenza di Jesi, si aggiunge a quelle già sottolineate che ci hanno portato a conoscerci e a riflettere su queste cose.

AC: Mi ha fatto piacere che tu sia passato a visitare la mia mostra.

TG: A questo punto so che ci tenevi a leggermi le parole che hai scritto come presentazione della mostra e che hai affisso sulla parete interna della cantina, prima della discesa nel profondo di ciò che hai fatto e che simboleggia anche la discesa verso il nostro io profondo.

AC: Lo leggo perché tu non lo avevi visto durante la tua discesa.

TG: Fai pure.

AC: Troglodyte in the Totem. Casa di Annalisa. Qui abita con il marito e il figlio; è una casa antica di Jesi, era parte di una filanda dove si lavoravano i bachi per la filatura della seta. Apparteneva alla famiglia, si scende per i cunicoli scavati per la conservazione delle cose. Il sotterraneo ora è la galleria di Annalisa. Mura piene di tempo, ricordo, vita, corpo, dolore, tradizione, amore, fantasmi, cellule, cosmo. Per me torna ad essere un caverna. Qui non si racconta nulla, tutto è qui da tempo, nel buio luminoso e fresco della terra nel suono sordo dell'acqua e del corpo quando ti tappi le orecchie del pianto che ti rimbocca i polmoni alla nascita. Si entra, si respira, ci si ferma. A volte manca un po' l'aria. E' tutto bianco nella cecità del volo. E' tutto nero quando ci si reimmerge nelle radici della nostra famiglia. In fondo c'è un uovo e degli ossi di seppia, per me è come entrare nel mio corpo. Ci sono diverse donne che sono tornate sempre differenti, sempre le stesse. L'arte non esiste qua, solo il buio luminescente e perlato nel nero di seppia. Un reame sottoterra dove avremmo trovato radici se fossero rimasti gli alberi. Qualche albero c'è ancora, ha le vene al posto delle radici.

TG: Allegra, la tua arte è particolare, non credo che tu la pensi per un ricavo economico, ma perché senti di voler esprimere quello che hai dentro...

Allegra Corbo: Io non so nemmeno che cosa sia il commercio. Magari lo sapessi... sarebbe più proficuo per me, ma quella non è proprio la mia storia.

TG: Qual'è la tua soddisfazione nel presentare un tuo lavoro? Sta nel piacere di mostrare o nel piacere di comunicare e far capire il tuo pensiero? O sta nel pensare e creare?

AC: Ultimamente, ho capito che quello che fa un artista o che faccio io, che non so se sono per forza un'artista, è un agire che non viene nemmeno troppo elaborato. Non c'è una grande progettazione, ma un'azione creativa per me indispensabile e vitale. Non potrei fare a meno di fare quello che faccio. E' un fare che al tempo stesso è abbastanza inconsapevole e abbastanza sacro. E' poi chi guarda il mio lavoro che vede l'aspetto artistico di ciò che ho fatto. Io non mi pongo nei termini di chi fa arte; io interpreto qualcosa e forse esprimo un messaggio che a volte non so nemmeno spiegare da dove provenga. Fondamentalmente, trasmetto un messaggio. Questa mostra è nata in questo modo: con Annalisa abbiamo analizzato lo spazio a nostra disposizione e abbiamo proposto questo passaggio della discesa nel buio, della famiglia, della casa e di tutti queste informazioni che si stringevano sempre più fino a portarmi a questa figura di colui che abita in una caverna come un troglodita.

TG: A livello psicoanalitico la casa ha un significato ben preciso; nei livelli più alti dell'abitazione sta la spiritualità ed i sentimenti più elevati, mentre nella parte più profonda e nelle cantine troviamo le parti più basse degli istinti umani. Può essere che tu abbia voluto analizzare un rapporto del genere che scavasse nell'interiorità più nascosta delle persone che sono entrate in questo spazio?

AC: Io la vedo esattamente al contrario questa formula. L'altro giorno un ragazzo che è passato di qua ha saputo esprimere questo concetto molto bene dicendomi: "E' come quando fai meditazione, entri in una profondità ed in un buio del tuo corpo che scende sempre più." E per scendere intendeva dire entrare in se stessi. Più scendi nel profondo di te stesso, più trovi la luce. Questa mostra è un po' così, può aiutarti a trovare quella parte luminosa del tuo essere, ma ci vuole un po' di tempo per raggiungerla.

TG: Le esperienze fatte dai visitatori, che poi ti vengono comunicate da loro, ti sono d'aiuto?

AC: Tutto quello che viene detto dai visitatori, e si tratta di considerazioni di tutti i tipi, sono parte della mostra e una parte dell'umanità. E' come se, attraverso gli oggetti che io ho disegnato, fatto, costruito e assemblato qui, loro trovassero un contatto con qualcosa di personale che poi mi raccontano uscendo dalla mostra. E' bello mettere insieme qualcosa dell'umanità e che si è formato grazie al tuo lavoro. O meglio, è bello che qualcosa che ho fatto risuoni in altri che poi riescono ad immedesimarsi nei sentimenti altrui e nei loro. C'è chi riesce a vedere il suo bambino mai nato; la madre scomparsa; il proprio corpo operato o si ritrovano prima della loro nascita. Ci sono molti tipi di interpretazioni.

TG: Vite precedenti?

AC: Anche. E molti escono da quella porta con un gran senso di pace. E' strano che al buio con una piccola torcia vedano tutte queste cose e trovino la pace. Di solito al buio le persone hanno paura, qui nemmeno i bambini hanno avuto paura. Tanti bambini sono scesi da soli e l'hanno fatto più di una volta.


Poso insieme ad Allegra per mostrare un'altra strana coincidenza: sia lei che io indossiamo un ciondolo d'argento coniato a mano più di 60 anni fa, proveniente dal Rajastan, si tratta di un gioiello molto raro che rappresenta una divinità guerriera indù.

Chi è Allegra Corbo
Diplomata come Maestro d'Arte in Oreficeria e arte dei Metalli, presso la Scuola d'Arte Mannucci di Ancona, si laurea in Pittura all'Accademia di Belle arti di Bologna. 
Dal 1988 al 2004 collabora come attrice, performer, scenografo, scultrice e tecnico con: la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio, il circo cyberpunk Mutoid Waste Co., poi Mutek di Joe Rush, con Officine Alchemiche e Mama Ferox. 
Dal 1996 espone a livello nazionale e internazionale in gallerie, happening e festival di arte contemporanea e della scena di arte Visionary, Underground e Pop e partecipa ad eventi di Arte Urbana con murales, grandi collage, stendardi, sculture di fuoco, performance, editoria. 
Dal 2008 al 2014 è Direttore Artistico del festival Pop UP! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano (a cura di MAC-Manifestazioni Artistiche Contemporanee) ad Ancona, dove presenta artisti italiani e internazionali in sperimentazioni istallative e wall painting di grandi misure, progetti site-specific e Street Art. 
Dal 2008 al 2014 è Art Director nel team della MAC-Manifestazioni Artistiche Contemporanee per progettazione, cura e allestimento di eventi e mostre di arte contemporanea (Pop UP! Arte contemporanea nello spazio urbano, LucidAncona, Videodromo, Area Spazio, Jasad-The Arab Body, Hanging, Officine del Colore Naturale, ecc). Art director e Tutor di Mac, nei workshop, con studenti ed artisti: Pop Up! Contest di Poster Art (con studenti del liceo artistico) Pop Up! The City (con gli studenti della facoltà di Design, Hongik University di Seoul, Korea: interventi di Arte Urbana nel quartiere degradato di Daheango) Area, spazio per comunicare (progetto per i giovani, pensato per costruire uno spazio comune, attraverso il linguaggio della parola, gestuale, grafico, artigianale, digitale, che finalmente sfocia nell'azione artistica). Officine del Colore Naturale (un progetto di ricognizione e valorizzazione delle potenzialità artistiche presenti sul territorio regionale; laboratori tra i giovani talenti marchigiani, con artisti e artigiani dal profilo internazionale e imprese locali, per dar vita a un movimento attorno alla téchne del colore naturale).
Nel 2015, progetta Vertigo Truth, una istallazione urbana e di street art nel Parco Sculture di Mutonia (comunità artistica Mutoid Waste Co.) a Santarcangelo di Romagna con l'artista Su-e-Side. 
Dal 2012 iniziano anche le sue attività nel campo dell'infanzia e adolescenza con i progetti Children in the Forest, Lupus et Agnus (trekking di Arte Urbana con le fiabe di Esopo), Cadavre esquisit (un “racconto” surreale per un libro-murales-tableau dipinto con i bambini su pagine giganti), Cosmogenio Specularum, the mirror is everywhere from Butterfly to Face (un lavoro sulla specularita' delle forme della natura per poi elaborare e inventare maschere e proto-libri, con ragazzi del liceo). Cantiere artistico con studenti delle Accademie di Belle Arti, durante la residenza artistica di Urban Superstar Show 2012, a Cosenza - collaborazione artistica con la scuola libertaria e montessoriana Serendipity di Osimo (Ancona) Nel 2010, pubblica il libro illustrato Aletheya e Cartataglio (in collaborazione con l'artista Andreco), stampati a mano in serigrafia da Strane Dizioni, e nel 2011 il libro Two Way Project Italy / Lebanon (progetto collettivo tra artisti italiani e libanesi, a Beirut).
Dal 1996 pubblica su riviste, magazine e fanzine. Art director per I libri Pop Up! The Book e Intruders di Luca Forlani (entrambi di Franco Cosimo Panini Ed.). 
Dal 1988 ha esperienze professionali come scenografo e tecnico luci con teatri, festival e compagnie di teatro nazionali ed internazionali.




Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 27 dicembre 2017

La Stazione Ferroviaria di Jesi

Aver partecipato al Basement Party mi ha fatto scoprire cose nuove ed interessanti anche nella città di Jesi che probabilmente ha la stazione ferroviaria più psichedelica d'Italia. 


L'occhio di Angelo Angelucci sul soffitto dell'atrio della Stazione di Jesi.
L'occhio di Angelo sul soffitto dell'atrio della Stazione di Jesi. Opera di Allegra Corbo.

Giampo Coppa: Tony, tu non hai mai visto la stazione di Jesi?

Tony Graffio: No, non mi è ancora capitato...

Giampo Coppa: L'androne della stazione ferroviaria di Jesi è un po' insolito... E' pazzesco, è strano... Ti consiglio d'andarlo a vedere.

Tony Graffio: Giampo, sai che c'è il bene ed il male?

Giampo Coppa: Sì, si sa che c'è il bene e il male. E poi nel male c'è un po' di bene e nel bene c'è un po' di male. E' lo Yin e lo Yang...

Tony Graffio: Quindi cosa c'è alla stazione di Jesi?

Giampo Coppa: C'è questo androne dipinto in modo strano. E' bello, ma vallo a vedere!

Tony Graffio: Dentro la Stazione?

Giampo Coppa: Appena sono sceso dal treno sono entrato nell'androne ho alzato gli occhi e ho visto questo soffitto decorato in modo particolare.

Tony Graffio: Va bene andrò a vederlo.


La Stazione Ferroviaria di Jesi.
La Stazione Ferroviaria di Jesi.

Una volta recatomi sul posto mi accorgo che Giampo Coppa aveva proprio ragione, la Stazione di Jesi è molto particolare. E mi accorgo anche che i murales sono stati realizzati da Allegra Corbo un'artista di Ancona che per strane combinazioni era rimasta affascinata da una mia fotografia che avevo esposto alla Galleria del Cotton Club durante l'ultimo Basement Party.
Ovviamente, ho rincontrato Allegra ed ho parlato con lei del lavoro che aveva realizzato due anni prima nell'atrio della stazione.


Occhio di Angelo Allegra Corbo

Ferrovia Centrale di Jesi 
 
Tony Graffio: Allegra, ho scoperto che la stazione di Jesi è un po' fuori dagli schemi, che cosa è successo?

Allegra Corbo: (Risata) Simona Cardinali ed il Comune di Jesi mi hanno invitato a fare un lavoro ispirato ad Angelo Angelucci da Todi, l'architetto che nel ha ristrutturato Palazzo Pianetti dal 1856. E' per merito suo se hanno deciso di far passare la linea ferroviaria Roma - Ancona dalla Vallata dell'Esino e quindi da Jesi, piuttosto che da Macerata che è sulla linea ferroviaria Civitanova Marche - Fabriano.
Ho ripreso tutti i disegni di Angelucci, sia quelli del Palazzo Pianetti che quelli della chiesetta della Madonna della Misericordia e della chiesa di San Marco, sempre qui a Jesi. Ho pensato un progetto pittorico che poi ho applicato all'atrio della stazione della città.

Tony Graffio: Molto bello e molto simbolico.

Allegra Cordo: "Occhio di Angelo" è un lavoro fatto sia con i colori acrilici che con la tecnica del collage; grandi porzioni di quei soggetti sono state fatte con la carta, come tutto l'iride dell'occhio centrale, così come anche altre parti di figure ad esso circostanti.


Occhio di Angelo Stazione di Jesi
I disegni di Allegra Corbo riprendono quelli ideati da Angelo Agelucci 160 anni fa.

Tony Graffio: Sono stati ripresi disegni o simboli orientali?

Allegra Corbo: Sono tutte figure mitologiche trovate negli affreschi della Galleria degli Stucchi di Angelucci.

Tony Graffio: Con il tuo mural in stazione hai voluto riaffermare l'identità jesina?

Allegra Corbo: Sì, ho lavorato su quelle figure e su quelle presenti nella chiesa, poi ti manderò delle informazioni più precise*.

Tony Graffio: Qual'è stata la reazione dei cittadini di Jesi davanti al tuo mural?

Allegra Corbo: Nei dieci giorni che ho impiegato a dipingere e a realizzare la decorazione dell'atrio della stazione ho incontrato la gente che tutti i giorni si recava al lavoro al mattino e tornava a casa la sera e vedeva che noi eravamo lì a lavorare e sentivo le loro reazioni. Tutti erano felici che avevamo trasformato la stazione in un ambiente più allegro. Per loro, anche aspettare il treno era diventato un momento piacevole.

Tony Graffio: Perché hai realizzato Occhio di Angelo? E che cosa ha significato per te questo lavoro?

Allegra Corbo: Ho dipinto Occhio di Angelo perché nella vita mi piace ritrovarmi in posti che mi fanno sentire quanto sono antica. Continuando a provare la sensazione di essere dentro un ciclo che si rinnova ogni giorno, sempre quello, da sempre. Ho imparato il linguaggio e le forme di qualcuno che ha vissuto prima di me. Le figure che sono qua rimarranno per gli altri che le incontreranno nel loro cammino e nel loro respiro. Come io ho camminato e respirato i dipinti di Angelo Angelucci. Mi piacciono i racconti di uomini e santi che ti fanno capire che esistono i mostri, i draghi, mentre gli angeli ti riportano dentro la dimensione magica della natura e della geometria, ma anche nella profondità oscura delle viscere. E' quel linguaggio ricco e semplice che mi continua a dire che siamo fatti di cellule ma anche di colore e elettricità. Disegnare e dipingere è un ulteriore movimento di questo ciclo, come nascere e dormire ma anche seminare la terra, senza delirio di onnipotenza, con lo stesso Ego di quando si cammina. Aver dipinto dove passano i viaggiatori è un grande privilegio, come quello di incontrarsi per caso e di condividere una meraviglia: conoscersi.


Occhio di Angelo Angelucci
I misteriosi disegni di Angelo Angelucci riprodotti da Allegra Corbo sulle pareti dell'atrio della Stazione Ferroviaria di Jesi da Allegra Corbo, un'artista Anconetana che ha vissuto per diversi anni a Mutonia.

Nota*
Occhio di Angelo 
Murales nell'atrio della stazione di Jesi dedicati ad Angelo Angelucci da Todi, architetto. Intervento a cura dell’artista Allegra Corbo. Il progetto pensato in occasione di A.A.A. eroi in città Grand Tour Cultura Marche 2014 - Crocevia di Culture del Comune di Jesi, si sviluppa attorno alla figura di Angelo Angelucci, l'architetto umbro che alla fine del 1800 fu invitato ad operare professionalmente nella città di Jesi, per gli interventi sulla Chiesa di San Marco, il tempietto della Misericordia, lo straordinario Palazzo Pianetti e nella progettazione dell'asse ferroviario Ancona-Roma passante appunto per la Valle Esina, sostenuto e preferito al tragitto passante per Macerata (alternativa scartata proprio grazie agli studi e ai calcoli di Angelucci). 
Proprio questa linea ferroviaria favorirà l'attività industriale e lo sviluppo economico della cittadina federiciana. Il progetto artistico sulle pareti della atrio, ripercorre e cita esteticamente gli affreschi della Chiesa San Marco e quelli delle stanze superiori di Palazzo Pianetti, riutilizzandone geometrie e colori, visioni e strutture spaziali, in una formula essenziale di ordine e caos; le architetture fredde e taglienti dell'edificio della stazione accolgono il pittoricismo mitologico di quegli affreschi, nell'elaborazione di Allegra Corbo, come estratto di quei mille simboli e cromie che si trasformano in questo percorso spazio-temporale ed esperienziale dall'architetto Angelucci all'artista Corbo, in un opera pubblica per la città di Jesi e i viaggiatori di passaggio. 
I colori blu, oro, rosso, azzurro sono quelli antichi di Palazzo Pianetti e di San Marco; lo stesso blu si ritrova nelle scritte e tabelloni della Stazione FFSS e lo stesso nero degli infissi e delle porte contagia l'inserimento artistico di Allegra Corbo e diventa segno pittorico dominante. 
Nella navata centrale un grande Occhio: si forma ispirandosi alle linee guida dei "tondi" di palazzo Pianetti; questo come gli altri, grandi iridi che osservano e vedono lontano. Tutto attorno, forme, simboli, archetipi, miti accolgono I viaggiatori che sostano o si muovono veloci in questo luogo-non-luogo che perde la sua freddezza e diventa quasi sacro. Occhio di Angelo racconta la visione consapevole e lungimirante di chi ricerca e studia e progetta, pur mantenendo quell'impulso vivace e vibrante, la spinta dell'arte che disegna sogni e misteri. Il mural di grandi dimensioni, prevede l'utilizzo di pitture murali, carte da collage e colore oro. L'esecuzione dell'opera ha avuto luogo nel mese di maggio, per essere pronto alla fine dello stesso mese, in concomitanza del Festival Pop Up! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano. Allegra Corbo ha realizzato personalmente l'opera accompagnata da assistenti volontari, tecnici della RFI e sostegno tecnico dal Comune di Jesi.


Allegra Corbo Angelo Angelucci
Jesi ha la Stazione Ferroviaria più psichedelica d'Italia, grazie a Angelo Angelucci e Allegra Corbo e all'amministrazione cittadina.


giovedì 21 dicembre 2017

Speciale Basement Art & Culture 25a Parte: la fotografia di Tony Graffio che ritrae Uri Moss

In questa pagina, la venticinquesima parte dello Special dedicato al Basement Party del 17/18/19 novembre 2017, non parleremo dell'autore delle gumprint esposte al Cotton Club, Tony Graffio, ma del soggetto: Uri Moss. Ho scoperto che moltissime persone presenti alla mostra in Corso Matteotti conoscono Uri, lo hanno conosciuto o sono entrati in contatto con il campo artistico di Mutonia a Santarcangelo di Romagna ed hanno delle storie da raccontare riguardanti questo argomento. Così ho ritenuto significativo ascoltare quanto le persone che hanno visto le mie immagini ed hanno riconosciuto il soggetto avevano da dire, o da ricordare, partendo proprio da quel ragazzo sul mini-kart a tre ruote e dall'ambiente in cui i Mutoid si trovavano.

Mutonia il Kart di Uri e JohnnyUri Moss fotografato da Tony Graffio nel maggio 1993.

Alberto Forstner: Io sono di Tavullia che è a km 6 da Cattolica, ma ho avuto una compagna di Santarcangelo di Romagna che che usciva con i Mutoid ed anch'io spesso frequentavo Mutonia, fin dal 1996. L'ultima volta che sono stato a Santarcangelo è stato il primo maggio di quest'anno, in occasione di un evento organizzato dai Mutoid in cui ho esposto le mie chitarre. Quel giorno ho assistito a concerti bellissimi ed è intervenuto moltissimo pubblico. Conosco i Mutoid fin da quando sono arrivati in Romagna; sono molto amico di Andy dei Rock'n'Roll Kamikazes, Peppe e Strapper. Uri, il ragazzo che hai ripreso nella tua fotografia non lo conoscevo, anche perché io ero più in contatto con la parte musicale di quei ragazzi che erano degli artisti di strada spettacolari. Ricordo gli Spamabilly che erano un gruppo troppo avanti per quel periodo. La prima volta li vidi suonare per strada a Bologna, alla Montagnola, Andy e Johnny facevano musica Psycobilly e R'n'R, ma non saprei nemmeno ben definire quella musica che comunque era R'n'R fatto in chiave loro. Ancora adesso continuano a suonare, parlo di Andy; Johnny non so che fine abbia fatto perché nel frattempo se n'è andato via. Credo che adesso forse sia in Francia...
Andy ha suonato le mie chitarre, glie ne avevo date un paio che lui ha tenuto per sé, ma essendo un perfezionista del suono ha preferito usarne altre perché le mie suonavano a livelli un po' più bassi con gli effetti che utilizzava lui.
I Mutoid sono stati accettati molto bene dalla gente della zona perché sono molto attivi anche a livello sociale ed hanno promosso molte iniziative culturali e corsi. Anni fa, tenevano dei laboratori anche per bambini per insegnare a fare le loro sculture. E' una bella realtà.

TG: Da un altro uomo che lavorava insieme a Claudio Rinaldi per l'allestimento della mostra presente in Corso Giacomo Matteotti ho saputo che lui aveva addirittura provato il carrettino a motore di Uri. Poi, purtroppo non ho fatto in tempo a intervistarlo su questo argomento, perché entrambi eravamo impegnati a preparare la mostra del Basement Party. Nel caso lo dovessi rincontrare gli chiederò di rilasciarmi una sua dichiarazione a testimonianza di quanto da lui vissuto.
Tra i presenti al Basement Party, anche Giampo Coppa mi ha lasciato una sua testimonianza che parla dei Mutoid.

Giampo Coppa: In questi gumprint di Tony Graffio  vedo delle situazioni che ho vissuto in prima persona molti anni fa, quando conobbi i Mutoid in Olanda. Ero ad Amsterdam in una zona abbandonata del porto che si chiamava Layland. Dietro la stazione degli autobus di Amsterdam c'erano degli ampi spazi dove c'era un porto in una laguna e gru in disuso, come quelle che si vedono nei film; oltre a distese di cemento solcate da binari. Nel 1988. alcune persone occuparono questi posti e vi stabilirono una specie di tendopoli in cui parcheggiarono camper e camion dentro i quali vivevano. Era una situazione provvisoria, da accampamento dove comunque si tenevano delle attività artistiche e culturali. Tornai lì anche l'anno dopo, nel 1989, quando questa comunità si era un po' stabilizzata e si potevano trovare anche casette auto-costruite e sembrava si stessero mettendo le basi per una piccola città. Fu in quell'anno che arrivarono anche i ragazzi della Mutoid Waste Company, da Londra, per proporre un loro stile di vita alternativo che consisteva anche nel recuperare e riciclare mezzi meccanici di uso comune che andavano dalle automobili, alle moto, ai mezzi militari più grandi che venivano trasformati in mostri meccanici mobili e pazzesche sculture viaggianti, un po' sullo stile di Mad Max e di Interceptor. Sculture che si ispiravano ad una filosofia post-atomica in cui si sopravviveva con quello che si aveva a disposizione, in un mondo in cui non c'era più niente. Nella realtà cinematografica di Mad Max spostarsi nel deserto era fondamentale per poter cercare l'acqua e la benzina che servivano per vivere. Ricordo che i Mutoid a Layland avevano ricostruito Stonehenge utilizzando dei Pullmann ed un bar che si chiamava: "Last Bus Shelter", un locale che restava aperto 24 ore su 24, era costruito con vari autobus e fatto in modo che ricordasse la forma di una casa. Il muso di un Pullmann era il bancone del bar. Era assurdo, ma io ed i miei amici, con i quali stavo in un ex-ufficio postale occupato, ci recavamo lì verso mezzanotte e ce ne andavamo verso le 6 del mattino, quando era già giorno. 
Credo d'aver conosciuto Uri a Milano al Centro Sociale di via della Pergola, perché insieme ad altri, una domenica sera, avevano fatto una performance e dopo, tra Torino e Vercelli. Mi hanno aiutato ad uscire da una panne del motore della mia moto dandomi un pezzo di gomma ricavato da un guanto di gomma e della colla per gomma con cui ho sistemato un carburatore che non funzionava. Ricordo che con quella piccola toppa sono riuscito ad andare in giro ancora per una settimana, prima di comprare il pezzo di ricambio. 
I Mutoid hanno un nucleo fisso, ma c'è parecchia gente che entra ed esce da quel gruppo, c'è un costante ricambio di persone. Nel 1990 andai a trovarli a Santarcangelo di Romagna, sono sicuro che fosse il 1990, perché insieme a Boffa nel 1989 avevamo organizzato il primo Psych Out Party a Torino, che in realtà allora avevamo chiamato: Liquid Party... Nel 1990 eravamo andati a Mutonia in moto e mi ricordo che loro erano appena arrivati in Romagna. Siamo andati lì per due week end di seguito; la prima volta con un Kawasaki Z 900 e con un Moto Guzzi T3, mentre poi ci sono tornato in treno. Ho sempre viaggiato un casino...
Esistevano anche i Mutek che erano una frangia distaccatasi dai Mutoid, credo fosse un progetto parallelo. 
L'ultima volta che ho visto uno spettacolo dei Mutoid è stato nel 2016 ad un rave party vicino a Torino, dove avevano portato dei robot ed una specie di granchio meccanico che camminava... Dopo il 1990 non sono più stato a Mutonia, ma ho molti amici che hanno collaborato con loro, vedere le tue fotografie mi ha fatto uno strano effetto perché quello era proprio il primo momento in cui loro erano arrivati ed, io come te, c'ero.

TG: A volte, capitano cose davvero strane e ci sono coincidenze che ci fanno molto riflettere. Appendendo le mie gumprint sulla parete della Galleria del Cotton Club non mi sarei immaginato che qualcuno tanto vicino ad Uri avrebbe potuto vederle e commuoversi...

Allegra Corbo: Conosco Uri molto bene, io abitavo al campo di Mutonia, lui è arrivato da noi perché era il cugino di Lucy Wisdom, un'altra ragazza Mutoid. Uri era arrivato da Israele nel 1993. Conosco bene anche il kart perché l'aveva costruito il mio ex-marito che si chiama Stephan Duve, è tedesco, ha abitato in Italia per anni, ma adesso vive in Inghilterra. Io sono di Ancona, sono qua a Jesi perché domani chiuderò una mia mostra d'arte in una galleria privata qua vicino che si chiama USB Gallery, mi farebbe piacere se tu decidessi di venire a trovarmi lì. Per me, le tue immagini sono foto di famiglia. Da sempre faccio l'artista, per un po' di tempo ho vissuto con i Mutoid, ma poi ho fatto altre cose. L'altro ragazzo ritratto con Uri ed il go kart three wheeler è Johnny. Io sono stata con i Mutoid dal 1991 al 1995, poi sono partita con Stefan, ma una  volta che ci siamo separati io sono tornata a Santarcangelo più tardi, con i miei figli e dopo sono ripartita per andare altrove...

TG: L'esperienza a Mutonia è stata davvero così interessante e diversa dalla vita che si faceva normalmente a quei tempi da altre parti?

Allegra Corbo: Non c'è bisogno che lo dica io, comunque sì. Io avevo 23 anni quando sono approdata lì e anche se provenivo da una famiglia abbastanza alternativa che mi aveva permesso di visitare l'India e viaggiare per il mondo, devo dire che a Mutonia ho avuto un'esperienza molto interessante.

TG: In che senso i tuoi genitori erano alternativi?

Allegra Corbo: I miei genitori erano Hippie ed io avevo già rotto abbastanza gli schemi nascendo e crescendo in una famiglia di un certo tipo, ma i Mutoid sono altro in un'altra epoca. Un mondo Punk e Cyber-Punk della fine degli anni '80, inizio anni '90 in cui la tecnologia era già importante e anche il sentimento di un'imminente apocalisse risuonava nell'aria, proprio perché ci si rendeva conto che la nostra società viveva al di sopra delle sue possibilità materiali.

TG: Che cosa facevate al campo?

Allegra Corbo: Innanzi tutto vivevamo in uno spazio che ci era stato concesso dal Comune di Santarcangelo di Romagna; era una ex cava di ghiaia. Abitavamo nei camion e le nostre case erano tutte case viaggianti autocostruite. Erano molto belle; io sono stata molto bene lì, poi è lì che sono nati i miei figli. Lola nel 1992 e Ezra nel 1995. Insieme ai Mutoid io ho fatto spettacoli solo in Italia, proprio perché i miei figli erano piccoli, ma loro viaggiavano molto per l'Europa e anche da altre parti. Con i Mutoid c'era anche un australiano, Robin che è stato uno dei fondatori del Burning Man nel deserto del Nevada, adesso è più facile girare un po' dappertutto ed i confini è come se non esistessero più.

TG: Con Uri sei ancora in buoni rapporti?

Allegra Corbo: Sì. Due anni fa ho organizzato anche un festival a Mutonia; insieme a Sue, una ragazza che vive ancora lì. Vertigo Truth era un festival di street art, in quell'occasione abbiamo invitato gli artisti a dipingere i camion ed i container parcheggiati nel campo. E' stato molto bello...

Allegra Corbo davanti alla parete con le gumprint di Tony Graffio.
Allegra Corbo davanti alla parete con le gumprint di Tony Graffio.

TG: Il 17 e 18 novembre 2017, mentre noi eravamo a Jesi, i Mutoid, tra i quali Uri e sua moglie Maya, erano al Forte Prenestino di Roma con le loro sculture mobili, i loro spettacoli pirotecnici e la loro musica. Uri per molti anni ha lavorato a Berlino nell'organizzazione di produzioni cinematografiche di documentari e altri audiovisivi.

Documenti autentici raccolti in esclusiva da Tony Graffio per Frammenti di Cultura. I diritti sono riservati.