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venerdì 1 marzo 2019

Caccia al libro cult

È vero che si leggono e si comprano meno libri, ma l'amore per la carta stampata esiste ancora e sono tante le persone che sanno apprezzare un prodotto editoriale particolare come il libro fotografico.
Tempo fa ho voluto vedere se sarei riuscito a incontrare nuovamente David LaChapelle, ma la folla fuori dalla libreria dove venivano presentati i suoi nuovi "cataloghi" mi ha preso totalmente alla sprovvista dissuadendomi dall'impresa; ho così dirottato il mio interesse su una coppia di compratori per farmi spiegare da loro il motivo del successo di queste pubblicazioni.


 Angela Coviello e Davide D'Ambrosio appena usciti dalla libreria estraggono i loro libri cult dalla busta di carta per assaporarne il contatto fisico e dare una prima occhiata alle fotografie di David Lachapelle. Tony Graffio ha importunato i due collezionisti proprio in questo momento intimo.

Sabato 25 novembre 2017, Angela Coviello e Davide D'Ambrosio, due appassionati di fotografia, cinema e arte, hanno acquistato il libro doppio di David LaChapelle, un catalogo delle sue fotografie pubblicate negli ultimi anni. 
I due amici sono rimasti diligentemente in coda fuori dal negozio della casa editrice tedesca Taschen fin dalle ore 16,30 circa per poter entrare verso le 18,40 circa. Io li ho incontrati all'uscita, dopo che hanno effettuato i loro acquisti, ed ho potuto constatare quanto fossero soddisfatti e contenti per essere riusciti a parlare con l'artista americano e aver scattato un paio di fotografie ricordo insieme a lui.
Ho deciso di raccontare di questo evento a distanza di tempo per non dar troppa risonanza alla cosa, ma in effetti non capita spesso di vedere ammassarsi persone che desiderano fare acquisti di libri di fotografia o libri d'arte, pertanto la situazione mi ha incuriosito ed ho cercato di capire cosa possa aver smosso queste persone.
Anche in altre occasioni, a Milano, era accorsa una gran folla per poter vedere e parlare con fotografi molto noti. 
Era il 20 ottobre 2017 quando veniva presentata la mostra: "Un deserto in fiamme" ed è stato possibile ascoltare la conferenza di Sebastião Salgado nella galleria di via Meravigli, dove si affaccia la Fondazione Forma Meravigli. Anche in quel caso Angela e Davide erano interessati ad incontrare il fotografo brasiliano, ma quel giorno sono stati meno fortunati, non hanno parlato con Salgado, hanno però visto la mostra. 
I nostri amici sono invece riusciti a incontrare Nan Goldin alla Triennale in occasione della sua mostra/proiezione di 45 minuti: "Ballad of sexual dependency", sempre nell'autunno del 2017.
La fotografia affascina i milanesi e non solo loro; forse quello che spinge il pubblico ad incontrare gli artisti preferiti è l'emozione di trovarsi faccia a faccia con qualcuno che sia universalmente riconosciuto come un maestro della fotografia e che possibilmente sia anche un personaggio di fama internazionale.
Dal mio dialogo con gli appassionati è emerso che LaChapelle ha un po' il fascino di Andy Warhol perché è eccentrico, ha un suo stile particolare ed è sempre a stretto contatto con i divi Hollywoodiani.
Fa un po' specie parlare di divi in un'epoca in cui il pubblico ha avuto tutto il tempo per potersi abituare ai media di massa, come il cinema, la televisione e la carta stampata, ma evidentemente permane il bisogno ancestrale di voler mitizzare qualcuno, forse per poter constatare che c'è chi conduce una vita mondana agiata, interessante che lo colloca al centro dell'attenzione dello star system dell'arte e ce l'ha fatta a distinguersi dagli altri per diventare un'icona della cultura Pop, se non addirittura di un coloratissimo e sgargiante Hyper-Pop, come afferma a ragion veduta Davide D'Ambrosio.


 Casualmente, cercando di fotografare col telefonino David LaChapelle, ho ripreso Angela Coviello sorridente accanto all'artista americano.
 Casualmente, cercando di fotografare col telefonino David LaChapelle, ho ripreso Angela Coviello sorridente accanto all'artista americano.

Gli artisti americani riescono a proporci una dimensione coinvolgente, trascinante e felice di un mondo in cui nessuno vuole invecchiare per restare un eterno consumatore di beni d'ogni tipo.
Milano riesce a offrire una buona varietà di mostre di autori molto conosciuti ed esaudisce il desiderio del pubblico di avere un contatto diretto con i propri idoli. Davide mi dice che alcuni anni fa alla galleria Giò Marconi è riuscito a conoscere anche Helmut Newton ed è molto orgoglioso di questo suo incontro. Frequenta anche la galleria Sozzani dove ha visto altri personaggi del suo immaginario culturale e mi conferma che la nostra città è una piazza interessante per fare incontri, seguire gli eventi del momento e sognare di poter far parte della società che conta.
Angela e Davide sono veri appassionati di fotografia e mi confidano che anche se non avessero avuto modo d'incontrare LaChapelle avrebbero ugualmente acquistato il doppio catalogo: Lost + Foud  (prima parte) e Good News (seconda parte), perché da tempo collezionano libri di Mapplethorpe, Richard Avedon, Edward Weston e tanti altri fotografi.
Angela la pensa come Davide, ma poi Davide si lascia andare e mi confessa che per lui il libro fotografico di culto è anche un oggetto da ostentare e che arreda la casa. 
Qui, a mio avviso, ricadiamo in quella forma di feticismo che era riuscita a creare il Calendario Pirelli, per chi vuole sentirsi un Vip, anche se adesso i libri bisogna pagarli; difficilmente si riesce ad averli in omaggio dall'autore o dal'editore...
Un libro d'arte si declina in innumerevoli sfumature, non è solo un'icona da sfogliare, leggere e contemplare con gli occhi e con la mente.
Angela è d'accordo con Davide, anche lei apprezza la stampa di qualità e di dimensioni generose che si propone con un giusto equilibrio tra prezzo-immagini e qualità.
Sollecitati da me a citare qualche fotografo italiano, mi indicano tra i loro preferiti Scianna, Mimmo Pintacuda, Ghirri e Giacomelli: a questo punto posso tornare a casa soddisfatto anch'io, dopo aver costatato che la fotografia sta davvero diventando una forma d'espressione importante e popolare dell'arte contemporanea. TG


La coda di appassionati di fotografia per entrare a comprare il libro di David LaChapelle alla libreria Taschen di via Meravigli17 gira anche dietro l'angolo di via Santa Maria alla Porta.
La lunga coda degli appassionati di fotografia fuori dal negozio di vi Meravigli, 17. Per entrare a comprare il libro di David LaChapelle c'era chi aspettava da dietro l'angolo di via Santa Maria alla Porta, a Milano. 


giovedì 24 gennaio 2019

Richard Heeps ad Affordable Art Fair 2019

Nel primo giorno dell'inaugurazione di AAF ho visitato velocemente gli stand della fiera ed il mio occhio si è soffermato soprattutto sulle immagini fotografiche che quest'anno sono arrivate anche da paesi molto lontani, come la Cina e le Filippine, ma nonostante questo preferisco parlarvi di un fotografo britannico.
Richard Heeps ha fotografato per oltre 10 anni in aree popolari degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. In un processo di seduzione e colori altamente saturi, l'artista ci mostra il suo amore e la sua genuina empatia per soggetti di vario tipo. Il suo lavoro ispirato agli anni '40 e '50 racconta una storia e uno stato d'animo attraverso l'incessante ricerca del sogno americano e di ampi spazi. Le sue fotografie sono diventate una sorta di foto-documentario del personale impiegato dai club di striptease e burlesque, dal Bedfordshire, UK ad Hollywood, USA.


Richard Heeps - Space Age Lodge
Richard Heeps - Space Age Lodge

I colori saturi di Richard Heeps sono presenti sia negli interni freddi e descrittivi che nelle nature morte e nei paesaggi. Il suo stile si spinge ai limiti della fotografia realizzata in fase di ripresa, senza la necessità di una manipolazione digitale. Ha esposto molto in musei e gallerie, tra cui The Photographers Gallery a Londra, il Visual Arts Center di Rochester, Photoville a Brooklyn, New York ed in diverse fiere d'arte internazionali.
Per il suo ritorno a Milano, con la Bleach Box Photography Gallery di Cambridge, Heeps ha voluto presentare un progetto speciale che ritrae la nostra città in modo da renderla ancora più affascinante e pulita. 

Richard Heeps - Ford Taunus, Milan. 

In questi quattro giorni: 24/25/26/27 gennaio, i suoi lavori saranno visibili ad Affordable Art Fair, in via Tortona 27, a Milano.


venerdì 14 dicembre 2018

Aldo Marci ritrattista: sulla strada con il collodio umido per vedere le vite degli altri con occhi diversi

"Non bisognerebbe mai giudicare un fotografo dal tipo di pellicola che usa, ma solo da come la usa." Ernst Haas

Aldo Marci e la sua camera oscura portatile per sviluppare il collodio umido
Aldo Marci agli Alterbej sabato 8 dicembre 2018

Avevo incontrato Aldo Marci lo scorso anno, sempre agli AlterBej, ma ho deciso di fotografarlo e intervistarlo solo settimana scorsa. Sono emerse molte cose interessanti, oltre la sua sfrenata passione per una ricerca dell'immagine che lo spinge ad affrontare mille difficoltà e condizioni di lavoro pressoché inaccettabili, per un uomo del XXI secolo. TG

Tony Graffio: Ciao Aldo, che cosa stai facendo?

Aldo Marci: Faccio fotografie al collodio, sono un artista di strada che normalmente svolge la sua attività sempre all'aperto.

TG: Cosa stavi controllando fino a 10 secondi fa su questa ambrotipo?

AM: Ho finito di lavare le lastre e stavo per procedere con l'asciugatura, ma prima devo sistemare il disastro causato da due giorni di lavoro in queste condizioni, all'aperto. Dopo che avrò asciugato le lastre, dovrò verniciarle. Quella è la parte finale della lavorazione.

TG: Mi sembra che hai parecchia attrezzatura qua con te sul Cavalcavia Bussa.

AM: Ho la mia camera oscura portatile, la mia fotocamera e il minimo di acqua e chimici che mi servono per 4 giorni di lavoro.

TG: Hai già fatto qualche posa?

AM: Sì in questi giorni ho esposto e sviluppato delle lastre; quelle di oggi le ho qui con me, le altre le tengo sempre a casa perché portarle avanti e indietro può essere un problema.

TG: C'è il rischio che si rompano le lastre di vetro degli ambrotipi?

AM: Sì. Ieri ha anche piovuto.

TG: Sì, è vero, ha piovuto un pochino. Hai avuto problemi?

AM: La pioggia ha bagnato un po' della mia roba. Adesso asciugo le lastre che ho lavato. Di giorno, sono molto impegnato con gli scatti.

TG: Lo so, infatti sono passato adesso che è già buio.

AM: Di giorno, preparo le lastre e scatto fino che posso e cerco d'avere il tempo per farne sempre di più. Poi, le tengo bagnate per finirle più tardi. Non c'è altro modo di fare questo lavoro.

TG: Le tieni a bagno individualmente nelle bacinelle?

AM: Sì. Le altre le lascio fuori ad asciugare.

TG: Non c'è bisogno di un lavaggio in acqua corrente?

AM: Sì, ho le taniche qua dietro e cambio l'acqua ogni 10 minuti. Lavo le lastre per due ore in questo modo. Anche di più... non è il massimo. Tecnicamente, andrebbero lavate almeno per 30 minuti in acqua corrente, o cambiando spesso l'acqua, perché il sodio tiosolfato non si scioglie facilmente e poi con il freddo bisogna riuscire a gestire più cose.

TG: Come ti è venuta la passione per il collodio umido?

AM: È stata una specie di illuminazione sulla via di Damasco. Una mattina mi sono svegliato ed ho deciso che volevo fare il fotografo di strada.

TG: Tu sei un architetto, mi sembra...

AM: Architetto è una parola grossa; ho studiato architettura, ho fatto qualche tirocinio, ma quello che mi interessava era cambiare vita e stare sulla strada facendo il fotografo. La tecnica del collodio era l'unico modo per poterlo fare. Ho iniziato al semaforo e non avendo uno studio posso farlo solo all'aperto. Non è un mio merito, lo faccio all'aperto perché è l'unica possibilità per farlo. 

TG: Forse hai scelto il collodio umido perché ci stavi già pensando; come hai conosciuto questa tecnica del 1850?

AM: Prima fotografavo in grande formato, poi un giorno ho visto un video in rete e mi sono detto: "È così che mi piacerebbe fotografare". E così, mi sono applicato per imparare.

TG: Quanto tempo fa?

AM: Due anni fa. Quasi tre. Sono in strada da due anni. Ho iniziato girando per piccoli eventi, poi mi proponevo nelle feste di paese; ho preso più fiducia, ho imparato di più, vado alle rievocazioni storiche e adesso sono in giro in luoghi un po' diversi, un po' underground. Sto cercando il giro dei rave-party e delle persone che fanno musica Techno, oppure di quelli che vivono sui camion.

TG: Ti piacciono i volti particolari...

AM: Sì. Ho scoperto che le persone che frequentano questi contesti sono quelle più interessate a quello che faccio e quelle che mi accettano di più. Riconoscono il mio lavoro e sono disponibili per farsi fotografare. In questo modo anch'io riesco a scattare le foto che mi piacciono, diverse dalle pose in studio. Studio che non ho e pose che non sarei capace di fare, tra l'altro.

TG: Il collodio umido ha comunque bisogno della luce ultravioletta del sole.

AM: Il collodio è nato per fare fotografie con la luce naturale. All'interno o all'esterno, quello che per me è importante è la luce naturale. La luce artificiale non  mi piace; c'è gente che è in grado di fare bellissimi lavori anche in quella luce, ma io non sono in grado di farli. Per questo per me ha senso lavorare solo all'aperto: è una cosa che ho estremizzato e sono fuori all'aria aperta in ogni stagione. Estate o inverno io tratto il collodio sempre così, con il mio studio portatile.

TG: Quali sono le difficoltà più grandi da affrontare con questa attività itinerante all'aperto?

AM: Ho bisogno dei permessi e non sempre posso piazzarmi dove vorrei. Il clima influisce molto, pertanto all'aperto è tutto difficile. Il freddo è un problema, il caldo è un problema, l'umidità è un problema.

TG: Qual'è la temperatura ottimale per operare?

AM: Quella che trovi in casa.

TG: 20 gradi?

AM: 18°. Dai 17 ai 20 gradi, con 60% di umidità: quindi, quasi mai. O forse, tre giorni all'anno nel Nord Italia.

TG: Bisogna compensare coi tempi o non ci sono regole?

AM: Ci sono delle regole, ma si lavora sulla base dell'esperienza, fondamentalmente.

TG: Bisogna scattare molto per imparare?

AM: Sì, scattando molto alla fine si impara.

TG: Tu fai sia tintype, ambrotype che carta salata?

AM: Principalmente faccio ambrotipia. Ho iniziato con l'alluminio, ma il tintype per me è quella storica su ferro verniciato. Non mi piace l'alluminio; sul ferro non sarei in grado di lavorare, così ho scelto il vetro. Faccio anche i negativi. Ho iniziato a lavorare sulla carta salata, proprio perché sto imparando a fare i negativi per fare le stampe da negativo al collodio. Oggi, qui in strada, con la gente di un contesto di musica Techno ho preferito fare ambrotipia che è più facile, altrimenti mi toccherebbe seguire un processo ancora più lungo.

TG: Non è facile restare concentrati in mezzo a tutta questa confusione... (mentre parliamo c'è un sottofondo di musica Tekno piuttosto forte ndTG)

AM: Ormai faccio parte anch'io di questa situazione. Mi rilassa.

TG: Non ci fai più caso?

AM: La musica la sento, però riesco lo stesso a fare le mie cose. Non ci faccio quasi più caso.

TG: Adesso, stai pulendo una lastra?

AM: Sì, anche se purtroppo questa non è perfetta. La conservo, o forse la regalo, ma non posso venderla a prezzo pieno.


TG: Bella comunque. Sono sempre i ragazzi dei camion i soggetti?

AM: Sì, sono loro.

TG: Ti piacciono anche le rievocazioni d'epoca in costume?

AM: Non è che mi piacciono; è una cosa nata per caso, io non li conoscevo, ma un giorno mi sono reso conto che era il 24 giugno, l'anniversario della battaglia di San Martino e Solferino, e ho scoperto che esisteva quel mondo. Ho scritto a varie associazioni, una mi ha risposto (Amaltea), così ho iniziato a frequentare l'ambiente delle rievocazioni storiche delle battaglie della seconda metà dell'800. Da quest'anno faccio parte di Amaltea e grazie a loro sono cresciuto molto, ho trovato persone che apprezzano veramente quello che faccio e mi danno una mano.

TG: È difficile trovare l'esposizione giusta?

AM: All'aperto sì, specie quando inizia a cambiare la luce e ci sono le nuvole e non puoi metterti dove vuoi. Devi fare la foto perché te lo chiedono, ma non sempre riesci a spostare il soggetto. O magari, come qua, trovi un grattacielo che ti toglie la luce.

TG: Con che tempi lavori?

AM: Oggi lentissimi. Ero a circa 2 secondi a f 8. Se la giornata è buona posso arrivare a 1 secondo a f 11, anche f 16, in primavera. Variano molto.

TG: Scendi mai sotto il secondo?

AM: Adesso sì perché ho comprato un otturatore meccanico, prima no. Al massimo arrivo a 1/4 di secondo, ma il cielo deve essere molto luminoso. Raramente mi capita. Di solito il collodio vuole una fotografia introspettiva.

TG: Spiegami questo concetto.

AM: Con i tempi lunghi le persone si lasciano andare.

TG: Si cambia proprio espressione?

AM: Sì. Sei costretto a buttare via la maschera. Raramente metto le persone in possa; lascio fare tutto a loro. I veri fotografi, non io, hanno in mente un'immagine, la ideano e la costruiscono. Allo stesso modo scelgono il soggetto, lo vestono e decidono prima anche l'espressione che deve avere chi viene fotografato. Io non sono ancora capace di lavorare così, sono più istintivo. Vedo qualcuno che mi piace, osservo la sua espressione e la ricreo com'era quando l'ho incontrata. Non si tratta di mettere una persona davvero in posa. Quello che mi piace è la situazione. Il mio è più un reportage al collodio.

TG: È una fotografia più vera.

AM: Non lo so, non m'importa nemmeno la verità. Non la cerco nemmeno. La realtà non è bidimensionale. Io cerco un momento.

TG: Adesso con questo fornelletto ad alcool cosa stai facendo?

AM: Asciugo le lastre.

TG: Dove hai reperito tutte le informazioni per fare questa attività?

AM: Su internet. Sono nato come autodidatta e ho imparato da solo.

TG: È attendibile quello che si trova su internet?

AM: No. Poche cose sono attendibili su internet. Trovi magari qualcuno che ti consiglia, ma devi sempre confrontarle con altre fonti. Ho trovato molte informazioni su Collodio Italico, ma ci sono anche forum internazionali o professionisti ai quali, se scrivi, ti rispondono.

TG: Ai nostri giorni che senso ha utilizzare una tecnica di più di 150 anni fa?

AM: Uno dà il senso che vuole a questa cosa. Per me si tratta di registrare un'altra luce. Il collodio umido vede un altro mondo. Vede qualcosa che noi non vediamo. Questo mi piace. E poi mi permette di conoscere persone. Se vado in giro a scattare con una macchina fotografica normale, nessuno mi dà retta; se vado in giro col collodio posso fare ciò che voglio e posso chiedere quello che voglio. Ci provo almeno... Le persone mi dicono che gli piace quello che faccio. Posso conoscere tutti: quelli che vanno ai rave-party o che vivono sui camion; è molto più facile vedere le vite degli altri, così.

TG: Aldo, come riesci a conciliare questa tua passione per i rave con il mondo delle rievocazioni storiche di fine '800; mi sembra che siano degli interessi proprio agli antipodi...

AM: Ma non è la mia passione la musica Techno! Non sono mai andato ad un rave. Mi interessa la gente che ci partecipa o chi ha fatto la storia dei rave.

TG: Conosci quelle persone?

AM: No, ma girando in posti come questo li sto conoscendo.

TG: Ho capito. E nelle rievocazioni storiche che cosa succede?

AM: Le rievocazioni storiche sono una cosa completamente diversa; innanzitutto hanno un fine educativo e ludico. Cercano di mostrare non solo la battaglia, ma di ricostruire il mondo dell'epoca, come vivevano quelle persone, sia la vita militare che la vita civile. Per questo sono interessato, ho la possibilità unica di poter seguire la mia passione e di fare scatti ispirati a quell'epoca e ai movimenti fotografici del periodo.

TG: Sembra riuscito abbastanza bene l'ambrotipo dei ragazzi sul camion...

AM: Sì, abbastanza. È stata una foto piuttosto complessa da realizzare, a causa della luce troppo forte che creava un contrasto esagerato tra le zone illuminate del soggetto e le ombre. Ho cercato di mediare e quello che vedi è quello che ne è uscito.

TG: Il collodio umido dovrebbe avere una buona latitudine di posa, è così?

AM: Il collodio ha molto contrasto. Se usato in un certo modo si riesce ad avere una buona latitudine di posa, però ha sempre un grande contrasto.

TG: Ci sono ricette che riescono ad attenuare un po' il contrasto?

AM: Ognuno ha la sua, ma non ci sono regole. Ognuno ha un suo sviluppo; è qualcosa che bisogna trovare da soli.

TG: Il collodio umido è come se fosse un positivo?

AM: Tecnicamente un'ambrotipia è un negativo debole. Solo che se lo osservi con un fondo nero diventa positivo.

TG: Cosa significa "negativo debole"?

AM: Queste lastre sono dei negativi, tecnicamente, ma non sono buoni per essere stampati, perché non hanno la densità sufficiente.

TG: È un problema di gamma tonale molto bassa?

AM: No, di densità molto bassa. Dove la lastra ha preso luce non è abbastanza scura per poter tirare una stampa.

TG: Insomma, detto volgarmente, la lastra è troppo trasparente...

AM: Esatto, troppo trasparente. Se fai un negativo devi esporre per il doppio del tempo, sviluppare per un tempo più lungo e devi intensificare; Per fare un negativo al collodio devi fare un altro processo.

TG: Ti sei costruito da solo gran parte delle tue attrezzature?

AM: Sì, ho progettato la camera oscura portatile e un amico mi ha aiutato a costruirla, perché lui ha le frese da legno, però sì, buona parte di quello che utilizzo l'ho costruito io. La fotocamera per il 18X24 l'ho comprata usata e poi ho modificato alcune sue parti. Ci ho aggiunto un po' di cose e la modificherò ancora.

TG: Ti piace smanettare o quello che fai è proprio indispensabile?

AM: Per me è indispensabile. O paghi tutto tantissimo o ti costruisci da solo quello che ti serve.

TG: Siete in molti nella comunità del "Collodio Italico"?

AM: Penso di sì, io ne conosco solo qualcuno, ma per me contano le persone che scattano sempre che poi sono sempre i soliti noti... Sono distribuiti su tutto il territorio, non è che si trovano tutti in un unico luogo. Siamo un po' lontani uno dall'altro.

TG: Vi incontrate, ogni tanto? Avete in programma qualche raduno?

AM: Sarebbe bellissimo, ma io conosco solo poche persone appartenenti a questo gruppo.

TG: Chi conosci?

AM: Conosco personalmente Dennis Ziliotto che per me è una fonte di ispirazione ed onestamente è a un livello superiore rispetto al mio.

TG: Hai sperimentato anche altri tipi di tecniche fotografiche antiche o ti sei concentrato prevalentemente sul collodio umido?

AM: Principalmente opero col collodio umido, ma ho provato anche la carta salata e vorrei imparare a trattare l'albumina. perché io ottengo negativi al collodio che mi piacerebbe stampare con le tecniche di quell'epoca.

TG: Sarebbe possibile ingrandire un negativo al collodio per stamparlo con un ingranditore a luce UV?

AM: Sì e no. Si può stampare una diapositiva in bianco e nero per fare un'ambrotipia. Nessuno lo vieta, ma perde molta poesia. 

 Un negativo di quel tipo non può essere stampato su carta ai sali d'argento. Comunque le tecniche antiche richiedono la stampa a contatto.

TG: E si potrebbe stampare un negativo normale su un vetro trattato col collodio?

AM: Sì  e no. Si può stampare una diapositiva in bianco e nero per fare un'ambrotipia. Nessuno lo vieta, ma perde molta poesia. Perde la luce che vede il collodio, perde il suo senso. Questa però è una mia opinione.

TG: Proprio niente da fare? Si può solo stampare a contatto?

AM: Se prendi una lastra negativa al collodio con la densità corretta la puoi stampare normalmente su carta d'argento, ma se hai una grande densità, quella per le stampe a contatto, non puoi stampare all'argento perché è troppo densa. Devi sapere fin dall'inizio cosa vuoi fare perché poi non puoi tornare indietro.

TG: Tu stampi tre diversi formati a contatto: quarter plate, 13X18 e 18X24?

AM: Sì, i formati sono sempre quelli. Faccio quello che posso. In realtà lavoro sul quarter plate (101X80 mm) perché ho dovuto adattare lo chassis della 4X5.

TG: Hai aperto e tagliato uno chassis Fidelity di plastica?

AM: Sì, in realtà sono d'alluminio nella parte centrale e non sono così facili da segare...

TG: Hai una tua formula preferita che usi abitualmente per il collodio umido, o vari i chimici a seconda delle necessità e delle condizioni?

AM: Ho provato a variare,ma alla fine amo sempre di più il Poe Boy, per un'unica ragione, aderisce meglio al vetro.

TG: C'è anche il problema del distacco dell'emulsione?

AM: Molti non fanno ambrotipia perché sono costretti ad usare l'albumina, io ho modificato la ricetta in modo da far attaccare bene l'emulsione al vetro e non ho problemi in nessuna condizione. Anche i negativi li intensifico senza l'albumina. A metà '800 non veniva menzionata l'albumina perché la formula del collodio era differente. Le ricette moderne sono diverse perché diverso è il collodio, ma il concetto è lo stesso. Le ricette di una volta erano più diluite, però erano migliori per stampare i negativi. Ogni fotografo aveva la sua ricetta. Cosa che comunque avviene anche oggi. Ognuno ha le sue preferenze.

TG: Certo, ma i risultati sono comparabili?

AM: Oggi si insiste troppo sulla tecnica. È come discutere se la Ilford Hp5 sia meglio di un'altra pellicola o no. Ognuno trova la sua strada, quello che conta è l'immagine finale. I tecnicismi non mi interessano. Lo sviluppo allo zucchero sono costretto ad usarlo perché d'estate all'aperto fa caldissimo e quello sviluppo è l'unico che gestisce le alte temperature.

TG: Quale tipo di luce preferisci per i tuoi scatti?

AM: Un cielo con nuvole luminose o un'ombra aperta; nessuna delle condizioni che si è presentata in questi giorni qui a Milano.

TG: Hai visto delle lastre originale riprese nella metà dell' 1800? Come ti sembrano?

AM: Sì. Sono molto più belle delle nostre.

TG: Loro erano più bravi di noi, pur disponendo di una tecnologia più antiquata?

AM: Noi usiamo la stessa tecnologia, al massimo utilizziamo obiettivi moderni.

TG: Allora sono le nostre capacità manuali che sono inferiori a quelle dei nostri avi? E la nostra volontà?

AM: Sì. Noi ci accontentiamo troppo di quello che facciamo. All'epoca non c'era niente di meno della perfezione. Tutto quello che non andava bene veniva probabilmente distrutto o bruciato. I fotografi erano pochissimi e chi era fotografo lo era davvero. Non si metteva a usare il collodio umido per fare cose brutte. Se faceva una cosa che non andava bene non la vendeva.

TG: C'era più serietà e rigore.

AM: Sì, ma quello accadeva in ogni cosa e in tutto il mondo del lavoro. Se fai una cosa, o è o non è.

TG: Ti piace questo tipo di vita: stare all'aperto e conoscere persone? Svolgere una tua attività... Sono questi i motivi che ti hanno spinto a scegliere il collodio? E poi il gusto per l'immagine...

AM: Sì. Io cerco persone e qui le trovo. Trovo tutto quello che voglio. Difficilmente da un'altra parte troverei cose di questo tipo. Io cerco i ragazzi che vivono sui camion, poi loro girano nei vari rave e fanno vedere ad altri le immagini che ho scattato. Questo mi piace. Poi, gente che non conosco viene da me e mi dice: tu sei quello che ha fatto la "foto"... E così, anche loro si fanno fotografare e poi conosci altre persone ed inizi a capire chi sono quelli che sono state le leggende di quell'ambiente negli anni '90 e li fotografi.

TG: Ho capito. Il fatto che le tue lastre siano dei pezzi unici, per te è un pregio, un difetto, un problema o che cosa?

AM: È un problema, ma è il suo fascino. Chi compra una "foto" da me ne ha soltanto una.

TG: Ti capita di farne due? Una per te e una per chi te la chiede?

AM: A volte, sì.

TG: E ovviamente non saranno mai uguali...

AM: No. Sono due "foto" diverse. Questo è il loro fascino.

TG: Sceglie il cliente?

AM: Se la lastra è per me, scelgo io; se è per il cliente la sceglie lui.

TG: Scatti anche con pellicole piane speciali, radiografie...

AM: Ho appena comprato delle pellicole x-ray, non so bene cosa combinerò...

TG: Non hai ancora provato?

AM: No. Usare le pellicole x-ray è l'unico modo per utilizzare pellicole di formato 18X24, senza sborsare una fortuna. Bisogna accontentarsi di quello che si trova.

TG: Si possono ottenere ottimi risultati anche dalle pellicole per radiografie?

AM: L'arte di arrangiarsi crea sempre risultati inaspettati. È un po' come per il collodio: non hai uno studio? Allora esci a fotografare all'aria aperta. Non ti devi far fermare dal caldo, dall'acqua, dalla neve, dai temporali o dal vento.

TG: Bisogna essere persone calme, imperturbabili con un buon autocontrollo che non si lasciano distrarre da niente. Bisogna essere un po' speciali per riuscire a seguire dei ritmi così lenti in un mondo che viaggia alla velocità della luce che trasporta i bit sulla rete web...

AM: Non lo so... Per me la vita dovrebbe essere sempre molto calma e lenta. Anche questi ragazzi intorno a me sono molto calmi e lenti. Non sembrerebbe, ma è così. Sono molto tranquilli. Dipende tutto da come ti poni con le persone.

TG: Ok, grazie Aldo, ho un'ultima richiesta da farti. Magari potremmo incontrarci più avanti, in primavera magari, per fare una specie di backstage fotografico mentre tu lavori e riprendi i tuoi soggetti preferiti al collodio umido?

AM: Perché no? Anche se sarebbe un backstage un po' surreale...

TG: Perché?

AM: Perché ci sarebbero i tipi coi camion, piuttosto la gente che trovo per strada o sulla ferrovia. Prima ho bloccato il traffico per prendere uno scatto.

TG: Si sono fermati?

AM: No, ma li ho bloccati lo stesso, quando piazzo la macchina sul cavalletto non mi muovo fino a che non ho finito.


Ambrotipia
La lastra di cui si parla durante l'intervista ad Aldo Marci.

Tutti i diritti sono riservati

Le altre interviste di Tony Graffio per lo Speciale Alterbej 2018:

Tommy, coltelli artigianali dalla Valsassina





domenica 23 settembre 2018

Sarah Moon: Time at Work alla Fondazione Sozzani

"Questa è la storia del tempo che passa e cancella." Sarah Moon


Marielle Warin nasce nel 1941 a Vernon, in Normandia, in una famiglia ebrea che durante la Seconda Guerra Mondiale riesce a trasferirsi in Inghilterra dove la ragazza studierà disegno, prima di lavorare come modella a Londra, con il nome di Marielle Hadengue. In seguito si interesserà di fotografia, iniziando a ritrarre le colleghe modelle. Negli anni '60 riesce a catturare l'atmosfera modaiola della "Swinging London"; agli inizi degli anni '70 decide di dedicarsi totalmente alla fotografia. La sua nuova attività ha successo e lei prende lo pseudonimo di Sarah Moon.
Nel 1972 Sarah Moon è la prima fotografa donna a firmare le immagini per il Calendario Pirelli.


Le sue fotografie rappresentano atmosfere oniriche in cui giovani donne guardano languidamente l'obiettivo della fotocamera, ma tra le circa 90 immagini esposte alla Fondazione Carla Sozzani troviamo anche soggetti diversi di paesaggi, vegetazione e animali, anche se la moda e lo stile un po' voyeuristico permangono nell'aria e ci esplicitano la visione femminile di un mondo affascinante proprio perché più immaginario che reale.


La maggior parte delle stampe sono ricavate da negativi Polaroid di grande formato in bianco e nero, ma sono esposte anche alcune fotografie a colori.
Si intuisce che alcuni soggetti sono più studiati di altri che appaiono casuali e meno riusciti. L'alone di fascino e mistero viene conferito alle immagini da sfocature e da un effetto mosso che rendono la realtà rappresentata particolarmente evanescente e irraggiungibile; un po' come i ricordi di un passato lontano che vengono stemperati dalle nebbie della memoria e che non potranno più tornare vividamente davanti ai nostri occhi.
La serie di immagini esposte è stata realizzata negli anni dal 1995 al 2018.


Sarah Moon si è dedicata anche all'immagine in movimento.
Ho visto parte della proiezione di un suo video (non ho resistito più di 5 minuti) che definire documentario mi sembra un po' ottimistico. "There is something about Lilian" non mi ha particolarmente colpito, né per le immagini, né per il montaggio, né per il contenuto sonoro in lingua inglese completamente incomprensibile a causa di un audio registrato male e dall'assenza di sottotitoli. Evidentemente, per la Moon è più semplice creare atmosfere affettate che riportare i fatti; ad ogni modo la mostra è molto godibile e la consiglio vivamente a tutti coloro che passano per Corso Como, anche perché la sua visione è gratuita. Resta il fatto che poi qualche decina di euro si finisce per lasciarla comunque in libreria non sapendo resistere all'acquisto di qualche raro libro fotografico. TG

Fondazione Sozzani | "Sarah Moon. Time at Work"
Corso Como, 10 Milano 
Dal 19 settembre 2018 al 6 gennaio 2019
dalle 10,30 alle 19,00

Nello stesso tempo, Armani-Silos espone "From one season to another", una raccolta di oltre 170 immagini a colori e in bianco e nero che costituiscono una vera retrospettiva che accosta opere inedite alle più conosciute fotografie di moda dell'autrice franco/inglese.

Armani/Silos | "Sarah Moon. From one season to another"
Via Bergognone, 40 Milano
Dal 19 settembre al 6 gennaio 2019
da mercoledì a domenica dalle 11,00 alle 19,00.


giovedì 28 settembre 2017

Giovani fotografi di talento a Phototrace 2017, quali speranze in Italia?

"Ci sono sempre più scriventi e meno scrittori. E' quasi implicito dire che ci sono sempre più fotografanti e meno fotografi." Roland Barthes

Io sono natura di Giacomo Calvagno
Io sono natura di Giacomo Calvagno

Oggi come oggi è sempre più difficile ricevere un compenso economico per ciò che si fa; chi scrive per i giornali come free-lance (vedi: collaboratori) spesso riceve cifre ridicole intorno ai 5 euro a cartella dattiloscritta, senza poi considerare che da queste cifre vanno tolte le tasse, i contributi, l'IVA, le assicurazioni mediche e tutto il necessario per tenere in vita una macchina statale onnivora che fagocita tutto e non ridistribuisce nulla, o quasi, in cambio. Ha ancora un senso lavorare in Italia? Ed ha ancora un senso svolgere un lavoro intellettuale? Evidentemente no, anche perché l'Italia non è interessata a crescere e a coltivare persone preparate culturalmente che possano avere delle idee importanti per rivitalizzare un paese agonizzante in cui Mafia, nepotismo, corruzione e ignoranza la fanno da padroni a tutti i livelli (specialmente quelli apicali). Le giovani menti valide vengono "invitate" a lasciare il Belpaese; allo stesso tempo si preferisce accogliere i disperati, coloro che venendo da situazioni impossibili accettano di buon grado quelle briciole che gli si concedono; è molto più facile gestire coloro che non conoscono le regole del gioco e sono facilmente sfruttabili, anche e soprattutto dalla malavita e dalle nuove mafie.
Non stiamo più vivendo soltanto in un continuo gioco al ribasso ed una sfrenata svalutazione del potere d'acquisto, ma in una realtà che vede mortificare e disattendere ogni possibile via d'uscita da una crisi conclamata di tipo: etico, morale, economico, culturale, sociale e demografico.
Parlare di scriventi e di scrittori, di fotografanti e di fotografi, in una realtà come quella italiana, trovo che sia non solo un modo abbietto per indicare chi non sa fare un certo lavoro, ma anche una precisa metafora per definire l'aspetto più triste di una società in cui non c'è più spazio per chi ha qualcosa da dire e dei sogni da realizzare. Ormai non c'è più contropartita economica in cambio di ciò che in troppi vogliono fare (anche perché non ci sono alternative...). Tutto è basato sulla menzogna in un paese in cui anche i sindacati sono collusi al potere politico e dove i mass-media si occupano di falsi problemi per distogliere i cittadini dalle loro miserie personali.
Se per i primi anni, il lavoro di un ricercatore scientifico, di uno stagista o di uno specializzando ospedaliero non viene pagato e forse solo in seguito gli si riconoscerà una specie di rimborso spese, come si può pensare che colui/colei che realizza immagini, scrive, suona, crea musica o si esprime per mezzo di altre arti venga retribuito?
La società attuale, grazie al facile accesso ai sistemi informatici che permettono di metterci in contatto con le idee di persone che vivono molto distanti da noi e all'automatizzazione/semplificazione di molti processi tecnologici, ha reso più popolari certi linguaggi e più comune la possibilità di utilizzarli, ma non ha saputo/voluto riconoscere alle masse il beneficio di fruirne in modo da poterne trarre un controvalore economico.
Viviamo davvero in un mondo libero e democratico se poi alla fine la vera selezione viene fatta solo dal denaro?
Chi dispone dei soldi per pagarsi le critiche benevole di uno Sgarbi, tanto per fare un nome qualsiasi noto a tutti, o per partecipare a fiere dell'arte (sempre a pagamento; per avere uno spazio alla MIA di Milano occorrono 4000 euro e generalmente questo è il prezzo richiesto anche da altri in Italia; in Francia ed in Europa si paga di più, ma c'è una maggior selezione) può sperare di ambire a far conoscere il proprio nome al pubblico e forse persino, un giorno, di vendere le proprie opere? 
Questo è un po' il preambolo di una situazione che ha visto di fatto la morte della fotografia commerciale e poche altre possibilità per un lavoro che il più delle volte viene pagato solo con promesse disattese e offerte di maggiore visibilità.
La responsabilità di questa situazione è un po' anche di chi ormai vive più nel mondo virtuale che in quello reale e si batte fino all'ultimo per guadagnarsi un like, o un +1, anzi che far rispettare i propri diritti.
Si perverrà ad una soluzione ragionevole prima che sia effettivamente troppo tardi per rimettere insieme i cocci di un mondo perduto? Difficile dirlo; nel frattempo i giovani fotografi nascono e crescono anche nelle zone un po' dimenticate dalle rotte della cultura tradizionale, dei festival fotografici più à la page e dalle fiere d'arte.
Merito di Phototrace è quello di essere arrivato dove altri non sono passati prima. Spero che un minimo di coerenza venga riconosciuta anche a "Frammenti di Cultura" che con il suo "Speciale Phototrace", in questi giorni, cerca di portare alla conoscenza di chi ha perduto questo fantastico evento indipendente (media nazionali inclusi) i nomi e le immagini di alcuni giovani di valore, in modo che si possa dar loro po' di speranza per un futuro che appare tutt'altro che roseo. 

Inizio una piccola carrellata tra i giovani fotografi, intesi anche come persone alle prime esperienze con la fotografia digitale, presenti a Phototrace 2017 alla sezione "Scrivimi" di Palazzo Samone, una sorta di biblioteca fotografica dove ogni autore poteva presentare sei fotografie per illustrare un racconto per immagini a tema pseudo-letterario.

Phototrace 2017 Scrivimi
Alice Faletto, 27 anni, lavora in un cinema multisala.

Alice Faletto ha preso spunto dalla parola "Scrivimi" per iniziare un suo breve percorso fotografico; ha associato questa parola ad un modo di dire che prevedeva un sapere scolastico di base legato al leggere, scrivere e far di conto. Poiché la nipotina della giovane fotografa ha da poco iniziato la scuola elementare, Alice ha pensato di immortalare la bimba mentre a casa faceva i propri compiti. Ober Bondi, coordinatore del Gruppo Har, ha dato un tema comune ai vari ragazzi che lo hanno svolto in modo personale, è interessante osservare come sia stato interpretato da tutti in modo diverso. Alcuni sono partiti dal ricordo della lettura di un libro, altri da una frase importante e c'è perfino chi ha inteso i segni lasciati dalle forze naturali come un modo di "scrivere" sulla roccia e l'ambiente circostante. Effettivamente, la scuola è il luogo dove si ha il primo contatto con la scrittura e l'alfabeto, ha fatto bene Alice a mostrarci questa realtà, riprodotta molto bene tra le mura casalinghe. Si tratta di scatti spontanei, rubati ad una bambina mentre svolgeva il proprio dovere di alunna delle scuole elementari. Soltanto le ultime fotografie della serie introducono un telefonino, elemento che è stato d'aiuto a distrarre la bambina dalla sessione di posa, ma al tempo stesso questo strumento tecnologico può anche essere visto come il presente/futuro di un linguaggio in evoluzione.

 Progettoalice di Alice Faletto

 Progettoalice di Alice Faletto

Scrivimi Phototrace 2017 Cuneo
  Progettoalice di Alice Faletto

Phototrace 2017 Scrivimi
Giacomo Galvagno, 30 anni, informatico.

Giacomo Galvagno è un appassionato della natura che lo scorso anno ha effettuato un viaggio in Islanda in solitaria e ne riporta splendide fotografie in bianco e nero, stampate da Andrea Scarzello. Era alla ricerca di uno scatto che sapesse sintetizzare lo spirito di un'isola in perenne cambiamento geografico, a causa delle eruzioni vulcaniche e dell'erosione dei fiumi; un modo anche di farci riflettere sulla transitorietà della nostra condizione e sulle forze della natura. L'Islanda è molto mutata morfologicamente a causa di una forte eruzione vulcanica nel 2004 che ha raso al suolo molti paesi ed è andata addirittura a modificare l'economia della nazione. L'acqua scrive all'interno del paesaggio la sua storia e lascia un segno indelebile, ma in continuo mutamento. Giacomo, giustamente, ha scelto di rappresentare il tutto in un bianco e nero alquanto drammatico che riesce a farci concentrare sulle forme di ciò che ha ripreso. Fotografie digitali realizzate con una Canon 7 Mark II con obiettivo sul quale sono stati posti filtri di contrasto di vetro e di base un filtro ND 1000 che permette di ottenere tempi di scatto lunghi anche in presenza di forte illuminamento, filtri degradé e polarizzatori.

Phototrace 2017 Scrivimi
 Io sono natura di Giacomo Calvagno

Phototrace 2017
 Io sono natura di Giacomo Calvagno

Phototrace 2017
Io sono natura di Giacomo Calvagno

Phototrace 2017 Scrivimi
Lorenzo Garro, 20 anni, elettricista.

Lorenzo Garro di Cuneo, 20 anni compiuti lo scorso lunedì 25 settembre, ha frequentato il corso base di fotografia del Gruppo HAR e da circa un anno e mezzo s'è appassionato a questa disciplina artistica/comunicativa. "Stop... giù le mani" è il progetto fotografico che ha realizzato durante il corso avanzato di fotografia di Ober Bondi. Si tratta di una fotostoria messa in scena grazie alla collaborazione di due amici-modelli e di una "collega"/truccatrice.
Quando ci si incontra va tutto bene e si è felici, ma dopo un po' si notano le prime avvisaglie dell'incomprensione e non sempre i problemi vengono affrontati in modo civile. Man mano la relazione peggiora ed il volto della ragazza si copre di alcuni segni blu che indicano tracce di violenza di coppia. Si capisce che non si sta con la persona giusta; dallo schiaffo si passa al pugno e la violenza aumenta fino a distruggere la relazione e la stima reciproca. Stefano Dutto e Gloria Revelli hanno fatto da modelli a questa brutta storia d'amore. Il racconto fotografico funziona benissimo ed il contenuto della storia è leggibile anche soltanto nel volto del ragazzo: un ottimo lavoro fotografico e perché no... pubblicitario. Tutta un'altra faccenda e un'altra sensibilità rispetto a quello che ha proposto Yamamay nel 2013 in una sua poco felice campagna pubblicitaria.
E' anche un modo di rappresentare il libro: "Splendi più che puoi" di Sara Rattaro che tratta un tema difficile, incessantemente alla ribalta delle cronache, che nel testo viene narrato in prima persona da una ragazza che subisce violenze sempre più gravi dal suo compagno, fino a quando poi reagisce e riesce a godersi la sua vita in modo più tranquillo. Ovviamente, con questo progetto fotografico Lorenzo propone di avere sempre rispetto per la persona che si ha al proprio fianco. 
Fotografie digitali effettuate con una Canon 750D, ottica fissa da 35mm f 2; riprese effettuate in interni, luce dura, molto contrasto, sfondo nero, un po' di post-produzione in Photoshop, perché i due soggetti sono stati ripresi separatamente, non perché litigassero, ma per evitare un eccessivo ammassamento dei modelli nella stessa inquadratura (insomma erano troppo vicini e così s'è potuto lavorare meglio...).
A volte, i fotografi sanno fare anche il trucco, come nel caso di Silvia Fea che, non soddisfatta delle elaborazioni delle vere truccatrici, ha saputo svolgere un ottimo lavoro. Nessuna donna è stata maltrattata per realizzare questo servizio.


Phototrace 2017 Cuneo
Stop... giù le mani! di Lorenzo Garro

Sempre all'interno della Sezione "Scrivimi", vorrei segnalare anche gli ottimi ritratti realizzati da Loris Salussolia e scritti con la luce in un superbo bianco e nero. Poi, l'originale e piacevole interpretazione de "l'Arte di correre" rappresentata da Gianni Chiaramello; i Portici in high key di Marco Villa; la contaminazione della fotografa/collagista Roberta Barale che ci ha fatto girare il mondo con uno stile molto femminile, allegro e leggero. Infine, un plauso anche alle affascinati Farfalle di Sergio Fea che forse ha affrontato una sfida un po' troppo coraggiosa per la poca luce presente sulla scena. TG


Phototrace 2017 Palazzo Samone
L'Arte di Correre di Gianni Chiaramello


Phototrace 2017 Scrivimi
Il giro del mondo in 80 spot di Roberta Barale