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sabato 22 dicembre 2018

Reality '80 (La realtà degli anni '80 secondo Enrico Bertolino)

"All'epoca forse non tutti se ne sono accorti, ma noi che abbiamo visto gli anni '80 potremmo narrare cose che voi umani non immaginereste nemmeno. Quello è stato il miglior decennio che abbiamo conosciuto." TG

Il decennio 1980-1989 è stato un periodo felice? Migliore di oggi? Può essere. Sicuramente, c'erano meno preoccupazioni; negli anni '80 l'Italia era considerata una delle maggiori potenze mondiali. Il benessere del Belpaese è da sempre legato alla situazione economica di Milano, la città che oltre a produrre beni materiali ha sempre dato vita a movimenti artistici d'avanguardia, oltre che culturali e di costume. La mostra inaugurata al Palazzo delle Stelline il 19 dicembre raccoglie qualche souvenir di quel periodo in cui erano presenti idee che arrivavano anche da più lontano, ma che poi hanno in qualche modo contaminato la realtà di tutti, rivitalizzandola.
Agli inizi degli anni '80 ogni sogno sembrava realizzabile; nel 1982 la nazionale di calcio vinceva il campionato del mondo in Spagna; ci si confrontava alla pari anche in campo politico ed economico con gli altri grandi paesi europei e non si parlava ancora di globalizzazione. 
Con il crollo del muro di Berlino poco alla volta si capì che la nostra era un'economia drogata che riceveva aiuti segreti sia da Ovest che da Est. Una volta che il nostro paese ha smesso di coincidere con la linea di demarcazione della guerra fredda stranamente è scoppiato un caso "mani pulite" e da allora non siamo più riusciti ad uscire da una crisi totale che dapprima si è palesata attraverso una carenza di valori etici, morali e poi ha coinvolto tutti gli altri aspetti della vita politica, sociale ed economica, ideologie e produzione industriale comprese.

Giacomo Spazio décollage Reality '80, mostra Reality 80 Credito Valtellinese
Per vivere in città bisogna essere una tigre - Giacomo Spazio - Collage e décollage 1988.

Gli anni '80 hanno visto aumentare la competizione e la voglia di arrivare in alto e diventare qualcuno nel mondo del lavoro, specie nel settore del terziario avanzato. La Borsa valori veniva descritta come la nuova Mecca del travet in carriera, ma come era facile da intuire questa è stata un'illusione di breve durata nella famosa "Milano da bere" che ha visto molti giovani perdersi per strada negliabusidelle sostanze che li aiutavano a dare il massimo, a sostenere ritmi impossibili e ad aumentare la propria aggressività nelle lotte per primeggiare in ogni campo.

Milano da Bere, Mostra Reality '80, Credito Valtellinese Palazzo delle Stelline
Milano da bere. L'avvento di Tangentopoli ha bollato la città di Milano degli anni '80 utilizzando il claim sortito dalla creatività del copywriter Marco Mignani per la campagna pubblicitaria di Ramazzotti del 1986. Lo scatto è di Mario De Biasi

Quasi quarant'anni fa esisteva ancora un'industria discografica autoctona (anche questa a Milano) capace di piazzare a livelli altissimi le sue proposte musicali anche all'interno della Top 100 americana con i conseguenti ritorni di immagine e di denaro. Potrei citare moltissimi nomi: mi limito a quello di Giorgio Moroder, autore dell'indimenticabile colonna sonora di Flashdance del 1983.
Anche l'arte, la grafica, e lo spettacolo attingevano dal mondo musicale, osservando alcune opere esposte in corso Magenta, 59 non si può fare a meno di riconoscere gli emuli del grande Alberto Camerini tra alcuni arlecchini dai volti colorati in modo sgargiante.

Anna Gili, Alberto Camerini, Reality '80
Le persone dipinte (1986), di Anna Gili, ci ricordano l'Arlecchino elettronico milanese, Alberto Camerini.

In mostra non mancano 50 immagini fotografiche di Maria Mulas che documentano i party scintillanti degli anni del dopo-terrorismo, oggetti di vario tipo utilizzati in ambito industriale o pubblicitario e le divise griffate da "sfitinzia" e "gallodidio" dei paninari che frequentavano il "Panino Giusto" e piazza San Babila.

Reality 80, Reality '80, Reality '80, mostra Credito Valtellinese, Reality 80, Reality 80, Reality 80, Reality 80
A Reality '80 coesistono opere artistiche, pezzi artigianali, industriali, prodotti informatici e materiali realizzati con varie tecniche, attuali e inattuali che si propongono anche come recupero da qualcosa di preesistente o suggeriscono un successivo assorbimento biodegradabile nell'ambiente circostante.

Adesso però ascoltiamo la testimonianza di un ex-giovane universitario degli anni '80 che forse non voleva diventare uno yuppie, ma che è ugualmente riuscito a raggiungere la fama ed il successo nel mondo dello spettacolo qualche anno dopo, negli anni 90. TG

Tony Graffio intervista Enrico Bertolino

Tony Graffio: Enrico, tu hai studiato alla Bocconi negli anni '80, vero? Com'è stato?

Enrico Bertolino: Sì, ho studiato alla Bocconi in una situazione particolare; il mio diploma di laurea è di indirizzo turistico, per cui ho potuto frequentare l'università lavorando. Gli anni '80 per me hanno avuto due risvolti positivi: poter affrontare gli ultimi due decenni del secolo lavorando, lavoravo in banca dopo che avevo prestato il servizio militare, e poterlo fare studiando, continuando il mio processo di apprendimento. Queste situazioni per me sono state importanti.

TG: Volevi diventare un manager?

Enrico Bertolino: No. Avevo ottenuto un diploma di perito turistico perché pensavo che il turismo potesse diventare il mio futuro. Credevo di poter avere una carriera nella managerialità in quel settore; solo che mi sono accorto abbastanza velocemente che tutte le agenzie di viaggio erano a gestione familiare, per cui entravano in azienda solo i nipoti ed i figli dei titolari. Questo problema mi ha spinto a restare in banca, avevo già una mia occupazione che poi mi ha portato a fare un'esperienza lavorativa all'estero per un anno, cosa che per me è stato un grande privilegio, oltre che un vantaggio.

TG: Ti sembra che la situazione sia cambiata dagli anni '80? Allora si poteva sognare in un futuro migliore, e adesso?

Enrico Bertolino: Il processo degli anni '80 era qualcosa in evoluzione; vivevamo in una situazione che poteva essere drogata dalle euforie del momento e derivavano anche da governi che promettevano di tutto. Con una mano elargivano, mentre con l'altra nascondevano, però quella era una situazione in divenire. Oggi, vedo un processo involutivo nonostante altri governi continuino a fare promesse mettendo le mani nelle tasche degli italiani. È la speranza che fa la differenza. In quell'epoca, anche perché ero molto più giovane, avevo molte più speranze. Oggi invece ho un po' più di preoccupazioni e riverso le speranze su mia figlia. La nostra generazione deve pensare un po' meno a se stessa e un po' più agli altri.

TG: Hai qualche ricordo particolare della "Milano da bere"? Che cosa rimpiangi di quel periodo?

Enrico Bertolino: Il ricordo più vivido è di come è cambiata questa Milano. Prima c'è stata la "Milano da bere", poi quella da mangiare perché hanno mangiato tutti. Quelli che hanno mangiato troppo li hanno presi e da qualche anno a questa parte abbiamo avuto ancora un po' di "Milano da digerire" e la stiamo digerendo perché adesso sta diventando una città valida in termini di sviluppo di infrastrutture e di trasporti. Se ci guardiamo intorno ci rendiamo conto che stiamo diventando il modello più mitteleuropeo che c'è. Il mio ricordo più vivido è il quartiere dove sono nato. Sono nato all'Isola, a Milano. In quel quartiere, una volta, c'era veramente una situazione complessa e tutti ti dicevano - "Ah sei dell'Isola? Mi dispiace... Ostia, quand'è che vai via?" - perché c'era una realtà un po' difficile...

TG: Era il quartiere della Mala, della Ligera.

Enrico Bertolino: Era il quartiere di una Ligera ancora onesta, quelli che non si spingevano oltre le bastonate. Oggi, invece, tutti dicono: "Sei all'Isola? Porca miseria... Vendi? Perché ci interesserebbe venire lì...". A parte le fashion week e tutte quelle iniziative sulle quali Milano è cresciuta, penso che ci sia stato uno sviluppo positivo (a parte qualche eco-mostro di troppo ndTG) che però non deve lasciare indietro nessuno. È cambiato il profilo sociale del quartiere che da proletario emergente è diventato più borghese, ad uso ufficio e movida. Dobbiamo però ricordarci che anche le periferie fanno parte di Milano. Se dovessi dare un input, ma non sono io a doverlo dare perché io faccio il comico...

TG: Però i comici ultimamente contano in politica...

Enrico Bertolino: Ah beh, certo, ce ne uno che ultimamente ha detto che non sta né a destra né a sinistra, per non essere un bersaglio fisso, forse... Io, sinceramente, mi curerei delle persone che vivono in periferia. L'inurbamento è stato un grande fenomeno a Milano e adesso siamo quasi arrivati a considerare Monza Milano, anche se loro sono targati MB... Attenzione, perché le periferie fanno parte del tessuto urbano e non possiamo più fare come all'epoca delle mure spagnole e chiuderci all'interno di quella cerchia.

TG: Vero. Secondo te, la "Prima Repubblica" era proprio da buttare via?

Enrico Bertolino: No. Finché si parla di Res publica (cosa pubblica) non c'è mai niente da buttare via. Una Res privata mi farebbe più paura.

TG: Grazie Enrico, ma adesso dimmi la verità, ti piace davvero la nuova Isola?

Enrico Bertolino: Sì, io vivo ancora lì. Non ho mai abbandonato il quartiere perché a me piace molto; però ho visto davvero il cambiamento.

TG: La Stecca degli artigiani te la ricordi?

Enrico Bertolino: La Stecca me la ricordo molto bene, ci andavo perché ero lì a fianco, per cui ho fatto molta "attività sociale" lì all'interno. Mi è dispiaciuto quando la hanno abbattuta, però devo dire che ad un certo punto la situazione era un po' degenerata e bisognava fare qualcosa, ci voleva un cambiamento. Avrei preferito che avessero mantenuto la matrice commerciale della vecchia Milano perché quello era un timbro bello.

TG: Adesso sembra tutto finto: bar che aprono e chiudono nel giro di 3 mesi...

Enrico Bertolino: È arrivata Google, ci sono i grandi palazzi, il bosco verticale... Nuovi elementi che hanno arricchito le infrastrutture, ma non bisogna dimenticarsi che ci sono le case Aler lì a fianco. Non si possono chiudere i rubinetti e pensare che la gente sparisca. Non sparisce, bisogna coinvolgerla e farle fare qualcosa.

Reality '80 è a Milano, in corso Magenta 59.

Orari e ingressi: da martedì a venerdì 14.00 –19.00, sabato 9.00 – 12.00, apertura straordinaria sabato 23 febbraio 10.00 – 19.00. Chiuso domenica e lunedì; 25 e 26 dicembre, 1 gennaio.
Fino al 23 febbraio 2019. Ingresso libero. Info: 02.48008015.



lunedì 12 novembre 2018

Giocondamente

"Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama." Henry David Thoreau

Per fare una mostra, non serve uno spazio espositivo, serve innanzitutto un'idea... per una felice coincidenza Boettiana, per oltre un anno mi sono perso nei paesaggi umbri e lombardi di Leonardo.
E, anche se ora, so con certezza chi è Monna Lisa e perché Leonardo ha iniziato a dipingere a Vaprio d'Adda, non importa davvero a nessuno, nemmeno a Leonardo, per cui la triste Duchessa di Milano, con il tempo, al di là della contingenza, divenne il suo rovello sull'idea dell'arte.
Il grande zero dell'arte moderna occidentale... E Fabrizio, come il Piero, ma senza andare in bianco, riparte da qui, come una cura, come un'autoterapia che aiuta a non farci deragliare dall'unica strada che davvero conta , quella delle curiosità e della conoscenza... E per un'altra felice coincidenza, Fabrizio ed io ci siamo ritrovati, all'insegna  di questa ripartenza, all'insegna di una rifondazione che sa di eternità: tutta la vera arte è sempre contemporanea. Luca Tomio, il non-curatore della mostra

Dal giorno 8 novembre 2018, per circa un mese, potrete trovare alla Don Gallery di via Cola Montano 15 le opere di Fabrizio Bixio Braghieri, un artista che produce opere per serie analizzando determinati argomenti. Questa volta Bixio s'è concentrato fino allo sfinimento sulla Gioconda e sul suo feticcio. L'arte in questo caso è stata intesa come terapia e cura del proprio io che ha aiutato l'autore ad uscire da un momento difficile. Ciò che viene mostrato in galleria è il prodotto di circa due mesi e mezzo di questa attività. TG


Giocondamente Don Gallery
Una delle 120 monna lise di Bixio Braghieri

Bixio: Nel 2017 entrai in una crisi, nel senso che avevo delle idee che distruggevo da solo, nell'arco delle 24 ore. Per la prima volta nella mia vita mi imposi un lavoro e mi dissi: Bixio, l'icona dell'arte è la Monna Lisa, tu non andrai a letto la sera se ogni giorno non avrai dipinto una sua rappresentazione. Ho attuato questa disciplina, fino a che, dopo una novantina di lavori, la mia testa s'è ri-aperta. Mi sono finalmente sbloccato accorgendomi che avevo un corpo di lavoro, anzi che chiuderlo ai principi, come sempre. In questo percorso, mi ha aiutato il mio amico Luca  Tomio che è anche il curatore della mostra.


Franco Toselli gallerista Luca Tomio non-curatore
Franco Toselli al bancone del bar della Don Gallery parla con Luca Tomio.

Luca Tomio: Beh, Bixio è un non-artista e io sono un non-curatore.

Bixio: Vero, sono sempre stato un artista invisibile.

Luca Tomio: Insieme abbiamo fatto tre mostre invisibili.

Bixio: In almeno due non c'ero...

Luca Tomio: Questa è la prima mostra in cui è visibile...

Bixio: Parallelamente al mio discorso di rinascita, c'era il suo.  Luca è un mio grande amico e alcune volte lavoriamo assieme. Lui sta portando avanti un discorso più tecnico su Leonardo e la Monna Lisa. Ma è una cosa che può spiegarti meglio lui...

Tony Graffio: Va bene, sentiamo...

Luca Tomio: È come se ci fossimo ritrovati dopo quella che per lui è stata una terapia. Anche se vista da qui può sembrare un'ossessione perché ne ha dipinte tantissime.

Tony Graffio: Mi sembra di capire che lui stia uscendo da questa ossessione, mentre tu ne stai entrando...

Luca Tomio: Bravo. E a un certo punto ci siamo persi entrambi, perché noi milanesi siamo un po' apolidi. Lui è finito su un'isola della Sardegna e io su un'isola di terra che è l'Umbria. Dopo due anni di lontananza, ci siamo re-incontrati e dopo che gli ho detto che ho fatto un lavoro che mi ha permesso di identificare la Gioconda, anzi la Monna Lisa, lui mi dice d'aver dipinto 1000 monna lise. Se fossimo due preti diremmo che questi fatti sono avvenuti per la provvidenza.

Bixio: Ma non lo siamo... (ghigno)


Bixio "Sandokan" Braghieri alla Don Gallery
Bixio "Sandokan" Braghieri alla Don Gallery

Luca Tomio: No, infatti non lo siamo. Lui assomiglia di più a Sandokan e io a Janez... Questa storia oltre ad essere divertente è anche bella, perché ci siamo ritrovati all'insegna della Monna Lisa, solo che lui ne è uscito da questa ossessione, ma io invece non so come fare.

Tony Graffio: Non è mai bello etichettare dei lavori, ma potremmo dire che ci troviamo al cospetto di opere di Brut Art?

Luca Tomio: Può ancora avere un senso parlare di Bel Art? L'arte non è né bella, né brutta. L'arte ormai si confronta con il consumismo e qui sei al supermercato della Monna Lisa. L'artista si misura in base a quanto prende le distanze dal supermercato. Bixio è bravo in questa operazione.


Brut Art
Una parete di Gioconde. A Franco Toselli piace particolarmente il terzo quadretto nella prima fila in alto.

Tony Graffio: Anche tu sei bravo, come curatore.

Luca Tomio: Ma io non ho fatto nulla.

Tony Graffio: Però ci stai raccontando l'opera di un artista.

Luca Tomio: I curatori oggi devono fare un passo indietro, perché ormai gli artisti si curano da soli.

Tony Graffio: L'arte è guarita allora?

Bixio: Sì. In maniera omeopatica. Paradossalmente, grazie alle ossessioni.

Tony Graffio: Quante monna lise hai esposto qui alla Don Gallery?

Bixio: 120?

Tony Graffio: Allora sono circa tre mesi di lavoro?

Bixio: Sì. Ci ho messo circa due messi e mezzo ad uscirne in gloria, alla fine...  Era la mia ultima speranza, perché ero in una loop autodistruttiva.

Tony Graffio: Questa è tutta la tua produzione di Gioconde?

Bixio: Sì. Fondamentalmente sì. Ne mancano solo due che sono in viaggio, ma non sono ancora arrivate.

Tony Graffio: Tutti lavori ad olio?

Bixio: Ci sono molti oli su tela, qualche acquarello, ma ho dipinto anche su altri tipi di supporti, come puoi vedere...


La "Gioconda di Carloforte".
La "Gioconda di Carloforte".

Tony Graffio: Sì, vedo anche una lattina di tonno.

Bixio: Quella è la scatoletta del tonno di Carloforte, dove vivo io. Mi divertiva il fatto che ogni tipo di supporto potesse dire la sua. È una specie di outlet della Gioconda che vedendolo così acquista quasi un senso industriale. In realtà, sono i miei stati d'animo perché ogni giorno è diverso. Io poi sono un po' lunatico, perché diariamente mi sento sempre diverso.

Tony Graffio: Infatti questa Gioconda non sempre sorride... Sulla scatoletta di tonno mi sembra piuttosto seria.

Bixio: Si tratta di momenti diversi.

Tony Graffio: Bixio, ma tu come nasci? Vuoi raccontarmi qualcosa della tua storia?

Bixio: Ho cinquantuno anni, ho iniziato a pasticciare più o meno a otto anni. Poi, grazie alla Galleria Toselli che mi ha supportato, ho iniziato a fare dei discorsi specifici, presi in maniera capillare e sfruttati, quasi, fino a finire un determinato capitolo e portare avanti un determinato processo. 

Tony Graffio: Hai avuto altri stili?

Bixio: No, questo è il mio stile pittorico, più o meno da sempre. Le tecniche vanno da un olio un po' bastardo, agli acquarelli più delicati, ma anche loro sono segnati dai guasti dovuti dal caso. Nel loro caso l'acqua che è un po' l'artefice della loro magia.

Tony Graffio: Si tratta di lavori fatti di getto, vero?

Bixio: Sì, credo profondamente nel getto e sono profondamente anti-accademico. Volendo so disegnare, ho fatto architettura, prima il liceo artistico di via Hajech, quando ero ancora un po' punk... Lì ho imparato a disegnare, ma poi, non pretendo di parlare come Picasso, ma adesso sto disimparando.


Bixio Braghieri
Una "Gioconda espressionista".

Tony Graffio: Ti piacciono gli espressionisti?

Bixio: Esatto, i tedeschi. Il gesto penso che sia importante.

Tony Graffio: Vendi tutto in blocco?

Bixio: Mi sarebbe piaciuto fare una grande installazione e venderla in-toto. Adesso vediamo come vanno le cose. Sentirò Luca che intenzioni ha. Probabilmente, mi porterà in Umbria e da qualche altra parte. La mostra è bella da vedere in questa maniera.

Tony Graffio: Non hai ancora venduto niente?

Bixio: Sì, ci sono dei pezzi in vendita, il gallerista sa tutto, ma io aspetto di vedere come andranno le cose.

Tony Graffio: Certo... I colori dei quadri sono molto diversi tra loro.

Bixio: Come gli umori. Sono dei racconti giornalieri di sensazioni e momenti diversi. Magari penso tanto a cosa fare, ma poi mi esprimo in maniera fulminea.

Tony Graffio: Hai viaggiato tanto in vita tua?

Bixio: Sì, sono stato in Sud-America, poi sono andato in Nord-Europa. In tre anni differenti ho vissuto in tre diverse isole perché adoro le isole. Da quattro anni, sono residente a San Pietro a Carloforte. Questi luoghi mi aiutano molto a concentrarmi perché mi permettono di avere la natura intorno a me. Mi piace camminare, stare lontano dalle puzze e in questo modo far ricominciare a funzionare il mio cervello. Ho una casa a Milano che voglio vendere per prendermi uno studio in questo quartiere, proprio perché mi piace spostarmi di isola in Isola... perché ho un rapporto particolare con le isole. Vado avanti, di ossessione, in ossessione; grazie a questa sorta di diario delle sensazioni sono uscito abbastanza bene dalla mia crisi.

Tony Graffio: Ti sei mai prodotto opere di street art?

Bixio: No. Ci ho pensato, ma preferisco situazioni più intime, per questo mi piace esprimermi sulla tela.

Bixio esporrà prossimamente a Perugia, presso La Loggia dei Lanari.

Tony Graffio: Buonasera Franco, sono Tony Graffio.

Franco Toselli: Ciao, piacere d'incontrarti.

Tony Graffio: mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa di questa mostra.

Franco Toselli: Perché vuole conoscere il mio pensiero?

Tony Graffio: Beh è sempre interessante conoscere il pensiero di un gallerista importante come lei...

Alcune gioconde acquarellate da Bixio

Franco Toselli: Tempo fa, ho ospitato una mostra di Braghieri, amo molto i suoi acquarelli. Guardare l'insieme di questa mostra ti lascia un po' scosso, ma guardando questi quadri uno per uno ti permette di scoprire qualcosa di particolare.

Tony Graffio: A tratti, c'è qualcosa che ricorda un po' Van Gogh...

Franco Toselli: No no, gli artisti hanno sempre usato il colore e hanno usato la materia. Se usi la materia pensi a Van Gogh, se usi il monocromo pensi ad un altro, ma bisogna cercare di non pensare troppo e cercare di entrare nel lavoro. Sul momento mi sono trovato un po' disorientato, ma ogni tanto scopro un piccolo gioiello che mi piace. Senza esagerare...

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mercoledì 28 ottobre 2015

Ecomostri e memoria

L'Ecomostro milanese messo a nudo in tutto il suo splendore 

L’Isola per quasi sessant'anni, nel periodo pre e post bellico, è stato un quartiere povero e industriale di Milano. Dopo il Garibaldi, ha subito negli ultimi cinque/dieci una rivoluzione urbanistica eccezionale, riportando in auge “la vocazione dinamica e modernista della città” di cui l'edificio di via Confalonieri soprannominato il Rasoio rappresenta l’ultimo e piu’ eclatante atto. Per quanto riguarda la vicenda di questa enorme costruzione coinvolta nel fallimento del suo ideatore, Ligresti, rimando all'articolo del Corriere…) L'autore sembra interessarsi solo al problema di facciata, evitando di entrare nel merito della questione speculativa, ma la lettura del testo è utile per conoscerne i retroscena. Per parte mia vedrò se la questione può essere affrontata da un punto di vista più generale.

Via Ferrante Aporti

E' rimasto affumicato dalle bombe
il muro fino all'Osteria. Macchie
su macchie lisce inosservate, senza
nomi, senza fiori. Nessuno lo sa.
Il vecchissimo oste passa e ripassa
e non mi vede, non mi chiede
cosa ci faccio in piedi lì fuori.

Mario Benedetti
(in Tersa Morte)

Fino a trent’anni fa, scendendo dal ponte Bussa per imboccare via Borsieri, si poteva ancora vedere una testimonianza, forse già allora l’ultima, di quelli che sono stati per Milano i bombardamenti. Incoraggiato dall’audacia di colui che considero uno degli ultimi geni artistici, Gordon Matta Clark (figlio illegittimo della signora Clark e del celebre surrealista Roberto), avevo concepito un lavoro che ne sottolineasse la presenza e in qualche modo ne cristallizzasse la memoria: un enorme muro alto quattro o cinque piani si abbatteva inclinato sui resti di una casa sventrata proprio all’angolo destro fra quella via e la Confalonieri (Fotografie 1 e 2). 

Fotografia n.1 di Federico De Leonardis

Fotografia n. 2 di Federico De Leonardis

Le superfici sconcie e derelitte, che testimoniavano la vita rimasta attaccata alle tappezzerie o alle piastrelle di ex cucine o cessi, il muro le avrebbe in qualche modo eternizzate, squillando una presenza indelebile a memoria delle distruzioni subite da Milano durante la guerra. Ricordavo la poesia di Malte1 e del silenzio da lui evocato a proposito dei muri sventrati nella Parigi dell'inizio del secolo scorso. Purtroppo non mi è stato consentito attuare il progetto e pochissimi anni dopo lo “sconcio” è stato cancellato da una nuova costruzione: un edificio a cinque piani nello stile anonimo dei nuovi palazzi sorti un po' dovunque in città negli anni della ricostruzione, questo però aspirante al “lusso”. Si sa, la pressione all’inurbamento non aveva cessato di premere a cancellare qualsiasi memoria sgradita alla sua ”vocazione dinamica e modernista”. La mia delusione fu grande: si fa sempre fatica ad accettare la realtà, malgrado la coscienza che le possibilità di spazi per le opere d'arte offerte dalla pubblica amministrazione (di destra o di sinistra che siano) sono sempre scarsissime. Comunque è giusto così: ubi major...
Torno alla mia passeggiata trent'anni dopo.
Triste viaggio attraverso un quartiere pur stato vivo: tutti ricordano il fermento sessantottino e degli anni settanta, in cui giravano per il quartiere spinelli e gruppi politici attivi nell'estrema sinistra e Stecche di volonterosi artigiani, abbarbicati alle mura dell'ex Brown Boveri, ti aggiustavano la bici con pezzi di ricambio raccolti chissà dove o ti rifacevano uno sportello per quatto sghei! Triste memoria di mio figlio architetto, partito per le americhe latine a cercare un nuovo possibile approccio al proprio mestiere (non lo vedo da quattro anni), ma consolazione almeno che, se gli sono state rubate le utopie dall’orda barbarica della speculazione selvaggia del liberismo senza freni, lui non ha visto lo scempio perpetrato.
Parliamoci chiaro fin da subito: io dico scempio e qualcuno non proprio a torto potrebbe accusarmi di nostalgia e pensarla esattamente all'opposto: il quartiere ha fatto un salto di qualità notevole, si è ripulito, le superfici di vetro hanno sostituito muri cadenti e case di ringhiera, il verde tutto sommato non manca, ragazze ben vestite e pettinate circolano liberamente e affollano i numerosi bar e ritrovi che hanno invaso i pianoterra. E tu cosa pretendi, che le città non si trasformino? La Parigi pre-Haussmann? La Milano dell’Adalgisa?
Sono cosciente di imboccare una strada in salita, di andare controcorrente: i tempi premono verso quella che io chiamo, un po' impropriamente lo so, una svizzerizzazione internazionale. Perché Milano dovrebbe essere diversa da Singapore, New York, Shangai ecc e del resto la vita si trasforma, stupido pensare di arrestarne l'andazzo e la città ne è lo specchio. Anzi, la differenza fra un nostalgico come me e un'archistar di oggi è proprio il successo e il mio discorso sa di invidia. Del resto anche la cultura storica mi dà torto: la Roma di Borromini e c/o per essere quella che è ha dovuto sventrare l’urbe paleocristiana, lasciando sopravvivere solo qualche basilica. Anzi, malgrado la pressione alla sua periferia dei palazzinari (il cui erede oggi ha pretese di Sindaco2), rimane la testimonianza unica al mondo di una coerenza urbanistica barocca e pazienza che orde del nuovo cancro (parlo del turismo naturalmente) cerchino di invaderla quotidianamente. Pazienza perché è ancora possibile godersi lì, fra un giubileo e l'altro, fra un expo e l'altro un'antica coerenza estetica: anche questa è memoria, centrale e non semplicemente centro storico.
Continuando la passeggiata per il quartiere mi veniva in mente la frase di un mio antico professore alla facoltà di Architettura di Firenze, Quaroni: “La città è come un uomo, non puo’ vivere senza memoria”. Come no, gentile Ludovico, forse che quello che è stato chiamato l'ecomostro di via Confalonieri non alloggerà felici futuri speculatori edilizi pronti a gentrificare3 altre parti della città? Morto un Ligresti se ne fa un altro: aspettiamo solo che il Galfa (ex proprietà dello stesso speculatore fallito, a due passi dall'Isola, svetta ancora il nobile esempio di un'architettura razionalista) arrivi a una decrepitezza tale da giustificare l'azione delle turbe di nuovi pescecani ansiosi del suo abbattimento per sostituirlo con un più alto e più redditizio grattacielo: un’altra fetta di memoria di autentica vocazione modernista della città sarà cancellata.
Ricordo un mio nostalgico viaggio di circa vent'anni fa nella Chicago di Sullivan e Richardson e la delusione di non riuscire a vedere gli edifici che solo pochi anni prima il buon Benevolo mi aveva propinato sulla sua famosa Storia dell'Architettura moderna: erano stati distrutti e sostituiti con costruzioni ancora più alte e più audaci. Nello stesso viaggio mi colpì pure incontrare a Filadelfia non più di cinquanta metri (sic!) di case (o semplicemente delle loro facciate?) di un'antica via: in mezzo alle nuove costruzioni esibivano ridicolmente lo scrupolo che all'ultimo minuto aveva colto gli americani a distruggere totalmente il ricordo visivo delle loro origini: la Nuova Inghilterra. Il Museo regge, mi sono detto, almeno quello regge, ma basta? Il museo è l'altra faccia della svizzerizzazione dilagante, la prova della cattiva coscienza della società occidentale: dove si distrugge, si conserva un resto bell'impachettato e illuminato e turbe di vecchietti in pensione in cerca di “emozioni tardive” renderanno l'investimento redditizio. Sic transit gloria mundi.
All'Isola (abito ai suoi margini, a Nord) la domenica sera frequento, in uno “squallido” e anche lui nostalgico Arci di Via De Castilla (Metissage), un cineclub digitale, Zarbo d'essai (il cui nome ricorda, rovesciato, il celebre Obraz di Eisenstein e dopo di lui il non meno favoloso cineclub del quartiere Garibaldi, morto per sfratto negli anni novanta – pare che questa pratica colpisca come un virus un po' dovunque, vedi l'Apollo e prima il De Amicis), diretto da uno “squallido” e nostalgico ex sessantottino, Nereo Rapetti (ottimo fotografo che ci propina pellicole nuove e vecchie spesso di notevole interesse). E' opportuno qui ricordare che proprio da via De Castilla, a ridosso della stazione Garibaldi, si accede alla famosa piazza dedicata a quel pessimo architetto che ha firmato il restauro di una piazza milanese (ma a Milano esistono piazze e non solo spartitraffico?) a sua volta dedicata a un famigerato assassino di popoli, Luigi Cadorna: tutto si tiene. 

3 La Casa della Memoria, sullo sfondo Unicredit Tower e Bosco Verticale 

La frequentazione domenicale di cui parlavo mi ha permesso di vedere in pochi anni moltiplicarsi in altezza il cemento, rosso, della Casa della Moda (Moratti) (Fotografia 5), quello giallo della sede dell'Apple (Pisapia), restiling (neologismo di FDL ndTG) degli ex grattacieli Perotta delle Ferrovie Nord e infine, coperto da un enorme cartellone pubblicitario (della Unipol), l'edificio di ligrestriana memoria.

4 Incombenze

5 Restyling dei grattacieli delle Ferrovie.
 Progettati dall'arch. Perotta negli anni di Craxi; a destra in basso (non inquadrato ndTG) l'ingresso dell'Arci Metissage.


 6 Unicredit Tower, Cortiletto 

En passant, il senso di soffocamento dovuto al restringersi progressivo di qualsiasi dimensione spaziale che non fosse la verticale non mi ha impedito di immaginarmi un po' malignamente la sorpresa degli inquilini della palazzina Borsieri Confalonieri, che ha annullato il mio antico sogno di scultore, a vedersi restringere giorno dopo giorno l'angolo di cielo così faticosamente conquistato nell'ex Isola.

7 Le "cassettiere" del Bosco Verticale di Boeri svettano come funghi

8 Il Bosco Verticale di Boeri

Pis par ti, te la sei voluta, piccolo borghese con quattro soldi in tasca, anche se oggi il tuo investimento è moltiplicato dallo svettare come funghi (è il caso di usare questo sostantivo, vista la velocità con cui sono sorte) le cassettiere di Boeri. Ma tirem innanz. Con 150 anni di ritardo l'angolo di una mini New York riviveva attorno a me sottolineato dalla mesta presenza di un nespolo che resiste caparbio alla chiusura dei cieli (Fotografia 8).
L'uomo a una dimensione fa strage dei consimili, il Cromagnon estingue il Neanderthal. E i nostalgici, a  parer mio.

9 Il nespolo semi-soffocato dai nuovi palazzi

10 L'ecomostro abbandonato nel bel mezzo di quello che poteva essere un piccolo polmone verde per un quartiere che negli ultimi tempi ha subito ogni genere di "trasformazioni"
(didascalia di TG)

Ma concludiamo. Francamente, non capisco perché prendersela tanto con l'ecomostro di Ligresti, quando convive con altrettanti anonimi rappresentanti, verticali o miseramente seduti, verdi o gialli che siano, di un'architettura che ha perso il senso della bellezza e si è ridotta a essere semplicemente volume, quando non mera facciata, in un contesto urbanistico senza alcun disegno di insieme. Per essere precisi, senza un Piano. Il fatto che la lezione di Borromini e di Sisto V si sia ridotta a museo per il turismo mondiale, che altrettanto, se non ancora di più, la vita abbia disertato città come Venezia e Firenze è grave, ma che l'architettura contemporanea dimostri una memoria ancora più corta e faccia fatica a ricordare che esisteva un tempo non lontanissimo che permetteva a un Le Corbusier di produrre delle utopie urbane è semplicemente catastrofico. I buoi sono irrimediabilmente scappati e andarli a cercare un inutile esercizio. Federico De Leonardis

11 Come interpretare un'immagine pubblicitaria: il Rasoio di Ligresti mascherato dalla Giunta Pisapia con un altrettanto mostruoso cartellone, guarda caso, degli amici banchieri di Unipol
(didascalia di TG)


Da via Federico De Confalonieri

Note:

1. ”Case? A esser precisi si trattava di case che non erano più là. Case demolite in tutta la loro lunghezza. Quelle rimaste erano le altre, le case accanto, le alte case vicine; esposte certo al pericolo di crollare, da quanto si era tolto loro ogni sostegno – perché tutto un'apparato di lunghi pali incatramati si stendeva diagonalmente tra il terreno ingombro di macerie e i muri denudati. Non so se ho già detto che è a questi muri che intendo riferirmi; non però al primo muro delle case rimaste (come si potrebbe ancora supporre) – ma all'ultimo delle scomparse. Si scorgevano, ai diversi piani, pareti a cui ancora aderiva la tappezzeria; qua e là, l'aggetto del pavimento o del soffitto. Correva lungo le pareti, per tutta la lunghezza del muro, uno spazio bianco-sporco, attraverso il quale si svolgeva, con sconce spirali da verme, simile a un intestino, la conduttura rugginosa e scoperta delle latrine. Sulla cornice dei soffitti i tubi del gas illuminante avevano lasciato grigie tracce come di polvere... La vita tenace delle stanze non si era ancora lasciata sopprimere”. (Rilke tradotto da Giorgio Zampa)

2. Alfio Marchini
     
3. Il termine urbanistico è nuovo, significa grosso modo un'operazione di quei piani regolatori che promuovono al centro l'insediamento esclusivo di edilizia residenziale di lusso, che a sua volta, automaticamente, favorisce l'allontanamento in periferia delle classi povere e medie per una maggiore valorizzazione delle aree. Il processo procede automaticamente, e la separazione delle classi di reddito è sempre più netta.


Via Federico De Confalonieri

Tutti i diritti riservati. Testi di Federico de Leonrdis Fotografie FDL e TG
  

sabato 12 settembre 2015

Personaggi improbabili all'Isola

Due lavori firmati Espi, ma completamente diversi, uno è un collage in B/N all'ingresso del sottopassaggio che porta alla Stazione Garibaldi da via Guglielmo Pepe, l'altro è uno stencil in tricromia che campeggia su un muro in via Jacopo dal Verme, angolo via Strabone. Uno è più semplice, l'altro maggiormente dettagliato; uno più moderno, l'altro più tradizionale; uno rappresenta  un personaggio che sembra essere uscito dal passato e che forse avrebbe potuto vivere in questa città circa 100 anni fa; l'altro è un personaggio più onirico, o cinematografico che sembra una maschera pensata appositamente per tempestare di incubi i nostri sonni, un po' come accadde a Donnie Darko con lo strano coniglio antropomorfo che lo tormentava fino al termine del film da mondi paralleli.

Uomo mascherato da coniglio a strisce
Fotografato con Pentax K-01 e Auto REVUENON MC 35mm f 2,8 M42X1

Uomo baffuto della belle époque
Fotografato con Nikon D3300 e zoom AF-S DX Nikkor 18-105 f 3,5-5,6G ED VR (focale 50mm)

Personaggio a strisce fotografato con Asahi Pentax Spotmatic II con Super Takumar 50mm f 1,4