lunedì 14 dicembre 2015

Tornano i manifesti di Mr. Di Maggio

L'arte è legata al talento di chi la fa.
Questo vuol dire che ci possono essere artisti in ogni forma espressiva, ma non basta esprimersi con un determinato mezzo per essere artisti. Se non c'è talento non c'è arte. 
E non basta un'idea. Se fosse sufficiente un'idea per fare dell'arte, ogni sogno sarebbe un'opera ed ogni sognatore un artista. Forse un giorno, quando gli esseri umani saranno solo spirito e niente materia, sarà così, ma per adesso siamo ancora fatti di carne.

In molti mi stanno chiedendo d'abbandonare i miei interessi per la street-art per dedicarmi definitivamente a scrivere di forme d'espressione più elevate; non posso dire di non aver preso in considerazione quest'idea perché il tempo non basta mai e da soli si fa molta fatica a seguire tutto e questo fatto implica di dover prendere delle decisioni che possono portare ad escludere argomenti, o artisti di pregio, a favore di altri che potrebbero sembrare più scontati, meno preparati, o con meno contenuti nelle loro opere. O magari che non sono nemmeno artisti...
Effettivamente, prendere dei colori o una bomboletta per andare per strada a disegnare qualcosa, o anche lasciare una scritta, un foglio, oppure un semplice adesivo su un muro, sta diventando una pratica molto diffusa. In una società che spersonalizza e appiattisce tutto, ognuno cerca di lasciare una traccia del suo passaggio, anche solo con delle tag che dicano, io ci sono, io esisto. Non tutto è arte, anche se tutti vorrebbero essere artisti, per esprimere delle idee originali dobbiamo conoscere tutto quello che è accaduto in passato ed è per questo motivo che non ci può essere arte senza cultura. Io però sono convinto che sia importante continuare ad osservare quello che accade intorno a noi, non soltanto nei musei e nelle gallerie d'arte, ma per le strade e documentare i segni dei tempi che viviamo, perché tutto quello che succede intorno a noi fa parte di noi dei nostri usi, della nostra vita e della nostra cultura, anche se questo non sempre vuol dire che ciò che è costume diventi arte.
Stiamo vivendo in un'epoca in cui la dittatura della massa impone comportamenti e scelte che favoriscono lo sviluppo di una cultura popolare che pur avendo i suoi limiti non può essere ignorata. La street-art rappresenta il movimento artistico a cui aderiscono più persone ed è per questo motivo che è giusto continuare a parlarne, a mostrare ciò che la gente fa, anche perché, a differenza di altre forme di espressione, quello che viene lasciato sui muri e per le strade ha spesso un ciclo vitale abbastanza breve che si può rivedere soltanto attraverso immagini fotografiche e cinematografiche. A meno che alcune opere vengano ad essere inglobate nel pensiero e nella vita di una generazione attraverso la grafica, la moda, i giornali, i fumetti ed altri media che veicolano il pensiero di chi è stato capace d'esprimere qualcosa d'importante. TG

Delle demoiselle baffute intorno ad una sfera ci parlano di donne che occupano  l'Andron di un mondo moderno in cui generi e ruoli si confondono sempre più

Pedalare senza ruota anteriore è ancora un segno evidente di smarrimento per l'uomo contemporaneo

Per rivedere i manifesti di Mr. Di Maggio precedentemente affissi a Porta Volta cliccate qui.

I nuovi gadget di Tony Graffio non sono in vendita. Si possono avere solo ricevendoli in regalo direttamente dal pazzo documentarista milanese, in segno di stima ed amicizia, o per meriti artistici/culturali.


sabato 12 dicembre 2015

Le professioni del Cinema Digitale, il DIT

Ho incontrato Emanuele Bonapace un giovane studente di cinematografia elettronica che ci spiegherà qui di seguito i compiti di una nuova figura professionale, il DIT, e le attuali necessità delle produzioni. Ho pensato che può essere interessante in un'epoca in cui sono cambiate tecnologie, competenze, abitudini e modelli produttivi, rivedere di che cosa si occupano le figure professionali che realizzano un prodotto audiovisivo e sapere quali sono i nuovi compiti delle persone che fanno parte di una troupe cinematografica o televisiva, pertanto può essere che anche in futuro ritornerò su questo argomento.
Inoltre, il lavoro di colui che si occupa del flusso video e dei dati registrati apre anche la possibilità di fare considerazioni su quelle che sono le modalità impiegate per conservare i dati in archivio.

Tony Graffio intervista Emanuele Bonapace

Tony Graffio: Ciao Emanuele, di che cosa ti occupi esattamente?

Emanuele Bonapace: Sono uno studente che sta preparando la sua tesi sui problemi relativi al flusso dei dati digitali e, al tempo stesso, sono un libero professionista che si occupa di video e di fotografia digitale. Ho molta passione per il workflow digitale e per quello che potrebbe essere l'attrezzatura che gestisce questo flusso.

TG: Che tipo di preparazione hai avuto?

EB: Ho iniziato a studiare grafica e stampa tipografica offset agli Artigianelli di Trento, poi mi sono appassionato alla fotografia nel 2011 e con l'avvento delle DSLR che hanno introdotto la possibilità di registrare video digitali, tipo la Canon 5D Mark II, ho iniziato anche a girare dei video ed infine ho deciso di approfondire le conoscenze in questo settore che ha finito per interessarmi e piacermi ancor più della fotografia. Adesso lavoro sia come fotografo che come videomaker. Lavoro anche in altre situazioni, proponendomi in varie vesti. Con Canon collaboro in qualità di Canon Specialist.

TG: Tu sei venuto a Milano per motivi di studio?

EB: Sì, io sono trentino, vengo da Pinzolo e sono venuto qua per frequentare una scuola di cinematografia digitale, poi, anche grazie al fatto che ho sempre cercati di frequentare degli eventi aziendali, come questa giornata organizzata da Panatronics che sta presentando Red ed altri prodotti da loro distribuiti, sono entrato in contatto con varie persone che mi hanno inserito in varie realtà lavorative. E' un po' quello che mi è capitato con Canon, dopo che mi hanno conosciuto, mi hanno chiesto di andare ad aiutarli e da lì ho iniziato ad inserirmi in questo ambiente.

Ultimamente gli uomini preferiscono le "Rosse"
RED Day, 30 novembre 2015, ai Vanguard Studios di Panatronics

TG: Che scuola stai frequentando adesso?

EB: Il SAE Institute di Milano, una scuola che quando è partita formava dei professionisti nel settore audio ed esiste in Australia già da circa 30 anni e poi s'è diffusa un po' per tutto il mondo, approfondendo anche l'indirizzo del Digital Filmaking, partendo dalla storia del cinema fino ad analizzare il lavoro del DOP, dell'operatore di ripresa, del tecnico audio, fornendo anche delle nozioni generali su tutto il percorso produttivo di questo settore dal montaggio a tutte le altre mansioni. Di fatto è un corso di laurea triennale concentrato in due anni e mezzo, in quanto noi ad agosto, per esempio, facciamo solo due settimane di pausa e poi riprendiamo subito con le lezioni. Questa scuola ha un sistema formativo molto intenso.

TG: Tu che figura professionale vorresti rivestire?

EB: Io sono molto interessato all'ambito del direttore della fotografia e dell'operatore alla macchina e anche alla mansione svolta dal DIT, cioè di colui che aiuta il DOP ad usare le macchine da ripresa ed a gestirne i dati.

TG: Spiegami meglio in che cosa consiste il lavoro del DIT e che cosa significa questa sigla.

EB: Il DIT è un tecnico che si occupa del Digital Interface Technology, ovvero della gestione della tecnologia e della digitalizzazione e per questo molto spesso è presente sul set durante la produzione. Questa figura professionale si occupa praticamente di fare i back up del girato, durante le riprese, conosce i codec delle macchine, sa i bitrate, ha competenze per l'archiviazione, sa che tecnologie è meglio utilizzare per il trattamento dei dati e la loro conservazione, l'usb3 gli ssd e tutto quello che concerne il flusso digitale dei dati.

TG: Normalmente, però queste cose le sa anche un DOP...

EB: Non sempre, ci sono delle differenze importanti che talvolta capita di non prendere in considerazione, specie quando si inizia a girare con macchine da presa un po' complesse che registrano in Raw, tipo la Red, per esempio. Molti DOP si concentrano e conoscono meglio le caratteristiche di resa cromatica di un sensore, oppure la sua gamma dinamica e quello che concerne il risultato finale di un file. Capita però che non sappiano bene quanto spazio occupa un file, che sistemi d'archiviazione usare, quanti hard disk servono per tenere in sicurezza quei file, o quali sono le velocità di trasferimento. Quanto spazio dev'essere utilizzato e quanto costa. Se si prende in considerazione solo il costo della macchina, ma poi non si sa che se giri per una settimana con la Red ti servono 10 Tera di spazio d'archiviazione e pertanto bisognerà anche noleggiare, o acquistare degli Hard disk
speciali che siano un po' veloci e anche delle interfaccia altrettanto veloci, tipo le Thunderbolt, oppure delle usb3 o qualcosa in fibra. Tutti questi aspetti del flusso dei dati vanno tenuti in considerazione perché possono ottimizzare molto quelli che sono i tempi sul set ed anche i costi. Un problema al quale spesso non si pensa è dove inserire i costi d'archiviazione in fase di preventivo ed a chi farli pagare.

TG: Inoltre il DIT è una figura operativa sul set.

EB: Sì, vero, sul set il DIT è il responsabile del flusso dei dati e potrebbe anche fare da monitor operator occupandosi anche del cablaggio dei monitor, ma la sua funzione più importante riguarda il back up e l'archiviazione dei dati. Potrebbe essere molto utile fare in tempo reale il proxy o mettere delle LUT (lookup table) sul monitor per evitare al regista di vedere in modo flat il video che esce da una macchina in S-Log. Sui set delle produzioni più grosse esiste la figura del Video Assist, ma in certi casi, su produzioni un po' più piccole, questa mansione potrebbe essere svolta dal DIT. Ovviamente, né il DOP né l'operatore alla macchina possono occuparsi di queste cose perché l'operatore deve restare in macchina e il DOP segue il lavoro degli elettricisti, oppure è impegnato al fianco del regista.

TG: Come ti è capitato d'interessarti del flusso video?

EB: Mi sono un po' sempre interessato a questi argomenti perché sono appassionato di tecnologia ed ho ritenuto questo aspetto della produzione fondamentale per l'organizzazione di qualsiasi lavoro. Con la fotografia ero partito a prendere in considerazione le schede veloci perché se scatti in Raw a raffica, poter disporre di schede veloci significa non bloccare le funzioni della fotocamera durante la ripresa. Una scheda lenta, dopo 5-6-7-10 scatti va in buffer e blocca tutto. Grazie al fatto di aver dovuto risolvere questo piccolo problema, ho iniziato ad interessarmi di come fare ad ottimizzare il workflow anche in altre situazioni. Nel video, dove con l'avvento dei file Raw un bitrate sempre più veloce ha richiesto nuove modalità d'immagazzinamento dei dati e porte più veloci. Attualmente, sto effettuando una ricerca sulla velocità del trasferimento/immagazzinamento dati ottimizzandola anche dal punto di vista dei costi ed ai tempi. Non sempre serve un'estrema velocità perché può capitare che troviamo dei limiti fisici nell'Hardware, quindi non avrebbe senso avvalersi di sistemi troppo veloci quando si creano dei colli di bottiglia in qualche fase del processo produttivo. Mi sono accorto che molte persone non prendono in considerazione certi problemi, non perché non li vogliano prendere in considerazione, ma piuttosto perché c'è molta disinformazione.

TG: Un altro problema importante nell'archiviazione dei dati è quello della sicurezza, tu cosa ne pensi? Come si può archiviare qualcosa in modo sicuro?

EB: Trovare un modo sicuro per archiviare i dati è la fase finale del lavoro del DIT. Nell'archiviazione è importante che i dati si conservino bene nel tempo, ormai non si usano più i nastri a questo scopo, ma generalmente degli Hard Disk. E' fondamentale sapere quanto durano nel tempo questi dispositivi ed altri supporti che noi potremmo scegliere d'utilizzare. Quanto possiamo stare tranquilli dopo aver archiviato dei dati? Questa è una domanda giusta alla quale però attualmente nessuno sa rispondere con precisione. Sappiamo che, prima o poi, tutti i supporti per l'archiviazione degenerano e provocano il deterioramento dei dati immagazzinati o addirittura la loro perdita.

TG: Secondo te, quale potrebbe essere un metodo sicuro per archiviare negli anni un prodotto audiovisivo?

EB: Dipende un po' dal budget di cui si dispone, si possono prendere in considerazione degli Hard Disk sicuri, però questa scelta mi obbliga a dover fare almeno 3 copie di ogni file immagazzinato e a dover ritrasferire tutto periodicamente perché è stato calcolato che tutti gli Hard disk prima o poi si rompono ed un periodo medio di sicurezza, prima di un loro cedimento, potrebbe essere 4 anni. Stesso discorso per gli SSD perché queste memorie hanno un ciclo di OPS limitato (operations per second). Chiaramente, anche quanto si utilizzano questi supporti influisce sulla loro durata, però si sa che ogni supporto ha una sua vita ed al temine della loro vita poi bisogna chiedersi: adesso cosa faccio con questi dati? Li perdo? Li butto via? O li voglio tenere? Può essere che non ci sia sempre la necessità di conservare tutto definitivamente.
Io ho un Hard Disk di 10 anni che funziona ancora, però per l'archiviazione non ci si può basare sulla fortuna, ma su dati certi che purtroppo nessuno riesce a fornirmi. Se la casa di produzione di un Hard Disk mi dice che i suoi prodotti durano per 4 anni ed io supero questa durata, già sto prendendo un rischio, inoltre il fatto che mi si indichi una durata, piuttosto che me la si garantisca è un fatto che già mi fa capire che un Hard Disk si potrebbe rompere anche prima di questi 4 anni. Per non correre rischi e conservare i miei dati in sicurezza, in 10 anni io potrei sostituire i miei supporti 3 volte. Quanto mi costa questa operazione. Quanto mi costano degli eventuali sistemi alternativi?
Un altro aspetto da considerare è quello che buttar via degli Hard Disk ad intervalli di tempo regolari contribuisce ad aumentare la spazzatura d'origine tecnologica e l'inquinamento ambientale; finché questi scarti sono prodotti da un privato o da un libero professionista è un conto, ma quando gli innumerevoli Terabyte di scarto originati da un server o da una casa di produzione un po' grande, anche queste considerazioni ecologiche diventano assolutamente importanti.

TG: In questa tua fase di studio del problema, ti sei rivolto anche ad aziende di grandi dimensioni?

ED: Sto iniziando proprio in queste settimane ad intervistare persone e società abbastanza note.

TG: Ricapitolando, mi potresti elencare pregi e difetti dei vari supporti di archiviazione?

EB: Non ho ancora terminato di raccogliere i dati relativi a quello che mi stai chiedendo, però dopo aver parlato con alcuni miei colleghi ed altri professionisti, ti posso dire che come interfaccia è ancora molto presente l'usb2 e la firewire800, anche se l'usb3 si sta facendo largo già da qualche anno, anche se non c'è ancora stato un aggiornamento per tutte le workstation, anche importanti, per motivi di costi. I passi consecutivi sono i Nas le porte thunderbolt o le Sata, per quello che riguarda i pc.
Gli Hard Disk forniti dalle grandi case come Red sono molto veloci, anche secondo la mia esperienza d'utilizzatore, però mi sono molto fidato di quello che ho trovato in rete su youtube, siti vari e consultando le specifiche tecniche fornite dai costruttori.

TG: Beh, però in un momento in cui abbiamo scoperto che ci sono ditte che dichiarano quello che vogliono fintanto che poi vengono smentite da prove strumentali, come facciamo a fidarci di quello che viene scritto o detto dai fabbricanti di schede di memoria, Hard Disk o altri dispositivi e supporti?

EB: Sì infatti, bisogna ricorrere a test pratici. Tra le case più affidabili per quello che dichiarano, io citerei San disk. Mi è capitato di provare nel mio computer delle loro schede che erano date per 95 Megabits, provarle ed ho visto che la velocità risultava essere 94,5 Megabits. Per altre marche il dato era più teorico, oppure un asterisco indicava che i dati facevano riferimento a loro test interni. Provandole poi ti accorgi che quelle velocità sono 10%-20% o addirittura anche 50% più lente di quello che loro indicavano. In questi test è sempre molto importate considerare l'Hardware che si sta utilizzando, a me è capitato d'aver comprato una scheda che va a 150 Megabits, però il mio Hardware non supportava quella velocità ed il mio lettore di schede si fermava a 130. Dopo varie analisi d'approfondimento per capire perché non riuscissi a raggiungere i 150 Megabits, ho scoperto che questo era dovuto per un limite del mio lettore di schede e quindi ne sono andato a comprare uno più veloce. Un prodotto che ritengo interessante è il Lexar Hr2 che è un dispositivo Thunderbolt basato su attacco usb3, una specie di torrette di cui si possono comprare i vari blocchi per lettori di schede e poi collegarmi al Mac e viaggiare con velocità che non vanno mai a saturare l'Hardware.
Per quello che riguarda l'archiviazione, possiamo prendere in considerazione gli SSD e gli Hard Disk tradizionali. Non ci sono molte altre alternative, adesso è uscito un prodotto nuovo di Sony, l'ODA che bisognerebbe provare e conoscere meglio, prima di poterne parlare con precisione. Un'altra alternativa molto valida può essere quella dei server, ma qui parliamo di qualcosa di costoso, nell'ordine dei 10-20 o 30000 euro che generalmente si possono permettere solo le grandi case di produzione.

TG: Ok, parlando solo di SSD e HD, ogni quando bisogna fare un back-up?

ED: Dipende, io ultimamente sto utilizzando un Raid fisico basato su 5 HD che ritengo un sistema abbastanza sicuro. Naturalmente, quando ho il tempo per farlo vado anche ad archiviare tutto su un altro HD. Ad ogni modo un sistema Raid che suddivide i dati su più HD aggiungendo anche delle informazioni (formule matematiche tipo equazioni) che servono poi alla ricostruzione dei dati. Ci sono sistemi che si basano su Raid 5, Raid 6, Raid 10, con riferimento a quanti HD utilizzano i sistemi Raid per l'immagazzinamento, la suddivisione e la ricostruzione dei dati salvati. Più HD vengono utilizzati, più i miei dati sono al sicuro.

Emanuele Bonapace, 23 anni, DIT

Tutti i diritti riservati


mercoledì 9 dicembre 2015

The Bottleman

Ieri ero veramente di corsa, non avevo tempo di fermarmi, ma sono riuscito a scattare due fotografie al volo, o meglio camminando speditamente, di questo artista di strada che mi è sembrato abbastanza bravo: non tanto per il fatto che riuscisse a suonare una melodia molto bene, percuotendo delle bottiglie come un vibrafono e nemmeno perché riuscisse a farlo con gli occhi bendati, ma per il fatto che lo facesse da ebbro, dopo averle svuotate del contenuto alcoolico ed averle parzialmente riempite d'acqua.
Ovviamente, sto scherzando, non posso averne la certezza. Soltanto il sospetto. TG

Bottleman street artist
Con uno scatto solo sono riuscito a far coincidere la street-photography la street-art...

Bottleman
Suonatore di bottiglie ubriaco in via Paolo Sarpi all'angolo con via Paolo Lomazzo

Quali segreti nascondono le gallerie d’arte? Intervista a Joe Iannuzzi


Continua il nostro percorso nel mondo del mercato dell'arte. Dopo fiere e case d'aste, oggi affronteremo il tema delle gallerie d'arte e cercheremo di dare un volto alle varie tipologie di collezionisti.

Tunnel o gallerie
Gallerie o tunnel?

Tony Graffio: Ciao Joe, questa volta da te vorrei sapere: che cosa ti ha spinto a diventare un gallerista?

Joe Iannuzzi: Fin da piccolo mi piaceva osservare le cose che avevo attorno, capire come funzionavano. Sai, mio padre era un collezionista e grazie a lui in gioventù mi appassionai all'arte. Frequentavo gli studi degli artisti e parlavo con loro. Senza mio padre e la sua collezione di opere, probabilmente non avrei mai fatto questo lavoro.

TG: Ci puoi parlare della tua galleria?

JI: A New York, ho uno spazio molto bello e insieme ai miei collaboratori organizziamo il lavoro: mostre, fiere, rapporti con artisti, etc.

TG: Che cosa è una galleria d’arte?

JI: E' un’attività commerciale dove si vendono dei beni: quadri, sculture, disegni, etc, che dovrebbero avere anche una valenza culturale-storica. E’ anche un luogo di incontro tra le persone, dove si conosce gente e si instaurano rapporti d’affari. Per le gallerie più note anche un ritrovo per la gente “che conta”, un posto alla moda.

TG: Vorrei sapere cosa pensi delle Gallerie Italiane?

JI: Vedo una realtà molto frammentata: tante gallerie medio-piccole, tutte a curare la propria nicchia di mercato. Di gallerie importanti, intendo quelle che partecipano a fiere internazionali di un certo peso, non sono molte: diciamo che per contarle bastano due mani o meno. Nonostante ciò ti posso dire che trattano artisti con alle spalle una storia e/o un mercato.

TG: Perché questa situazione ?

JI: Probabilmente, essendo ormai l’arte considerata come un qualsiasi bene materiale, tutti possono vendere tutto, senza nemmeno una competenza così approfondita. Gallerie di basso livello e con poco supporto economico-finanziario fanno proposte non valide sia per quanto riguarda il nome degli artisti esposti che per quanto riguarda la qualità e quantità del lavoro che svolgono esse stesse. Quelle invece di un certo livello riescono ad avere relazioni con altre gallerie internazionali e creare una sinergia sugli artisti. Vedo anche che alcune di queste gallerie più note stanno aprendo succursali a Parigi, Londra. Una scelta molto saggia e indirizzata verso mercati più ricettivi.

TG: Ultimamente, in Italia molte gallerie hanno chiuso, quali sono i motivi?

JI: Oltre alla crisi, e alle cause che già ho accennato, ritengo che il sistema fiscale non sia di certo favorevole ad aprire una galleria in Italia: una tassazione troppo elevata che le rende poco concorrenziali; all'estero non c'è nessuna agevolazione per chi compra arte, anzi, forse proprio l’opposto. Qui in Italia ci sono molti artisti validi, ma il vero mercato dove si vende e compra è altrove: New York, Londra, e sempre più sta aumentando l'interesse per l'arte in Oriente.

TG: Nonostante ciò, assistiamo ad importanti aggiudicazioni in aste Italiane di diversi artisti Italiani. Come te lo spieghi?

JI: Diverse opere poi finiscono all'estero, ma devi sapere che nel mercato dell’arte nulla succede per caso: certe quotazioni sono date dal lavoro di noi galleristi. Il mercato non esisterebbe senza di noi. Cogliamo sul nascere le tendenze del mercato e forniamo quello che i collezionisti chiedono. Le aste servono a far salire le quotazioni, con rivalutazione delle opere anche da noi detenute. Qui in Italia poi è probabilmente più facile creare mode, data la ristrettezza del mercato. Si creano delle collaborazioni tra galleristi, si valuta su chi lavorare e come, è importante che l’artista abbia un po’ di storia dietro così è più semplice, così facendo anche dei comprimari li si riesce a portare a quotazioni di tutto rispetto. Si investe tempo e denaro per creare ricchezza e profitti.

JI: Cosa pensi del mercato dell’arte Italiano?

TG: Vedo nascere sempre più fiere e case d’asta, mi sembra ormai che pur di vendere tutti facciano di tutto, non essendoci più ruoli definiti. Le case d’asta fanno anche da gallerie: organizzano mostre, accettano pagamenti dilazionati, insomma l’asta non è più quel momento in cui si vede quanto vale un artista, ma è un altro punto vendita molto simile a quello che erano le gallerie. Molte di quest’ultime non svolgono più il loro lavoro di far crescere un’artista: a volte pur di riuscire a vendere mettono anche in asta le numerose opere del magazzino, deprezzando le quotazioni dell’artista stesso. Le fiere d’arte diventano ormai in alcuni periodi quasi eventi settimanali, diminuendone così l’importanza e l’interesse. Poi, certo tutti lavorano per guadagnare: uno ha l’opera, l’altro il cliente, e il gioco è fatto. Insomma per fare affari si è tutti amici. Questo è quello che mi dicono alcuni colleghi galleristi Italiani.

TG: In Italia sono presenti anche diverse gallerie d’arte che operano tramite televendite, tu che ne pensi?

JI: E’ un canale come altri per farsi conoscere, spesso hanno opere in conto vendita da altri galleristi, quindi devono ricaricare su le loro spese, hanno anche artisti “di scuderia”. Bisogna vedere cosa propongono e a che prezzi, non mi sembra il mezzo più adatto per proporre opere d’arte di valore. Le opere vanno viste dal vivo nei luoghi adatti: le gallerie, le fiere, le case d’asta. Poi, come ti ho detto qui in Italia tutti mi sembra si arrangino in qualche modo.

TG: E i musei che ruolo hanno nel sistema dell’arte?

JI: I musei riescono a storicizzare e rendere istituzionali alcuni artisti presenti nelle gallerie e nelle aste. Ciò logicamente aiuta il mercato. Da noi negli Stati Uniti ci sono molti musei privati, è una cosa che lentamente avverrà anche in Italia e in Europa. Vedi già alcune Fondazioni come Prada, ed altre che integrano quella mancanza di “offerta culturale” che i musei istituzionali non danno, pensa anche a Pinoult in Francia. Sai, poi a volte ai livelli più alti del mercato può succedere anche che i “mecenati” diventino degli speculatori.

TG: E dei Critici d’arte che ci puoi dire?

JI: Sono utili, servono a dare un risvolto culturale al prodotto artistico. Alcuni sono anche molto preparati, fino agli anni ottanta erano più considerati, ora il mercato e i risultati delle aste hanno sicuramente più forza nel guidare le scelte dei collezionisti. Il valore economico dichiarato e ostentato nelle aste delle opere di un artista diventa uno strumento di persuasione, non occulto, per la maggior parte dei compratori.

TG: Ci hai parlato di collezionisti: chi compra arte? ci puoi dire che caratteristiche hanno?

JI: Il vero collezionista: è quello che con una preparazione adeguata compra quando vede qualcosa di valido al giusto prezzo. Di solito lo trovi tra i liberi professionisti.
Il collezionista patologico: compra qualsiasi cosa pur di comprare e accumula soltanto. Spesso opere di scarso valore sia economico che artistico.
L'affarista: è quello che solo quando vede qualcosa di estremamente vantaggioso allora compra. Poi è pronto a rivendere l’opera appena sale di prezzo. Io lo chiamo: traffichino o trafficone a seconda di quanto scambia/vende/compra in un dato periodo.
Il collezionista modaiolo: compra quando e quello che tutti comprano quasi al prezzo massimo e poi prova a vendere quando un artista non va più di moda e i prezzi sono in caduta.
Il collezionista “non si sa mai”: che compra per diversificare il suo patrimonio, compra qualcosa d’arte perché gli hanno detto che può aumentare di valore, spesso si fida dei consigli dell’amico presunto esperto.
Poi ti darei un ultima categoria: “il collezionista santo”: quello che pur di far felice la moglie, compra quello che lei vuole, anche se sa che non sta facendo la cosa giusta!

TG: Grazie Joe per questa piacevole chiacchierata e buon ritorno a casa negli Stati Uniti.

JI: Grazie anche a te Tony e ai tuoi lettori.

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lunedì 7 dicembre 2015

I disegni analogici di Lilo fatti dalla macchina da scrivere

Lilo un po' sorpresa, alla macchina da scrivere con i suoi disegni analogici. Non si sa mai come la macchina interpreterà l'idea dell'artista.


Tony Graffio: Ciao, sono Tony Graffio, tu chi sei?

Lilo: Ciao, sono Stefania Lelio detta Lilo.

TG: Lilo, che cosa stai facendo?

Lilo: Sto disegnando con la macchina da scrivere...

TG: Perché non usi una matita? Perché non usi una penna? Perché non usi un pennello? Perché non usi dei pastelli?

Lilo: Perché io amo utilizzare questa tecnica che mi permette di realizzare quelli che io chiamo: "Disegni analogici".

TG: Ma io ho visto fare qualcosa del genere anche al computer, non è più pratico in quel modo che utilizzare una  vecchia macchina da scrivere?

Lilo: Se usi il computer perdi il bello della manualità. Tutto è nato perché io faccio cose un po' più concettuali, sempre con la macchina da scrivere, dove la grafica dell'opera esprime un concetto ed è fatta a macchina. I disegni sono fatti usando le lettere e gli altri segni che trovo all'interno della macchina da scrivere. Questa idea mi è venuta facendo dei pesciolini all'inizio utilizzando parentesi e virgolette francesi, in questo modo:  
<(°))))<<          
                  
Poi mi sono detta, perché non provare a fare un albero? Andando veloce con le dita sulla tastiera.

L'albero di Lilo

E' spuntato l'albero, poi sono nate le città, il mare ed ho continuato così. La cosa bella è che è la macchina che mette il timbro ed io sono semplicemente colei che compone la grafica. E' più una composizione che un disegno.

TG: Ti muovi allo stesso modo di una specie di scrittura automatica?

Lilo: Sì, solo che c'è la mano che muovendo il rullo compone il disegno e spesso creo delle sfumature e dei segni più intensi tornando ad imprimere i segni intorno allo stesso punto.
Si tratta d una tecnica completamente diversa dall'uso della matita che ti permette sicuramente una maggior libertà di movimento e lascia un tratto differente.

TG: Hai cercato una macchina da scrivere per realizzare questo tuo progetto? O ti è capitato di mettere le mani su una macchina da scrivere e da lì hai iniziato a giocarci?

Lilo: Ho recuperato per caso una macchina da scrivere, perché mi piace scrivere, da lì dapprima sono nati i lavori concettuali, poi ho voluto provare con i disegni, ho visto che mi riuscivano bene ed ho continuato.

Città sul mare

TG: Da quanto tempo fai quest'attività artistica?

Lilo: Da pochissimo: i disegni da due settimane,le opere concettuali da quattro mesi.

TG: Per opere concettuali che cosa intendi?

Lilo: Ho in programma di scrivere a macchina tutte le rime della Divina Commedia. Voglio utilizzare un foglio per ogni Canto ed ottenere un discorso musicale fatto con le rime. Tipo: ira, uta, ita... e così via. Tendo ad estrapolare la musicalità della lingua italiana attraverso l'opera letteraria più importante scritta da Dante Alighieri.

TG: E per il disegno, perché hai voluto utilizzare una macchina da scrivere?

Lilo: Questo tecnica che utilizzo toglie la soggettività del tratto, io ho sempre pensato che la gente non è abbastanza attenta all'arte ed a ciò che c'è al suo interno. Io ho pensato che comunque sia, nel mio disegno analogico i caratteri delle lettere rimangono leggibili. Se tu guardi un'opera e non capisci bene che cosa c'è dentro è un'opera astratta, ma se tu trovi una "A", tu leggi: "A". Per me questa è una questione d'attenzione per il pubblico.
Da lì ho pensato che per far sì che il pubblico legga le opere, voglia o non voglia, io uso le lettere, però è la macchina che fa queste opere, non sono io. 

TG: Questo vuol dire che non ti consideri un'artista?

Lilo: In realtà: sì, io metto l'idea, questo è il bello, poi è la macchina che esegue il lavoro.

TG: E questa la parte concettuale della tua forma espressiva?

Lilo: Sì, è l'idea che conta, l'essere umano pensa, la macchina realizza il lavoro.

TG: Lilo, quanti anni hai?

Lilo: Ne compirò 24 alla fine di questo mese di dicembre.

TG: Quando hai visto la prima macchina da scrivere?

Lilo: Da piccola, mi sono sempre piaciute, poi mi è capitata lei, l'ho trovata per strada.

TG: E' una Olivetti?

Lilo: Sì, una Lettera 32.

TG: Ti soddisfa perché è piccola e portatile?

Lilo: Sì, anche se adesso ne sto cercando anche una con il rullo A3, ne avevo intravista una in un mercatino. Mi serve per disegnare in un formato più grande.



TG: Riesci a vendere i tuoi lavori? 

Lilo: Per ora ho venduto solo 3 segnalibri...

TG: A quanto vendi i tuoi disegni?

Lilo: Qui, agli Alterbej chiedo dai 5, ma più avanti vorrei portare un mio banchettino, da sola per le strade di Milano e fare dell'arte di strada per proporre i miei disegni al pubblico, incorniciati e non incorniciati.

TG: Conosci qualcun altro che si esprime con questa tecnica?

Lilo: No, io non ho mai visto nessuno (Mi è stato segnalata Keira Rathbone, artista inglese che s'esprime già da alcuni anni attraverso la Typewriter-art e Betty Danon, pioniera della Mail art e della Poesia visuale realizzata con il suo "cubotto" Mc Intosh ndTG), so che c'è chi usa il computer, ma spesso usano dei programmi per calcolare come fare il disegno che viene visto sullo schermo a LCD oppure stampato.


TG: Che differenza c'è con la tua arte? Lilo: Che la mia arte è analogica. Io spesso non mi rendo conto di quello che faccio perché il disegno rimane sotto al rullo della macchina da scrivere e per vederlo devo spostare il rullo, cosa che non mi dà una visione d'insieme. Per questo dico che il disegno viene fatto dalla macchina...

TG: Grazie Lilo.

Lilo: Grazie a te, Tony.

Lilo, 23 anni, artista analogico-concettuale



Sant'Ambrogio agli Alterbej

Per trovare prodotti artistici e d'artigianato di qualità, per regalare e regalarsi qualcosa di bello e personale, Tony Graffio consiglia di visitare il mercatino di Sant'Ambrogio alternativo ai tradizionali Oh Bej! Oh Bej! Gli Alterbej. Suggerisco di effettuare qui i propri acquisti, anche per sostenere una micro-economia di micro-imprenditori che con impegno e fantasia realizzano oggetti molto interessanti, vendendoli a prezzi molto popolari. Un'occasione per divertirsi con poco e scoprire cose nuove.

Se cercate le magliette di Ortodossia Fotografica le trovate agli Alterbej, presso la bancarella di Crome Lab

Mechanical Bat

I gioielli di Crome Lab costruiti con ingranaggi di orologi meccanici inseriti con resina epossidica in flesh tunnel d'acciaio chirurgico

Composizioni artistiche di Crome Lab

4 giorni al Mercatino Alternativo di Sant'Ambrogio, Milano Cavalcavia Eugenio Bussa




domenica 6 dicembre 2015

Nuove religioni e stili di vita: il Pastafarianesimo

"Frammenti di cultura", non si occupa soltanto di arte, ma anche di spiritualità, perché la spiritualità fa parte della vita delle donne e degli uomini ed è capace di dare un forte impulso all'attività creativa dell'artista; mentre l'arte, a sua volta, avvicina l'essere umano a Dio.
Tra le nuove religioni, esiste una religione che per molti secoli è rimasta nascosta e poi è emersa grazie all'opera dello scienziato americano Bobby Henderson, profeta del Prodigioso Spaghetto Volante.
In un luogo dove mai ti aspetteresti di fare un incontro di questo tipo (davanti ad una bancarella che vendeva cappellini, all'Alterbej), ho conosciuto due adepti di questa religione americana, recentemente arrivata anche da noi a Milano. Gentilmente, questi giovani devoti praticanti, mi hanno concesso una bella intervista per farmi conoscere meglio la loro fede e per pubblicare le loro parole sulle pagine di questo blog.

Capitano Pennaliscia della Franciacorta e Sciamagna Saccheggiasaggi Tuttofare Tuffatofu

Tony Graffio intervista il Capitano Pennaliscia della Franciacorta Minestro di Culto della Chiesa Pastafariana di Milano & la Sciamagna Saccheggiasaggi Tuttofare Tuffatofu Sciamagna delle 3 Pannocchie di Padova Verona e Milano

TG: Con la Vostra adesione al culto del Pastafarianesimo cambiate anche il nome?

SSTT: Il nome viene scelto in fase di pastezzo che è il nostro riconoscimento nel mondo dei pastafariani. Il nome viene scelto su quello che ci piace e su un titolo piratesco spirituale.

TG: Eravate fidanzati già da prima o vi siete conosciuti all'interno della Chiesa? Insomma, la fede comune ha favorito la vostra unione?

CPF: Ci siamo conosciuti all'interno della Chiesa e ci siamo sposati all'interno della Chiesa, io sono il suo moglio e lei è la mia marita. 

SSTT: Anche se lui è parte di un precedente trimonio con altri due membri del CPM (Chiesa Pastafariana di Milano ndTG).

TG: Come si compone la famiglia tradizionale pastafariana?

SSTT: Si basa su un numero n. di individui consapevoli e consenzienti, senza imposizioni basate sul genere, sulle preferenze sessuali, sulla religione, sulla cultura, insomma la famiglia pastafariana riunisce persone che si vogliono bene, finché hanno voglia di farlo.

TG: Capitano Pennaliscia, tu sei addetto al culto, questo implica che ti sei auto-sposato?

CPF: No, io non posso sposare, anche se in teoria potrei, però preferiamo che i matrimoni, come i pastezzi o altri riti, vengano celebrati dall'Eminenza più alta di ogni città, in questo caso ci ha sposato l'Arcifescofo di Milano, Capitan Spaghetto Piccante...

SSTT: ...Che conduce anche delle trasmissioni su una radio pastafariana: Radio Spaghetto Volante, su internet. 

TG: Interessante, ma in che cosa consiste esattamente la vostra religione? E cosa vi ha indotto ad abbracciare questa fede?

CPF: Non si tratta di qualcosa che abbiamo deciso, in realtà siamo nati pastafariani, solo che non lo sapevamo. Noi crediamo che tutti siano pastafariani, ma tanti ancora non hanno scoperto questa verità. Lo scoprono dopo. Molti, quando leggono su Wikipedia di cosa tratta la nostra religione,  e capiscono in che cosa consiste si dicono: "Ah sono io!"
Io, per esempio, sono stato uno dei fondutori in Italia e a Milano. E' stato semplice, ci siamo incontrati in un paio di persone con uno scolapasta in testa, in un bar di Milano, poi pian, piano siamo cresciuti, 3, 4, 5, 6 persone. Oggi, a Milano, siamo circa un centinaio, fra simpatizzanti e zoccolo duro, minestri di culto; mentre in tutta Italia siamo più di 400, ma contiamo di crescere ancora.

TG: Quando vi siete fonduti?

CPF: Circa un anno fa, in pochissimo tempo abbiamo avuto una crescita grandissima.

TG: Volevo sapere se essendo pastafariani si possono eventualmente abbracciare più fedi religiose allo stesso tempo.

CPF: Ovviamente sì, perché la nostra è una fede multi-monoteista... Il principale credo per noi è il pastafarianesimo, se poi tu vuoi simpatizzare, o creder in altre fedi, sei libero di farlo, va bene. Chiaramente, però, le altre religioni potrebbero non essere tanto favorevoli a questa cosa e potrebbero non concederti questa libertà o essere tolleranti su questo punto, come lo siamo noi. Ci può essere perciò una contraddizione religiosa che però ti sei scelto tu. Vuoi essere cattolico e anche pastafariano? Per noi puoi farlo, però è ovvio che tu come persona possa incontrare delle difficoltà a portare avanti questa cosa.

SSTT: Se i cattolici dovessero porti dei problemi, questa è una questione che tu devi risolvere con loro, non con noi... Noi abbracciamo tutti insomma.

TG: Capisco, ma la vostra religiosità dipende da quello che mangiate?

SSTT: No, diciamo che ci sono cibi sacri come la pasta e la birra ed in generale i carboidrati complessi sono un po' quello che veneriamo, però c'è un principio fondamentale che è la Transustanziazione del Tortellino per cui qualunque cosa mangi il pastafariano, nel suo corpo diventa pasta e birra. Di fatto, uno può mangiare quello che vuole, questo è il motivo per il quale accettiamo anche i celiaci, o persone con una dieta particolare, su questo non abbiamo nessun problema.

TG: Del riso cosa pensate?

SSTT: Ah, va benissimo, è un carboidrato complesso anche il riso.

TG: E della birra di riso cosa mi dite?

SSTT: Qualunque cosa a uno piaccia, a noi va bene, le persone devono celebrare il loro piacere fino a che questo non va a danneggiare qualcun altro. L'unica cosa contro cui lottiamo è l'intolleranza e con questo non intendo l'intolleranza alimentare...
Noi siamo per promuovere la libertà ed i diritti per tutti. Ci opponiamo al fatto che qualcuno proibisca qualcosa ad altri basandosi su una morale che non dev'essere per forza condivisa da tutti. Se la mia religione mi dice una cosa che io sono tenuto a fare, io non posso imporre questa cosa a chi abbia una fede diversa, perché questo non è giusto.

Pastafarian-pride (la lampadina del frigorifero ben s'intona allo stile da cucina di questo classico scolapasta italiano d'alluminio)

TG: Capitan Pennaliscia, come minestro di culto, puoi chiarirmi  se avete un dio supremo, qualcuno che venerate?

CPF: Di fatto noi siamo pastafariani, non per la dieta che non c'entra nulla, ma perché il nostro Dio è il Prodigioso Spaghetto Volante che ha creato il mondo dopo una grandissima sbornia, anzi, scusa, durante una grandissima bevuta alcoolica ed è a causa di questo fatto che il mondo è imperfetto. Poi, Lui si è dimenticato di noi e non si ricorda d'averci creato, però circa 5-6000 anni fa Lui ha toccato questo pezzo di terra dell'Universo e da lì siamo nati noi... Ed è così.

Souvenir raccolti per tutta Italia sono stati aggiunti ad un copricapo ricercato che assomiglia quasi ad un luccicante elmo spagnolo del 1400

SSTT: C'è poi chi crede che sia più antico perché sono stati trovati fossili, mentre in realtà questi sassi sono stati messi lì apposta dal Prodigioso per depistarci e per confonderci, perché Lui è un burlone, tutto sommato.

TG: E' vero che vi battete per avere una vostra fotografia sui documenti dove indossate lo scolapasta in testa?

SSTT: Assolutamente sì, certo!

TG: A che punto siete di questa lotta?

CPF: Purtroppo, siamo ancora in alto mare, è ancora troppo complicato, qua non siamo in America. E' una questione delicata, però noi insistiamo perché  tra i nostri obiettivi noi facciamo questa lotta, non tanto per riuscire ad ottenere quello che chiediamo, ma per scardinare alcuni pensieri sul fatto del: "Perché non possiamo? Perché altri sì e noi no?"
Se noi non possiamo, neppure altri dovrebbero poter ottenere certe cose. E' questo il nostro obiettivo. Un po' come l'8 per 1000. Noi vogliamo l'8 per 1000, però è quasi ovvio che non ce lo daranno. Però, perché se a noi non lo danno, agli altri sì?

TG: Scusa perché è quasi ovvio che non ve lo diano?

CPF: Come fa uno stato a darci l'8 per 1000? E' troppo difficile.

TG: Non capisco, che differenza c'è tra la vostra ed un'altra religione?

CPF: Per noi nessuna!

SSTT: Noi vogliamo che la gente pensi: "Che differenza c'è?" Purtroppo, per molti c'è una differenza, quindi il nostro obiettivo è proprio quello di far capire che è paradossale dare più credibilità ad un culto piuttosto che ad un altro quando l'improbabilità dei dogmi di una religione e esattamente uguale a quella dei dogmi di un'altra fede. Per ora, è solo una questione di tradizione che favorisce le vecchie religioni a discapito di quelle nuove.
Perché noi siamo ridicoli e gli altri no? Perché?

TG: In effetti è abbastanza strano vedere gente che va in giro col burka o chiede d'avere una fotografia su un documento dove non la si può vedere in faccia...

SSTT: Sì, infatti, riteniamo loro siano credibili altrettanto quanto noi con lo scolapasta, o dei vescovi che indossano la mitra. Siamo tutti la stessa cosa: persone vestite in modo assurdo.

TG: Voi personalmente avete qualche altra fede?

CPF: Io no.

SSTT: Neanch'io. Però ho diversi amici che si sono convertiti recentemente al pastafarianesimo, pur essendo cattolici, per esempio; non ho idea come potranno vivere questa situazione in futuro...

TG: Avete un vostro luogo di culto?

SSTT: I pastafariani hanno una sede a Milano, però sono i Pastafariani Riformati, quindi non sono membri della CPI (Chiesa Pastafariana Italiana ndTG), ma sono un gruppo indipendente che non fa parte della nostra associazione, loro non indossano abitualmente lo scolapasta ed hanno un loro modo meno attivista di vivere la religiosità.

CPF: La differenza fondamentale è che tu puoi essere pastafariano dove vuoi, come vuoi, sia in pubblico che privatamente, noi invece siamo riuniti in un'associazione religiosa legalmente riconosciuta. La nostra Tesora (tesoriera ndTG), la Fescofa di Pavia, lo Scardinale che è il presidente, poi c'è il Pappa che è la nostra guida spirituale. La nostra associazione conferisce una tessera annuale ai soci e tutto il resto. Altri pastafariani hanno deciso invece di vivere il pastafarianesimo rinchiudendosi in un ciclificio (???) e stare lì insieme mangiando e bevendo, in compagnia.

SSTT: Il pastafarianesimo è anche celebrazione del piacere finché è rispettoso dei diritti della libertà degli altri. Noi siamo più attivi e ci battiamo anche per i diritti degli altri, ma non c'è un modo giusto, o sbagliato per vivere il pastafarianesimo, finché sei tollerante verso le altre persone. Noi abbiamo partecipato a molti Gay-pride ed il 12 dicembre parteciperemo alla manifestazione antifascista qui a Milano

TG: Grazie mille.

SSTT & PCF: Ramen.

La tessera degli adepti della CPI

Che il Prodigioso Spaghetto Volante sia con Voi
(Visualizzione in stoffa della divinità pastafariana presa da Wikipedia)