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domenica 10 marzo 2019

Bank-sy o Bank-not. Questo è il problema

So di averne già parlato con il Dr. Porka's e di andare un po' controcorrente, ma considero il business di Banksy una grossa presa in giro. Chi si comprerebbe una serigrafia dozzinale fatta non si sa bene da chi pagandola più di 100 volte il suo valore reale?
Su questo argomento ho voluto sentire anche il parere del mitico Joe Iannuzzi ed ecco cosa ne è emerso... TG


Washington DC USA 1967 Fiori nei fucili - Fotografia di Bernie Boston

Tony Graffio: Gentile Joe, dopo la causa legale della società "Pest Control Office Limited" contro la società "24 Ore Cultura" conclusasi come ben sappiamo, vorrei avere un tuo parere sulla vicenda.

Joe Iannuzzi: Caro Tony ritengo giusto che tutto il merchandising sia stato ritirato, essendo registrato come marchio il nome "Banksy", tieni conto che se la società Pest  Control avesse avuto anche il diritto di riproduzione delle immagini delle opere dell'artista… la società 24 Ore Cultura avrebbe perso in toto la causa. Questo diritto non lo ha poiché se l'artista lo rilasciasse, tutti verremmo a sapere il suo nome, o chi c'è dietro a questo business, cosa che invece resta più o meno misteriosa, per il momento.

TG: Non pensi che questo contenzioso sia stato fatto ad arte con il preciso intento di far parlare dell'artista e della mostra milanese?

JI: Tutto è possibile: tieni conto che l'arte è linguaggio, comunicazione, e senza pubblicità e persuasione all'acquisto non c'è arte. Quindi nella società in cui viviamo, che è priva di contenuti, la cosa migliore per farsi notare è creare una notizia: far parlare di sé incoraggiando la polemica e la bagarre. Un'opera molto significativa e iconica di Banksy come il "lanciatore di fiori (dove i fiori stanno al posto di una bottiglia Molotov)" non è per niente rivoluzionaria: che differenza c'è tra questa immagine e la fotografia scattata nel 1967 da Bernie Boston che mostra un ragazzo mentre inserisce un fiore nelle canne dei fucili dei soldati che arrestavano i giovani che non volevano partire per la guerra in Vietnam?  Nessuna. Il concetto è lo stesso. Le idee sono sempre quelle, basta trovare un modo leggermente diverso per esprimerle e saperle veicolare bene con l'aiuto dei mass media per creare un po' di confusione agli occhi di chi non ha una memoria storica e diventi un artista! Quello è un gesto ripreso da tutta una generazione di Hippie che poi è arrivato fino a noi ed è stato rielaborato fino ad attualizzarlo in qualcosa di più comprensibile dai ragazzi di oggi.

TG: Un artista della comunicazione, per l'appunto... I graffiti di Banksy ti sembrano utili per le campagne pubblicitarie a favore della pace nel mondo?

JI: Perché no?! Oggi, effettivamente, la comunicazione è la vera arte. I nuovi artisti sono gli uffici stampa e gli stilisti della moda.

TG: Perché gli stilisti?

JI: Perché tramite la comunicazione rendono un prodotto fatto in Cina che vale pochi euro un oggetto di lusso e di prestigio venduto a migliaia di euro: i veri artisti sono loro (risata). Guarda caso Prada, Trussardi, Fendi hanno aperto diverse fondazioni che si occupano molto spesso di mostre d'arte. Non mi stupirei di vedere una mostra su Bansky organizzata anche da loro.

TG: Neanche tu hai una buona considerazione di Banksy...

JI: Banksy è un fenomeno che rappresenta molto bene la società in cui viviamo: vuota, demenziale e superficiale. Stiamo parlando di Street art dal messaggio immediato e pop, nel senso di popolare.

TG: Con il marchio Bansky registrato, come anche alcune sue opere, non pensi che sia diventato anche lui parte del sistema dell'arte?

JI: Certamente: quando si parla di soldi, tutti li vogliono. Addio all'anti-sistema, al concetto di Street art e di arte pubblica fruibile da tutti gratuitamente. Sai, anche il mio cane quando muove la coda lo fa per avere qualcosa in cambio... Lo stesso capita per la Street art e Banksy, o per meglio dire per la società Pest Control e non solo lei. 
I multipli dell'artista, che tu hai visto nella mostra al Mudec di Milano, sono venduti in modo seriale. La vera arte è il graffito sul muro, le serigrafie tirate in non so quanti esemplari e tutti i gadget sono il merchandising per far soldi... Mi risulta anche un po' strano che l'attenzione dell'artista di Bristol si concentri sul merchandising del Mudec e poi su internet si trovi ogni sorta di chincaglieria che riporta i suoi disegni. Più sistema di così non ci può essere, sono esattamente gli artisti e i loro agenti che impongono queste regole.

TG: Senza contare che sull'autenticità di un prodotto seriale che non ha un autore preciso si potrebbe sollevare ben più di qualche dubbio, allo stesso modo in cui ci si può divertire a discutere su chi è l'autore del merchandising. Ormai l'arte è un prodotto industriale non più all'artigianale; a mio parere questa scelta ha già decretato la sua fine. Meglio acquistare un oggetto significativo e di buona fattura artigianale che un prodotto industriale privo di originalità. L'arte pura come espressione di genio e capacità personali di un singolo individuo non rendeva abbastanza per gli sforzi economici che c'erano dietro per imporre un artista al grande pubblico, affaristi come Warhol hanno pensato bene rendere più redditizia questa operazione portando tutto su grande scala, svuotando e spersonalizzando il gesto creativo. Da quando gli americani trattando l'arte come un prodotto di consumo di massa hanno imposto una nuova visione dell'opera artistica che è diventata merce da piazzare a gente disposta a spendere qualsiasi cifra per avere in casa un frammento di contemporaneità, qualcosa di cui tutti parlano e che finisce per banalizzarsi finendo impressa anche sulle tazze da te o su souvenir da quattro soldi, oggetti che poi non si rivelano tanto diversi dalla "opera" che prendono a campione...
Che cosa mi puoi dire invece di "Girl with the balloon" e della scelta di Bannksy di distruggerla durante la vendita con un ingegnoso meccanismo che si è attivato durante l'asta di Sotheby's?

JI: Anche quello fa parte dello spettacolo. Chiunque abbia visto un telegiornale o letto un quotidiano ha trovato questa notizia. Tutti conoscono il nome Banksy. Obiettivo raggiunto; l'artista la cui identità non si conosce è "conosciuto" da tutti. Il luogo (asta di Sotheby's a Londra) è quello adatto, il prezzo dell'opera supera il milione di sterline, ci siamo, la situazione è quella giusta. E per portare lo spettacolo alla sua apoteosi ecco mettersi in funzione il meccanismo che distrugge l'opera (anche se una sua parte si è inceppata). Banksy diventa così un mito vivente, ma difficile pensare che questa operazione abbia potuto compiersi senza la complicità di chi ha organizzato la vendita.
Se domani girando per la città chiederai alle gente: conosce Banksy? Molti diranno di sì. Se invece andrai in giro a chiedere chi è Josef Albers... Beh, preparati a non ricevere nessuna risposta.

TG: Per quale motivo succede tutto ciò?

JI: Perché la gente ha la memoria molto corta, è interessata al contemporaneo, agli eventi che vive in questo momento che sono di contorno alla propria vita; vuole sentirsi importante e credere di essere in qualche modo al centro dell'attenzione, anche soltanto riportando le notizie di cui sente parlare attorno a sé. Bansky è il protagonista di un pesante battage mediatico da diversi anni ed evidentemente era giunto il momento di ricavarne un ritorno economico non solo mettendo in vendita i suoi lavori, ma anche organizzando mostre un po' ovunque.

TG: Vale la pena parlare ancora di lui?

JI: Se non ritieni valido un artista, la cosa migliore da fare è di non parlarne. Scrivendone e discutendone crei attenzione a quello stesso fenomeno di massa, come stiamo facendo noi in questo momento (risata).

TG: Joe, mi hai convinto: non parleremo più di Banksy su queste pagine... e nemmeno di Cattelan!



Una certa idea di non violenza - Merchandising Banksy

Questo articolo scritto da Joe Iannuzzi e Tony Graffio non è coperto da diritto di copyright e può essere riprodotto e diffuso in ogni sua parte a piacere


lunedì 12 giugno 2017

Biennale di Venezia, un mito decadente

Poiché in questi giorni sono stato un po' impegnato a scrivere di  Filler, non vi ho ancora raccontato che quando giovedì 25 maggio sono stato all'inaugurazione di Out of Tune, una mostra collettiva di fotografi milanesi invitati  a riflettere sul tema: ”Atti di Insana Bellezza”  da Giacomo Spazio e Guido Borso; sorprendentemente ho incrociato da quelle parti anche l'amico Joe Iannuzzi. La lettura del seguente dialogo è consigliata a tutti gli appassionati d'arte. TG

1978, XXXVIII Biennale Internazionale d'Arte di Venezia.
Fotografia di Enrico Cattaneo - Mauro Staccioli davanti al suo Muro.

Tony Graffio: Ciao Joe, hai finalmente deciso di accettare l'invito che ti avevo mandato per venire a vedere la fotografia che espongo alla Galleria Lampo? 

Joe Iannuzzi: No, Tony, sai che io ho degli interessi molto precisi nel mondo dell'arte e la fotografia non è contemplata nelle mie collezioni e nelle mie forme d'investimento.

TG: Ma allora che cosa fai da queste parti? (viale Toscana 31)

JI: Sto andando da un mio amico che mi ha promesso di regalarmi dei bulbi di Tulipano rosso di Taurisano. Amo le cose belle e non posso rinunciare ad una simile occasione.

TG: Se non ti interessa la fotografia, ti faccio un'altra proposta che sicuramente prenderai in considerazione. Qualche settimana fa, il mio amico Federico De Leonardis mi ha chiesto di raggiungerlo all'inaugurazione della sua mostra all'Isola del Lazzaretto Nuovo, ma io non sono andato, pensando di fare un viaggio a Venezia in questi giorni, in modo da visitare anche la Biennale. Ti farebbe piacere andarci insieme?

JI: Ho sentito parlare del De Leonardis, poi ho anche letto sul tuo blog che ha avuto qualche piccola delusione a causa di un ripensamento di chi ha contribuito ad organizzare la sua mostra. Gli hanno rimosso una sua installazione: i "Ravatti" fatta con legni, pietre , ferri etc, trovati sulle rive di fiumi e mari, quindi modellati dal tempo. Lo sai, oggi non tutti capiscono la differenza tra "Arte" e "Non Arte". Per quanto riguarda la Biennale non mi interessa minimamente. 

TG: Perché?

JI: Oggi ci sono molte biennali sparse in giro per l'Europa e al tempo stesso le fiere d'arte che prima non esistevano sono diventate numerosissime, sia in Italia che altrove, e alcune come Art Basel e Frieze hanno ormai un'importanza ben maggiore della Biennale di Venezia. L'offerta culturale e commerciale è davvero notevole e frequentissima, senza tenere conto del web.   

TG: Ma fammi il favore! Le opere vanno viste dal vero, mica sul computer. E poi, la Biennale di Venezia ha un sapore storico ed è sempre prestigioso essere invitati ed esporre lì le proprie opere, non sei d'accordo?

JI: Sicuramente fino agli anni settanta è stato così: ricordo la Biennale del 1964 dove Robert Rauschenberg vinse, non certo senza polemiche. Posso assicurarti che la CIA ha avuto un ruolo importante in questa faccenda. Gli americani dovevano imporre la loro arte, la loro visione del mondo a discapito di altre forme artistiche che sicuramente meritavano più di loro la vittoria. E naturalmente, la loro economia. Oggi sai quanti artisti espongono alla Biennale e l'anno dopo non si sa più che fine hanno fatto? E' un turn-over continuo.

TG: Anche Umberto Mariani mi ha raccontato che le opere degli artisti americani sono state portate a Venezia a bordo di una portaerei della Marina degli USA. Secondo me, la Biennale però ha sempre la sua importanza, quanto meno come evento mondano al quale tutti vogliono partecipare e apparire per fare la loro passerella. Un po' come la Mostra del Cinema.

JI: Non dico che la Biennale di Venezia non abbia valore, ma a volte mi sembra quasi un pacchetto aggiuntivo che oltre alla visita alla città venga proposto ai turisti. Insomma è un evento per tutti, di massa... L'arte è per pochi, non lo dimenticare. Pensa, alla 54a (cinquantaquattresima) Biennale, quella del padiglione Italia tenuta da Vittorio Sgarbi, a Torino. Più di massa di così: trovavi anche il pensionato che incominciava a dipingere.

TG: Quindi tu la snobbi perché è diventato un evento troppo alla portata di tutti? Troppo Pop?

JI: No, vedere non vuol dire guardare, se vuoi capire l’arte contemporanea, o meglio ancora quella attuale, bisogna studiare e frequentare artisti, critici, galleristi, fiera e quant'altro.   

TG: Un po' come faccio io... Mi parlavi della Biennale del 1964, tu eri andato a vederla?   

JI: Sì Tony, ricordo che andai insieme al mio principale, un certo Carlo Riva, con il suo motoscafo "Aquarama", era come l'ultimo modello della Ferrari al giorno d'oggi. Rappresentava esclusività e prestigio. Lo pilotavo essendo un esperto di motori. Fu molto divertente! Navigando per i canali di Venezia eravamo sotto gli occhi dei turisti. Tutti anziché andare a vedere la Pop Art si avvicinavano per farci i complimenti e chiederci informazioni, intanto fotografavano il motoscafo. 

T.G. Immagino. Hai incontrato importanti artisti o galleristi in quell'occasione?   

JI: Si, mi fu presentato Lucio Fontana, la Peggy Guggenhaim, Leo Castelli, e altri ancora. Peggy naturalmente ordinò un Acquarama, e non solo lei. Ricordo anche due attrici: una certa Sophia Loren e Brigitte Bardot, meravigliose! Per non parlare poi del Ferruccio che nel 1968 ci montò su i suoi motori V12.   

T.G. Ferruccio... Lamborghini?   

JI: Naturalmente. Sai, da giovane sulla "Miura" di un cliente ci portai un sacco di belle ragazze!  Riuscii a comprare quell'automobile soltanto parecchi anni dopo, ma fu uno dei migliori acquisti della mia vita. Quanti ricordi! Ora non la guido più, ma quando invito gli amici e gli faccio vedere il "Lambo" mi sembra di tornare ai bei vecchi tempi.

Riva Aquarama-Lamborghini

T.G. Caspita Joe, ma conoscevi proprio tutti?   

JI: Certo Tony, nel nostro giro ci si conosce tutti molto bene e poi, sai come è: gli amici comprano le cose che vedono, per imitazione, dalle barche alle opere d’arte.   

TG: E' così che iniziasti a vendere opere d'arte?   

JI: Sì, poi con le conoscenze che avevo andai in America e lì divenni quello che sono diventato oggi... Ma non credere, è stata dura, non è stato facile farsi rispettare in quel mondo. A volte, bisogna ricorrere a sistemi piuttosto persuasivi... 

TG: Oggi sei un uomo molto rispettato... Della Biennale del 2013 ricordi qualcosa?   

JI: Ho smesso di frequentare la Biennale da molto tempo, però so che nel 2013 l'installazione di Ai Weiwei, con tutti gli sgabelli uno sopra piacque molto. 

TG: Le solite sparate concettuali... Non sai niente di un certo Dario Arcidiacono, che espose alcune sue opera in quella Biennale al Padiglione siriano?   

JI: E' un nome che ho già sentito. Non si tratta forse di un rappresentante dell'Ultrapop milanese? 

TG: Esatto, conosci l'Ultrapop?   

JI: Sì, ritengo che non abbia alcun senso riproporre oggi la Pop Art che è stata fatta negli anni '60. La definiscono Ultrapop, che cosa ha di ultra? Supera dei limiti? Quali? Ritengo che sia una "Ultracagata".   

TG: Non sono per niente d'accordo, a me piace molto la trovo fresca e divertente. E riguardo al fatto che i padiglioni di paesi improbabili vengono poi utilizzati per esporre le opere di artisti italiani che cosa mi dici?   

JI: Sì, sono cose che probabilmente sono successe, succedono e succederanno in futuro. Io non ne ho le prove, ma ho l'impressione che abbiano messo in affitto gli spazi come fanno molti galleristi poco seri. Un mio amico del Kazakistan mi raccontò diverse cose al riguardo, ma non posso dire di più.   

TG: Quali altre Biennali ti sono rimaste impresse? Che ricordi hai?   

JI: Quella del 1966, dove vinse Julio le Parc, ricordo una artista nipponica (Yayoi Kusama) che voleva vendere delle sfere cromate, l'episodio so che fece scalpore poiché nella mostra non si potevano, per regolamento, vendere le opere. Poi, ricordo quella del '68 che fu una Biennale di ricerca, di democratizzazione dell'arte, ci furono delle contestazioni che portarono a coprire le opere con le tele. So che qualche artista non aderì alla protesta. Ma per saperne qualcosa in più dovresti tornare da Enrico Cattaneo e parlargli, mi ricordo che in quell'anno era presente anche lui. Le Biennali degli anni '70 furono caratterizzate dall'Arte Povera, Concettuale e dalla Land Art. In questi due decenni è stata scritta la storia dell’arte per i trentanni che seguirono.   

TG: Quindi questa Biennale del 2017 proprio non ti incuriosisce?   

JI: No Tony, a dirti la verità, un po' temo il caldo e l'umidità di Venezia di questi giorni. Comunque, oggi per un artista vale di più essere rappresentato da un’importante galleria in una fiera internazionale di grosso richiamo che partecipare ad una Biennale. Quest'ultima serve solo a completare il curriculum per poter dire di aver esposto anche alla Biennale di Venezia! Andrò ad ArtBasel, lì ho molti amici galleristi con i loro stand a cui ho affidato diverse mie opere da vendere.   

T.G.: Ma come? Hai deciso di vendere parte delle tue collezioni proprio adesso che il mercato dell'arte è in crisi?

JI: Il mercato dell'arte non è mai in crisi, i ricchi ci sono sempre, se oggi non va un genere artistico, se ne propone un altro e via dicendo; si fanno salire le quotazioni degli artisti creando interesse e così via. Io possiedo opere di tutti i più quotati artisti internazionali.   

TG: Un giorno dovrai spiegarmi meglio in che modo sei entrato in possesso di questa fortuna, ma adesso non vuoi proprio entrare qui in Santeria a vedere le immagini di realtà prodotte da 47 diversi autori?   

JI: Volentieri Tony, facciamo in fretta però, perché poi, oltre a ritirare i tulipani, devo passare dal restauratore per controllare a che punto è arrivato con certi lavori...

TG: Il 15 ed il 16 pensi di essere libero? Vorrei portarti a vedere alcune cose interessanti un po' underground...

JI: Scusami Tony, ma non se ne parla nemmeno, nei prossimi giorni mi aspettano a Basilea, come ti dicevo è lì che puoi incontrare coloro che hanno le vere disponibilità finanziarie.


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giovedì 29 settembre 2016

L'arte contemporanea è un bluff?

L'opera d’arte contemporanea e l’opera d’arte "tradizionale": le quotazioni di mercato corrisponde al loro effettivo valore artistico? Ho posto queste ed altre domande all'amico e gallerista americano Joe Iannuzzi, per capire dove conviene investire e chi è il vero artista.

Siamo in tanti ad avere la "Scimmia dell'Arte" - Street-Art in via Cola Montano

Tony Graffio: Ciao Joe, non vorrei essere troppo brutale, ma ti devo confessare che da quando ci incontriamo per fare le nostre chiacchierate mi sto rendendo sempre più conto che nell'arte contemporanea è tutto solo una questione di business: se trovi un gruppo di investitori che lavorano in sinergia e sono capaci di farti raggiungere delle buone quotazioni riesci ad affermarti sul mercato dell’arte internazionale, indipendentemente da quelle che sono le tue effettive capacità professionali ed il tuo valore artistico?

Joe Iannuzzi: La risposta alla tua lunga domanda non può che essere: sì, certamente è come tu dici ma… Tutto ciò vale nel breve periodo: qualche mese, un anno, dieci anni… Poi però alla lunga i veri innovatori/ricercatori e i veri rappresentanti di un determinato periodo storico rimangono nel mercato e nella storia; gli altri scompaiono. Il valore artistico e il prezzo delle opere di un determinato artista non sempre corrispondono, si sa.

T.G.: Chi sono questi “imprenditori” un po’ mecenati un po’ filibustieri che investono su un artista per ricavarne un guadagno? E perché lo fanno? Per amore dell’arte?

J.I.: Chi ha molti soldi è normale che tenda a diversificare il proprio patrimonio. Le recenti crisi economiche hanno portato a una perdita di fiducia nelle “asset class finanziarie”, con conseguente spostamento del denaro in investimenti alternativi: il mercato dell’arte è uno di questi settori dove si può diversificare il proprio intervento economico. Galleristi, fondazioni, importanti e famosi collezionisti non vanno viste come figure negative del mondo dell'arte. Fare impresa in campo artistico non è reato, poi che lo si faccia per amore dell’arte o solo per guadagnare dipende dall'imprenditore. Le dinamiche del mercato finanziario piuttosto che immobiliare posso essere accomunate al mercato dell’arte, logicamente con i relativi distinguo.

T.G.: A cosa ti riferisci?

J.I.: Gli imprenditori di cui tu parli vanno incontro a tre tipi di rischio nel mercato dell’arte: il rischio strutturale, quello specifico e quello soggettivo.

T.G.: Spiegati meglio.

J.I.: L’arte è un bene superfluo, vi è poca trasparenza del mercato, è un mercato frammentato, pochi “gestori” determinano l’andamento del gusto, le legislazioni e tassazioni sono diverse da paese a paese. Possiamo poi dire che ci può anche essere qualche incertezza sull'autenticità, sulla datazione e sulla conservazione delle opere. Vi sono tempi lunghi nelle liquidazioni delle medesime, con alti costi: pensa alle aste dove dal 30% al 40% del valore del bene va in commissioni. Con le opere d’arte puoi avere anche rischi di trasporto e problemi di esportazione/importazione.Per ultimo, c'è il rischio soggettivo: l’arte può essere usata solo come diversificazione patrimoniale, può essere scelta solo come integrazione dell’arredamento, si è portati a cercare di far convivere un interesse personale con la possibilità di un efficace investimento (e ciò non sempre avviene).

T.G.: Parlavi di legislazioni e tassazioni: è vero che nel mondo, in Europa e forse anche in Italia è permesso/consentito/tollerato effettuare delle transazioni finanziarie nel mondo dell’arte che permettono di evitare di pagare tasse/iva o altri balzelli? Il Mercato dell’arte è utilizzato per rimettere in circolazione denaro contante senza troppi problemi burocratici e amministrativi?

J.I.: Probabilmente si, queste dinamiche possono verificarsi, tieni conto che se vengono rispettate le legislazioni dei singoli stati non vi è nulla di illegale. In Italia, che io sappia, la maggior parte delle gallerie lavora con il regime dei margini, poi per altre informazioni fiscali dovresti informarti presso un commercialista. Per quanto riguarda lo scambio tra privati non vi è tassazione poiché le opere d'arte sono accomunate ad oggetti usati.

T.G.: Non trovi che questo sistema finisca con lo svilire il vero artista e favorire le nullità che dietro a pseudo-idee concettuali di bassa lega applicano soluzioni industriali ad un ambiente che in epoche diverse si basava su tecniche molto complesse tramandate di padre in figlio (Molto difficilmente riproducibili dagli estranei poiché erano segreti professionali che spesso gli artisti si portavano nella tomba piuttosto che divulgarli ai loro concorrenti)?

J.I.: No qui non sono d’accordo con quel che dici. Chi è il vero artista? C’è una giuria che lo stabilisce come nei programmi di cucina? L’arte è un linguaggio: ogni artista deve trovare il suo; rispetto al passato non ha importanza se l’artista sia capace o meno di eseguire lui stesso l’opera per definirsi artista. Pensa a Andy Warhol. Per tutti è l’artista per antonomasia. Come ben sai c’era la Factory dove i suoi collaboratori producevano le opere. Se vuoi parlare dei giorni nostri, pensa a Damien Hirst, anche lui ha una notevole quantità di personale che lavora per realizzare le sue opere. Anche in passato era così: gli artisti di scuola aiutavano il grande maestro a realizzare la sua opera. Michelangelo aveva diversi assistenti e spesso addirittura li sostituiva con altri nuovi. L’idea, il concetto sono fondamentali, poi chi lo realizza è logico che sappia di tecnica ma non necessariamente deve essere l’artista medesimo. Pensa ad Alighiero Boetti, quasi la totalità delle sue opere (gli arazzi, le mappe) sono state realizzate in Afganistan dalle donne del posto. Questo non toglie alcun valore artistico alle sue idee, anzi.

T.G.: Ultimamente, stiamo assistendo sempre più spesso alla vendita di opere di artisti, nemmeno tanto maturi, che hanno venduto delle opere ai prezzi di un Degas, o perfino superiori. Un indefinibile Cattelan (ma non necessariamente lui) è veramente più bravo di un impressionista? Queste valutazioni verranno confermate anche in futuro o c'è il rischio di trovaci di fronte a grosse sorprese?

J.I.: Esattamente come nel mercato finanziario si formano le così dette “bolle” e lo stesso avviene nel mercato dell’arte: probabilmente l’esempio che tu fai è molto suggestivo. Quando c’è bassa conoscenza ed alta emozionalità non può che verificarsi la bolla speculativa, Hirst e Cattelan ne sono i possibili esempi, ma se il loro valore è duraturo, solo il tempo ce lo potrà confermare. Come ti ho già detto, l’arte contemporanea deve essere l’espressione del momento sociale, culturale e storico in cui viviamo: cosa meglio di un ”cesso” fatto d’oro dal titolo “America” puoi immaginare per esprimere l'attuale metafora del mondo in cui viviamo?

T.G.: Quando il mercato dell’arte ha cambiato strada ed è diventato un'alternativa alla borsa valori?

J.I.: Da quando ci sono le crisi finanziarie in borsa... (ride). Ricordati, la parola d’ordine è diversificare.

T.G.: Qual è la responsabilità degli americani, nel dopoguerra, nel dare peso all'astrattismo a scapito del figurativo e nel trasformare le “belle arti” in idee concettuali che ripudiano la bellezza?

J.I.: Più che altro, direi che noi americani diamo forza ai nostri artisti in generale, a partire dalla Pop-Art ai giorni nostri. Per dirtene una, nel 1965 al MOMA fu fatta una mostra, “The Responsive Eye”, basata sull'arte ottico-cinetica e programmata. Sarebbe stato bello e interessante nel cinquantesimo anniversario riproporre una mostra commemorativa… E invece non se n'è fatto nulla. Sai perché?

T.G.: Credo di saperlo, ma dimmi pure...

J.I: Di artisti americani veri e propri in quella mostra ce ne erano pochissimi e quindi nessuno ha voluto tirare la volata ai ciclisti della squadra avversa. Capisci Tony?

T.G.: Sì perfettamente, ad ogni modo, gli americani sono stati molto in gamba nel proporre la loro arte. Secondo te, Peggy Guggenheim era un genio o una donna molto influente con tanto denaro da spendere?

J.I.: Entrambe le cose Tony e poi era una persona che sapeva godersi la vita.

T.G: Anche su questo siamo d'accordo, è solo sull'idea di cos'è l'arte che ci scontriamo... Le arti visive contemporanee per te sono il riflesso dei tempi o solo un espediente per fare della speculazione finanziaria?

J.I.: Entrambe le cose, ma rispetto al passato l’arte è vissuta solo da un pubblico di nicchia, un'élite. Forse per questo tu ed io a volte non ci capiamo, tu la consideri una forma didascalica che possa essere d'aiuto alla crescita culturale del popolo, ma non è così. L'arte non si rivolge più a tutti; per quello esistono altre forme di comunicazione, come il cinema, la televisione o il fumetto. Probabilmente, moltissime persone, al tempo di Michelangelo a Roma e non solo lì, avevano visto le sue opere e conoscevano il Maestro. Oggi questo non vale per gli artisti contemporanei (se non per rare eccezioni), le stars di oggi sono attori famosi e in Italia i calciatori.

T.G.: E’ tutto un bluff? E’ tutto pilotato o c’è qualcosa che sfugge alle logiche del business?

J.I.: Ricordati Tony che nel mercato dell’arte nulla succede per caso, è un mercato molto finto, ma girano soldi veri. (ride di gusto). Pochi ricchi e potenti decidono per tutti. Così era in passato quando i papi commissionavano le opere; poi con l'impressionismo i borghesi pagavano e si portavano a casa le opere. Così è oggi e lo stesso accadrà anche domani.

T.G.: Un Michelangelo che cosa ha da imparare da un Kiefer?

J.I.: Nulla, il primo è morto.

T.G.: Sì, lo so, intendevo dire se c'è qualcosa, a livello di marketing, che oggi fa sopravvalutare quei bravi artisti che tuttavia non mi sembrano essere dei geni assoluti.

J.I.: Il mondo è molto cambiato, è vero, non ci si può opporre al progresso.

T.G.: Non sei d’accordo se dico che un artista “classico” ha delle capacità professionali e pratiche che negli artisti contemporanei vengono totalmente sopperite con il marketing?

J.I.: No, non sono d’accordo.

T.G.: In altre parole, l’arte contemporanea è solo marketing?

J.I No. Il marketing è sicuramente fondamentale, oltre alla comunicazione, per un artista dei nostri giorni, ma non basta.

T.G.: Un Christo è superiore ad un Michelangelo solo perché Michelangelo non è in vendita?

J.I: Si tratta di realtà molto diverse tra loro: non puoi paragonare artisti del passato con quelli contemporanei, ognuno ha vissuto nel proprio periodo storico, ognuno è figlio del proprio tempo e di conseguenza anche il tipo d’arte che viene prodotta è molto diversa.

T.G.: Si può essere artisti nel 2016 se non si vende niente?

J.I.: No. L’artista è un professionista e per molti aspetti anche un imprenditore.

T.G.: E’ meglio vendere un quadro a 80 euro o è meglio non vendere niente?

J.I.: Non è il prezzo di un opera che fa sì che questa sia arte o meno.

T.G.: Anche 100 anni fa per farsi conoscere e farsi degli amici era buona norma regalare le proprie opere ai musei, ai curatori e ai giornalisti?

J.I.: Immagino di sì.

T.G.: Cosa mi puoi dire dell’antiquariato e del design, che rapporti hanno con l’arte contemporanea?

J.I.: L’antiquariato è sempre più per “pochi nostalgici”, il design invece è sempre più scambiato e quotato, vedo molte aste in giro per il mondo. Come mi disse un amico e famoso artista Italiano (Davide Boriani) Il designer ha un problema e deve risolverlo; L’artista si crea un problema per poi trovare la soluzione (sorride).

T.G.: Qual'è il rapporto tra la moda e l’arte?

J.I.: La moda ruba, copia a mani basse nel campo dell’arte, potrei farti infiniti esempi: dai vestiti con disegni optical a quelli minimalisti, etc.

T.G.: E’ l’arte che influenza la politica attuale o è più la politica ad influenzare l’arte contemporanea?

J.I.: L’arte è molto spesso come una fotografia della società in cui stiamo vivendo, l’arte è un “metalinguaggio” che coglie l’essenza del nostro tempo.

T.G.: Qual è il più grosso segreto dell’arte contemporanea che tutti conoscono e che nessuno vuol pronunciare?

J.I.: L’arte è una cosa che non serve a nulla ma che dà immensa felicità (quando la dà).

T.G Su 100 artisti di buon livello dei nostri giorni, quanti ne verranno ricordati fra 50 anni?

J.I.: Non saprei, probabilmente meno di dieci.

T.G.: Tu tratti solo Arte contemporanea? Perché?

J.I.: Sì, dà più margini di profitto ed è più stimolante, è qualcosa di più vivo è qualcosa ancora in divenire che ha un che di misterioso.

T.G.: E’ più facile vendere un Aubertin o un Morandi? Perché?

J.I.: Entrambi in questo momento sono richiesti, ma le cifre in gioco sono ben diverse come tu ben sai.

T.G.: Verranno ridiscussi sia gli artisti "classici" che quelli moderni? Chi tra loro è apprezzato adesso, lo sarà anche in futuro?

J.I.: Ormai la storia è scritta per gli artisti classici e moderni, a parte rarissimi casi quello che è oggi nei libri rimarrà anche in futuro.

T.G Qual'è un investimento a prova di rischi? Un Mondrian o un Francis Bacon?

J.I.: Entrambi.

T.G.: Arte e finanza diventeranno una cosa sola?

J.I.: Lo sono già.

Il cesso d'oro di Maurizio Cattelan
L'arte contemporanea ed il mondo attuale stanno andando nella stessa direzione.  TG
(In fotografia: America di Maurizio Cattelan)

Tutti i diritti riservati

domenica 5 giugno 2016

Grazie Grazia. Joe Iannuzzi commenta "Il corpo come campo dei sensi", la mostra di Grazia Varisco al MAC di Lissone

La scala in stile nautico del MAC di Lissone ci porta al 3° piano (livello 2) dell'astro-nave-museo d'arte contemporanea atterrata nel cuore della Brianza nell'anno 2000, grosso modo la stessa epoca delle opere esposte su questi muri da Grazia Varisco fino alla fine di luglio 2016. 
Ingresso gratuito.
Sulla sinistra Quadri comunicanti "7+1" (2008), Quadri comunicanti 2 elementi in acciaio (2011), Comunicanti in azzurro, in fondo al centro della sala: Risonanza al tocco (2016) lamiera di ferro cm 99X99, a destra Rotoreterossa (2006), Oh! (1996), Silenzi (2005) sono molto simili a Risonanza al tocco (2010) che sono dei monocromi rossi o bianchi.

Inaugurata nel 1961 la 12° edizione del Premio Lissone e a tutt’oggi ricordata come la più importante e memorabile, merito anche della sezione “informativo-sperimentale” in cui Grazia Varisco aveva esposto una tavola magnetica. L’occasione di un suo ritorno alla cittadina briantea non è vincolato a nostalgici Amarcord, sancisce anzi il desiderio di soffermarsi sulla ricerca che l’artista ha sviluppato dai primi anni 2000 fino ai giorni nostri.
La mostra indaga infatti la complessità e la vastità di informazioni che scandiscono la mutevolezza della sua attuale ricerca. Anziché reiterare le proprie opere nel corso dei decenni, Varisco ha preferito reificare nuove idee, convertendole cioè in “cose” (gravide di messaggi cine-visuali che sono in grado di comunicare alla collettività nuove metodologie della fruizione).
cit. Comunicato stampa Mac Lissone

Ho voluto ancora consultare velocemente un esperto internazionale. Dalla comunicazione con il nostro caro Joe Iannuzzi, questa volta via Skype, sentiamo il suo parere sulle opere di Grazia Varisco esposte al MAC di Lissone.

Tony Graffio: Joe, ti mando alcune fotografie via internet, sono le stesse che ho scattato personalmente al museo MAC di Lissone in occasione della visita guidata dal Direttore Alberto Zanchetta che ha accompagnato un mio amico e me a vedere le ultime opere in ordine cronologico di Grazia Varisco. Che cosa ne pensi?

Joe Iannuzzi: Ritengo siano molto valide. Sono opere realizzate dall'anno duemila in poi. Vedi, molto spesso i collezionisti cercano solo i pezzi degli anni '60 e '70, dimenticando che anche le opere recenti sono comunque valide, soprattutto in questo tipo di arte (arte programmatica e cinetica).
La maturità di quest’artista ha portato ad affinare la ricerca senza diventare manierista di se stessa: è sempre lei ma c’è stato una evoluzione di alcune idee e al tempo stesso lo sviluppo di nuovi concetti.

T.G.: A quali opere in particolare fai riferimento?

J.I.: A quelle dal titolo “Risonanza al tocco”, il concetto di partecipare e attivare l’opera è degli anni sessanta (tatto e vista sono coinvolti), c’è sempre il discorso caro al gruppo T del tempo che passa: c’è un prima, un durante e un dopo, l’alluminio si muove va in risonanza e poi torna nella sua posizione di partenza. Inoltre, in alcune di queste opere noti dei pieni e dei vuoti in cui c’è comunicazione tra l’opera e lo spazio esterno: il lavoro non finisce contenuto nel quadro ma si espande.

I quadri comunicanti di Grazia Varisco

T.G.: Cosa ne pensi dei quadri comunicanti?

J.I.: E’ tutto in un equilibro instabile: pur essendoci una linea retta c’è precarietà è quasi come se fosse tutto in movimento. Vedi sempre pieni e vuoti, tutto è sviluppato come in una sequenza in divenire.Tutto ciò può far ricordare gli schemi luminosi variabili degli anni sessanta, che seppur diversi, tramite luce e movimento davano sensazioni simili.

Grazia Varisco - In primo piano: Double (2001), sullo sfondo Quadri comunicanti "7+1" (2008).

Accompagna la mostra una selezione di videointerviste all'artista e un catalogo con testi di Grazia Varisco e Alberto Zanchetta.

Chi è Grazia Varisco
Grazia Varisco è un'artista milanese molto importante, in quanto è stata co-fondatrice del Gruppo T agli inizi degli anni '60, in un 'epoca in cui erano poche le donne che si dedicavano all'arte. Oltre a lei ricordiamo Nanda Vigo e poche altre.
Ho già preso contatti con Grazia Varisco per un'intervista, cercheremo di conoscerla meglio in quella occasione. T.G.