lunedì 11 febbraio 2019

Calcografia e serigrafa dal Giant's Lab di Genova



Tony Graffio intervista Jessica Rassi del Giant's Lab

Tony Graffio: La serigrafia ha una sua dignità artistica; non è compresa perché negli anni '70 qualcuno ha creato un po' di confusione ed il pubblico non riusciva bene a capire che cosa avesse in mano, se una litografia, una serigrafia o qualche altro tipo di stampa. Purtroppo, c'è stato chi ha venduto una cosa per l'altra e disattendendo la fiducia del compratore ha rovinato la piazza a chi faceva seriamente la sua attività proponendo serigrafie al giusto prezzo.

Jessica: Certo. Questa confusione esiste ancora e, in quanto artigiani, il nostro compito è quello di rieducare in modo totale qualsiasi persona venga da noi. Dobbiamo insegnare a riconoscere quello che stanno guardando e a capire che la stampa che hanno davanti è stata creata con due mani e tanta fatica; non con una macchina elettronica. Per carità, anch'io amo l'arte digitale, ne puoi trovare in giro finché vuoi e di ottima qualità, ma in quanto artigiano ho l'obbligo di spiegare che c'è una grossa differenza tra un lavoro disegnato a mano e poi stampato con metodi tradizionali da ciò che invece scaturisce da un software attraverso un computer e una stampante digitale. Adoro la carta; è una fibra nella quale ritrovo me stessa ed anche per questo il prossimo week-end ho organizzato una mostra di 20 artisti genovesi e non al Museo della Carta di Mele. Si tratta di artisti bravissimi ancora poco conosciuti con i quali ho condiviso gran parte della mia esistenza per la stima che ho nei loro confronti. Controfibra è un workshop più exhibition che sicuramente sarà in grado di attirare l'attenzione di chi si interessa alle opere su carta e alla stampa d'autore. Con noi ci saranno i Malleus, Marco Mazzoni e tanti altri. Sono felice che anche alcuni bravi artisti abbiano voluto condividere con me il concetto della carta antica fatta a mano, perché il nostro incontro si svolgerà in una struttura pre-industriale della fine del 1700; un luogo meraviglioso che merita assolutamente d'essere visto. Giuseppe Traverso è il ragazzo che gestisce una cartiera/museo che negli anni ha visto attuarsi miglioramenti incredibili. La carta cotone che esce da Mele è di grande qualità. Con Giuseppe avevo già collaborato in occasione del Genova Urla, un bellissimo Festival di musica underground ad ingresso gratuito che ci è stato scippato nel 2017 per far spazio all'orribile scivolo di Costa Crociere. Anche se la grana è eccezionale, stampare sulla carta artigianale non è così facile come si potrebbe credere perché lavorando con i fogli con i bordi sfrangiati non ho una squadra precisa da prendere. Però guarda che resa! Si vede perfino parte dei fiori che sono rimasti attaccati alla carta: su questo supporto si può creare di tutto, in qualsiasi modo, aggiungendo elementi naturali o colorandolo a piacere. È una figata: queste sono le cose da sostenere! Se in tutta Italia ci fosse più sostegno per gli artigiani, per chi fa magliette, felpe, poster o altri manufatti ci sarebbe un valore aggiunto che ci permetterebbe di migliorare la situazione di un paese che ormai da troppo tempo sta cadendo in un degrado allucinante, anche per colpa dei mezzi di comunicazione di massa come la tv che banalizzano le realtà che valgono e diseducano i giovani inculcandogli valori sbagliati. Per proteggermi io rifuggo tutto quello che appare in tv o nei circuiti mainstream. Ma adesso ho finito il mio monologo.

TG: Beh a questo proposito posso dirti che da ormai diversi anni mi batto per far conoscere attraverso il mio blog le realtà creative artigianali, le idee e le opere di chi vale e merita maggior attenzione, proprio perché contribuisce con la sua opera a costruire un mondo alternativo migliore a quello che tutti abbiamo sotto gli occhi e che viene proposto ai giovani solo come un prodotto commerciale da consumare e gettare. Quello che producete voi ha un valore culturale, oltre che artistico, che spesso ci ricollega storicamente a vecchie tradizioni, tecniche e conoscenze che rischiano di essere dimenticate e addirittura perse, se non vengono adeguatamente valorizzate. Jessica, vorrei che adesso mi parlassi un po' più di te stessa e di come hai iniziato a fare serigrafia e magari mi dicessi anche quanti anni hai.

Jessica: Ho 33 anni e faccio queste stampe da circa 7 anni; però ho iniziato molto flat perché lavorando da sempre in un altro settore per sostenere questa mia passione non ho tantissimo tempo da dedicare alla serigrafia. Ho un piccolo studio in casa mia che mi permette di ottenere i risultati che vedi. Tutto parte dal gran piacere che mi dà la musica perché ascolto musica da tutta la vita.

TG: Che musica ti piace?

Jessica: Non seguo un genere ben preciso; ascolto dal Black Metal alla Psichedelia, al Noise Rock, all'Industrial o tutto quello che per me può aver senso. Oggi, per esempio, ho portato con me tre dischi importantissimi, tra i quali quello dei Vanessa Van Basten che sono una band che ha veramente segnato un'era, per quello che mi riguarda e per tutti noi genovesi. La stanza di Swedemborg è il capolavoro di Morgan Bellini, un artista eccezionale che ha partorito uno dei migliori dischi del post-Rock che consiglio a grandi e piccini. Con Morgan ho avuto il piacere di collaborare in occasione della pubblicazione di "Disintegration EP", uscito per Taxi Driver Records, dove ho disegnato e stampato fronte e retro di questo 7 pollici, una rivisitazione/omaggio al disco dei Cure "Disintegration".

TG: I dischi che esponi qui a Filler 2018 sono serigrafati da te?

Jessica: No, fanno parte della mia collezione; li porto in giro perché li amo e desidero farli conoscere anche ad altri. Anche Fabio Cuomo, la mia dolce metà, ha realizzato un suo progetto solista a cui ha dato il suo nome perché giustamente dice che si è un po' rotto le palle di dare nomi assurdi ai suoi dischi; si chiama così ed è così che adesso si fa conoscere. "La deriva del tutto" è il titolo assai particolare di un disco suonato tutto con il synth e il pianoforte che rappresenta un viaggio amniotico in una dimensione parallela che consiglio vivamente di intraprendere, non solo perché è di Fabio, ma perché ne apprezzo il valore. Cambrian è un progetto di un carissimo amico che è il chitarrista dei Carcharodon che suonano il Death & Roll e sono un po' fuori della grazia del Signore, ma sono splendidi e vengono da Alassio. Boggio un giorno si è presentato da Fabio dicendogli d'avere dei riff da proporre che sono piaciuti ed hanno dato vita a Cambrian, un viaggio Superdoom hawaiano che merita tantissimo anche lui d'essere ascoltato. È un disco meraviglioso per il quale ho disegnato la copertina uscito in vinile per la Kozmik Artifactz ed in CD per Taxi Driver Records, per il cd ho progettato un edizione limitata di O-Card ovvero una custodia per cd!

TG: Jessica, come si entrata in contatto con la serigrafia?

Jessica: Ho sempre dipinto e disegnato; faccio calcografia e sono nell'albo degli incisori liguri. Per curiosità poi sono passata dalla calcografia, alla xilografia e poi alla serigrafia, ma appena ho tempo mi piace dedicarmi alle acqueforti e alle acquetinte. Come dicevo a Fabio Meschini, bisogna cercare di ritagliarsi il tempo giusto; acqueforti e acquetinte vanno realizzate con una calma zen che ti permetta di stare sul pezzo perché si lavora direttamente su matrici di zinco e se si commette qualche errore non c'è la possibilità di cancellarlo o di tornare indietro. Bisogna fare i bagni giusti per gli acidi per permettere che si formi una velatura perfetta. Sono tutte tecniche straordinarie che meritano attenzione e passione.

TG: Io invece mi diverto con la Xerox Lithography, la conosci?

Jessica: No, non la conosco.

TG: È una tecnica recente che permette di stampare le fotografie con un torchio e l'inchiostro calcografico per mezzo di una matrice di carta.

Jessica: Ok, ho capito.

TG: Non siete in molti a dedicarvi sia alla calcografia che alla serigrafia; in genere gli incisori disprezzano un po' la serigrafia. Trovi che questi due modi per stampare possano avere pari dignità?

Jessica: Sono due cose diverse che vanno prese proprio per la loro diversità. Una tecnica offre dei vantaggi e l'altra altri ancora. Dipende che cosa si vuole fare; se si decide di stampare una serigrafia e per esprimere determinate cose e perché si vuole sfruttare la facilità con la quale questo mezzo permette di ottenere determinati colori. Se vuoi ottenere un risultato molto più di nicchia e quindi molto più lavorato allora si sceglie la calcografia. Tendenzialmente, ci si rivolge alla calcografia per produrre un tipo di arte vernacolare che riproduce dei "santini" che fermi nel tempo e conservi perché possiedono una loro aurea. La serigrafia, essendo una tecnica dalla quale si possono ottenere facilmente molte copie, ha un altro tipo di uso e di stesura. A meno che non mi venga espressamente chiesto di fare grosse tirature, io faccio delle serie estremamente limitate per dare maggior valore ad ogni singolo pezzo, oltretutto stampo con molti colori perché ho bisogno di vedere un minimo di tridimensionalità in quello che faccio. Nessuno mi chiede di lavorare in questo modo; ammetto di essere io ad avere una forma di fobia del vuoto che mi spinge a riempire il foglio di disegni e di colori. Anche se faccio molti art print o test print senza colore o con colori diversi, a fine lavoro mi accorgo che poteva andare bene in bianco e nero e mi ritrovo con stampe di tutti i tipi che ho usato come test che finisco per tenere io perché mi piacciono molto. Di tutto quello che vedi, ho almeno un paio di pezzi in più per tipo, solo nero, perché mi piace vedere le differenze e mi serve anche come tipo di studio personale.

TG: Per favore spiegami una cosa: il test print ha teoricamente più valore o meno valore? È commerciabile?

Jessica: Nel test print ci sono degli errori, altrimenti non sarebbe una prova e può essere o meno valutato. Gli americani giocano molto con questo discorso, anche Chuck Sperry fa così. Io personalmente preferisco stampare delle art print, ovvero stampare lo stesso disegno con altre colorazioni in tiratura ancora più ridotta. L'art print in questo caso ha più valore, mentre i test print sono sporchi e non a tutti piacciono. Io li vendo a prezzi inferiori perché non vedo i test print come qualcosa che sia facilmente vendibile, perciò vanno svalutati. Tu quando vai al supermercato vuoi comprare delle arance perfette, giusto?

TG: Non tutti hanno un occhio che sa riconoscere eventuali errori di battuta o piccole sporcizie.

Jessica: Vero, ma io lo so e preferisco comportarmi in modo onesto.


Acid Mother Temple & the Melting Paraiso UFO
Acid Mother Temple & the Melting Paraiso UFO di Jessica Rassi
Jessica dice che per lei è stato un onore lavorare nuovamente con Makoto Kawabata che oltre ad essere un musicista psichedelico con all'attivo 40-50 dischi ha superato le barriere del suono con i suoi pezzi solisti e le collaborazioni riuscendo a creare un mondo molto speciale. Ha accettato sulla fiducia la proposta artistica di Jessica e solo per rispettare la fiducia del musicista giapponese Jessica si è sentita molto stimolata per riuscire a realizzare un disegno che potesse pienamente soddisfare le aspettative. Sono state stampate 500 copie che sono state distribuite tra l'autore del poster e la band. Sono state realizzate anche altre due versioni in art print con colori diversi e carta satinata nera e satinata madreperla.

TG: Come trovi ispirazione per i tuoi disegni?

Jessica: Ci penso di notte e prendo appunti.

TG: Per chi ti piace lavorare?

Jessica: Per me il rapporto umano è fondamentale; se io riscontro un certo tipo di feeling faccio le cose con un'altra impronta. Se invece vedo che dall'altra parte c'è superficialità o disinteresse può essere che rifiuti un lavoro. Ho detto di no molte volte che non ero convinta di chi mi trovavo di fronte.

TG: Che tipo di carta usi? Vedo che non è proprio bianca...

Jessica: No, il bianco bianco a me non piace e mette i nervi, quindi scelgo sempre un avorio o un color panna. Di solito vado a cercare la carta che mi serve per un determinato lavoro.

TG: Le tue carte si combinano molto bene ai colori che usi...

Jessica: Sì, assolutamente, c'è sempre dietro uno studio in base a ciò faccio che mi fa decidere che carta prendere in considerazione eccetera eccetera.

TG: Utilizzi colori naturali?

Jessica: Sì, uso colori all'acqua. Le prime volte ho usato i solventi, ma ho dovuto smettere per non intossicarmi i polmoni. Non ho un impianto d'aspirazione pertanto devo stare attenta a quello che faccio. I colori a solvente sono indubbiamente belli, possono regalare un sacco di trasparenze interessanti, ma per quanto mi riguarda non mi soddisfano. Vanno bene se hai delle macchine semiautomatiche perché a quel punto il colore scivola bene sulla racla e basta che tu schiacci un pulsante con un pedale per ottenere un buon risultato. Il colore scorre e tu non ci devi stare addosso, ma se ci stai addosso è facile respirare le esalazioni nocive e non riesci neppure a concentrarti bene su quello che devi fare perché sei troppo impegnato a trattenere il respiro per non farti del male.

TG: Certo, c'è del timore che non ti mette a tuo agio.

Jessica: A me, personalmente, non piace. Preferisco di gran lunga l'acqua perché ho sempre lavorato con l'acqua.

TG: Anche il risultato che si ottiene con l'acqua è più old style...

Jessica: Sì. Poi, i colori li ottengo io completamente da sola. I Pantoni non so nemmeno cosa vogliano dire.

TG: Mischi tu i colori?

Jessica: Sì. Faccio i miei esperimenti al computer e poi decido. Preparo un mockup di quello che dovrebbe risultare e poi mi metto lì a mischiarli fino a che non tiro fuori quello che cerco.

TG: Disegni a mano libera?

Jessica: Prettamente a mano libera; prima disegno a matita e poi ripasso a china con il pennino, come facevano gli antichi. Mi piace il segno nero del pennino perché mi dà la possibilità di caricare bene l'inchiostro, cosa che le micron o i pennarellini del cazzo non riescono a darmi e poi io mi arrabbio da morire se non riesco ad ottenere quello che voglio. Così sono tornata agli albori del disegno e alla vera china. Nero indiano e pennini: uso dei pennini giapponesi di un acciaio eccezionale che resiste alla mia mano pesantissima e sono felice. Tutti i disegni che vedi qui sono fatti a pennino.

TG: La tua è un'ispirazione sempre molto psichedelica?

Jessica: Sì, ma dipende molto per che cliente lavoro.

TG: Più che un'ispirazione è il tuo tipo di tratto che è molto libero.

Jessica: Sì, per me disegnare è un rituale, poi dipende a chi vanno i miei disegni; in base a quello decido di fare un certo tipo di cose oppure altre.


Lullabies di Jessica Rassi
Lullabies di Jessica Rassi
Manifesto dedicato al negozio di un'amica di Jessica a Monza. A Lullabies si vendono dischi e si fanno tatuaggi; è un luogo che viene raffigurato con una donna dormiente che ascolta musica in cuffia, cosa che sesso accade anche a Jessica, intanto il disco si sta frantumando e lucciole a forma di lampadina, simbolo del negozio, volano nel cielo notturno. Sono state stampate solo 32 copie in onore alla proprietaria del negozio che nel 2017 compiva 32 anni.


TG: L'art print per te ha maggior valore rispetto alla stampa di un poster per il concerto di una band?

Jessica: Il poster e la stampa d'arte hanno due prezzi diversi perché hanno una tiratura diversa. I miei prezzi in fiera sono bassi per stimolare l'acquisto di chi viene a vedere Filler, ma su internet c'è da calcolare anche il costo della spedizione ed altre seccature. L'art print può avere colori diversi perché in prova utilizzo molti colori, ma poi mi innamoro sempre di due soluzioni. Quando stampo gli art print è perché decido di stampare entrambe.

TG: My name is Bri stampa gli art print, che chiama special edition, perché dice giustamente che non tutti apprezzano un disegno riferito al nome di una band che magari non conoscono o non interessa; anche questo può essere il motivo per stampare senza nomi o scritte?

Jessica: Sì. Anche questo può essere un motivo valido. Ad un sacco di persone non glie ne frega niente della band che ha il nome sul poster e preferiscono lo stesso disegno senza alcun riferimento a concerti o gruppi musicali. Molti poster artist scelgono di proporre i propri lavori in questo modo.

TG: Ti capita di illustrare anche libri?

Jessica: I libri non mi sono mai capitati; illustro soprattutto copertine di dischi. Recentemente, per The Winstons il progetto parallelo di Dell'Era, Gabrielli e Ufo Lino che è superprog-psichedelico, hanno pubblicato Pictures at an Exhibition per la AMS Records ed io ho creato un gatefold, una doppia tasca interamente serigrafata. Mi son fatta un gran culo, ma ne è valsa la pena perché ho sperimentato altre cose; in più ho avuto il piacere di usare un certo tipo di macchine per fustellare il summenzionato vinile, una Brima del '72 che scalcia ancora come un mulo, una vecchia macchina semiautomatica introvabile di proprietà di un mio amico tipografo con cui collaboro spesso e con cui gioco per inventare nuove soluzioni grafiche.

TG: Jessica, non ti ho chiesto se hai mai frequentato scuole d'arte o accademie?

Jessica: Ho frequentato per sei mesi l'Accademia di Genova poi sono scappata perché mi rompevo i coglioni. L'accademia di Genova oltre tutto non è minimamente attrezzata per fare serigrafia. Ormai viviamo nel mondo del digitale che ha ammazzato il lavoro manuale e tutto il resto, compresa la testa di molte persone. I ragazzi che escono da quella accademia non solo non sono in grado di pensare, ma neanche di vedere. In realtà, quello dovrebbe essere il lavoro dell'artista. Mi sono trovata a parlare con molti ragazzi che hanno studiato lì e mi sono accorta che si erano persi nel vuoto e non sapevano cosa fare. Questa cosa è tremenda e significa che la struttura in cui si trovavano non ha fatto il suo dovere e non è riuscita a formare dei giovani che hanno pagato dei soldi per niente. Ho deciso così di proseguire la mia formazione in altro modo sia per avere la possibilità di imparare liberamente quello che volevo a modo mio ma anche perché, ahimè, dovevo lavorare... Sciusciâ e sciurbì nu se peu, come si dice a Genova.

TG: Succhiare e soffiare allo stesso tempo non si può...

Jessica: Esatto. Ho sempre portato avanti il discorso della pittura per gli affari miei, fino a quando mi sono dedicata alla serigrafia. Ho iniziato a stampare perché non volevo vendere gli originali che tengo per me. Non mi separo dai miei lavori originali perché ci passo troppo tempo insieme: troppi ricordi. Ho la mia bella stanzetta dove disegno e tengo i miei 300 dischi.


A fish out of water di Jessica Rassi
A fish out of water di Jessica Rassi
Un pesce fuor d'acqua è stato stampato in un sol colore per Genova Urla poiché mancava poco tempo al festival e c'era la necessità di fare in fretta. Nonostante sia stata utilizzata carta artigianale non sarebbe stato un problema stampare a più colori e mettere a registro i vari telai, ma soltanto per una questione di rispettare i tempi organizzativi si è preferito non complicare troppo la stampa. L'edizione limitata a 3 dozzine di copie impreziosisce l'opera ed è anche utile a sottolineare la scelta di una carta pregiata. La carta artigianale non ha uno spessore costante e questo fa sì che anche il peso a metro quadro non sia preciso, per questo è richiesto un maggior impegno durante la stesura dell'inchiostro con la racla. Jessica ha un suo progetto di Postervision da realizzare: solitamente sono le band musicali che cercano l'artista visivo per affidargli un lavoro, ma nel caso dei Postervision Jessica vuole chiedere ai musicisti di suonare un pezzo ispirandosi ad un suo disegno. Al disegno andrà allegata una traccia audio da scaricare da internet per mezzo di un codice che permetterà di ascoltare la musica insieme al poster che ha ispirato il brano musicale.

TG: Hai avuto qualche maestro?

Jessica: Nella mia vita ho avuto la grande fortuna di incontrare Chuck Sperry che per me è stato un grande maestro. Con lui sono riuscita ad avere uno scambio; lui mi ha insegnato due cose di serigrafia ed io gli ho fatto incidere una lastra. Tante volte le cose funzionano così. Ne è venuto fuori Siren, un omaggio alla sua bella che si è portato a casa per regalarlo alla sua donna che è stata molto felice di quel dono. Il più grosso insegnamento che mi ha dato Chuck è stato quello di capire cosa vuol dire credere in quello che si fa. È stato lui a spronarmi a continuare a continuare con il mio lavoro. L'ultima volta l'ho incontrato ad AFA di due anni fa ed è stato mega-contento di vedermi ed anch'io di vedere lui.

TG: Quanto tempo ci metti a realizzare una stampa?

Jessica: Per alcune particolarmente impegnative anche più di due settimane.

TG: E per il disegno?

Jessica: Due notti.

TG: Disegni abbastanza di getto.

Jessica: Sì. Prima devo costruirmi un'idea precisa in testa e poi la butto giù.

TG: Come si possono ottenere  i colori con la calcografia?

Jessica: C'è una tecnica che mi piace usare tantissimo che si chiama poupée e ti dà la possibilità di mettere più colori nella stessa matrice e stamparla. Quello che ottieni in questo modo è dato dalla casualità della stampa di un pezzo e da come il colore si perde nei meandri della lastra di zinco, oltre che al segno che tu applichi, ovvero dipende anche da come hai inciso la lastra o da come è stata corrosa dall'acido perché ci sono diversi bagni di morsura che possono essere utilizzati. È un procedimento molto affascinante, però necessità molto tempo, impegno e devozione. Ai tempi, sempre per uno dei 300 gruppi di Fabio, gli Elder Fate avevo tirato 66 poster in calcografia, tutti diversi, illustrando il passaggio da primavera, estate, autunno e inverno perché "Into the darkes forest" era uno dei loro pezzi migliori e da lì è partito il mio trip per certe tecniche.

TG: Forse la serigrafia è più immediata e più comprensibile ad un pubblico giovane?

Jessica: Sì, è molto più accessibile per le persone più giovani. Assolutamente, anche per i prezzi.

TG: Le tue serigrafie nonostante siano molto colorate, complesse e richiedano tanto lavoro hanno prezzi molto convenienti, perché?


Jessica: Preferisco che la gente si appassioni e faccia circolare i miei lavori, piuttosto che tenerli chiusi in un cassetto.

TG: Hai realizzato un poster per Dylan Carlson?

Jessica: Sì, Earth mi ha reso molto orgogliosa, anche perché sono riuscita a conoscerlo personalmente. Credo d'avere quasi tutti i suoi dischi ed essere riuscita ad omaggiarlo con un mio lavoro mi ha reso particolarmente felice.

TG: Vieni spesso in Santeria per sentire musica?

Jessica: Sì, perché è il posto più bello in assoluto, inoltre c'è una buona acustica e ragazzi molto in gamba che organizzano i concerti.

TG: Vedo che usi colori particolari...

Jessica: Sì, a volte utilizzo colori glitterati come questo azzurro o questo rosso; altre volte l'oro. Sembra un giallo normale, ma in controluce ti accorgi che è oro. Altre volte utilizzo anche colori fluo.

TG: Vedo che hai realizzato un poster per gli Ufomammut; immagino che sarà una rarità, di solito i Malleus disegnano i poster per loro stessi...

Jessica: Sì, infatti, abbiamo rispetto reciproco l'uno degli altri e questo per me è davvero importante. Mi sembra che fosse per il primo Genova Urla che abbiamo fatto nel 2013. L'abbiamo organizzato con Gigi, il cantante degli Isaak; eravamo una bella combriccola a quei tempi, poi l'esistenza ti porta in altri lidi...

TG: Firmi le tue stampe?

Jessica: Ogni tanto sì, ogni tanto no. Poi è subentrato il timbro a secco e faccio ancora più in fretta.

TG: È facile fare serigrafie?

Jessica: Non c'è niente di semplice nella vita, però basta poco per iniziare, figurati che una volta utilizzavo due pinze per tenere fermi i telai di legno su un tavolo. Aggiungi la racla, l'inchiostro e la carta e non serve altro; adesso per comodità uso due braccia. Bisogna mettersi lì con calma e provare, poi sbagliando si impara. Ovviamente, bisogna studiare come fare perché le cose non piovono dal cielo. Ci vuole devozione e amore per quello che si fa e tanta forza di volontà.

TG: Non bisogna arrendersi mai.

Jessica: Mai. 

TG: Stendi da sola anche l'emulsione fotosensibile?

Jessica: Sì, faccio tutto io.

TG: Hai una lampada a UV?

Jessica: Mi sono comprata un bromografo che contiene giusto dei telai di 55X75 centimetri. Non posso fare formati più grandi, ma va benissimo per quello che faccio. Diversamente mi appoggio a terzi.

TG: Buono. Adesso che stai ottenendo dei buoni risultati ed hai un certo riscontro tra i tuoi clienti, riesci a dedicarti a tempo pieno a quello che hai sempre voluto fare?

Jessica: Eh sì, dopo tanti anni di supermercato e di bar ci voleva. Non disdegno assolutamente gli altri lavori perché tutto quello che ho guadagnato in quel modo mi ha dato la possibilità di comprare quello che mi serviva per la mia attività. Non dormivo e facevo orari allucinanti, pur di portare avanti i miei lavori: dovevo finire i disegni, effettuare le consegne e tutto il resto. Ho fatto molti sacrifici, ma come ti dicevo, i risultati non piovono dal cielo, bisogna conquistarli.

TG: Poi bisogna fare molte prove, sperimentare, fare pratica...

Jessica: Bisogna soprattutto sbagliare tanto. Io sbaglio ancora adesso e oltre tutto non sono mai contenta perché magari alla fine vedo un errore e vorrei rifare tutto, così mi dico che la prossima volta lo farò meglio. Questo è un bene perché se io finito un lavoro fossi soddisfatta non avrei più interesse ad andare avanti.

TG: Questo lo sapevo già. Un mio amico dice che sei un po' timida nel presentare le tue opere, ma in realtà i tuoi lavori sono bellissimi. Forse tu pretendi tanto da te stessa.

Jessica: Sì, assolutamente.

TG: Complimenti Jessica, apprezzo tantissimo il tuo genere ed il tipo di disegno che fai.

Jessica: Grazie mille Tony.


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venerdì 8 febbraio 2019

Chandra Livia Candiani: la furia del poeta nella poesia femminile

"La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo." Virginia Woolf

Il silenzio è cosa viva CLC
Il silenzio è cosa viva CLC

Da tempo la poesia sembra in procinto di morire, ma ultimamente ci sono sempre più persone che le si avvicinano per renderla alla portata di tutti e liberarla in ogni luogo, in modo da sconvolgere il torpore di coloro che non vogliono ascoltare il rumore che dentro di loro viene soffocato dal rumore prodotto dal caos della nostra società. Il silenzio porta facilmente all'attenzione, ma non è facile trovare la quiete e la tranquillità nella nostra epoca in cui molti temono la solitudine e la meditazione
Il poeta è colui che nominando le cose con il loro vero nome riesce a restaurare la disarmonia che incontra nel mondo per indicare la strada da percorrere ai suoi simili che si sentono sperduti e non sanno dove cercare la pace e non riescono a trovare il significato del proprio ruolo umano. L'insaziabilità dei desideri degli uomini contribuisce a confonderci e a rendere inesprimibile ciò che proviamo durante la nostra permanenza terrena. La missione della poesia è quella di renderci vivi anche quando affrontiamo le difficoltà e le situazioni che ci spaventano. TG

La furia d'esser viva
nella notte
sotto la polvere dei crolli
sono in frammenti
tutti vivi,
c'è un urlante
silenzio bambino
ha i graffi
libera tutti.
La tigre giovane
che mi abita
percorre i secondi
misura il mio torace
ha zampe forti
per accogliere il dono
del respiro
che spunta appena,
appena nato.
CLC

Laura Pezzino: Per te la poesia è un felino tatuato nel sangue; quando ti sei accorta di avere questo segno nel tuo sangue ed hai avuto il primo incontro con la poesia?

Chandra Livia Candiani: Il primo ascolto mi è capitato intorno ai 5 anni, prima di andare a scuola. Ho sentito mio fratello ripetere una poesia che doveva imparare a memoria: era il 10 agosto di Pascoli. Mi ricordo che ero in corridoio, girata di spalle rispetto alla stanza dove mio fratello studiava e le sue parole mi hanno attraversato la schiena e mi hanno fatto vedere quello di cui lui parlava: un uomo caduto con le bambole sul petto, un cavallo e la rondine che volava. Subito ho pensato: da grande voglio scrivere anch'io in quella lingua. Pur essendo un grande asino che andava male in tutte le materie, a 10 anni, in quinta elementare iniziai a scrivere poesie quando morì un pesce rosso che avevo a casa. Feci un raffronto tra com'era da vivo e da morto; non ricordo esattamente cosa scrissi, ma credo fosse qualcosa tipo: "Ieri nuotavi, oggi non nuoti più...". Era uno scritto abbastanza noioso e terminava così: "...ieri ti chiamavi Casimiro, oggi non ti chiami più...". Per me è stata un'esperienza misteriosa in cui ho sentito la forza del puma che aveva urgenza di correre e dire dell'effervescenza del sangue.

LP: Si tratta di un'esperienza che continua con la stessa intensità?

CLC: Accanto a me ci sono un puma blu e un lupo nero. Quando mi sento in pericolo è sufficiente che batta le mani e subito arrivano a proteggermi questi animali. Il lupo a destra e il puma a sinistra.

LP: Che cosa significa apprendere a memoria una poesia?

CLC: Io non ci capivo niente. Per me era tragico. Poi una sorella mi ha insegnato a imparare a memoria con l'ausilio delle immagini. La poesia a scuola era una traduzione dall'italiano all'italiano, non dalla poesia alla prosa, quindi non gustavo per niente questo metodo. Non imparavo a memoria per conoscere qualcosa da amare, studiare le poesie significava ascoltare parole per me completamente prive di senso, come quelle usate da Pasternak che però forse qualcosa mi hanno dato perché mi hanno portato fuori dal dover scrivere, o parlare, solo in modo ragionevole.

LP: Chandra, nella tua poesia ci sono sempre tantissimi oggetti, che significato hanno? Perché sono così presenti?

CLC: Perché sono muti. E anche perché sono funzionali e utili. Sono i nostri consorti. Nella mia vita ho amato tutto quello che era muto, perché ero muta anch'io e anche tutto quello che è ammutolito e non ha accesso facile alla parola. Mi colpisce la presenza degli oggetti, anche ora. È strano il fatto che li notiamo poco e li usiamo così tanto. Io ero solita fare una gara con me stessa per ricordare il maggior numero possibile di oggetti insignificanti, come fanno i bambini, oppure dire: "Ti vedo, ti vedo, ti vedo.". Per questa loro presenza protettiva e silenziosa forse hanno un po' a che fare anche con una promessa che mi sono fatta di imprestare la voce a chi non ce l'ha.

LP: E con gli animali che rapporto hai?

CLC: Con gli animali ho ancora di più un rapporto di complicità perché sono gli alleati, gli amici e i compagni che non hanno sotto-testo. Io soffro delle relazioni tra umani che hanno costantemente un sotto-testo non chiaro. Sono nata con le antenne e così apprezzo gli animali che sono quello che sono e mi commuovono sempre. Mi piacciono anche le minacce che fanno perché sono molto chiare.

LP: Ricordo che una volta mi dicesti che gli animali e i bambini sono gli unici esseri che non fanno le cose apposta.

CLC: Sì, li amo moltissimo anche per questo.

LP: Keats diceva che fare poesia era la seconda cosa al mondo più importante, dopo fare il bene. Vorrei sapere da te che hai scritto: "Non voglio essere buona voglio essere sveglia"; cosa pensi di quella affermazione?

CLC: Essere svegli significa essere in grado di poter vedere la propria cattiveria e non agirla. Questa è l'unica bontà in cui io credo. Ho paura di quelli che sono buoni e agiscono inconsciamente perché la loro rabbia è seppellita molto bene; è ben dipinta, ma poi esce con i sotto-testi. Oppure con chi si nasconde dietro le buone intenzioni e poi agisce male. Sono d'accordo che la poesia debba essere al servizio del bene e della luce in modo non premeditato. Per me essere svegli è più importante che essere buoni perché così non ci si affida all'emozione momentanea. Il metodo giusto è quello di imparare ad esitare e chiedersi: "Che cosa faccio adesso? Che cosa dico adesso?". Bisogna scegliere costantemente di non fare danni agli altri e di non nuocere a nessuno. Per questo scelgo di essere sveglia piuttosto che buona.

LP: Non c'è un giudizio morale in questo modo di porsi?

CLC: È un'etica, un'intenzione e una direzione e non un voler sembrare o un voler essere che poi è continuamente mancato e poi ci fa sentire in colpa o inadeguati, mentre il risveglio è un costante richiamarsi al corpo a dove si è e a quello che si sente e quindi anche all'altro. Possiamo sentire quello che sentiamo e decidere di non agire quando troviamo qualcosa di buio o di oscuro. Per questo mi sembra più affidabile agire per il bene se questo non c'è.

LP: Chandra, per te esiste una poesia femminile?

CLC: Una volta hanno chiesto ad Amelia Rosselli se leggendo una poesia sarebbe stata in grado di dire se l'avesse scritta un uomo o una donna. Lei rispose che se ne sarebbe accorta solo se la donna fosse stata una brava poetessa. Non è una questione di genere o di capire quanto sono radicata nel mio corpo, nel mio modo di vedere o di sentire. Non c'è bisogno di sbandierare la propria femminilità, ma viene da sé dire che sono viva e che sono una donna e spero che vada da sé che la mia è una poesia femminile.

LP: Tu preferisci dire le tue poesie piuttosto che leggerle, è vero?

CLC: Certo questa cosa c'è sempre stata. Mi pare che verso i 27 anni, o giù di lì, ogni tanto mi chiamavano ad incontri insieme ad altri poeti e quindi leggevo. Una volta che sono partita per l'India non ho più letto niente, ma quando uscivano i libri ero un po' costretta, ma è meglio dirle le poesie perché in quel modo puoi guardare le persone. Non è facile farlo. Io non sono un'attrice, ma anche in questo mi ha aiutato la meditazione.

LP: Cos'è la meditazione?

CLC: È un modo per poter stare con i propri conflitti, ma non è pace. La pace è un fallimento. Vinci quando riesci a convivere con tutto ciò che è vivo e ti contrasta. Quella è la meditazione. Non è pace, ma ti quieta. Per qualche tempo ho imparato a memoria le mie poesie e le dicevo, ma era una fatica improba e non necessaria perché le dicevo esattamente come le leggevo. Era completamente inutile e il risultato era anche peggiore in realtà perché dovevo anche ricordarmele. In quel modo perdevo anche quel minimo di espressione che avevo.

LP: Tu hai scritto che meditare non è cercare vie d'uscita, ma vie d'entrata e tutto è meditazione. Come ti spieghi l'interesse generale per la meditazione?

CLC: C'è molto bisogno di metodi e pratiche che non siano presentate in modo banalizzante. Non ne possiamo più delle pratiche del benessere, abbiamo bisogno di metodi che dichiarino le fonti e che siano a disposizione di tutti, aperti che soprattutto facciano del bene al mondo e che siano in contatto con gli invisibili, piuttosto che con l'invisibile. Gli invisibili sono tutte le persone che non vediamo e di cui neghiamo l'esistenza o gli alberi. Senza gli alberi non possiamo vivere. Dobbiamo imparare a stare al mondo in un modo più responsabile e più al servizio degli altri. Dobbiamo imparare a vivere con meno dolore e senza negarlo. In questa epoca sento tanto negazionismo verso tutto quello che è intenso, profondo e che fa male. A volte mi dicono che una mia poesia ha fatto tanto male. Mi dispiace se ci sono persone che vivono e sentono così. Avere a che fare con il dolore, con il male con la paura o con la rabbia è una richiesta che è in giro; con le mie poesie credo d'aver dato briciole di risposte che sono le stesse che ho trovato io nella via che ho incontrato e negli insegnamenti che ho avuto. Spesso non bisogna uscire dal male, ma entravi per conoscerlo e farlo svanire o riuscire a sostenerlo. Non bisogna dimenticare certe esperienze, ma ricordarle per fronteggiarle. Molti cercano delle soluzioni per dimenticare; io non voglio dimenticare, voglio andare in giro con la mia storia e poterne fare dono agli altri.

LP: Essere vulnerabili può essere un super-potere?

CLC: Essere vulnerabili è diverso da essere fragili. È scomodo e ti rende la vita difficile, ma mi piace perché mi fa tremare insieme agli altri e quindi penso che sia il primo passo verso la compassione. Leggevo di recente come vivono i bambini rifugiati nelle isole greche e ho capito che io non posso stare bene finché nel mondo succedono queste cose e anche che io non voglio stare bene. Voglio stare male con il male di tutti con grazia, con attenzione e consapevolezza, ma voglio sentire quello che gli altri sentono. Non credo che essere vulnerabili sia un super-potere, credo che sia un modo dignitoso di stare al mondo.

LP: Tu hai lavorato e lavori molto con i bambini; è per questo che pensi molto a loro? Che cosa fai con loro?

CLC: Faccio dei seminari nelle scuole, ma quello che faccio veramente con i bambini è un segreto che dico solo a loro, perché è un metodo magico che non posso rivelare agli adulti. Vado a scuola viva e questo non è poco perché la scuola ti spegne. Tutte le istituzioni ti fanno diventare anonimo. Per me è stato un po' uno shock andare a scuola e tenere questi seminari perché la scuola non mi piaceva. Rientrarci per tenere io dei seminari mi fa girare la testa e in più sono anche pagata per questo. Vado a scuola viva e vado a scuola con la febbre della poesia. Una bambina mi ha detto che la poesia è passione. L'amore per le parole si trasmette. Per chi viene da un'altra lingua, come i bambini stranieri, mettere le parole al mondo è una necessità, ma anche un miracolo che dà grande gioia. Per me sono le parole che ci mettono al mondo, per questo dobbiamo lasciare che le parole dicano di più di quello che sappiamo. Per i bambini che vengono da altre lingue dire in poche parole quello che si sente o denunciare quello che non si può nemmeno sentire o quello che vive è qualcosa di molto forte. I bambini, o gli adulti non hanno bisogno della parole per dire le cose banali, ma per dire le cose fonde che stanno anche dentro di loro. Sapere che poterlo fare sia una cosa possibile li sbaraglia. Ai bambini non porto filastrocche, ma poesie di poeti. I bambini hanno bisogno di parole forti, anche se non sono tutte comprensibili per poi bussare in un luogo da dove ne escono altrettante. È difficile dire cosa faccio con i bambini quando ci incontriamo, ma da quegli incontri nascono scintille, fulmini o quello che è. Il mio modo di affrontarli disarmata e tremebonda li aiuta a tirare fuori il loro vacillare. Per loro è strabiliante sapere che ci sia una lingua con la quale si può dire tutto.


Chandra Livia Candiani, 66 anni, Poetessa e scrittrice.
Chandra Livia Candiani, 66 anni, Poetessa e scrittrice.


domenica 3 febbraio 2019

Rodolfo Gusmeroli e i video musicali in stile Blaxploitation

"Tutti i grandi cambiamenti sono semplici." Ezra Pound 

Rodolfo Gusmeroli mi ha dato l'opportunità d'affrontare delle riflessioni che avevo in mente di fare da tempo: gli aspiranti creativi, o artisti, sono in costante aumento. Molti di loro sono anche molto capaci e preparati, ma c'è davvero posto per tutti in una società che consuma sempre meno cultura, legge poco ed è scivolata a tempi medi di attenzione intorno agli 8 secondi? Personalmente, non sono molto ottimista sui grandi cambiamenti sociali e tecnologici che ci apprestiamo a vivere; se poi penso all'imminente introduzione di sistemi di produzione computerizzata, o robotizzata, sempre più perfezionati e intelligenti, mi viene spontaneo chiedermi perché un giorno i robot non dovrebbero occuparsi anche degli aspetti creativi dell'industria, dell'informazione, della cultura e delle arti.
Speriamo che ci saranno sempre degli umani che avranno voglia di esprimersi attraverso i linguaggi vicino alla nostra sensibilità al fine di intrattenerci, farci pensare e darci emozioni e che questi campi creativi restino eternamente di nostro appannaggio.
Leggiamo in che modo si può unire la musica al video e cosa ha da raccontarci a questo proposito un giovane al quale auguriamo una brillante carriera. TG

Rodolfo Gusmeroli, 21 anni, regista indipendente. Out of the city Keemosabe
Rodolfo Gusmeroli, 21 anni, regista indipendente, al suo arrivo alla Stazione Garibaldi di Milano, prima di rilasciare l'intervista che state per leggere a Frammenti di Cultura lo scorso dicembre 2018. Fotografato con Nikon F5, Nikon AIS 35mm f 2 e Fujifilm 200.

Tony Graffio: Rodolfo Gusmeroli, quanti anni hai e che cosa fai?

Rodolfo Gusmeroli: Ho 21 anni e sono un aspirante regista cinematografico che si occupa molto spesso di video musicali.

TG: Che film hai diretto?

RG: Ho diretto un cortometraggio che l'anno scorso ha vinto un concorso internazionale. All'epoca non avevo ancora uno stile ben definito; adesso invece sono in post-produzione con quello che sarà il mio vero cortometraggio d'esordio: "Sterling". Tra i vari videomusicali che ho realizzato vorrei parlarvi di "Out of the city" dei Keemosabe, un videoclip che recentemente ha vinto il Roma Videoclip Festival.

TG: Che formazione hai avuto per imparare la tecnica cinematografica e il linguaggio dei videoclip?

RG: Ho iniziato a girare nel 2014 con una vecchia telecamera palmare per realizzare video bruttissimi ai rapper della mia zona, in provincia di Novara. Terminato il liceo sono andato a Cinecittà, alla Roma Film Academy, per partecipare ad un corso di regia e vedere come lavorano i vari reparti della produzione cinematografica. Poi, ho continuato a studiare le nuove tecniche di ripresa e di edizione da autodidatta.

TG: Che scuola è la Roma Film Academy?

RG: Si tratta di una scuola privata dove si tengono vari corsi: sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia e recitazione. Io ho studiato per due anni regia utilizzando attrezzature video professionali e imparando i vari ruoli della troupe cinematografica. Ho trovato questi insegnamenti molto importanti perché per chi non ha la possibilità di lavorare in una produzione professionale è difficile conoscere approfonditamente le figure che operano sul set, in edizione e in post produzione e farsi un'idea corretta di come funziona una produzione cinematografica.

TG: È una scuola costosa?

RG: Sì. 

TG: Desideri proprio fare il regista?

RG: La mia ambizione più forte è quella di lavorare in campo artistico, anche se non espressamente come regista. Mi interessa molto l'arte digitale e la grafica computerizzata.

TG: Tutti i ragazzi della tua età o anche più giovani, desiderano entrare nel mondo dell'arte e svolgere un lavoro che abbia a che vedere con il cinema, la musica, la fotografia, la pubblicità o qualcosa di creativo ed emozionante. Molti sognano di diventare una rock-star o un artista visivo. C'è molta competizione in questi settori, non pensi che sarà difficile percorrere una propria strada in questi ambienti?

RG: Ritengo che molti giovani si rivolgano a queste attività artistiche perché i mezzi per praticarle sono diventati molto accessibili e popolari. Oltretutto anche i mezzi più "poveri" possono costituire un'opportunità per esprimere un proprio stile. Utilizzare, per esempio, vecchie videocamere che registrano in VHS può essere un modo per ricercare una poetica personale. Conosco giovani molto in gamba, però mi accorgo che il problema della mia generazione è quello di riuscire a concludere qualcosa che possa portare ad un lavoro concreto. C'è un po' una tendenza generalizzata a procrastinare la realizzazione di un progetto e l'ingresso nel mondo lavorativo. A volte è difficile perfino arrivare alla pre-produzione di un film e così i tempi si allungano all'infinito. Forse queste cose succedono proprio perché tutto sembra estremamente accessibile e non si considera ciò che si fa con la dovuta professionalità e poi è sempre difficile trovare chi ti paghi per ciò che proponi. Si inizia a pensare a un progetto con entusiasmo; si riflette su come organizzarsi per produrlo, anche perché i costi sono molto bassi, se non si paga la troupe e gli attori, ma poi ci si scontra con la realtà che ci circonda.

TG: Non è mia intenzione scoraggiarti, però viviamo in un momento di crisi in cui i dischi difficilmente si riescono a vendere. È raro che qualcuno compri i vinili o i cd; io lo faccio, ma so che siamo in pochi... I giovanissimi, e non solo loro, preferiscono guardare youtube, scaricare la musica in bassa qualità o fruirne direttamente online e questo fa sì che ci si abitui al fatto che tutto debba essere gratuito o quasi. Non so se si paga un euro per un album o qualcosa del genere. Anche il cinema non vive un bel momento perché persino le grandi produzioni fanno fatica a piazzare i loro prodotti e pagano pochissimo, o più spesso ancora non pagano, sia la troupe che i registi e i direttori della fotografia. Inoltre c sempre chi si offre di lavorare gratis sperando di costruirsi in questo modo un curriculum. Ci muoviamo in un mercato abbastanza chiuso perché noi parliamo italiano e i nostri film girano poco all'estero e poi c'è il discorso che magari chi realizza da solo il proprio quadretto o serigrafia riesce a vendere qualche pezzo direttamente ad un privato; mentre un prodotto culturale come un documentario o un film richiedono comunque una struttura produttiva e un sistema commerciale ben rodato, come un editore che piazzi sul mercato il film e lo distribuisca nelle sale o su altri canali di vendita; operazione che aumenta notevolmente i costi generali e diminuisce i guadagni degli autori o la possibilità di avere un ritorno economico immediato. Certe avventure possono anche rivelarsi dei flop e non è facile capire cosa piaccia al pubblico. Alcune televisioni importanti per un prodotto audiovisivo riconoscono soltanto cifre intorno ai 100 euro al minuto per un passaggio, se non addirittura per l'acquisizione dei diritti del filmato. Questa situazione economica non ti fa pensare che sarebbe meglio dedicare la propria creatività ad altro? O pensi che l'amore per questo ambiente possa risolvere ogni problema?

RG: Per quello che riguarda l'uso della lingua italiana, assolutamente sì, hai ragione. Per questo vorrei iniziare a lavorare utilizzando la lingua inglese, creando lavori che possano avere un respiro internazionale. Per il resto, credo che siano cambiate le piattaforme: la musica è addirittura gratis su Spotify. Non la devi pagare neanche un euro. Se arrivi ad avere una certa  visibilità o un certo seguito di pubblico, parlo sempre della musica, riesci a guadagnare e a continuare ad avere investimenti sul tuo prodotto. Idem con il cinema. È vero che c'è sempre meno gente nelle sale, ma ci sono un gran numero di piattaforme online come Netflix; Amazon e Oru che stanno finanziando tantissimo i giovani. Netflix ultimamente ha prodotto "La ballata di Buster Scruggs" dei fratelli Cohen e "Roma" di Alfonso Cuarón; questa è la dimostrazione di come sia cambiato il mondo. Quello che sta succedendo adesso nei confronti del cinema corrisponde in qualche modo a quello che accadeva negli anni '80 quando si diceva: "video killed the radio stars". La supremazia del video è durata per circa un trentennio, ma adesso le cose stanno nuovamente cambiando ed un nuovo mezzo si sostituirà al cinema e alla tv; l'unica problema è che non bisogna neppure restare legati alla casa di produzione e alla distribuzione solo perché si è sempre fatto così. Si paga meno per le maestranze se s'investe di più sui macchinari che servono a produrre. Macchine che avevano certe prestazioni e una volta in affitto ti costavano sui 1500 euro al giorno adesso le trovi per 200 euro al giorno.

TG: Il problema è un po' che il mezzo cinematografico è alla portata di tutti e tutti lo usano, ma questa non è una garanzia di qualità di contenuti.

RG: Sì, esattamente. La più vasta accessibilità ai mezzi di produzione, se si riesce a capire bene il loro funzionamento, non porta ad una situazione lavorativa/artistica con risvolti così negativi come quelli che normalmente si vogliono dipingere.

TG: Ho capito, tu sei ottimista riguardo al tuo futuro ed è giusto che sia così. Io credo che sicuramente oggi sia più semplice produrre in proprio, anche se questo non porta facilmente ad un guadagno, ma spesso solo a crearsi delle illusioni. 
Adesso invece parliamo di "Out of the city", videoclip che hai pensato e realizzato per i Keemosabe. Cosa vuol dire Keemosabe? E soprattutto, chi sono?

RG: Kimosabe è una parola degli indiani Cherokee che significa: compagno di avventure. Loro sono un gruppo musicale della mia zona, del novarese; abbiamo iniziato a lavorare insieme ormai da quattro anni. Grazie al mio lavoro di grafico, utilizzo Photoshop e Illustrator con una tavola grafica analogica-digitaleho conosciuto questi ragazzi che mi hanno chiesto di disegnare per loro le locandine dei loro concerti e le copertine dei loro singoli. Durante il periodo in cui ho frequentato Cinecittà, loro sono andati a Londra negli studi di Abbey Road per studiare musica; ovviamente siamo rimasti in contatto e una volta che ci siamo ritrovati abbiamo continuato a collaborare, preparando nuovi progetti. Nel marzo del 2017 abbiamo realizzato un primo video dal titolo: "Stay awake", poi abbiamo girato: "Out of the city" ed anche per il futuro abbiamo in programma di proseguire la nostra collaborazione.

TG: Che premio ha vinto: "Out of the city"?

RG: Ha vinto il premio rivelazione del Roma Videoclip Festival che è un festival molto importante per i video musicali.

TG: Io non lo conosco. Si tratta di un festival per gli addetti ai lavori?

RG: Sì, è un festival nazionale che premia l'aspetto tecnico della realizzazione, ma è anche legato alla qualità della musica; forse è più importante per i musicisti che per il valore cinematografico delle clip presentate. In Italia questo genere di realizzazioni non vengono molto considerate; per una decina d'anni questi filmati sono solo stati un supporto video per mandare in televisione la musica, ma le nuove generazioni sperimentano molto di più e sono molto creative in questo ambito. Infatti, ultimamente esistono molte più piattaforme per vederli. Per noi è stato importante avere un riconoscimento da un festival specializzato in musica perché in questi ambienti il video è spesso considerato solo come un accompagnamento ed un supporto alle canzoni, mentre noi abbiamo raccontato una storia per immagini che ha una sua vita, indipendente dalla musica, che ha aiutato a rafforzare un pezzo musicale di valore.

TG: Quante produzioni video o gruppi musicali hanno partecipato a quel festival?

RG: Nella nostra sezione eravamo in 15 partecipanti selezionati su 250; mentre nella sezione non indipendente erano in 12.

TG: Che doti e che capacità deve avere un regista indipendente per realizzare un videoclip vincente?

RG: Sicuramente bisogna sapere che cosa si vuole perché molto spesso realizzando video indipendenti e non avendo alle spalle una vera produzione è difficile organizzarsi con un piano di produzione preciso. Noi ci siamo arrangiati spesso con mezzi di fortuna o in altri modi. Per un video musicale bisogna avere le idee chiare su come dovrà essere il filmato finito, ma è anche importante avere parecchio materiale per quando si arriva in montaggio, per riuscire ad imprimere un buon ritmo alla storia. Il montaggio per un video musicale è importantissimo.

TG: Tu monti sulle battute musicali?

RG: Sì, però se c'è un punto del testo particolarmente importante, monto sul testo.

TG: Come è stato girato: "Out of the city"?

RG: Con una Sony Alpha 7S, una camera mirrorless e con uno stabilizzatore gimbal. L'abbiamo girato in due giorni intorno al Lago Maggiore, tra Arona, Stresa e Sesto Calende.

TG: Ho visto un bell'inseguimento nel sottopassaggio della stazione di Sesto Calende. 

RG: Ci tenevamo a girare il video nelle nostre zone; il sindaco di Arona ci ha dato il permesso di muoverci in città e per le scene girate in interni siamo riusciti ad ottenere delle belle location dai proprietari delle case e in un albergo molto conosciuto di Stresa. Tutti ci hanno aiutato volentieri e si sono dimostrati molto disponibili.

TG: Solo a livello di ospitarvi in determinate location e darvi in uso automobili d'epoca e il motoscafo o si sono mossi anche a per farvi avere degli aiuti economici?

RG: Solo per le location e le automobili. In realtà, i costi del video erano talmente bassi che non avevamo bisogno di gran che. Abbiamo pagato soltanto la benzina e la lacca per i capelli di un attore. I costumi li avevamo; le automobili ce le hanno prestate uno zio e un amico di famiglia.

TG: Bella questa atmosfera anni '70 che si è creata, è stato un po' come vedere a parti invertite la Fiat 500 di Lupin III che inseguiva la MG di Zenigata.

RG: Sì, abbiamo proprio voluto ispirarci in modo caricaturale agli anni '70. Avrei voluto inserire elementi anche un po' più Trash, tipo zoomate a schiaffo con fermi immagini sul primo piano del personaggio ed il suo nome, ma abbiamo deciso di farlo solo per  la fine dove appaiono i classici fermo-immagine che spiegano cosa è stato dei vari personaggi dopo che si è concluso il film.

TG: È stato difficile girare delle scene dinamiche così belle durante gli inseguimenti?

RG: È stato rischioso, più che difficile. Ero praticamente fuori dal finestrino aggrappato alla maniglia dell'automobile in corsa. La cosa più difficile è stata l'organizzazione. Di un inseguimento magari vedi 30 secondi suddivisi in 5 inquadrature che vuol dire girare e rigirare una scena riposizionandoti al punto di partenza più volte. Girare tutto quel materiale in soli due giorni è stato abbastanza impegnativo.

TG: L'unica critica che mi sento di muoverti è che secondo me non c'è stata molta cura per le luci, ma capisco che evidentemente non c'è stato il tempo per occuparsene. Stesso discorso per la scelta delle giornate più adatte alle riprese; il video risulta comunque bello e d'effetto, ma avreste potuto fare qualcosa di meglio. Non ho visto quell'effetto patinato che risalta sempre nei videoclip. perché?

RG: L'assenza di un effetto patinato è stata una scelta voluta, mentre per le luci abbiamo avuto la sfortuna di non essere riusciti a trovare due giornate con una continuità di toni fotografici. Una giornata era di sole, mentre l'altra era divisa in una mattinata nuvolosa con un'altra mezza giornata in cui abbiamo avuto un diluvio finale. Volevamo terminare le riprese a tutti i costi così, in un modo o nell'altro, abbiamo portato a casa il girato. L'effetto dato da un'immagine un po' cruda e da ombre in faccia ai protagonisti del video era ispirato al genere Funky dei film Blaxploitation degli anni '70. Tipici "B movie" oggi rivalutati e apprezzati per il loro stile particolare che esprime qualcosa fatto male volontariamente.

TG: I membri della band hanno fatto da attori in questa storia breve raccontata nel tuo vidoclip: che ruoli interpretavano?

RG: Andrea Guarinoni (tastierista) e Sebastiano Vecchio (batterista) hanno interpretato i due ladri; mentre Alberto Cottafavi (frontman e chitarrista) e Pino Muscatelli (bassista) erano i due inseguitori...

TG: Inseguitori... fino ad un certo punto perché il finale è una sorpresa per tutti.

RG: Esattamente.

TG: Una bella soluzione narrativa.

RG: L'idea era di creare una storia lineare senza playback e per questo doveva essere un vero e proprio cortometraggio con un plot twist finale. L'ultima parte dove si vedono i fermo-immagine dei protagonisti della storia ha invece visto un'aggiunta musicale che non era prevista nel brano.

TG: Avete vinto il Roma Videoclip Festival sia per l'originalità della storia con un colpo di scena finale, ma anche per la qualità delle musiche?

RG: Sì, secondo me anche per la qualità delle musiche. I Keemosabe fanno un genere musicale che in Italia esiste, ma che non credo diventerà Mainstream. Per chi ha intorno ai 50 anni ed ha ascoltato quel pezzo, magari può essere stato piacevole ritrovare un pezzo di un genere Funky/Fusion/Rock sperimentale che non sentiva da tempo.

TG: Rodolfo, dove e quando inizieremo a vedere circolare il tuo videoclip, magari anche al di fuori del web?

RG: Lo vedremo al Seeyousound Festival, in Piemonte e sul web sul sito dei Keemosabe, quando verrà rilasciato il loro  nuovo EP su Spotyfy e iTunes.