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giovedì 29 settembre 2016

L'arte contemporanea è un bluff?

L'opera d’arte contemporanea e l’opera d’arte "tradizionale": le quotazioni di mercato corrisponde al loro effettivo valore artistico? Ho posto queste ed altre domande all'amico e gallerista americano Joe Iannuzzi, per capire dove conviene investire e chi è il vero artista.

Siamo in tanti ad avere la "Scimmia dell'Arte" - Street-Art in via Cola Montano

Tony Graffio: Ciao Joe, non vorrei essere troppo brutale, ma ti devo confessare che da quando ci incontriamo per fare le nostre chiacchierate mi sto rendendo sempre più conto che nell'arte contemporanea è tutto solo una questione di business: se trovi un gruppo di investitori che lavorano in sinergia e sono capaci di farti raggiungere delle buone quotazioni riesci ad affermarti sul mercato dell’arte internazionale, indipendentemente da quelle che sono le tue effettive capacità professionali ed il tuo valore artistico?

Joe Iannuzzi: La risposta alla tua lunga domanda non può che essere: sì, certamente è come tu dici ma… Tutto ciò vale nel breve periodo: qualche mese, un anno, dieci anni… Poi però alla lunga i veri innovatori/ricercatori e i veri rappresentanti di un determinato periodo storico rimangono nel mercato e nella storia; gli altri scompaiono. Il valore artistico e il prezzo delle opere di un determinato artista non sempre corrispondono, si sa.

T.G.: Chi sono questi “imprenditori” un po’ mecenati un po’ filibustieri che investono su un artista per ricavarne un guadagno? E perché lo fanno? Per amore dell’arte?

J.I.: Chi ha molti soldi è normale che tenda a diversificare il proprio patrimonio. Le recenti crisi economiche hanno portato a una perdita di fiducia nelle “asset class finanziarie”, con conseguente spostamento del denaro in investimenti alternativi: il mercato dell’arte è uno di questi settori dove si può diversificare il proprio intervento economico. Galleristi, fondazioni, importanti e famosi collezionisti non vanno viste come figure negative del mondo dell'arte. Fare impresa in campo artistico non è reato, poi che lo si faccia per amore dell’arte o solo per guadagnare dipende dall'imprenditore. Le dinamiche del mercato finanziario piuttosto che immobiliare posso essere accomunate al mercato dell’arte, logicamente con i relativi distinguo.

T.G.: A cosa ti riferisci?

J.I.: Gli imprenditori di cui tu parli vanno incontro a tre tipi di rischio nel mercato dell’arte: il rischio strutturale, quello specifico e quello soggettivo.

T.G.: Spiegati meglio.

J.I.: L’arte è un bene superfluo, vi è poca trasparenza del mercato, è un mercato frammentato, pochi “gestori” determinano l’andamento del gusto, le legislazioni e tassazioni sono diverse da paese a paese. Possiamo poi dire che ci può anche essere qualche incertezza sull'autenticità, sulla datazione e sulla conservazione delle opere. Vi sono tempi lunghi nelle liquidazioni delle medesime, con alti costi: pensa alle aste dove dal 30% al 40% del valore del bene va in commissioni. Con le opere d’arte puoi avere anche rischi di trasporto e problemi di esportazione/importazione.Per ultimo, c'è il rischio soggettivo: l’arte può essere usata solo come diversificazione patrimoniale, può essere scelta solo come integrazione dell’arredamento, si è portati a cercare di far convivere un interesse personale con la possibilità di un efficace investimento (e ciò non sempre avviene).

T.G.: Parlavi di legislazioni e tassazioni: è vero che nel mondo, in Europa e forse anche in Italia è permesso/consentito/tollerato effettuare delle transazioni finanziarie nel mondo dell’arte che permettono di evitare di pagare tasse/iva o altri balzelli? Il Mercato dell’arte è utilizzato per rimettere in circolazione denaro contante senza troppi problemi burocratici e amministrativi?

J.I.: Probabilmente si, queste dinamiche possono verificarsi, tieni conto che se vengono rispettate le legislazioni dei singoli stati non vi è nulla di illegale. In Italia, che io sappia, la maggior parte delle gallerie lavora con il regime dei margini, poi per altre informazioni fiscali dovresti informarti presso un commercialista. Per quanto riguarda lo scambio tra privati non vi è tassazione poiché le opere d'arte sono accomunate ad oggetti usati.

T.G.: Non trovi che questo sistema finisca con lo svilire il vero artista e favorire le nullità che dietro a pseudo-idee concettuali di bassa lega applicano soluzioni industriali ad un ambiente che in epoche diverse si basava su tecniche molto complesse tramandate di padre in figlio (Molto difficilmente riproducibili dagli estranei poiché erano segreti professionali che spesso gli artisti si portavano nella tomba piuttosto che divulgarli ai loro concorrenti)?

J.I.: No qui non sono d’accordo con quel che dici. Chi è il vero artista? C’è una giuria che lo stabilisce come nei programmi di cucina? L’arte è un linguaggio: ogni artista deve trovare il suo; rispetto al passato non ha importanza se l’artista sia capace o meno di eseguire lui stesso l’opera per definirsi artista. Pensa a Andy Warhol. Per tutti è l’artista per antonomasia. Come ben sai c’era la Factory dove i suoi collaboratori producevano le opere. Se vuoi parlare dei giorni nostri, pensa a Damien Hirst, anche lui ha una notevole quantità di personale che lavora per realizzare le sue opere. Anche in passato era così: gli artisti di scuola aiutavano il grande maestro a realizzare la sua opera. Michelangelo aveva diversi assistenti e spesso addirittura li sostituiva con altri nuovi. L’idea, il concetto sono fondamentali, poi chi lo realizza è logico che sappia di tecnica ma non necessariamente deve essere l’artista medesimo. Pensa ad Alighiero Boetti, quasi la totalità delle sue opere (gli arazzi, le mappe) sono state realizzate in Afganistan dalle donne del posto. Questo non toglie alcun valore artistico alle sue idee, anzi.

T.G.: Ultimamente, stiamo assistendo sempre più spesso alla vendita di opere di artisti, nemmeno tanto maturi, che hanno venduto delle opere ai prezzi di un Degas, o perfino superiori. Un indefinibile Cattelan (ma non necessariamente lui) è veramente più bravo di un impressionista? Queste valutazioni verranno confermate anche in futuro o c'è il rischio di trovaci di fronte a grosse sorprese?

J.I.: Esattamente come nel mercato finanziario si formano le così dette “bolle” e lo stesso avviene nel mercato dell’arte: probabilmente l’esempio che tu fai è molto suggestivo. Quando c’è bassa conoscenza ed alta emozionalità non può che verificarsi la bolla speculativa, Hirst e Cattelan ne sono i possibili esempi, ma se il loro valore è duraturo, solo il tempo ce lo potrà confermare. Come ti ho già detto, l’arte contemporanea deve essere l’espressione del momento sociale, culturale e storico in cui viviamo: cosa meglio di un ”cesso” fatto d’oro dal titolo “America” puoi immaginare per esprimere l'attuale metafora del mondo in cui viviamo?

T.G.: Quando il mercato dell’arte ha cambiato strada ed è diventato un'alternativa alla borsa valori?

J.I.: Da quando ci sono le crisi finanziarie in borsa... (ride). Ricordati, la parola d’ordine è diversificare.

T.G.: Qual è la responsabilità degli americani, nel dopoguerra, nel dare peso all'astrattismo a scapito del figurativo e nel trasformare le “belle arti” in idee concettuali che ripudiano la bellezza?

J.I.: Più che altro, direi che noi americani diamo forza ai nostri artisti in generale, a partire dalla Pop-Art ai giorni nostri. Per dirtene una, nel 1965 al MOMA fu fatta una mostra, “The Responsive Eye”, basata sull'arte ottico-cinetica e programmata. Sarebbe stato bello e interessante nel cinquantesimo anniversario riproporre una mostra commemorativa… E invece non se n'è fatto nulla. Sai perché?

T.G.: Credo di saperlo, ma dimmi pure...

J.I: Di artisti americani veri e propri in quella mostra ce ne erano pochissimi e quindi nessuno ha voluto tirare la volata ai ciclisti della squadra avversa. Capisci Tony?

T.G.: Sì perfettamente, ad ogni modo, gli americani sono stati molto in gamba nel proporre la loro arte. Secondo te, Peggy Guggenheim era un genio o una donna molto influente con tanto denaro da spendere?

J.I.: Entrambe le cose Tony e poi era una persona che sapeva godersi la vita.

T.G: Anche su questo siamo d'accordo, è solo sull'idea di cos'è l'arte che ci scontriamo... Le arti visive contemporanee per te sono il riflesso dei tempi o solo un espediente per fare della speculazione finanziaria?

J.I.: Entrambe le cose, ma rispetto al passato l’arte è vissuta solo da un pubblico di nicchia, un'élite. Forse per questo tu ed io a volte non ci capiamo, tu la consideri una forma didascalica che possa essere d'aiuto alla crescita culturale del popolo, ma non è così. L'arte non si rivolge più a tutti; per quello esistono altre forme di comunicazione, come il cinema, la televisione o il fumetto. Probabilmente, moltissime persone, al tempo di Michelangelo a Roma e non solo lì, avevano visto le sue opere e conoscevano il Maestro. Oggi questo non vale per gli artisti contemporanei (se non per rare eccezioni), le stars di oggi sono attori famosi e in Italia i calciatori.

T.G.: E’ tutto un bluff? E’ tutto pilotato o c’è qualcosa che sfugge alle logiche del business?

J.I.: Ricordati Tony che nel mercato dell’arte nulla succede per caso, è un mercato molto finto, ma girano soldi veri. (ride di gusto). Pochi ricchi e potenti decidono per tutti. Così era in passato quando i papi commissionavano le opere; poi con l'impressionismo i borghesi pagavano e si portavano a casa le opere. Così è oggi e lo stesso accadrà anche domani.

T.G.: Un Michelangelo che cosa ha da imparare da un Kiefer?

J.I.: Nulla, il primo è morto.

T.G.: Sì, lo so, intendevo dire se c'è qualcosa, a livello di marketing, che oggi fa sopravvalutare quei bravi artisti che tuttavia non mi sembrano essere dei geni assoluti.

J.I.: Il mondo è molto cambiato, è vero, non ci si può opporre al progresso.

T.G.: Non sei d’accordo se dico che un artista “classico” ha delle capacità professionali e pratiche che negli artisti contemporanei vengono totalmente sopperite con il marketing?

J.I.: No, non sono d’accordo.

T.G.: In altre parole, l’arte contemporanea è solo marketing?

J.I No. Il marketing è sicuramente fondamentale, oltre alla comunicazione, per un artista dei nostri giorni, ma non basta.

T.G.: Un Christo è superiore ad un Michelangelo solo perché Michelangelo non è in vendita?

J.I: Si tratta di realtà molto diverse tra loro: non puoi paragonare artisti del passato con quelli contemporanei, ognuno ha vissuto nel proprio periodo storico, ognuno è figlio del proprio tempo e di conseguenza anche il tipo d’arte che viene prodotta è molto diversa.

T.G.: Si può essere artisti nel 2016 se non si vende niente?

J.I.: No. L’artista è un professionista e per molti aspetti anche un imprenditore.

T.G.: E’ meglio vendere un quadro a 80 euro o è meglio non vendere niente?

J.I.: Non è il prezzo di un opera che fa sì che questa sia arte o meno.

T.G.: Anche 100 anni fa per farsi conoscere e farsi degli amici era buona norma regalare le proprie opere ai musei, ai curatori e ai giornalisti?

J.I.: Immagino di sì.

T.G.: Cosa mi puoi dire dell’antiquariato e del design, che rapporti hanno con l’arte contemporanea?

J.I.: L’antiquariato è sempre più per “pochi nostalgici”, il design invece è sempre più scambiato e quotato, vedo molte aste in giro per il mondo. Come mi disse un amico e famoso artista Italiano (Davide Boriani) Il designer ha un problema e deve risolverlo; L’artista si crea un problema per poi trovare la soluzione (sorride).

T.G.: Qual'è il rapporto tra la moda e l’arte?

J.I.: La moda ruba, copia a mani basse nel campo dell’arte, potrei farti infiniti esempi: dai vestiti con disegni optical a quelli minimalisti, etc.

T.G.: E’ l’arte che influenza la politica attuale o è più la politica ad influenzare l’arte contemporanea?

J.I.: L’arte è molto spesso come una fotografia della società in cui stiamo vivendo, l’arte è un “metalinguaggio” che coglie l’essenza del nostro tempo.

T.G.: Qual è il più grosso segreto dell’arte contemporanea che tutti conoscono e che nessuno vuol pronunciare?

J.I.: L’arte è una cosa che non serve a nulla ma che dà immensa felicità (quando la dà).

T.G Su 100 artisti di buon livello dei nostri giorni, quanti ne verranno ricordati fra 50 anni?

J.I.: Non saprei, probabilmente meno di dieci.

T.G.: Tu tratti solo Arte contemporanea? Perché?

J.I.: Sì, dà più margini di profitto ed è più stimolante, è qualcosa di più vivo è qualcosa ancora in divenire che ha un che di misterioso.

T.G.: E’ più facile vendere un Aubertin o un Morandi? Perché?

J.I.: Entrambi in questo momento sono richiesti, ma le cifre in gioco sono ben diverse come tu ben sai.

T.G.: Verranno ridiscussi sia gli artisti "classici" che quelli moderni? Chi tra loro è apprezzato adesso, lo sarà anche in futuro?

J.I.: Ormai la storia è scritta per gli artisti classici e moderni, a parte rarissimi casi quello che è oggi nei libri rimarrà anche in futuro.

T.G Qual'è un investimento a prova di rischi? Un Mondrian o un Francis Bacon?

J.I.: Entrambi.

T.G.: Arte e finanza diventeranno una cosa sola?

J.I.: Lo sono già.

Il cesso d'oro di Maurizio Cattelan
L'arte contemporanea ed il mondo attuale stanno andando nella stessa direzione.  TG
(In fotografia: America di Maurizio Cattelan)

Tutti i diritti riservati

giovedì 4 febbraio 2016

Arte Fiera Bologna: 40 anni e non sentirli… O forse sì?

 Struttura tubolare 

Ho incontrato Joe Iannuzzi al ritorno da ArteFiera Bologna e ho voluto sapere la sua impressione su una tra le più famose e rinomate fiere d’arte moderna e contemporanea d’Italia.

Toni Costa - Conceptual 

Tony Graffio: Joe che ci puoi dire della fiera internazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Bologna di quest’anno?

Joe Iannuzzi: Caro Tony ritengo che da fiera internazionale a sagra di paese il passo sia breve, forse però è quello che è accaduto in questa quarantesima edizione.

TG: Per quale motivo dici ciò?

JI: Mi sembra che ormai non si faccia più selezione su chi invitare alla fiera: è stato aggiunto un altro padiglione (il n° 32, per giunta con proposte interessanti) e così ci stanno tutti. Ciò non bastasse sembra, pur ad un’attenta visione, che non vi sia più per molti galleristi l’obbligo di presentare un progetto d’allestimento riconoscibile nei contenuti e negli artisti proposti: molti hanno portato un po’ di tutto (l’importante è che vada di moda al momento e che si venda), alcuni preparano mezzo stand con una personale di un artista e poi mezzo con un altro; altri invece in modo serio hanno allestito stand con esposizioni tematiche o interamente con una personale di un artista. Si assiste quindi a una fiera disomogenea, sia nelle proposte che nell'allestimento dei due padiglioni principali. C’è di tutto, per tutti i gusti, per tutte le tasche.

TG: Quindi non è più una fiera internazionale?

JI: Se per internazionale intendi che vi siano esposti artisti storici di fama internazionale allora ti dico che la fiera è internazionale con artisti di primissimo livello e famosi in tutto il mondo: Fontana, Burri, Castellani, Hartung, Christo, Boetti, etc. Ma ti dico anche che La fiera è diventata piuttosto nazional-popolare: ha perso definitivamente il suo carattere Internazionale poiché le gallerie estere non la frequentano più, se non pochissime eccezioni. Non s'incontrano quasi più neppure i collezionisti stranieri.

TG: Per quale motivo?

JI: Le nuove proposte di giovani artisti stranieri a prezzi di storicizzati italiani non possono reggere nel vostro mercato. Allo stesso tempo, gallerie straniere di un certa importanza che trattano artisti storicizzati di elevato valore non frequentano più il misero mercato Italiano (in termini di volume di scambiato e di prezzo), questa è ormai realtà da diversi anni.

TG: Ma come nuove proposte hai notato qualcosa di interessante?

JI: Si qualcosa c’è sempre, ma meno rispetto al passato, d'altronde puoi immaginare che pagando uno stand medio-piccolo dai 10 mila euro in su, qualcosa devi pur vendere portando quello che vuole il mercato altrimenti son dolori.

TG: C’erano molte persone alla fiera?

JI: Tantissime Tony, il marketing pubblicitario è stato fatto molto bene. Poi sai è giusto che l'arte venga vista e apprezzata da tutti, fortunatamente poi a possederla sono in pochi. Ho notato un pubblico molto eterogeneo soprattutto di sabato e domenica, come sempre accade. Come già forse ti dissi altre volte queste fiere per attirare persone diventano eventi mondani, li si va perché tutti ci vanno il quel week-end, insomma come andare alla sagra del paese (purtroppo mancavano le salamelle e le costine di maiale, vi erano dei piccoli panini a 4 euro l’uno): pensa ho sentito da una signora che spiegava ad una sua amica davanti ad un opera di Paolo Scheggi “Vedi questo è un importante artista cinetico, ora va molto”. Ecco capisci che intendo dire!


Paolo Scheggi - Intersuperficie curva bianca (1966)
Acrilico su tre tele sovrapposte cm 200X100X7

TG: Per quanto riguarda invece “gli addetti al settore” che impressioni hai avuto da loro?

JI: Mah, ho notato interesse rinato per Schifano e per tanta arte classificata come “concettuale” come per esempio Vincenzo Agnetti, etc, logicamente ti parlo di chi compra opere e non di chi passa così tanto per far qualcosa. Sai molti di quest’ultimi probabilmente hanno apprezzato molto di più la struttura tubolare del soffitto (*) della fiera che l’arte. Inoltre ho notato molti dealers e sempre meno gallerie d’arte.

TG: Riguardo ai prezzi delle opere che cosa ci puoi dire?

JI: Prezzi di listino un po’ elevati, poi sai tutto è trattabile nella vita: tranne la morte, se poi sei lì per concludere veramente allora il discorso è diverso e pure il prezzo finale.

TG: Hai comprato qualcosa in fiera?

JI: Certo Tony, ma logicamente non ti dirò cosa.

TG: Grazie Joe, alla prossima.


Jacob Hashimoto - More about perception and consciousness (2015)
Bamboo, carta, Dacron, Nylon, acrilico e pigmenti cm 122X244X20



martedì 17 novembre 2015

Arte e Mercato, sentiamo il pensiero di un gallerista internazionale

Record dopo record, il mercato dell’arte attira sempre più i nuovi ricchi. Assistiamo presso le major (Christie’s e Sotheby’s) a New York e Londra, ad un aumento dei fatturati delle case d’asta e a sempre nuovi risultati assoluti di vari artisti: Fontana, Twombly, Modigliani, Bacon, Warhol, etc. L’investimento in arte piace, e in linea generale non è soggetto a tassazione né sul capitale né sulla eventuale rivalutazione che può realizzare. Ho incontrato a Torino, nei giorni scorsi, il noto gallerista internazionale Joe Iannuzzi di passaggio ad Artissima per acquisire opere esposte in fiera e proseguire poi la sua attività nelle aste del nostro paese.

Lucio Fontana: Concetto spaziale, attese; aggiudicata a 16.144.000 USD

Tony Graffio intervista Joe Iannuzzi

Tony Graffio: Dopo questi trionfali e notevoli risultati in America e a Londra che quasi tutti i media ci comunicano, mi chiedo ma da noi in Italia come vanno le cose?

Joe Iannuzzi: In questo momento il mercato è in ripresa, inoltre assistiamo in questi anni al proliferare sempre più di fiere d’arte e di nuove case d’asta.

TG: Ma qual è la realtà del mercato per quanto ci riguarda? È tutto oro quel che luccica?

JI: Il mercato in Italia in termini economici rappresenta circa lo 0,7% del mercato dell’arte mondiale. Davvero poca cosa. Bisogna valutare con molta attenzione che artisti comprare e quali opere in particolare. Questo non vuol dire che alcuni artisti italiani storicizzati non valgano, anzi hanno già ottime quotazioni ed in confronto ad altri forse hanno ancora maggior possibilità di crescita. Opere storiche di artisti internazionali sono spesso un buon investimento, in linea di massima.

TG: Quanto è l'effettivo scambiato? C’è trasparenza nel mercato dell’arte?

JI: Lo scambiato è difficile da valutare poiché delle transazione visibili (quelle in asta, poiché in galleria non sempre è noto, se non tramite i diritti di seguito pagati alla Siae) alcune case d’asta danno per battuto anche le opere invendute, piuttosto che quelle che non raggiungono la riserva: l'opera è battuta ma in realtà non viene venduta. Frequentando le fiere può succedere di notare opere già viste e riviste che, in attesa di un chiodo su cui rimanere appese, aspettano il loro compratore.

TG: Ma di chi sono queste opere? Dei galleristi, dell’artista, in conto vendita da parte di collezionisti ?

JI: Probabilmente un po' di tutto ciò. In queste fiere italiane viene sempre detto il numero di visitatori: 20 mila, 40 mila, 50 mila. Ma quanto è stato venduto in fiera e quanto in seguito a contatti avuti non è noto saperlo, se non agli addetti ai lavori.

TG: L’arte è considerata anche un investimento come lei ha detto. Quindi va comprata e quando raggiunge il suo massimo rivenduta? È come un azione?

JI: Indubbiamente, questo è un aspetto del mercato senza il quale forse “non esisterebbe più l’arte contemporanea”: tutti vogliono guadagnare nelle transazioni, non vedo perché ciò non possa avvenire con le opere d’arte. Non dimentichiamo però che collezionare vuol dire creare un insieme di opere che rispecchiano in fondo la passione e l’essenza di chi le ha acquisite. Viene detto che le opere d’arte vengono vendute a causa delle tre D : Death, Divorce, Debts. Non sempre è solo per queste ragioni.

TG: Sono quindi i grandi galleristi o i collezionisti che influenzano questo mercato? Pochi decidono per molti?

JI: È un mercato ristretto, dove chi vende e compra è una minoranza della gente. Fare operazioni commerciali a breve termine è relativamente facile. Spesso siamo di fronte a mode nel mondo dell'arte: in Italia oggi lo Spazialismo e l’Ottico-cinetico sono forse al loro massimo, stanno iniziando a riscoprire gli artisti degli anni '70, domani chissà molti prospettano il ritorno della pittura figurativa. Il mercato così crea salite e discese, necessarie per poter guadagnare e per far si che ci sia un interesse nell'investimento. Assistiamo sempre più nel mercato dell'arte a meccanismi simili a quelli della borsa ma con delle differenze. Quello che in borsa è considerato reato: aggiotaggio, insider trading etc, qui nel mercato dell’arte per molti aspetti similari è “la norma”, la linfa vitale per creare ricchezza.

TG: Possono esserci allora delle “bolle” come è successo per il mercato immobiliare o quello della borsa?

JI: Questo mercato affascina molto nella speranza di grosse rivalutazione nel breve-medio o lungo periodo. Ma assistiamo anche alla scomparsa di alcuni nomi un tempo molto scambiati, o di una loro discesa nelle quotazioni. Di solito quando un artista non va si passa ad un altro. Il mercato è sempre in cerca di qualcosa da riscoprire, da rivalutare.

TG: Quindi che si compra ora? Bisogna vendere? C’e da aspettare? O forse no?

JI: E’ sempre il momento di fare tutto ciò, la cosa importante è sapere quando vendere, quando comprare, chi si chi no, quali opere e a che prezzo. Non sempre chi propone opere di un’artista che ha da vendere può essere imparziale. Un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono.

TG: Lei consiglia che per acquisire opere d’arte allora sia meglio rivolgersi a dei consulenti esterni come intermediari? Ma ne esistono?

JI: In Italia non saprei, negli USA sicuramente si, gli art advisor, persone che dovrebbero avere competenze di uno storico d’arte, la passione di un collezionista, la scaltrezza e lungimiranza di un gallerista, la conoscenza dei meccanismi del mercato dell’arte. In questo mercato dell’arte bisognerebbe conoscere: galleristi, artisti, addetti al settore, curatori, altri collezionisti; frequentare fiere e aste per poter avere una visione più ampia del tutto. Oggi, anche il mercato dell’arte è globale quindi anche gli acquisti e/o le vendite possono essere svolte in altre nazioni a seconda della convenienza e dell’interesse di cosa viene proposto.

TG: In italia il limite a 1000 euro (adesso passato a 3000) per acquisti in contante è una cosa che ha creato minor interesse nel nostro mercato?

JI: Non Necessariamente, dipende alla clientela a cui si rivolge. Sicuramente questa norma insieme a redditometro, "spesometro", ha ridotto gli acquisti dei medio-piccoli collezionisti, determinando un sempre più alto gap tra il mercato di alto e basso livello. Non dimentichiamo che in Germania, Austria, Svizzera non c è limite all’uso dei contanti.

TG: Dopo tutto queste considerazioni di tipo economico le chiedo: ma l’arte suscita ancora interesse per i suoi contenuti e per il suo messaggio sociale e innovativo?

JI: Sicuramente sì, è la magia della creazione... Al di là delle mode, del costo monetario. Possedere un opera d’arte può anche voler dire avere un pezzo di storia dell’arte e non solo di quella, nella propria abitazione.

TG: Grazie, Mr. Iannuzzi, spero di poter rimanere in contatto con lei per altre rivelazioni riguardanti il mondo dell'arte, il mercato, gli affari o le speculazioni che si possono fare in questo ambiente e sapere quello che succede effettivamente presso le case d'aste, per esempio.

JI: Grazie a lei Mr. Graffio, è stato un piacere, avrei molte cose interessanti da raccontare ai suoi lettori, vedremo se sarà il caso di farlo, o meno, non vorrei attirarmi le antipatie dei colleghi del settore...


Cy Twombly : 1968, aggiudicata a 70.530.000 USD


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