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martedì 10 marzo 2015

Teatrino Burri: sì o no?

Parco Sempione, Milano, 9 marzo 2015

In questo luogo era stato costruito il teatrino progettato da Alberto Burri ed in questo stesso luogo, a distanza di 26 anni dalla sua demolizione, sta per essere ricostruito lo stesso palco che dovrebbe accogliere spettacoli, musicisti, attori e gente comune, anche in vista di manifestazioni di contorno a Expo 2015.
Ieri ho scattato qualche fotografia per documentare lo stato di avanzamento dei lavori, con la prospettiva di trattare questo argomento tra i "miei" Frammenti di Cultura, oggi è stato mandato in onda anche un servizio della TGR su questo argomento, a riprova che è in corso un vero dibattito tra i milanesi, da una parte ci sono gli amanti dell'arte e dall'altra coloro che pensano sia meglio tutelare le aree verdi dall'invadenza del cemento.
Come si collocano i nostri lettori, o coloro che collaborano con il nostro blog?
Il primo ad aver espresso il suo parere è stato Federico de Leonardis che s'è sentito un po' chiamato in causa da un discorso di questo tipo, sia per la sua militanza tra gli artisti più originali della città, sia per il suo passato da urbanista.
Invito tutti ad esprimere il proprio parere sull'argomento inviandomi i propri scritti via email, oppure postando liberamente i propri commenti in fondo a questa pagina. T. G.

Milano è tutta un cantiere

Il parere di un artista
Abitavo molto vicino al parco Sempione, più di quindici anni fa, e quando è stato costruito il grande palco di cemento, mi chiedevo addirittura di chi potesse essere l'idea, non avendone affatto riconosciuto l'autore. 
In linea di massima non sono contrario agli interventi artistici nei parchi (visto che Tony Graffio mi ha chiesto il mio parere di ex urbanista), dipende però quali e quanti. 
Il parco  è stato "invaso" da opere d'arte in occasione di una certa Triennale (non ricordo più la data, mi sembra la quindicesima), ma non tanto da suscitare il mio orrore per il troppo pieno (alcune sono state rimosse poco dopo e francamente non ho avuto rimpianti: non perché ingombrassero, semplicemente perché non le consideravo belle. 
Non si può sempre pretendere il massimo e comunque non è responsabilità dell'amministrazione pubblica se  le opere non sono del tutto riuscite, se mai dei curatori. Il Teatrino è stato in piedi per qualche anno e usato come impianto per rappresentazioni teatrali all'aperto. L'unica opera permanente che consideravo veramente riuscita in tutti i sensi era quella di Arman, trovavo affascinanti le tracce delle seggiole da giardino sulle scalinate, ma purtroppo non ho mai assistito, e non credo che qualcuno lo abbia mai fatto, a una qualche rappresentazione pubblica, magari di strada, magari improvvisata. 
In altre parole l'opera non mi sembra abbia suscitato l'interesse né delle istituzioni, né della gente (se non per atti di vandalismo stupidi). Questo è significativo di come deve essere tutelata dall'amministrazione pubblica un'opera d'arte: facendola funzionare, proteggendola con una certa efficienza d'uso. 


L'anfiteatro di Arman (Armand Pierre Fernandez), poco lontano dal sito dove sta per essere ricostruito il Teatro Continuo

Secondo me, le migliori opere sono quelle che in qualche modo possono essere vissute. L'intenzione di Arman era senza dubbio, esattamente come quella di Burri, di coniugare la forma con il suo uso (che poi è la caratteristica fondamentale di tutte le opere d'architettura: elasticità, apertura nei confronti delle trasformazioni d'uso nel tempo e nei confronti di interventi particolari di chi le vive). L'architettura non è mai statica, è un'ossatura da riempire di vita e la vita come si sa si trasforma: mio figlio ha un cervello ben diverso da quello di mio nonno - non ho detto migliore, sia ben chiaro.


Un particolare dell'opera di Arman

Potrei fare molte battute su come lo impiegano i giovani che esercitano il sacrosanto diritto di esprimersi a scapito dell'architettura: oggi, come sostengo da una vita, sembra che, sull'esempio della pubblicità, altro cancro delle società del tardo capitalismo, la città, qualsiasi città, sia diventata una mera superficie da dipingere, vuoi con carta da parati vuoi con bombolette spray; la materia dell'architettura, il suo volume, il suo involucro, le sue masse sono oggi ridotte a una sola dimensione (come diceva Marcuse): quella della superficie. Se ricostruiranno il Teatrino di Burri, bello o brutto che sia (non mi impegno in discussioni su quest'argomento, perché ognuno può avere in proposito tutte le opinioni che vuole), sono certo che in poco tempo verrà imbrattato dal primo idiota di passaggio, per essere a sua volta imbrattato dal successivo. Questa è un'altra delle caratteristiche del graffitismo: la mancanza di rispetto per l'architettura è un cane che si morde la coda, qualsiasi intervento di superficie, fosse anche quello del miglior muralista sulla piazza, viene soffocato dalla massa e si potrebbe aggiungere anche dall'urgenza espressiva più che legittima della massa. 
O si troveranno dei canali di sfogo per la creatività di tutti, insegnando prima di tutto il rispetto per quella degli altri, o la prima a essere vittima di questo bisogno sarà sempre l'architettura. Tanto per rimanere in tema di graffitismo, il post che tu hai pubblicato sul lavoro di Bros sulla facciata della chiesa è emblematico di come il graffitismo finisca per darsi la zappa sui piedi, suscitando le ire dei baciapile (quanti commenti negativi!), gli unici a pretendere pulizia (semo der gato, si dice al mio paese - alludendo ai topi): una brutta facciata di chiesa, costruita con il materiale povero a cui potevano aspirare le tasche del parroco e dei parrocchiani, è stata una volta tanto "imbrattata" con il rispetto della sua superficie, senza eccessivi personalismi e allegramente.
Subito cancellata. Mi dispiace per Bros, i suoi segni, molto semplici, di soli due colori su sfondo scuro, mi piacevano, davano allegria a un quartiere abbastanza squallido, ma pochi murales decenti e sobri  e magari anche rispettosi di ciò che ci sta dietro, non bastano ad arginare la valanga degli altri e soprattutto l'invasione "didattica" della pubblicità.
Conclusione: forse una vera svolta per ottenere il rispetto dello spazio comune (ed è tale tutto ciò che è esterno al nostro spazio privato) è un'educazione al vuoto, alla "tabula rasa". So di essere provocatorio e radicale, so che la proposta è mille miglia lontana dalla realtà attuale, che oppone un'economia globale virulenta a una società endemicamente in crisi, perché tutto viene rivoluzionato dall'irrompere delle masse sulla scena, con i loro problemi elementari ed essenziali (si possono esprimere con una sola parola: fame). Forse, malgrado la sua discrezione spaziale, il suo rispetto per i valori prospettici della Milano Elegante Modello Svizzera, anche il Teatrino di Burri è di troppo.
In aggiunta a quanto già detto posso dire quanto segue: Burri è stato un grande artista (il 12 prossimo si inaugura il centenario della nascita a Città di Castello), ma non sono d'accordo che tutto ciò che ha fatto sia all'altezza dei suoi Sacchi, dei suoi Cretti e dei suoi Cellotex. Quando era già in Italia da tempo, e famoso, secondo me è stato influenzato dal minimalismo e a quel periodo risale il Teatrino. Quell'intervento non mi interessava allora  e non mi interessa oggi, così come non mi interessano le sue sculture e pitture minimali che ho visto in Umbria agli Essiccatoi del tabacco. Se lo vogliono ricostruite, facciano pure: non deturpano la prospettiva al Castello, ma l'opera non mi emozionava e probabilmente non mi emozionerebbe più oggi. 
L'idea di inquadrare lo scenario in quinte teatrali non è male, ma l'opera di mera architettura paesistica, realizzata un tempo e oggi in ricostruzione, non mi sembrava molto originale. 
Molto colorata e abbastanza ingombrante sullo sfondo del verde. Questo è il mio giudizio. Federico de Leonardis

Il Teatro Continuo di Alberto Burri

 Chi è Alberto Burri


Aggiornamento dell'8 aprile 2015
La costruzione del teatrino procede lentamente, il cantiere resta aperto, non si vede nessuno al lavoro, quanto ci vorrà per portare a termine il progetto?

La prospettiva che incornicerà il Castello Sforzesco

La base di cemento

Un'altro punto di vista sul palcoscenico d'artista

Anche se l'argomento sembra interessare e continua ad a essere visionato, mancano ancora i vostri commenti.
Per stimolarvi un po', mi tocca pubblicare un'immagine che avrei preferito non mostrarvi.

Siamo tutti un po' Fantozzi?

Aggiornamento del 3 maggio 2015
I lavori sembrerebbero terminati, ma l'area interessata dal teatrino Burri è ancora transennata e le polemiche non sembrano finire.

Vista dall'Arco della Pace

Giochi di una domenica sera di primavera

Finito

Sghembo

 Di lato

Col Castello alle spalle

Fine della prospettiva ed altre polemiche

I bagni misteriosi (fontana De Chirico nel giardino della Triennale)

Di recente è stata risistemata anche la fontana progettata da Giorgio De Chirico nel 1973, ridando vita ai colori originali, ridipinti in acrilico con toni piuttosto saturi. 
Dopo tanti anni nel bacino della fontana è ricomparsa anche l'acqua.
Questo genere di opere richiede una costante manutenzione per poter conservare al meglio il proprio fascino e la propria bellezza e non sembrare un ricordo di un'età di degrado, come appariva la fontana poco prima del restauro. Speriamo in bene. T.G.

E per concludere, la parola torna a Federico De Leonardis.

Ancora a proposito del Teatrino (di Burri e non solo)
I lavori per il “restauro” del Teatrino di Burri sono stati ultimati. Restauro è un termine intenzionalmente errato, nasconde il fatto che bisognerebbe parlare di ricostruzione: l'opera era stata rasa al suolo 26 anni fa (nel ‘98), quindi dopo 25 dalla sua nascita, perché fu inaugurata, se non vado errato, nel '73, in occasione di una celebre Triennale che nel Parco Sempione di Milano ha visto nascere in contemporanea molti lavori di scultura, alcuni dei quali hanno subito la stessa sorte. La vicenda relativa a queste opere merita una riflessione.
Come ho già detto precedentemente, sono favorevole a portare fuori dai luoghi deputati opere d'arte evidentemente in grado di resistere all'azione del tempo, almeno il periodo necessario a che la comunità cui sono destinate si accorga che esistono, anche se non tanto quanto ne occorre perché ne assimili il messaggio (la conservazione “ab aeterno” non è più di moda). Il discorso è delicato e andrebbe affrontato da molto lontano.
Il liberismo selvaggio ha deturpato il Giardino d'Europa, minando in modo irreversibile un equilibrio paesistico eccezionale. Un territorio morfologicamente fra i più vari al mondo e plasmato in secoli in cui non è mai venuto meno un senso che chiamerei competitivo nei confronti della bellezza (per intenderci: Firenze costruisce il Cupolone e noi senesi ci daremo da fare con il nostro Duomo ecc), in una decina, al massimo una ventina d'anni, è stato completamente sconvolto. Naturalmente la crescita demografica conseguente l'aumento di benessere generale dovuto alla trasformazione di un'economia da prevalente agricola a prevalentemente industriale, ha rotto gli argini e non ha avuto a governarla nessun progetto urbanistico, necessariamente a livello nazionale. Qualcuno di buona volontà a tentare di sbarrare la strada all'ultima delle invasioni barbariche della storia del nostro paese per la verità c'è stato ma, aiutata dall'influenza deleteria degli aspetti peggiori della cultura d'oltremare vittoriosa su tutti i fronti, la calata delle mani delle masse sul territorio non ha trovato ostacoli. Presa un po’ superficialmente ma senza mezzi termini si potrebbe dire: la mentalità del campanile non è stata in grado di difendere una bellezza paesistica più che millenaria e la storia di Italia Nostra negli anni della ricostruzione postbellica è la fotografia patetica dell'impotenza della classe urbanistica: il paese, per ragioni storiche tradizionalmente anarchico, malgrado la profondità della sua cultura visiva, non è stato capace di darsi regole di difesa che non fossero l'isolamento della “bellezza” in enclaves precise: i centri storici. Come se la bellezza potesse vivere isolatamente dalla vita: la morte del gioiello più prezioso di tutta Italia, Venezia, ne è la prova lampante: il separatismo accumula i gas mefitici nelle periferie, facendo invadere il centro storico da orde di turisti ignoranti, certo non in grado di fornire apporti di culture diverse (solo la diversità nella complessità della vita mantiene attiva una cultura e la diffonde). Nel 1975 moriva ammazzato l'ultimo dei lucidi predicatori del disastro, Pierpaolo Pasolini, e 40 anni da allora non hanno fatto che aggravarlo.
Stop, fine del sommario e mi si perdoni se sono stato troppo veloce: volevo parlare del Teatrino di Burri.
Ma qui per inquadrare bene la questione va aggiunta un'altra premessa: precisamente sul Teatrino Milano.
Milano ha perso il suo centro storico dai tempi de L'Adalgisa, quando il Parco Sempione era periferia, ma forse è l'unica città italiana ad aver avuto una vocazione “modernista”. Quando giovane urbanista lavoravo nella prima e più importante “consultig firm” (sic! già allora non si usava più il termine società di consulenza urbanistica), creata dal socialismo rampante per accaparrarsi le commesse degli studi dei Piani di Sviluppo Industriale nel Sud (Cassa per il Mezzogiorno), a Milano si parlava del Centro Direzionale alle Varesine: erano già stati costruiti sia il Pirelli che il Galfa e al lato opposto la splendida Stazione Garibaldi e i colleghi architetti bollivano d'impazienza dietro i progetti che prefiguravano il nuovo centro (e dietro i politici che avrebbero dovuto approvarli): poveretti! hanno, abbiamo, bollito per mezzo secolo per arrivare a vedere lo scempio propinatoci da quegli ignoranti della Moratti & Co (dove per Co si intendono i compari dell’autre coté autori del bosco verticale). E allora vogliamo occuparci di quella pinzillacchera che è la vicenda del Teatrino di Burri? Na cacatiell'e mosca!
Beh, ma sullo sfondo delle amare vicende italiane, anch'essa nel suo piccolo è molto significativa.
Ho già detto: me ne sbatto dell'estetica; il mio parere sulla bellezza di quella scultura (architettura? non faccio esercizi di nominalismo) sarebbe soggettivo. Se volete saperlo, non mi emoziona, ma anche non mi disturba, così come riconosco il valore autentico del verde a Milano, che non manca certo, né nelle strade, né nelle aree pubbliche (per non parlare degli splendidi giardini patrizi negli interni dei palazzi del centro). Non è questione di estetica ma di prassi.
42 anni fa si costruisce un'opera, costa quello che costa, probabilmente gonfiato, ma non ho elementi per accusare nessuno e nemmeno criticare la parcella di Burri, che allora era ancora vivo. Utilizzata pochissime volte per gli scopi per i quali era stata costruita, e probabilmente anche per quelli che ne avevano suggerito le forme all'autore del più grande Cretto d'Italia (a Gibellina), dopo una ventina d'anni è stata abbattuta, prima sotto i colpi di vandali spetasciatori e poi sotto quelli dei picconi comunali. E’ come la storia degli edifici abbandonati, che con le loro tristi vetrate attirano le sassate dei ragazzi: per lo meno sentiamo il tintinnare dei vetri e le occhiaie scure ci sembreranno più significative dell'abbandono. Siamo tutti stati ragazzi armati di bombolette. Io no, perché allora le bombolette erano un lusso, ma come tutti i ragazzi ho conosciuto l'horror vacui, l'anarchia, la voglia di menar le mani. No, non me la sento di dar la baia a loro: non han fatto che sottolineare un abbandono, un'incuria, un disprezzo, e come chieder loro il rispetto, se i primi a non averlo sono quelli che ci educano e dovrebbero essere chiamati a governare? Ci lamentiamo di quanto è successo per l'Expo, ma cinquant'anni fa era la stessa cosa: si costruiscono opere per distribuire un po’ di pane agli artisti (evviva, sono artista anch'io!) e molto alle ditte ammanicate con tizio e caio politici e poi le si lascia lì, con splendido disprezzo per il denaro pubblico, ma ancor peggio per il servizio pubblico. Poi dopo cinquant'anni si ricomincia.
Sono stato a vedere. Il Teatrino di Burri è in piedi e per il momento pulito; quello di Arman conserva ancora un paio di graffiti antichi (forse sono dell'altro giorno, ma li sopporta alla grande); protetti da una cancellata (experientia docet), brillano di colori forse un po’ troppo vivaci (ma il tempo farà la sua parte) i restaurati Bagni Misteriosi del grande De Chirico (ma non aveva capito che la pittura non può tradursi in scultura come se fosse la stessa cosa) e sempre dietro la medesima cancellata le opere, a mio avviso “di riempimento”, di alcuni artisti e designer più o meno contemporanei e famosi (Gaetano Pesce, Alessandro Mendini, Sotzass e altri); sopra tutto troneggia e ingombra prepotentemente lo spazio verde un bottiglione di plastica gonfiata di Oldemburg, pardon di Paul Mc Carthy (il lapsus nell'autore, evidentemente di memoria corta, è involontario). Il discorso sul design dei nostri giorni l'ho già impostato polemicamente nel post precedente: Il design e la sua kermesse annuale in (www.federicodeleonardis.tumblr.com), quello sull'arte e in particolare su Mc Carthy gode di molti post nello stesso blog. Non so cosa abbia speso il comune per acquistare le opere esposte sul retro della Triennale e non starò certo a criticare o commentare le sue scelte. Mi viene una battuta: il mondo è pieno di cose inutili e la corsa al riempimento non è ancora finita: qualcuna in più non cambia l'andazzo, ma quel che è certo è che non basterà una cancellata a proteggerle da una prassi: belle o brutte che siano, l'incuria aiuterà a distruggerle, così si sentirà presto il bisogno di ricostruirle: ma per sostenere il lavoro!
Scusate, con i soldi di chi?
Non è tutto. I lastroni a specchio delle scomodissime panchette di Sotzass immerse nell'erbetta verde rasata perfettamente, i mammelloni lucidi di quelle enormi di Pesce (ma chi oserà poggiare le chiappe su cotanta durezza?), oltre alla solita considerazione sulla voga delle battute, non solo fra i designer ma nel mondo dell'arte tutto, mi hanno fatto venire in mente la Svizzera. Sì, proprio la Svizzera: sono ricaduto immediatamente nell'incubo della sua avanzata. No, non parlo delle banche, né dei black block (controfaccia del loro avanzare dietro la gentrificazione), ma di estetica, di est-etica.
Sono poco chiaro?
Con grande tristezza me ne tornavo a casa, ma un'orda di giovani ben vestiti, ben pettinati, in una parola, belli com'è bella la gioventù di oggi, affollava il Parco, è primavera, in una giostra di mira ed è mirata. Mi hanno tirato su, devo confessarlo, mi hanno confortato. Perché prendersela tanto con la Svizzera, con la pulizia, l'erba rasata a puntino, la buona volontà del Pisaspia di turno? Che ce ne frega in fondo di quei quattro gatti che rompono qualche vetrina e incendiano un paio di suv? Che il mondo intorno, quello della miseria monoculturale indotta dai cannoni o dai droni, prema, cerchi di invaderci o di spaccarci i maroni. Sapremo ben difenderci perbacco! FDL

Frammenti di Cultura ha parlato di Federico De Leonardis in questa pagina.

sabato 25 ottobre 2014

Hey Bros!

Dopo aver trovato le sue opere un po' ovunque per Milano, qualche mese fa mi sono finalmente deciso a chiedere un appuntamento a Bros, per conoscerlo meglio e disegnare un discorso sulla sua storia e la sua arte.
Daniele ha accettato con entusiasmo d'incontrarmi e mi ha gentilmente invitato nel suo atelier in zona Casoretto.
Ho tenuto in sospeso per parecchio tempo questa intervista perché non è semplice parlare di un artista molto conosciuto come Bros, ci sarebbero troppe cose da dire, si rischierebbe di omettere qualcosa e di non trasmettere in modo completo il suo messaggio, le sue idee, il suo approccio alla vita; ma nonostante queste preoccupazioni continuavo a pensare a come avrei potuto raccontare qualcosa di lui, in modo da non confondere troppo il lettore che già ha avuto modo di seguire le sue vicende giudiziarie e le sue battaglie artistiche sulle pagine della cronaca e della critica.
L'aver perso tutti gli appunti presi durante il nostro dialogo, non mi ha certo aiutato ad avere delle basi attendibili sui nomi, le date, ed i fatti narratimi da Daniele, però, forse è stato meglio così, perché le troppe informazioni ricevute mi avrebbero un po' sviato dal suo profilo umano che è molto importante.

Bros street art graffiti
Daniele Nicolosi al Casoretto, davanti ad un suo lavoro commissionatogli da Campo Teatrale

Sono abituato ad incontrare ogni genere di persona, o personalità perché per motivi professionali sono a contatto con gente di tutti i tipi, dall'uomo della strada allo scienziato, dall'ergastolano, al capo di stato. 
Non mi lascio intimidire facilmente e considero sempre tutti allo stesso livello, un po' per la mia visione politica del mondo, un po' perché effettivamente tutti siamo arrivati su questo pianeta, grosso modo, alla stessa maniera e, inevitabilmente, tutti dovremo anche andarcene, cosa che molti sembrano ignorare.
Dico queste cose perché faccio particolarmente attenzione all'ego della gente, so che nemmeno io sono esente dal voler affermare la mia personalità a discapito degli altri, so di avere molte debolezze umane, caratteristiche comuni a molti e, proprio per questo, spesso, generalmente, neppure più rilevabili, perché ormai siamo tutti un po' intrattabili e sopra le righe.
Forse è per questo che riesco facilmente a distinguere le persone che oggi vanno un po' contro corrente non atteggiandosi a voler essere più di quello che sono e cercando di restare "normali".
Da uno street artist che ha "tappezzato" la città con i suoi disegni, operazione che molti ritengono essere un modo per affermare il proprio io, oppure un tentativo di marcare il territorio per sentirsi meno schiacciati da una società spietata e depersonalizzante, ci sarebbe da aspettarsi qualche disturbo psicologico, o comportamentale, ma nel caso di Daniele non è così.
Bros è un uomo molto tranquillo, equilibrato, gentile ed empatico verso gli altri.
E' stato un precursore dei tempi, perché quando i writers si preoccupavano di fare ciò che ho appena descritto, lasciando le loro tag ed i loro font ovunque, in modo furtivo, Bros e Sonda iniziavano a fare dei disegni un po' infantili, ma in realtà quello era l'abbozzo di un nuovo linguaggio che potesse veicolare il loro messaggio sociale.
Mi ha molto colpito ciò che mi ha detto Bros parlando dei suoi primi anni sulla strada, ovvero che agli inizi della sua attività artistica, gli altri writers lo considerassero un po' come una ragazzina che invece di esprimersi, come tutti, con scritte dai caratteri aggressivi, lui si divertisse con le sue figurine, tipo Albertone Spilungone, Pino Gradino, Ninetta Sottiletta e tanti altri personaggi scaturiti dalla sua fantasia.

Bros street art
Bros nel suo laboratorio-bunker-spazio espositivo-magazzino

Anche il suo modus operandi è stato piuttosto anomalo, spesso si piazzava in tutta tranquillità davanti ad un muro, magari cercando di nascondersi dietro ad un furgone e iniziando a dipingere disegni di dimensioni, per l'epoca, mai viste.
Una delle caratteristiche che denotavano lo stile essenziale della street art era proprio quest'esigenza di disegnare in modo molto veloce per non dare troppo nell'occhio, in orario notturno, sempre per essere meno visibili e incontrare poche persone durante i propri blitz creativi.
Pur essendo un ragazzo umile e generoso, credo che Bros sia molto orgoglioso dello spazio operativo che ha avuto in comodato d'uso per 3 anni da Campo Teatrale, in cambio del lavoro svolto per loro, all'interno del cortile dove si trova quest'importante realtà culturale. Questo forma di baratto non è soltanto un modo per apprezzare un artista molto prolifico e sempre indaffarato, ma è anche un modo per riconoscere il valore del suo genio da parte di un gruppo di persone che operano anch'esse nel campo artistico, gesto che probabilmente proprio per questo motivo assume un significato particolare.
Certo, Bros ha avuto le sue belle soddisfazioni quando è stato invitato ad esporre, sia a Palazzo Reale che al Pac di Milano, ma poi l'entusiasmo generale verso questa forma d'arte popolare si è un po' ridimensionato e nonostante sia riuscito a non subire condanne, dopo essere sto accusato d'imbrattamento, è anche vero che Bros non è ancora riuscito a far elevare la street art ad una forma d'arte più "nobile".
Bros però non s'è scoraggiato ed ha capito che doveva impegnarsi più di prima, con più umiltà, così ha deciso d'iscriversi all'Accademia di Brera, dove frequenta i corsi di pittura.

Ritratto d'artista

Lo stile di Bros ha subito varie trasformazioni, mentre agli inizi della sua carriera la forma sembrava avere una parte prevalente nel suo modo d'esprimersi, adesso ha raggiunto un buon equilibrio tra forma e colore.

Valutazione del proprio lavoro

Qui Daniele è al suo tavolo di lavoro mentre assembla forme geometriche da inserire in cornici d'alluminio che poi daranno vita ad una specie di grande mosaico colorato.
Bros ha una sua clientela di estimatori e collezionisti che gli permettono di vivere esclusivamente occupandosi d'arte.

Campo Teatrale

Come già avrete potuto capire, mi riprometto di incontrare ancora Bros in futuro e, adesso che anch'io ho le idee più chiare su di lui, provare a raccontarvi meglio la sua storia.
Quello che vorrei fare è incontrare vari artisti, potere approfondire la loro conoscenza per poi realizzare dei ritratti in pellicola di grande formato e presentarvi un loro profilo completo che comprenda la fotografia e l'idea che io mi son fatto di loro.
Per ora, sono ancora un po' preso anche da altre questioni personali che mi hanno fatto vivere un periodo non bellissimo, ma spero di concretizzare presto questi progetti e d'incontrare il vostro interesse in questi argomenti. Un saluto a tutti da Tony Graffio

sabato 6 settembre 2014

More Colour

Anche queste immagini sono state riprese lo scorso 22 gennaio, si tratta di un grande pennello intriso di colore che si prepara a correggere il grigiore della città.

Colore e movimento

More Color

Brosart.com

La scena del delitto

Bros non fa tanti giri di parole, quello che vuol dire lo dice, il suo modus operandi è diretto e semplice: scende dal furgone, prende i colori e inizia a dipingere i muri, incurante di quello che gli capita intorno, tanto lui sa d'essere nel giusto e che questo mondo va cambiato, prima che si distrugga da solo.
In una bellissimo incontro che ho avuto con lui, tempo fa, nel suo atelier, Daniele mi ha spiegato tante cose, ma non mi sono ancora deciso a pubblicare quello che mi ha detto perché sento che sarebbe in qualche modo riduttivo raccontare solo una porzione della sua realtà. Può essere che cercherò d'approfondire ancora questi argomenti con lui e mi decida a pubblicare una storia più completa in futuro, quando questo blog esaurirà il suo compito di mostrare lo spaccato dei tempi che stiamo vivendo attraverso la creatività che riempie i muri della città.
Bros è un personaggio fondamentale dalla street art milanese e della cultura popolare di questa città, non è possibile non restare affascinati davanti a quello che ci può raccontare perché lui ha vissuto intensamente questa vita, credendo in ciò che fa, convinto di portare una nuova visione di forme e colori alle persone che nemmeno si pongono il problema di cosa sia l'arte contemporanea.

martedì 1 luglio 2014

Albertone e Pino

Ho qui recuperato un paio di personaggi cubici di qualche anno fa, usciti dalla fantasia di Bros e ancora conservatisi in maniera abbastanza dignitosa. Si tratta di Albertone, fotografato di notte in Piazza Maciachini, poi rielaborato in Photoshop per renderlo un po' più visibile ed essenziale nelle forme e nei colori e di Pino, stampato su un muro in via Goffredo da Busserro, 1, zona Bicocca. Questi personaggi si ispiravano a delle figurine, ha quindi un senso tentare di raccoglierle in una piccola collezione. 
In viale Bodio avevo trovato anche Ninetta Sottiletta, sempre di Bros che magari dovrei tornare a fotografare con la JVC, come queste due immagini e rielaborarla in forma di cartoon
A Milano si possono trovare altre creature sopravvissute alle azioni di pulizia municipale, cercherò di salvarne ancora qualcuna perché esse fanno ormai parte di un momento importante della street-art in cui c'era una grande impulso ad affermare una certa visione onirica del mondo che poi è stata cancellata dalla giunta Moratti.
Naturalmente, la creatività degli artisti è inarrestabile ed ha continuato a procedere in altre direzioni, ma mi sembra importante poterne individuare le tappe salienti ed è per questo che dedico a Bros un posto importante nella storia di chi ha cercato di cambiare, a suo modo, l'ambiente in cui viviamo e la dignità della sua espressività.
Anche se è un episodio che risale a tantissimi anni fa, forse 30, vorrei ricordare che Keith Haring, quando già era conosciuto come un artista di valore, aveva lasciato un suo graffito su un muro di Brera e nonostante quest'opera fosse diventata un'attrazione cittadina, meta di visitatori che arrivavano un po' da ogni dove, il Comune decise egualmente la sua cancellazione, mentre poi vennero organizzate mostre dell'artista alla Triennale ed in altri luoghi della città.
Non voglio affermare che tutto sia arte, certo che è un peccato perdere l'occasione di valorizzare delle opere popolari realizzate per dare l'occasione alla gente di beneficiare in modo libero e senza barriere ad una forma di cultura in grado di raggiungere ogni tipo di persona; non vorrei vedere l'arte relegata solo ad ambienti museali, gallerie e luoghi privati che ne impediscono la visione e la libera fruizione alle masse che sono relegate a dover recepire, a cielo aperto, prevalentemente messaggi commerciali o che ne indirizzino il pensiero solo verso chi gestisce l'economia e le scelte politiche di una società ormai decadente. Tony Graffio

Albertone Spilungone

Pino Gradino

lunedì 28 aprile 2014

Music, oil and poetry

Prima che scompaiano, volevo mostrarvi ancora dei vecchi graffiti di Bros perché Daniele è uno degli street artist tra i più prolifici che abbiano avuto a Milano, ha attraversato varie fasi creative ed ha una storia interessante da raccontare, anche perché ha tentato di elevare il graffitismo ad un fenomeno di massa che avvicinasse l'arte visiva alla gente, un po' come cercò di fare Jaques Prévert che attraverso la canzone avvicinò le classi sociali più popolari all'amore per la poesia. 
Tutti sappiamo che se a questo mondo ci fosse più poesia e arte ci sarebbe meno ignoranza e violenza; tutti potrebbero avere un'esistenza più felice e gratificante coltivando gli interessi culturali ed i propri talenti, per questo mi occupo di graffiti, di arte, di poesia e cerco di divulgare la vita e le storie di persone speciali che credono in se stesse, nelle proprie passioni e non si omologano al pensiero comune che ci vorrebbe tutti un po' grigi con nessun progetto personale da sviluppare e nessun da sogno da realizzare.
Sto preparando dei contenuti speciali per questo blog per cercare di raccontarvi alcuni tra questi personaggi che vanno un po' contro corrente e si inventano una vita diversa per seguire la loro fantasia e comunicare agli altri l'esistenza di mondi più colorati.
Intendo iniziare a presentare proprio Bros attraverso dei dialoghi che mi permetteranno di conoscere meglio questo artista ed il suo pensiero, come un anticipazione a questo argomento ho fotografato Music e Oil.

Music 

In viale Murillo, angolo via Daniele Ricciarelli, troviamo uno dei personaggi cubici di Bros che sembra voler diffondere musica intorno a sé.

Oil

Girato l'angolo, a pochi metri di distanza  c'è una tanica piena di benzina pronta ad essere fatta esplodere da una miccia già accesa.

Bros e Sonda

Si tratta di uno scherzo tra Bros e Sonda che spesso si recavano insieme a lasciare le tracce dei i loro discorsi notturni che scaturivano spontaneamente sul posto.
Sonda esprime il suo messaggio ecologista attraverso alberelli che vogliono combattere la cementificazione selvaggia della città, mentre Bros si preparava a far esplodere l'alberello, non per una contrapposizione ideologica, ma semplicemente per proporre una storiella divertente di facile comprensione. Tony Graffio

mercoledì 5 marzo 2014

Vecchie opere (3) semidimenticate di Bros

Bros è tra gli autori milanesi più attivi, ha attraversato varie fasi creative e  si è espresso con diversi stili, sempre molto personali e riconoscibili. Moltissimi suoi lavori sono stati cancellati dai muri della città, pertanto ho pensato di recuperare anche quei disegni vecchi e un po' rovinati che possono testimoniarci delle fasi che Daniele ha lasciato dietro di sé.
Come si può notare, oltre le forme, lo stile, i soggetti, anche l'uso di certi colori diventa un marchio che può contraddistinguere la firma di uno street-artist nel corso del tempo.
Io ho un po' falsato ed accentuato certi toni per far in qualche modo rivivere disegni che ritengono possano far parte ella memoria storica di un periodo recente della città, perché non esiste solo un volto urbano ufficiale, un'immagine che la città vuole darsi con i proclami della politica dei palazzi, ma anche una città che vive nelle strade attraverso i suoi cittadini, le loro esperienze e le loro esigenze, una città che si esprime in maniera sincera e diretta e, forse, per questo spesso viene  spesso censurata. Tony Graffio

Omino spaziale

 Pollo arrosto

Ripetitività

Luoghi: l'omino spaziale è su un cancello di viale di Porta Vercellina, di fronte a San Vittore, è un po' sbiadito ed in parte cancellato da alcune scritte e segni che lo mischiano a varie stratificazioni grafiche.
Quello che a me sembra un pollo arrosto è un graffito in via Tintoretto, angolo Monte Rosa che nei mesi in cui la vegetazione è particolarmente fiorente viene in parte nascosto da erbe rampicanti.
Ripetitività è un titolo che ho dato io ad un'immagine che riprende un soggetto per riprodurlo in serie, come per dirci che il mondo della massificazione dei prodotti schiaccia l'individuo. Quest'ultimo graffito si trova sul muro di una scuola materna in viale Teodorico, di fianco alla Fiera di Milano (City) e di fronte ad un concessionario Citroën.
Il disegno non è facilmente individuabile, né tanto più facilmente fotografabile, perché è dietro la cancellata e l'alta siepe che proteggono il giardino d'infanzia dalla strada.
Fotocamera usata: Pentax K-01 con smc Takumar 50mm f 1,4.

lunedì 13 gennaio 2014

Garage a ore

Via Giovita Scalvini 17. La notte tra S. Silvestro e capodanno, il lato a sud-ovest del palazzo che ospita la guardiola dell'ingresso di un parcheggio coperto è stato colorato con segni curvi, rettilinei  e spezzati che ricordano lo stile già visto sui muri dell'ex-Pulp.
Ho scattato questa fotografia ieri mattina alle ore 7,11 con la Pentax K-01 e lo zoom in dotazione da kit, lo smc Pentax DA L 18-55 f 3,5-5,6 AL di cui ho già brevemente scritto nei post precedenti. Anche da questa immagine scattata a tutta apertura e senza paraluce si può vedere una vignettatura ai bordi abbastanza notevole.
Credo che il custode apra alle 6 del mattino ed infatti si può notare una luce bianco- fredda uscire dal portone sulla sinistra dell'inquadratura, è un dettaglio che conferisce profondità e rende questo scorcio metropolitano un po' più vivo.
Anche per questa fotografia ho usato un mini-stativo Victory che permette di tenere la fotocamera a circa 15 centimetri da terra e proporre prospettive della città da un punto di vista inconsueto, come se si trattasse della visione di un gatto o di un piccolo cane.
La composizione dell'immagine risulta però un po' difficoltosa con una macchina come la K-01 che non ha il visore orientabile; a questa carenza che per me non è grave, in quanto preferisco avere una camera semplice e robusta piuttosto che elementi mobili soggetti ad usura di dei contatti e facile rottura, sopperisco effettuando degli scatti di prova che visiono per poi riaggiustare l'inquadratura a seconda del mio gusto. TG

fotografia notturna graffiti Bros
Ingresso garage via Scalvini

Geo appunto: N 45°29'54.924" E 9°10'2.866"

domenica 12 gennaio 2014

L'Erba Voglio

Com'è noto, l'erba voglio, o erbavoglio, non cresce nemmeno nel giardino del re, se non si ha l'accortezza di chiedere per favore e di essere gentili. Questo è proprio quello che si dice ai bambini per insegnare loro le buone maniere, ma in quest'epoca di decadenza è bene ricordare a tutti che si può ottenere tutto con l'educazione e con un linguaggio appropriato. Forse, è questo che vuol dire Bros in questa sua opera che si trova in via Giovanni Antonio Plana all'angolo con il viale Monte Ceneri che ho ripreso prima dell'alba, alle ore 7,24.
A supporto dei buoni propositi per l'anno nuovo, mi auguro ci sarà maggior educazione e correttezza tra le persone: vorrei ringraziare tutti coloro che frequentano il mio blog; coloro che esprimono commenti e mi contattano per scambiare due parole in amicizia; gli street artist che mi informano sulle loro opere, il significato dei loro lavori e tutti coloro che hanno delle indicazioni da darmi o sono interessati alla fotografia. Quando possibile, se riconosco lo stile, trovo una firma, o vengo contattato dall'autore, inserisco sempre nomi, titoli o notizie relative a ciò che fotografo; allo stesso modo gradirei che anche chi utilizza le mie immagini si premuri in modo tale da citare il mio nome e la fonte dove ha trovato le mie fotografie che poi magari ha prelevato per inserirle in altri contesti e in altre forme.
Vorrei evitare d'inserire copyright, loghi ed altri elementi che disturbano in qualche modo la fruizione delle fotografie, così come non vorrei ridurre ulteriormente la dimensione delle immagini che pubblico in questo sito, pertanto, per favore, se avete intenzione di utilizzare le mie fotografie in filmati, siti, o altri tipi di supporti non a fini di lucro, potete farlo tranquillamente, ma almeno, siate gentili e citate la fonte e l'autore. Se invece avete altre idee, come per esempio, volete che realizzi per voi un timelapse di un vostro disegno, mural o altro, contattatemi. 
Quest'anno mi piacerebbe fare qualcosa di nuovo su questo blog, magari realizzare qualche intervista o raccontare qualcosa di divertente, una specie di dietro le quinte di quello che spesso passa inosservato. Vorrei anche selezionare maggiormente ciò che pubblico ed orientarmi di più su autori che hanno effettivamente qualcosa da dire.
Buon inizio a tutti da Tony Graffio

Bros vede l'erba voglio come dei fori gialli a forma di trifoglio

Geo appunto: N 45°29'27.206" E 9°9'8.788"

Note fotografiche 
Per questa fotografia ho utilizzato la Pentax K-01 con lo zoom smc Pentax DA L 18-55mm f 3,5-5,6 AL, un'ottica economica, assemblata in Vietnam, molto leggera perché costruita con largo impiego di plastica, nel complesso non particolarmente esaltante, io ho riscontrato della distorsione a botte abbastanza fastidiosa, specie alla focale minima, mentre per quello che riguarda microcontarsto, riproduzione cromatica, effetto dello sfocato (bokeh) e trattamento antiriflesso posso dire che che quest'ottica non è male. Il grossissimo limite di questi zoom economici è la perdita di diaframma (qui addirittura 2 stop!) al cambio di focale, caratteristica che io ritengo inaccettabile. In condizione di luce attenuata risulta impossibile utilizzare l'autofocus, cosa che oltre alle importanti aberrazioni presenti, rende questo tipo di obiettivi veramente privi di senso. Infatti, se non mi fosse stato quasi regalato nel kit da me acquistato, non avrei mai optato per l'acquisto di uno zoom di questo tipo. Considerando che le ottiche Pentax sono spesso più care dei Nikon, che nel formato APS C un 28mm (l'ottica Super Takumar più grandangolare di cui dispongo nel mio corredo Asahi Pentax Spotmatic) diventa un 42mm, l'uso di questo zoom può avere un senso ed è essenzialmente per poterne disporre come un 18mm fisso f 3,5 (27mm equivalente sul 24x36) che non l'ho ancora buttato.
L'esposizione richiesta in priorità dei diaframmi a 800 Iso  è stata di 1/3 di secondo a f 3,5
L'anno scorso comprai un piccolo cavalletto della Victory, una ditta Finnico-Coreana che produce in Cina, che mi è molto utile e cerco d'avere con me ogni volta che esco a fare fotografie e che ho usato per l'immagine presentata in questa pagina.
Il pulsante di scatto della K-01 è molto preciso, ma ovviamente, l'azione manuale dello scatto dell'otturatore può trasmettere vibrazioni indesiderate ad un sistema composto da macchina e stativo molto leggeri, pertanto ho impostato da menù l'autoscatto e sono riuscito ad ottenere uno scatto fermo e definito.

Cavalletto Victory con testata Rowi







venerdì 1 novembre 2013

Geotag in Zona Termopili-Crespi

Domenica 27 ottobre, il Comitato Autonomo Crespi, in Zona 2, ha organizzato una festa per riqualificare il territorio nelle vie: Crespi, Termopili, Marco Aurelio, Roggia Scagna, Giacosa. Tra le varie attività atte a proporre un momento di coesione sociale c'erano uno spettacolo teatrale proposto da Teatro Officina, musica nelle strade, cibo etnico preparato dagli abitanti del quartiere e la realizzazione di murales colorati per mano di Bros, Tomoko Nagao, Giuseppe Veneziano, Pao, Felipe Cardena, Tv Boy e Federica Cirillo.

Locandina della manifestazione e sullo sfondo a sinistra il muro di via Crespi dipinto da Bros

Le montagne di Bros tra via Pietro Crespi e via Giuseppe Giacosa

Posizione gps del mural di Bros: N 45°29'35.177" E 9°13'19.953"

In via Marco Aurelio troviamo un'allegra cooproduzione di Pao e Tv Boy

Bimbo con nunchaku

Creature marine

Salvatore Benintende, in arte Tv-Boy è un artista neo-pop che vive a Bercellona ed è conosciuto a livello internazionale per la sua impronta grafica capace di rivitalizzare i prodotti commerciali che vengono sottoposti alla sua creatività.

Il grande collage di Felipe Cardena in via Termopoli 25 mostra già segni di cedimento

Felipe Cardena è un artista contemporaneo abbastanza misterioso che non ama mostrarsi in pubblico, sembra sia nato a Balaguer in Spagna nel 1979, si esprime attraverso la tecnica del collage o in performance dove interpreta personaggi di vario tipo.

Un'opera piena di fiori

La "clèr" del bar gestito da un paio di aderenti al Comitato Autonomo Crespi

Tomoko

Tomoko Nagao è un'artista giapponese nata a Nagoya nel 1975 che ama inserire marchi commerciali nelle sue opere perché, secondo lei, fanno parte della nostra società globalizzata. Per decorare le 3 saracinesche del bar tabaccheria di Luciana e Mimmo ha potuto facilmente dar sfogo a questa sua peculiarità. In genere, non esprimo giudizi sulle opere che riproduco in questo blog, mi limiterò a dire che la realizzazione tecnica non mi sembra particolarmente riuscita.

Shreck, Peter Pan, Pinocchio e Pippo con bastoni e catene

Giuseppe Veneziano è un artista siciliano nato nel 1971 trasferitosi a Bologna e poi a Milano, ha un curriculum piuttosto importante e per la giornata del 27 ottobre ha scelto d'incollare su un muro di via Termopoli un pannello che riproduce una sua opera che s'ispira al mondo dei cartoon. Veneziano, oltre al lavoro di architetto e di artista ha anche realizzato fumetti per diverse case editrici.

Ultimi abbellimenti

Ieri era una giornata grigia e umida, non credevo che ci fosse qualcuno in giro a fare ritocchi sui muri, così quando ho incontrato questa ragazza che francamente non capivo bene cosa stesse facendo, mi sono fermato un attimo a parlare con lei, apprendendo della manifestazione intitolata Geotag conclusasi 4 giorni prima.

Qualche  semplice stencil migliora l'aspetto di un muro che prima era veramente triste

Federica

Federica Cirillo è un'illustratrice/decoratrice che vive nel quartiere, ha 31 anni, e si è specializzata presso la Scuola del Fumetto di via Savona, nel marzo del 2012 ha iniziato ad appassionarsi ai graffiti. Nell'ambito della manifestazione di domenica scorsa ha scelto di decorare 2 cabine elettriche tra la via Pietro  Crespi e la via Marco Aurelio ed una stretta fascia di muro, sempre in via Marco Aurelio.

Le cabine di Federica

Dettaglio di un passerotto dai grandi occhi divergenti

Pesci e bolle che mi ricordano un pannello domestico degli anni 1960



Fotografie estemporanee scattate con la JVC Picsio GC FN1