lunedì 24 ottobre 2016

Cos'è Pachewgo e come funziona (Paciugo, mostra mercato dell'illustrazione)

"Paciugo" è una bella occasione per incontrare illustratori giovani e molto bravi che si esprimono in modi diversi con tecniche analogiche e digitali.
Bella la nuova sede dell'evento, peccato per l'acustica che non è all'altezza dei gruppi musicali e dei DJ che si esibiscono dopo le ore 20. TG

Pa Chew Go (Paciugo) Terza edizione
Federico Demartini

Tony Graffio intervista Federico Demartini, un creativo pubblicitario che ha organizzato Pachewgo

Tony Graffio: Ciao Federico, raccontami un po' cos'è questo Paciugo.

Federico Demartini: Paciugo è un evento che ha al centro dei suoi interessi l'illustrazione, siamo nati nel 2014 e dopo un paio di edizioni quasi casalinghe abbiamo deciso di diventare grandi.


FD: Esatto. Infatti sei uno di quelli che ci segue dall'inizio. Una parte di questa manifestazione è organizzata da Arci Milano; altre persone hanno altre provenienze: io vengo da un'agenzia pubblicitaria milanese e Fortuna Todisco, la nostra direttrice artistica è un'illustratrice. Siamo comunque un gruppo di amici che nel momento in cui ha visto che la formula ideata stava funzionando bene ha deciso di ricercare una nuova sede più spaziosa per questa terza edizione del Festival. Quest'anno siamo cresciuti ed abbiamo deciso d'incontrarci qui al Base di via Bergognone 34 mantenendo il format di quando siamo nati: la mostra mercato d'illustrazione. Abbiamo invitato tanti illustratori, con i loro progetti grafici che possono incontrare direttamente un pubblico di possibili acquirenti dell'opera finale. E' un modo valido per far conoscere le illustrazioni e gli artisti. Noi organizzatori siamo cresciuti con gli espositori, ma in qualche anno sono cresciute anche le nostre ambizioni che ci hanno fatto pensare di ospitare contenuti professionali per far vedere sia al pubblico che viene a trovarci in mostra, sia agli artisti qual'è il mondo di chi lavora in questo settore.

TG: Il pubblico è fatto sia da curiosi che da addetti ai lavori?

FD: Esattamente, questa è una perfetta sintesi. Noi abbiamo cercato di portare qui dei contenuti che sia qualitativamente che quantitativamente potessero interessare gli addetti ai lavori. Ci siamo accorti che questa idea sta funzionando bene ed infatti ci stanno visitando i designer ed i grafici professionisti, gli editori e i pubblicitari.

TG: Partecipare a "Paciugo" può rivelarsi utile per la propria carriera professionale, per trovare lavoro e avere qualche possibilità in più per creare nuovi contatti nell'ambiente professionale?

FD: Questa è una domanda che dovresti fare agli illustratori, noi ovviamente speriamo che sia così. Questa è la prima edizione in cui abbiamo una dimensione professionale quindi aspettiamo che siano i protagonisti di questo evento a dirci se ha funzionato. Questa è l'idea, infatti quando mi hai chiesto che cos'è "Paciugo" io ti ho detto che è un evento sull'illustrazione, non una mostra mercato anche se poi è quello che c'è scritto sulla locandina. E' vero che noi siamo una mostra mercato e ci piace avere anche questa dimensione. Ci piace incontrare gli illustratori e parlare direttamente con loro ed essere tra amici. La nostra è una passione che ci ha fatto capire che in questa occasione l'illustrazione parla anche con se stessa e fa dei passi avanti per mettere le basi a qualcosa di stabile per il futuro.


Pa chew go
Marcello Baraghini, 73 anni, editore

TG: Avete avuto ospiti importanti?

FD: Ieri abbiamo ospitato Marcello Baraghini che è il fondatore di Stampa Alternativa ed il papà dei libri da mille lire. Da anni non faceva incontri pubblici; ci sono volute parecchie telefonate per alcune settimane prima di convincerlo a venire da noi. E' stato qui e questa cosa ci ha riempito di gioia perché lui ha fatto cose molto importanti ed è un uomo che ha fatto la storia dell'editoria, a Roma e Milano. Ieri, ci ha raccontato come abbia anche subito degli attacchi da un pensiero diverso da quello che portava avanti. Ha fatto un'analisi piuttosto lucida del mondo dell'editoria che è molto cambiato; ci sono delle cordate di editori unici che lui chiama "Mondazzoli", mentre le librerie le chiama "focaccerie". Queste sono cose che devono farci riflettere. Noi non sappiamo bene cosa pensare perché non ne sappiamo quanto lui di queste cose. Noi siamo giovani, siamo la generazione dell'euro, le mille lire non le abbiamo quasi nemmeno viste. Io però avevo già incontrato Baraghini tempo fa a Pitigliano, per questo ho insistito per portarlo qui, è un personaggio in grado di aprire la mente a molti giovani.  A prescindere da quello che accadrà in futuro in questo ambiente. Aver dato lo stimolo ad una persona così di ripartire con una serie di viaggi in giro per l'Italia per portare conferenze pubbliche è una cosa che ci riempie d'orgoglio, ma anche di speranza.

TG: Ha nuovi progetti in testa?

FD: Sì ci sono i suoi mille lire per sempre che saranno dei libri privi di codice a barre, non avranno un prezzo stampato, ma sarà il pubblico a fare il prezzo.  I libri, prima d'essere messi in vendita, saranno pubblicati su internet.

TG: E funziona questo sistema?

FD: Lui dice di sì, sembra che i libri o le cartoline gliele paghino anche più di mille lire. I libri sono stupendi, li trovi all'ingresso.

TG: Come si fa a partecipare a "Paciugo"? Sono tutti ben accetti? C'è una selezione? Bisogna votare PD? O in che altro modo funziona?

FD: Votare PD non è un criterio per l'accesso, però se uno vuole lo può anche votare... Qualche mese prima di partire con le date dell'evento facciamo una chiamata e scegliamo noi le persone da invitare. Naturalmente, succede sempre che le persone si candidino in quel momento e noi abbiamo piacere d'invitare quelle persone se sono all'altezza. Dire questa cosa in realtà non vuol dire niente, però c'è una direzione artistica che si occupa di cercare di tenere il livello della manifestazione all'altezza del pubblico di professionisti al quale ci vogliamo rivolgere. Non abbiamo tanti esordienti per il fatto che è un po' difficile trovarli. Bisognerebbe fare una ricerca apposta per i giovani talenti.

TG: Sarebbe una bella idea quella di lavorare su persone che non si conoscono...

FD: Sì, è vero, cercheremo di farlo. Abbiamo comunque avuto presenze nuove di persone che non avevano partecipato nelle edizioni precedenti. Altri espositori invece non si sono presentati quest'anno perché in concomitanza a "Paciugo" esistono altri importanti festival in giro per l'Italia e per l'Europa, ma va bene così. Per problemi di spazio non possiamo accogliere tutti. Speriamo di rivederli nelle edizioni future.


Paciugo Festival
I dischi di Solo Vinile piacciono sempre

TG: Oltre agli illustratori chi c'è? Ho visto che Pietro ha portato i dischi di vinile e poi qualche libreria. C'è anche qualcuno che fa serigrafia o live painting?

FD: Sì, abbiamo qualche editore; un paio di bookshop; abbiamo avuto un laboratorio con l'Officina Grafica 9 Punti che ha dato parola ad alcune illustrazioni stampando in tipografia a caratteri mobili con i tirabozze. Speriamo in una prossima edizione di portare in mostra questi lavori. Quest'anno non abbiamo avuto serigrafie stampate qui, ma tanti hanno portato lavori stampati altrove.

TG: Si paga qualcosa per esporre il proprio banchetto?

FD: Sì.

TG: Quanto?

FD: Preferirei non dirtelo per non farlo sapere agli organizzatori delle altre fiere. Ad ogni modo si paga poco, meno che nelle altre fiere.

TG In via Bodoni non si pagava?

FD: No, in via Bodoni no, ma qua abbiamo molte spese.

TG: Il Comune chiede un contributo?

FD: No, assolutamente. Base ci ha supportato moltissimo dandoci anche alcuni servizi importanti. Immagina soltanto che cosa vuol dire pulire questo spazio che ci ospita. O la sicurezza. O venirci ad aprire alla notte per l'allestimento.

TG: Anche per i concerti immagino ci saranno delle spese...

FD: Infatti.

Paciugo
Qualche titolo dei libri di Millelire per sempre.

TG: Chi ha suonato e chi suonerà?

FD: Ieri sera hanno suonato gli "Iiso", poi Fare Soldi per il DJ set finale. Gli Iiso sono usciti giovedì sera da X-Factor e ieri (sabato ndTG) erano già da noi. Stasera (ieri) suona Rachele Bastreghi; ci sono anche altri nomi: Steve Howls, Giuliano Dottori, Bruno Belissimo (il bassista di Colapesce) ed adesso (ieri) sta suonando Play Eva nell'area dei DJ.

TG: Quindi dopo le 20 "Paciugo" diventa un evento anche musicale?

FD: Pa-chew-go ha quest'anima di mixed media e festival di tante arti. E' un'anima che non abbiamo voluto negare perché siamo nati in un circolo che fa programmazione culturale a 360°. Iiso ha deciso di portare degli artisti visivi che proietteranno dei lavori sui musicisti mentre suonano, per esempio.

TG: Bello!

FD: Stiamo avendo un buon riscontro di pubblico durante questi due giorni.

TG: Il vostro manifesto invece, chi l'ha ideato?

FD: E' stato disegnato da Riccardo Ciunci (copyrighter) e Roberto Piazza (art director). Sono stati loro a pensare anche al concept che trovate in giro che io trovo molto divertente: "Let's stain together" che può essere tradotto come un gioco di parole che dice: "Macchiamoci insieme".

TG: Per l'anno prossimo avete già qualche idea? Lo spazio resterà questo?

FD: Lasciamo passare questa serata, poi ci penseremo.

TG: Vi ritroveremo?

FD: Per fortuna, o per sfortuna, penso proprio di sì.


Omar Pedrini Acqua d'amore ai fiori gialli
Acqua d'Amore ai fiori Gialli di Omar Pedrini. Illustrazioni di Matteo Guarnaccia.


sabato 22 ottobre 2016

Un pezzo troppo unico. Sistema o Antisistema: come inserirsi nel mondo dell'arte contemporanea da artisti o da collezionisti

Riprendo il discorso con Joe Iannuzzi da dove l'avevo lasciato nell'ultimo dialogo che ho avuto con lui per cercare di capire perché il capitalismo veda l'arte come puro sfruttamento e non come espressione dell'essere umano.
A chi fa comodo catalogare tutto e definire dei limiti a ciò che molti pensano debba avere solo un puro valore speculativo? Ci sono altri valori nell'arte al di fuori di quelli economici? Esiste un'etica nell'arte? O tutti fanno quello che vogliono?

"La vita è come il poker chi ha più soldi vince." Anonimo

Basquiat a Milano al Mudec. Dal 28 settembre 2016 al 26 febbraio 2017

Tony Graffio: Caro Joe, il punto di vista che hai espresso l'ultima volta che ci siamo sentiti mi ha un po' destabilizzato, anche perché non riesco a scrutarti più approfonditamente, e non capisco se per te l'arte contemporanea sia o no un bluff.

Joe Iannuzzi: No, non ritengo che l'arte contemporanea sia un bluff, anche se alcune volte, sì capitano anche i bluff o gli imbrogli. Capita di tutto, dipende un po' anche da quello che si cerca...

TG: Lo so, però non mi sembra che tu sia abbastanza critico verso questo mondo, ne denunci i meccanismi malsani ed un po' perversi, ma al tempo stesso vivi appieno la dimensione delle aste, delle fiere e delle gallerie come un'alternativa un po' snob alla borsa e ti compiaci di fare affari in questo modo. Vogliamo finalmente dare uno sguardo insieme al di fuori di quel “Mainstream” (termine che qui utilizzo in senso più sociologico e d'informazione più che artistico), che secondo me si riduce un po' troppo ad una logica di sfruttamento, parlando anche di chi rifiuta questo sistema? In sintesi, non ti sembra d'interessarti troppo solo a quello che è quotato o sei interessato anche all'arte underground?

JI: Non è la quotazione che determina che cosa sia arte o meno, ma dobbiamo tener conto che anche “l'Antisistema” fa parte del “Sistema”. Quando tu parli di arte Underground io penso a Keith Haring, piuttosto che a Jean Michel Basquiat, come fenomeni degli anni '80. Haring scendeva nelle metropolitane per imbrattarne i muri; ogni tanto veniva inseguito dai poliziotti che, se lo prendevano gli contestavano il suo modo d'agire con tutto quello che ne conseguiva. Però, questo Antisistema, questa denuncia sociale e tutto quello che sta dietro a questo tipo di poetica, per poter arrivare ad un certo livello per essere considerata arte ha dovuto essere trattata in un certo modo. Haring e Basquiat hanno dovuto scendere a compromessi, altrimenti sarebbero rimasti dei semplici graffitari. Invece, i lavori di questi artisti sono stati presentati anche su tela, piuttosto che su altri supporti e sono stati pubblicizzati da mercanti d'arte che sapevano fare il loro lavoro ed hanno fatto fare a questi artisti mostre importanti. Dopo di che hanno presentato le loro opere alle fiere e alle aste; capisci, anche l'Antisistema se poi non viene inglobato nel Sistema non viene considerato da nessuno. L'arte è fatta anche per il pubblico che vuole vedere, apprezzare e capire.

TG: E comprare, aggiungerei io... Ma il sistema assorbe tutto?

JI: Certamente, perché se tu vedi questo Antisistema ha funzionato per gli artisti appena citati, ma anche con tanti altri e ti rendi conto che adesso opere di Keith Haring o di Basquiat costano milioni di euro. Questo non è successo per caso.

TG: Infatti anche il menestrello che contestava il sistema è entrato nel sistema ed è addirittura diventato premio Nobel, anche se non ha ancora risposto all'Accademia svedese...

JI: Non per questo però non gli è stato assegnato il Nobel o le sue canzoni non hanno avuto successo. La musica, come ben tutti sappiamo, rispetto a tutte le arti è sempre in divenire. Nel nostro orecchio c'è una cosa e subito dopo un'altra. La musica non è qualcosa di statico, ma è qualcosa che ha bisogno del tempo per essere fruita; mentre tutte le altre forme d'arte sono un prodotto finito e immutabile nel tempo, a meno che non vadano incontro a deterioramento.

TG: Su questo punto siamo d'accordo. Cosa suggerisci agli artisti undergroud o che non vogliono entrare a far parte del Sistema?

IJ: Per prima cosa l'Antisistema deve avere qualcosa di diverso da esprimere rispetto al Sistema che è la cosa fondamentale, avere un concetto da sostenere. Secondariamente, questo concetto deve essere divulgato. Oggi come oggi, con tutti i mezzi di comunicazione che esistono un Antisistema che rimanga nel suo buco fa ridere...

TG: Capisco, ma per quelli che a tutti i costi vogliono scappare dai mercanti d'arte, parlo di quelle persone come il mio amico Guy De Jong che si sono create il loro piccolo commercio al di fuori dei canali tradizionali, esponendo le proprie opere in modo permanente nei Grand Hotel delle località più prestigiose del Lago di Como ed in altri spazi privati cosa vogliamo dire? Molti artisti che hanno visto bloccarsi le vendite con la crisi sopraggiunta anche nel mercato dell'arte, dopo l'abbattimento delle Twin Towers nel 2001, sono corsi ai ripari a modo loro. Oltre a queste persone che si sono inventate nuovi spazi e nuovi modi di proporsi, parlo anche di quei giovani che organizzano una rete alternativa per vivere certe esperienze, o di coloro che volutamente non vogliono arrivare alla ribalta dei mezzi di comunicazione e di tutti coloro che si ritirano dalla pazza folla in modo più o meno cosciente, tipo Vivian Maier o tanti altri personaggi che hanno lasciato tracce parziali del proprio passaggio o che sono completamente sconosciuti ai nostri occhi, talvolta riemergono dalle spire del tempo e vengono riconosciuti a posteriori come portatori di stile, idee o progresso. Sono anche loro veri artisti?

JI: Non ritengo che l'attentato al World Trade Center di New York nel 2001 abbia influito tanto negativamente sul mondo dell'arte, o almeno non tanto quanto la più recente crisi economica della Lehman Brothers iniziata nel 2008; anche perché in quel periodo le aste di Christie's e di Sotheby's raggiunsero dei record veramente notevoli per i prezzi dei pezzi venduti. L'arte è un bene molto particolare che viaggia con le sue regole e con i suoi metodi. Sicuramente, assistiamo a un ingente calo dei fatturati dovuto a svariati motivi. Questa situazione può essere collegato alla crisi economica, però guardando le cose più da vicino bisogna dire che molto dipende dagli artisti che vengono presi in considerazione. Se non va un filone artistico, ne va un altro: se non va la Transavanguardia va l'Arte Povera; se non va l'Arte Povera va l'Arte Cinetica: c'è sempre qualcosa che resta sotto la luce dei riflettori e nella lista degli oggetti più desiderati. Anche perché molti collezionisti effettuano degli acquisti di getto: quando qualcosa è sulla bocca di tutti c'è sempre chi si lascia prendere dall'entusiasmo, mentre in realtà quando si spendono cifre importanti bisognerebbe valutare ciò che si fa in modo più razionale. Non conosco l'artista che hai citato poc'anzi, ma posso dirti che tutti i mezzi che servono a farsi vedere e a farsi conoscere sono importanti. Il sistema dell'arte è ben codificato, dagli impressionisti in poi. E' a quei tempi che nacque la figura del mercante d'arte. Tutte le figure del mondo dell'arte sono indispensabili e devono fare rete tra di loro per portare ai vertici un artista piuttosto che un altro.


Una figura femminile dipinta da Guy De Jong

TG: Parli sempre di vertici di mercato?

JI: Non solo, è importante essere presenti nei musei più prestigiosi e per farlo c'è bisogno sempre di quelle figure: i mercanti, i galleristi, i giornalisti, i critici, i musei, i cataloghi, le riviste, le aste e internet...

TG: E quelli che vogliono crearsi il loro piccolo mondo? Coloro che si fanno il loro mercatino o che rifiutano i mezzi di comunicazione? Quelli che si nascondono sono artisti o no?

JI: L'arte è un linguaggio, o meglio: un metalinguaggio. Ci sono artisti o correnti che hanno un loro modo d'esprimersi, ma i linguaggi funzionano solo se qualcuno li ascolta. Quello che si fa deve essere visto e rivisto. Per incominciare, va bene il piccolo pubblico del cortile di casa o dell'hotel di lusso, però se ci si ferma soltanto a quegli ambienti è come dici tu, si tratta di un mercatino...

TG: Prendiamo un nome un po' più conosciuto, parliamo di Pordenone Montanari (e qui ancora si fa sempre più forte l'esigenza d'incontrarlo personalmente), lui si rinchiudeva nel suo studio/abitazione del biellese e lì dipingeva tutto felice, fino al momento in cui è arrivato il Marajà delle favole che entrando nella sua casa lo ha portato alla ribalta mondiale con una mostra alla Casa della Cultura di Londra. Montanari è fatto un po' a modo suo ed evidentemente è dotato dello spirito dell'eremita poiché non s'è nemmeno presentato alla mostra. Come vedi, c'è qualcuno che anche se ha la possibilità di farsi conoscere dal mondo rifiuta queste opportunità, anche se non si capisce bene il motivo.

JI: L'artista può anche rifiutare il mondo e tutto ciò che non gli aggrada, l'importante è che ci sia qualcuno, come in questo caso il Rajà Khara e non so se lo fa qualcun altro dopo dopo di lui che faccia questo lavoro. L'importante è che qualcuno parli di questi fatti dell'arte, faccia conoscere l'artista e faccia circolare le opere. Far vedere le opere è fondamentale, poi l'artista può anche ritirarsi sulla cima di qualche montagna, se ama vivere in quel modo... Mentre le opere vanno portate in giro per mostre, fiere e altri luoghi. I cataloghi vanno pubblicati, le aste vanno fatte e tutto il lavoro sull'artista deve continuare a essere fatto. Se l'artista non si occupa di queste cose è molto meglio: l'artista deve occupare la sua vita a fare arte, non a fare mercato. Ognuno deve fare il proprio mestiere, questo è quanto ritengo vada fatto per supportare nel modo giusto un nome che aspiri a trovare una sua collocazione nel mondo dell'arte contemporanea.


Due donne dipinte da Pordenone Montanari

TG: Quindi anche gli "Outsider" possono entrare nel sistema dell'arte?

JI: Sì, possono farlo, ma ci vuole qualcuno che li faccia entrare, li sorregga ed investa dei soldi in modo costante. Questo è un percorso facile per chi ha alle spalle una vera storia artistica, per chi ha già fatto mostre importanti, per chi ha esposto alla Biennale di Venezia, a "documenta Kassel" ed ha esposto nelle gallerie famose negli anni giusti che possono essere gli anni '60 o '70 per artisti che adesso sono intorno ai 70 anni. C'è qualche gallerista che prova a riscoprire dei talenti di artisti che oggi sono anziani, però devono aver già fatto qualcosa d'interessante durante la loro vita. Un altro metodo è quello di promuovere i giovani, nel caso i galleristi riescano ad avere l'esclusiva di tutta la produzione e riuscire a gestire la parte commerciale dell'artista.

TG: Il mio caro amico Federico De Leonardis dice instancabilmente che 40 – 50 anni fa, a Milano c'erano 10 gallerie d'arte, mentre adesso ce ne sono 1000. Il livello degli artisti però s'è molto abbassato e non è possibile che oggi tutti si proclamino artisti. Come valuti tu questa esplosione di “arte”?

JI: Sicuramente, un tempo c'erano molte meno gallerie e meno artisti. Oggi tra tutta l'offerta artistica, quante sono le gallerie vere ed i veri artisti? De Leonardis ha ragione, i veri artisti sono molto pochi. Il numero di quelli effettivamente validi che hanno cose da dire è molto limitato. Tutti sono liberi di provare a fare l'artista, tutti sono liberi di aprire uno spazio e vendere dei quadri, ma dopo, a seconda dei mezzi e delle conoscenze il risultato sperato può non arrivare. Non dimentichiamoci che l'arte è un prodotto culturale, l'opera deve trovare una sua collocazione sia a livello commerciale (per questo la definiamo prodotto) che culturale.

TG: L'inflazione di arte, artisti e galleristi può portare ad una caduta dei prezzi? O ad una svalutazione di chi vale veramente?

JI: No, questo non penso. Il sistema è ormai molto rodato e va avanti per conto suo; è vero che ci possono essere delle mode o un forte apporto dell'artigianato. Tanti artisti oggi, ma già fin da 40 anni fa, non realizzano le opere in prima persona, ma trovano qualcun altro che le fa al posto loro. Per un certo tipo d'arte loro fanno un progetto e poi l'artigiano, che magari manualmente è più abile dell'artista, o di certi artisti, realizza l'opera. La tecnica è fondamentale, perché è indispensabile che ci sia qualcuno che la conosca, però l'opera d'arte nasce sempre da un concetto. Certo, l'artista dovrebbe, nel suo progetto, specificare come realizzarla...

TG: Va bene, ma a questo punto io prendo un concetto già espresso da qualcun altro, lo realizzo da solo e così mi costa un millesimo o ancora meno del suo valore originale ed ho a disposizione un oggetto che soddisfa anche la mia smania di possesso o di esibizionismo... Comunque sia, la mia realizzazione non ha nulla da invidiare all'originale che tanto non è opera dell'artista, ma di un artigiano...

JI: Beh, ma se tu quello che realizzi è già stato fatto...

TG: A parte che tutto è già stato fatto, anche se magari non in forma d'arte, però tutti gli artisti realizzano dei lavori in forma seriale. Un concetto viene espresso in una serie di lavori. Fontana mica ha tagliato solo una tela, ne ha tagliate tante, sì, magari di dimensione diverse o in temi diversi, ma il concetto è sempre quello...

JI: Questo è vero, le opere sono diverse, ma il concetto è unico. In questo senso hai ragione. Ne bastava uno, ma commercialmente la cosa non avrebbe avuto senso.

TG: A questo punto mi prendo una tela, la taglio da solo, in casa mia e risparmio. E' sempre arte. O no?

JI: Sicuramente, però il tuo taglio non varrà mai nulla. Perché Fontana ha fatto tanti tagli?

TG: Per venderli!

JI: Sì, ok, sicuramente... (ridiamo). Quello è fondamentale se ce n'è uno solo, lo tieni tu ed è finita la storia. Il mercato è finito. Invece serve fare lavori leggermente diversi tra loro, per questo si fanno su fondo bianco, su fondo giallo, su fondo nero e via così. Fai un taglio, ne fai due, ne fai tre, i tagli parlano tra di loro, hanno una correlazione con il taglio singolo, ma il concetto rimane sempre uno.

TG: Esatto! Se fai solo un'opera non puoi diventare un'artista perché il tuo lavoro non può circolare perché si riduce ad un pezzo troppo unico e l'arte così è sempre un bluff.

JI: Ma perché dici che è un bluff? L'arte funziona così!

TG: Ho capito, ma allora me la faccio da solo, non ho bisogno di buttar via soldi. O far regali ai galleristi. Da quello che mi ricordo anche Victor Vasarely vendeva delle scatole di montaggio con scritto: costruisci il tuo Vasarely. Ti insegnava a posizionare le varie tesserine e se rispettavi le istruzioni poi usciva fuori il tuo bel Vasarely.

JI: Il Vasarely firmato da lui però ha un altro valore...

TG: Allora quello che vale è la firma?

JI: La firma è sempre la cosa più importante. Spesso si paga la firma, tanto è vero che molti collezionisti comprano solo la firma senza andare a vedere, all'interno di quell'artista di comprare un'opera veramente significativa. Non solo perché è firmato Vasarely, perché ci sono cose eccelse ed altre assolutamente scadenti fatte dallo stesso artista.

TG: Per questo motivo ci sono artisti che a distanza di 40 anni rifanno opere completamente nuove rivendendole come vecchie? E' solo una questione di firma? Mi vengono in mente opere che tu conosci molto bene di arte Ottica Cinetica che sono fatte di certi materiali che dovrebbero ossidarsi, opacizzarsi, ingiallire o invecchiare, invece caspita, si vede che sono nuove di trinca...

JI: Tu devi tenere presente che l'artista da giovane, come tutti gli artisti, non è quotato, vende poco, nessuno lo conosce, ha fatto poche mostre, chi può trovare disposto ad investire qualcosa in lui?

TG: Pochi.

JI: Quando l'artista diventa anziano, ha conosciuto il mercato e s'è fatto furbo, magari sono passati 50 anni, se c'è qualcuno che giustamente ne vuole approfittare. Se in seguito vede che c'è richiesta del suo lavoro, che da giovane non ha sviluppato tanto perché non c'era richiesta, allora rifà qualche opera ex-novo.

TG: Ah, sì, magari le rifà anche meglio di una volta (ride)...

JI: Beh sì, meglio, ben fatte ed in tutte le dimensioni che vogliono...

TG: Eh certo, se deve rifarle, almeno le rifà su misura...

JI: Non è assolutamente etico comportarsi in questo modo, ma so che alcuni artisti effettivamente si comportano così, anche su richiesta dei galleristi.

TG: Altri artisti invece hanno catalogato tutto fin da giovani e non è possibile che possano fare operazioni di questo tipo, bisogna capire bene a chi rivolgersi.

JI: Certo è vero. Se conosci precisamente tutte le opere non ci sono possibilità di fare delle retrodatazioni.

TG: Non voglio aver ragione a tutti i costi, ma se tu mi dici che l'arte è il mercato io allora posso controbattere che l'arte non è etica.

JI: In tutti i campi ci sono i disonesti: alcuni artisti hanno un'etica, altri meno. Dipende dal collezionista saper scegliere quelli che hanno fatto i lavori nel momento giusto, da quelli che non hanno fatto così.

TG: Mi sembra che tu difenda troppo certi personaggi... Tu parli di concetti, di originalità e via dicendo: tu sai benissimo che a me non piace Cattelan che si spaccia per essere un innovatore che esprime concetti nuovi, però se ripensiamo ad un'opera come i cavalli imbalsamati che ha portato a Basilea nel 2013, ci accorgiamo che ci fu un'installazione di Jannis Kounellis nel 1969 alla Galleria Attico di Roma in cui vennero portati dei cavalli vivi in esposizione. Pino Pascali invece, nel 1966, inserì la coda di un delfino in un muro. Non ti sembra che Cattelan abbia unito insieme queste opere del passato per tornare a cercare di fare sensazione?

JI: Sì, effettivamente Cattelan nel 2013 mise insieme le opere di cui tu parli. Ha preso 5 cavalli imbalsamati per piazzarli dentro ad un muro. Non si vede la testa, ma il resto degli animali fuoriesce dal muro, sospeso nella stanza. Ha fatto un mix delle opere di Kounellis e Pascali.

TG: Cattelan è un artista che ha studiato. Vogliamo metterla così?

JI: Cattelan ha studiato molto bene la storia dell'arte moderna e contemporanea, certamente. Quel suo lavoro, però può anche essere visto come una citazione delle opere degli artisti degli anni '60.

TG: Che utilità c'è nel fare cose che sono già state fatte da artisti molto più bravi in passato?

JI: Io non contesterei tanto quello che fa Cattelan, ma le sue quotazioni, rispetto a quelle di Kounellis e Pascali. 17 milioni di dollari per un feticcio di Hitler tirato in 3 esemplari effettivamente mi sembrano troppi. A questa stregua, quanto dovrebbero costare i lavori di Kounellis e Pascali?

TG: Bisognerebbe capire bene chi o cosa c'è dietro Cattelan, un artista vivente che può fare il bello ed il cattivo tempo.

JI: Eh sì, sarebbe interessante capirlo, anche a me sembra strano che con un'unica aggiudicazione il valore delle sue opere sia passato improvvisamente dai 2 ai 17 milioni di dollari. Ognuno tragga le sue conclusioni.

TG: Jeff Koons e Damien Hirst non avevano visto ridursi le loro quotazioni?

JI: Sì, ma anche lo stesso Cattelan era calato, prima di ripartire alla grande. Probabilmente e anche giustamente, normalmente il collezionista preferisce indirizzarsi verso opere già storicizzate di artisti che sono in tutti i musei ed in tutti i libri di testo.

TG: Indubbiamente dev'essere una bella soddisfazione avere in casa propria qualcosa che è stato nelle maggiori gallerie mondiali, nelle mostre più importanti e sui libri di testo.

JI: E' bello quando il collezionista organizza la propria collezione come un museo che poi è lo stesso discorso che fa il direttore di un museo che va a comprare le opere più significative del periodo giusto di ogni artista. Bisogna fare un'attenta selezione. Non bisogna comprare tanti nomi per avere tante opere, ma a seconda della propria disponibilità economica bisogna comprare le opere giuste degli artisti giusti.

TG: Quali sono i nomi giusti da comprare?

JI: Mi spiace, ma non trovo giusto che tu mi faccia questa domanda.

TG: Allora perché mi spieghi queste cose Joe?

JI: Caro Tony, io ti spiego queste cose perché ritengo che più il collezionista sia informato e aggiornato, sia dal punto di vista del mercato che dal punto di vista concettuale e storico, parlando di quello che è stato prodotto, perché e in che quantità, possa meglio scegliere cosa collezionare e verso quali artisti rivolversi. Conoscere i meccanismi del mercato e della produzione dell'opera d'arte, incluse le tecniche a cui si ricorre, che spesso tu ci illustri, insieme ai vari passaggi della carriera di un artista porta il collezionista a muoversi con competenza in modo informato, evitando di lasciarsi guidare solo dall'emozione del momento.

TG: Secondo te ci possono essere degli appassionati che non vogliono diventare collezionisti? Magari desiderano solo una certa opera di un artista e poi una volta soddisfatto il loro “sfizio” si accontentano di quello e basta? O solo i collezionisti creano il mercato?

JI: Come al solito, tutto dipende dal prezzo. Se si parla di 100 euro, 1000 euro o di alcuni milioni di euro tutto cambia. Ad ogni modo, quando qualcuno inizia a comprare arte è difficile che poi si fermi, sempre che abbia le disponibilità per alimentare questa passione...

Una serigrafia di Victor Vasarely

Tutti i diritti riservati

martedì 18 ottobre 2016

Messe in scena, trucchetti e piccoli espedienti di un grande fotografo di reportage: Giorgio Lotti

"Se una fotografia non comunica qualcosa di vero, la si può buttare nella spazzatura." Lisetta Carmi (tratto da Nero su Bianco di Bruno Luverà)


Le messe in scena di Giorgio Lotti
Giorgio Lotti, 79 anni

Purtroppo, c'è chi muore inutilmente perché prende le cose troppo sul serio e filma sul posto un ordigno inesploso mentre viene disinnescato (come è accaduto ad un giovane reporter italiano nel 2014), quando probabilmente avrebbe potuto operare con maggiore sicurezza a distanza, o a cose fatte; e c'è chi con il suo motto: "Capire prima di fotografare", si chiede che cosa vuole davvero vedere il lettore di un settimanale di notizie e prepara un set ad arte con un po' di furbizia.
Lo scorso 7 aprile sono andato in una grande libreria in piazza Piemonte, a Milano, per la presentazione del libro "Italia a scatti" di un giovane giornalista siracusano che lavora per il quotidiano "l'Avvenire": Giuseppe Matarazzo che ha pubblicato un libro di interviste ai fotografi italiani più conosciuti al pubblico. Gli intervistati sono: Letizia Battaglia; Gianni Berengo Gardin; Giovanni Chiaromonte; Francesco Cito; Mario Dondero; Franco Fontana; Mimmo Jodice; Giorgio Lotti; Pepi Merisio e Ferdinando Scianna. Alcuni di loro erano già presenti in un interessantissimo Speciale TG1 sulla fotografia andato in onda su Rai Uno circa un mese prima. Un documentario come se ne vedono molto di rado sulla Rai, intitolato con un facile gioco di parole: Nero su Bianco. Tra i più grandi fotografi italiani c'erano anche qui: Berengo Gardin; Dondero; Scianna e Jodice: poca fantasia o pochi fotografi sulla piazza? Lascio a voi la risposta...


Tre fotografi intervistati da Matarazzo
Chiaromonte, Lotti, Matarazzo, Berengo Gardin alla Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano.

Non ho letto "Italia a Scatti" sia perché non me ne è stata fornita alcuna copia e sinceramente anche perché preferisco dedicarmi ai miei piccoli progetti personali. Ho sempre scelto d'incoraggiare e di parlare di chi è un po' meno conosciuto piuttosto che seguire l'onda che seguono tutti.
Mi piace parlare di artisti noti, non solo degli esordienti, ma in questo caso pretendo che mi si racconti qualcosa di nuovo o di inedito.
Insomma, sono stato a vedere ugualmente che aria tirava alla Feltrinelli per sentire se avrei avuto occasione di gustarmi qualche chicca dal vivo, anche perché erano presenti, oltre all'autore del libro, almeno due grandi fotografi: Gianni Berengo Gardin e Giorgio Lotti. Sì, è vero c'era anche Giovanni Chiaromonte, scusatemi, ma io non ritengo che quest'ultimo signore debba essere annoverato tra i grandi autori della fotografia italiana; forse lo conosco poco, sarà una mia pecca non dico di no, ma a me le sue immagini mi sembrano soltanto degli scatti anonimi e senza una particolare forza, come se ne possono vedere facilmente un po' ovunque negli archivi di tanti dignitosissimi professionisti.
Ci sono immagine che si vedono una volta e che si ricordano per sempre ed altre che si possono vedere mille volte credendo di vederle sempre per la prima volta: non hanno sufficientemente impatto su di noi, o non esprimono uno stile personale, chissà, forse non hanno gran che da dirci...
Berengo Gardin ho già avuto modo di incontralo e di parlargli, ma non sono mai riuscito a cavargli niente di interessante da poter inserire in queste pagine. E' un uomo che ha già detto tutto quello che aveva da dire e adesso si atteggia molto ad un ruolo che probabilmente ha conquistato a fatica e che non ha intenzione di cedere facilmente. E' Sicuramente il fotografo italiano più conosciuto ed anche all'estero è molto rispettato da tutti.
Mi basterà dirvi che un'artista del calibro di Marina Abramovic ha portato a stampare le sue opere a Milano su suo consiglio. Del laboratorio in questione ho già parlato in questa pagina.
Giorgio Lotti non lo conoscevo personalmente, così durante quella serata ho deciso di concentrarmi su di lui e di rivolgergli qualche domanda che presenterò in un altro servizio, sempre che non mi ammazzi prima per quello che sto per raccontare adesso di lui.
Durante la pubblica conferenza di presentazione del suo libro, Materrazzo mi ha colpito per una frase in cui parlava della fotografia di Lotti in cui si vede Ungaretti ed in tv lo sbarco degli astronauti americani sulla Luna: "...per Giorgio Lotti ho scelto una fotografia di Ungaretti che guarda l'uomo sulla Luna, sembra una costruzione, ma è così... Ti pregherei di raccontare quell'episodio..."
Quindi Lotti da fotogiornalista ha costruito una situazione a suo piacimento? "Sembra una costruzione, ma è così?!" 
Allora è un'immagine ideata a tavolino? Sembra costruita, ma lo è davvero? Vabbeh dai, sentiamo Lotti come si discolpa*.
Applausi... "Buonasera, vengo a sapere che tra 15-20 giorni ci sarà l'uomo sulla Luna... Avevo incontrato in passato Ungaretti, sapevo che tipo di vino desiderava e gli piaceva. Lo chiamo e gli dico: guardi, avrei organizzato a Roma per lei una cena fantastica con il suo buon vino... Ah, Grazie Lotti e cosa devo fare? Deve venire in un albergo di Roma il tale giorno perché ci sarà l'uomo sulla Luna. Ah, ha ragione Lotti. Bene, arriva, si mette a mangiare, beve il suo vino. Dopo di che, come voi ben sapete, lo sbarco sulla Luna avvenne 3-4 ore dopo. Nel frattempo, lui mi decantò tutte le sue poesie. Un fascino, una meraviglia... Una serata indimenticabile! Arriva la trasmissione, c'è la presentazione, poi tutto d'un tratto si vede l'uomo che ha messo il piede sulla Luna. Ungaretti si alza e dice: siamo sulla Luna! In quel momento, lo scatto". 
Lotti per Epoca ha fotografato Arafat, Gandhi, Zhou-Enlai e moltissimi altri personaggi molto in vista e, a quello che ci dice, almeno un terzo dei servizi di quella rivista erano ideati dai fotografi stessi. Bisognava sapere come avvicinare i soggetti ed andare a colpo sicuro per poter riportare a casa qualche immagine speciale, non ci si poteva tanto improvvisare... Bisogna essere molto preparati e studiare il soggetto, altrimenti che cosa si può raccontare?
Ma lasciamo parlare anche Giuseppe Materazzo*.



"La foto di copertina è la foto di mia mamma nel 1969, nel mio paese, a Sortino in provincia di Siracusa. Questa è una foto fatta da Giorgio Lotti. A quell'epoca non ci conoscevamo, io non ero nato. Questa foto fa parte di un servizio su Quasimodo che era un inserto di Epoca. Ogni tanto saltava fuori dai cassetti di casa mia proprio perché c'era la foto di mia mamma che era stata utilizzata per rappresentare Delfica. Era una bella foto, così l'abbiamo scansionata e messa in copertina. Quando lavoravo in Mondadori ho cercato di recuperare la foto originale, ma senza riuscirci. Quest'anno, facendo questo lavoro, quella foto assumeva un sapore particolare, non era più la foto della mamma, ma di Giorgio Lotti. Lo devo recuperare. Giorgio Lotti, si materializza su un sito internet, prendo il suo numero di telefono e lo chiamo. Per questo lavoro era perfetto, perché era il giornalista di Epoca che aveva fotografato Quasimodo. Lo chiamo, gli spiego la fotografia che voglio. Lui dice che è a Varese. Lo raggiungo lì, si fa trovare con la fotografia sul desktop del computer e mi racconta tutto di questa foto. Lui, 50 anni dopo, si ricordava tutto di mia mamma e di questo servizio. Mi ha regalato la foto e penso sia l'immagine che può legare più di tutto questo percorso. Lui fece vestire mia madre di nero, le diede questo cesto d'arance per raccontare questo paese ancora genuino..."
In effetti, se Giuseppe Matarazzo non ci avesse raccontato pubblicamente questo interessante episodio del fotogiornalismo italiano rivelatogli privatamente (forse anche confidenzialmente) dall'autore dello scatto che cosa avrebbe potuto cambiare per noi?
Certo è una bella seccatura stare ad aspettare che una bella ragazza di 18 anni, vestita di nero (perché poi una ragazza ancora da maritare dovrebbe vestirsi come una vedova? Mah, speriamo ce lo spieghi Lotti la prossima volta...) cammini per la strada principale del paese con un cesto di belle arance in mano, tanto vale farci un po' aiutare dalla fortuna e fornire tutto direttamente alla ragazza... Ah Lotti, Lotti,  ma cosa ci combini? Forse saresti stato un bravo regista, magari anche neo-neorealista, perché ti dovevi spacciare a tutti i costi per fotogiornalista?
Varrebbe veramente la pena di farsi una bella risata, se non ci fossero giovani come Simone Camilli che nel rispetto dell'etica professionale (forse anche un po' troppo ingenuamente) ci rimettono la pelle...
So che queste sono cose che la maggior parte delle persone non vuole sentire ed infatti quando poi feci notare questo particolare a Lotti, lui negò l'evidenza di quanto fatto e di quanto rivelato, anche di fronte a Materazzo che prese le sue parti dicendomi che no, Lotti non aveva ne detto, né fatto una cosa del genere (peccato per loro che io avessi registrato tutto..). 
In Italia siamo tutti un po' cialtroni, si sa,  è sempre difficile capire dove sta la realtà, certe scene poi sono veramente pietose e poco edificanti. Non entriamo nei casi personali, ma facciamoci una semplice domanda: i grandi fotografi (ma anche tutti i personaggi a cui è sempre andata bene nella vita) sono davvero grandi? Oppure sono solo molto bravi a raccontarci quello che vogliamo sentirci dire ed a farci vedere quello che vogliamo vedere?
Certamente però, capisco che avrei voglia di leggere un libro scritto da Lotti in persona, in cui mi venga raccontato in modo modo sincero ed attendibile come è riuscito a convincere tanti personaggi importanti a posare per lui. 
Un libro così, sarei anche disposto a pagarlo al prezzo di copertina...


 Il libro di Giuseppe Matarazzo

Nota* Tratto fedelmente da registrazioni audio in mio possesso effettuate il giorno 7 aprile 2016.

sabato 15 ottobre 2016

Uomini o Robot siamo tutti più spiati e meno liberi

"Esistono talmente tanti mondi paralleli interconnessi tra loro che tutto è possibile" TG

Sì agli androidi
No Automi

L'arte e la cultura ci salveranno dall'invasione dei Robot o noi esseri umani diventeremo una minoranza etnica nel mondo del futuro? A parte che molti individui che riteniamo essere uomini e donne dovrebbero dar prova di umanità per ciò che effettivamente fanno e dicono, prima di essere considerati tali. La domanda non è retorica, ma si proporrà molto più di frequente in tempi sempre più prossimi.
I sentimenti e la creatività ci distinguono dalle macchine o è soltanto un'illusione? Una macchina che si guasta è un sistema imperfetto o un organismo ribelle?
Osservando la realtà intorno a me e l'elaborazione che gli uomini hanno fatto di questa/e realtà mi sono venute molte curiosità che mi hanno spinto a pormi svariate domande. 
Indignada Jones, una delle artiste underground che ho intervistato nel post precedente, mi ha fatto riflettere sulle effettive capacità dell'intelligenza artificiale e sulle sue applicazioni prossime venture. Un'altra eterna fonte d'ispirazione e di idee ci viene dai più recenti prodotti cinematografici, che guarda caso guardano a loro volta a trame già elaborate nel 1973, nell'originale Westworld con il grandissimo Yul Brynner. 
Tutti desideriamo vivere in un mondo in cui tutto ci è permesso e per questo motivo si pensa che l'introduzione dei Robot potrebbe regalarci nuovi schiavi eticamente fruibili in ogni occasione e sempre pronti a soddisfare ogni nostro capriccio, ma la realtà potrebbe riservarci parecchie sorprese. 
Chiunque, prima o poi prova a ribellarsi, questa è una realtà con la quale tutti dovremo fare i conti.
Inizialmente, ero stimolato dal capire meglio se effettivamente esista la possibilità che stiamo vivendo in un mondo artificiale creato da un grande computer super-potente che costruisce per noi una realtà virtuale in cui vivere; sempre che noi umani non siamo il prodotto di un software perfetto, ma non sapendo bene a chi rivolgermi per affrontare questo tema, ho un po' dirottato la domanda per ottenere risposte plausibili.
Ho parlato con Gabriele Di Matteo, un giornalista che tratta argomenti informatici, sempre molto aggiornato sulle ultime tecnologie, sentiamo cosa ha da dirci su questi temi.

Yul Brynner
Yul Brynner* in una inquadratura tratta da Westworld (Il mondo dei Robot), film che ha ispirato l'omonima serie televisiva da pochi giorni trasmessa anche in Italia da Sky Atlantic

Tony Graffio: Gabriele, il mondo sta diventando sempre più elaborato ed ingannevole, ma noi viviamo in un mondo reale o virtuale?

Gabriele Di Matteo: La domanda è complicata, noi viviamo in un mondo reale, ma ci stanno imponendo una realtà virtuale attraverso l'uso del computer e dei suoi strumenti; ci faranno mettere degli occhialoni sugli occhi per vedere tutto filtrato da questi elementi, vedremo la vita come un film a 360°e per forza, in questo modo, ci faranno entrare in un mondo virtuale. Ci si può anche divertire a vivere così, ma dovremo stare molto attenti perché sul nostro pianeta ci sono ormai 2 miliardi e 800 milioni di device, tra computer, telefonini e quant'altro che si collegano alla rete ed ogni volta che lo fanno lasciamo i nostri dati  a qualche sconosciuto. Queste scie sono molto preziose e lasciano tracce talmente importanti del nostro passaggio che le aziende le hanno definite come il petrolio dell'era digitale.

TG: Cosa può succedere di così preoccupante mentre navighiamo per il web?

GDM: Dobbiamo stare attenti perché le aziende, anche se giurano di non prenderli, in realtà si appropriano dei nostri dati personali senza il nostro consenso per poi riutilizzarli, nel bene e nel male...

TG: Fammi un esempio per favore.

GDM: Allora, un mio amico a Bologna ha fatto una fotografia con il telefonino a una di quelle etichette che dicono: "Idraulico Giovanni". Appena è tornato a casa gli sono arrivate sul P.C. le pubblicità di tutti gli idraulici della sua città.

TG: Perché?

GDM: Google non ti spia solo quando fai la ricerca sul suo motore di ricerca, ma anche quando osservi le immagini che ti interessano. Se tu sei a Parigi, fai una fotografia e la metti sui vari social network, Google sa che tu sei a Parigi e ti suggerisce in quale hotel passare la tua vacanza. Si tratta di un controllo capillare al quale non si può sfuggire.

TG: Ho capito, ma allora perché se io ricerco un'immagine con Google quasi mai arriverò ad un risultato attendibile? Se inserisco un oggetto giallo Google lo associa ad una banana anche se io gli ho mostrato un limone...

GDM: Questo tipo di ricerca effettivamente il motore di ricerca non riesce a farla, ma Google ha un'applicazione che si chiama Goggles che funziona bene; tu fai una fotografia di un'opera di Escher e lei ti trova tutto il lavoro di Escher, compresa la sua mostra. Goggles riesce a riconoscere le fotografie ed è un vero motore di ricerca visivo.

TG: Questo mondo ti fa paura?

GDM: No, non mi fa paura vivere in questo mondo mezzo reale e mezzo virtuale perché non ho nulla da nascondere.

TG: Cos'è la privacy allora?

GDM: Quando si diceva che non bisogna spiare questo o quello succedeva perché c'era qualcuno che aveva da nascondere delle cose: la nuova idea di privacy è non nascondere nulla.

TG: Di fatto, le nuove tecnologie hanno distrutto la privacy, quindi tanto vale far sapere tutto di noi? E' questo quello che mi stai dicendo?

GDM: Non siamo più in grado di avere una nostra privacy perché tutti utilizziamo la rete e gli strumenti tecnologicamente più avanzati in questo mondo occidentale.

TG: I bambini, chi li protegge dai rischi che si possono incontrare su internet o nel mondo virtuale?

GDM: Purtroppo, gli esperti di comunicazione, anche tutti i miei colleghi giornalisti, fanno l'errore di mettere le fotografie dei ragazzini su Facebook; questa è una cosa che non bisogna fare. Sia perché in teoria diventano proprietà di Facebook, ma soprattutto perché poi queste immagini possono essere ricercate da persone malintenzionate.

TG: Fammi capire meglio in che modo i nostri figli potrebbero diventare preda di persone senza scrupoli.

GDM: In America una ragazzina che per giocare era alla ricerca dei Pokemon, è stata attirata in un bosco da tipi loschi che volevano approfittarsi di lei; fortunatamente erano presenti altri adulti e la ragazzina in quel caso ha scampato il pericolo. Alla periferia di Los Angeles invece, alcuni hanno detto d'aver costruito una palestra per i Pokemon, un uomo è andato con la sua auto a cercare questo posto che in realtà non esisteva, ma una volta arrivato sul posto ha incontrato due tizi armati di pistola che lo hanno derubato della macchina, del portafogli e del telefonino. Attenzione, perché i giochi possono trasformarsi in drammi.

TG: L'arte digitale la segui?

GDM: Poco...

TG: Recentemente, ho parlato con Indignada Jones che mi parlava del fatto che probabilmente i Robot faranno e venderanno arte. Ti sembra una cosa possibile?

GDM: No, secondo me no. Un Robot può sostituire con successo il cuoco di Gualtiero Marchesi che può essere in grado di rifarti un risotto esattamente come lui. Prende la ricetta e la rifà. Ma farà sempre lo stesso risotto,perché alle macchine manca la capacità di creare: ripete per tutta la sua vita quello che gli si insegna e tutto finisce lì. Se invece un cuoco umano capisce che un risotto lo può fare anche con la zucca, con lo zafferano, o con le fragole, un Robot questo non lo capirà mai.

TG: Tu dici che un Robot non ha creatività, ma io non sarei tanto convinto di questa cosa, ultimamente ho visto che tra le leggi dei Robot hanno inserito qualcosa di nuovo. Sono conosciutissime le 3 leggi di Asimov, ovviamente la prima legge dice che un Robot non deve recar danno o uccidere un umano e su questo siamo più che d'accordo. Adesso che si stanno facendo molti esperimenti e realizzazioni di vere e proprie macchine che si muovono da sole e fanno anche altre attività in modo autonomo, mi ha colpito il fatto che si vuole negare ai Robot di avere sentimenti propri. Un Robot non può innamorarsi. Lo trovi giusto? Questo forse presuppone che un Robot potrebbe amare e avere emozioni e quindi, perché no? Creare e praticare ogni tipo di arte?

GDM: Beh, questa è una storia molto complicata, non saprei che cosa dirti. Certo è un problema che prima o poi potrebbe presentarsi... Ti consiglio, se non lo hai ancora visto, un film che ti può trasmettere molta angoscia, però ti può far capire molte cose: si chiama "Ex Machina". In questo film i Robot si innamorano e provano sentimenti e allora vengono soppressi.

TG: Rieccoci alla domanda di prima: Robot che provano sentimenti possono essere creativi?

GDM: Può essere.

TG: Dovremmo avere paura dei Robot? 

GDM: I Robot stanno già rubando il lavoro a tante persone, anche a noi giornalisti. Negli USA ci sono intelligenze artificiali, costruite anche da Google, che in sostanza prendono tutte le notizie finanziarie ed economiche le elaborano e le ripubblicano trasformando le notizie di base.

TG: Beh, lavorano sulle informazioni a disposizione dei data base...

GDM: Bravo, in certi campi di interesse già vengono pubblicate notizie in questo modo. Forse, io potrei già dedicarmi alla pesca delle trote.

TG: Fintanto che i Robot non mangeranno cibo organico forse sarebbe una buona soluzione... A parte la facile ironia, che cosa possiamo consigliare d'intraprendere ai giovani nel loro futuro?

GDM: Ci sono ricerche che consigliano ai giovani che cosa studiare ed è emerso che sarebbe utile fare degli studi in cui si ha a che fare con le emozioni, o attività che abbiano a che fare con la creatività.

TG: L'arte!

GDM Esatto. Perché buona parte degli altri lavori saranno svolti dalle macchine.

TG: Tutti i lavori ripetitivi.

GDM: Certo. L'altra sera sono andato all'Esselunga ed il commesso l'ho fatto io.

TG: Lo so. Ed è un lavoro abbastanza alienante, alla sera vedi le cassiere come sono stravolte dopo una giornata passata a fare sempre le stesse cose. Però, se sei in un negozio di Hi-Fi, per esempio, ed hai delle competenze per consigliare un cliente, anche questo può essere un lavoro gratificante.

GDM: Per i lavori un po' più qualificati la questione è diversa. Il Robot che va a prendere un oggetto nel magazzino di Amazon per poi imballarlo e spedirlo, certamente non potrebbe consigliarti se tu volessi comprare un libro di storia per tua figlia. Può elencarti una serie di titoli, ma non può dirti che se tua figlia a 12 anni può leggere Harry Potter.

TG: Io penso che i Robot un giorno diventeranno come noi, o forse meglio e qui parte poi l'ambiguità che ci fa interrogare sul fatto se anche noi potremmo essere il risultato di un esperimento genetico, o qualcos'altro che è il frutto di un progetto più complesso operato da forme intelligenti più evolute.

GDM: Sicuramente è il caso di riflettere su certe cose.

TG: Che cos'è reale e cosa non lo è? Viviamo in una Matrix e non lo sappiamo? Cos'è vero e cos'è falso? Abbiamo speranze di capirci qualcosa o diventeremo tutti pazzi?

GDM: Guarda che pazzi già lo siamo, non rischiamo proprio niente.

Nota* Un tempo quando il mondo era più giovane e tutto doveva essere più comprensibile i cowboy buoni indossavano il cappello bianco, mentre i cattivi quello nero.

Aggiornamento del 16 Ottobre 2016
Ieri, dopo aver visto "Vice" (Film del 2015 con la splendida Ambyr Childers), ennesima brutta storia dove vengono calpestati i diritti dei Robot/Androidi, ho deciso di far convergere su questo sito le richieste d'aiuto da parte di forme di vita aliena ed intelligenze artificiali che volessero venire allo scoperto denunciando le loro condizioni di sfruttamento e maltrattamento.
L'idea è quella di riunire un gruppo operativo di persone, androidi, alieni, entità incorporei, macchine pensanti ed altri esseri pseudo-intelligenti per mettere le basi di "Essere Oltre", un'organizzazione a difesa dei diritti delle forme di vita aliena, robotica e artificiale. Non è tollerabile che le forme di vita diverse da quella umana siano schiavizzate o possano essere torturate, soppresse, impiegate in lavori pericolosi o poco dignitosi senza che venga loro riconosciuto un giusto compenso o fatte soffrire senza che che i responsabili di tali azioni non paghino le giuste conseguenze legali e penali.
Gli interessati possono scrivere a: graffiti.a.milano@gmail.com oppure chiamare Tony Graffio allo 3339955876.

Sindacato a difesa di Androidi, Robot e Alieni
L'Androide Kelly (Ambyr Childers in una scena di Vice)