sabato 23 gennaio 2016

Un Mini-Lab rigenerato presto in funzione a Milano da PFG

Punto Foto Group
Guido Tosi con gli occhiali ad intensificazione luminosa, Felix Bieseler e l'Agfa FP 200 che verrà installata presso il PFG

Sono tornato da Punto Foto Group per parlare con Guido Tosi che dopo aver recuperato un secondo mini-lab, ora dispone di due sviluppatrici automatiche che stanno per essere ripristinate, per far partire a breve almeno una di queste macchine, e dare il via ad alcune linee di sviluppo a colori per pellicole di vari formati. 
La prima Agfa FP 200 trasportata presso il magazzino di Felix Bielser era in condizioni pietose, dopo una prima ripulita si è visto che era più conveniente ricercare una seconda macchina ed orientare le proprie attenzioni su un altro esemplare gemello che si pensa di mettere in funzione  all'inizio di febbraio. Un vecchio tecnico Agfa aiuterà Tosi ed i suoi soci a mettere la sviluppatrice in condizioni di lavorare al meglio delle sue possibilità dando un'occhiata alla parte elettronica ed alla parte meccanica. Negli anni '90 molti fotografi presso i loro negozi allestivano questi mini laboratori per il trattamento del C-41 (Come abbiamo visto nei mesi scorsi, anche Emma Canepari di Speed Photo ha a sua disposizione una Agfa FP 100 che è una macchina molto simile a quelle di PFG), prediligendo proprio le sviluppatrici Agfa che erano apparecchiature rinomate per la loro robustezza e semplicità. Richiedevano relativamente pochi liquidi per effettuare i trattamenti ed erano leader in questo settore dando la possibilità di inserire una pellicola dopo l'altra nella sviluppatrice e lavorare in catena, a ciclo continuo. Con questo sistema si possono sviluppare 2 pellicole alla volta, in modo da dimezzare il tempo richiesto per smaltire i rulli da riconsegnare alla clientela. I formati trattabili sono il 135, il 120, il 220, il 110 e l'APS. La macchina nasce per trattare il 35mm, ma esistono delle cassette per il 120 e gli altri formati.
Sono stati effettuati lavaggi con acido cloridrico e bicarbonati, si è provveduto ad effettuare dei primi test per capire se la macchina trascina bene la pellicola e raggiunge le temperature previste dai programmi. Fino ad ora tutto è risultato positivo, le pompe di rigenerazione dei liquidi funzionano bene ed in questi giorni partiranno dei test con i chimici di trattamento in modo da avere i primi risultati. Il servizio per i clienti dovrebbe essere disponibile dal febbraio 2016.
Tosi pensa che nel caso si riuscisse a rimettere in sesto la macchina con più problemi, la si potrà destinare ad un utilizzo diverso che potrebbe essere quello di farle fare sviluppi a tempi variati, oppure utilizzarla per sviluppare pellicole in bianco e nero.
Da tempo Guido era alla ricerca di sviluppatrici di questo tipo e di un posto dove poter svolgere questa attività, adesso che esistono le condizioni per iniziare questo tipo di lavoro, sicuramente ci saranno molti fotografi ed appassionati che riprenderanno a fotografare in pellicola.
Il 2016 si prospetta un anno molto interessante per la possibilità di reperire nuovo materiale analogico e per vedere aprire nuove attività destinate allo sviluppo della pellicola di vari tipi e formati. A Milano, sta nascendo una bella comunità analogica che opera in collaborazione fornendo consulenze e assistenza ai vari elementi che fanno parte di questo gruppo, in modo da poter integrare le competenze di ognuno per la rinascita di un settore che negli anni scorsi aveva visto perdere molto terreno nei confronti della fotografia digitale. Fino a poco tempo fa non sembrava possibile far rinascere servizi in questo campo, ma a breve potrebbe anche ripartire un mercato di nicchia perfino per gli appassionati della cinematografia a passo ridotto.
Ovviamente, si pensa anche ad offrire un servizio di digitalizzazione delle immagini analogiche. Per ora, per questo tipo di lavorazioni, PFG pensa di avvalersi dell'apporto di Farenheit che è in grado di fare scansioni d'alto livello e qualità con le proprie apparecchiature. Probabilmente, in futuro PFG si attrezzerà di uno scanner Kodak Pakon per il 35mm, in modo che sia possibile fare velocemente delle scansioni, intorno ai 1800 dpi, senza dover tagliare la pellicola.
I trattamenti in E-6 verranno fatti con una sviluppatrice Jobo, così come i trattamenti dei formati più grandi.
In futuro, PFG ha intenzione di sviluppare e telecinemare anche il Super 8 e commercializzare le bobine di pellicola vergine in colore, bianco nero ed invertibile.
PFG ha già siglato un accordo con Ferrania per distribuire i suoi prodotti all'estero, se partirà la produzione di Super 8 di questo storico marchio italiano, si potranno trovare in vendita a Milano anche queste pellicole invertibili ad un costo più ragionevole. 
Inutile dire che poter acquistare le pellicole presso lo stesso punto di vendita che si occuperà poi dello sviluppo e del telecinema dà al cliente una maggior fiducia nell'utilizzo di un prodotto che eviterà di viaggiare per l'Europa, a rischio di smarrimenti, o delusioni. Qualora qualcosa all'interno del processo di sviluppo dovesse non andare per il verso giusto, trovarsi faccia a faccia con il laboratorio è una garanzia in più per avere delle risposte o delle soluzioni alternative. Quanti di noi si sentono frenati dall'utilizzare un certo tipo di materiale, oltre che dai costi, dalle difficoltà di reperimento di chi effettivamente svolge il lavoro e dai tempi previsti dalle lavorazioni e dalle spedizioni?
I costi relativi al trattamento del C-41 potrebbero assestarsi sui 6 euro per un rullino 135 da 36 pose; un rullo 120 potrebbe invece avere un costo di sviluppo di circa 4,50 euro. APS e 110 costeranno un po' meno. Il 220, per chi riesce ancora a reperirlo, costerà un po' di più. I prezzi non sono ancora bene definiti, ma sembra che durante il primo mese di apertura di questo nuovo servizio di PFG ci saranno degli sconti promozionali rispetto ai costi prospettati. E' allo studio anche un carnet cumulativo per lo sviluppo di più pellicole che darà diritto ad uno sconto di circa il 15% del prezzo di listino, o altre forme che premieranno la fedeltà della clientela, un po' com'era un tempo quando molti mini-lab consegnavano un rullino vergine da 12 o 24 pose per ogni pellicola sviluppata e stampata.
C'è comunque da tener presente che nel costo effettivo di sviluppo, per metà incidono i costi per lo smaltimento dei prodotti chimici esausti, vale a dire che il prodotto chimico fresco e quello da buttare incidono esattamente allo stesso modo sul prodotto finale.
Se a PFG sviluppare un rullino può costare 2 euro, un euro se ne va in liquidi da smaltire attraverso i collettori di chimici che offrono questo servizio ecologico.
Chiudo questo servizio per dirvi che ho ragione di pensare che PFG stia facendo le cose sul serio, in modo da poter garantire un continuo rifornimento di materiale argentico, in quanto nel retro del magazzino ho visto un'attrezzatura professionale molto particolare che potrebbe essere utile a realizzare e perforare pellicole in vari formati, in modo da fornire ai clienti un approvvigionamento anche dei formati fotografici, o cinematografici più rari. Felix e Guido non hanno voluto pronunciarsi su questo progetto, ma credo che anche questa faccenda possa dare un po' di tranquillità in più a tutti coloro che affermano che non c'è più nessun motivo per utilizzare la pellicola, vuoi perché non si trova chi la sviluppa, o chi la vende. Tony Graffio


venerdì 22 gennaio 2016

Documentario inedito su Castiglione Olona ritrovato dopo 40 anni


Il Palio dei Castelli del 1973 Castiglione Olona Varese Luciano Conti
Un fotogramma tratto da "Cronaca di un paese: Castiglione Olona" (1973), documentario in pellicola 16mm di Luciano Conti e Giorgio Crosta


A volte, ho l'occasione d'incontrare personaggi noti e di successo che hanno realizzato opere importanti, formulato teorie famose, o hanno partecipato ad eventi storici di rilievo. Raccontare le loro storie  è facile ed al tempo stesso difficile perché di costoro si sa già tutto, eppure bisogna cercare di motivare le persone a trovare episodi della loro vita che magari sono rimasti in ombra, oppure presentare questi personaggi in modo diverso dal solito. Non vi nascondo che talvolta ho anche rinunciato a parlare di chi sembra recitare una parte, ripetendo sempre le stesse parole, preferendo il nulla alla banalità.
Probabilmente, chi mi segue sa bene che mi piace trovare delle storie nelle storie e quella di oggi, pur non essendo una notizia da prima pagina, ha qualcosa che ha sollecitato la mia curiosità ed è per questo che ho scelto di proporvela, andando a conoscere e a intervistare per voi un uomo come tanti, che ha però la particolarità i essere spinto dal desiderio di rendere migliore l'ambiente che lo circonda.
Luciano Conti è un fotografo che nel 2012 ha chiuso la sua attività commerciale ma che ancora, per passione, scatta qualche fotografia per i suoi amici. 
Un giorno ho visto Luciano andare in giro per Milano con una Nikon ed un vecchio flash a torcia, l'ho seguito e gli ho chiesto perché nell'epoca digitale egli continuasse a fotografare con la pellicola. Abbiamo iniziato a parlare e da lì ho saputo del suo amore per la cinematografia e del tentativo fatto più di 40 anni fa per proporre e realizzare un documentario storico-culturale che tuttavia non ha trovato un canale di diffusione all'altezza delle sue ambizioni. Così, dopo qualche proiezione pubblica il film è stato dimenticato per lungo tempo in un cassetto fino a quando Tony Graffio lo ha riesumato per proporlo alla vostra attenzione.
Un tempo, i negozi di foto-ottica effettuavano un duplice servizio di assistenza alla clientela, sia per quello che riguardava la prescrizione delle lenti correttive degli occhiali, che per i servizi di fotografia che spesso si espletavano nella documentazione delle cerimonie civili e religiose, i ritratti di piccole imensione per i documenti e le altre possibili richieste. Oltre, ovviamente  alla vendita dei prodotti fotografici come pellicole, sviluppi, carta a stampa e tutto quello che poteva servire all'appassionato. Quando questi negozi erano proprio ben organizzati, offrivano ai loro clienti anche anche lo sviluppo e la stampa dei negativi.  In questo contesto Luciano Conti ha iniziato a lavorare alle dipendenze di un negoziante di Varese. Ha studiato da optometrista a Milano e pian piano, con la sue competenze professionali, cresceva anche il desiderio di fare qualcosa di personale. 
A 23 anni (nel 1966) guadagnava 15000 lire al mese lavorando 12-13 ore al giorno. Da qui nasceva la riflessione su che cosa fare; poiché a Castiglione Olona si stava sviluppando una discreta richiesta di servizi fotografici, Luciano decise così d'aprire un negozio di fotografo in questo paese di circa 5000 abitanti che non era servito da nessuno in questo settore.
Con l'andare del tempo, il negozio di Castiglione Olona ingrana bene il lavoro, ma Luciano sposta la sua attenzione anche verso Milano dove lavora presso il laboratorio della Graphic Color, in piazza Cardinal Ferrari, e svolge alcuni servizi di documentazione fotografica industriale per alcune grandi imprese come la Torno e il gruppo Acqua di Ercole Marelli, andando anche in Africa per fotografare la costruzione della grande diga sul fiume Niger.
In quegli anni, Luciano ha lavorato parecchio ed ha iniziato a raccogliere i primi frutti concreti delle sue fatiche.


Luciano Conti fotografo
Luciano Conti, 73 anni, fotografo

Agli inizi degli anni 1970 Luciano conosce Giorgio Crosta, un architetto di Castiglione Olona ed insieme iniziano a pensare di realizzare un filmato per promuovere le bellezze del loro paese, pur non avendo mai avuto precedenti esperienze cinematografiche. Il primo passo per iniziare a girare il documentario prevede l'acquisto di una cinepresa 16mm. I due amici contattano, tramite giri di conoscenze, un cineoperatore che vende una Bell and Howell a molla per 700'000 lire dell'epoca. Una volta comprata in Kodak anche la pellicola invertibile in bobine da m. 60, i due neo-cineasti iniziano a fare qualche prova di ripresa seguendo i consigli del cineoperatore che ha venduto loro la cinepresa e dello stabilimento Donato che sviluppa il girato. Da Donato conoscono Alberto Moro che diventa il loro montatore, anche lui dispensa consigli per le riprese e la regia. 
Le giornate o le mezze giornate da dedicare alle riprese vengono ricavate nei momenti liberi da altri impegni. L'avventura cinematografica inizia nella primavera del 1973 e prosegue nei luoghi da documentare per circa 4 mesi. L'idea era quella di sviluppare una propria narrazione per cercare di vendere in seguito il documentario a qualche istituzione pubblica, tuttavia non si prende in considerazione la partecipazione a festival o altri eventi promozionali, forse perché si considerava il filmato d'interesse regionale. Nel 1972, in Italia, era infatti nato il nuovo sistema amministrativo delle regioni. Una volta montato ed editato il film, i due autori contattano l'avvocato Fontana, il primo assessore regionale all'istruzione ed al turismo della Lombardia. Gli parlano del loro lavoro e si incontrano con lui più volte, ma non ne scaturisce nulla. L'unica cosa che Crosta e Conti riescono a fare è di organizzare, a loro spese, delle visioni pubbliche nelle scuole e nei club Lions e Rotary di Varese e dintorni. Un certo Sarti di Milano usciva con il suo proiettore 16mm ed ogni volta, in cambio di 45'000 lire, proiettava il film. 
Nel 1974, l'Azienda Autonoma di Soggiorno di Varese, sempre a titolo gratuito, richiede il documentario di Crosta e Conti per proiettarlo per una quindicina di giorni alla Fiera del Levante di Bari. Castiglione Olona, da piccolo centro chiuso all'interno della Valle Olona tra fabbriche e smog, inizia a farsi conoscere come un borgo medievale di pregio, grazie all'opera di promozione del documentario girato nel 1973.
L'area intorno alla Valle Olona era ricca di industrie molto inquinanti, dalla Mazzucchelli che impiegava più di 5000 persone nella produzione di celluloide e politene, quest'ultimo tra l'altro era un prodotto fortemente tossico per chi ci entrava in contatto; ad una importante conceriò; alla Vitamayer, la cartiera più grande d'Europa. Quando al sabato la Mazzucchelli lavava i vasconi delle lavorazioni, una schiuma bianca si distribuiva sulla superficie del fiume Olona, immagine che sicuramente non invogliava i turisti a passeggiare da queste parti.
La produzione del film è costata 6 milioni di lire, tutto compreso (cinepresa, pellicole, sviluppo e stampa, montaggio, compensi per lo speaker, le modelle, e le varie copie stampate), ma non ha avuto nessun rientro economico; l'idea di effettuare poi una serie di altri documentari per far conoscere altre realtà di pregio, attraverso altri filmati che ne descrivano la "cronaca" sfumava definitivamente.
Il documentario è stato girato prevalentemente macchina a mano, certi movimenti non sono particolarmente fluidi, alcune inquadrature denotano qualche imprecisione, il montaggio lascia intendere che alcune scene erano forse carenti di metraggio sufficiente a dare maggiore respiro all'azione, ma nel complesso l'argomento è interessante, i testi sono ben fatti ed i ben 31 minuti originari del film rimangono come una preziosa testimonianza di un periodo in cui industria e beni culturali avevano priorità opposte. Inoltre, proprio nel 1973 viene recuperata un'antica festa tradizionale indicata come il "Palio dei Castelli", all'interno della quale si inserisce anche la corsa delle botti, altro avvenimento popolare registrato sui libri che parlano della storia di Castiglione Olona. Conti e Crosta hanno il merito d'aver sensibilizzato la coscienza dei loro concittadini, d'aver compiuto delle ricerche importanti per riportare in auge queste tradizioni e d'essere stati gli unici ad averle riprese nel momento in cui nessuno si occupava di queste cose. I due hanno contribuito non poco a ridare splendore alla storia rinascimentale di un borgo straordinario, in anni in cui si dava più importanza all'industria che portava ricchezza un po' a tutti e si ignoravano quei beni storici che molti si trovavano persino in casa. Alcuni affittuari, non comprendendo il valore artistico delle architetture che abitavano compivano degli scempi ed è risaputo che alcuni di loro che disponevano di soffitti a cassoni di legno di epoca medievale ne coprivano i disegni consunti ridipingendoli con lo smalto colorato. Le sfilate in costume durante i vari pali hanno contribuito a ridare un'identità culturale al territorio ed una maggiore coscienza a coloro che erano digiuni di queste informazioni. Merito di queste iniziativa vanno anche a don Maurizio Galli, arciprete di Castiglione Olona dal 1946, che svolse ricerche storiche sulle origini delle tradizioni popolari di questo paese per ricostruire quelle manifestazioni e riproporle più di 40 anni fa. In quegli anni, sempre al fine di rivalutare il centro storico del borgo e farne conoscere le bellezze artistiche si pensò d'organizzare un mercatino dell'antiquariato ad ogni prima domenica del mese, ma questa iniziativa perse il suo prestigio e si ridusse ad un mercatino dell'usato con la presenza di qualche prodotto artigianale.
Nella parte finale del film, intorno al Castello di Monteruzzo, si vedono delle cartacce per terra che stridono un po' nel contesto generale della narrazione e sono state riprese senza commento per far capire che bisognava ancora fare del lavoro per bonificare dai rifiuti una parte del territorio comunale che poteva anch'essa essere di richiamo per i turisti che volevano passare una giornata serena all'aperto.
Nel 1975, il documentario venne riposto e messo in un cassetto, in seguito è stato telecinemato e trasferito su cassetta e dvd; qualche giorno fa Luciano Conti mi ha dato il permesso per diffondere liberamente il filmato in rete.
Qui di seguito trovate il documentario per la visione. Tony Graffio

Visiona il documentario

Luciano Conti
Da "La Prealpina" Novembre 1973

mercoledì 13 gennaio 2016

Punto Foto Group, una scelta di cuore per la fotografia argentica (Intervista a Felix Bielser)

Tony Graffio è andato a trovare Felix Bielser, in via Aristotele 67 a Milano, un imprenditore che rilevando l'attività del padre Karl prosegue il commercio di un'impresa da 70 anni nel settore fotografico rifornendo con pellicole, carte, chimici e altre attrezzature tutti gli appassionati ed i professionisti che scelgono d'utilizzare i prodotti della fotografia tradizionale.

Tony Graffio: Ciao Felix, potresti spiegarmi come è nata la vostra attività di famiglia?

Felix Bielser: Certamente Tony. Noi siamo cittadini svizzeri, mio padre era già in Italia prima della guerra, nel periodo bellico è rientrato in Svizzera per il servizio militare, ma nel dopoguerra è tornato qui a Milano per trattare materiale fotografico perché un'industria svizzera, la Tellko (fabbrica di materiale fotosensibile bianco e nero), acquistata dopo qualche anno dalla Ciba diede vita alla Ciba Photochimica e chiese a mio padre di rappresentarli in Italia. E' stato lui a fondare quel settore fotochimico che divenne poi la Ilford in Italia. Mio padre nacque nel 1917 vicino a Basilea, era il maggiore di 6 fratelli e sorelle ed è stato l'unico tra loro che ha avuto l'opportunità di poter studiare all'estero. Prima è andato in Svizzera francese, poi s'è trasferito in Francia e dopo in Italia, chiamato da una ditta di Abbiategrasso che produceva un metallo in fogli simile all'oro, utilizzato per la doratura ed altre lavorazioni. Si può dire che probabilmente essendoci un'affinità tra oro ed argento, forse è per questo che s'è trovato poi nel settore fotografico.

TG: Ho capito, e come è capitato che poi Karl Bielser ha aperto il primo negozio?

FB: Il primo punto vendita aperto ai fotografi, qui a Milano, risale alla seconda metà degli anni '50 ed era in via Parini, vicino a Piazza della Repubblica, siamo stati lì fino agli anni '80. Quella era una zona molto importante perché c'era tutta l'editoria dell'informazione si trovava nel palazzo di Piazza Cavour, poco distante in via Solferino c'era il Corriere della Sera e nei dintorni delle sedi dei quotidiani c'erano tantissime agenzie e fotografi attivi nel settore editoriale. Abbiamo avuto anche un negozio da quelle parti, fino al 2000, poi ci siamo trasferiti qua con il magazzino all'ingrosso nel 1998. La moglie Edith, dal 1954 è stata garante della filosofia dell'azienda, insieme a mia sorella Ursula.

TG: Tu hai iniziato subito con tuo padre?

FB: Io ho studiato qui a Milano, poi ho fatto il mio tirocinio in Svizzera, ma io sono nato in questo settore. Ho iniziato a lavorare nell'impresa di famiglia nel 1979, a 21 anni. Dopo qualche anno mio padre mi ha ceduto l'attività, all'interno di questa impresa a carattere familiare c'erano anche mia madre e una o due sorelle. L'anno dopo che è mancato mio padre (1998), da via Parini e via Fatebenesorelle, ci siamo trasferiti qui in via Aristotele. Adesso lavoro con mia sorella Yvonne. Nel 2011 scompare anche mia madre, Edith Marie Elsa Bieseler, ma per noi l'avventura continua e dall'anno scorso sembrerebbe che il settore analogico, che io preferisco chiamare argentico, stia ritrovando una sua seconda giovinezza. Per questo sto cercando di farmi affiancare da collaboratori che mi aiutino ad allargare la proposta non solo dei prodotti, ma anche dei servizi. Verso fine mese, faremo partire una linea di sviluppo colore C41 con un mini-lab perché in una città come Milano che ha ancora molto da dire a livello fotografico, ormai i laboratori di sviluppo e stampa tradizionale che lavorano in modo professionale sono diventati troppo pochi per soddisfare le richieste del mercato.

TG: Svilupperete solo il 35 mm o anche altri formati?

FB: Ci saranno sicuramente una linea di sviluppo per il 35mm ed una per il 120, sperando in un futuro non troppo lontano di completare l'offerta dei nostri servizi, sia per le tipologie dei trattamenti, ma anche dei formati, arrivando a sviluppare il 4X5 e l'8X10.

TG: Felix io ricordo d'averti conosciuto proprio nel momento in cui voi siete trasferiti qui in via Aristotele, quello è stato il momento critico per la fotografia argentica, come avete fatto ad uscirne fuori?

FB: Esatto, noi abbiamo fatto il grande passo proprio allora; siamo venuti qui perché si avevano già dei sentori di quello che sarebbe potuto accadere con l'avvento del digitale, però in quel periodo il digitale non la faceva ancora da padrone, anche se noi abbiamo sofferto per almeno 4-5 anni lottando per sopavvivere. Questo bisogna dirlo.

TG: Però, oggi hanno chiuso quasi tutti e voi siete ancora qui a lavorare...

FB: Esatto, vuol dire che nel mio piccolo, in parte ho avuto ragione. Io ho sempre affermato che il digitale poteva essere un arricchimento se fosse stato seguito con lo stesso impegno e lo stesso scrupolo, come si era abituati a fare con l'analogico. Bisognava partire dal presupposto che cambiava il media, ma tutto il resto della filiera avrebbe dovuto restare, dalla stampa a tutto quello che veniva dopo lo scatto. Invece, ciò che ha fatto quasi scomparire la fotografia argentica è stata proprio l'assenza dell'abitudine di stampare le immagini ottenute con le nuove tecnologie. Da un giorno all'altro la gente ha smesso di stampare e far stampare le proprie fotografie. Un tempo anche il fotoamatore portava i propri scatti al mini-lab per farli sviluppare e stampare, in modo continuo. La fotocamera digitale, anche per colpa delle grandi aziende che non hanno fatto abbastanza promozione e educazione all'uso del nuovo mezzo dicendo alla propria clientela che la fotografia è il supporto sul quale si osserva l'immagine, non il file.
La responsabilità non è solo di Kodak, Agfa, Fuji e dei vari produttori di pellicole, ma anche di chi fabbrica fotocamere: Nikon, Canon e via di seguito, perché tutti hanno espresso il loro entusiasmo verso il digitale pensando che la gente avrebbe scattato di più. Effettivamente è stato così, ma lo scatto non ha avuto alcun seguito e tutto è rimasto confinato all'interno delle schede di memoria e degli hard-disk. Abbiamo assistito allo sviluppo dei social netwok: Twitter, Flicker, Facebook. Adesso sono tutti fotografi, ma nessuno ha in mano nulla. E' tutto virtuale, è tutto di tutti e niente di nessuno. In tre o quattro anni questa situazione ha distrutto un settore. Ci sono stati molti fallimenti, ha iniziato Ilford, poi a ruota hanno seguito la stessa sorte Agfa e Kodak. Tutte queste ditte sono in parte rinate, ma molto ridimensionate. Fuji ha sempre avuto la fortuna d'avere un piede in molte scarpe perciò, se non tirava un settore tirava l'altro e per questo ha risentito meno della crisi. Oggi invece sono in crisi i produttori di macchine fotografiche. Nikon ed Canon non se la stanno passando benissimo, Minolta è stata acquistata da Sony, Pentax da Ricoh, c'è stato un rimescolamento incredibile. Dopo il 2000, il lavoro dei laboratori di sviluppo è stampa è crollato dell'80% e di conseguenza hanno chiuso 8 laboratori su 10.
Questa moria è continuata ed in piccola parte sta continuandoo anche adesso. Non ci sono più le grandi realtà che conoscevamo 20 anni fa. In Italia c'erano almno una ventina di cosiddetti Photo-Finisher che erano struuture con almeno 100 dipendenti impiegate all'interno di ognuna di esse e non so quante macchine sviluppatrici e stampatrici. Questa realtà è stata spazzata via dal digitale. Noi possiamo discutere su tante cose, ma indubbiamente questa è la realtà economica di quello che è successo.

TG: Esistono ancora gli importatori, i grossisti ed i negozi di fotografia?

FB: Anche queste categorie hanno chiuso perché chi s'è convertito completamente al digitale non è riuscito a dare quel valore aggiunto di consulenza, servizi ed altro. Essendo gli utili sempre più risicati e facendosi sempre più largo la realtà degli acquisti su internet, molte realtà commerciali sparivano. Non essendoci più una consulenza nei confronti della clientela, solo il prezzo fa la differenza. S'è perso il rapporto con la clientela che non trovando un dialogo col negoziante s'è rivolta verso altre categorie di venditori. Inoltre, le aziende produttrici hanno limitato gli utili dei venditori al dettaglio.
Molti negozi storici hanno chiuso, l'ultimo è forse Centro Foto-Cine in piazza Argentina che ha chiuso qualche mese fa.
Noi di PFG abbiamo fatto una scelta diversa, anche perché a me il digitale proprio non piace, io sono nato con le mani dentro lo sviluppo e cerco di portare avanti questa abitudine. La mia impressione era che una tecnica fotografica così importante non poteva morire in quel modo. Non si deve lasciar morire niente senza combattere. Inoltre, s'è visto nella storia, che ci sono state tecnologie soppiantate completamente, ma in linea di massima, se guardiamo al cinema o alla musica, o nella fotografia, difficilmente qualcosa scompare completamente. Per un'azienda di piccole dimensioni come la nostra e concepita in un certo modo, a conduzione familiare, valeva la pena di combattere ed è quello che abbiamo fatto e sembra che questo tentativo sia riuscito.

TG: I telefonini stanno ulteriormente distruggendo il comparto fotografico?

FB: In parte sì, il vero appassionato usa ancora la reflex con gli obiettivi intercambiabili e tutto il resto, ma se guardiamo il settore dell'uomo della strada scopriamo che coloro che fanno un viaggio e scattano delle fotografie per portarsi a casa qualche ricordo, visto che non si stampa, per quale motivo dovrebbero scegliere una compatta anziché uno smartphone? Praticamente nessuno. O hai delle aspettative e vuoi realizzare delle stampe, e presentare le tue fotografie a qualcuno, ma per come è andata a finire l'esigenza di fotografare, il telefonino la fa da padrone.

TG: E' però un assurdo, io ho provato ad aprire delle riviste di 50 anni fa e guardare come erano stampate e quelle poche riviste di oggi che ancora si vendono, quelle che si sono salvate, perché se è vero che la gente non stampa più è anche vero che legge pochissimo. Mi sono accorto che la qualità di stampa digitale da fotografie digitale, specie se a colori, è straordinaria. E' il colmo che proprio adesso che c'è la possibilità di stampare ad una qualità elevatissima, nessuno, o almeno, pochi, lo vogliano fare...

FB: Lo so, è vero, ma quando la gente si disabitua a fare certe cose, tu puoi dargli il tesoro più prezioso al mondo, ma se manca la percezione di quello che gli stai dando, non interessa a nessuno.

TG: Stiamo vivendo un decadimento culturale?

FB: E' un decadimento culturale, sì. Ma anche una perdita di educazione e abitudini. Se guardiamo l'ultimo settore della fotografia professionale che sta perdendo colpi: la fotografia di matrimoni, cosa vediamo? Una volta tutti avevano l'album. Io lo vedo nella mia famiglia, tra i miei conoscenti, per far vedere un'evento importante vai a prendere l'album da un cassetto, hai delle stampe ed è tutto documentato. Oggi, i matrimonialisti non consegnano più l'album, ma ti danno un dvd che contiene sia le fotografie che i filmati. Quanti sono poi quelli che faranno stampare l'album? E così, quando non c'è nemmeno più l'esigenza d'avere una memoria storica tutto si perde. Non è tutto così intendiamoci, altrimenti io non sarei qui, ma è difficile scontrarsi con questo tipo di mentalità moderna. L'album era un valore certo, sapevi che era su uno scaffale della libreria, lo prendevi e lo consultavi, adesso se devi cercare un'immagine non sai nemmeno dove l'hai messa. Sarà su un hard disk, su un dvd, come fai a cercarla in mezzo ad altre centinaia di migliaia di scatti?

TG: Molte aziende elettroniche, tipo Sony, o informatiche si sono introdotte nel mercato fotografico e ne hanno snaturato la mentalità...

FB: Bravo, esatto, ma noi avevamo molte aziende che potevano cercare di conservare questo mercato introducendolo sul mercato nel modo giusto, attingendo alle loro competenze specifiche del settore analogico, ma non l'hanno fatto. Eppure erano aziende molto grandi e prestigiose con decine di migliaia di dipendenti, ingegneri, esperti di marketing e tutto quello che serviva per lavorare al meglio. Avevano tutte le competenze possibili ed immaginabili, ma non le hanno messe a frutto. Tutte queste aziende, se non sono fallite, hanno subito un forte ridimensionamento, anche in maniera drammatica.

TG: Nel tuo punto vendita cosa va per la maggiore il bianco e nero o il colore?

FB: Il colore sta piano piano recuperando, ma è una tendenza molto lenta da osservare. Bisogna dire che tutto quello che è la fotografia analogica non ha più i numeri di una volta.
Il bianco e nero è quella branca della fotografia argentica che teme meno il digitale. Chi fa il bianco e nero ha un altro modo di vedere le cose, e vuole essere regista di se stesso. Tu, col bianco e nero argentico non hai bisogno di nessun interfaccia, ti serve soltanto una fotocamera ed un ingranditore, tutto il resto lo puoi fare da solo. La pellicola la sviluppi a casa tua, stesso discorso per la stampa. Se vuoi passare al digitale, ti serve uno scanner e da solo decidi quello che vuoi fare. Il colore, da un certo punto di vista, è meno creativo e sicuramente più difficile da trattare. Bisogna mantenere delle temperature in modo abbastanza preciso e ci sono altri ostacoli che non lo rendono alla portata di tutti. Però anche il colore sta piano piano riprendendo quota.

TG: Possiamo provare a fare una percentuale di come si ridistribuisce l'uso della pellicola a colori ed in bianco e nero?

FB: Nel nostro caso il bianco e nero rappresenta sicuramente il 70% del fatturato. Il bianco e nero può crescere ancora come vendite, soprattutto nel medio e grande formato. Abbiamo un discreto margine di crescita anche per il colore.

TG: Il vostro mini-lab tratterà anche il bianco e nero?

FB: Noi non siamo qui per fare concorrenza agli altri laboratori, ma per cercare di tappare un buco che s'è creato nella filiera fotografica per quello che riguarda lo sviluppo del colore. A Milano, ci sono soltanto due laboratori che sviluppano il colore professionalmente, per il bianco e nero invece abbiamo ancora 5 o 6 realtà che hanno ancora un discreto mercato. Noi cerchiamo di collaborare con loro costituendo una specie di comunità analogica dove indirizziamo il cliente verso chi è in grado di rispondere meglio alle sue necessità.

TG: Il fatto d'avere delle origini mitteleuropee ti ha portato dei vantaggi nei contatti con le aziende straniere? O negli scambi commerciali con la Germania?

FB: Certo, io ringrazio i miei genitori che mi hanno permesso di conoscere le lingue, io parlo: tedesco, francese, italiano ed inglese. Ho avuto facilità di contatti in Europa, mentre oltreoceano lavoriamo poco. Qualcosa facciamo, ma i nostri partner sono soprattutto le aziende europee che sono anche quelle con la maggiore tradizione in questo settore. Io lavoro e vivo in Italia perché penso che il mercato italiano, pur essendo un mercato difficile e meno preparato di quello di Inghilterra Francia e Germania, è anche un mercato potenzialmente con molto terreno fertile e possibilità di sviluppo. Si può lavorare ancora molto e soprattutto sui giovani. Noi, da diversi anni, stiamo vedendo che ci sono sempre più giovani che si avvicinano alla fotografia argentica.

TG: Tra loro sono molti quelli che hanno studiato e che appartengono a classi sociali elevate.

FB: Sì, molti hanno studiato ed hanno una buona istruzione, altri invece stanno facendo le scuole di fotografia, molti frequentano la Bauer, per esempio, che sono corsi di formazione, altre sono persone che magari hanno perso il posto di lavoro e frequentano dei corsi di aggiornamento e cercano altri sbocchi professionali. La platea di questi giovani è molto vasta. Il comune denominatore tra loro è quello della giovane età ed il fatto che si sentono contaminati da questa febbre argentica ed hanno molta voglia di fare.

TG: A Milano sei molto conosciuto, ultimamente sei presente anche su internet con la vendita per corrispondenza ti sei fatto conoscere un po' ovunque. Dove sono distribuiti i tuoi clienti? Sono più quelli che vengono ad acquistare in negozio o quelli che lo fanno online?

FB: Noi abbiamo sempre lavorato in tutta Italia attraverso i grossisti, piuttosto che con i negozianti...

TG: Perché siete degli importatori esclusivisti? E' Così?

FB: Se dovessimo dirla tutta, le categorie di un tempo sono saltate. Fino a 20 anni fa c'erano gli importatori, gli importatori grossisti, i grossisti negozianti e i negozianti. Oggi dire importatore ha poco senso, ognuno può essere un importatore, noi però effettivamente abbiamo delle esclusive. Noi trattiamo in esclusiva Maco, quindi tutti i prodotti marchiati Rollei: pellicole, carte, chimici, eccetera. Abbiamo altre rappresentanze, tipo gli ingranditori della Kienzle, piuttosto che Dunco. Arca Swiss per quanto riguarda i banchi ottici, ma soprattutto per le teste panoramiche per cavalletti ed altre esclusive molto interessanti.

TG: Quanto vendete in percentuale in negozio? E quanto sul web?

FB: Internet è chiaramente in crescita, ormai rappresenta circa il 40% del fatturato, la vendita ai negozianti è in calo perché molti stanno chiudendo e si sta perdendo la centralità di recarsi in negozio ad acquistare il prodotto. Aumentando la vendita online, diminuisce quella al banco, questo fatto è inevitabile.

TG: E allora in bocca al lupo all'analogico!


FB: Grazie, lunga vita alla pellicola!



martedì 12 gennaio 2016

Sono stati smarriti un Alighiero e un Boetti.

2000 euro di ricompensa

L’annuncio non è stato dato dalla trasmissione “Chi l'ha visto?”, ma da un collezionista: trattasi infatti di due opere d’arte. Tutti i cittadini di Milano nelle ultime settimane di dicembre sono stati alla ricerca delle due piccole opere del famoso artista torinese Alighiero Boetti. I luoghi in cui fare la caccia al tesoro (poiché per chi le trova c’è una ricompensa di 2000 euro) sono le fermate della linea 3 della metropolitana comprese tra Missori e Repubblica e magari sotto i sedili dei convogli della linea gialla...
Non si può stare a braccia conserte ad aspettare chiedendosi se cinque per cinque fa veramente venticinque. Forse, questo è quello che se fosse ancora vivo, Alighiero Boetti avrebbe detto?
Probabilmente, Sigmund Freud avrebbe ipotizzato che per il proprietario i due quadri non erano cose così importanti per il suo ego.
Il volantino appeso in alcune fermate del metro di Milano (quello fotografato da Tony graffio era appeso fuori dalla Stazione Garibaldi) non è uno scherzo, ma a detta di molti e del signor Riccardo De Stefanis, le opere sono state veramente smarrite: mentre costui parlava al cellulare sovrappensiero le ha lasciate sul pavimento di una carrozza della metropolitana.
Le opere, dal valore commerciale di 20.000 euro circa ciascuna, se prive di autentica e archivio non hanno alcun valore. Pensiamo che se qualcuno le trovasse, avrebbe tutto l'interesse a restituirle ed incassare la ricompensa.
Fatto sta che a tuttora non si hanno notizie di come andrà a finire questa ricerca: chissà potrebbe succedere anche che l’impresa delle pulizie possa averle buttate. Cosa già accaduta per altre opere di altri artisti in diversi musei. Oppure  potrebbero essere  state scambiate per un pacco bomba e fatte esplodere dagli artificieri? Sicuramente avrebbero riconosciuto la matrice afgana di produzione. Chi le ha trovate potrebbe non riconoscerle come opere d’arte di un famoso artista ma come dei ricami divertenti fatti da qualche burlone?
Queste e altre domande stanno affliggendo i Milanesi in questo nuovo anno... A.B.

Nota di TG: Alighiero Boetti è stato un artista torinese che negli anni '60 aderì al movimento artistico denominato Arte Povera. Le sue opere più conosciute sono proprio gli arazzi che nel caso abbiano dimensioni molto estese raggiungono un valore di tutto rispetto. I piccoli arazzi dispersi sono stati realizzati dalle donne afgane che Boetti ci assicurò d'aver retribuito in maniera equa, come avrebbe pagato la manodopera italiana. Talvolta, Boetti regalava le sue opere ad amici, negli ultimi 4-5 anni le valutazioni dei suoi arazzi sono cresciute in maniera importante.
Questa mattina ho sentito il Signor De Stefanis che mi ha detto d'aver smarrito un sacchettino di plastica con all'interno due quadretti ai quali è molto affezionato. Mi ha confermato l'entità della ricompensa e che il tutto è avvenuto su un tratto della metropolitana milanese compreso tra Torre Velasca e Piazza della Repubblica, su una carrozza della linea gialla. Nessuno si è ancora fatto vivo per restituire i piccoli arazzi, ma c'è da credere che una volta che si spargerà la voce che il proprietario sta cercando questi pezzi, anche al di fuori di chi sa che senza una certificazione di autenticità non è possibile rivenderli, qualcuno si farà avanti. Io ho avuto un'idea che ho comunicato al diretto interessato perché, modestamente, ogni giorno perdo qualcosa, anche per diversi mesi, ma riesco poi ritrovarlo nel 90% dei casi. Speriamo che tutto vada per il meglio e non soltanto per il collezionista distratto...

Alighiero Boetti - Galleria De Nieubourg, Milano 1968
Fotografia di Enrico Cattaneo


sabato 9 gennaio 2016

Il più importante museo della fotografia del mondo è in un capannone a Osio

<Da diversi giorni non dormo perché ho da raccontarvi una storia incredibile> T.G.


La collezione Limonta costituirà il più grande museo di fotografia al mondo
Gianni Limonta con le casse che contengono la sua collezione fotografica pronta a prendere il volo per Shanghai dove verrà inaugurato il più grande ed importante museo fotografico del mondo

Non riesco bene a spiegarmi come sia possibile che sia io il primo a parlare di un caso di grande rilevanza storica ed al tempo stesso molto particolare, anche per le circostanze apparentemente casuali che ne hanno favorito la costituzione e la conservazione in un unico lotto di quella che è forse la raccolta più importante attualmente conosciuta che poi diventerà il contenuto del più grande museo di fotografia del mondo. 
Tutto ha avuto inizio dalla passione per le macchine da ripresa cine-fotografica ed il collezionismo che Gianni Limonta ha condotto per 50 anni, parallelamente alla propria attività professionale di fotografo ad ampio raggio.
Dopo aver letto poco più che un trafiletto su un quotidiano di Bergamo che sembrava voler riportare una notizia di stretto ambito locale, ho capito immediatamente che dovevo saperne di più e contattare il diretto interessato per fissare subito un appuntamento.


<Nella mia collezione la storia della fotografia> G. L.

Questa frase pronunciata da Gianni Limonta ed utilizzata il 28 dicembre del 2006 come titolo ad un'intervista pubblicata dall'Eco di Bergamo potrebbe sembrare un'affermazione buttata lì per impressionare i lettori, ma è la pura verità. La collezione Limonta è di un'importanza fondamentale a livello mondiale, per la storia della fotografia.  Forse solo la fotocamera di Niépce può avere un valore storico e collezionistico superiore a ciò che aveva collezionato il fotografo bergamasco che tuttavia aveva ben più di 100 fotocamere in legno per Dagherrotipia, Talbotipia, Ferrotipia, Ambrotipia eccetera. "Misteriosamente", in Italia nessun ente pubblico o istituzione ha saputo, o voluto, prendere in considerazione questo inestimabile tesoro culturale ed investire su di esso. Si sarebbe potuto costruire un polo fotografico per richiamare un pubblico di studenti, appassionati, storici, ricercatori, collezionisti o semplici turisti e ricavane una miniera di soldi, tra biglietti d'ingresso, gadget, pubblicazioni ed indotto, ma come al solito tutti piangono e nessuno destina dei fondi per la cultura che possano dare un ritorno non soltanto di prestigio, ma anche economico. Nell'articolo di 10 anni fa, Limonta già esprimeva il desiderio per la realizzazione del più importante museo della fotografia del mondo. Il suo sogno si avvererà grazie all'intelligenza ed alla competenza di un ricco industriale cinese.

Recupero il numero di telefono del negozio dove era esposta la collezione di fotocamere storiche, nella speranza di trovare ancora qualcosa da vedere e da fotografare, oltre che il collezionista che m'illustrasse esattamente pezzi ed aneddoti relativi al loro ritrovamento.
La prima telefonata va a vuoto, ma non mi do per vinto e più tardi riprovo a chiamare un numero di telefono individuato su internet.
03525... Compongo l'intero numero ed attendo. Finalmente mi risponde una voce maschile, spero di aver in linea il titolare e lo saluto. Mi presento ed inizio a chiedere alcune cose a Gianni che mi fa capire d'essere molto cauto nel rivelare informazioni a chi non conosce, vado subito al dunque: <Posso venire a trovarti domani?>. La risposta è affermativa, ma non mi viene data nessun'altra risposta alle domande che avevo posto. 
Al telefono non ottengo nulla, nemmeno un numero di cellulare a cui potermi aggrappare in caso di necessità. Sento che è un po' rischioso andare a trovare una persona che forse non è tanto ansiosa d'incontrarmi e che s'è rifiutata di darmi un riferimento più sicuro per poterla reperire anche al di fuori degli orari d'apertura del negozio. Che cosa mi conviene fare? E' lunedì 4 gennaio, molti non hanno neppure riaperto per prolungare le vacanze dell'Epifania, è un ponte festivo abbastanza lungo. Non riesco a pensare ad altro, devo trovare Gianni Limonta e parlargli di persona.
Decido di rischiare, do un'occhiata agli orari dei treni del giorno dopo e nonostante avrò terminato di lavorare dopo le 24, alle 6 e 30 del mattino di martedì mi fiondo alla Stazione di Porta Garibaldi per prendere il treno che mi lascerà poi a circa un chilometro da via dello Statuto.
Arrivo a Bergamo piuttosto presto, fa molto freddo, la temperatura è di circa zero gradi e cadono delle micro-gocce ghiacciate: non si capisce se siano pioggia o fiocchi di neve. Ho tempo per camminare e pensare a che cosa fare nel caso non trovassi il mio uomo. Vedo da un manifesto lungo la strada che la mostra di Malevič resterà aperta fino al 17 gennaio e mi ricordo che mi era stata consigliata da Giulio Giorello. Nel caso mi andasse male col collezionista vorrà dire che visiterò il GAMEC.


Sono appena arrivato davanti all'ingresso del fotostudiogianni, a Bergamo, ma riconosco il titolare impegnato a chiacchierare con due amici. Nonostante la luce scarsa dell'aurora, non posso fare a meno di notare la scritta bianca su sfondo rosso: "Compro e vendo macchine fotografiche antiche /vecchie" 

Verso le 8,30 sono già in via dello Statuto al 16; fuori dal “Foto Studio Gianni” vedo tre uomini che parlano, uno di loro ha i capelli bianchi e non sembra sentire il freddo, sotto un cardigan con i bottoni slacciati, intuisco che costui debba essere il proprietario del negozio e lo saluto come se fossimo già amici perché capisco che un uomo di questo tipo va preso un po' di petto per non farmi schiacciare dalla sua personalità. Gianni, senza avermi mai visto prima, capisce al volo chi sono, contraccambia il mio saluto e mi fa segno d'attendere un attimo. Vado in un bar a fianco al Fotostudio e dopo qualche minuto che mi trovo lì, entra Gianni e mi apostrofa con una battuta spiritosa, tipico atteggiamento di chi è molto sicuro di sé e vuole mettere alla prova il suo interlocutore. Sto al gioco e mi rendo conto che Gianni è comunque una persona autentica e spontanea. La cosa mi piace ed in breve entriamo già in argomento parlando di quello che forse è l'unico museo della fotografia di un certo livello in Italia. A questo proposito Gianni spara di getto la sua sentenza.

<Se tu pensi che il più grande museo della fotografia in Italia è quello di Brescia capisci tante cose> G.L.

Devo ancora capire bene con chi ho a che fare, non so se Gianni è solo uno sbruffone o ha dei pezzi veramente notevoli da farmi vedere. In quest'ultimo caso, mi troverei di fronte a qualcosa molto più importante di quello che mi sarei aspettato. Possibile che se fosse così nessuno, prima di me, abbia colto l'entità ed il valore di questa notizia?
Come ha fatto questo fotografo di Bergamo a tenere nascosti i suoi tesori a tutti per 50 anni?
Gianni mi dice che quando ha portato Vincent (anche se non capisco ancora chi sia questo Vincent, faccio finta di sapere di chi mi stia parlando) a Brescia, dopo poco che i due erano entrati nel Museo Nazionale della Fotografia il cinese gli ha detto: <Andiamo, andiamo!>. Forse si aspettavano qualcosa di meglio? Ricordo che la Fotomitragliatrice Zeiss Ikon è un pezzo unico al mondo che da solo potrebbe valere milioni di euro. Sembra che ne abbiano prodotti pochissimi pezzi in modo artigianale e che un operaio bresciano, che lavorava a Dresda, alla fine della guerra, sia riuscito a trafugarla per portarsela a casa.
A questo punto, forse è meglio mettere un po' d'ordine in questa storia e dire che Gianni Limonta nasce il 6 agosto 1944, suo padre era a capo della sezione Rogge e Fognature del Comune di Bergamo, ma nel 1958 viene a mancare. Essendo un uomo stimato da tutti, il Sindaco che conosceva la situazione familiare della famiglia Limonta, chiede ad una ditta esterna che lavorava per il Comune d'assumere il giovanissimo Gianni che s'affaccia così nel mondo del lavoro con uno stipendio di tutto rispetto, per svolgere una mansione piuttosto semplice (Dice di aver ricevuto 35000 lire al mese per rispondere al telefono).
Pochi mesi dopo, però, un siciliano che abitava vicino a dove risiedeva la famiglia Limonta propone al ragazzo di andare a lavorare presso la sua ditta. Subito Gianni s'informa per sapere che cosa avrebbe dovuto fare. Quando gli viene detto che la proposta era per un posto da fotografo, Gianni non capisce più niente ed accetta, senza nemmeno preoccuparsi dello stipendio. Inizia a lavorare in un laboratorio fotografico, la Color Service, non parla di questa sua scelta a nessuno, né alla propria madre e neppure ai suoi 5 fratelli.
A fine mese però, quando viene pagato, Gianni si ritrova in tasca solo 13000 lire, meno della metà di quanto guadagnava prima. Una volta consegnati i soldi in casa, la madre capisce che c'è qualcosa che non va e dopo aver ascoltato le giustificazioni del figlio, gli intima d'andarsene di casa. Dopo due anni la Color Service costruisce il laboratorio di sviluppo e stampa a colori più grande d'Italia e Gianni diventa capo reparto. A 20 anni, ancora minorenne, apre un negozio in via dello Statuto a Bergamo, luogo dove egli svolge parte della sua attività. Lo scorso novembre 2015 Gianni Limonta ha festeggiato il 50° anno da piccolo imprenditore e fotografo indipendente. O come dice lui: 50 anni di marciapiede. Fino a due anni fa questa piccola impresa impiegava, oltre a Gianni, 8 dipendenti. Gianni ha sempre svolto commissioni industriali, lavorando per multinazionali americane e francesi, oltre che italiane. In più, egli si prendeva alcuni mesi all'anno per viaggiare per il mondo, fare riprese fotografiche e portare a compimento i suoi progetti che hanno dato origine a decine di libri fotografici pubblicati da Mondadori.
Limonta inizia a collezionare macchine fotografiche, grazie al cognato che circa 50 anni fa, quando il negozio aveva appena aperto, gli regalò una fotocamera folding 6X9 del 1915. Questa fotocamera a soffietto non era di grande valore, ma ebbe il pregio di solleticare la voglia di conoscere del giovane fotografo e di possedere altri apparecchi fotografici, ancora più vecchi.
Gianni col passare del tempo diventa sempre più esperto e fino a qualche anno fa, quando ancora Christie's batteva le rarità fotografiche, si recava almeno una volta al mese a Londra per comprare ciò che gli mancava, non solo frequentava le aste inglesi, capitava anche che egli si recasse a Parigi, o a New York per gli stessi motivi.
Gianni ha visitato tutto il mondo per fotografare luoghi sperduti da cui trarre le immagini per le sue numerose pubblicazioni editoriali. Contrariamente a quello che si possa pensare dice di non voler apparire troppo e di evitare la pubblicità, è anche un po' riluttante a voler riconoscere il proprio successo professionale ed economico.
Limonta riconosce che la propria fortuna a livello collezionistico sia stata proprio d'aver iniziato tanti anni fa quando ancora era possibile trovare pezzi rari ed a buon prezzo, se non regalati. Per certe acquisizioni, non si puo' nemmeno dire che ci sia stato un controvalore economico, per alcune macchine fotografiche era sufficiente offrire ai proprietari due “rotolini di film” e l'affare era fatto.


La prima fotocamera 35 mm reflex
Gomz Sport - Cnopm (1936) - La prima fotocamera reflex 24X36 era russa

Adesso, per iniziare una collezione bisogna essere milionari, nell'epoca di internet in giro non ci sono più clienti sprovveduti, mentre nell'epoca d'oro del collezionismo fotografico c'erano solo i libri e le aste. I non addetti ai lavori nemmeno s'immaginavano che cosa avevano tra le mani.
A Gianni, nella vita sembra che sia andato tutto bene: partito da una famiglia di umili origini, grazie ad un indole particolarmente combattiva ed intraprendente si fa largo nel mondo, è simpatico, di successo, piace alle donne e adesso vive in una casa del 1500 che era diventata troppo caotica per il fatto che c'erano fotocamere di grandissimo pregio ovunque, anche nel pollaio (Ovviamente, non buttate lì, ma conservate e protette con la massima cura. Avevo promesso di non svelare questo dettaglio, ma non ho potuto fare a meno di rivelarlo perché questo è uno degli aspetti assurdi di questa strana storia).
Prima d'entrare in negozio, in vetrina vedo già una gran quantità di materiale interessante, ci sono un paio di fotocamere stereoscopiche di legno di fine '800 che mi fanno capire che sono capitato nel posto giusto. Chiedendo conferma al padrone di casa sull'utilizzo e l'origine dei pezzi vengo immediatamente sbeffeggiato: <Che domande mi fai? Certo che sono stereo, se non lo sai sei proprio ignorante...>. Gianni è fatto così, è un tipo genuino e molto espressivo, ti dice quello che pensa e difficilmente potrebbe raccontarti una cosa per un'altra.


Gioia Proiettore Ducati sonoro 16mm sonoro a valvole di colore verde acido


Ducati Gioia anni '50

Appena entrato in negozio, la prima cosa che vedo è un proiettore cinematografico sonoro 16mm degli anni '50 della Ducati di un colore verde acido: un pezzo da 90, come lo definisce Gianni. Mi giro e vedo una bella reflex biottica fatta a Milano, la vorrei anch'io...
Ma se la vai a prendere, ammesso di trovarla, ti può costare sicuramente oltre i 2000 euro perché è un pezzo da battitura d'asta. Quello che determina il prezzo, come sempre, sono il grado di rarità e lo stato di conservazione. Per esempio, una Leica IIIC può costare 3-400 euro, ma se ne si dovesse trovarne una (esageriamo) imballata, in un cassetto, diventerebbe automaticamente un piccolo tesoro. Sempre in tema Leica, ho recentemente saputo che è in Italia che si trova il più grande collezionista al mondo di questa marca, con tutti i pezzi in suo possesso rigorosamente ancora vergini.
Adesso, vi voglio riportare quanto mi ha detto Gianni Limonta nell'intervista che mi ha rilasciato in esclusiva, portandomi nel suo ufficio. Tony Graffio


Fairchild Aircraft K17c 1951

Tony Graffio: Gianni parlami dei tuoi pezzi più belli, quali sono? E soprattutto, sono ancora tuoi? Sono fisicamente in tuo possesso, oppure li hai venduti? Sai dove si trovano o sono stati dimenticati da qualche parte? 

Gianni Limonta: (Ride) No, non li ho più io, guarda questa fotografia, vedi dove sono? Sono dentro ad una serie di cassoni di legno, imballati e pronti a partire per Shanghai. Otto tonnellate di merce, per un volume che puoi facilmente giudicare tu, ma guarda che dietro a questi cassoni ce ne sono altrettanti... Potrei farti un lungo elenco soltanto dei pezzi unici, ti basti sapere che ho la macchina fotografica di Vittorio Emanuele III di Savoia, anche se non era niente di speciale, una Zeiss comunissima...

TG: E come facciamo a sapere che era proprio la sua?

GL: Perché ce l'ho io con le fotografie sue, di sua moglie eccetera eccetera... (Nel frattempo mi mostra un mazzo di fotografie dei suoi pezzi dove ad occhio e croce ci saranno alcune centinaia di fotocamere). Ho una macchina fotografica aerea agli infrarossi che pesa 33 Kg della quale esistono solo due esemplari al mondo. Uno è di proprietà del Governo degli USA e l'altro ce l'ho io, beh, insomma, era il mio... Una fotocamera speciale che hanno usato durante la Guerra di Corea. Poi, avevo le prime cineprese sonore al mondo, le Orafon, costruite da un ingegnere bergamasco. (Mi mostra la fotografia). Questa l'ho venduta, le altre le ho regalate, re-ga-la-te (lo dice scandendo bene le sillabe) al Museo del Cinema di Torino. Le ho date a Marco Antonetto...


Microcine Orafon 16mm con magazzino da 60 m (1952)

La prima cinepresa sonora capace d'effettuare anche riprese audio professionali era italiana. Costruita ufficialmente in circa 100 esemplari, di cui 48 che furono venduti negli USA, dall'ingegner Remuzzi di Bergamo. La Orafon permetteva di effettuare la ripresa con una o due pellicole per registrare l'audio direttamente in macchina su colonna ottica a densità variabile, oppure in fase di doppiaggio (in questo caso si utilizzavano 2 pellicole, una per l'immagine, l'altra per la pista audio separata). Era una cinepresa molto costosa, in versione sonora il prezzo era di 946000 Lire. Esisteva anche una versione muta ad un prezzo di 162000 Lire Gianni Limonta aveva due di queste cineprese a passo ridotto , acquistate dalle nipoti dell'ingegnere che le ha progettate, una Orafon l'ha donata al Museo del Cinema di Torino.

TG: Allora le hanno volute... Tanti dicono che anche regalare le cose di valore e le opere d'arte non è facile e se proponi una collezione a qualche istituzione, ti senti ridere in faccia.

GL: Nel caso di Marco Antonetto no, ci conosciamo bene, sai chi è vero? E' un industriale che ha prodotto anche il famoso digestivo Antonetto ed inoltre è stato direttore del Museo del Cinema di Torino. Una l'ho regalata a loro perché ne avevo altre. Sempre restando in campo cinematografico, ho questa Robot particolarissima (mi mostra un'altra fotografia) fatta costruire su richiesta della Pirelli con un magazzino che può caricare pellicola cinematografica e riprendere filmati a 24 fotogrammi al secondo. Si tratta di una fotocamera trasformata in cinepresa.


Robot Record 24

TG: Credo che esista qualche altra Robot per riprese cinematografiche, ma con il motore elettrico, mentre la tua cinepresa con motore a molla potrebbe essere un prototipo. Così per tanti anni sei andato a caccia di fotocamere in giro per il mondo?

GL: Sì, ma la maggior parte le ho trovate proprio qui, a Bergamo, me le portavano i clienti. (mi mostra un'altra fotografia) Questa Debrie è un'altra rarità, l'ho presa a Londra.

TG: Vuoi dirmi che non era poi così difficile trovare dei pezzi rari qui a Bergamo?


GL: Voglio raccontarti questa storia. Finita la guerra, c'era un ex-militare tedesco, non chiedermi in che arma avesse servito, o dove avesse combattuto, non te lo so dire, era un nazista e diceva di chiamarsi Schmidt. Si era fermato qui a Bergamo per ragioni sue e aveva iniziato a lavorare come fotoriparatore. Quando l'ho conosciuto io aveva già una certa età, era molto bravo ed io gli passavo parecchio lavoro. Un giorno, avendo saputo che io avevo iniziato a collezionare macchine fotografiche Schmidt viene da me. E' una cosa particolare, ti prego di credermi. Mi porta delle macchine fotografiche avvolte in un giornale e mi dice - <Sono macchine fotografiche. Te le regalo.> Sai che cos'erano?


TG: Contax?


GL: Ma vaff... (Pausa) Vedi che tu non te ne intendi?  Erano 3 Leica con il caricatore da 250 fotogrammi da 20 milioni di lire l'una! (Pausa) Mi ha regalato 60 milioni di lire. Perché me le ha regalate? Perché non sapeva il loro valore, ecco perché.


TG: Non è possibile che non sapesse d'avere dei pezzi tanto preziosi. Ce ne sono pochissimi in giro.


GL: Me le ha regalate tutte e tre. Ho fatto l'indifferente e gli ho detto: ah grazie. Adesso valgono dai 15 ai 20000 euro, l'una.


TG: 40 anni fa ti hanno fatto questo regalo? Ed hai infilato anche queste nel lotto che hai venduto?


GL: Sì, sì.



Mars 1893 Detective Camera in mogano con lastre a caduta per effettuare più scatti.
La targhetta Guy De Coral & Co. si riferisce al produttore dell'obiettivo.

TG: Ma alla fine questo Vincent quanto ti ha dato di tutta la tua collezione?


GL: Non mi ricordo...


TG: Forse l'ex-nazista voleva sdebitarsi per il fatto che tu gli passavi tutto quel lavoro che lo aveva fatto vivere...



Lamberti Garbagnati 18X24 1900

GL: Tu non hai capito niente. La gente non si rendeva conto. Tutti quelli che mi portavano le macchine di legno e mi dicevano: che cosa me ne faccio? Non ci sono più le lastre, non si può più usare. Solo adesso che vanno a vedere su Google sanno tutto meglio di me, anche la vecchietta di 80 anni quando viene a portarmi la Comet. Io ho avuto la fortuna d'arrivare a 3000 pezzi, non perché fossi milionario, ma perché la gente non capiva niente. Il tedesco non sapeva che le sue Leica valevano una fortuna, non lo sapeva, come tutti gli altri. Io in realtà ho 4000 macchine, ma 1000 me le tengo. Adesso anche se tu fossi miliardario, dove vai a prendere certe macchine? E' impossibile.

TG: Hai avuto praticamente tutto, o c'era qualcosa che cercavi perché ti mancava?

GL: Figurati, ce n'erano di macchine che avrei voluto avere... Le cifre però erano già diventate astronomiche, fuori dalla mia portata.

TG: Che cosa ti appassionava di più?

GL: Questa è una domanda ovvia. Cercavo le fotocamere di legno, le primissime insomma, quelle con cui è stata fatta la storia della fotografia. Le fotocamere artigianali, non quelle industriali. Sai che dopo il 1915 la Eastman Kodak ha iniziato a costruire le folding a livello industriale. Io cercavo i pezzi unici, anche da studio, la Garbagnati, la Lamberti, eccetera, quelle sono le macchine più ricercate, anche perché non ne esistono due esemplari uguali. Questa è la cosa che più mi ha impressionato.

TG: Parlando d'artigiani dei nostri giorni, Gibellini sai chi è? Lo conosci?

GL: Certo.

TG: Cosa pensi di lui? Ti sembra che faccia dei bei lavori?

GL: Certo, guarda che le macchine fotografiche italiane, incredibilmente, perché ce ne sono poche, sono sempre state le più richieste al mondo. In Italia, molti collezionisti raccolgono solo macchine italiane perché sono pregiatissime e valgono moltissimo, proprio perché ce n'erano poche ed erano fatte benissimo.

TG: Quindi tu hai acquistato i tuoi pezzi principalmente in Italia?

GL: Sì, in Italia. Pezzi di un certo valore magari li ho trovati all'estero, ma come quantità, principalmente in Italia.


Visore stereo Taxiphote 1915

TG: Sei mai stato a Bièvre?

GL: No. So come vanno le cose lì, ma non ci sono mai stato.

TG: Come mai ti è venuta quest'idea di vendere?

GL: Per problemi di spazio, per ragioni d'età e per il fatto che non ho eredi. Non è che posso dire ho venti macchine regalo tutto a mio nipote o ad un amico o al primo che passa. Cosa ne fai di tutta quella roba lì? Intanto ci vuole uno spazio enorme e adatto, per conservare il tutto al meglio. Io tenevo quasi tutto in casa mia in sistemi anti-polvere, anti-umidità e anti-tutto, ti faccio vedere...


I documenti che autorizzano l'esportazione della Collezione Limonta sono stati approvati da Emanuela Daffra direttrice dei Servizi Educativi e dell'Ufficio Esportazione dei Beni Culturali della Sopraintendenza di Brera
(Sotto la borsa gialla Nikon)

TG: L'idea di fare un museo ti ha mai sfiorato?

GL: Fare un museo per me era impossibile.

TG: Hai contattato le istituzioni per proporre qualcosa del genere?

GL: Sì, le ho contattate, ma non c'è stato niente da fare.

TG: Chi hai contattato?

GL: Il Comune, il Presidente della Provincia, l'Università e tutti i grossi industriali della zona.

TG: Ti avrebbero pagato qualcosa, o non volevano la tua collezione nemmeno in regalo?

GL: Neanche in regalo.

TG: Perché per loro sarebbe diventato un costo?

GL: Bravissimo!

TG: Gianni, scusami se insisto...

GL: Insisti, non c'è problema!

TG: Quando hai iniziato a fare questa proposta?

GL: Due anni fa. (Chiama un suo dipendente per averne conferma perché talvolta ha dei dubbi sulle date).

TG: Come hai fatto a trovare un compratore? Hai fatto un annuncio? Nell'ambiente ti conoscevano?

GL: Noooo!

TG: E allora come ti è arrivata questa proposta da Shanghai?

GL: Per combinazione. Una sera ero insieme ad un carissimo amico che ringrazio ancora adesso. Si tratta di un grosso dirigente di un'azienda chimica italiana che ha contatti con la Cina ed ha un dipendente cinese che cura gli interessi in Cina. Eravamo a casa mia ed era presente anche questo cinese. Parlavamo del più e del meno, poi a tavola capita anche di bere un po' e di dire delle grandi cavolate... Così, ti giuro, come se fosse una battuta, mi è capitato di dire: tu che conosci tanti industriali cinesi, non conosci qualcuno che vuole la mia collezione? Mi ha chiesto quanto volevo ed io ho buttato lì una cifra. Dopo due mesi ricevo una telefonata... (Batte le mani per farmi capire che ha concluso in un attimo).

TG: E la tua cifra andava bene?

GL: Non ho sentito.... (Fa l'indiano)

TG: Non c'è stata nemmeno un po' di trattativa?

GL: Assolutamente no, nemmeno un centesimo di euro.

TG: Quindi gli avevi fatto una buona offerta?

GL: Non ho sentito...

Continuo a fare supposizioni per qualche minuto, Gianni gentilmente, ma in maniera irremovibile, rimane totalmente evasivo. La mia idea è che egli ne abbia tratto un buon guadagno, ma non posso affermare questa cosa con certezza, anche se la sua espressione è piuttosto soddisfatta.

TG: Ti dispiace distaccarti dalle tue macchine fotografiche?

GL: Certo!

TG: Son pur sempre 8 tonnellate della tua vita che se ne vanno: 3000 pezzi, o no?

GL: Sì, è vero, un bel pezzo della mia vita! Macchine d'oro, di platino, edizioni speciali, Leica, di tutto!

TG: 3000 pezzi in un blocco unico?

GL: Certo! (Abbassa la voce e mi fa un segno per avvicinarmi a lui) E senza nemmeno che il compratore le vedesse... Incredibile!

TG: Senza vederle?

GL: Ma questo non dirlo perché non ci crederà nessuno... Sai che quando lo dico ai miei amici non ci credono nemmeno loro?

TG: Almeno questo compratore l'hai conosciuto?

GL: Dopo! (Pausa) Non le ha viste nemmeno in fotografia!

Lo guardo con aria molto interrogativa. Con me avevo un testimone che rimane altrettanto esterrefatto... Gianni deve aver intuito il nostro stato d'animo perché dopo aggiunge altre spiegazioni.

GL: C'è un motivo...

TG: Spero bene perché in effetti questa è una storia già abbastanza strana, anche senza dover aggiungere questi particolari.

GL: Allora, te lo spiego brevissimamente (intanto continua a sfogliare il mazzo delle fotografie che ormai sono il feticcio della sua collezione), ti faccio rivedere la fotografia del container... E' giusto, altrimenti cosa puoi capire?

TG: E' in queste casse tutta la tua collezione?

GL: Sei file di queste casse riempiono 12 container.

TG: Partirà tutto via nave?

GL: No, il carico viaggerà per via aerea, per evitare l'umidità, la salsedine ed altri agenti di disturbo per i materiali con cui sono state costruite le fotocamere.

TG: Adesso dimmi per favore, com'è possibile vendere tutto senza che il compratore controlli la merce?

GL: Va bene. Queste macchine fotografiche le ho vendute lo scorso 24/25 agosto, circa 4 mesi fa, anche questa è una bella storia, ma in realtà questo lotto l'avevo già venduto un anno e mezzo prima ad una donna che dicono sia una delle 5 o 10 persone più potenti della Cina. Lei le ha viste, è stata a casa mia, le sono piaciute e le ha volute. Prima di tornare in Cina mi ha chiesto di preparare tutto per la spedizione, ed io che cosa ho fatto? Le ho imballate e le ho fatte portare dallo spedizioniere. Passano i mesi ed io non so più niente di questa donna che chiameremo Cristina, perché come sai, i cinesi si danno un nome occidentale quando hanno rapporti commerciali con l'Occidente. Lei aveva preso proprio un nome italiano. Due mesi e non ricevo risposta, tre mesi e non ricevo risposta, non so più niente di questa donna. Ad un'ultima email inviatale per sapere quando spedire i container, ho avuto indicazioni per le quali mi sarebbe arrivata una risposta, a breve. Ricevo un'email dove c'era scritto che Cristina non voleva più la mia collezione per motivi di salute. Questa donna era gravemente malata. Cristina poi mi ha scritto personalmente una lettera commovente spiegandomi la sua situazione ed anche altre cose (che TG ha promesso di non divulgare). Passano i mesi, ma non mi sono sentito di spostare il carico dal capannone del corriere e tutto rimane ad Osio. Per un'altra combinazione, lo stesso cinese che ha a che fare con l'industria chimica del mio caro amico è a cena con alcuni industriali. Oltre a lui, sono presenti la Cristina e accanto a lei un altro industriale cinese che chiameremo Vincent. Quella sera, parlando di varie cose che li riguardavano, parlano della mia collezione e Vincent afferma di voler comprare tutto il mio materiale. Il cinese che fa da intermediario lo mette in contatto con me ed io riesco a vendere la mia collezione senza nemmeno fargli vedere quello che comprava. Naturalmente, Cristina sapeva cosa aveva precedentemente visionato e ne aveva parlato con Vincent, lui s'era fidato della sua amica e di me.

TG: Questo Vincent ha proceduto all'acquisto per se stesso? O per creare un museo?

GL: Vincent ha detto di essere in debito col Comune di Shanghai, per questo motivo ha intenzione di ampliare il museo già esistente in quella città.

TG: Era un progetto già in corso, oppure è stata un'idea di Vincent?

GL: No, questa è stata un'idea di Vincent, anche se non è ancora ben chiaro come verrà messa in pratica.

TG: Che cosa potrebbe accadere a Shanghai secondo te?

GL: A Shanghai sono in dubbio sul da farsi, o meglio, Vincent deve decidere perché è lui il proprietario della collezione ed è lui che darà i soldi per il museo. Io penso che la strada più percorribile sarà quella dell'ampliamento del museo, anche perché si tratta di una struttura abbastanza nuova e ricca di tecnologia, luci, atmosfere eccetera, ma con un contenuto storico fotografico che non è il massimo. Cosa di cui sono consapevoli loro stessi. Adesso che è stata fatta questa acquisizione però, non è detto che non si faccia qualcosa di diverso. In ogni caso si prevede d'ampliare tutto con una scuola di fotografia, una scuola di cinematografia, una scuola di grafica, una sala convegni, una sala di proiezione, una sala per le mostre... Ma potrebbero perfino decidere di ricostruire tutto ex-novo.

TG: Diventerebbe un luogo di grande rilevanza internazionale...

GL: Certo! E' questo che mi ha soddisfatto di aver fatto questa scelta e mi ha convinto a distaccarmi dalle mie cose. Sono contento che sia andata così.

TG: In più, tu avrai una bella carica all'interno di questo progetto...

GL: Sarò il presidente onorario e la collezione conserverà il mio nome...

TG: E' una bella storia.

GL: Sì, anche per Cristina le cose sembra che stiano andando bene, dopo che è stata ospite a casa mia è rimasta in Europa per farsi curare.

TG: Gianni, se puoi dirmelo, mi piacerebbe sapere quando avverrà la spedizione, è già stata definita una data?


GL: No, non ancora, dovrebbero partire presto, ma che i container restino qui un mese, un anno, o due per me non ha importanza, cerca di capire, quando sarà pronto il museo se ne riparlerà.


TG: Non si rovinano le macchine a stare ferme in deposito?


GL: No, tutto è conservato in un ambiente stupendo in un capannone a Osio, qui vicino.


TG: Tua moglie sarà stata felice quando gli hai liberato la casa da tutto il tuo materiale, vero?


GL: Sì, hai ragione, (cambia un po' espressione ed ha un sorriso un po' amaro) se vuoi te lo faccio dire da lei... avevo roba dappertutto, anche in garage.


TG: E' una cosa normale, tutti usano il garage come magazzino.


GL: Sarà anche normale... Ma vallo a dire a mia moglie.


TG: Invece, di te come fotografo che cosa possiamo dire? Ti sei specializzato in qualcosa? Che cosa ti piace fotografare?


GL: Io penso d'essere uno dei pochi fotografi al mondo che possono essere definiti polivalenti. Sono un polifotografo.


TG: Polifotografo? Dalla fotografia aerea, alla subacquea? Io ho lavorato per un documentarista che faceva il parasub...


GL: Io non ho solo questo studio eh! Io ho anche un altro spazio di 350 mq. Ho un limbo fisso di gesso come penso ce ne siano pochi in Italia di m 7 X 3,5. Ho lavorato a livello industriale, di reportage...


TG: Ed hai viaggiato nel mondo per passione?


GL: Sì e logicamente univo l'utile al dilettevole facendo fotografie stupende nei luoghi più belli. Ho iniziato subito a viaggiare, fin da quando avevo 21 anni, poi facendo viaggi più lunghi e stando via più tempo, ho abbinato lo svago al lavoro. Minimo stavo in viaggio un mese o due all'anno. Ho fotografato tutto, come hai visto nel mio libro dalla Libia alla Siria. Solo in quei paesi, ci sono tornato almeno 20 volte per fare un buon lavoro.


TG: Stai continuando a lavorare adesso?


GL: Sì, molto meno, anzi molto, ma molto meno, non io: tutti. Perché il digitale ha distrutto tutto.


TG: Ha tolto professionalità?


GL: Indubbiamente, ma principalmente il digitale ha ucciso il mercato, adesso tutti sono fotografi e per lavorare basta calare le mutande... Io grazie a Dio, alla mia età, questo non lo faccio: se non mi dai quello che ti chiedo, vai da un'altra parte. Sai, una volta lavorava chi era bravo, adesso lavora chi costa poco. Questa è una cruda verità. Io ho perso molti lavori industriali di ditte grosse, pur essendo tutt'ora amico dei proprietari anche se l'ultima volta mi hanno chiamato, non era per fare il servizio fotografico, ma per allestire una piccola sala di posa da far utilizzare al primo impiegato che capita. Questo è capitato anche alla B.B. la più grande industria del mondo. Lasciamo perdere quello che io fatturavo con loro, adesso io ho allestito per loro (ride), una beffa vero? Uno studio tutto loro, a mio danno. Non importa se mancano le luci, se è tutto storto, o se ci sono altri problemi, tanto con Photoshop poi correggono quasi tutto. Sai benissimo, tu che vieni da Milano, che moltissimi fotografi e addirittura gli studi hanno chiuso... Ma non gli ultimi arrivati, anche studi molto importanti e di una certa levatura sono rimasti senza lavoro. Uno studio serio poi dev'essere grande per lavorare, ma senza lavoro non riesce a sostenersi e neppure a pareggiare le spese. La moda non c'è più, l'industria non lavora.

Poi, saranno successe tante cose ad influenzare il mercato, l'arrivo dei russi e dei cinesi che hanno comprato tutto, ma fondamentalmente la colpa è del digitale. Ti faccio un esempio, io ero molto, ma molto amico di Trussardi, oltre ad essere un mio cliente, noi abbiamo fatto dei libri insieme, avevamo un ottimo rapporto. Dopo che Nicola è mancato s'è occupato dell'azienda il figlio. Una sera eravamo a cena insieme e gli chiedo come mai da un po' di tempo non mi chiamavano più. Sai che cosa mi ha risposto Francesco, il figlio di Nicola, adesso scomparso anche lui?

TG: ...


GL: - <La colpa è tua Gianni>. Ho pensato d'aver sbagliato qualcosa, però è strano perché loro, da bergamaschi, me l'avrebbero detto in faccia... - <Ti ricordi quando hai regalato la fotocamera digitale alla mamma?>. Ah, da lì ho capito. Dodici o tredici anni fa avevo regalato una delle più belle reflex in circolazione a Maria Luisa Gavazzeni. Lascia perdere che le ditte invece di 100 adesso spendono 10, la causa principale del disastro del settore fotografico è stato l'avvento della tecnologia digitale. Tutte le fotografie digitali dei più grandi fotografi del mondo sono artefatte. Guarda il Calendario Pirelli, ogni immagine è ritoccata, elaborata, modificata, quello che ti dico te lo posso assicurare con matematica e assoluta sicurezza. Figurati che conosco anche il budget e tutto quello che spendono.


TG: In linea di massima potrei anche essere d'accordo con te su questi argomenti, ma a livello di qualità e definizione, il digitale fa paura, non trovi? Pensa anche alla stampa tipografica di 50 anni fa e a come vengono stampate le riviste oggi... E' vero che non le compra più nessuno, ma le immagini a colori sono stupende, non credi?


GL: Sì, è vero, adesso la qualità è molto alta, escluso il bianco e nero però. Scusa l'immodestia, io faccio il fotografo, ma tra il bianco e nero analogico e quello digitale, puoi chiudermi anche tutti e due gli occhi ed io li so distinguere. Nel colore è diverso.


TG: Beh, la grana aiuta molto a capire che cosa è stato fotografato con la pellicola...


GL: Sì, vero, ma non è solo la grana.


TG: Mi sembra di capire che per il bianco e nero preferisci la pellicola...


GL: Io in bianco e nero continuo ad usare solo la pellicola, certo. I miei lavori personali sono tutti fotografati con la pellicola, anche a colori. Per i lavori su commissione, se non li fai in digitale ti cacciano.


TG: Sinceramente, la qualità del digitale stupisce anche me, ma per il bianco e nero sono d'accordo, è meglio la pellicola.


GL: Certo, negli ultimi anni ci sono stati grandi progressi, ma è un'immagine diversa. Io ho un bell'archivio e se devo ristampare un vecchio negativo di 20 o 30 anni fa, ti confesso che lo faccio digitalizzare per ristamparlo con una stampante a getto d'inchiostro; almeno posso correggere graffi ed altri problemi di vecchiaia, ma l'immagine è diversa, non c'è niente da fare.


TG: Cosa pensi del fatto che molti fotografi si stiano convertendo in stampatori?


GL: No, ci sono tanti fotografi perché col digitale sono tutti fotografi ed ogni giorno ne nascono come i funghi... Per forza, adesso è facile!


TG: Io volevo arrivare a dire che tu sei nato come stampatore per diventare fotografo...


GL: E' vero, io ho iniziato come stampatore 57 anni fa, facevo anche lo sviluppo, e mi piaceva. Qua sotto lo studio avevo un grosso laboratorio che stampava in B/N per Sian, Pepi Merisio, Montanesi e tanti altri. Per la Mondadori e l'Electa, stampavo io personalmente, insieme alle stampatrici. Alla fine ho smesso perché preferivo uscire per andare a fotografare. Ho sempre continuato a dare le indicazioni ai miei dipendenti.


TG: Tu hai fatto la gavetta, o hai frequentato qualche scuola?


GL: Io sono autodidatta, ma figurati che adesso i cinesi vogliono che io allestisca il loro museo, una volta pronto, con luci e tutto il resto. Deve essere immerso nel buio con delle luci sagomate sui soggetti.



Ercules TLC 1900 circa

TG: Nella tua collezione ci sono tante cineprese...


GL: Non tantissime però...


TG: Sei appassionato anche di cinema?


GL: Mmm (resta indeciso a lungo), no sempre e solo della macchina fotografica.


TG: Allora i pezzi che hai recuperato erano delle occasioni?


GL: Sì, certo, se capita le prendo, fanno anche quelle parte della storia della fotografia, anche se sono due rami completamente diversi. Chiaro che se mi capita una cinepresa o un proiettore dell'800 lo prendo. Lo compro eccome!


TG: Qual'è l'ultimo libro di viaggi che hai pubblicato?


GL: L'Egitto, tre anni fa, poi ho smesso di farli perché il mio finanziatore era l'ingegner Pesenti di Italcementi che recentemente ha venduto l'attività ai concorrenti tedeschi, quindi fine della storia.


TG: Qual'è il posto più bello che hai visto, e che hai fotografato?


GL: Tutto il mondo è bello, però quello che mi è rimasto nel cuore è proprio l'Egitto. Ultimamente ci sono rimasto 8 mesi.


TG: La macchina fotografica che non hai voluto vendere?


GL: Le mie 2 prime fotocamere. Una Durst 24X36 che ad esagerare può valere 100 euro e l'altra è stata la mia prima macchina professionale: una Rolleiflex biottica grandangolare, una macchina eccezionale che, se la vendessi, potrei ricavare 4-5, o anche 6000 euro. Ma non la darei via nemmeno se mi sparassero. A casa mia adesso trovi solo queste due fotocamere.


TG: Magari tornerò a trovarti in futuro, Gianni.


GL: Quando vuoi, Tony.


TG: Anche perché sono convinto che adesso che hai chiuso con le fotocamere sei a rischio d'incominciare qualche nuova collezione... Magari di qualcosa che occupi meno spazio... O no?


GL: Guarda che è già da un anno e mezzo che colleziono.


TG: Cosa?


GL: Tutto quello che mi capita, guarda il mio nuovo acquisto, si tratta di una chicca unica al mondo!



Gianni Limonta e la sua ultima "chicca", il Precision Micro-Projector Fkatters & Garnett di Manchester, un microscopio-proiettore degli anni '20 del XX secolo.

TG: Questo che cos'è un microscopio antico?


GL: Un micro-proiettore, una chicca incredibile in uno stato di conservazione eccezionale. L'ho trovato in Inghilterra.


TG: Allora vuoi proprio ricominciare?


GL: Solo ieri (4 gennaio 2015 ndTG) s'è saputo della mia vendita, ma già mi stanno arrivando delle email che mi propongono degli acquisti, voglio leggerti questa lettera che mi hanno spedito dalla Puglia: "La contatto perché è riuscito a vendere la sua collezione all'estero, per questo motivo desidero informarla di essere in possesso di una pregevole collezione di strumenti del pre-cinema e della fotografia risalenti alla fine del 1800-inizi '900. Nello specifico trattasi di 2 esemplari unici di lanterne magiche triple, di cui una battuta da Christie's; un praxinoscope; un megaletoscopio; un panteoscopio e tanto altro..." 


TG: Ti hanno gettato l'amo e tu che cosa farai?


GL: Ho detto a Marco, un mio collaboratore, di rispondere a questa persona per farmi mandare delle fotografie. Senza vedere la merce, lo sai anche tu, non si può fare niente...



Bell & Howell Filmo 75

Lancart XYZ (1935)

Ticka (1905)

Parte della Collezione Limonta

N.B. Le immagini pubblicate, concesse da Gianni Limonta, mostrano fotocamere, cineprese e proiettori della Collezione Limonta

You can find a brief of this story on ORPHO


"Quando proverete ad offrire gratis tutta la vostra collezione ad un Comune o ad un qualsiasi ente pubblico e vi rideranno in faccia, capirete che il mio acquirente cinese è un benefattore." Gianni Limonta

Questa storia ha un seguito:

Comprare o no una Fairchild Aircraft K17C? Risponde Gianni Limonta che ci racconta anche della sua nuova passione e delle manie dei collezionisti



Tutti i diritti riservati