mercoledì 28 ottobre 2015

Ecomostri e memoria

L'Ecomostro milanese messo a nudo in tutto il suo splendore 

L’Isola per quasi sessant'anni, nel periodo pre e post bellico, è stato un quartiere povero e industriale di Milano. Dopo il Garibaldi, ha subito negli ultimi cinque/dieci una rivoluzione urbanistica eccezionale, riportando in auge “la vocazione dinamica e modernista della città” di cui l'edificio di via Confalonieri soprannominato il Rasoio rappresenta l’ultimo e piu’ eclatante atto. Per quanto riguarda la vicenda di questa enorme costruzione coinvolta nel fallimento del suo ideatore, Ligresti, rimando all'articolo del Corriere…) L'autore sembra interessarsi solo al problema di facciata, evitando di entrare nel merito della questione speculativa, ma la lettura del testo è utile per conoscerne i retroscena. Per parte mia vedrò se la questione può essere affrontata da un punto di vista più generale.

Via Ferrante Aporti

E' rimasto affumicato dalle bombe
il muro fino all'Osteria. Macchie
su macchie lisce inosservate, senza
nomi, senza fiori. Nessuno lo sa.
Il vecchissimo oste passa e ripassa
e non mi vede, non mi chiede
cosa ci faccio in piedi lì fuori.

Mario Benedetti
(in Tersa Morte)

Fino a trent’anni fa, scendendo dal ponte Bussa per imboccare via Borsieri, si poteva ancora vedere una testimonianza, forse già allora l’ultima, di quelli che sono stati per Milano i bombardamenti. Incoraggiato dall’audacia di colui che considero uno degli ultimi geni artistici, Gordon Matta Clark (figlio illegittimo della signora Clark e del celebre surrealista Roberto), avevo concepito un lavoro che ne sottolineasse la presenza e in qualche modo ne cristallizzasse la memoria: un enorme muro alto quattro o cinque piani si abbatteva inclinato sui resti di una casa sventrata proprio all’angolo destro fra quella via e la Confalonieri (Fotografie 1 e 2). 

Fotografia n.1 di Federico De Leonardis

Fotografia n. 2 di Federico De Leonardis

Le superfici sconcie e derelitte, che testimoniavano la vita rimasta attaccata alle tappezzerie o alle piastrelle di ex cucine o cessi, il muro le avrebbe in qualche modo eternizzate, squillando una presenza indelebile a memoria delle distruzioni subite da Milano durante la guerra. Ricordavo la poesia di Malte1 e del silenzio da lui evocato a proposito dei muri sventrati nella Parigi dell'inizio del secolo scorso. Purtroppo non mi è stato consentito attuare il progetto e pochissimi anni dopo lo “sconcio” è stato cancellato da una nuova costruzione: un edificio a cinque piani nello stile anonimo dei nuovi palazzi sorti un po' dovunque in città negli anni della ricostruzione, questo però aspirante al “lusso”. Si sa, la pressione all’inurbamento non aveva cessato di premere a cancellare qualsiasi memoria sgradita alla sua ”vocazione dinamica e modernista”. La mia delusione fu grande: si fa sempre fatica ad accettare la realtà, malgrado la coscienza che le possibilità di spazi per le opere d'arte offerte dalla pubblica amministrazione (di destra o di sinistra che siano) sono sempre scarsissime. Comunque è giusto così: ubi major...
Torno alla mia passeggiata trent'anni dopo.
Triste viaggio attraverso un quartiere pur stato vivo: tutti ricordano il fermento sessantottino e degli anni settanta, in cui giravano per il quartiere spinelli e gruppi politici attivi nell'estrema sinistra e Stecche di volonterosi artigiani, abbarbicati alle mura dell'ex Brown Boveri, ti aggiustavano la bici con pezzi di ricambio raccolti chissà dove o ti rifacevano uno sportello per quatto sghei! Triste memoria di mio figlio architetto, partito per le americhe latine a cercare un nuovo possibile approccio al proprio mestiere (non lo vedo da quattro anni), ma consolazione almeno che, se gli sono state rubate le utopie dall’orda barbarica della speculazione selvaggia del liberismo senza freni, lui non ha visto lo scempio perpetrato.
Parliamoci chiaro fin da subito: io dico scempio e qualcuno non proprio a torto potrebbe accusarmi di nostalgia e pensarla esattamente all'opposto: il quartiere ha fatto un salto di qualità notevole, si è ripulito, le superfici di vetro hanno sostituito muri cadenti e case di ringhiera, il verde tutto sommato non manca, ragazze ben vestite e pettinate circolano liberamente e affollano i numerosi bar e ritrovi che hanno invaso i pianoterra. E tu cosa pretendi, che le città non si trasformino? La Parigi pre-Haussmann? La Milano dell’Adalgisa?
Sono cosciente di imboccare una strada in salita, di andare controcorrente: i tempi premono verso quella che io chiamo, un po' impropriamente lo so, una svizzerizzazione internazionale. Perché Milano dovrebbe essere diversa da Singapore, New York, Shangai ecc e del resto la vita si trasforma, stupido pensare di arrestarne l'andazzo e la città ne è lo specchio. Anzi, la differenza fra un nostalgico come me e un'archistar di oggi è proprio il successo e il mio discorso sa di invidia. Del resto anche la cultura storica mi dà torto: la Roma di Borromini e c/o per essere quella che è ha dovuto sventrare l’urbe paleocristiana, lasciando sopravvivere solo qualche basilica. Anzi, malgrado la pressione alla sua periferia dei palazzinari (il cui erede oggi ha pretese di Sindaco2), rimane la testimonianza unica al mondo di una coerenza urbanistica barocca e pazienza che orde del nuovo cancro (parlo del turismo naturalmente) cerchino di invaderla quotidianamente. Pazienza perché è ancora possibile godersi lì, fra un giubileo e l'altro, fra un expo e l'altro un'antica coerenza estetica: anche questa è memoria, centrale e non semplicemente centro storico.
Continuando la passeggiata per il quartiere mi veniva in mente la frase di un mio antico professore alla facoltà di Architettura di Firenze, Quaroni: “La città è come un uomo, non puo’ vivere senza memoria”. Come no, gentile Ludovico, forse che quello che è stato chiamato l'ecomostro di via Confalonieri non alloggerà felici futuri speculatori edilizi pronti a gentrificare3 altre parti della città? Morto un Ligresti se ne fa un altro: aspettiamo solo che il Galfa (ex proprietà dello stesso speculatore fallito, a due passi dall'Isola, svetta ancora il nobile esempio di un'architettura razionalista) arrivi a una decrepitezza tale da giustificare l'azione delle turbe di nuovi pescecani ansiosi del suo abbattimento per sostituirlo con un più alto e più redditizio grattacielo: un’altra fetta di memoria di autentica vocazione modernista della città sarà cancellata.
Ricordo un mio nostalgico viaggio di circa vent'anni fa nella Chicago di Sullivan e Richardson e la delusione di non riuscire a vedere gli edifici che solo pochi anni prima il buon Benevolo mi aveva propinato sulla sua famosa Storia dell'Architettura moderna: erano stati distrutti e sostituiti con costruzioni ancora più alte e più audaci. Nello stesso viaggio mi colpì pure incontrare a Filadelfia non più di cinquanta metri (sic!) di case (o semplicemente delle loro facciate?) di un'antica via: in mezzo alle nuove costruzioni esibivano ridicolmente lo scrupolo che all'ultimo minuto aveva colto gli americani a distruggere totalmente il ricordo visivo delle loro origini: la Nuova Inghilterra. Il Museo regge, mi sono detto, almeno quello regge, ma basta? Il museo è l'altra faccia della svizzerizzazione dilagante, la prova della cattiva coscienza della società occidentale: dove si distrugge, si conserva un resto bell'impachettato e illuminato e turbe di vecchietti in pensione in cerca di “emozioni tardive” renderanno l'investimento redditizio. Sic transit gloria mundi.
All'Isola (abito ai suoi margini, a Nord) la domenica sera frequento, in uno “squallido” e anche lui nostalgico Arci di Via De Castilla (Metissage), un cineclub digitale, Zarbo d'essai (il cui nome ricorda, rovesciato, il celebre Obraz di Eisenstein e dopo di lui il non meno favoloso cineclub del quartiere Garibaldi, morto per sfratto negli anni novanta – pare che questa pratica colpisca come un virus un po' dovunque, vedi l'Apollo e prima il De Amicis), diretto da uno “squallido” e nostalgico ex sessantottino, Nereo Rapetti (ottimo fotografo che ci propina pellicole nuove e vecchie spesso di notevole interesse). E' opportuno qui ricordare che proprio da via De Castilla, a ridosso della stazione Garibaldi, si accede alla famosa piazza dedicata a quel pessimo architetto che ha firmato il restauro di una piazza milanese (ma a Milano esistono piazze e non solo spartitraffico?) a sua volta dedicata a un famigerato assassino di popoli, Luigi Cadorna: tutto si tiene. 

3 La Casa della Memoria, sullo sfondo Unicredit Tower e Bosco Verticale 

La frequentazione domenicale di cui parlavo mi ha permesso di vedere in pochi anni moltiplicarsi in altezza il cemento, rosso, della Casa della Moda (Moratti) (Fotografia 5), quello giallo della sede dell'Apple (Pisapia), restiling (neologismo di FDL ndTG) degli ex grattacieli Perotta delle Ferrovie Nord e infine, coperto da un enorme cartellone pubblicitario (della Unipol), l'edificio di ligrestriana memoria.

4 Incombenze

5 Restyling dei grattacieli delle Ferrovie.
 Progettati dall'arch. Perotta negli anni di Craxi; a destra in basso (non inquadrato ndTG) l'ingresso dell'Arci Metissage.


 6 Unicredit Tower, Cortiletto 

En passant, il senso di soffocamento dovuto al restringersi progressivo di qualsiasi dimensione spaziale che non fosse la verticale non mi ha impedito di immaginarmi un po' malignamente la sorpresa degli inquilini della palazzina Borsieri Confalonieri, che ha annullato il mio antico sogno di scultore, a vedersi restringere giorno dopo giorno l'angolo di cielo così faticosamente conquistato nell'ex Isola.

7 Le "cassettiere" del Bosco Verticale di Boeri svettano come funghi

8 Il Bosco Verticale di Boeri

Pis par ti, te la sei voluta, piccolo borghese con quattro soldi in tasca, anche se oggi il tuo investimento è moltiplicato dallo svettare come funghi (è il caso di usare questo sostantivo, vista la velocità con cui sono sorte) le cassettiere di Boeri. Ma tirem innanz. Con 150 anni di ritardo l'angolo di una mini New York riviveva attorno a me sottolineato dalla mesta presenza di un nespolo che resiste caparbio alla chiusura dei cieli (Fotografia 8).
L'uomo a una dimensione fa strage dei consimili, il Cromagnon estingue il Neanderthal. E i nostalgici, a  parer mio.

9 Il nespolo semi-soffocato dai nuovi palazzi

10 L'ecomostro abbandonato nel bel mezzo di quello che poteva essere un piccolo polmone verde per un quartiere che negli ultimi tempi ha subito ogni genere di "trasformazioni"
(didascalia di TG)

Ma concludiamo. Francamente, non capisco perché prendersela tanto con l'ecomostro di Ligresti, quando convive con altrettanti anonimi rappresentanti, verticali o miseramente seduti, verdi o gialli che siano, di un'architettura che ha perso il senso della bellezza e si è ridotta a essere semplicemente volume, quando non mera facciata, in un contesto urbanistico senza alcun disegno di insieme. Per essere precisi, senza un Piano. Il fatto che la lezione di Borromini e di Sisto V si sia ridotta a museo per il turismo mondiale, che altrettanto, se non ancora di più, la vita abbia disertato città come Venezia e Firenze è grave, ma che l'architettura contemporanea dimostri una memoria ancora più corta e faccia fatica a ricordare che esisteva un tempo non lontanissimo che permetteva a un Le Corbusier di produrre delle utopie urbane è semplicemente catastrofico. I buoi sono irrimediabilmente scappati e andarli a cercare un inutile esercizio. Federico De Leonardis

11 Come interpretare un'immagine pubblicitaria: il Rasoio di Ligresti mascherato dalla Giunta Pisapia con un altrettanto mostruoso cartellone, guarda caso, degli amici banchieri di Unipol
(didascalia di TG)


Da via Federico De Confalonieri

Note:

1. ”Case? A esser precisi si trattava di case che non erano più là. Case demolite in tutta la loro lunghezza. Quelle rimaste erano le altre, le case accanto, le alte case vicine; esposte certo al pericolo di crollare, da quanto si era tolto loro ogni sostegno – perché tutto un'apparato di lunghi pali incatramati si stendeva diagonalmente tra il terreno ingombro di macerie e i muri denudati. Non so se ho già detto che è a questi muri che intendo riferirmi; non però al primo muro delle case rimaste (come si potrebbe ancora supporre) – ma all'ultimo delle scomparse. Si scorgevano, ai diversi piani, pareti a cui ancora aderiva la tappezzeria; qua e là, l'aggetto del pavimento o del soffitto. Correva lungo le pareti, per tutta la lunghezza del muro, uno spazio bianco-sporco, attraverso il quale si svolgeva, con sconce spirali da verme, simile a un intestino, la conduttura rugginosa e scoperta delle latrine. Sulla cornice dei soffitti i tubi del gas illuminante avevano lasciato grigie tracce come di polvere... La vita tenace delle stanze non si era ancora lasciata sopprimere”. (Rilke tradotto da Giorgio Zampa)

2. Alfio Marchini
     
3. Il termine urbanistico è nuovo, significa grosso modo un'operazione di quei piani regolatori che promuovono al centro l'insediamento esclusivo di edilizia residenziale di lusso, che a sua volta, automaticamente, favorisce l'allontanamento in periferia delle classi povere e medie per una maggiore valorizzazione delle aree. Il processo procede automaticamente, e la separazione delle classi di reddito è sempre più netta.


Via Federico De Confalonieri

Tutti i diritti riservati. Testi di Federico de Leonrdis Fotografie FDL e TG
  

martedì 27 ottobre 2015

Immagini scelte di un autore che ha partecipato alle grandi mostre di Photoshow 2015

Le categorie di visitatori ed i loro interessi
Il Photoshow è durato soltanto 3 giorni, cosa che sicuramente non avrà dato a tutti l'opportunità di vedere tutto quello che offriva una fiera così bella, importante ed attesa con ansia da ogni bravo appassionato dell'immagine fotografica. 
Il pubblico del Photoshow è molto vario, c'è chi va a visitare questa grande festa per far parte dello spettacolo (il presenzialista); chi invece vuole sapere tutto degli ultimi modelli presentati dai produttori di fotocamere digitali, possibilmente toccando e provando tutto (il tecnologico); chi, come abbiamo già intuito in un precedente post, si lascia ammaliare dalle bellezze femminili presenti al Salone e si reca attorno alle pedane dove sfilano le modelle armato di fotocamere e batterie in abbondanza (il paparazzo); chi vuol assistere ad ogni seminario e workshop (il colto); chi s'informa solo su ciò che ha intenzione d'acquistare per svolgere meglio il proprio lavoro (il professionista) chi rincorre le standiste a caccia dei gadget aziendali d'ogni tipo, aperitivi compresi (lo scroccone); chi vuole incontrare e conoscere i personaggi addetti ai lavori del settore: fotografi, editori, stampatori e chi più ne ha più ne metta (l'impertinente); chi vuole vedere soprattutto le immagini e le mostre fotografiche (l'esteta); chi viene qui per motivi di lavoro e restare aggiornato anche sul mondo broadcasting e s'addentra perfino nella sala dell'IBTS (il super-professionista) e chi magari è capitato qui per caso, al seguito del fidanzato, o per qualche altra sventura o fortuna personale (l'intruso).
Per non fare torto a nessuna di queste categorie di visitatori, ho provato a scrivere ed a illustrare qualcosa per tutti, questa è la pagina per chi ama le mostre: l'esteta.

Come lacrime nella pioggia
Per non perdere i grandi momenti vissuti in via Tortona 27, ho pensato di proporre su queste pagine interviste, recensioni, curiosità, immagini di ciò che ho visto in prima persona e che vorrei trasmettere anche alla vostra attenzione.
Le grandi mostre del Photoshow 2015 si articolavano in 4 argomenti: Food, Fashion, Design, Art & Landscape, io ho scelto di parlare di arte e paesaggio, non tanto per l'argomento in se stesso, quanto perché ho trovato particolare il supporto usato da Nicolò Quirico nella sua esposizione super-concentrata, poiché, come ben sapete, io sono sempre alla ricerca di tecniche interessanti e nuovi modi d'interpretare la stampa fotografica. TG

Parigi, Lanterne Rosse - 2015 Stampa fotografica su collage di pagine di libri d'epoca.

Courtesy of Costantini Art Gallery

Photo Paris
Nicolò Quirico si confronta con una città da sempre nell'immaginario collettivo e che annovera una lista quasi infinita di sguardi cuori catturati dal suo fascino. Le immagini di Photo Paris catturano perché guardano la città negli occhi, senza concessioni al volutamente bello, chiamandoci a una scoperta nuova su molteplici livelli. La tecnica cui l'autore ci ha abituato, il suo tratto distintivo, prevede una complessa struttura di riprese multiple ricomposte in un collage e stampate su fogli di vecchi libri, opere uniche che in questo caso trovano come "base" alcuni libri di letteratura, arte e anche di ingegneria comprati sulle bancarelle lungo la Senna. L'immagine finale è così frutto di una fusione fra diversi linguaggi che conferisce alla fotografia di architettura urbana una inedita, sorprendente vitalità. (Testo anonimo che corredava la Minimostra presentata al Photoshow 2015)

Altre due fotografie impresse su pagine di vecchi libri

Chi è Nicolò Quirico
Diplomatosi all'Istituto Statale d'Arte di Monza si occupa di comunicazione visiva da 30 anni. Con due ex-compagni di classe s'è dato alla ricerca degli gnomi, cosa che gli ha permesso di dar vita ad una serie di libri per bambini.
Dal 1996 al 2004 si occupa dell’organizzazione del premio Morlotti-Imbersagoe, come consigliere comunale e dà inizio alle sue ricerche artistiche, partendo dall’utilizzo del mezzo fotografico per creare installazioni di matrice concettuale. Ne nascono raffinati incontri tra immaginazione e memoria, tra storia e fantasia, come la mostra itinerante dedicata al fiume Adda e il Bestiario dell’ora blu, pubblicata sulla rivista Il fotografo.
Ha vinto la seconda edizione del Premio nazionale organizzato dalla Fondazione Vittorio e Piero Alinari di Firenze Fotografare il territorio ed è tra i finalisti del premio internazionale 125° CAS Ticino e Città di Lugano.

domenica 25 ottobre 2015

Un giorno tutti avremo almeno un clone


Dopo la scansione, il clone virtuale di Tony Graffio è pronto in pochi secondi

L'antefatto

Girando per i corridoi del Photoshow, ho visto un paio di persone che parlavano con grande interesse intorno ad un gruppo di statuine colorate che sembravano soldatini giganti. Mi sembrava un discorso un po' surreale, così, come spesso mi capita di fare, mi sono fermato in mezzo a loro ad ascoltarli, senza alcun ritegno, per cercare di cogliere il senso del loro dialogo.
Sentendo le parole "ritratto", "3D" e "scansione", sono stato folgorato all'istante ed ho capito di trovarmi di fronte ad un lembo di futuro fatto di uno strano armadio, di un computer e di molta fiducia nella novità appena arrivata in un'azienda di Pordenone.
Ho trovato persone molto disponibili a spiegarmi ed a mostrare ciò che già oggi essi sono in grado di fare, per la prima volta in Italia.
Individuo un giovane al computer che mi propone di farmi scansionare per poi realizzare una mia copia a dimensioni ridotte.
Ovviamente, accetto per capire meglio le fasi del procedimento, anche perché mi trovo davanti ad un tipo di scanner mai visto ed ad un nuovo tipo di stampa.
Henry Bonamigo, artista grafico, esperto di software 3D, mi spiega il funzionamento dello scanner 3D in uso alla Unicolor per la cattura dei dati che serviranno poi a riprodurre la mia immagine con una stampante digitale di ultimissima generazione, capace di modellare una statuina a colori con le mie sembianze.

Le statuine vengono stampate in due altezze: cm 20 e cm 15

Tony Graffio intervista 2 responsabili di Unicolor S.p.a.

TG: Che cos'è questo Clone Scan 3D?

HB: Un grande scanner 3D che permette di fare la scansione del corpo intero che ha l'intento poi di rendere possibile la stampa di una statuina ad immagine del soggetto, in 3D

TG: Come è fatta la scansione? Che sistema si usa? E come avviene in pratica?

HB: La procedura di scansione 3D avviene con l'utilizzo di tecnologia ad infrarossi, senza emissioni di radiazioni dannose per la salute. Vengono riprese anche delle fotografie digitali che servono ad applicare la texture, al modello 3D ricavato.
La scansione dura soltanto una quindicina di secondi ed è fondamentale che il soggetto, durante questo tempo, resti ben fermo durante la ripresa, altrimenti potrebbe essere necessario ripetere questa operazione.
Date le piccole dimensioni della statuetta che si produce in fase di stampa 3D alcuni dettagli del soggetto possono scomparire. Il nero, il bianco ed i colori troppo riflettenti potrebbero rendere complicata la scansione e di conseguenza anche la successiva riproduzione della statuetta.
Riprodurre gli occhiali potrebbe essere un problema che porta ad avere un risultato non fedele all'originale.
La posizione del soggetto durante la scansione dovrà essere comoda, in modo da non determinare movimenti indesiderati. E' meglio evitare di indossare tacchi alti perché questo fatto potrebbe indebolire l'appoggio e la stabilità della statuetta.

TG: Qual è il programma che si occupa di elaborare tutti i dati?

HB: Clone Scan 3D è associato allo scanner 3D.

TG: Credi che in futuro non ci faremo più i ritratti fotografici, ma soltanto le statuine in 3D?

HB: Assolutamente sì, siamo di fronte all'evoluzione della fotografia ed alla nascita della fotografia tridimensionale.

TG: Voi da quanto tempo siete pronti con questa nuova tecnologia?

HB: Da un mese, quindi siamo molto giovani sul mercato.

TG: Voi siete il distributore unico per l'Italia di questo prodotto?

HB: Siamo il distributore di questo scanner nel settore fotografico.

TG: Cosa bisogna fare per ottenere queste statuine? Bisognerà acquistare tutto il macchinario necessario? O verrà dato in affitto?

HB: Bisognerà comprare lo scanner, il pc, il software e tutto il pacchetto completo. Per ora non è previsto il noleggio.

TG: Qual'è il tuo ruolo in azienda?

HB: Io sono il grafico modellatore.

TG: Quante persone lavorano in azienda? E dove si trova?

HB: 75 persone. Ad Azzano Decimo

TG: Qual'era la vostra attività prima di fare stampa 3D?

HB: Stampavamo fotografie di tutti i formati, in vari supporti.

TG: Come vi è venuto in mente di darvi a questa attività?

HB: L'evoluzione naturale della fotografia è di trasportarla dal 2D al 3D.

TG: Dove avete trovato questo sistema?

HB: Non lo so, sarà stato qualche genio dell'azienda. Non sono stato io.

TG: Siamo sicuri che dentro lo scanner non girino radiazioni strane?

HB: Sì, sì è tutto certificato. Può essere utilizzato anche dalle donne incinte, ci sono solo raggi infrarossi.

TG: Al limite scalda un po'? O neanche quello?

HB: Neanche quello.

TG: Che studi hai fatto per operare su questa macchina?

HB: Sono autodidatta. Sono un grafico 3D smanettone, come quasi tutti quelli che fanno questi lavori.

TG: In commercio ci sono già dei programmi simili a questo che magari ti hanno aiutato a far funzionare il tutto?

HB: Ci sono tantissimi programmi 3D, per esempio, Zee Brush, Mudbox ed altri di scultura digitale.

TG: Voi fate anche ritocchi, in caso che si formino delle imperfezioni?

HB: Assolutamente sì, facciamo della post-produzione.

TG: Attualmente, ci sono le parti riflettenti che possono dare dei problemi nella riproduzione, ma forse a breve si riusciranno a risolvere con nuovi sistemi?

HB: Può essere, magari anche no... Speriamo di no.

TG: Di che materiale è fatta la statuina?

HB: Le nostre statuine sono fatte di un polimero in polvere simile al gesso. Si tratta di una via di mezzo tra la plastica e la polvere di silicato. Il prodotto finale risulta fragile come la porcellana, pertanto va trattato con cura. Una lunga esposizione al sole può sbiadire i colori. Inoltre, la statuina non dev'essere conservata in ambienti umidi, né trattata con prodotti chimici.

TG: La cosa che mi stupisce di più è vedere una stampa 3D a colori, com'è stato possibile?

HB: Adesso esistono stampanti eccezionali, a differenza di quelle che stampano a filo, di certi materiali plastici, del pla, dell'abs. Le macchine più vecchie hanno minore definizione ed un solo colore di stampa.
Noi adesso disponiamo di un sistema super-tecnologico.

Dopo aver ringraziato Henry chiedo qualche delucidazione anche a Michele Miazzo Responsabile della divisione 3D di Unicolor.

TG: Dottor Miazzo, il vostro grafico mi ha convinto, voglio abbandonare la fotografia 2D ed abbracciare la nuova evoluzione della fotografia 3D, voglio comprare tutto, quanto mi costa in soldoni questa operazione?

MM: Beh, il listino dello scanner è sui 39'000 euro.

TG: E la stampante?

MM: Orientativamente la stampante è sui 70-80'000 euro, il software modellatore è qualcosa a parte, poi ci vuole il computer...

TG: Grosso modo, per mettere in piedi il mio studio 3D quanto spendo?

MM: Bisogna vedere come vanno le trattative commerciali... Noi non siamo distributori delle stampanti, ma nel settore fotografico distribuiamo lo scanner, questo è importante specificarlo.

TG: Complessivamente, con circa 120'000 euro riesco a cavarmela?

MM: Direi di sì, con una cifra del genere si riesce a mettere insieme qualcosa d'importante.

TG: Chi tra voi, ha scoperto questa possibilità di aprire un nuovo mercato che probabilmente non andrà a sostituire quello tradizionale, ma ad affiancarglisi?

MM: Beh io vengo da un'esperienza lavorativa in Kodak, purtroppo ho dovuto lasciare quell'azienda per i cambiamenti di mercato e di abitudini che ben conosciamo. Andando un po' in giro per l'Europa ho avuto modo di vedere alcuni negozi che crescevano, pur non avendo a che fare con il settore fotografico, così ho pensato che era meglio che noi che eravamo già abituati a trattare le immagini avremmo dovuto prendere in mano queste nuove tecnologie. Ne ho parlato con un operatore del settore tra i più importanti in Italia, lui ha voluto credere in me ed è così che ha messo in piedi una divisione 3D, partendo in questa nuova avventura, convinti che questa sarà il futuro, in ogni caso.

TG: Grazie.

La cabina di scansione

Le mie impressioni

Ho percepito molto entusiasmo nello stand di Unicolor, specialmente tra gli addetti ai lavori che, giustamente, si sentono dei pionieri.
Mi sarebbe piaciuto realizzare il mio piccolo clone, così mi sono sottoposto alla scansione del mio corpo, tanto avrò del tempo per decidere sul da farsi, Unicolor conserverà il mio file per un po' di tempo, nel frattempo, dovrebbe spedirmi il numero di ordine/file via posta elettronica.
Entrare nella cabina di scansione mi ha fatto un certo effetto, è un po' come entrare in una piccola officina dove c'è un ponte di sollevamento per automobili, ma al tempo stesso ricorda anche l'interno di una macchina per la TAC ed una growing tent per la coltivazione di canapa indiana.
Dopo essermi messo sulla pedana in una posizione rilassata, mi viene detto d non muovermi. Subito dopo, parte la scansione e si vedono i sensori scendere dall'alto per mezzo di barre meccaniche.

Alcuni sensori su un braccio meccanico

Non so spiegare il perché, ma mi sembrava anche d'essere in un ascensore che dondolasse leggermente, sentivo le gambe muoversi dolcemente, quasi a piegarsi. Non soffro di claustrofobia né di altri disturbi psicologici, ma avevo l'impressione di sentire qualcosa che mi scansionasse anche i pensieri nella testa, quasi ci fosse un dito dentro il mio cervello per scavare meglio all'interno.
Evidentemente, mi sono abbandonato troppo all'immaginazione, o all'emozione di essere uno tra i primi soggetti ripresi in questo modo.
Solo una persona alla volta può essere scansionata, ma dopo di me è arrivato un uomo con il figlio piccolo in braccio, i tecnici di Unicolor erano anch'essi curiosi di vedere se la cosa era fattibile o meno, tutto serve a fare esperienza in un campo ancora poco conosciuto.
Certo, se un tempo i nostri bisnonni si sentivano rapire l'anima da un gruppo di lenti montate davanti ad una scatola di legno, adesso anche noi possiamo pure avere le nostre strane sensazioni.
Un tempo la scatola ci duplicava la nostra immagine bidimensionale, adesso la scatola ci ospita addirittura al suo interno per analizzarci ancora più profondamente.
L'offerta di Unicolor per il Photoshow è anche economicamente interessante, la scansione è gratuita, mentre la stampa (viene fatta a Pordenone perché la stampante è collocata in quella città) di un clone piccolo (cm 15) viene offerta a 98 euro anziché 140; mentre quella grande (20 cm) è offerta a 140 euro, anziché a 200.
Tutto sommato, scegliere di farsi stampare il file potrebbe rivelarsi anche un investimento; forse questi materiali usati per la stampa verranno presto sostituiti con qualcosa di migliore; forse diventeranno una rarità nel corso di qualche decennio; forse possedere un piccolo clone stampato nel 2015 un giorno sarà come mostrare un daguerrotipo ereditato, o acquistato in qualche mercatino 30 anni fa. Chissà...
Personalmente, non sono rimasto tanto impressionato dalla consistenza di questo gesso-plastico, né dalla resa dei dettagli, ma comprendo che siamo veramente agli inizi di una nuova tecnologia che sicuramente diventerà molto popolare e diffusa.
Ciò che mi ha colpito invece è la rassomiglianza all'originale conferita dalla stampa a colori.
Non vorrei addentrarmi in discorsi esoterici, ma guardare queste statuine è strano, non è come stare di fronte a delle bambole o a dei giocattoli, è più come avere a che fare con dei cloni svuotati della scintilla vitale, o dell'anima, se preferite.

I cloni erano posti sotto un cubo di plexiglass che potrebbe interferire con la definizione dell'immagine

Non voglio influenzarvi ulteriormente con le mie riflessioni molto personali, credo che ognuno dovrebbe provare l'esperienza di ritrovarsi di fronte ad un piccolo se stesso, perché è qualcosa di diverso dal guardarsi allo specchio, dal vedersi ritratti su un foglio di carta, o dal ritrovarsi all'interno di un video.
Siamo effettivamente alla presenza di qualcosa di nuovo che farà parte delle nostre vite, ed ancor di più, in quelle dei nostri discendenti. Questo fatto mi fa sentire anche un po' storicizzato, o superato perché comprendo che chi arriverà dopo di noi avrà modo di vedere tantissime cose nuove e sorprendenti. Tony Graffio

Curiosità
Sony stava studiando un sistema che potesse produrre sculture di creta, gesso, o non si sa bene quale materiale, già nel 1970. Da quello che si legge in un vecchio trafiletto di un mensile di grandissima diffusione del settore fotografico, questa sembrerebbe una cosa fattibile con i mezzi dell'epoca, ma evidentemente il ruolo di computer e scanner digitale non è poi così trascurabile.
L'argomento comunque mi intriga, prossimamente andrò a vedere una cava di marmo dove un amico mi ha detto ci sono in funzione macchinari molto sofisticati che hanno sostituito gli scalpellini. Spero che anche questa non sia una bufala...

Fotosculture. Da un trafiletto pubblicato su Fotografare del maggio 1970


sabato 24 ottobre 2015

Qualche novità dal Photoshow 2015

Ho raccolto qualche promemoria fotografico, ripreso un po' velocemente, per dare ancora qualche indicazione su quello che si può vedere di nuovo fino a domani in via Tortona ed, al tempo stesso, dare una piccola anteprima di quello che tratterò più diffusamente con interviste piuttosto approfondite, appena avrò il tempo di sbobinare le mie registrazioni audio per ascoltarle e poi trascrivere il tutto su queste pagine. 

Photoshow 2015
Una bellissima fotomodella posa per i fotografi allo stand Fowa

La presenza di belle ragazze al Photoshow, per fortuna, è una tradizione che dura da tanti anni. Un tempo, erano soprattutto i produttori di pellicole ad ingaggiare le modelle per far sparare scatti fotografici a raffica a truppe di fotografi armati delle prime reflex motorizzate, oggi il supporto è cambiato, ma le abitudini di portarsi a casa valanghe di file con soggetti femminili permane.
Questa mattina, ho incontrato un pentaxista con una K20 al collo, sulla metropolitana, quando ha saputo che ero già stato ieri al Photoshow, si è subito rivolto a me per sapere se ci sono ancora le modelle.
Vorrei tranquillizzare tutti, soprattutto coloro che visitano il Photoshow per le fotomodelle: le ragazze ci sono, sono tante e bellissime. 

Edo Bertona e la sua cornice per carta Kozo semitrasparente

Epson ha da poco immesso sul mercato un nuovo tipo di carta che s'ispira alla carta giapponese fatta con una pianta della famiglia del gelso, si tratta di una carta industriale molto sottile che permette d'ottenere risultati pittorici piuttosto interessanti e neri molto profondi, grazie anche ai nuovi inchiostri Epson utilizzati sui nuovi modelli di stampanti Epson. In fotografia vediamo una Epson P800 ed un prototipo della speciale cornice retroilluminata a luce led messa a punto dallo stampatore di Borgomanero.


Prototipo di Gibellini Point and shoot di legni pregiati in formato 4X5, non sono previsti mirini, si scatta a mano libera. Anteprima mondiale.

Il giovanissimo costruttore Sassuolese ha iniziato la sua attività in campo fotografico disegnando, progettando e fabbricando fotocamere folding d'alta gamma e tecnologia (per l'uso di materiali molto tecnici come il carbonio, il titanio e l'anticorodal) soltanto da un anno, ma è già diventato una certezza ed un punto di riferimento per molti fotografi che utilizzano il grande formato in tutta Europa. Tony Graffio l'ha intervistato per voi.

Gizmon Made in Japan

Con la parola Gizmo si suole indicare un oggetto inutile, dal nome complicato, pomposo e un po' ambiguo. La giapponese Gizmon sembra proprio essere una ditta dedita all'accessorio inutile, ma lo fa con stile e un design accattivante.
Ciò che vedete non sono piccole macchine fotografiche, ma custodie per telefonini con funzione di fotocamera digitale inglobata. Curiosità che piacciono a chi vuole stupire ad ogni costo con un tocco vintage.
Prezzi intorno ai 60 euro. Il mio telefonino costa meno della metà di queste custodie...

Lytro, fotocamera a fuoco "liquido"

Un altro Gizmo un po' più  tecnologico del precedente. 
Attraverso un suo software proprietario è possibile agire sulla messa a fuoco dopo lo scatto, quasi come se si trattasse di un parametro di Photoshop.
Ha anche due funzioni per ottenere in modi diversi fotografie stereoscopiche (un po' stile Viewmaster), o tre D (con occhialini colorati).
La cito come curiosità, perché finalmente ne ho visti alcuni pezzi dal vero ed anche perché ha il sensore dello stesse dimensioni del formato delle vecchie Minox per spie: mm 8X11.
Spendereste 1200 euro per un giocattolo del genere? 
Distribuito da Fowa.

Matteo e Leonardo di Photoseiki


Meccanica di precisione Made in Italy per movimenti micrometrici di slitte per macrofotografia ed altri accessori utili nel campo della fotografia naturalistica.
Adesso, non vi racconto gran che perché ho in programma d'andare a trovarli presso la loro officina ed intervistarli con calma, posso solo assicurarvi che la qualità dei pezzi da loro prodotti è stratosferica.

Christian e Sandra, da Barcelona con sorrisi e fantasia

Simpatici catalani con una loro linea di prodotti coloratissimi dallo stile un po' anni '60 chiamata Smile. Belle le tracolle, divertenti le custodie per fotocamere, un po' assurdo il tappo con scritto smile. Buona l'idea di leggere sorridi prima di fare la fotografia, ma se c'è il tappo sull'obiettivo, come fai a scattare? 
Lui si occupa della parte commerciale, lei è la designer, la loro ditta esiste da solo tre anni, ma sta andando alla grande. Cercano un distributore per l'Italia.


Prototipo d'oggetto misterioso reperito all'IBTS

A breve vi racconterò una bellissima storia di due fratelli: due giovani imprenditori  molto coraggiosi d'Avezzano che hanno qualcosa d'interessante da dire nel campo dei supporti stabilizzati per cinematografia professionale.

Il futuro della fotografia è nei ritratti 3D?
Questo è quello che sembra chiedersi il nostro simpatico omino imprigionato in una statuetta di un materiale ancora piuttosto insolito

Questo è l'articolo che parla dei cloni in 3D

Tutto questo avviene in via Tortona, sotto gli occhi di Leonardo da Vinci
Domani ultimo giorno del Photoshow 2015, affrettatevi ad andare a vedere quello che vi ho presentato fino adesso e molte altre interessantissime cose, seminari compresi.

Per oggi è tutto, un saluto da Tony Graffio