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sabato 14 novembre 2015

Edo Bertona stampa sulla nuova carta Kozo di Epson

Carta giapponese usata per stampa fotografica con plotter Epson
Una fotografia di Edo Bertona con un soggetto floreale stampato su carta Kozo.

Epson, da quasi un anno, ha introdotto sul mercato una nuova carta per le sue stampanti che ha denominato Japanese Kozo Paper Thin. Questa carta diventa un nuovo supporto fotografico per la stampa fotografica a getto d'inchiostro, s'ispira alla carta giapponese ricavata dalle fibre del gelso ed è destinato a chi è alla ricerca di nuovi mezzi d'espressione, o desidera poter disporre di nuove idee per distinguere il proprio prodotto.
Renato Sanalli, Business Manager Pro Graphis di Epson Italia ha dichiarato: <L'introduzione della carta Kozo di Epson avviene in un momento in cui progettisti ed artisti richiedono supporti nuovi e alternativi, in grado di catturare l'attenzione. Japanese Kozo Paper Thin di Epson risponde perfettamente a questa esigenza, grazie alla sua semplicità di utilizzo con le stampanti e alla perfetta combinazione tra peso ridotto, elevata resistenza, semitrasparenza ed elevata saturazione dei colori>.
La carta kozo è un'antica carta tradizionale giapponese che viene ricavata dalla fibra vegetale. Gli arbusti del gelso vengono tagliati in inverno, quando la pianta ferma la sua attività vegetativa, una volta raggruppati in fascine vengono trattati con una bollitura che permetterà, in una seconda fase, d'andare a martellare il ramo per separare la corteccia dal fusto. La corteccia viene aperta e sfilacciata manualmente, poi viene essiccata, e si separa ancora una volta la parte esterna dalla parte interna. 
Si fa nuovamente bollire la fibra interna, prima di ri-separarla e batterla fino a che diventa una pasta. Da questo punto in avanti, il procedimento di produzione coincide con quello della carta normale fatta con la lignina.
La pasta viene miscelata e poi con i telai a mano, come si faceva una volta, dal gelso si ricavano fogli estremamente sottili per metterli ad asciugare.
I fogli vengono rifilati a misura, per quello che riguarda la parte esterna, per le impurità e confezionati.
Questo, a grandi linee, è il procedimento che si segue per produrre la carta kozo.
La produzione della Japanese Kozo Paper Thin di Epson segue sistemi industriali, ma ciò che si ottiene ha le proprietà e le caratteristiche della carta tradizionale.
Il vantaggio dati dai metodi industriali, ci permettono d'ottenere la carta in rulli e di poterla stampare con una moderna stampante ad inkjet.
Questa carta, ha una trama abbastanza visibile che limita la definizione di stampa e la rende più adatta a certi soggetti piuttosto che altri.
E' un supporto poco indicato al ritratto classico perché introduce una trama di fondo all'immagine, ma ovviamente, questa texture la si potrebbe considerare un effetto che ha una ragione d'essere per soggetti particolari, come potrebbe essere un ritratto glamour, per esempio.
Lo spessore della kozo di Epson è molto sottile, tanto da richiedere un suo supporto incorporato per poterla stampare; non si tratta di una carta bianca, ma leggermente colorata, dai toni caldi, color panna. Essendo una carta certificata Digigraphie, è fabbricata senza acidi, non ha riserva alcalina, non ha sbiancanti ottici (Oba), e deve rispettare le norme Iso per la conservazione museale. E' una carta totalmente diversa da ogni altra carta Fine Art che si possa incontrare.
Stampandola con la Epson SC P800 si ha la possibilità di caricare la carta in rotoli da tagliare, cosa che prima non era possibile fare con la stampante 3880.

La vecchia stampante di Edo, la Epson Stylus Pro 9900 era già in grado di stampare la carta Japanese Kozo Thin di Epson.

Tony Graffio intervista Edo Bertona

Tony Graffio: ho assistito al tuo seminario sulla carta Kozo, al Photoshow 2015, mi è piaciuto molto, adesso vorrei conoscerti meglio, mi puoi dire da che esperienze arrivi, quanti anni hai, dove sei nato, dove lavori e qualcosa del tuo passato.

Edo Bertona: Ok, ho 52 anni, tra qualche mese compirà 30 anni, come fotografo professionista e dal 2007 ho iniziato la mia esperienza, anche come stampatore Fine Art. La mia attività principale era quella di fotografo, ma pian, piano si sta trasformando sempre più in quella di uno stampatore, continuo comunque a vivere, grazie alla fotografia. Nel 2008 ho iniziato ad approcciarmi alla stampa Fine Art perché volevo avere un controllo totale sulle immagini che io producevo. Queste immagini non dovevano avere soltanto il mio stile, dato dalla post-produzione, ma volevo avere la libertà di scegliere il tipo di carta, la densità della stampa e tutto il resto. Cose che normalmente mi erano impedite da un laboratorio; così ho iniziato il mio percorso e da lì sono andato avanti.

TG: Edo, il fatto che tu abbia iniziato a lavorare come fotografo e adesso fai prevalentemente lo stampatore, vuol dire che il fotografo ha un occhio tale che riesce a valutare l'immagine stampata, oltre che l'immagine reale?

EB: Sì, sicuramente, per quanto riguarda il risultato finale che dev'essere la stampa, se la tua storia arriva dalla fotografia avrai un approccio diverso alla stampa, tant'è che molto spesso, quando mi capitava d'andare in laboratorio, ero io a fornire allo stampatore indicazioni su come volevo che fosse sentita la mia stampa.

TG: Tu hai iniziato con la fotografia tradizionale, giusto?

EB: Io ho iniziato facendo fotografia di moda e pubblicità, o meglio, cataloghi d'abbigliamento e pubblicità, in lastra. Io lavoravo con la Sinar 20X25 e la Sinar 10X12. Utilizzavo anche la Mamiya 6X7 ed utilizzavo soprattutto quello che erano gli strumenti della sala di posa, fino all'anno 2000.

TG: Hai cambiato abitudini con l'avvento del digitale?

EB: No, in quell'anno mi era saltato in testa uno scrupolo morale che mi ha fatto riflettere sulla durata delle mie immagini. Mi ero accorto che le mie immagini duravano 6 mesi; un anno per quello che riguardava i cataloghi d'abbigliamento e poi tutta la mia fatica veniva cestinata. Questa scoperta ha avuto un cattivo influsso su di me perché voleva dire che il mio lavoro era legato al ciclo di vita della campagna pubblicitaria. Io mi dicevo: ma come faccio una gran fatica a realizzare belle immagini e dopo sei mesi me le buttano via? No, questa cosa non mi va bene. Una mattina mi sono alzato, ho finito l'ultimo lavoro che mi aveva commissionato l'agenzia, ricordo che stavo fotografando dei gioielli e ho detto: ragazzi, da domani non farò più questa fotografia.
Mi sono fermato per un anno, per cercare qual'era la fotografia che poteva darmi soddisfazione.
Parlando con un vecchio fotografo delle mie parti (Borgomanero), un signore che all'epoca aveva 80 anni, mi accorgevo che lui mi prendeva in giro, dicendomi: volevi fare il "figo" ad andare a fare fotografia pubblicitaria a Milano e guarda come ti sei conciato. Io ho fatto fotografie ai matrimoni per tutta la vita, guarda come sono bello e arzillo.
Io non me la sentivo di passare dalla moda ai matrimoni che consideravo un po' l'ultimo stadio del fotografo.
Il vecchio fotografo mi aveva detto di pensarla come volevo, ma di pensare anche a quanto durano quelle fotografie di cerimonie. A quel punto, mi sono sentito toccare sul vivo, perché mi sono ricordato che io a casa avevo due fotografie in bianco e nero di mia nonna, soltanto due e mi son detto: ma qui siamo alla terza generazione che sta guardando queste immagini...
Ho iniziato a documentarmi un po' e mi sono detto: se dobbiamo ricominciare, facciamolo completamente, iniziando dal basso, perché in Italia la fotografia di matrimoni era considerato il fondo.
Ci ho messo del mio, mi sono messo in gioco cercando di capire che cosa la gente volesse e mi sono accorto che c'era una richiesta di spontaneità, mentre io pensavo che la gente volesse la bella fotografia studiata. Venendo dalla moda, pensavo di farcela tranquillamente e invece no, i clienti volevano altro: stava iniziando il grosso cambiamento.
Ho capito questa cosa in tempo, la ho interpretata ed ho iniziato a fare il reportage di matrimonio.

TG: Si può dire che tu hai precorso i tempi della crisi, portata in qualche modo dall'avvento della tecnologia digitale?

EB: Diciamo che mi è andata di lusso, perché proprio in quel periodo bisognava decidere se iniziare ad investire su un dorso a scansione che all'epoca costava circa 40 milioni di lire, oppure no. Io non me la sono sentita ed ho detto di no, io tutti questi soldi non li spendo. Ancora adesso c'è un mio caro amico che mi prende in giro perché dissi che il digitale non prenderà mai piede. Eppure, oggi anch'io non potrei mai rinunciare al digitale, questa è stata veramente una svolta epocale di fine millennio.

TG: Quindi per un attimo sei stato tentato dai dorsi Betterlight?

EB: Figuriamoci, i dorsi a scansione Betterlight erano lentissimi, ingombranti, costosissimi ed un impegno davvero gravoso per il banco ottico. La mia fortuna è stata quella di non buttarmi in quell'investimento e difatti, da lì a sei mesi, gli stessi dorsi costavano meno della metà ed erano molto più per formanti.
Io non ho più fatto una fotografia pubblicitaria dal 2000. Quando faccio un cambiamento nella mia vita, lo faccio in maniera totale.
L'idea di fare i matrimoni con la spontaneità del reportage, quando ancora tutti li facevano mettendo in posa i soggetti, s'è invece rivelata la strada giusta per rinnovare la mia attività.
Per me quest'idea ha voluto dire tanto ed ha significato conquistare un mercato che continua tuttora a darmi lavoro, anche se con numeri nettamente inferiori a qualche anno fa perché, grazie a Dio, anche la fotografia di matrimoni in Italia s'è evoluta ed infatti oggi tutti i fotografi di matrimonio dichiarano di fare reportage. Di conseguenza, seguendo questa logica i numeri sul mercato si ridimensionano un pochino, ma se lavori sulla qualità, lavori sempre.

TG: Di cosa ti occupi oggi?

EB: Io mi occupo tutt'ora esclusivamente di matrimoni e ritratti di gravidanza. Sono stato uno tra i primi fotografi in Italia ad occuparmi specificatamente di ritrarre donne incinte.

TG: Nude o vestite?

EB: E' indifferente, da me arrivano donne in qualunque condizione, non ci sono limiti. Trattando il tutto con un discorso di Fine Art, va bene la ripresa fatta bene, ma l'obiettivo finale dev'essere quello di produrre una buona stampa. Il servizio di consegna dei file, fine a se stesso, non fa parte del mio modo d'interpretare la fotografia. Per me la fotografia è scatto e stampa.

TG: Insomma, tu mi vorresti dire che hai iniziato a stampare Fine Art dal nulla, nel 2006?

EB: Nel 2006 ho iniziato a stampare, la mia produzione è diventata Fine Art nel 2009, quindi ho fatto 3 anni di auto-apprendistato, in questo periodo di tempo ho fatto le mie prove ed i miei errori, fino ad arrivare ad una qualità di stampa che mi ha permesso d'ottenere la certificazione Digigraphie da parte di Epson.

TG: Possiamo dire che sei uno stampatore abbastanza “fresco”?

EB: Sì, assolutamente, mi ritengo giovanissimo, come stampatore, nonostante lo scorso anno io abbia aperto un laboratorio conto terzi: prima dell'anno scorso stampavo solo per me, o per qualche collega che voleva venire da me a stampare, ma io non avevo mai pubblicizzato la cosa, perché il mio scopo principale era quello d'essere certificato verso me stesso. Essendo molto pignolo e severo con me stesso, io dovevo raggiungere questa certificazione, poi se qualcuno voleva venire a stampare da me, ben volentieri.

TG: E' difficile ottenere la certificazione Digigraphie?

EB: Allora, per quello che riguarda Digigraphie, è obbligatorio avere una macchina da stampa Epson, usare inchiostri Ultrachrome HD e dimostrare che si rispettano dei parametri di stampa attraverso delle chart periodiche. Questa chart che è una stampa che riporta dei quadratini di colore, viene esaminata ed in base al valore risultante i tuoi esaminatori capiscono se tu stai stampando correttamente su quella carta, è semplice.

TG: Come spieghi la tua affermazione professionale da stampatore in così poco tempo?

EB: Secondo me dipende dall'impegno che ci metti nel fare le cose, a dicembre 2014, sono stato certificato anche da Hahnemuhle, che probabilmente è la più prestigiosa cartiera al mondo. Il loro metodo di certificazione è interessantissimo: tu fai richiesta, ti mandano un questionario chilometrico, dopo di che non si sa più niente. A quel punto le pensi un po' tutte, ti dici: avrò dato delle risposte non corrette, perché loro incrociando le risposte, valutano se quello che dici ha un senso, non so esattamente come funzioni, ma ho capito una cosa del genere.
Dopo circa 6 mesi, era un venerdì pomeriggio, ricevo una telefonata che mi preannuncia l'arrivo di una commissione dalla Germania per il lunedì successivo.
Il lunedì, effettivamente arriva un responsabile di Hahnemuhle che parla solo il tedesco che dando così poco preavviso non ti permette di mettere in piedi uno studio, se non ce l'hai. Stesso discorso per le stampanti o i profili colore; o ce li hai, o non ce li hai.
L'intervista (molto tecnica) che mi ha fatto questo signore è durata più di un'ora, dopo di che mi ha chiesto, se per cortesia gli potevo stampare qualcosa. Dopo il controllo della stampa, ha controllato l'illuminazione, ha controllato che io avessi un ambiente di lavoro con temperatura e umidità costante, l'ho visto annuire, ho stampato quello che lui mi ha chiesto, alla fine ha approvato il mio lavoro ed ha detto che loro potevano certificare la mia struttura.

TG: L'esigenza d'avere umidità e temperatura costante è dettata più dalla carta che dalla stampante?

EB: Prima di tutto si tratta di una mia fissazione che mi è stata trasmessa da un mio amico che è un guru del colore e poi effettivamente è buona norma avere meno parametri che variano all'interno di un processo produttivo. Ritengo che sia importante agire in questo modo.

TG: Tu consiglieresti a tutti coloro che vogliono intraprendere seriamente questo cammino professionale la ricerca delle certificazioni di queste ditte? O se ne può fare a meno, volendo?

EB: Se ne può fare a meno, certo, l'importante è che uno sia corretto verso se stesso. Per me è stata una sfida, per riuscire a raggiungere un livello di stampa da certificazione.
E' pacifico poi che disporre di certe certificazione può giocare a favore del cliente che così può sapere che venendo da te che sei certificato, gli garantisci che certi parametri vengano rispettati con precisione. Ovviamente, ci sono anche ottimi stampatori che non sono certificati che lavorano tantissimo e benissimo.

TG: Come ti dicevo, ho assistito al tuo seminario sulla carta Kozo, come sei arrivato a scegliere d'utilizzare questo supporto?

EB: Arrivare alla carta Kozo è stata la diretta conseguenza di un rapporto che ho sviluppato in questi anni con Epson. Un rapporto di fiducia che ha portato ad uno scambio d'idee. Io sono uno che quando sta lavorando in team ha il piacere di dire la sua, sempre nel rispetto di quello che è il progetto generale.
L'anno scorso, prima che la carta Kozo venisse presentata Epson mi chiese di testare questo nuovo prodotto, chiedendomi che cosa ne pensavo; si trattava dei famosi rotoli pre-launch.

TG: Sai se Epson s'è rivolta anche ad altri stampatori, per queste prove?

EB: Che io sappia, Epson, in Italia, l'ha fatto anche con un altro stampatore.

TG: Che impressioni hai avuto dall'utilizzo di questa carta Kozo?

EB: Mi sono innamorato subito della Kozo, dopo averla provata ho iniziato subito a lavorarci per conoscerne i pregi ed i difetti. La cosa è andata così fino a che mi sono inventato la stropicciatura che mi ha aiutato a rendere la carta tridimensionale. Oltretutto quella stampa è anche finita nel museo Epson, a fianco delle fotografie di Franco Fontana e Maurizio Galimberti.

TG: Anche gli scatti sono tuoi?

EB: Gli scatti sono sempre miei. Certo, non potrei proporre scatti di altri, con la Kozo interpretata a modo mio, quindi con questa stropicciatura.

TG: Ho visto anche dei colori molto belli, molto saturi...

EB: Sì, in questo caso, in questa serie di immagini che sto realizzando sulla natura, sulle fioriture, le immagini hanno una lavorazione artistica legata a quello che io voglio esprimere. Ti dirò di più, le immagini che avete visto prima, e anche l'immagine che hanno messo nel museo, sono state scattate tutte con un Ipad Mini, lo so che è una cosa che può stupire, però è così. Questa è una scelta ben precisa, perché volevo dimostrare che anche con uno strumento di bassissima qualità si possono ottenere delle cose molto particolari, basta avere qualcosa da raccontare.

TG: Normalmente, invece cosa succede nel tuo laboratorio? Il cliente si presenta con un file già preparato, o si affida a te per lo sviluppo?

EB: Normalmente, il cliente arriva con un file già preparato, io preferisco rispettare le volontà del cliente; poi se c'è la possibilità ci si siede ed insieme si valuta il file.

TG: Quindi si arriva da te con un TIFF?

EB: Sì, certo, si presume che la stampa parta da un Tiff. Tiff in Adobe RGB 1998. Si valuta insieme il file a monitor, si valuta se bisogna fare dei piccoli accogimenti ed interventi sulle curve, per adattarlo alla carta che si intende utilizzare e poi si stampa.

TG: Per evitare dominanti?

EB: No, per esaltare di più l'immagine su quella specifica carta. Se stampo la stessa immagine su 10 tipi di carte diverse, ottengo 10 immagini diverse, questo accade per la densità della carta e dalla resa della carta.

TG: Cosa pensi dei neri che si riescono a stampare sulla Kozo?

EB: Io sono molto soddisfatto della resa dei neri, soprattutto con le nuove stampanti.
Rispetto a prima c'è stato un netto miglioramento specialmente utilizzando delle carte che richiedono l'utilizzo dell'inchiostro nero photo, lì l'esaltazione dei neri è massima ed il nero è veramente nero e profondo.

TG: Quando tu hai iniziato a stampare c'erano 6 colori per la stampa, adesso ce ne sono 9, è così? Si vede un miglioramento in stampa?

EB: Sì. Si può notare una differenza anche tra una stampante e l'altra, sì, senza dubbio.

TG: Quini quanto può durare una stampante, prima che si senta la necessità di sostituirla con un prodotto più moderno e valido?

EB: Onestamente, non riesco a rispondere a questa domanda, perché sicuramente questa necessità varia, anche a seconda dell'utilizzo che viene fatto della stampante stessa e a seconda della manutenzione che viene fatta su di essa.
Io ho lavorato con un'Epson 4008 per quasi 6 anni senza avere problemi. Il che vuol dire non avere mai il problema dei famosi ugelli ostruiti. E' stato un peccato doverla abbandonare, dal punto di vista affettivo, ho avuto la possibilità d'andare in sala demo e testare tutte le macchine, ma chiunque può farlo, basta chiederlo ad Epson.
Sapevo che i gradini da salire erano tanti, quando è stato il momento, anche economicamente, per me giusto, sono passato ad una stampante di un formato nettamente superiore.
Adesso, lavoro con una Epson 9900, più la nuova Sure Color P800 che io uso per altre lavorazioni.

TG: Edo, sarò provocatorio, volevo sapere da te se l'arte prevede un intervento manuale, oppure basta schiacciare un bottone per essere considerato un artista.

EB: (Ride a lungo).

TG: Insomma, ti ritieni un artista?

EB: Non lo so, spero che lo dicano gli altri. Io penso di essere un artigiano che tutte le mattine si alza e mette tutte le sue energie per tirare fuori un prodotto che soprattutto soddisfi il proprio ego, di conseguenza la soddisfazione del cliente arriva in automatico.
Ho un po' paura ad affrontare la parola artista perché ormai basta aprire qualunque social network e trovi tutti che si definiscono artisti. E' molto difficile capire se si è degli artisti, io non lo so se sono un artista, sono uno che ci mette l'anima per fare i lavori. Escono bene, vuoi considerarli arte, va bene, grazie, io l'etichetta non me la metto di sicuro.

TG: Non è che ti sei inventato quel famoso tocco della stropicciatura manuale per fare l'artista?

EB: Questa domanda è azzeccatissima, non ti nascondo che quando l'ho fatta vedere e mi sono sentito dire: <Eh, ma questa è un'opera d'arte!>, mi sono gasato e mi son detto, finalmente sono anch'io un artista. Certo, anche partire da un file di bassa qualità per arrivare a qualcosa che avevo in testa prevede un intervento creativo che mi porta ad ottenere i colori e le densità che voglio in fase di stampa.
Il tocco finale della stropicciatura è la mia firma.

Una stampa di Edo Bertona che ha subito il suo tocco finale di stropicciatura manuale.

TG: E' una cosa che fai sempre, o solo quando lo ritieni opportuno?

EB: No, lo faccio solo con la mia collezione.

TG: E per i clienti?

EB: Ma, se un giorno un cliente avrà bisogno di farsi stropicciare una stampa, ben volentieri lo farò.

TG: Mi è piaciuta molto anche la tua cornice luminosa, è anche quello un tuo prodotto? Qualcosa che hai pensato tu?

EB: Quello è un progetto nuovo che ho iniziato da poco, non ti nascondo che quello che hai visto è un Mock-up, quindi è una brutta copia di quello che dovrà essere in futuro. Ad oggi (23 ottobre 2015 ndTG) quella cornice ha due giorni di vita. Tu hai visto un anteprima, quasi in esclusiva. Sto collaborando con un ragazzo in gambissima a studiare l'illuminazione a led con tutta tecnologia italiana molto all'avanguardia. Vorrei proporre questo prodotto legato allo studio di una passione che ho sempre avuto per le fonti d'illuminazione.
Attualmente, riusciamo ad illuminare la Japan Kozo paper in maniera omogenea, con la densità e la brillantezza di cui avevo bisogno, in uno spessore di pochi millimetri.

Edo Bertona
Edo Bertona, 52 anni, fotografo e stampatore.

Principali caratteristiche della carta Kozo di Epson

-Peso di soli 34 gr/m²
-Supporto traslucido-Ideale per l'uso con gli inchiostri UltraChrome HDR e UltraChrome K3 con Vivid Magenta
-Supporto per stampa a getto d'inchiostro con fibre naturali a base di gelso
-Pellicola rimovibile sul retro per una maggiore resistenza durante il processo di stampa
-Supporto per stampa a getto d'inchiostro con fibre naturali a base di gelso
-Pellicola rimovibile sul retro per una maggiore resistenza durante il processo di stampa
-Compatibile con le stampanti SP4900, SP-7900, SP9900, SP7890, SP9890 e SP11880
-Disponibile in rotoli da 432 mm x 10 m e da 610 mm x 10 m a partire da novembre 2013 e  in rotoli da 1.118 mm x 10 m nel 2014
-Elevata saturazione dei colori

martedì 10 novembre 2015

Leica SL, uno scatto rubato, lettura dell'immagine e prime impressioni

Torno a parlare del Leica Show 2015 e della possibilità che Leica ha dato a fotografi e giornalisti per provare i suoi prodotti, a Milano, in concomitanza del Photoshow 2015.
Non essendomi preparato in nessun modo a questo evento, non conoscevo le caratteristiche dei nuovi prodotti Leica e nemmeno avevo confidenza con i comandi di queste fotocamere. Nonostante la massima disponibilità dei responsabili dei Leica Store che erano intervenuti per gestire le giornate dedicate a seminari, prove e confronti, non volevo accaparrarmi le fotocamere messe gentilmente a disposizione per qualche scatto di prova per troppo tempo, così ho stabilito di cercare di capire quanto a me interessava semplicemente andando ad effettuare uno scatto con luci estreme, al di fuori dell'area di prova che era una sala di posa allestita con luci a lampo ed un paio di fotomodelli.
Questa volta, in occasione dell'anteprima italiana per la presentazione della Leica SL, ho rubato uno scatto andando a fotografare la ragazza che riceveva gli ospiti di Leica proprio con una Leica SL (Typ 601).
Anche in questo caso l'illuminazione era abbastanza casuale e mischiava sorgenti di luci artificiali di vario tipo.
Non ricordo nemmeno che obiettivo avevo montato in macchina (credo fosse il Vario Elmarit SL 24-90 f 2,8-4 asferico), ma posso dare con certezza i dati relativi a sensibilità, diaframma e tempo di posa.

Caratteristiche generali
La Leica SL è una nuova fotocamera mirrorless professionale molto ben fatta  con un sensore CMOS di formato 24X36 mm da 24 MP. E ' una fotocamera che ha un mirino elettronico che per la prima volta utilizza la tecnologia Leica Eye Res che offre un tempo di latenza d'immagine davvero minimo ed un'ottima risoluzione d'immagine, inoltre il display da 2,95' sul dorso consente una navigazione del menu per mezzo del touch screen.
Il corpo macchina è d'alluminio scavato dal pieno con guarnizioni che tropicalizzano l'interno proteggendo l'elettronica da polvere, umidità e spruzzi d'acqua, conferendo all'insieme una robustezza che dovrebbe garantire al fotografo di poter agire tranquillamente anche in condizioni difficili ed in ambienti particolarmente poco accoglienti. 
Il processore ad alte prestazioni della serie Maestro II ha 2 GB di memoria di buffer consente di scattare una raffica di 11 fotogrammi al secondo, salvando le immagini su una scheda di memoria SD con jpeg e DNG, secondo lo standard UHS riuscendo ad avere delle prestazioni davvero notevoli nella categoria delle fotocamere professionali.
Effettivamente, questa Leica SL si comporta molto meglio della Leica Q di cui ho scritto in questa pagina, la visione è più comoda, la presa più sicura, la sensazione d'avere tra le mani un oggetto quasi familiare è maggiore, anche se la disposizione di comandi e menu, non mi hanno permesso d'essere particolarmente veloce nel modificare la sensibilità degli Iso, o altri dati, ma quello che che secondo me è particolarmente stupefacente è la qualità delle immagini che se ne ricavano.
Non ho avuto voglia di provare a girare un filmato in 4K perché non avrei  modo di visionarlo su uno schermo capace di risolverne la definizione nel modo giusto, ma credo che anche il video possa essere all'altezza degli obiettivi che s'è posta Leica, anche se avremmo gradito un'uscita HDMI non compressa, anzi che un campionamento colore 4.2.2 a 10 bit. Buona la possibilità d'avere un ingresso microfonico ed un'uscita audio per la cuffia.
L'altra buona notizia è che Leica ha deciso di dare la massima compatibilità al Sistema SL permettendo di utilizzare un gran numero di obiettivi Leica, anche quelli del sistema T, senza adattatore. Grazie ad adattatori appositamente prodotti, è invece possibile montare sulla Leica SL gli obiettivi dei sistemi Leica S, M e R, oltre naturalmente alla possibilità di montare ottiche di altri costruttori.
Attacco obiettivo: Baionetta Leica L
Obiettivi utilizzabili: Leica Vario Elmarit SL 24-90 f 2,8-4 asferico; Leica Apo Vario- Elmarit-SL 90-280 mm f 2,8-4; Leica Summilux-SL 50mm f 1,4 asferico; obiettivi del sistema Leica T, obiettivi Leica M con adattatore Leica M per T; obettivi Leica S con adattatore S per L; obiettivi Leica R con adattatore R per L e obiettivi Leica Cine con adattatore Leica PL per L.
Wi Fi: incorporato. GPS: incorporato.

Lettura dell'immagine
Ho impostato la sensibilità della fotocamera su 3200 Iso, un indice d'esposizione che un tempo era il fondo scala dei sistemi a pellicola, quando era praticamente impossibile trovare esposimetri con indicazioni d'esposizione più elevati, anche perché la pellicola iniziava a sgranare in maniera indecente già 800 Asa (poi Iso).
La fotografia digitale ha questo grande vantaggio di non avere grana e di poter raccogliere i fotoni più sperduti e poterli amplificare in modo quasi magico, fino a ricavarne immagini leggibili e, tutto sommato dignitose.
Il fatto di poter disporre di un sensore abbastanza grande già aiuta moltissimo a raccogliere i fotoni presenti in condizioni di illuminazione scarsa, poi i nuovi sensori e processori sono migliorati tantissimo, soltanto rispetto ad un paio di anni fa e la conseguenza ormai è quella di poter fotografare anche in zone semibuie con risultati abbastanza eccezionali.
A mio giudizio, il vantaggio maggiore della fotografia digitale, sulla fotografia chimica, sta proprio nella possibilità di ricavare ottime immagini in presenza di basse luci e fonti d'illuminazione mista.
Ho scattato la fotografia della ragazza al banco d'accoglienza Leica allo show della casa del punto rosso con un tempo di posa di 1/60 di secondo a diaframma 4. 
Un volta aperto il file DNG con Photoshop CS5, ho solo pensato a correggere un po' la temperatura di colore e toccare leggermente alcune dominanti cromatiche; non ho corretto minimamente il rumore, o altre variabili, in parte perché non volevo stravolgere il file, ma anche perché non ho rilevato disturbi tali che richiedessero un mio intervento in post-produzione (anche se qualcosa di strano ho visto, in maniera minima distribuito irregolarmente sulla superficie dell'immagine ricavata. Non era sporco, né polvere perché ha le dimensioni di circa un pixel).
Sicuramente, gli obiettivi Leitz svolgono egregiamente la loro "porca" funzione di riportare un soggetto tridimensionale in due dimensioni sul piano focale di un CMOS, ma anche il sensore, il processore e tutta la componentistica di precisione meccanica ed elettronica sono all'altezza del sistema ottico.
Non vorrei anticiparvi pre-giudizi sull'ultima fotocamera, da me provata in quella rivelatoria bellissima giornata in via Tortona, 35, durante lo Swow Leica, ma secondo me, il sistema Leica SL, per certi versi, è capace di produrre risultati ancora più eclatanti, rispetto al medio formato della Leica S (con le dovute proporzioni e soprattutto in termini di contrasto). Ovviamente, io vi sto parlando anche di parametri che valuto a mio gusto, però in condizioni difficili, probabilmente è più semplice ricavare una fotografia favolosa da una Leica SL che da una Leica S, che ha sicuramente il suo immenso fascino, ma ha anche più limiti di gestione, di manovrabilità e di risultato finale, pur essendo una fotocamera, più tradizionale, rispetto alla nuova nata di casa Leica.
La precisione dell'insieme ottico-meccanico-elettronico ha raggiunto vertici inimmaginabili fino a pochi mesi fa; i 24 MP  di definizione del sensore della Leica SL, mi sembrano qualitativamente più validi dei 37,5 MP della Leica S (in proporzione): non che la Leica S sia una macchina riuscita male, ma evidentemente l'età dei progetti e dei sensori si fa sentire pesantemente e tutto si rinnova e migliora in modo esagerato ad una velocità folle.
E' difficile fare certi discorsi, perché c'è sempre la possibilità d'essere fraintesi, io sono un grande estimatore dei formati abbondanti, ma credo che nel mondo digitale la vera guerra dei formati non esista; forse ci vuole troppo tempo a sostituire un sensore medio formato, mentre i numeri e le ricerche che coinvolgono il 24X36 sono talmente alti e rapide da essere capaci di rivoluzionare completamente qualità d'immagine, velocità d'elaborazione dei dati e, soprattutto, la capacità di gestire l'immagine alle basse luci. 
Fotografare in luce attenuata senza aggiungere flash, o luci ausiliarie, oltre a permettere un grande risparmio di tempo e denaro nell'allestimento del set, conferisce genuinità all'ambiente osservato e permette a tutti di portarsi a casa fotografie stupende, magari con un minimo d'intervento di correzione delle ombre e  della qualità della luce sul primo piano del soggetto.
Come sempre, non sono completamente d'accordo con l'entusiasmo espresso da Leica per la velocità di messa a fuoco automatica in luce scarsa, il sistema di messa a fuoco automatica a contrasto è risaputo a tutti che non è un fulmine in queste condizioni particolari, ma in altre situazioni se la cava bene.
Anche questa volta, l'immagine da me pubblicata ha una definizione di 2000X1333 pixel anzi che gli originali 6000X4000, prò credo che siano comunque sufficienti a valutare la qualità del risultato del sistema Leica SL ed a questo proposito, Vi invito ad osservare con attenzione i capelli della hostess e la sua pelle.
Per me è sempre difficile prendere delle decisioni per quello che riguarda i prodotti digitali che hanno un ciclo di vita relativamente breve; ognuno sa esattamente quanto tempo impiega ad ammortizzare l'acquisto di un prodotto professionale, certo è che il progresso avanza molto spedito e non è detto che una fotocamera da circa 18'500 euro possa durare fino a tre volte più a lungo di una da "solo" 6'900 (circa).
La Leica S è una fotocamera dall'immenso fascino, ma se si devono fare i conti col proprio portafoglio, forse si potrebbe prendere in considerazione l'acquisto di una Leica SL, senza temere di sfigurare troppo. Niente da dire sul sensore che è veramente eccezionale (anzi ecceziunale) essendo lo stesso tipo di sensore utilizzato da Arri Alexa (da fonti certe di TG), anche se quello di Alexa è di una misura diversa in 4:3. Tony Graffio

La nuova Leica SL (Typ 601) sarà in vendita a giorni, dal 16 novembre 2015.


La hostess Leica, al banco accoglienza, un po' sorpresa per le mie attenzioni fotografiche

Consiglio per la visione della fotografia
Mi rendo conto che vedere il volto della ragazza con sovraimpresse le scritte del mio archivio blog e sul naso una pecetta con la mia faccina non sia la condizione migliore per valutare l'immagine; a questo proposito vi suggerisco di vedere il post seguente da http://graffitiamilano.blogspot.it/ e poi scendere con la schermata fino ad arrivare allo scatto "rubato" con la Leica SL, in modo da vedere l'immagine pulita con una definizione di 2000X1333 px.

Tutti i diritti riservati a Tony Graffio

venerdì 6 novembre 2015

Leica Q, uno scatto rubato, lettura dell'immagine e prime impressioni

In concomitanza al Photoshow 2015, a circa duecento metri di distanza da dove si svolgeva la più importante fiera italiana della fotografia, Leica presentava il suo spettacolo, ovvero un incontro con i responsabili dei Leica Store che offrivano la possibilità di provare i nuovi modelli di fotocamere Leica in uno studio fotografico attrezzato con modelli e illuminatori flash.
Veramente una bella occasione, con a disposizione tutto quello che può essere utile per effettuare uno scatto perfetto, compresa la consulenza degli esperti Leica che con cortesia ti illustravano le fotocamere in ogni loro dettaglio, senza metterti fretta perché tutto era organizzato come si deve, con intelligenza, disciplina ed educazione.
Per quello che ho potuto vedere io, ogni partecipante ha avuto  l'opportunità di effettuare le prove che intendeva fare ed è rimasto soddisfatto. In effetti, s'è trattato di un incontro ad alto livello, dove i fotografi venivano selezionati accuratamente, proprio per evitare che si creassero intasamenti nelle richieste di chi voleva conoscere i nuovi prodotti Leica. Bastava essere un fotografo professionista, o un giornalista ed avere una scheda SD da inserire nelle fotocamere e ti si apriva un mondo, avendo perfino la possibilità poi d'analizzare i file registrati, sul computer di un operatore esperto di post-produzione.
Purtroppo, in quella giornata, i limiti di tempo mi erano stati imposti soltanto dagli impegni che avevo preso con me stesso, perciò non sono riuscito a beneficiare anche della visione e dei consigli che Leica era in grado di darmi dopo lo scatto. Inoltre, ho anche perso i seminari che Leica aveva organizzato in un salone attiguo alla sala di posa, dove venivano proiettate le immagini dei fotografi scelti da Leica per mostrare le loro immagini e spiegare la loro metodologia di lavoro.
Peccato, perché questi appuntamenti erano piuttosto interessanti ed ascoltare l'esperienza dei professionisti che hanno dei consigli da dare è sempre utile.
Io mi sono concentrato sulle prova delle fotocamere scegliendo i 3 modelli che mi interessavano maggiormente: la SL (Typ 601), la S (Typ 007) e la Q (Typ 116).
Non avendo molta confidenza con questo genere di fotocamere, con i loro comandi ed i loro menu, mi sono trovato un po' rallentato nell'operatività, però come primo impatto è stato sicuramente favorevole, vedrò se sarà il caso d'approfondire il discorso con Leica e richiedere una loro fotocamera in prova per più giorni, per saggiarne appieno pregi e difetti, in modo da poter offrire ai miei lettori una recensione più completa di un tipo di prodotto che secondo me ha fatto la scelta vincente di non utilizzare file raw proprietari ed utilizzare quello che io ritengo essere uno dei pochi standard del mondo fotografico digitale, il file DNG.
Non mi piaceva l'idea di provare una fotocamera in condizioni troppo controllate perché sapevo che con abbondanza di luce ed alla temperatura di colore giusta non ci sarebbero state sorprese o niente in particolare da osservare. Nelle condizioni di ripresa ideali, ogni fotocamera si comporta in maniera egregia, mentre alle basse luci, con un'impostazione di sensibilità abbastanza alta, luci miste e contrasti esasperati si possono vedere delle cose che ti fanno capire meglio di che pasta è fatto un sensore, la relativa cpu e matrice che controllano colorimetria, rumore, dinamica di contrasto immagine e velocità d'elaborazione dei dati. Solo mettendo un po' alla corda il sensore ed il suo processore, si può capire in un'unica immagine cosa riesce ad elaborare un sistema di ricezione elettronico.
Negli ultimi tempi, Leica ci ha abituato a molte novità, uscendo dallo stereotipo del marchio conservatore che conoscevamo all'epoca della produzione soltanto di modelli di macchine fotografiche per pellicola. La Leica Q (typ 116) è una fotocamera digitale mirrorless compatta a focale ed ottica fissa molto innovatrice. L'adozione del formato Leica su una compatta di qualsiasi altro marchio potrebbe sembrare una contraddizione od una scelta originale, mentre per Leica questa scelta è la conferma di una continuità col passato ed una prova di coraggio che ci fa subito capire che il desiderio di questo costruttore è proprio quello di voler perseguire la qualità ad ogni costo, attraverso ogni sua realizzazione.
Una fotocamera digitale fullframe con ottica fissa, dotata di una focale grandangolare super-luminosa è una merce rara, verrebbe subito da pensare di compararla alla Sony RX1 R che tuttavia monta un obiettivo 35mm f 2 e produce un tipo di file raw proprietario che già mi fa dubitare perfino d'aver voglia di prendere in mano una fotocamera che poi mi farà passare le pene dell'inferno in post-produzione, se non disporrò di tutti i plug-in ed aggiornamenti del caso. Perplessità che comunque mi rimangono sulle possibilità future di gestire degli ARW 2.3 con pc e software diversi da quello che posso aver configurato per un uso specifico con fotocamere Sony. Fine del confronto Leica/Sony, non c'è nemmeno da pensare a questa cosa: vince Leica, punto e basta.
Nella vita bisogna avere qualche certezza ed io su questo punto non transigo, gli standard sono importantissimi, non è pensabile di dover continuare ad aggiornare delle configurazioni che possono riservare poi brutte sorprese quando meno te lo aspetti e dover essere sempre in ritardo nell'eterna rincorsa che ci vuol imporre il marketing di qualche marchio che perfino utilizza schede di memoria personalizzate.
Credo che a nessuno piaccia veder invecchiare alla velocità della luce ciò che si è appena comprato, solo perché sul mercato viene immesso un nuovo modello di fotocamera, una nuova scheda di memoria che fai fatica a trovare, un nuovo algoritmo che promette cose incredibili e cose di questo tipo.
Con Leica, su certi argomenti, mi sento rassicurato ed è per questo motivo che mi è venuta voglia d'avvicinarmi ai suoi modelli di fotocamere, fosse anche soltanto per provare che effetto fa tenerli in mano e rubare qualche immagine dietro le quinte di un set fotografico.
Ok, credo che abbiate compreso come la penso su queste questioni, forse sono un po' conservatore, magari un po' romantico, però è anche vero che per trasmettere delle emozioni con le immagini è necessario provare qualcosa al momento dello scatto e sentirsi in sintonia con lo strumento che si tiene in mano, oltre che avere in esso una totale fiducia.
La Leica Q è facile e veloce da usare, ti trasmette una certa impressione di solidità (che probabilmente con l'uso si trasforma in certezza) ed ha dimensioni appropriate per il tipo di fotografia che si propone di farti scattare. A me non piacciono i corpi macchina ed i comandi troppo piccoli, con la Q mi sono trovato a mio agio abbastanza in fretta. Ottima poi la soluzione d'agire in modalità "macrofotografia" ruotando un'apposita ghiera sul barilotto dell'obiettivo.
Personalmente, non ritengo che un obiettivo di 28mm sia una focale tuttofare, però apprezzo molto il fatto di offrire al pubblico un'ottica fissa di grande qualità e luminosità su una camera compatta, perché ritengo che il vantaggio del "piccolo formato" sia proprio quello di disporre di ottiche molto più luminose, rispetto ai formati "più grandi". Questi discorsi fatti all'epoca del digitale sembrano un po' strani, ma fortunatamente per Leica queste parole hanno ancora un senso poiché il marchio tedesco ha tra i suoi modelli anche una favolosa fotocamera di medio formato: la Leica S.
Non ci si può basare su un solo scatto per prendere una decisione, però con un po' di occhio ed esperienza si può incominciare a fare delle valutazioni, almeno per capire se ci interessa approfondire un discorso, oppure no.
Ho scattato la fotografia che vedete in questa pagina impostando la sensibilità della Q su 400 Iso perché l'obiettivo Leica Summilux 28mm f 1:1,7, con ben 3 componenti asferici, è veramente molto luminoso, cosa che mi ha permesso, a tutta apertura, di usare un tempo di 1/60 di secondo in luce ambiente mista fluorescente/led.
Seguono altri dati impostati per la realizzazione dello scatto che vi ho proposto. Programma esposizione: priorità dei tempi. Saturazione: normale. Nitidezza: normale. Bilanciamento del bianco: automatico. Messa a fuoco: automatica.
Molto probabilmente, i tubi fluorescenti presenti sul soffitto della sala di posa erano dei cool white, mentre le lampadine a risparmio energetico (credo fossero a led, ma non ho verificato), posizionate intorno agli specchi del tavolino per il make-up dei modelli, dovevano avere un tono più caldo. Ne risulta un'immagine con una temperatura di colore fredda per lo sfondo ed una temperatura di colore più calda per i soggetti.
Ho preso l'immagine in jpeg così come è stata registrata sulla scheda di memoria SD senza fare nessun tipo di lavorazione o modifica, tranne ridurne le dimensioni di tre volte, da 6000X4000 px a 2000X1333 px ed aggiungere il mio copyright in un angolo, per renderla riconoscibile. Risoluzione orizzontale e verticale: 300 dpi (Ovviamente questa è l'immagine che vedete voi, mentre io ho analizzato l'immagine alla piena risoluzione).
Leica pensa d'aggirare il problema della focale fissa con delle impostazioni che effettuano ingrandimenti digitali sulla parte del sensore, riconoscibili poi una volta che si apre Photoshop (che permettono anche di tornare all'inquadratura originaria), dando l'impressione d'utilizzare un 35mm, piuttosto che un 50mm, ma si tratta per l'appunto solo di un'illusione, perché effettuare un pre-taglio digitale in ripresa, ovviamente è qualcosa di diverso dal poter disporre di 3 focali diverse a piena definizione. 
Forse, chiamare quest'operazione pre-taglio non sarebbe nemmeno corretto perché poi in Photoshop si dispone dell'immagine completa, semplicemente annullando le squadrette di ritaglio (crop tool) dall'area di lavoro. Meglio allora parlare di una pre-visualizzane della focale da utilizzare, solo che poi non potendo disporre veramente delle altre 2 ottiche, questo intervento potrebbe rivelarsi soltanto un'operazione frustrante.
A questo punto, mi sento di dire che la colorimetria della Leica Q mi sembra piuttosto valida, sempre considerando che i corpi illuminanti utilizzati non sono l'ideale per avere una fotografia totalmente pulita e gradevole. L'incarnato ed i capelli del modello risultano leggermente giallo-verdi, per i miei gusti, ma facilmente correggibili con Photoshop.
La resa ottica mi soddisfa tantissimo e produce uno sfuocato molto bello, sia dietro il soggetto, che davanti. Non vedo rumore ed i neri sono neri. Le zone più sovraesposte corrispondono ai riflessi cromati dei porta abiti metallici che non introducono disturbi d'alcun tipo, ma al contrario contribuiscono a rendere l'immagine più viva e tridimensionale.
La definizione non mi ha impressionato, forse per il fatto che s'è verificato qualcosa di anomalo che sembrerebbe del micromosso, la cosa è strana perché solitamente riesco a gestire 1/60 di secondo, a mano libera, senza alcun problema. Può essere che non fosse attivo il sistema di stabilizzazione di ripresa, ma pur avendo utilizzato la fotocamera senza aver effettuato particolari regolazioni sul menu, non ritengo comunque questo fatto determinante. Inoltre, con un angolo di ripresa abbastanza ampio come quello di un 28mm ogni movimento verrebbe già attenuato, senza contare che un doppio otturatore meccanico-elettronico dovrebbe porre il fotografo al sicuro da ogni tipo di vibrazione parassita. Si tratta veramente di qualcosa poco percepibile, ma questa immagine non è perfettamente nitida come vorrei. Potrebbe anche essersi mosso il soggetto, ma anche in questo caso ritengo che 1/60 di secondo sia un tempo di posa sufficientemente veloce per bloccare il possibile movimento della testa del ragazzo inquadrato. Sicuramente, la profondità di campo è molto esigua, in conseguenza al fatto che si sta lavorando a tutta apertura, però il fuoco è stato fatto in corrispondenza degli occhi che appaiono effettivamente più a fuoco del resto del soggetto.
Potrei ipotizzare una resa ottica non strabiliante a tutta apertura, ma sono più propenso a credere che il sistema di messa a fuoco basato sulla misurazione del contrasto possa essere leggermente impreciso in condizioni di luce scarsa ed a tutta apertura del diaframma. 
Sicuramente, sarebbe meglio fare altre prove prima di dire che ho trovato un punto debole in una fotocamera che farebbe tremare un po' la mano al momento di firmare un assegno, una volta che si procede all'acquisto.
Ottima invece l'esposizione automatica. Tony Graffio

Relax in camerino - Leica Q (Typ 116)

domenica 1 novembre 2015

Gibellini folding cameras, le Pagani della fotografia

Era già da quasi due anni che avevo sentito parlare molto bene di Alessandro Gibellini e delle sue folding speciali di grande formato. Avevo contattato Alessandro telefonicamente, attraverso un amico comune, per recarmi a farmi visita da lui, per vedere come lavora nel suo laboratorio. Se si temporeggia troppo però, poi si perde il momento favorevole per fare le cose e sentendo che anche Alessandro era molto impegnato, ho preferito dedicarmi al altre cose da scoprire. Poiché per un blogger indipendente è sempre importante arrivare prima degli altri sulle notizie, una volta che le riviste del settore hanno iniziato a scrivere delle folding Gibellini, ho lasciato cadere la notizia, ma adesso che ho potuto conoscere il giovane imprenditore di persona al Photoshow 2015, sono riuscito a trovare nuovo interesse per il suo lavoro e per le novità che sta per presentare. TG

Gibellini Fotocamere di Grande Formato
Il design caratteristico di Gibellini messo in evidenza dal telaio senza soffietto e standarta posteriore sul modello N, interamente d'alluminio

Tony Graffio intervista Alessandro Gibellini

Tony Graffio: Ciao Alessandro, chi sei? Quanti anni hai? Dove sei nato? Cosa fai?

Alessandro Gibellini: Ciao, sono Alessandro Gibellini, il fondatore della Alessandro Gibellini Project and Co. Ho 25 anni e sono nato a Sassuolo. Tre anni fa mi è venuta la passione per la fotografia e mi ha preso talmente forte che abbiamo iniziato subito a progettare delle macchine fotografiche a banco ottico, proprio per l'amore per la pellicola e la fotografia tradizionale. Siamo riusciti a creare un prodotto professionale sia per gli usi con la pellicola che con il collodio umido. Adesso stiamo progettando gli ultimi modelli della serie “N” che saranno fatti interamente d'alluminio e fibra di carbonio, per riuscire a raggiungere degli elevati standard tecnici e qualitativi per essere utilizzati sul campo da professionisti di diversi settori.

Tony Graffio: Prima d'utilizzare il grande formato, come fotografavi?

Alessandro Gibellini: In digitale. Poi sono passato al medio formato in pellicola, la cosa era talmente interessante e talmente più emozionante del digitale che ho iniziato a fotografare anche in grande formato. Nel grande formato non ero soddisfatto delle fotocamere che trovavo in commercio, così mi son detto: proviamo a costruire un apparecchio con i requisiti estetici e funzionali che mi possano soddisfare.

Tony Graffio: Che cosa non ti soddisfaceva? I costi? La meccanica? L'aspetto estetico?

Alessandro Gibellini: Essendo partito in questa avventura all'età di 22 anni, sicuramente trovavo i costi eccessivi, poi la semplicità di certe soluzioni non mi convinceva. Inoltre, volevo costruire delle macchine con un mio design. Ho voluto creare un prodotto dal design più leggero.

Tony Graffio: Che studi hai fatto?

Alessandro Gibellini: Ingegneria civile. A Modena.

Tony Graffio: Questi studi ti hanno aiutato a trovare la tua strada? Ad impostare un'officina meccanica?

Alessandro Gibellini: Sì, assolutamente, soprattutto nell'impostare la mentalità con cui bisogna analizzare i problemi.

Tony Graffio: Sei partito proprio da zero? In famiglia non c'era nessuno che s'occupava di queste cose?

Alessandro Gibellini: Sì da zero, in famiglia tutti sono sempre stati dottori, non c'era nessuno nel campo della meccanica, né dell'ingegneria e tanto meno nella fotografia.

Tony Graffio: So che la tua attività ha un buon successo all'estero, perché?

Alessandro Gibellini: Sì, è vero, soprattutto all'estero, perché all'estero apprezzano una cosa che gli italiani talvolta non apprezzano, ovvero il Made in Italy. La qualità dei prodotti italiani e la nostra capacità di creare prodotti con un bel design, con qualità e materiali diversi da quelli usati nel resto del mondo.

Tony Graffio: Il design è tuo?

Alessandro Gibellini: Sì, il design è nostro ed è stato anche brevettato a livello comunitario, per cui il design è uno dei componenti principali delle nostre macchine.

Tony Graffio: Ovviamente, tu lavori anche su ordinazione...

Alessandro Gibellini: Sì, certo, prevalentemente su ordinazione perché le macchine sono completamente personalizzabili.

Tony Graffio: Quali sono le richieste più frequenti?

Alessandro Gibellini: I colori dei soffietti, i colori dei pomelli, il colore delle viti, noi prossimo fornire viti in titanio in colori che vanno dal blu al rosso, al nero. Sui modelli in legno ci richiedo, oltre al modello, l'essenza del legno.

Tony Graffio: Voi lavorate anche il legno, o queste realizzazioni le date ad ebanisti esterni?

Alessandro Gibellini: Dipende dal tipo di legno che viene richiesto. Abbiamo modelli in ebano che vengono tutti lavorati da ebanisti, oppure modelli in mogano o rovere che riusciamo a realizzare internamente.

Tony Graffio: Il soffietto lo producete voi?

Alessandro Gibellini: Il soffietto è prodotto internamente.

Tony Graffio: E' tutto Made in Italy?

Alessandro Gibellini: E' tutto Made in Modena, a dir la verità.

Tony Graffio: Il fatto che esistano certe eccellenze meccaniche automobilistiche nella vostra zona, vi aiuta?

Alessandro Gibellini: Sì questa cosa ci aiuta molto, perché le stesse officine che realizzano i pezzi per determinate case automobilistiche realizzano gli stessi componenti delle nostre macchine.

Tony Graffio: Stiamo parlando di marchi molto prestigiosi?

Alessandro Gibellini: Sì, molto.

Tony Graffio: Possiamo citarne qualcuno?

Alessandro Gibellini: (Sorride) Secondo me, no, ma sono quelli del modenese, li conosciamo tutti.

Tony Graffio: Mi puoi spiegare questa tua scelta d'utilizzare come vetro smerigliato per la messa a fuoco il plexiglass?

Alessandro Gibellini: Il plexiglass è stato usato prevalentemente per una questione di riduzione di pesi e ridurre la possibilità di rotture che si avrebbero utilizzando il vetro.
Il vetro potrebbe creare problemi durante il trasporto ed anche procurare ferite all'utilizzatore del nostro prodotto.
Il plexiglass oltretutto è facile da incidere a laser per ulteriori personalizzazioni richieste dai clienti. Noi spesso inseriamo il nome del cliente sul plexiglass.

Tony Graffio: Puoi farmi il nome di qualche fotografo conosciuto che si serve da voi?

Alessandro Gibellini: Purtroppo, non possiamo dirlo. Comunque dal 2014 ad adesso abbiamo venduto 60 unità delle nostre fotocamere, adesso contiamo di aumentare ulteriormente le vendite per far riscoprire a tutti la bellezza del grande formato.

Una Gibellini di legno e titanio dal soffietto personalizzato. Dagli USA giungono molte richieste per i soffietti colorati a stelle e strisce.

Tony Graffio: Che formati particolari vi vengono richiesti?

Alessandro Gibellini: I formati panoramici, 4X10, 8X20, 12X20, 7X17.

Tony Graffio: Il mio amico Kurt Moser che cosa vi ha richiesto?

Alessandro Gibellini: Kurt vuole una 16X20 pollici con il nuovo design della nuova serie “N”, in alluminio.

Tony Graffio: Parliamo dei prezzi, in che gamma siamo?

Alessandro Gibellini: I prezzi variano molto: dai 1800 euro per i modelli entry level, fino ai modelli top di gamma totalmente in carbonio, dove una 8X10 costa intorno ai 10000 euro.
Il cliente può personalizzare al 100% il prodotto, oltre che in base alle proprie esigenze, anche a seconda delle proprie disponibilità economiche.

Tony Graffio: Con cosa viene fornita la macchina?

Alessandro Gibellini: La macchina è completa, esclusa ottica e chassis.

Tony Graffio: Hai in progetto qualcosa di nuovo anche per gli chassis, li costruirai d'alluminio? Perché?

Alessandro Gibellini: Stiamo per lanciare nuovi chassis interamente d'alluminio con i volet in fibra di carbonio che oltre alla leggerezza sono in grado di garantire un'ottima robustezza e stabilità nel tempo, cosa che la plastica non riesce a fare, anche a causa delle deformazioni che si vengono a creare a causa delle variazioni di temperatura.

Tony Graffio: Quanto costeranno questi bellissimi chassis?

Alessandro Gibellini: Gli chassis 8X10 costeranno indicativamente intorno ai 300-350 euro.

Tony Graffio: Tutto sommato un prezzo interessante, anche perché ormai gli chassis nuovi non si trovano più... E te li fanno pagare sui 150-200 euro.

Alessandro Gibellini: Sì, assolutamente, poi erano prodotti diversi perché erano tutti realizzati in plastica, o legno.

Tony Graffio: Avete in mente anche altri prodotti nuovi?

Alessandro Gibellini: Vorremmo realizzare anche dei cavalletti completi, per le nostre fotocamere, che abbiano delle teste adeguate per supportare, non tanto il peso, che abbiamo visto essere abbastanza ridotto, ma le dimensioni abbastanza impegnative delle folding di grandissimo formato. Anche i cavalletti verranno realizzati con la massima attenzione possibile verso il design e con materiali come il titanio, la fibra di carbonio e l'alluminio perché ci interessa espandere la penetrazione del marchio Gibellini. Tutte le nostre lavorazioni sono d'altissima qualità e precisione, anche perché ci avvaliamo di una ditta che realizza componenti aerospaziali.

Tony Graffio: Le viti in titanio le fate e le colorate voi?

Alessandro Gibellini: Solo quelle in titanio che possono essere ordinate in colorazioni speciali, altrimenti le macchine montano le viti in acciaio inox con la testa torx bombata che già sono viti veramente eccezionali.

Tony Graffio: Come viene fatta la colorazione?

Alessandro Gibellini: La colorazione delle macchine d'alluminio viene realizzata attraverso l'anodizzazione dura con uno spessore di 40 Micron e un trattamento al PTFE, quindi teflonata, per garantire una fluidità ed una scorrevolezza eccezionale durante i movimenti.
Tutti i movimenti scorrono su boccole in Delrin ed offrono anch'esse una perfetta fluidità meccanica.

Tony Graffio: Utilizzare molti materiali speciali come titanio, inox, carbonio, legni pregiati è una vostra caratteristica che vi contraddistingue dagli altri costruttori?

Alessandro Gibellini: Sì, direi di sì, così tanti materiali in un unico prodotto, in questo settore non li usa nessun'altra ditta.

Alessandro Gibellini 25 anni, imprenditore.
Al Photoshow 2015 l'ingegnere modenese è stato ospitato presso lo stand di Ilford. Sullo sfondo una nuova Gibellini point and shoot di legno.

Tony Graffio: Da poco avete anche un rivenditore a Londra?

Alessandro Gibellini: Sì cerchiamo di essere presenti in UK, perché lì c'è un mercato che dimostra molto interesse verso di noi.

Tony Graffio: Pensate d'ingrandirvi ulteriormente?

Alesandro Gibellini: Quella è la nostra priorità.

Tony Graffio: Fino ad adesso come hai fatto a farti conoscere?

Alessandro Gibellini: Principalmente con Facebook ed il passaparola che questo social network porta.

Tony Graffio: Ti ringrazio Alessandro, è tutto.

Alessandro Gibellini: Grazie a Voi.




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