domenica 6 aprile 2014

Il Castello di Zak

Transitando sulla grande strada intorno alla città si vedono dei palazzi che fanno parte di uno stesso complesso industriale che un tempo produceva liquidi speciali per usi industriali. 
Questo sito produttivo ed i suoi uffici sono chiusi da circa una ventina d'anni, ma al suo interno talvolta si introducono varie persone per i motivi più diversi, spesso per dipingere sui muri, infatti è facile vedere gli splendidi graffiti che ricoprono superfici molto estese anche dall'esterno. 
Il posto è abbastanza tranquillo, non si sentono nemmeno passare le automobili che corrono a più di 100 km/h sul vicino viadotto, trovarsi qui è veramente come stare all'interno di un fortino dalle alte mura e dai cancelli inviolabili, infatti entrare in questo posto è molto difficile e una volta all'interno bisogna fare estrema attenzione perché distrarsi anche un solo istante in questi spazi può rivelarsi mortale e non esagero. 
Io sconsiglio vivamente dal recarsi in questo posto per visitarlo e vedere le opere dipinte sui muri, guardate le mie fotografie, ne ho caricate tante appositamente per questo motivo e state alla larga, io stesso mi sono reso conto d'aver corso grossi rischi  che potevano costarmi molto caro.
Avendo capito in anticipo la particolarità di questo sito mi sono recato qui con un amico, proprio perché quando si fotografa si è molto distratti e finire in fondo ad un pozzo fracassandosi le ossa e non essere soccorsi da nessuno può capitare molto più facilmente di quanto si creda.
Contrariamente alle finalità di questo blog che solitamente consentono di trovare perfino latitudine e longitudine dei luoghi della street art, ho deciso che in questo caso non fornirò alcuna indicazione per individuare questi palazzi, chi già li conosce sa dove sono, ma a tutti gli altri dico chiaramente di non cercarli ed assolutamente evitate d'entrare qui perché ci sono grossi buchi molto profondi, in stile trappole Viet Cong, sia nel terreno che all'interno dei palazzi, basta un piede messo nel posto sbagliato e si rischia la vita inutilmente. In questo sito sono già accaduti incidenti gravissimi ad un paio di persone. Mai e poi mai vi venga in mente d'entrare in questo luogo, meno che mai di notte o col buio, ne va davvero della vostra incolumità.

Tetti del Castello di Zakula
Una visione dall'alto del corpo centrale del "Castello di Zak"

Sono presenti opere di autori diversi e stili differenti

Io apprezzo molto lo stile di Tenia che ha disegnato molti lavori in questi spazi

Mano Mano


Quasi un alfabeto completo


Una rara cornice angolare


Una finestrella diventa la bocca di un essere inglobato nell'edificio


Contest under pressure - Noye 313


Cormano view
Free room


Zak
Zio Zak

Fortunatamente, durante la mia esplorazione ho incontrato un essere astrale che per rendersi visibile e comunicare con me s'è densificato energeticamente assumendo le sembianze del guardiano del castello. 
Questo luogo è conosciuto come il castello di Zak, o altre volte di Zakula, proprio perché, a seconda delle proprie fedi mistiche o, esperienze spirituali, Zak assume il ruolo di angelo custode o di guardiano del castello che per chi non lo conosce ha una connotazione un po' lugubre, ma che in realtà è un luogo d'amore.

Personalità schizofrenica

Probabilmente, anch'io potrei assumere una doppia o triplice personalità se mi ritrovassi una seconda bocca sulla fronte che parla in maniera incontrollata di ciò che osserva il terzo occhio, l'occhio in grado di vedere i veri pensieri che passano per la mente delle persone e che è in grado di capirne anche i veri sentimenti che hanno nel cuore.

Canemorto, Jons, Sbafe

La ricerca di un accesso al castello ci ha portato a vagare lungo il perimetro delle mura esterne; s'è trattato di una passeggiata che non ci ha portato a nessun risultato se non a quello di trovare le firme di tre street artist in una posizione irraggiungibile che si affaccia sulla tangenziale di Milano.

Il palazzo del giocatore di golf capovolto e di Canemorto

Questa mattina la giornata era molto bella, né troppo calda, né fredda, in genere queste sono le giornate migliori per avere un cielo limpido ed una grande visibilità atmosferica.

La testa del giocatore di golf

Le gambe del giocatore di golf, la mazza ed una pallina rossa

Un personaggio del genere a testa in giù potrebbe voler rappresentare un disegno politico per sovvertire un sistema di potere conservatore che non lascia spazio alla fantasia dell'uomo ed alla speranza di costruire una società migliore, più libera e più giusta.


 Disegno Tenia al Castello di Zak
Aleister Crowley Bambino con corna di montone e genio della lampada che ne dirige i pensieri ed i desideri

Non so se Tenia sarà d'accordo con me, ma io in questo personaggio, come in molte altre rappresentazioni grafiche teniane, vedo un essere innocente in balia del grande becco (mi hanno confermato che il soggetto ritratto è Aleister Crowley, discusso occultista e satanista), ovvero vedo un controllo satanico della mente dei giovani, idea rafforzata nei suoi contenuti anche dalla presenza dei piccoli cadaverini che sembrano dipingere la scenografia della vita del ragazzo, e dal piccolo essere robotico sulla testa del ragazzino che sicuramente ha lo scopo di dirigerne i pensieri e le azioni.
Il triangolo rosso alle spalle del piccolo automa potrebbe voler ricordarci che esistono anche delle forze del bene, se non addirittura un Dio che è superiore a tutti e a tutto e che comanda i sentimenti, più che la ragione. Tutto sommato il messaggio finale lascia intravedere una strada positiva, a patto di seguire la propria vera indole in modo sincero e spontaneo. E' possibile sfuggire da coloro che vogliono esercitare su di noi una forma di controllo mentale fin dall'età infantile, ma non è facile mettere in contatto la nostra mente con la nostra anima perché i soldati che lottano le battaglie per le forze del male sono molto numerosi, mentre le emanazioni dell'energia divina sono più rare, anche se più potenti.


Tenia
La lampadina è accesa sulla testa dell'uomo più cattivo che sia mai esistito

La lampadina dell'essere robotico è accesa perché la sua funzione è attiva, a differenza dello sguardo del ragazzino che è un po' assente, come quello di una persona dal cervello spento. Questa figura è costruita in modo triangolare, quasi a ricordarci la triplice identità della figura divina che è padre, figlio e Spirito Santo. Satana esercita sempre un certo fascino prima di carpire la fiducia delle sue vittime; il bambino posseduto da un demone, ovvero con un altro essere dentro di sé, l'omino robotizzato, o spiritato con lampi d'energia elettrica, potrebbe essere una rappresentazione equivalente ad una trinità satanica molto pericolosa, anche se opera sotto lo sguardo divino.


Cadaverino con telecomando

Nei particolari si cela il vero significato dell'opera. 
Come in un dipinto medievale d'argomento sacro, la simbologia è molto importante.
Tenia s'esprime attraverso dei simboli moderni, ma agisce in modo esoterico, come dipingevano i maestri del passato. Il dipinto va letto in ogni sua parte perché altrimenti può sfuggirci il contenuto.
L'uomo non è più padrone di se stesso, viene comandato in vari modi dalle schiere delle forze del male; il cadaverino demoniaco che fuoriesce da un piccolo cespuglio sembra appoggiare il pollice della mano destra sul tasto inferiore di un telecomando, perciò impone un impulso negativo al ragazzino che si trova sotto una triplice influenza negativa: dal capo dei cadaverini, dal demone che ha dentro di sé e dall'essere artificiale sopra la testa del fanciullo.
Ci sarebbero altre cose da precisare, ma mi sembra d'aver detto abbastanza, anche se in un secondo tempo vorrei approfondire l'idea della morte che traspare dalle opere di Tenia.

Giocatore di tennis a testa in giù Ema Johns

Quest'uomo macrocefalo e deforme che sembra avere 4 braccia non è un vero giocatore di tennis, ma la rappresentazione da incubo di un personaggio che vive in un mondo adiacente al nostro che può emergere in momenti particolari in cui la nostra mente viaggia al di fuori dei confini che le vengono normalmente dati da sovrastrutture culturali, biochimiche e mentali che di solito vengono decise dall'ambiente sociale nel quale ci troviamo. 
Due mani che impugnano due manici di una stessa racchetta potrebbero significare il desiderio di far coesistere aspetti diversi della propria personalità per agire in modo da collaborare all'ottenimento di un risultato comune che potrebbe essere identificato nella cattura della pallina, cioè di un obiettivo perfetto, ma ignoto.
Stranamente, in questo disegno solo la pallina da tennis sembra avere un ombra, il che rafforza l'idea che il giocatore mutante non appartenga a questo mondo, mentre gli scopi da raggiungere si trovano nel mondo reale.
Può un'entità immaginaria, o appartenente ad un mondo parallelo, conseguire obiettivi nel mondo fisico reale nel quale ci muoviamo abitualmente? Difficile dirlo, potrebbe anche capitare, a patto di trovarsi in condizioni particolari, fatto sta che trovarsi all'interno di un "castello incantato" rafforza il contatto con mondi più sottili e ci estranea dalla realtà dando vita a rappresentazioni del mondo fantastico, o parallelo, particolarmente interessanti, io stesso, durante la mia permanenza all'interno di questo microcosmo al di fuori del tempo e della città degli uomini, ho percepito atmosfere molto particolari che m'inducevano ad una profonda introspezione.


Famiglia psichedelica -Tilf

Anche questi improbabili personaggi, all'interno di uno spazio avulso dalla vita quotidiana
della città sembrano avere una propria dignità esistenziale, non mi sorprenderebbe se un giorno dovessero staccarsi dal muro e incamminarsi alla ricerca dei propri simili.


Guerriero Maya sperduto -Tilf

Questo è quello che mi fa venire in mente questo personaggio colorato dall'espressione triste. Ovviamente, si tratta di una mia valutazione personale che può essere distante anni luce dalle intenzioni dell'autore dell'opera, anche perché non tutti sono coscienti di ciò che esprimono durante le loro trance creative.


Grande cellula pensante


Dettaglio del centro della cellula

Alcuni lavori dei Canemorto


Gattoleonte


Cane mannaro dagli occhi rossi


C'è chi è felice d'andare in ufficio e chi appena si siede alla scrivania diventa aggressivo


Natura vibrante e palazzi diroccati


Paesaggio post-industriale


La rabbia ha i denti quadrati

Cane morto e la bottiglia di vino

Metà uomo metà cane


Sbafe, EmaJones Tilf, CaneMorto


Tracce di perduta umanità


Vietato fumare Nymco
Vietato fumare


Furgone rovesciato


L'angolo in ombra


Volto triste e finestra aperta


Palloncini in fuga


Angelo blu

La chiave simbologia
La chiave e la toppa 1 - Canemorto

Abbiamo già visto una bella opera dei Canemorto dove un uomo allungato per terra sosteneva una chiave con due mani; in quell'occasione non mi ero soffermato a spiegare il significato di questa visione, ma ora che questa simbologia si ripropone in forma più complessa, vale la pena di accennare un'interpretazione.
La chiave è un oggetto importante perché rappresenta una forma di maturità, potere personale ed emancipazione, è attraverso questo strumento che si può accedere a tesori importanti, o anche per mezzo di una chiave si può diventare padroni del proprio destino.


Canemorto
La chiave e la toppa 2 - Canemorto

L'identità del personaggio raffigurato dai Canemorto non è molto chiara, potrebbe essere una specie di uomo-gatto privo di un occhio, ma la presenza di due mammelle non dovrebbe lasciar dubbi, siamo in presenza di una donna, o anche di un uomo che sta cambiando il suo genere sessuale. Tuttavia, non ritengo che l'identità sessuale del soggetto sia un dettaglio importante, il personaggio raffigurato in questa immagine potrebbe essere un uomo, una donna o anche un essere intermedio, ciò che il dipinto ci vuole dire è valido per ogni genere sessuale.
La chiave per poter funzionare necessita ovviamente di una toppa in cui girare, ovvero di una compartecipazione della parte maschile e di quella femminile, di yin e di yang. 
Con l'avvento della maturità fisica le persone si sentono libere di disporre della propria sessualità, ma in realtà ognuno ambisce a trovare la propria anima gemella ed a condividere con la propria compagna o con il proprio compagno anche un'intesa spirituale ed intellettuale.
La dimostrazione che questo sia il messaggio dei Canemorto sta proprio nel modo particolare in cui viene sostenuta la chiave dalla mano del grande personaggio multicolore.
L'anello della chiave è infilato nell'anulare che rappresenta il dito del cuore e del matrimonio, come per dire che solo attraverso un'unione completa si potrà conoscere la vera gioia dell'atto sessuale.

La chiave e la toppa 3 - Canemorto


Nome Noye

Mandala con occhi di Amina


Mandala con donna e piume


Noye con maschera


"La boxe è come la magia di uomini nell'atto di combattere  la magia della volontà, della capacità e del dolore di rischiare il tutto per tutto così che uno possa rispettare se stesso...
Per il resto della sua esistenza! Un po' come scrivere."


"Un corpo maledetto di cui non ci si può liberare, fatto apposta per ricevere dolore."


Caricatura di Zak


Mandala del Lotus - Amina


Rosa gialla di Tenia


Albero samurai, maiale, civetta e scimmietta con bandierina - Tenia

Triple face di Tenia


Make your Future - Carlo72


Zak osserva il suo riad


La sala dei bambini


Ascensore
Tromba d'ascensore protetta da grata


Qua viene mostrato uno dei pericoli di questo sito onirico, un uomo che cercava riparo, una notte è caduto nella tromba dell'ascensore ed è stato poi molto complicato estrarlo per poterlo soccorrere, si è salvato miracolosamente, ma ha avuto il corpo distrutto. 
Vivendo nel nostro mondo è necessario che anima e corpo restino in equilibrio tra loro, danneggiare l'una o l'altro significa avere una vita impossibile, ma questo credo sia chiaro a tutti.


Gargoyle - Noye


Gallina azzurra 1 - Tenia


Uova azzurre e pulcino 2 - Tenia


Pulcino ed omino verde con tuba e margherita blu 3 - Tenia


Omino-bulbo 4 verde


Testa di cane rosso CNN - Afops - Owe


Asterix


Cuore demoniaco ingabbiato da due cani ed un robot - Tenia


Fantasma imprigionato in un muro


Dettaglio del fantasma nel muro


Visione dall'alto di graffiti vari 1


Visione dall'alto di palazzi e graffiti


Cane morto con bottiglia e ibrido umano-canino


Visione di graffiti vari dall'alto 2


Libri finti clandestini nel castello di Zak e zebra pseudoumana


Robot Mano-Mano


Robot E corridoio


"Quando hai davanti un'unica strada non rischi di perderti"


Ele ritrae Zak


4 regole


In questo castello ci sono belle presenze


Skateboarder


Omino con anello al naso e topini -Tenia


Spazi liberi


Tra l'anima e la pelle c'è l'amore - Amina

Difficile spiegare cosa sia esattamente l'amore, questa definizione poetica di Zak è molto appropriata perché i sentimenti sono qualcosa che sembra non appartenere al mondo fisico, ma che sta a metà strada tra corpo e anima.
Ultimamente, ho anche sentito parlare dell'amore come dell'unico tipo di follia accettata socialmente. In un certo senso, nemmeno questa è una definizione sbagliata.


Zak ed il suo mondo immaginario

Come spesso mi succede, vorrei vedere tutto e subito, conoscere tutto quello che si può sapere di un luogo o di una situazione, così percorro velocemente spazi ed itinerari alla scoperta di cosa si può nascondere dietro l'angolo di un muro o tra le pieghe interdimensionali. Forse, nella fretta non ho realizzato fotografie splendide, ma questa esplorazione al Castello di Zak è stata comunque molto proficua perché mi ha fatto vedere molte cose interessanti, in più sono stato accompagnato nel mio percorso da una figura molto premurosa e gentile come Zak, anche se in realtà non ho ben capito se costui sia una figura immaginaria, o una persona fisica.
Mi ha fatto piacere trovare tante opere d'autori che stimo particolarmente, proprio perché capaci di evocare nei loro affreschi una moltitudine di simboli e significati esoterici che risvegliano la mia curiosità iconografica.
Avrei forse potuto approfondire maggiormente il significato nascosto di ogni singolo graffito presente in questa pagina ed in questo blog di Tony Graffio, ma sarebbe stato un'impresa forse troppo pesante per una persona sola che ultimamente ha anche qualche difficoltà a disporre liberamente del proprio tempo.
Finalmente sto riuscendo a trovare un mio equilibrio che mi porti ad esporre i miei pensieri personali partendo dall'osservazione di quello che  mi circonda, sia che si tratti di eventi fisici, sia che si tratti d'eventi che si verificano ai margini del mondo conosciuto e normalmente indagato. Tony Graffio

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sabato 5 aprile 2014

Vincenzo Silvestri, un self-made man ci parla della sua attività


La settimana scorsa, presso la villa Medicea di Artimino, nelle vicinanze di Carmignano (Prato), si è svolta la decima edizione del Silvestri Digital Workshop, un interessantissimo appuntamento organizzato da Silvestri s.r.l., l'unico produttore di fotocamere professionali esistente in Italia; l'evento ha visto la partecipazione di alcuni importatori e distributori di materiale fotografico, apparecchiature professionali per illuminazione ed accessori.
Oltre alla possibilità di vedere i nuovi prodotti, di provarli e di chiedere chiarimenti ai tecnici che rappresentavano tra gli altri: Mamiya Leaf, Phase One, Hoya Filters, Elichrom, Quantum, Sunbounce.it, X-rite e Leica, si poteva anche partecipare gratuitamente alle conferenze tenute da professionisti del settore su argomenti che riguardavano l'organizzazione dei progetti fotografici, la ripresa e gli accessori utili per il controllo dell'immagine, l'elaborazione del file digitale, l'illuminazione e la composizione dell'immagine, per terminare con la stampa fine art nei libri fotografici, in modo da interessare praticamente tutto il ciclo produttivo dell'immagine fotografica professionale.
Conoscevo le fotocamere Silvestri come dei prodotti di qualità molto versatili, agili ed innovativi, ma non avevo mai avuto occasione d'avvicinarmi a queste fotocamere, anche perché l'azienda Silvestri già da tempo aveva scelto di non essere presente ad eventi fieristici per il grande pubblico, come può essere il Photoshow, ma ha preferito rivolgersi direttamente ad un mercato già orientato verso la scelta di un prodotto specialistico, in grado di risolvere i problemi di chi si dota di dorsi digitali di medio formato ed ha l'esigenza d'effettuare riprese fotografiche architettoniche di grande qualità.
Per conoscere meglio la storia dell'azienda, le scelte effettuate nel corso dei circa 31 anni d'esistenza di questo marchio e capire meglio la filosofia aziendale, ho pensato di parlare direttamente con il fondatore della Silvestri s.r.l. e di farmi raccontare direttamente da lui come si sono sviluppate e realizzate le sue idee.

Vincenzo Silvestri fondatore della Silvestri srl
Vincenzo Silvestri fondatore della Silvestri srl

Vincenzo Silvestri nasce a Pistoia il 29 marzo 1940, inizia fin da ragazzo, come è capitato a tantissimi italiani che hanno vissuto in quel periodo storico di entusiasmo e ricostruzione, ad andare ad imparare un lavoro presso un'officina che si occupava di meccanica generica.
La meccanica viene da lui vissuta come costruzione, geometria, numeri e manualità, non si tratta soltanto di un'occupazione che gli permette d'avere il suo primo reddito, ma anche di un'occasione che lo fa riflettere sulle proprie capacità manuali, ideative ed estetiche.
Nel 1961 Vincenzo cambia attività e si trova a lavorare come dipendente presso un'azienda che si occupa di riproduzioni artistiche. Questo lavoro lo impegnerà fino al 1966.
Nel 1967, apre un suo studio fotografico a Firenze, anche quegli anni sono speciali perché circolano nuove idee tra i giovani che iniziano ad avere una visione diversa della vita, il 1968 porta un cambiamento sociale che induce le persone a ricercare di realizzarsi non soltanto per motivi economici, ma soprattutto attraverso il perseguimento di obiettivi positivi e nel tentativo di compiere qualcosa di personale con le proprie capacità o con il proprio ingegno.
La fotografia fotochimica era qualcosa di totalmente diverso dalla fotografia digitale dei nostri giorni, in quegli anni la fotografia si costruiva all'interno della macchina fotografica con un misto di estetica, meccanica, ottica e chimica. La fotografia si vedeva soltanto dopo, alla fine dell'iter produttivo, non c'era un risultato immediato come adesso, la fotografia andava immaginata e poi realizzata, perciò bisognava saper visualizzare piuttosto precisamente il risultato che si voleva ottenere. Allo stesso modo, oltre alle conoscenze d'ottica e di meccanica, bisognava avere una buona cultura sensitometrica che portasse ad un buon equilibrio cromatico, capendo che pellicola usare e come trattarla, cosa che poteva voler dire anche dirimere eventuali problemi ambientali legati al laboratorio di sviluppo e stampa.
Oggi, per certi aspetti, fotografare può risultare più semplice d'un tempo perché oggi si può correggere e talvolta ricostruire graficamente al computer ciò che non ci soddisfa o che non è stato ripreso correttamente, ma questo non significa che la fotografia professionale possa essere sempre praticata con mezzi non adatti alla correzione prospettica delle linee perché un conto è comporre un'immagine perfetta in ripresa e tutta un'altra storia è rielaborare l'immagine in modo digitale. Ovviamente, i risultati migliori si ottengono in ripresa ed è per questo che ha ancora senso produrre ed utilizzare strumenti specialistici come le fotocamere Silvestri che offrono una gamma completa di prodotti, in grado di attuare un semplice decentramento con una piastra mobile, oppure utilizzano sistemi più complessi e flessibili in modo da basculare e decentrare per mezzo di elementi mobili più completi.
L'idea di proporre un prodotto nuovo, in una nicchia del mercato internazionale della fotografia si fa largo in Vincenzo Silvestri agli inizi degli anni 1980, quando, parlando con l'archittetto Nustrini di Firenze, un fotografo che fu anche pilota e progettò l'aeroporto di Oakland in USA, emerse il desiderio di disporre di una fotocamera grandangolare per usi architettonici. 
Questo è il ricordo che Silvestri ha di Nustrini e della sua intuizione: "Era un pilota di aerei appassionato e anche pilota di linea; morì in Nuova Zelanda in un incidente aereo precipitando in mare mentre osservava il navigatore italiano Soldini. Nustrini mise insieme un apparecchio rudimentale per foto di architettura, si basava su un dorso della Mamiya RB 67 completo di magazzino della stessa. Il dorso era applicato ad una piastra in alluminio con un foro fisso decentrato in alto, sul quale era applicato un obiettivo Super Angulon 47mm completo di elicoide, credo che mio cugino Marcello Silvestri (fotoriparatore) avesse partecipato all'operazione."
In quel periodo, proprio perché tra i fotografi nel giro di conoscenze di Silvestri esisteva un'effettiva richiesta di questo genere di prodotto, Vincenzo decise di credere in questo progetto, e studiare una fotocamera nuova che poi prese il nome di SLV, una sigla che in qualche modo celebrava l'amore di un giovane imprenditore per la propria famiglia, ciò avvenne in una prima fase in cui nello studio di Firenze si realizzavano i progetti delle fotocamere con disegni e rudimentali prototipi di pre-produzione.
Nel 1983 Vincenzo Silvestri chiuse il proprio studio fotografico e si dedicò alla produzione della SLV, il suo primo modello di fotocamera decentrabile di 25 mmm. verso l'alto, oppure verso il basso, dotato inizialmente di ottica fissa Super Angulon Schneider da 47 mm.
La SLV venne distribuita all'inizio soprattutto in Gran Bretagna, USA, Canada, Francia, Germania e Giappone, grazie a Lorenzo Cattaneo di Genova.
Silvestri ricorda con particolare soddisfazione quella prima fase gloriosa della sua avventura imprenditoriale, quando l'azienda era ancora a Firenze ed il successo commerciale era arrivato velocemente, erano gli anni dal 1983 al 1999, in quell'epoca i pezzi erano realizzati in officine esterne e poi assemblati in Silvestri.
Nel 1999 Silvestri si trasferisce nella nuova sede di Montespertoli e si dota di macchinari propri a controllo numerico e la precisione dei prodotti migliora ulteriormente.
Dagli anni 1990 si affronta la nuova sfida della fotografia digitale, si procede in maniera progressiva nel capire le esigenze del nuovo mezzo tecnico. Bisognerà fare parecchie prove per capire la resa dell'insieme meccanico, ottico ed elettronico e apportare molte modifiche per far funzionare il tutto.
Da principio i sensori erano più piccoli ed avevano dimensioni di cm 4X4, all'inizio si provò ad utilizzare le ottiche tradizionali, ma pian, piano si capì che queste andavano riprogettate per il formato più piccolo; non si potevano usare ottiche che risolvevano 20 linee per mm. con un pixel di 5 micron, il cerchio di copertura risultava troppo grande.
Si cercò di contattare Schneider e Rodenstock per riprogettare le ottiche per l'uso digitale, ma all'epoca un'operazione del genere avrebbe richiesto investimenti economici troppo onerosi, era pertanto un'operazione improponibile anche per queste leggendarie aziende che in quel periodo non se la passavano molto bene.
Fortunatamente, lo stato tedesco intervenne a sostegno di questo storico settore e si riuscì a collaborare per la produzione dei nuovi prodotti.
Un altro problema che dovette essere affrontato risiedeva nella difficoltà d'interfacciare i primi dorsi digitali alla macchina fotografica perché bisognava dare un comando preciso per quando aprire l'otturatore, con quanto anticipo e per quanto tempo. Le interfacce elettroniche vennero progettate in azienda per gestire il sensore nella maniera migliore. Venne contattato Prontor per mettere a punto un protocollo che dialogasse con il sensore. La necessità di disporre dell'otturatore elettronico sorse con l'avvento dei Kodak Pro Back. Il dorso digitale arrivò sul mercato con una carica innovativa inaspettata: memoria a bordo, display con le funzioni incluse, possibilità di funzionare con Hasselblad ELD in modo autonomo senza bisogno di connessione al PC, possibilità di rivedere l'immagine scattata. 
"In quel tempo Kodak era Kodak, per noi utilizzare Pro Back sul banco ottico era essenziale."
Così Vincenzo parla di quell'esperienza: "Essendo Prontor l'unico produttore europeo raggiungibile, li abbiamo convinti a rimettere in produzione per noi un otturatore ormai usato solo in campo medico; nel frattempo mentre noi lavoravamo al progetto di una centralina elettronica che incorporasse il protocollo delle funzioni di Pro Back e di tutti gli altri dorsi digitali in commercio, fra cui il dorso Multishot di Imacon che in seguito diventerà Hasselblad.
Centralina, cavi di connessione per i vari dorsi digitali, adattatori meccanici per le varie macchine a banco ottico furono innovazioni delle nostre fotocamere con nuovi progetti. Il sistema funzionava eravamo di nuovo al passo con i tempi, purtroppo dopo una fase intensa di collaborazione con Kodak, la dirigenza di Kodak decise di non produrre più Pro Back; avevano il miglior prodotto che anticipava tutti gli altri di anni. Ma questa è un'altra storia "

Silvestri e la Bicam 2, una fotocamera sinonimo di qualità, precisione e semplicità d'uso

Conseguentemente a queste ricerche si ottenne che l'Hasselbad Multishot funziona solo col sistema Silvestri, ma non fu facile arrivare a questi risultati perché ci furono problemi abbastanza seri da risolvere, come quello che se il sensore rimaneva acceso per troppo tempo si bruciavano i pixel ed altre questioni da mettere a punto. Fu grazie alla collaborazione con il produttore del sensore Pro Back Kodak, sensori nati per essere usati con le Hasselblad 6X6 che avevano un protocollo Hasselblad ELD per interfaccia che si riuscì a trovare le soluzioni giuste di cui poi beneficiò Hasselblad.
Nel mondo dell'industria fotografica si sono creati rapporti strani che permettono di collaborare bene con alcuni produttori e invece non lo consentono con altri.
Grazie a precedenti collaborazioni con la russa Zenit che produceva componenti ottici per i mirini delle Silvestri fin dal 1980, Vincenzo Silvestri è recentemente riuscito a far approvare un suo progetto di fotocamera panoramica digitale con 3 sensori e 3 obiettivi. Da quest'idea è nata la Horizon DL3.
Nelle Horizon a pellicola come la 202 o la 205, la fotografia panoramica si basa sulla scansione di un obiettivo che ruota su un fotogramma che ruota su un piano curvo.
Passando dalla pellicola al digitale c'erano tanti metodi per risolvere questo problema, ma la soluzione dell'obiettivo rotante è stata scartata perché non avrebbe dato luogo a delle istantanee, stesso discorso per una soluzione a tre sensori ed un obiettivo; così si è optato per 3 obiettivi e 3 sensori, in modo da ottenere uno scatto sincronizzato che può essere utilizzato per fotografare soggetti in movimento, poi un programma adatto unirà i 3 fotogrammi in un'unica immagine.
Il passo successivo sarà quello di studiare un programma che provvederà ad unire gli scatti direttamente all'interno della fotocamera, ma si sta ancora studiando come fare.
Ogni sensore della Horizon DL3 ha una definizione di 9 MP. I sensori sono degli Omnivision backlight da circa ½ pollice. Questa fotocamera sarà venduta a circa 1500 euro con il software per l'image stitching. La microelettronica di progettazione Silvestri è prodotta in Russia, si parla di schede a 6 layers del tipo utilizzato per i telefonini, mentre il sistema operativo che comanda l'hardware è anch'esso progettato da Silvestri.
Silvestri ha recentemente osservato che era rimasto uno spazio di mercato sui filtri fotografici, così ha ideato il sistema Talos che sta uscendo ora in commercio e permette di fotografare in maniera creativa e di sopperire, per esempio, al biancore dei cieli in molte fotografie.
Un altro bel prodotto che viene proposto da Silvestri in vetro ottico è il Big Stop, un neutral densitiy estremo che decuplica il tempo d'esposizione e permette d'avere dei paesaggi più onirici e atmosfere fotografiche insolite.

Portonovo (An)
Fotografia di Roberto Anselmi
tempo d'esposizione 30 secondi con il filtro Big Stop

La Silvestri s.r.l. è una realtà aziendale a conduzione familiare che si avvale principalmente dell'inventiva  del suo titolare e del contributo tecnico di Gabriele Gargiani che proviene da esperienze nel settore dell'elettronica e della meccanica, Gabriele è in azienda Silvestri da una decina d'anni. 
Non è stato facile adattarsi ai cambiamenti epocali nel passaggio dalla pellicola al sensore digitale, eppure Vincenzo Silvestri è riuscito in questa impresa ed addirittura opera spesso in collaborazione con industrie del settore di proporzioni molto più grandi della sua azienda. Per me è stata una sorpresa sapere che un piccolo gruppo di persone a Montespertoli sono riuscite a portare innovazioni molto importanti a livello mondiale ed addirittura ad essere catalizzatori di soluzioni che hanno permesso progressi molto importanti in un campo nel quale in pochi si confrontavano in un periodo in cui tutto era nuovo e da sperimentare.

Durante questo workshop ho appreso cose veramente interessanti di cui vorrei parlarvi anche nelle prossime pagine, perché è stato proprio parlando con Vincenzo Silvestri e con Gabriele Gargiani che ho finalmente capito meglio come funziona la fotografia digitale e l'importanza delle ottiche progettate esclusivamente per questi usi e poi da qui sono partite nella mia mente molte riflessioni che sono ancora in elaborazione, ma che sicuramente porteranno a decisioni importanti sui mezzi da usare.
Ringrazio ancora la Silvestri s.r.l. gli organizzatori ed i partecipanti a questo evento perché si è trattato di un evento importante, molto ben condotto e veramente illuminante che, come mi ha spiegato lo stesso organizzatore, voleva quasi essere una festa (infatti la data quasi coincide con la data di nascita di Silvestri), un momento di scambio d'esperienze e conoscenze, al di là d'essere un modo per proporre dei prodotti che possano trovare nuovi utilizzatori.
Ho conosciuto tantissime persone molto gentili e disponibili a parlare dei vari argomenti che interessano un professionista dell'immagine fissa e non vedo l'ora di tornare a questo evento anche il prossimo anno. 
Consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono migliorare la propria cultura professionale di non perdere questo bellissimo appuntamento. Tony Graffio

English text:


VINCENZO SILVESTRI THE IDEAS AND THE STORY OF A SELF MADE MAN

On March 30th and 31st, at the Medici Villa of Artimino, near Prato, 16 miles from Firenze, was held on the tenth edition of Silvestri Digital Workshop, a very interesting event organized by Silvestri Ltd, the sole manufacturer of professional cameras existing in Italy. The event saw the participation of some importers and distributors of photographic equipment, professional lighting and accessories.
In addition to the chance to see new products, try them and to seek clarification by the technicians who represent the brands, among others: Mamiya Leaf, Phase One, Hoya Filters, Elichrom, Quantum, Sunbounce.it, X-rite and Leica.
During the presentation of the products, you could also participate free to lectures by industry professionals on topics related to the organization of photographic projects, shooting and accessories for the image control, the processing of the digital file, the lighting and the composition of the image, finish with fine art printing in photographic books, in order to cover virtually the entire production cycle of the photographic profession.
I knew the Silvestri cameras as quality products very versatile, agile and innovative, but I had never had occasion to approach these cameras, because the company Silvestri had long chosen not to be present at trade fairs for the general public, as may be the Photoshow in Milan or Rome, but preferred to go directly to a market already oriented towards the choice of a product specialist, able to solve the problems of those was equipped with digital backs for medium format and has the need of making photographic great architectural quality.

To learn more about the company's history, the choices made in the course of about 31 years of existence of this brand and a better understanding of the company's philosophy, I decided to speak directly with the founder of Silvestri Ltd. and let me tell directly from him as they have developed and implemented his ideas.

Vincenzo Silvestri was born in Pistoia March 29, 1940, he began as a boy, as it has happened to many Italians who have lived in that historical period of enthusiasm and reconstruction, to go to learn a job at a workshop that dealt with general mechanics.
The mechanics for Vincenzo was an oppurtunity to know the meaning of construction, geometry, numbers and dexterity, this activity was not just a job that allowed him to have his first income, but also an occasion that made him reflect on their manual skills , ideational and aesthetic.
In 1961 Vincenzo changes activity and he becams as an employee at a company that deals with art reproductions. This work will occupy him until 1966.
In 1967, he opened his own studio in Florence, even those years are special because they are circulating new ideas among young people who begin to have a different vision of life, 1968 brings a social change that causes people to seek fulfillment not only for economic reasons, but primarily through the pursuit of positive goals and trying to do something with their own personal capacity or with their talent.
The traditional photography was something totally different from digital photography nowadays, in those years the photograph was being built inside the camera with a mix of aesthetics, mechanics, optics and chemistry. The photograph was seen only after the end of the production process, there was not an immediate result, as now.
The photograph was imagined and then realized, so you had to be able to see quite precisely the result that you wanted to get. At the same way, apart from knowledge of optics and mechanics, you had to have a good sensitometric culture that would lead to a good color balance, realizing that using the right film and knowing how to treat it, which could mean even resolve any environmental issues related to laboratory developing and printing.
Today, in some cases, may be easier to take pictures of the past, because now you can correct it and sometimes graphically reconstruct at the computer what we do not fulfill or what has not been taken properly, but this does not mean that the professional photography can always be practiced by means not suitable for perspective correction of the lines because one thing is to compose a picture in perfect shot and another story is reprocess the image digitally. Obviously, the best results are obtained on the upswing and that's why it still makes sense to produce and use specialized tools like the Silvestri cameras that offer a complete range of products, able to implement a simple shift with a movable plate, or using systems more complex and flexible so as to oscillate and decentralize by means of more complete movable elements.
Vinccenzo Silvestri had the idea of propose a new product in a niche in the international market of photography in the early 1980s, when, speaking with Nustrini an architect of Florence, a photographer who was also a pilot and designed the Oakland Airport in USA, emerged the desire to have a wide-angle camera for architectural uses .
This is the memory that Silvestri has of Nustrini and his insight: "He was a passionate airplane pilot and also an airline pilot, he died in a plane crash in New Zealand falling into the sea as he watched the Italian navigator Soldini. Nustrini put together a rudimentary photo camera of architecture that was based on the back of a Mamiya RB 67. The back was applied to an aluminum plate with a hole decentralized fixed at the top, on which was applied to a Super Angulon 47mm lens complete with focus helicoid, I think my cousin Marcello Silvestri (photo repeirs) had participated at the operation. "
At that time, because among photographers in the space of knowledge Silvestri existed a genuine demand for this kind of product, Vincenzo decided to believe in this project and study a new camera which then took the name of SLV, an acronym that somehow celebrating the love of a young entrepreneur for his family. This project was done in a first phase in the studio of Florence where were realized cameras projects with rudimentary drawings and prototypes to pre-production.
In 1983 Vincenzo Silvestri closed his photographic studio and devoted himself to the production of SLV, his first camera model 25 mm decentrable, upwards or downwards, with initially a fixed lens Schneider Super Angulon of 47 mm.
The SLV was distributed at the beginning especially in the UK , USA, Canada , France, Germany and Japan, thanks to Lorenzo Cattaneo of Genoa.
Silvestri recalls with particular satisfaction that first glorious phase of his business venture , when the company was still in Florence and commercial success arrived quickly, were the years 1983-1999, at that time the pieces were made in external workshops and then assembled into Silvestri factory.
In 1999 Silvestri moved to the new factory in Montespertoli and equips its machines with numerical control and further improves the accuracy of the products.
Since the 1990s, it deals with the new challenge of digital photography, we proceed in a progressive way in understanding the needs of the new technical means. We must do several tests to understand the performance of the whole mechanical, optical and electronic equipment and to make many changes to make it all work.
“At first, the sensors were smaller and had dimensions of 4x4 cm, initially tried to use the traditional optical, but slowly it became clear that these had to be redesigned for the smaller size; we could not use optics that solved 20 lines per mm with a pixel of 5 microns, the circle of coverage was too great.
We tried to contact Schneider and Rodenstock to redesign the optics for digital use, but at the time such an operation would have required an exagerate economical investment, it was therefore an impossible task even for these legendary companies that at that time already had some economical problem.
Fortunately, the German state intervened in support these companies and then we have been able to collaborate in the production of new products.
Another problem that had to be faced lay in the difficulty of interfacing the first digital backs to the camera because it was necessary to give a precise control when to open the shutter, how early and for how long. Electronic interfaces were designed in the company to manage the sensor in the best way. Prontor was contacted to develop a protocol in dialogue with the sensor. The need for electronic shutter arose with the advent of Kodak Pro Back. The digital back came on the market with an innovative charging unexpected: on-board memory, display with the features included, ability to work with Hasselblad ELD independently without the need for PC connection, opportunity to review the captured image .
At that time Kodak Kodak was, for us to use Pro Back on the optical bench was essential."
So Vincenzo talks about the experience. " Being Prontor the only European shutter producer we could reach, we convinced them to put into production a shutter for us the prevously was only used in the medical field. In the meantime while we worked on the project of an electronic control unit that incorporated the protocol of the functions of Pro Back and all other digital backs in commerce, including the Multishot Imacon back that later became Hasselblad .
Unit, connecting cables for different digital backs, mechanical adapters for different machines optical bench were innovations of our cameras with new projects. The system worked we were back in step with the times, unfortunately, after a period of intense collaboration with Kodak, Kodak 's management decided not to produce Pro Back anymore; they had the best product that anticipated all the other by years. But that's another story "

As a result of these searches is obtained that the system only works with Multishot Hasselbad Silvestri, but it was not easy to get these results because there were enough serious problems to solve, such as what if the sensor was left on for too long and burned pixels other issues to be finalized. It was thanks to the collaboration with the producer of Pro Back Kodak sensor, sensors supposed to be used with Hasselblad 6X6 that had a protocol for Hasselblad ELD interface that you could find the right solutions of which It benefited Hasselblad.
In the world of the photographic industry relationships have been built strange connections that allow you to collaborate well with some producers and instead do not allow it with others.
With previous collaborations with the Russian Zenit producing components for optical viewfinders of Silvestri since 1980, Vincenzo Silvestri has recently managed to approve a draft of its panoramic camera digital with 3 sensors and 3 targets. From this idea came the Horizon DL3.
Horizon in the film as the 202 or the 205. Panoramic photography is based on scanning a target that rotates on a frame on a curved plane.
Moving from film to digital, there were many methods to solve this problem, but the rotating lens solution was discarded because it would have not made possible taking snapshots, the same goes for a solution to three sensors and a target; so Silvestri opted for 3 lens and 3 sensors, in order to obtain a synchronized release that can be used for photographing moving subjects. Then a suitable program will combine the 3 frames into a single image .
The next step will be to study a program that will unite the shots directly into the camera, but they're still learning how to do.
Each sensor of the Horizon DL3 has a definition of 9 MP. The sensors are of Omnivision backlight by about ½ inch. This camera will retail for approximately 1500 EUR with the software for image stitching . The microelectronics design Silvestri is produced in Russia, we are talking about cards to 6 layers of a kind used for mobile phones, while the operating system that controls the hardware is also designed by Silvestri.
Silvestri has recently noted that he had been an area of photographic filters on the market, so he created the Talos system that is coming out now on the market and allows you to take pictures in a creative way and to compensate, for example, the whiteness of the sky in many photographs.
Another fine product that is proposed by Silvestri optical glass is the Big Stop, a neutral densitiy extreme -fold increase exposure time and allows you to have more dreamlike landscapes and atmospheres photographic unusual .

The Silvestri LTD reality is a family-run business that is committed to using the inventiveness of its owner and the technical assistance of Gabriele Gargiani that comes from experience in the field of electronics and mechanics, Gabriele isworking in the Silvestri company since about ten years.
It was not easy to adapt to contemporary changes in the transition from film to digital sensor, but Vincenzo Silvestri has succeeded in this endeavor, and even often works in collaboration with industries to much larger proportions of his company. For me it was a surprise to hear that a small group of people in Montespertoli have managed to bring important innovations in the world and even to be a catalyst for solutions that have enabled progress in a very important field in which few were collated over a period when everything was new and to experience.

During this workshop I learned something very interesting that I would like to speak further on the following pages, because it was just talking with Vincenzo Silvestri and Gabriele Gargiani that I finally understood better how digital photography and the importance of lenses designed exclusively for these uses and then from there are many games in my mind thoughts that are still in the pipeline, but that surely will lead to important decisions on the media to use.
Thank again to Silvestri LTD, to the other organizers and participants in this event because it was an important event, very well led and truly enlightening, as it said the organizer, he wanted to just be a sort of party (in fact, the date almost coincides with the date of birth of Silvestri), a moment of exchange of experiences and knowledge, beyond to be a way to offer products that they can find new users.
I met a lot of very kind people and helpful to talk about various topics of interest for a professional of still image and I look forward to return to this event again next year.
I highly recommend to all who want to improve their professional culture do not miss this great event. Tony Graffio




mercoledì 2 aprile 2014

Feeling blue

Sentirsi giù non vuol necessariamente dire essere depressi, quando qualcosa di brutto ti arriva all'improvviso non sai nemmeno bene come reagire, potremmo evocare la famosa nuvola a ciel sereno oppure, come ci suggerisce proprio "Blu", potrebbe anche trattarsi metaforicamente di una bomba, di qualcosa di grave che sta per colpirci e noi non sappiamo come reagire. 

Una granata rosa

Istintivamente, agiamo in modo da proteggerci la testa che sicuramente è la parte del corpo più preziosa e delicata, la scatola nera che contiene tutti i dati che ci riguardano, i ricordi della nostra vita, le immagini impresse nella mente che ci parlano del nostro passato a testimonianza di chi siamo e da dove veniamo.
Non sempre si riescono a fare le cose più giuste e se il tempo di reazione non è sufficiente per farci mettere in salvo, si ha come la sensazione che la pressione all'interno della scatola cranica aumenti a dismisura fino a farci scoppiare la testa, o fino a trovare una valvola di sfogo che possa far sparire di colpo tutto il male che c'è in noi.

Mi scoppia la testa

I pensieri hanno un potere straordinario, bisogna fare una grande attenzione a ciò che visualizziamo ed alle parole che adoperiamo. A me è capitato quasi tutto quello che ho pronunciato a mio svantaggio in momenti di tensione o di sconforto. 
Forse in certi momenti particolari di grande sincerità e di profonda tristezza è facile lasciarsi andare ed attirare su se stessi pensieri maligni che poi tendono a realizzarsi con la consapevolezza che ciò a cui ci si è abbandonati possa in qualche modo avere il sopravvento su di noi.
Da quando ho conosciuto il significato dell'effetto farfalla rifletto spesso sulla conseguenza di ogni azione, ma ciononostante non sono in grado di controllare appieno il mio comportamento, le mie azioni e soprattutto le mie reazioni. Secondo la Cabala ebraica sono proprio questi comportamenti impulsivi che attirano su di noi le ripercussioni maggiori dei nostri comportamenti peggiori.
Saper padroneggiare noi stessi è il compito più difficile che dovremmo imparare durante la nostra permanenza terrena, mentre essere in grado d'amare sinceramente i nostri cari è la cosa più bella che potremmo fare, perché l'amore è l'energia più potente che esista ed è la forza che rende possibile l'esistenza di tutte le altre forze fisiche o spirituali.
La cosa straordinaria è che questa energia molto particolare è generata proprio da noi, anche se spesso ci viene trasmessa da chi ci ha preceduti.

In ogni individuo c'è qualcosa di buono

Se il nostro omone rosa fosse stato capace di canalizzare meglio le proprie energie mentali, forse sarebbe stato in grado di non farsi esplodere la testa. La granata ancora non è detonata, eppure il cervello del nostro gigante sta già andando in ebollizione: non so bene se questa immagine è un fotogramma rimasto di un'opera di Blu, o un grande graffito singolo rappresentativo di ciò che ho scritto, ma nel caso Blu non volesse esprimere una narrazione completa, questo è quello a cui penso io in questo momento riguardando la rappresentazione fotografica di un suo lavoro che si distende lungo l'Alzaia del Naviglio Grande.

Fotocamera utilizzata: Fujifilm X100s

martedì 1 aprile 2014

Fujifilm X100s e Fujifilm X100 due strumenti simili ma diversi che segnano una tappa importante verso il ritorno ad una fotografia più umana

La vita di una fotocamera digitale ha una durata che va dai 36 ai 24 mesi, ma a volte anche meno, non per problemi di usura o di guasti, ma per un continuo rinnovamento tecnologico che rende difficile ad un fotografo mediamente esigente non voler disporre delle ultime novità che gli consentono di esprimersi con mezzi che permettono d'ottenere delle immagini più definite, con meno disturbi e sempre più accurate.
Aggiungendo poi qualche nuova soluzione tecnica per effettuare migliori riprese video, timelapse, o riprese dalla gamma dinamica più ampia, come si fa a non considerare il penultimo modello di fotocamera acquistato già obsoleto?  
Nel 2010 Fujifilm aveva messo sul mercato una fotocamera molto bella e interessante che oltre ad essere ben costruita e di buona qualità era anche solida e rivoluzionaria per l'introduzione di un sistema di visione dell'inquadratura molto pratico ed intelligente. 
Nel 2013 Fujifilm ha rivisto un prodotto molto ben riuscito e richiesto, migliorandolo, senza stravolgerne la filosofia, cosa che ha portato ad una fotocamera ancora più desiderabile che può dare grandi soddisfazioni anche a fotografi non particolarmente esperti.
La X100 e la X 100s sono due fotocamere che si assomigliano moltissimo esteticamente e che portano quasi lo stesso nome, ma in realtà la X100s ha ben poco in comune con la X100 ed i 3 anni che separano l'uscita sul mercato di questi due prodotti sembrano perfino pochi, se si pensa che hanno portato alla progettazione di un sensore che stravolge la logica del filtro di Bayer e  che rappresenta una delle novità tecnologiche più interessanti degli ultimi anni in questo settore.
Un'operazione commerciale come quella fatta da Fujifilm è qualcosa di veramente coraggioso ed efficace, è una mossa che  allo stesso tempo riesce ad evocare il fascino di un oggetto classico, costruito in metallo, e dal design estremamente pulito con scelte tecniche innovative cui nessun altro ha pensato di attuare.
Disporre di una fotocamera che si avvale di un ottica fissa di qualità con all'interno un otturatore centrale molto preciso e incredibilmente veloce che, oltretutto, ha il vantaggio d'essere assolutamente discreto e silenzioso, conferisce alla X100/X100s un ulteriore valore aggiunto per le riprese di street photography ed in tutte le occasioni in cui il fotografo vuole passare inosservato e lasciare a chi lo circonda il dubbio su cosa egli stia effettivamente facendo. Questo prodotto, allo stesso tempo, riesce ad evocare e far coesistere scelte sorprendentemente moderne e controcorrente, come il sensore X-trans senza filtro passa basso ed il mirino di stile galileiano integrato da tecnologia elettronica che permette d'usare la fotocamera all'altezza dell'occhio come fosse una Leica M3, ma anche di scegliere tra l'immagine elettronica ed un'immagine ottica con sovraimpressi i dati utili alla ripresa ed alla messa a fuoco.
Ultimamente, mi è capitato di provare le fotocamere Leica M digitali e devo dire che traguardando il soggetto da riprendere attraverso il pur luminosissimo telemetro ottico della casa tedesca, non disporre di una soluzione elettronica che riportasse la visione ad un sistema più vicino ai sistemi digitali utilizzati da questo tipo di fotografia, era in effetti un po' strano avere una visione di tipo ottico per poi andare a registrare un'immagine elettronica. Un conto è provare a visualizzare il risultato di una fotografia che si svilupperà con i bagni chimici di un laboratorio, aiutandosi con mezzi ottici, un conto è vedere immediatamente come sarà il risultato di quello che si sta formando sul sensore elettronico della nostra fotocamera digitale, per mezzo di un visore a lcd o simili, dove visione e risultato usano mezzi analoghi, pur presentandolo in dimensioni molto diverse. Ad ogni modo, il sistema di messa a fuoco manuale con telemetro tradizionale di Leica è sicuramente molto affascinante e capace di riportarci con la mente agli anni più belli della fotografia di reportage, ma non si può certo dire che questa azione  sia molto rapida, anche perché la fotografia digitale non perdona gli errori di messa a fuoco.
La X100 prima e soprattutto la X100s dopo, sono dei prodotti anomali, unici nel loro genere, al punto d'aver avuto un ottimo successo di vendite e da essere stati molto ben ricevuti dall'ambiente degli appassionati di fotografia che amano la sostanza e dai fotografi professionisti che scelgono una fotocamera tuttofare da avere sempre in tasca.
Secondo me, orientarsi su questo tipo di prodotto ha una sua logica che va al di là del vorrei, ma non posso permettermi una Leica, perché pur ricordando quel genere di fotocamera a telemetro, le macchine fotografiche di Fujifilm sono una reinterpretazione in chiave moderna e personale di un modo veloce di fare fotografia in strada, o tra la gente. Fotocamera capostipite di una categoria di mirrorless che, tra qualche tempo, potrebbe diventare un classico.

Fujifilm X100S, un passo avanti alla X100

Il mondo della fotografia digitale ci ha abituato a disporre di strumenti sempre più piccoli e leggeri capaci di fornirci buoni risultati con estrema facilità.
Quello che un tempo era fattibile solo con una fotocamera miniaturizzata per agenti segreti, oggi è ottenibile con qualsiasi compattina che ha magari un sensore da soli 2/3' o di misure inferiori, sensori perfino più piccoli del formato mm 8x11, delle famose Minox Made in Riga.
Il risultato oggi può anche essere migliore a quello che si riusciva a stampare dal piccolissimo formato, ma bisogna essere disposti a scendere a tutta una serie di compromessi che i vecchi fotografi difficilmente accettano.
Scegliendo una fotocamera un pochino meno miniaturizzata e con un sensore di dimensioni quasi standard, come la X100/X100s si torna a padroneggiare un tipo di fotografia che viene praticata con uno strumento di precisione anziché con un giocattolo. Il feeling con lo strumento che ci permette di esprimere i nostri sogni creativi e fissare in immagini i nostri ricordi ha la sua indiscutibile importanza.
Il rapporto tra l'oggetto capace di tradurre i nostri pensieri più reconditi in immagini da mostrare al mondo intero non può ridursi ad impugnare una scatoletta di plastica che si scolorisce e si consuma perdendo ogni giorno di più le proprie magiche caratteristiche. L'oggetto che può concretizzare le nostre potenzialità creative o che conserva ciò che per noi ha un valore affettivo che va oltre al concetto di denaro non può essere un aggeggio di poco conto, ma dev'essere esso stesso un oggetto speciale che ha intrinsecamente un suo valore non trascurabile.
La curiosità suscitata da Miroslav Tichy ed il fascino delle sue stupende immagini sfuocate, ottenute con scatole di cartone, lenti di plastica e pellicola scaduta è qualcosa di unico che fa dell'imperfezione e dell'approssimazione uno stile ricercato e poetico, ma non è una situazione normalmente auspicabile, è un'eccezione, il risultato di anni di ricerca di un grande artista e di uno stile di vita completamente anticonvenzionale.
Non si tratta nemmeno di rimarchiare una reflex dozzinale con un nome di prestigio per venderlo a 10 volte il suo costo e far credere all'acquirente di disporre di un oggetto d'élite. Non bisogna barare, bensì offrire dei contenuti ed un involucro adeguato ad accompagnare il fotografo lungo il cammino dei propri sogni e delle proprie ambizioni. Di questi tempi per vendere e soddisfare la clientela bisogna saper piazzare sul mercato un prodotto di qualità ed allo stesso tempo proporre  l'archetipo di un oggetto che non ha una funzione accessoria, ma primaria. Non si parla di una pietra sul fuoco utile ad uno scopo pragmatico come potrebbe essere il tostare il pane, né di un attrezzo superfluo per gingillare l'operatore, ma di poter offrire all'utilizzatore uno strumento speciale, capace di creare opere (d'ingegno) potenzialmente immortali. Già parecchi produttori di materiale fotografico hanno intercettato questo desiderio di disporre di un feticcio elegante e funzionale, senza però capire pienamente il punto della questione. Non tutto è riconducibile a voler suggerire un effetto nostalgia presentando reflex costosissime dai contenuti mediocri con l'aspetto, i materiali e le ghiere degli anni 1980; bisogna saper progettare qualcosa di nuovo e funzionale, come ha fatto Fujifilm, senza dimenticare di mettere poi in produzione una merce effettivamente valida. La qualità deve esserci sia a livello tecnologico che a livello meccanico e non può essere confezionata in forme improbabili: forse per questo mettere in vendita fotocamere come la X100s è diventata un'impresa più unica che rara.
Perché una fotocamera che viene caricata con la pellicola è un gioiello di meccanica di precisione, di ottica e di design, mentre una fotocamera digitale assomiglia più ad un elettrodomestico dalle forme irrazionali anziché a qualcosa che ci dia piacere anche al tatto ed alla vista?
Normalmente, il problema è quello che la fotografia digitale è per certi versi molto più vicina al mondo dei computer che a quello della pellicola, così come produrre computer d'alluminio o di titanio è considerato uno spreco, perché comunque vadano le cose, la durata d'utilizzo di questi prodotti è talmente breve da non giustificare l'impiego di materiali pregiati. Alla stessa stregua trovare chi produce una buona fotocamera con una buona ottica fissa sta diventando un'impresa da Guinness dei Primati, ma alla fine anche i produttori di dorsi di medio formato stanno capendo che una cosa sono le plastiche speciali, ma ben altro sono le leghe d'alluminio di tipo aeronautico, materiali questi ultimi che si stanno giustamente affermando su questi prodotti estremamente costosi
La qualità ha un costo, però perseguendo questa via si può evitare di ritrovarsi con ottiche piene di distorsioni o senza la ghiera dei diaframmi, perché tanto poi i software rielaborano le immagini per correggere i difetti della ripresa, o tenteranno di correggere il disturbo presente in quei file ottenuti scattando a 3200 Iso e diaframma 4,5 che ormai sta diventando l'apertura normalmente adottata dagli zoom delle macchine fotografiche digitali.
La fotografia pura sta quasi scomparendo perché i mezzi fotografici sono cambiati, si vanno via via informatizzando, ormai si fotografa più col telefonino ed il tablet che con la macchina fotografica, mentre chi vuole avere un rapporto più artistico con questo mezzo torna a rivolgersi alla pellicola di medio e grande formato.
Nonostante io mi renda conto dei continui progressi della fotografia digitale, devo dire che non mi sento ancora soddisfatto dei risultati che si possono ottenere con questi mezzi, la poca profondità di fuoco, la poca profondità dell'immagine che rende i volumi troppo piatti e poco contrastati, l'eccessiva regolarità dei pixel ottenuti tramite dei sensori imperfetti, il ricorso continuo a tecniche d'interpolazione sono per me dei limiti che costringono l'immagine ad un risultato troppo artefatto e poco realistico; la visione del sensore digitale è troppo lontana dalla visione dell'occhio umano, tutto appare uscito da un mondo robotizzato anziché dalla mente e dai sogni dell'uomo. 
Anche in questo caso, forse la soluzione sarebbe quella di proporre sensori di grandi dimensioni, magari aggiornabili o sostituibili, costruendo sistemi fotografici modulari, un po' come fa già da tempo Red nel campo della cinematografia digitale, in modo da non avere prodotti "usa e getta", ma strumenti ben costruiti dal ciclo di vita più lungo e dal valore commerciale più durevole. 
Quello che invece apprezzo molto della fotografia digitale è la possibilità di fotografare a bassi livelli di luminosità ambientale, anche qui ad intervalli di tempo regolari aumenta la sensibilità nativa del sensore che ci permette d'ottenere scatti sempre migliori con illuminazione sempre minore.
Ovviamente, anche la X100s risponde a questa logica ed incrementa la propria sensibilità rispetto alla X100.


Nuovi comandi e menu più razionali

Considero il sensore X-trans di Fujifilm come una prova della volontà di far evolvere l'elemento elettronico fotosensibile in uno strumento capace di trasformare l'immagine analogica in un segnale digitale che sia a sua volta facilmente modificabile in una forma di rappresentazione realistica della realtà, ma con un'anima pseudo-umana, o in qualche modo più vicina alla sensibilità dell'uomo e delle forme di vita biologica, più che alla fredda rappresentazione matematica di un algoritmo.

So che può essere una visione un po' animistica del mondo reale, ma ottenere l'annerimento di elementi fotosensibili disposti in maniera casuale all'interno di gelatina animale ricavata dalle ossa di ovini appositamente allevati a questa finalità ha qualcosa di rituale che rende il processo fotochimico più vicino al mondo dell'uomo, ai suoi problemi ed alla sua biochimica.
Volendo entrare un poco più nello specifico delle due fotocamere di cui avevo pensato di parlare in questa pagina, senza voler ripetere cose già dette da tempo da altri, posso affermare che tra la X100s e la X100 c'è quasi un abisso, Fujifilm dichiara che il sensore X-trans produce immagini di qualità comparabile ad un sensore 24X36, io non mi sento di sostenere questa teoria, però devo ammettere che questo tipo di sensore è sicuramente migliore a quelli utilizzati normalmente sulle altre fotocamere di formato APS - C, anche se non capisco perché Fujifilm non abbia ancora scelto di presentare anche un modello che incorpori un sensore di dimensioni standard 24X36.


Mirino ibrido e sensore X-trans le due innovazioni delle Fujifilm X100/X100s

Sulla calotta superiore della X100 e della X100s sono state incise le novità introdotte da questi due modelli di "mirrorless a telemetro", cosa ci riserverà in futuro, il prossimo modello della serie X100? Io penso che sicuramente verrà ritoccata la risoluzione del sensore, così come la sua sensibilità nativa. Altri possibili miglioramenti dovrebbero riguardare la funzione di messa a fuoco continua che a mio giudizio non è particolarmente efficace. Un'altra caratteristica che non dovrebbe mancare da una fotocamera di prestigio è la possibilità di effettuare riprese in timelapse per mezzo di un sistema ad intervallometro incorporato.
Un altro elemento da rivedere potrebbe essere la messa a fuoco manuale che soprattutto con illuminazione scarsa rende la ripresa fotografica molto approssimativa perché anziché sopperire ai deficit della messa a fuoco automatica, introduce nuove difficoltà nel gestire le distanze con precisione.

Davanti all'asilo d'infanzia - X100
Iso 200 1/750 sec f 8

Davanti all'asilo d'infanzia - X100s
Iso 200 1/420 sec. f 8 lettura esposimetrica spot

Per i due scatti di Margot di fronte all'asilo d'infanzia Secondo Mona di Somma Lombardo (Va), ho impostato entrambe le fotocamere sull'automatismo a priorità di diaframmi ed ho ottenuto due immagini molto simili, ma esposte in modo leggermente diverso, cosa che rende difficile valutare esattamente la resa cromatica che è leggermente più satura per la X100. Per questi scatti sono partito dai file Raf che ho sviluppato col software (Raw File Converter), fornitomi da Fujifilm, senza apportare alcuna modifica.

Coriandoli - X100
Iso 200 1/1200 sec. f 8

La tana del topo -X100s
Iso 200 1/450 sec. f 8 lettura spot

Queste due immagini non sono comparabili tra loro se non per valutare la dinamica di contrasto che sotto il sole di mezzogiorno, in una giornata dal cielo terso, è molto buona.

Guardare lontano - X100
Iso 200 1/400 sec. f 8

Prima della partenza - X100s
Iso 200 1/850 sec. f 5,6 lettura media

In buone condizioni di luce la Fujifilm X100 si comporta molto bene, ma quando l'illuminazione inizia a scarseggiare, iniziano a vedersi i limiti del sensore più vecchio che non può neppure competere con l'X-trans per definizione, sensibilità, purezza del dettaglio e per aver eliminato l'indesiderato effetto moiré.

Margot e rimorchio X100
Iso 200 1/320 sec. f 7,1

Margot e rimorchio X100s
200 Iso 1/480 sec. f 5,6

Nel confronto tra queste due immagini il comportamento della X100 è abbastanza simile a quello della X100s; nell'ingrandimento al 200% la X100s in realtà aumenta maggiormente la dimensione dell'immagine perché ha più pixel.

X100 dettaglio 200%

X100s dettaglio 200%

Queste mie prove vogliono poter offrire delle immagini da confrontare e dalle quali ognuno possa trarre un suo parere personale, io ho potuto osservare vari scatti per farmi un'idea di ciò che affermo, ma per evitare di inondare questo sito di fotografie ho cercato di pubblicare qualche immagine gradevole che non renda questo blog troppo tecnico e pesante.
Le mie conclusioni personali sono che è preferibile avere a disposizione la Fujifilm X100s, sia per una migliore qualità d'immagine, maggiore sensibilità, sia perché la fotocamera più recente dispone di comandi e menu molto più razionali e di un'operatività più semplice ed efficace. Per me, è importante disporre di una fotocamera capace di poter lavorare in ambienti interni ed in situazioni notturne, per cui la X100s potrebbe soddisfare meglio le mie esigenze di ripresa, ma per chi fotografa prevalentemente in ambienti esterni, in luce diurna, una X100 usata potrebbe rivelarsi un'ottima scelta ad un costo ragionevole.
Naturalmente, è sempre meglio effettuare gli aggiornamenti di firmware disponibili online, spesso un piccolo cambiamento nel software è in grado di eliminare difetti anche piuttosto seri e dare nuova vita alla nostra fotocamera digitale. Tony Graffio