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sabato 28 marzo 2015

Federico de Leonardis uno scultore che opera come un muratore per mostrarci quello che non si vede (Scolpire il vuoto per vedere l'invisibile)

Nonostante avessimo già affrontato questo argomento, in data 9 marzo 2015, con un articolo firmato da Sante Egadi, ho deciso di tornare sulla scultura di Federico de Leonardis, sia perché mi sembrava giusto approfondire il discorso sull'arte praticata da questo scultore contemporaneo, sia per mostrare alcune immagini esposte presso la Galleria Theca di via Tadino, 22 che non avevamo ancora visto.
Orari della mostra: Martedì – Venerdì 14-20 Sabato 14-19, visitabile fino all'11 aprile 2015.

Fessura in punto linea e superficie

L'esposizione comprende 3 tipi di lavori più un disegno.
Volutamente, in questo articolo ho deciso di parlare soltanto de: "Fessura in punto linea e superficie" perché questo lavoro è l'opera esposta che maggiormente rappresenta la volontà dello scultore di liberare un'energia sconosciuta che attraversa l'ambiente in cui egli s'è trovato ad agire.

Fessura in punto linea e superficie dalla parte opposta del muro nella stanza adiacente

Federico de Leonardis mi ha detto che soltanto dopo essersi ritrovato nell'appartamento dove ha sede la Galleria Theca egli ha pensato a cosa rappresentare in questo spazio.
Sicuramente, un ambiente diverso avrebbe fatto esprimere lo scultore in modo diverso per mezzo di un'opera diversa e forse persino con una tecnica diversa.
De Leonardis propone un tipo d'arte che vorrebbe essere vicino alle persone comuni, egli non vuole creare qualcosa per far parlare gli intellettuali, ma utilizza degli elementi che fanno parte degli attrezzi e della quotidianità di coloro che lavorano nelle cave o nei cantieri perché vuole che sia chiaro a tutti ciò che egli sta facendo.
Tutti possono avere avuto esperienze di muratura perché ad ognuno può essere capitato di aver dovuto far sistemare la casa in cui vive, oppure d'effettuare in prima persona quegli interventi di demolizione o di ristrutturazione che possono rendere un edificio più grande, accogliente o sicuro.
De Leonardis sostiene che ogni persona entrando nelle sale in cui si svolge la sua mostra può rendersi conto di cosa accada in questo luogo, perché il linguaggio da egli utilizzato è un linguaggio semplice ed intuitivo; soltanto c'è la necessità d'osservare l'ambiente e cosa avviene in questo spazio.
De Leonardis con il suo intervento artistico vuole suggerire la presenza dell'energia molto forte di un piano che interseca la dimensione nella quale tutti noi viviamo e la stravolge con la sua insolita inclinazione che, spesso, non passa sul piano che, normalmente, noi tutti prendiamo in considerazione, anche perché d'abitudine ci muoviamo su di esso, trascurando di valutare altre possibili soluzioni indicate con il passaggio abbastanza violento di altre forze  immateriali.


Federico de Leonardis prova a cogliere la raffigurazione della propria opera fotografando il muro di una stanza sulla quale sono stati collocati dei cunei di ferro spezzati

Da  una breccia sul muro, la "Fessura" lascia traccia del suo passaggio per infrangersi contro due cuscini d'acciaio nell'angolo sul soffitto della stanza adiacente.

I sacchi d'acciaio utilizzati nelle cave di marmo vengono dilatati grazie all'immissione di acqua a pressione forzata di 24 atmosfere. Questa operazione serve a spostare dalla parete della cava grossi blocchi di marmo.
Anche i cunei rotti di ferro sono stati reperiti in cava, essendo questi pezzi già tagliati non s'è nemmeno dovuto effettuare alcun taglio.

Dettaglio di elementi raccolti da una cava di marmo che sottolineano la forza dirompente di: Fessura in punto linea e superficie

<Ciò che conta non è l'artista, ma la sua arte>. Questo è ciò che mi dice il de Leonardis.
Il problema è che recentemente, molti appassionati d'arte contemporanea si stanno dimenticando di questo fatto, perché non dispongono della cultura necessaria a comprendere l'arte, cosa che produce sopravvalutazione di opere ed autori (imposti da un sistema che fonde marketing e denaro) che valgono, in realtà, ben poco, non solo a livello commerciale, ma, fatto ancor più grave, a livello di valore assoluto, di significato e di messaggio universale da lasciare alle generazioni future.
Oggigiorno, ci sono troppi creativi ed imprenditori che si definiscono artisti, ma va da sé che per molti di loro tra qualche decennio non resterà nessun ricordo.

Federico de Leonardis, alle sue spalle la sua opera in mostra

Quello che ho visto in questa mostra è qualcosa che è difficilmente definibile; come avevo già avuto modo di dire in un'altra occasione, si tratta più di un'istallazione esperienziale che di arte visiva. Non si riesce a cogliere l'opera nella sua interezza con un unico sguardo perché l'opera si espande in più ambienti. Questo fatto, naturalmente, comporta anche qualche difficoltà per la ripresa fotografica, in quanto non esiste un unico soggetto da descrivere, inoltre, il vero soggetto non è nemmeno visibile concretamente, ma va visto soprattutto con gli occhi della nostra immaginazione e con l'aiuto della nostra sensibilità.


Cuscini d'acciaio utilizzati nelle cave di marmo per spostare i blocchi di pietra

Sono molto contento di avervi potuto proporre degli artisti particolari che hanno una visione molto personale della realtà e credo che anche prossimamente mi concentrerò su personaggi le cui idee possano dire qualcosa di nuovo e far comprendere meglio lo spirito dei tempi in cui viviamo.


Per chi fosse interessato, c'è ancora tempo per visitare la mostra; inoltre il giorno 11 aprile 2015, alle ore 18 circa, in coincidenza con la data di chiusura, ci sarà un evento collaterale alla Libreria Popolare di via Tadino n. 18 per la presentazione di alcuni libri pubblicati a Federico de Leonardis. Più tardi ci si sposterà ancora in via Tadino n. 22 per la visione di alcuni filmati di video-arte dello stesso autore; allego di seguito tutte le informazioni utili per partecipare all'evento. Tony Graffio

Programma del finissage della mostra Erlebnis di Federico de Leonardis

Sabato 11 aprile 2015 dalle ore 18.00 fino a tarda notte.
Presso: Theca Gallery Via Tadino, 22 - 20124 Milano 

Theca Gallery presenta il finissage della personale di Federico De Leonardis Erlebnis”, inaugurata lo scorso 19 febbraio. La serata conclusiva dell’esposizione è proposta come evento collaterale di Miart ed è pensata come Literary & Video Art Night. L’evento è diviso in due parti: alle ore 18.00, presso la Libreria Popolare di via Tadino (a dieci metri dalla galleria, via Tadino 18), si terrà la presentazione di Roberto Borghi e Donata Feroldi del lavoro grafico e letterario dell'artista. Un’ora dopo e alle 19.00 presso la galleria (via Tadino 22) la serata proseguirà con la Video Art Night, in cui saranno proiettate a ciclo continuo le opere-video realizzate da De Leonardis tra il 1979 e il 1992. 
Apre la rassegna il documentario sull’artista in mostra, realizzato dal regista e produttore Enzo Coluccio (Ardaco). Il girato si compone di tre parti: la prima dedicata alla vita quotidiana di De Leonardis e al suo lavoro in studio, la seconda all’opera site-specific installata in galleria e la terza e ultima parte al lavoro di ricerca svolto dall’artista nelle cave di Carrara, luogo da cui provengono i materiali delle installazioni esposte.
Al cortometraggio di Coluccio segue la proiezione dei video di De Leonardis: Ravatti (1979), Scemuà (1987), Iceberg (1990), Dedica e Punto linea e superficie (entrambi del 1992). 
L’hashtag scelto per seguire la serata è #FDLVideoArtNight in continuità con gli eventi collaterali di #Miartisintheair. Al vernissage di “Erlebnis” hanno partecipato l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno, i critici d’arte Angela Madesani e Jacqueline Ceresoli e il curatore del Padiglione dell’Iran alla 56° Biennale d’arte di Venezia, Marco Meneguzzo. Durante il primo mese della mostra hanno visitato la galleria il curatore Federico Sardella, il direttore del Kunst Meran im haus der Sparkasse Valerio Dehò e Bruno Corà, Presidente della Fondazione Alberto Burri.

Composto in due fasi successive. Nella prima riverso in video un 16mm realizzato in una visita del '79 al "luogo del silenzio", la Cartiera Vita-Mayer di Lonate Ceppino, fallita due anni prima e già preda della natura. La passeggiata nei due chilometri quadrati di idrato di ferro e cemento avviene alle mie spalle, che occludono parzialmente la vista a proteggere l'emozione del disastro e ad aprire al silenzio rumoroso delle voci di fantasmi presenti sulla scena. Il giro si conclude in una visita ai miei Ravatti (termine lericino per ciarpame consumato dal mare sulla battigia) con il colpo d'occhio sulla pancia di mia moglie incinta del mio ultimo marmocchio (oggi trentaquattrenne). Musiche di Evangelisti e Lachenmann (Gran Torso)

Realizzato in studio dalla prima immagine all'ultima, vuole essere un "viaggio attorno al mio cranio" (titolo di un celebre libro in cui il paziente racconta l'operazione da sveglio al proprio cervello - la prima mai eseguita al mondo): le opere esposte, anzi l'unica opera esposta - l'installazione Carcere d'invenzione II (anch'essa mutuata dalle famose stampe del Piranesi, ma con ribaltamento del significato, perché è l'invenzione in questo caso ad essere in carcere) rappresenta il cervello del sottoscritto (la cui figura è sempre fuori scena). La macchina da presa accarezza Novemiliardidinomididio, il perno verticale, il pirla sacro composto tutto da moccoli votivi, che mnemonicamente richiama la colonna tortile barocca e regge il punto invisibile dietro il muro di fondo a cui si aggrappano le catene. La musica (di Giorgio Netti) è utilizzata per sottolineare i frequenti stacchi visivi operati nel "viaggio" sulle volute del mio cervello.

Realizzato in parte in studio e in parte all'aperto a Sesto S. Giovanni, nella piazza dove sorgeva la prima delle mie installazioni pubbliche (andata distrutta dopo vent'anni dall'incuria dell'amministrazione comunale): Fessura e contravvento I. Nello studio la visita descrive l'installazione Muri I e si arricchisce di un'auto-intervista in cui improvviso risposte a domande inesistenti di uno spettatore assente, in questo caso la macchina da presa. Le musiche (di Maderna) sottolineano anche in questo caso gli stacchi visivi.

La mia primogenita, che si protegge dall'invadenza paterna con un'ostinata chiusura, è pregata di sedersi davanti alla cinepresa e di non staccare mai gli occhi dall'obbiettivo. La musica, assente per tutti i dieci minuti della sua resistenza, irrompe fortissima all'ultimo istante con la voce del grande Bach, poco prima che Benedetta si alzi a tappare la violenza del sottoscritto (e di voi voyeurs).

Punkt, linie zu fläche (1992, 11.17 minuti)
Viaggio su una nuova installazione in studio (Punto, linea e superficie), preceduta da un Epilogo e seguita da un'Introduzione. Il primo è una ripresa su una mia caduta in una cava abbandonata nei pressi del lago di Pusiano (LC), la seconda il gioco dell'embrione di cui a Ravatti (Mattia, caduto ormai nel tempo da dodici anni), a nascondersi e inseguire il suo "amico fratello" Argo attorno al muro protagonista dell'installazione. Le musiche sono tutte di Giorgio Netti.

Federico de Leonardis in due parole
Ligure di nascita e milanese d'adozione, esplora il tema dello spazio attraverso installazioni ambientali e site-specific. I materiali usati, objets trouvés sui luoghi di lavoro più disparati, ma prevalentemente resti o calchi di eventi di energia fisica esaurita, sono sempre disposti in modo da indicare la presenza di una fisicità altra, accennata per assenza. La memoria automatica e collettiva suscitata dalle sue “messe in scena” è una presenza costante. L'artista è attivo anche come antidesigner e scrittore e tiene un blog http://federicodeleonardis.tumblr.com/ in cui si esprime criticamente sul sistema dell’arte.

Per ulteriori informazioni:  Theca Gallery telefono: +39 334.28.49.730 www.theca-art.com


mercoledì 25 marzo 2015

La terza via alla scultura di Guido Moretti

Michelangelo diceva che era possibile fare scultura in soli due modi: "per via di togliere" o "per via d'aggiungere" (materia).
Attualmente, grazie alle nuove tecnologie, "si può far scultura per separazione."

La terza via alla scultura
Guido Moretti, scultore, 67 anni

Tony Graffio intervista Guido Moretti

TG - Maestro, si presenti al nostro pubblico.

Guido Moretti - Sono Guido Moretti, di professione, si fa per dire perché sono professioni artistiche, faccio lo scultore, solamente lo scultore e ho fatto un'esperienza artistica nella mia vita che mi emoziona tantissimo.
Ho infatti la presunzione di poter dire che mi è capitata "l'avventura" di scoprire quella che io chiamo: la terza via alla scultura e che nessuno ha ancora smentito.

TG -Perché la terza via?

Guido Moretti - Sapendo che Michelangelo diceva che la scultura si poteva fare solo in due modi: per via di togliere, o per via d'aggiungere, o anche mescolando i due metodi, non ce ne sarebbero stati altri.
Questo accadeva molto tempo fa.
Adesso, grazie alle nuove tecnologie, che comportano l'utilizzo di materiali come il polistirolo che si scioglie con un filo caldo che scorre al suo interno, quindi io posso tagliare facilmente la materia, sfilare delle parti, rimetterle queste parti in altre posizioni e fare quello che voglio, si aprono nuove possibilità.
Oppure esistono tecnologie come l'elettroerosione a filo che è pure la stessa cosa, solo che avviene nel metallo, direttamente e non nel polistirolo che è un materiale povero e fragile.
Ecco, questa è la procedura fondamentale della terza via che sarebbe la separazione del materiale. 
Tramite un metodo che ho iniziato nel 1985, abbandonando la parte figurativa, ho iniziato a ragionare in termini di leggi che governano il mondo, ho osservato la natura che obbedisce a leggi matematiche in tutti i sensi. Da noi che giriamo come una trottola intorno al sole, e neanche ce ne accorgiamo, a velocità pazzesche, ad un seme che poi germoglia nella terra e diventa un'albero di 30 metri. 
Queste cose mi hanno emozionato molto, come mi hanno emozionato le forme che produce la natura; pensate alle forme delle conchiglie o alla formazione della perla nell'ostrica. Questa perla è una sfera perfetta quindi dev'esserci qualche regola della natura che governa il mondo.
Allora, su questa base ho cercato di fare della scultura con un metodo, solo se le sculture vengono da un metodo mi interessano; all'epoca facevo il figurativo, ma proprio per questo motivo ho smesso di farlo.
Come prima cosa mi è successo che mi sono ritrovato a fare della scultura per stratificazione. Mi spiego meglio, se io prendo un foglio bidimensionale, come faccio a trasformarlo in una scultura? Lo piego e riesco a farlo stare in piedi e diventa una scultura cioè diventa un oggetto tridimensionale, però è banale...
Il problema non è fare delle cose banali, il problema allora è stato quello di cominciare a fare dei disegni sul piano e immaginare il tempo che deforma questi disegni, ottenendo un ellisse  che diventa un cerchio, oppure un cerchio che diventa una cuspide, o diventa una mezza iperbole e queste cose qua.
Partendo da qui, ho ritagliato delle sagome di compensato, poi le sovrapponevo e ottenevo una forma nuova tridimensionale, partendo da un piano. Però c'era un progetto, c'era un'ipotesi di lavoro e c'era la possibilità di costruire questa forma.
Lì ho capito che il metodo è quasi più importante dell'opera in sé, perché posso rendermi conto che con un metodo uguale posso fare due sculture differenti, come ho fatto in quel caso quando mi sono accorto che avevo tutte sagome doppie e che le potevo montare alla rovescia. Nel mio libro (La terza via alla scultura) ho citato la bocca rovescia e la bocca dritta.
Finita la prima fase che io ho chiamato: metodo della stratificazione, in cui ho capito che questo metodo ogni disegno si prestava a far nascere due sculture, sono passato ad una fase in cui ho visto che imperniando le varie sagome si potevano ottenere centinaia di sculture diverse  con lo stesso identico progetto. Basta muovere più o meno le sagome sui loro assi.
Per me, un metodo è efficace tanto più è in grado di produrre un maggior numero di sculture partendo da una sola operazione.

TG - Si tratta di una scultura dinamica?

Guido Moretti - No, è una scultura che può assumere la forma che desidera il fruitore.
Il gusto che applica il fruitore di questa scultura muovendola poco o tanto, di più o di meno, fa diventare questa persona partecipe all'azione artistica.
Io metto a disposizione un oggetto capace di diventare tante cose diverse che però obbediscono tutte allo stesso progetto.
Questa scultura è fatta con delle ellissi, ma può esserci quella fatta con dei cerchi, quella fatta con delle iperboli, sono cose completamente diverse e la grande quantità di sculture che posso ottenere con quel progetto hanno dei vincoli insiti al progetto stesso.
L'altra ipotesi alla quale sono arrivato dopo questo metodo che per me è stata rivoluzionaria e mi ha fatto capire che ero sulla strada giusta e molto fruttuosa è stata quella dell'intersezione ortogonale.

TG - Può spiegarmi in che cosa consiste il metodo dell'intersezione ortogonale?

Guido Moretti - E' molto semplice, immaginate di prendere un cubo, con le sue sei facce e immaginate di mettere un disegno come volete voi, uno sulla prima, un altro disegno sulla seconda faccia e via così.
Interveniamo poi sul contorno di quei disegni con il filo caldo che abbiamo visto prima, grazie alle tecnologie moderne, eseguiamo il contorno del secondo disegno in maniera perpendicolare al primo disegno e a quel punto nasce sicuramente una scultura che io non posso prevedere prima.
Oggi in realtà posso prevedere il risultato grazie all'utilizzo delle simulazioni che si possono fare in modo virtuale con l'aiuto del computer.
Attenzione però, questo non vuol dire nulla nel mio processo creativo, significa soltanto che posso disporre di un metodo più veloce per verificare il risultato.
Io, fino a ieri, facevo quest'operazione direttamente col polistirolo.
La terza via nasce dal metodo dell'intersezione ortogonale e dalla scoperta che da questo metodo escono fuori molti oggetti da uno stesso oggetto.

Il progetto di Egitto

Prendiamo, per esempio,la scultura che ho intitolato Egitto, da due disegni che ricordano l'Egitto, o meglio il Nilo, anche se in realtà si tratta di una formula matematica, ovvero di una sinusoide smorzata, in più c'è il triangolo che rappresenta la piramide e facendo queste intersezioni non ho scartato nulla. Ho ottenuto così 5 o 6 sculture, una diversa dall'altra, estratta una dall'altra e una è il positivo dell'altra.
Questa è la cosa incredibile di questo metodo.

Egitto di Guido Moretti
Questa è l'opera più rappresentativa della terza via alla scultura in cui si dimostra che per la sua produzione nulla è stato tolto e nulla è stato scartato o aggiunto. Tutto è stato smembrato e riassemblato in altra maniera per comporre altri oggetti costituendo sculture che per il loro autore valgono intrinsecamente a dimostrazione di questa teoria.

Tutta la materia che ha dato origine all'opera è stata ribaltata, da lì sono state estratte delle forme che, riassemblate in altro modo, hanno dato 5 o 6 sculture diverse.
Anche gli angoli più inutili del parallelepipedo di partenza, sono serviti a fare due piramidi.
Se andate a vedere sul mio sito, potrete trovare anche i video che mostrano le fasi della lavorazione della mia opera realizzata a Desenzano del Garda, nel porticciolo vecchio.

TG - Ha trovato questa nuova via alla scultura per una sua esigenza di trovare qualcosa di nuovo?

Guido Moretti - No, è una cosa che è venuta da sé. Io facevo delle sculture per raccontare le mie "paturnie", come fanno tanti. 
Facendo degli studi di fisica, io sono laureato in fisica, mi sono reso conto c'era un fascino incredibile nel guardare le leggi che governano il mondo. E questo fascino è un'emozione.
Le formule matematiche possono anche emozionare profondamente.

TG - L'arte quindi esiste già in natura o è un'attività umana?

Guido Moretti - Questa è una bella domanda.
Io la sento come un'esigenza personale. Io sono assetato di qualcosa di nuovo che mi colpisca, che arrivi dal profondo dell'essere umano.
Io faccio delle sculture che sono giudicate molto matematiche, in parte è così, ma in parte sono anche delle forme  per le quali uno prova emozione al di là della propria preparazione culturale.
Non è che una persona debba conoscere le formule matematiche per poter apprezzare una mia scultura, ci mancherebbe altro!

TG - I materiali sono importanti, o per lei conta solo il risultato?

Guido Moretti - I materiali per me non contano nulla.
Attenzione, questo non vuol dire che io con questo decida di fare una scultura di marzapane che poi si distruggerà, non è questo, ma la cosa importante è che io prima di tutto arrivi ad una forma nuova che emozioni.
Per esempio, io adesso ho fatto la Cubosfera ed in uno stesso spazio ho combinato un cubo ed una sfera. E questa cosa emoziona chiunque. E me lo raccontano.

Cubosfera
Cubosfera a Bovezzo (BS), in via Verdi, sulla strada statale per andare a Nave (BS)
Da quella strada si possono avere due visioni perpendicolari, da una parte si vede un cubo, dall'altra una sfera. 
La Cubosfera però non rientra nella terza via alla scultura, per il suo procedimento di lavorazione. L'opera è stata sponsorizzata dalla ditta Bonomi che ne ha coperto le spese per i costi di produzione ed installazione.

TG - Quindi la forma vince sulla materia?

Guido Moretti - Sì perché non posso vincolarmi alla materia se quell'oggetto che ho in mente non riesco a farlo.
Non mi interessa nulla avere degli oggetti che sono di plastica.
Uno dice: sono di plastica, valgono poco. 
Ma io te lo faccio d'oro, se vuoi. Non è quello il problema.
Lo facciamo del materiale che vogliamo, ecco come io ribalto la questione.
Ti dico, io col polistirolo che è un materiale che vale nulla, sono riuscito a fare questo oggetto. Adesso, lo facciamo come vuoi.
Anche la Cubosfera di cui ti parlavo prima, l'ho fatta di polistirolo. L'ho ricavata da una palla di polistirolo, è stata portata da chi aveva le capacità, sono stati inseriti nel computer tutti i dati e poi il monumento è stato costruito tutto in lamiera saldata.

TG - Da quanti pezzi era composta?

Guido Moretti - Precisamente non te lo saprei dire, molti più di 200, comunque ci saranno stati utilizzati più di 10 km.di lamiera.
Anche lì, perché abbiamo utilizzato quel materiale?
Perché era quello che costava meno.
Ovviamente, si può fare di marmo o di qualsiasi altro materiale.

TG - Ho visto un suo lavoro fatto con una stampante 3D, cosa vogliamo dire di questo suo approccio con questa tecnologia?

Guido Moretti - Fantastico. Anche perché mi sono stancato di lavorare come un operaio per me stesso. Le limate che ho dato io al bronzo, voi non ne avete idea. Voleva dire cambiare continuamente la maglietta che diventava verde.
Tirare di lima non mi diverte, mi diverte molto di più preparare il progetto e pensare facciamo così, oppure così, va bene, facciamola!

TG - Moretti, la gente apprezza questa sua forma d'arte?

Guido Moretti - Devo dire di sì, vedo che la gente riconosce il suo valore.

TG - Che cos'è l'arte?

Guido Moretti - L'arte è il nostro respiro, è qualcosa che ci rende davvero diversi dagli animali. Se noi non avessimo questo sogno d'inventare cose nuove e di trasferire sulla tela, o sul marmo, o sul bronzo o su qualsiasi materiale le nostre idee ed i nostri sentimenti  forti, allora non saremmo nulla.
Chi nega questa necessità fa un grande errore.

TG - Da bambino cose le sarebbe piaciuto fare?

Guido Moretti, Non lo so, però ricordo che prendevo il pongo, anzi, si trattava dello stucco che mio papà usava per chiudere i vetri, perché lui faceva il falegname e andavo a casa e facevo degli omini, modellavo le testine e tutto il resto, per ottenere delle piccole sculturine.
Ho sempre avuto quella passione lì, non ho mai sognato niente di particolare, anche perché forse avevo un sogno grandissimo nel cassetto che era di trovare la terza via alla scultura (ride).

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mercoledì 18 marzo 2015

Intervista a Ignazio Fresu - Affordable Art Fair

95 galleristi al Super Studio di via Tortona 27, a Milano, presentano opere per tutti i gusti, con un costo al di sotto dei 6000 euro, dal 19 marzo al 22 marzo 2015. Ho fatto immediatamente, la serata d'inaugurazione, un rapidissimo giro per estrapolare da questo contesto qualche artista emergente che mi parli di una sua opera.
Ho incontrato uno scultore che mi ha colpito per il suo approccio nei confronti del tempo che passa, per lo studio dei frammenti dei ricordi, per il suo metodo di lavoro ed i materiali utilizzati. 
Nella nostra memoria non ci sono mai opere complete e nemmeno ricordi intatti di ciò che abbiamo visto e vissuto, ma solo tracce del loro passaggio.
Questo è quanto sembra volerci dire Ignazio Fresu, un artista che ci parla del ciclo di trasformazione che appartiene a noi stessi, a ciò che ci circonda e, inevitabilmente, anche alle stesse sue opere.

Ignazio Fresu, 57 anni, scultore, alle sue spalle: Quel che resta

TG - Ciao Ignazio, puoi raccontarmi qualcosa di te? Quando sei nato, artisticamente parlando?

Ignazio Fresu - Ciao Tony, artisticamente ho iniziato a disegnare fin da bambino, prima ancora d'imparare a leggere e scrivere. Oltre ad usare le matite colorate, utilizzavo molto la tecnica del collage, poi ho scoperto i colori a tempera, ma se ho continuato in questa attività devo ringraziare soprattutto i miei genitori che mi hanno sempre incoraggiato ad esprimermi in questo modo e così credo sia anche per questo che io ho iniziato ad appassionarmi a ciò che facevo.

TG - Che studi hai fatto?

Ignazio Fresu - Ho frequentato il liceo artistico nella mia città natale, a Cagliari, poi ho continuato diplomandomi all'Accademia di Belle Arti di Firenze. In seguito poi sono rimasto in Toscana, dove ho continuato la mia carriera, adesso vivo e lavoro a Prato.

TG - Ti sei occupato solo d'arte o hai svolto anche altre attività?

Ignazio Fresu - Ho sempre fatto anche delle attività parallele.

TG - Come s'è evoluto il tuo stile negli anni?

Ignazio Fresu - Negli anni '70 ero molto legato alla pittura, ero un pittore iper-realista, ma quando si frequenta il liceo, o l'accademia si è sempre in competizione con i colleghi per vedere "chi fa la mosca più vera", è un po' un fatto di vanità, ma questa sfida mi ha anche permesso di seguire un mio interesse  che riguarda l'apparenza delle cose. Per esempio domani andrò all'inaugurazione di una mia installazione a Forlì che è stata studiata utilizzando i tubi di cartone che si usano a prato per le stoffe, ho trattato questo materiale con delle resine e poi gli ho applicato della polvere di ferro che ho fatto arrugginire. Dei tubi di ferro di questo tipo e di quello spessore sarebbero risultati pesantissimi, invece i miei tubi sono talmente leggeri che li tengo sospesi nell'aria con sottili fili di nylon trasparente. Questo è un effetto che può far riflettere per l'appunto sia sui materiali che sull'apparenza di quello che ci circonda.
Questo modo d'interpretare la realtà è una delle prerogative del mio lavoro che poi s'è sviluppato attraverso le mie sculture e le mie installazioni.

TG - Quando hai iniziato a fare questo tipo d'operazioni?

Ignazio Fresu - Da subito, perché la tecnica fa sì che un artista studi un problema e trovi delle soluzioni. La tecnica, quando non è fine a se stessa è ricerca e va di pari passo col pensiero, diciamo che la tecnica serve essenzialmente a realizzare quello che si ha in mente. 
Per esempio, nel caso dell'installazione che ho esposto qui in fiera a Milano, ci sono dei libri fatti da me, uno a uno e parliamo di 1500 libri che dapprima sono stati tagliati nel polistirolo con la raspa. Dopo che ho dato loro la forma, ho realizzato le copertine di cartone ed ho steso sopra questi libri delle resine adatte ad essere usate con il polistirolo ed il cartone. Su si essi ho stesso dei materiali di scarto che sono le polveri ed il granulato del marmo bianco di Carrara. A questi materiali ho aggiunto anche sabbie e gli stessi scarti di polistirolo che produco io, per rendere più leggero il tutto. 
Inserire del materiale leggero per me è importante perché la sabbia e gli scarti del marmo sono molto pesanti e come potete immaginare, l'installazione è abbastanza grande.

TG - Ma questi materiali hanno poi un loro deperimento durante il trasporto dell'installazione?

Ignazio Fresu - Certo, il deperimento esiste, soprattutto spostando i libri qua e là, però io intervengo sempre con continui restuari, il lavoro per me è sempre in essere, è vivo. Non ci sono problemi. Dove possono esserci state delle sbriciolature o qualche piccolo danno, io re-intervengo, sempre con la stessa tecnica e tutto ritorna com'era in origine.

TG - Esiste un mercato per questo genere d'installazioni?

Ignazio Fresu - E' più legato alla committenza, per esempio, di recente una mia opera è stata collocata all'interno del mercato del Comune di Guidonia che è un edificio in stile razionalista. L'installazione è stata acquistata da un committente per il Comune stesso di Guidonia...
Il mercato delle installazioni è abbastanza complesso, le vendite vengono effettuate soprattutto per le mie grafiche che riproducono e documentano fotograficamente l'installazione. 
Le grafiche sono composte da fotografie esautorate dove io intervengo personalmente col computer, le faccio stampare per poi intervenire nuovamente con gli stessi materiali utilizzati per l'installazione, creando un rapporto diretto tra essa e la grafica.

TG - Qual'è il significato dei libri che hai esposto?

Ignazio Fresu - Il discorso di quest'opera è abbastanza complesso, si tratta di libri che non si aprono e sui quali non c'è scritto sopra niente, quindi si tratta di un richiamo alla memoria del libro che è privo di titolo e d'autore.
Si tratta di libri anonimi nella loro forma di libro.
E' un po' il nostro bagaglio culturale che ha come perso la propria identità, per diventare, diciamo "Bergsonianamente" il nostro contesto personale e culturale e la nostra memoria, di cui noi stessi siamo fatti.
Noi siamo la memoria che conserviamo, senza la nostra memoria noi non esistiamo più.
Non si tratta però di una memoria documentale, non è importante ricordarci cosa abbiamo fatto quel giorno a quell'ora in quel posto, quanto un gomitolo, come lo descriveva Bergson che poi viene sovrapposto che risale, torna a galla e fa di noi quello che noi siamo.


Quel che resta