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venerdì 3 marzo 2017

L'arte maestra di vita per il fotoreporter Giorgio Lotti

I grandi fotografi sono sempre sensibili all'arte e spesso hanno avuto a che fare con questo mondo che difficilmente si riesce ad inserire in margini ben precisi.
Durante una chiacchierata, non priva di piccole provocazioni, ho posto all'autore milanese alcune domande che possono essere d'aiuto a chi vuole approcciarsi a personaggi in vista di vari ambienti ed essere occasione di riflessione per chi si occupa di reportage. TG

Giorgio Lotti fotoreporter
Giorgio Lotti, fotoreporter, ha compiuto 80 anni lo scorso 14 gennaio.

Tony Graffio Intervista Giorgio Lotti

Tony Graffio: In un'intervista Enrico Cattaneo mi ha detto che un tempo, il desiderio di ogni fotografo era quello di raggiungere un po' di tranquillità economica e allo stesso tempo di poter lavorare per una testata giornalistica prestigiosa. Un po' tutti ambivano ad essere assunti da settimanali come "Epoca" o da "L'Europeo". E' così? Può raccontarmi qualcosa degli anni '60 e di come andavano veramente le cose per i fotografi? Era così difficile lavorare in questi ambienti?

Giorgio Lotti: No, era un percorso che tutti dovevano fare, io ho lavorato quattro anni al palazzo della stampa di piazza Cavour a Milano, dopo di che ho lavorato per "Settimo Giorno"; "Le Ore"; "Paris Match". Ho fatto il servizio militare e quando sono tornato a casa sono stato chiamato da Enzo Biagi, che ai tempi era il direttore di Epoca, il quale mi dice: "Giorgio, proviamo a fare un lavoro insieme, se poi mi piacerà potrei pensare di farti una proposta." Sono andato a fotografare un radiologo ad Alessandria, non mi ricordo più bene chi era perché sono passati quasi 60 anni. Al mio ritorno in redazione, Biagi ha visto le foto e mi ha chiesto di andare a lavorare per loro. Ho iniziato come collaboratore, poi sono stato assunto nel 1960 con l'arrivo del nuovo direttore Nando Sampietro.

TG: Erano i fotoreporter che decidevano i servizi di cui occuparsi?

GL: Alcuni servizi erano dettati dalla redazione o dal direttore, poi capitava che andando sul posto a verificare alcune cose, eri in grado di suggerire degli argomenti di interesse. Per esempio, ero in giro per l'Italia per occuparmi dell'inquinamento, il servizio che avevo fatto su: "Venezia muore" mi aveva aiutato moltissimo per capire questo problema, così sono stato a Londra, perché loro erano avanti sulla pubblicazione di libri sull'inquinamento. Ho studiato questo fenomeno ed al mio ritorno in Italia ho incominciato a pubblicare altre fotografie sull'inquinamento. Ho viaggiato per più di 64'000 km in automobile; non potevo chiedere alla redazione di rimborsarmi queste spese, così ho fatto questo lavoro per conto mio.

TG: In molti casi si prendeva lei il rischio di anticipare le spese?

GL: Abbiamo fatto decine e decine di lavori in questo modo. Ognuno di noi si muoveva così. Erano altri tempi però e c'era il rispetto dei direttori. Oggi se mandi un servizio ad un giornale c'è una picture editor, in genere si tratta di una persona bravina che però sceglie ed impagina le fotografie senza conoscere il problema che tratta. Biagi un giorno tornò da un servizio e mi disse: "Giorgio sei l'unico testimone di quello che hai visto, mi scegli 15 foto da pubblicare?".

TG: C'era rispetto...

GL: C'era rispetto... Adesso è venuto a mancare anche tutto il resto. Un giorno, "Panorama" mi ha pubblicato un servizio sulla Cina. Io sono stato venti volte in Cina. Mentre ero via pubblicano questo servizio ed io lo guardo attentamente. Quando vado in redazione chiedo chi ha impaginato il lavoro, mi risponde una persona alla quale dico: "Tu in Cina non sei mai stata.". "No." - Mi risponde - Ed io: "Si vede!".

TG: Lo so, però diventa difficile pensare che si possa lavorare in un mondo ideale.

GL: Aspetta... Il picture editor di Life chiamava i vari autori e diceva: "Scusa, dammi notizie su quello che hai fatto...". Oppure se eri a New York ti convocava a parlare con lui un attimo per selezionare insieme il materiale. La bravura di un selezionatore si esprime nel momento in cui ha davanti l'autore il quale ti suggerisce a cosa fare attenzione e a considerare l'importanza giornalistica di un'immagine, anche se non è pienamente riuscito lo scatto. C'era un lavoro di squadra che oggi non esiste più. Anche se, naturalmente, ogni squadra può avere i suoi difetti.

TG: Tutti hanno ridotto il personale...

GL: Non è questo. Tutti si stanno dando troppe arie.

TG: Alla fine è controproducente, che convenienza avrebbero a fare male un lavoro?

GL: C'è una tale vanità che porta le persone a chiedersi perché dividere il proprio successo con un altro. Ma non è così, io ti posso aiutare a fare meglio il tuo lavoro.

TG: Ormai, quasi tutti i posti sono occupati politicamente, è quasi impossibile trovare persone competenti che svolgono il loro lavoro con umiltà.

GL: Il problema è proprio questo. Non puoi improvvisarti fotoreporter senza fare una scuola di giornalismo. Bisogna studiare all'Università e avere una certa cultura. Ti faccio un esempio. Ero con un poeta novantenne che viveva ancora al lume di candela, aveva la sua stilografica Pelikan e dei fogli di carta particolare sui quali scriveva le sue poesie. Mentre stavamo parlando, suona il campanello della porta e si presentano due fotografi. Il poeta mi chiede di non dire niente e di lasciarli fare. Mi metto in un angolo con un libro per evitare qualsiasi possibile problema. Vedo entrare i fotografi con due enormi flash Balcar con i quali illuminano a giorno la stanza. Io resto perplesso, ma non ho ancora visto la parte migliore. Una volta sistemate le luci, i due vanno dal poeta e gli chiedono: "Professore le dispiacerebbe sdraiarsi sulla scrivania?" (Non credo proprio si tratti di Iosif Brodskij, ma evidentemente qualcuno aveva già pensato anche a questa cosa ndTG). Ecco, queste sono le fotografie che si fanno oggi. Ma siamo pazzi? E il rispetto dov'è?

TG: A questo punto, vorrei trattare un argomento un po' delicato. Avrà visto le immagini che sono passate dopo l'attentato avvenuto a Bruxelles lo scorso 22 marzo 2016. Si tratta di un falso che è stato diffuso dalle televisioni di tutto il mondo. Immagini dell'attentato dell'aeroporto di Mosca del 2011, un po' modificate, sono state spacciate per le immagini delle camere di controllo di Bruxelles.

GL: E' proprio questo il problema: pur di apparire all'altezza della situazione non sanno più cosa fare! Alterano e modificano tutto, non gliene frega niente, vogliono solo avere successo e andare in televisione.

TG: Mi scusi, non crede che ci sia della disinformazione volontaria da parte di chi dovrebbe gestire l'informazione?

GL: E' questo. Il voler essere protagonisti a tutti i costi ti obbliga poi a fare queste stronzate. Siamo in un paese in cui ormai non funziona più niente. Dimmi solo una cosa: perché devo pagare il canone Rai? Oppure, perché comprando il "Corriere della Sera" sono obbligato a pagare un giornale come "Io Donna" che parla di vestiti, scarpe e rossetti? Cosa mi interessa? Perché per leggere un quotidiano che stimo moltissimo che, insieme a "Repubblica", è uno dei più bei quotidiani del mondo, perché devo pagare anche per un giornale che non mi interessa? Questo è solo marketing.

TG: Infatti, ormai l'informazione si fa direttamente su internet.

GL: All'Università mi hanno detto che più del 48% delle informazioni su internet o sono sbagliate o non sono aggiornate.

TG: Però il 52% sono vere...

GL: Va bene, ma come si fa a distinguere il vero dal falso?

TG: E' lo stesso problema che abbiamo con le televisioni ed i giornali istituzionali che ci raccontano quello che vogliono loro... Tuttavia, non capisco come si possano passare immagini false in una situazione grave come quella che si è creata con lo scontro di civiltà e di culture che è in atto adesso nel mondo.

GL: Eh va beh, ma perché è arrivata la disonestà più completa!

TG: Siamo d'accordo, ma è grave quando chi informa arriva a fare delle messe in scena, anzi che esporre dei fatti.

GL: No.

TG: Un po' come quando lei ha detto alla madre di Giuseppe Matarazzo di mettersi un vestito nero e portare un cesto di arance... O ha detto il falso? Me lo dica lei...

GL: Non è così. Io cercavo una donna vestita di nero, ho visto arrivare quella ragazza con un cesto e ho fatto la foto.

TG: Allora si è espresso male lui? Matarazzo è un giornalista che non sa esprimersi?

GL: Forse si è confuso... Non l'ho vestita io. Mi metto a vestire la gente? Guarda, c'è una mancanza di cultura. Ti faccio un esempio: vado da Andy Warhol e la stanza è piena di fiori, faccio due scatti mentre lui era in un angolo e mi chiedo poi che cosa potrò farmene di quelle immagini. In quel momento, Warhol riceve una telefonata ed io ho il modo di pensare che la stanza è piena di fiori perché lui ha fatto un'opera che si chiama: "Flowers". Se tu non conosci le opere degli artisti, o la vita degli autori, corri dei rischi tremendi. Come fai a dirgli di sdraiarsi sulla scrivania?

Flowers di Andy Warhol

TG: Quel poeta s'è poi sdraiato veramente sulla scrivania?

GL: Certo.

TG: Perché l'ha fatto? E chi era?

GL: Non posso dirlo. Era un uomo timido. E' spaventoso quello che fanno certi giornali pur di vendere. Un giorno il mio direttore mi chiede se avevo ancora possibilità di rintracciare Arafat. Erano già passati due anni da quando l'avevo incontrato, ci penso e dico che dovrei fare una serie di telefonate. In questo tempo c'erano stati cambiamenti giganteschi, dovevo informarmi prima di poter dare una risposta. In quel momento, entra una signorina del marketing sui 28 anni laureata alla Bocconi, che dice d'avere una grande idea sul servizio su Arafat. Già che il marketing potesse avere un'idea su Arafat mi suonava strano. Il direttore invece dice alla "Bocconiana" di esprimergli la sua idea. La ragazza dice che basterebbe regalare ad Arafat un orologio d'oro*. Io devo aver fatto una faccia tale che lei se ne accorge e mi chiede cosa c'è che non va. Non contenta, per una decina di minuti mi insulta in tutti i modi. Io volevo sapere perché lei mi insultasse, ma per fortuna ad un certo momento interviene il direttore che le dice che forse sta sbagliando giornata, spiegandole che io conoscendo bene Arafat e sapendo bene che la moglie Suha gli preparava da mangiare di notte, potevo anche sapere che non era il caso di fargli dono di un oggetto d'oro.

TG: Come bisogna rapportarsi con i personaggi molto in vista? Bisogna trattarli in modo diverso dalle persone qualsiasi?

GL: Devi seguire il loro percorso di vita, devi studiare attentamente le loro opere. Ti faccio un altro esempio: César (César Baldaccini ndTG). Chiedo all'artista quale sia la sua opera più importante, non il "pollicione", vero? Lui mi dice di no e di considerare la sua opera più importante il poliuretano. Gli chiedo conferma sull'opera che ha tagliato a fette e colorato in vario modo e lui mi dice che si tratta proprio di quell'opera. Chiedo a César dove abbia preso l'idea per creare quell'opera e lui mi risponde di aprire un cassetto. Nel cassetto ci sono delle strisce colorate. L'idea è partita da lì? Lui mi dice di sì. Ha fotografato le strisce, poi sullo stesso fotogramma ha impressionato un volto che è diventato un viso cubista. Diverso il discorso per Richard Hamilton. A lui, chiedo che cosa lo divertisse di più in vita sua e lui mi dice che gli ho fatto una domanda stupenda. Mi confessa che ciò che gli dà più piacere, prima di andare a letto, è ascoltare la Tatcher in tv che dice stronzate incredibili. Secondo te, come l'ho fotografato? A letto davanti alla tv mentre guardava la Tatcher. Se non conosci gli autori non puoi andare a fotografare cose ignobili. Devi avere rispetto della gente. Lo sai perché ho avuto successo? Proprio per il rispetto.

César abbraccia un suo "Pollicione"

TG: Era difficile contattare questi grandi personaggi?

GL: A volte li contattavo io, altre volte mi sono fatto aiutare dal giornale, poi vedi, internamente alle redazioni, a quei tempi giornalisti e fotografi erano come fratelli. La prima volta che mi hanno mandato a Pechino mi hanno chiesto di fare 16 reportage da 16 pagine ciascuno. Prima di andare a fare le fotografie sono andato all'ambasciata italiana di Pechino per farmi spiegare dall'ambasciatore come viveva il paese ed avere informazioni che mi risultassero utili.

TG: Oggi però non c'è più questo tempo...

GL: E allora si fanno le porcate...

TG: Infatti, spesso è così.

GL: Non c'è niente da fare, è un percorso obbligato.

TG: Verissimo, ma purtroppo i tempi sono cambiati.

GL: I lettori infatti stanno abbandonando i giornali, non sono mica scemi. Io non ho mai assistito a tanti licenziamenti come in questo periodo. Mi vengono le lacrime agli occhi, vorrei essere utile al mio paese...

TG: Capisco, prima però non mi ha risposto quando le ho chiesto se il grande personaggio e l'uomo della strada vanno trattati allo steso modo.

GL: Dipende da che cosa vuoi raccontare. Il problema è che in molti oggi, per diventare bravi e ricevere il Premio Pulitzer, vanno a fotografare cose incredibili. Gente accoltellata, sangue che esce dalla testa...

The White Album - Beatles 
Dopo essere stati ispirati dal mondo del circo, i Beatles decisero che la copertina del loro lavoro successivo andava un po' semplificato. L'anno successivo, hanno collaborato con l'artista pop Richard Hamilton per creare ciò che è ora conosciuto come The White Album-una superficie completamente bianca con impresso il timbro Beatles. Per aggiungere uno strato di ironia, Hamilton ha suggerito che ogni copia dovesse essere numerata singolarmente, anche se non era certo una edizione limitata. In UK ne sono state stampate almeno 600.000 copie. 
Paul McCartney ricorda che John Lennon afferrò per sé la No. 0000001.

TG: Lei lavora ancora?

GL: Sì, anche se tempo fa ho dato le dimissioni da "Panorama" perché non mi piaceva una certa situazione. Il direttore un giorno mi ha chiamato e mi ha detto: "Giorgio, allora domani cambiamo il giornale". "Va bene, dimmi di che cosa vuoi che mi occupi ed io lo faccio": Solo che a me che andavo a fotografare Arafat, Chou En Lai, Gandhi ed altri mi chiede di occuparmi di gossip... E così sono andato a dare le dimissioni.

TG: L'arte è importante per un fotoreporter?

GL: Nel 1985 avevo scoperto l'astrattismo e il colore in movimento. In tutti questi anni l'ho studiato attentamente ed ho avuto risultati incredibili. Qualche mese fa mi hanno telefonato da Firenze per i 50 anni dell'alluvione proponendomi di ricavare una mostra da un mio servizio dell'epoca. Io avrei accettato a condizione di avere un rimborso delle spese, ma mi è stato detto che non c'erano soldi. Allora buonasera...

L'alluvione a Firenze - Fotografia di Giorgio Lotti.

TG: Che rapporto ha con la fotografia digitale, la usa?

GL: Sì, perché no? Non vedo perché non dovrei usarla.

TG: E le piace?

GL: Come ogni cosa ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi, come la fotografia tradizionale. Però il grosso vantaggio è che puoi portare la sensibilità anche a 12'000 Iso e non avere la grana. Quando vai a fare le fotografie Alla Scala questo è un vantaggio immenso. Per il resto non cambia niente. Mi è capitato di portare all'Università dieci stampe ottenute da una fotocamera digitale e dieci ottenute da una fotocamera a pellicola, nessuno mi ha saputo dire quali erano quelle digitali e quali quelle tradizionali. Neanche i professori. A parte che mi presento nelle scuole truccato con barba e baffi, mi sono accorto che il mondo dell'istruzione è preoccupante.

TG: Questo paese ha qualche speranza di recuperare o lo dobbiamo proprio buttare via?

GL: Sì, ha delle speranze, però vorrei sapere perché i grandi critici fotografici, i professori di fotografia e quelli che contano non hanno mai visitato l'archivio di Gianni Berengo Gardin o di Franco Fontana e di qualcun altro. Forse, ci sarebbe da imparare da loro.

TG: Ha ragione Lotti, questo è un altro argomento molto importante, ma preferirei parlarne con lei la prossima volta, è d'accordo?

GL: D'accordo, a presto allora.

*Riflessioni di un amico sapiente sull'abitudine di edulcorare i potenti e sul significato dei regali
Rendere una persona più disponibile verso di noi può essere in certi casi un'azione utile; sempre che questo modo d'agire non sconfini, come nel caso che ci è stato proposto nella versione dei fatti di Giorgio Lotti, un tentativo di comprare la benevolenza di qualcuno con una proposta di scambio inaspettata.
Anche l'adulazione può disporre positivamente qualcuno nei nostri confronti, ma come dovrebbe comportarsi una persona eccezionale in determinati frangenti?
Le persone comuni non dovrebbero essere sensibili ai doni o ai complimenti gratuiti, ma a maggior ragione colui che ha delle forti responsabilità verso i propri simili, come un politico, un uomo di Dio o un capo di stato non deve mai cedere a questo tipo di debolezze. Mettere alla prova qualcuno che è cosciente del proprio ruolo pubblico con un "regalo" prezioso o di grande valore, potrebbe anche essere visto come un modo offensivo di dichiarare quest'uomo corruttibile e poco autorevole (anche per questo la classe politica italiana ha perso ogni credibilità davanti il proprio popolo) quando invece è un personaggio che viene rispettato dalla sua gente.
Inoltre, bisogna ricordare che il regalo non è una merce di scambio: quando si consegna un regalo è finita ogni azione. Chi lo riceve non deve neanche ringraziare, perché il regalo è un atto divino. Nel caso si desideri proprio ringraziare qualcuno per il regalo ricevuto sarebbe più opportuno ringraziare Dio anziché chi ce lo ha portato che ha agito soltanto come suo servitore.

Tutti i diritti riservati

martedì 28 aprile 2015

Le radici d'Olivia, un reportage di Gianmarco Maraviglia

Qualche settimana fa, a Milano, casualmente, ho visto una mostra fotografica abbastanza intimista di un fotografo che ha esposto le sue immagini in un'enoteca del quartiere Isola. Sono rimasto stupito dalla qualità degli scatti, così ho voluto contattare l'autore per chiedergli un'intervista ed ho scoperto che quelle immagini sono state realizzate da un fotogiornalista abbastanza conosciuto che è il fondatore ed il direttore di un'agenzia fotografica molto attiva negli approfondimenti geopolitici degli eventi internazionali nelle situazioni di crisi, la Echo photojournalism.
Gianmarco Maraviglia ha 41 anni e si è formato come fotografo presso l'Istituto Europeo di Design, dopo un percorso un po' discontinuo in varie facoltà universitarie.
Dopo una lunga passione per la fotografia è riuscito ad occuparsi di ciò che lo interessava veramente. Olivia's roots è un suo lavoro un po' particolare che fonde il suo mondo privato con la sua visione professionale. T.G.



Transilvania, Romania. Una ragazza controlla gli animali al pascolo. Fotografia di Gianmarco Maraviglia

Tony Graffio intervista Gianmarco Maraviglia

TG- Ciao Gianmarco volevo capire meglio qual'è argomento trattato ne: Le radici di Olivia.

GM- Ciao Tony, la mostra che hai visto si chiama Olivia's roots e fa vedere delle fotografie scattate durante alcuni viaggi un po' interiorizzanti, alla ricerca dei luoghi in cui hanno vissuto i progenitori di una bambina dei nostri giorni.
Ho iniziato questo lavoro 5 anni fa e me ne sono occupato per circa 3, a momenti alterni, perché questo tipo di progetto esula dall'attività giornalistica ed editoriale. E' stato un progetto a lungo termine che ho fatto senza preoccuparmi di dovergli poi trovare una collocazione sui giornali, sapendo però che questo tipo di discorso ti permette d'avere l'autorevolezza per fare delle mostre o dei libri.
Si tratta di una storia per immagini che racconta le origini della mia prima figlia, Olivia, che
ha i nonni che sono nati e vissuti in quattro paesi diversi.

Germania, Friburgo. Cornelia e Olivia attraverso una bolla di sapone. Fotografia di Gianmarco Maraviglia

TG- Come sei arrivato alla fotografia di reportage?

GM- Ci sono arrivato attraverso un percorso abbastanza elaborato e discontinuo; dopo aver frequentato l'università, mi sono iscritto ad un corso dello IED, da lì ho iniziato a lavorare in campo fotografico facendo lavori diversi: all'inizio come “paparazzo”, poi occupandomi di fotografare le macchine. Sono passato anche attraverso la fotografia di moda e di food, per un breve periodo, mi sono dedicato ad esperienze di vario tipo, fino a quando sono stato chiamato a dirigere un'agenzia fotogiornalistica.
Per qualche anno, ho ricoperto questo importante ruolo all'interno di una società italiana, ma non facevo parte del gruppo dei fotografi di quell'agenzia di stampa.
Questa esperienza mi ha fatto capire che io stesso volevo lavorare in un'agenzia con delle caratteristiche ben precise che fossero congegnate al mio modo d'essere e che mi permettessero di effettuare un approfondimento giornalistico dei fatti trattati.
Due anni e mezzo fa, ho fondato Echo Photojournalism ed ho chiamato a collaborare con me degli amici e dei colleghi internazionali con cui avevo già avuto modo di lavorare e siamo diventati una piccola famiglia che si occupa di varie tematiche.

TG- Perché hai scelto di fare del reportage?

GM- Mah, io considero il reportage come una missione, allo stesso modo di chi sceglie di fare il medico o il prete. Io non avevo intenzione di fare nient'altro al di fuori di questa cosa, perché a tutti noi che facciamo questo lavoro piace sentirci parte di quello che succede nel mondo. Questa scelta nasce ovviamente anche da un forte desiderio di denunciare alcune situazioni perché crediamo molto nel valore etico di portare all'attenzione del pubblico certe storie che magari non sono molto conosciute. Ci piace anche aver la possibilità di viaggiare, essere al centro di quello che succede.
Sono un po' queste le mie motivazioni.

TG- Spiegami meglio queste affermazioni, ti interessa vivere nella tua epoca e nei fatti che contraddistiguono questi tempi? O vuoi essere nel pieno dell'evento per vivere totalmente l'esperienza conoscitiva di ciò che avviene?

GM- Entrambe le cose, poiché queste ragioni sono molto collegate tra loro.
Come giornalista, ovviamente, faccio dell'informazione un valore assoluto; i tempi in cui oggi vivo hanno un senso solo se conosco un po' tutto di quello che avviene nel mondo.
Io non riesco a vivere per compartimenti stagni, no? Quello che io vivo qui in Italia è influenzato da quello che sta succedendo in Siria, o in Iraq, o anche in Svezia, se dovesse succedere qualcosa in Svezia. Penso che questo faccia un po' parte del sentirsi cittadino del mondo, consapevole di quello che succede globalmente e non solo a casa tua, o nel tuo quartiere.

TG- Possiamo dire che si tratta di un interesse politico?

GM- Assolutamente, diciamo che è un interesse di tipo geo-politico.

Egitto, New Cairo. Guardie a protezione del tribunale in cui si sta tenendo il processo a Mubarak. Fotografia di Gianmarco Maraviglia

TG- Perché hai chiamato la tua agenzia Echo?

GM- La mia agenzia si chiama Echo all'inglese, ma il significato italiano è lo stesso: eco, perché crediamo che quello che accade nel mondo, i grandi avvenimenti, che possono andare dalle guerre, alle rivoluzioni, ai grandi drammi internazionali, così come gli eventi lieti, felici, o importanti per altri motivi, lascino di loro una eco e questa eco sia origine di altre storie. I miei collaboratori ed io siamo più interessati a raccontare le storie che nascono dalla eco che queste storie lasciano nel mondo, piuttosto che raccontare l'evento stesso.
L'idea è quella di non seguire la prima linea, per esempio di quando accade una guerra, perché riteniamo che si capisca poco, solo dal raccontare quello che accade negli avanposti. Noi preferiamo arrivare un po' dopo e vedere che cosa sta succedendo raccontando le storie delle persone che hanno subito l'evento, o che l'hanno vissuto in prima persona. E' un giornalismo più lento, se vuoi, rispetto a chi fa giornalismo in senso stretto, mentre noi ci prendiamo un po' più di tempo per fare l'approfondimento delle nostre storie.

Irpinia, Casalbore. Una tipica scena italiana, anziani e bambini prima di una processione. Fotografia di Gianmarco Maraviglia

TG- Secondo te, esiste anche un valore artistico delle fotografie che scatti in certe situazioni di cronaca, o d'approfondimento?

GM- Io non mi considero un artista, ma non mi piace nemmeno la parola fotogiornalista per descrivere il mio lavoro; io vorrei invertire i valori in campo perché l'etica giornalistica che mi permette di raccontare le fotografie che scatto è più importante, per me, delle mie stesse immagini, che ormai possono avere un valore relativo.
Il fotogiornalismo portato nelle gallerie è un discorso che stiamo iniziando ad affrontare perché stiamo iniziando a capire che c'è un interesse anche da parte di questo mercato che conosco poco, anche se capisco che la stessa storia la si può raccontare con un approccio visivo che può essere più adatto ad essere esposto in una galleria.
Questo fatto va benissimo, fintanto che tu non vai a compromettere l'integrità della storia che stai raccontando in quel momento. Si tratta semplicemente di raccontare una storia con un mezzo diverso, come può capitare di farlo raccontandola col video, per esempio.
Il fotogiornalismo, la fotografia d'arte ed il videoreportage sono tre approcci visivi diversi, per tre media diversi. La cosa importante non è che mezzo stai utilizzando in quel momento, ma che la storia che tu racconti rimanga la stessa.

Gianmarco Maraviglia, direttore di Echo Photojournalism al suo computer di casa

TG- Il reportage funziona se lo si esprime sulle pagine dei giornali attraverso più scatti, mentre in galleria si può presentare o vendere anche una fotografia unica di quello stesso evento? Oppure voi proponete una serie di fotografie di quella storia anche alle gallerie?

GM- Noi proponiamo una serie di fotografie visivamente coerenti tra di loro. In genere noi, per il reportage, facciamo una selezione che va dalle 25 alle 40 fotografie, sapendo benissimo che il giornale quando poi ne utilizzerà 6,7,8, ne ha già utilizzate tante.
Questo è un grosso tema, perché noi comunque torniamo da un viaggio di diverse settimane, se non di più, con 7,8, 9, diecimila fotografie di un reportage. Dobbiamo fare quindi un grosso lavoro di scelta. Prima ce ne occupiamo arrivando a selezionare un centinaio d'immagini, dopo di che si fa una selezione definitiva in agenzia di circa una cinquantina di fotografie, poi il giornale te ne pubblicherà 6,7,8, quando va bene. Diciamo, per un massimo di dieci immagini.
La galleria invece fa tutto un altro tipo di discorso, può selezionare anche solo 5 fotografie coerenti nell'ambito della stessa storia Ad una galleria puoi proporre 10 immagini molto seriali per poi venderne una ad un collezionista ed un'altra ad un altra persona, non è importante che in quel caso si capisca precisamente ciò che si raccionta, ma conta il fatto che ogni fotografia ha dietro una storia.

TG- In un reportage come si scelgono le immagini che fanno poi farte della storia? E' importante che abbiano una sequenza cronologica precisa? Devono mostrare l'ambiente nella sua totalità e nel dettaglio (vari piani della stessa situazione)? Oppure ciò che conta è il momento saliente dell'azione? Come si descrive una storia?

GM- Questa è una domanda molto impegnativa. Intanto, bisogna dire che ognuno di noi che si pone sul mercato internazionale, ad un livello abbastanza elevato, per fare un certo tipo di giornalismo, non è un semplice cronista che va sul posto a prendere delle immagini.
Tutti noi siamo degli autori con un nostro specifico linguaggio che caratterizza ognuno di noi. Le fotografia di un fotogiornalista con un suo linguaggio sono immediatamente riconoscibili.

TG- Tu mi stai parlando di linguaggio o di stile?

GM- Non so bene definire lo stile in fotiografia, per linguaggio io intendo il tuo modo di raccontare una storia che comprende perfino la storia stessa che tu decidi di raccontare.
Capita spesso che ti puoi indirizzare in un filone di storie che sono vicine al tuo tipo di sensibilità e possono essere molto simili tra loro. Oppure di storie molto diverse che però conservano un nucleo comune di un discorso che tu hai gà fatto in altre storie. Questo fatto costituisce la tua uniformità narrativa. Poi, naturalmente, ognuno ha un suo modo d'approcciare il soggetto, d'inquadrarlo, d'utilizzare le luci. Ci sono tantissimi parametri che concorrono a formare un tuo linguaggio. Anche il tempo concorre a formare il tuo linguaggio, perché il linguaggio si forma, a volte, per degli errori che puoi aver fatto, ma che emotivamente ti piacciono, o ti possono andare bene.

TG- Chi sceglie le storie? Lo fa il fotografo? O l'agenzia? Si cerca un autore che possa essere più adatto alla storia? Come si procede?

GM- Generalmente la storia è scelta dal fotografo, poi ovviamente, se ne parla in agenzia.
Le agenzie contemporanee, come la nostra, sono diverse da quelle di un tempo. Le agenzie di 25 anni fa che avevano la capacità di produrre le storie e pagarle non esistono più. L'agenzia oggi serve a tante altre cose, serve anche a fare gruppo, avere un confronto interno, una linea editoriale, una diffusione del lavoro poi a livello commerciale, ma non certo a produrre una storia. Ogni fotografo si paga la produzione della propria storia ed è abbastanza normale che sia lui ad anticipare costi e spese per effettuare il servizio.
Noi siamo un'agenzia abbastanza particolare, siamo quasi un collettivo, ma è l'agenzia che ha un confronto col fotogiornalista che propone una storia. Spesso sono io a decidere l'interesse, o meno, che pensiamo possa avere il mondo editoriale per quella storia; quindi io ti posso dire: guarda, secondo me, questa storia qua è meglio se non la facciamo perché non funziona, non interessa, non riusciamo poi a venderla.

Transilvania, Bica. Benedizione ortodossa di Olivia. Fotografia di Gianmarco Maraviglia

TG- Può capitare di non riuscire a rientrare con le spese?

GM- Può succedere, però, per fortuna, lavoriamo in un mercato abbastanza globale, sicuramente il mercato italiano non è il nostro mercato di riferimento. Noi vendiamo non tantissimo in Italia, vendiamo molto, molto di più all'estero. Estero vuol dire tanti paesi per cui noi riusciamo a vendere la stessa storia in più di un paese e quando tu la vendi in 2 o 3 paesi, ovviamente rientri bene.

TG- Vi capita d'essere gli unici reporter presenti in un determinato posto? O potete trovarvi a lavorare tra altri reporter provenienti da altre zone del mondo?

GM- Noi, non facendo attualità, magari andiamo a raccontare delle storie che abbiamo trovato leggendo un trafiletto di un giornale del Pakistan o del Nagorno Karabakh.
E' difficile che qualcuno vada sulla stessa storia, però è anche ovvio che noi cerchiamo di raccontare delle storie che abbiano qualche colleganento con l'attualità, perché quello che cercano i giornali è esattamente questo: un retroscena di qualcosa che è già sulle pagine dei giornali.

TG- Le storie tornano anche ad essere d'attualità...

GM- Sì, le storie tornano d'attualità a seconda degli eventi, infatti noi proponiamo spesso delle nostre storie già realizzate un anno prima, due anni prima, anche su tematiche che per vari motivi sono tornate attuali.

TG- Tornando al reportage di carattere familiare che ci fa vedere Olivia e le zone del mondo da cui arrivano i suoi nonni, dove sono state riprese quelle fotografie? E cosa volevi dirci in quel modo?

GM- Le fotografie sono state scattate in Italia, Egitto, Romania e Germania, paesi in cui sono nati i nonni d'Olivia. Con questo lavoro, ho voluto far capire che io sono favorevole ad ogni tipo di contaminazione culturale, linguistico e di dialogo. Più i popoli si mischiano, più si ottengono esperienze interessanti. Mia figlia ha sei anni, ha viaggiato tantissimo, parla due lingue, sta imparando la terza, si trova a suo agio in qualsiasi parte del mondo tu la metta, queste sono cose che per me contano molto.

TG- Questo lavoro andrà ancora avanti nel tempo?

GM- No, non penso, è stato molto difficile dire: è finito. Essendo un lavoro sulla mia famiglia avrei potuto andare avanti all'infinito. Non ho mai nemmeno proposto questo lavoro a livello editoriale, ne ho fatto delle mostre ed ho partecipato a dei festival di fotogiornalismo, ma è un po' difficile che qualcuno lo voglia utilizzare per raccontare una storia. Adesso sto per inaugurare una nuova mostra di cui vi parlerò presto.

Gianmarco Maraviglia, fotogiornalista, 41 anni



sabato 28 febbraio 2015

Alla ricerca degli Dzi Tibetani

 Sciamano hindu, o Sadhu (uomo saggio) fotografato a Kathmandu.
 Sciamano hindu, o Sadhu (uomo saggio) fotografato a Kathmandu.
Gli induisti pensano che l’obiettivo della vita sia la fine del ciclo delle reincarnazioni per poi dissolversi nel divino. 
Ciò è difficilmente raggiunto nella vita comune. I sadhu, nella loro ricerca dell’assoluto, vivendo una vita di santità, cercano di accelerare questo processo per conseguirlo in questa vita.

“Le perle tibetane dette Gzi sono le gemme più preziose e non artificiali originate da divinità come Dava, Yaksa, Prthiva e Naga...” 

(1) Così esordisce un importante libro che tratta questo argomento.

Dzi Tibetani “Le perle tibetane dette Gzi sono le gemme più preziose e non artificiali originate da divinità come Dava, Yaksa, Prthiva e Naga...”
Gzi di varie forme e nomi a un occhio a più occhi, striati con argento e piccoli coralli.

Presentazione
In queste pagine culturali ho il piacere di mostrarvi un servizio molto interessante di un viaggiatore, fotografo, imprenditore, Giorgio Grilli, che ha percorso tutto il mondo alla ricerca di antiche tradizioni, sciamanesimo e oggetti rari da collezionare, oltre che esperienze irripetibili da vivere insieme alle genti che incontra sul suo cammino.
Per la prima volta  riusciamo a trattare un argomento che abbraccia praticamente tutti i temi che sono seguiti dal nostro blog: arte, tradizione, collezionismo, fotografia, racconti personali, curiosità, rarità, tecniche artistiche, storia e spiritualità.
Mi ha fatto molto piacere che Giorgio abbia accettato di condividere con i nostri lettori immagini inedite ed episodi ancora non molto conosciuti in occidente, riguardanti un modo di vivere che sta velocemente trasformandosi.
Gli dzi sono oggetti di culto tibetani molto rari; dopo l'invasione cinese del Tibet molti tibetani si sono trasferiti nei territori vicini portando con loro la propria cultura e gli oggetti più importanti.
Ancora oggi, è molto complicato muoversi liberamente in Cina pertanto la ricerca di queste pietre dure ha luogo specialmente in Nepal, meta più volte visitata dall'autore del nostro reportage.
Difficile spiegare esattamente cosa siano gli Dzi:  si tratta d'oggetti tradizionali, perline mistiche, considerate da molti dei veri e propri guardiani contro i demoni, strumenti atti ad eliminare il karma, portatori di fortuna, salute e benessere? O sono dei beni di un considerevole valore commerciale?
La loro esistenza ed i loro presunti poteri sono balzati alla ribalta delle cronache nel 2003, quando nel disastro aereo del volo 140 della China Airlines, diretto a Nagoya, rimasero uccise 264 persone, ma 7 si salvarono miracolosamente. Tra di loro ci fu anche Mr. Chen che rilasciando una pubblica intervista alla tv giapponese disse che lui e le sei persone sedute intorno alla sua persona riuscirono a sopravvivere all'incidente grazie al fatto che egli indossasse uno magnifico dzi con 9 occhi.
Sugli dzi esistono leggende e verità sconvolgenti, in questo articolo un esperto che li conosce bene vi parlerà di loro. T. G.

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Altri tipi di Dzi

Gli dzi tibetani
Il Tibet è un esteso altipiano sui 4000 metri, tanto da meritarsi l'appellativo de: “Il tetto del mondo”. E' circondato dalla catena Himalaiana che comprende le più alte montagne del mondo come: Everest, Nanga Parbat, K2, Lhotse, Kailash, Annapurna. 
Il Tibet è confinante con regioni come lo Yunnan, Sichuan, e nazioni come India, Buthan, Nepal, Cina.

 Catena dell’Himalaya veduta dell’Annapurna da Pokhara. 
L’Annapurna con i suoi m. 8091 è la decima montagna più alta del mondo. 
E’ un massiccio che comprende altre 5 vette tutte intorno ai 7500 metri.

Fu proprio in Nepal che accadde il mio primo incontro, molti anni fa, con gli Gzi.
Percorrendo, zaino in spalla, le alte vallate del Nepal incontravo diverse persone che indossavano collane con particolari perle dai curiosi disegni bianchi e neri. 
Data la difficoltà di interloquire con loro cercavo di toccare la perla per indicare loro il mio interesse, la reazione era immediata, si coprivano la perla con la mano ed evitavano che io la toccassi. 

gzi tibetani
Gzi e corallo indossate da una donna che lavora nei campi

Come collezionista di beads "m'intrippava" l’idea di possederle per aggiungerle alla mia collezione; non è stato così facile poterlo fare e sono riuscito solo molto tempo dopo. Data la mia completa ignoranza sul significato della nuova perla, ostinatamente quando ne vedevo una cercavo di ottenerla, ma invano. 
Lasciate che vi spieghi come mai era così difficile ottenerla, ma per togliervi ogni dubbio, fin da ora vi dico che alla fine ci sono riuscito.

Corallo intarsiato con turchese
Corallo intarsiato con turchese

Dzi di vario tipo fotografati in un negozio di Kathmandu che commercia queste pietre molto particolari.
Dzi di vario tipo fotografati in un negozio di Kathmandu che commercia queste pietre molto particolari.

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I veri dzi sono agate di vari colori con disegni naturali o incisi in modo sconosciuto

I luoghi di ritrovamento di tali perline intere o fratturate sono sempre sconosciuti ed avvolti da un velo di elementi misteriosi e mitologici come le molte leggende ad essi associate. Di seguito riporto alcune leggende che narrano il significato e la provenienza di tali perle.
Alcuni raccontano di antichi relitti portati alla superficie da smottamenti terrestri e trovati dai contadini durante la lavorazione dei campi, oppure di insetti pietrificati o fossili cristallizzati, lacrime divine cadute dal cielo che contribuiscono a fecondare i campi, un meteorite caduto sulla terra i cui frammenti vennero rifiniti da uno yogi, ma il fil rouge della credenza è che questi talismani non sono realizzati dell’uomo, ma sono di origine “divina”.

Una serie di Gzi rotti e artisticamente restaurati con argento e turchesi o corallo
Una serie di Gzi rotti e artisticamente restaurati con argento e turchesi o corallo


Particolare di 2 Gzi rotti restaurati con argento e corallo
Particolare di 2 Gzi rotti restaurati con argento e corallo

Quello che se ne desume è che nessuno conosce l’esatta provenienza, chi li ha prodotti, come sono stati realizzati e quanto siano antichi.
René de Nebesky nel suo Oracles and Demons of Tibet cita che si tratti principalmente di agata, altri autori lo riportano come calcedonio, “quasi agata”, corniola, agata incisa.
Alcuni autori fanno risalire gli Gzi “puri” a più di 2500 anni B.C. e la loro fabbricazione risulterebbe analoga all’incisione con potassa (carbonato di potasso) o carbonato di sodio con aggiunta di succo della pianta di Kirar (simile al cappero), che serviva da opacizzante, utilizzata dai persiani per incidere i versetti del Corano sulla corniola; anche se da recenti analisi risulta la completa assenza di sodio (Na) nelle linee bianche. 
La pietra veniva fissata con argilla e dipinta con questa soluzione che scaldata su carboni ardenti per alcuni istanti resterebbe indelebilmente incisa di bianco. 
Il metodo per ottenere gli Gzi sembra però essere diverso e non ancora del tutto conosciuto.

Volto di un uomo che vive in Tibet

Nelle popolazioni orientali le parole Lezi, Dzi, Gzi, Sese hanno suoni similari e il loro significato indica fortuna, dignità, perfezione, protezione, denaro, possiede forza mistica e proteggono dal male chi li possiede.
Comunemente vengono chiamati Tianzu, o anche Perle del Paradiso, il che dice tutto sul valore simbolico a loro attribuito. Ad ogni disegno sulla pietra è attribuito un preciso potere buona sorte, fertilità denaro, si dice inoltre che le pietre che vengono trovate nei campi rotte, hanno perso in parte la loro forza perché si sarebbero spezzate a causa del peso che avrebbero dovuto sostenere per proteggere il loro possessore dal male.

 La mia ricerca degli dzi mi ha portato anche in Nepal, qui ero a Kathmandu.
La capitale del Nepal, situata a 1355 metri d'altezza è anche la città più grande e popolosa ella nazione.

Monaco buddista con la ciotola per le offerte a Kathmandu
Monaco buddista con la ciotola per le offerte a Kathmandu

Da quanto esposto ben si capisce la mia incauta azione del voler toccare o voler comprare una perla “divina” indossata dal proprietario.
I giovani tibetani all’età di tredici anni sono già pronti al matrimonio e le loro future mogli, per l’evento, indossano oltre ad elaborate acconciature alcuni gioielli; esse vengono adornate con lunghe collane con turchesi e diverse perle Gzi. Il numero, il disegno, la qualità e la purezza di tali perle indicano il rango della sposa e della famiglia. 
Una volta maritate le spose potranno indossare anche collane con corallo. Per i tibetani le perle Gzi hanno anche un grande valore commerciale, sono equivalenti a denaro contante e possono essere cambiate in denaro ad esempio in banche come la Banca del Popolo, o la City Credit bureau, per avere prestiti o acquistare beni.
Il valore di Gzi autentici oggi raggiunge cifre astronomiche, si dice sia stata battuta a Londra uno Gzi a nove occhi per la somma di 250.000 sterline. E’ chiaro che in questo contesto il mercato di falsi è fiorente, India, Cina, Taiwan, utilizzano i materiali più disparati, come vetro, ceramica, agata stessa per soddisfare le richieste di chi come me si reca in quei paesi alla ricerca di perle da collezionare.

Durbar Square, centro di Kathmandu.
Nella piazza troviamo il Palazzo Reale e diversi templi Hindu e Jain, come ad esempio il Taleju Temple. (XII-XVII secolo)


Lo Stupa Boudhanath, in Kathmandu, è un luogo protetto dall’ UNESCO.
Con i suoi m. 100 di diametro e i m. 40 di altezza è il più grande e il più antico stupa in Nepal, è meta di pellegrinaggio di buddisti tibetani che durante il festival del Anno Nuovo arrivano a migliaia vestiti con abiti tradizionali da ogni parte di Buthan, Laddak e Sikkim, per partecipare alla festa.

 L’Himalaya detto anche Tetto del Mondo è una catena montuosa che annovera tra le più alte cime del pianeta. Separa India, Nepal, Cina e Buthan. 
Le antiche popolazioni su entrambi i versanti, non a caso, hanno sempre identificato le montagne più alte con la dimora dei loro dei. Ancora oggi si dice che in alcune spedizioni alpinistiche su queste cime, gli scalatori si fermino un metro sotto la cima della vetta in segno di rispetto verso la dimora degli dei.

Per il mercato dei collezionisti oggi sono disponibili molti falsi che riproducono gli Gzi. Non è assolutamente facile riconoscere uno Gzi autentico, antico e puro, perché ad esempio Gzi fatti cento, duecento anni fa sono difficili da distinguere da quelli autentici ancora più antichi. Diciamo che eliminando le falsificazioni pacchiane in vetro, osso, ceramica, conchiglia o materiali che non siano agata o calcedonio e che non presentino tracce evidenti di modernità, i fori, la lunghezza di alcune tipologie di disegno, la superficie della pietra, la patina, il colore delle linee sono delle indicazioni di autenticità, anche se tutt'altro facili da leggere e interpretare. 

Rubini grezzi, Gzi, acquarnarine, sono gemme molto apprezzate dai tibetani con cui si adornano facendo collane e braccialetti. 
Rubini e acquamarine provengono dal vicino Afghanistan, Birmania e Pakistan.

Molte ottime falsificazioni adottano immersione e riscaldamento in soluzioni di zucchero proteggendo le parti che non devono annerirsi con resine con tecniche simili a quelle delle incisioni su corniola. Ancora oggi in India vi sono artigiani che producono in modo esemplare sia Gzi che agate incise.
La loro piccola dimensione e la facilità di trasporto hanno permesso al 14° Dalai Lama, quando dovette fuggire nel 1959 con il suo seguito, disperdendosi in India, Buthan, Taiwan di sopravvivere, vendendo in caso di estrema necessità finanziaria le perle Gzi.
I disegni su queste perle sono molteplici: cerchi neri su fondo bianco e viceversa, losanghe, strisce , ovali o una miscela di questi segni.
I più apprezzati e non solo dai tibetani sono quelli con più cerchi detti “occhi” perché l’occhio tiene lontano i demoni, il male e protegge dalla sfortuna.
Non vi è uno standard di valutazione della perla Gzi, ma la purezza, il numero di occhi e la definizione sono elementi molto importanti per il valore dello Gzi.
Tralasciando lunghe, filosofiche definizioni e distinguo dei disegni per definire una perla Gzi (ogni disegno, forma della perla ha un nome), il punto più affascinante di questi oggetti sacri è che un popolo che vive ad altezze incredibili che deve importare tutti i materiali per crearsi ornamenti, ambra, corallo, argento, agata, turchese abbia creduto, affidato, creato, intorno a questa magica perla, un mondo di credenze, religione, medicina, denaro.
Per lunghissimo tempo queste genti sono stati gli unici a possederla e onorarla.
Mi piace pensare che la perla Gzi, per me interessante per la sua bellezza e curiosa per la tecnologia, è un artefatto che ancora oggi dopo migliaia di anni rimane inspiegato, misterioso carico di simbologia magica ed una forza naturale, soprannaturale grandissima.
Stringendo nelle proprie mani uno Gzi si ha la sensazione di caricarsi di energia positiva, di una forza spirituale e morale potente e di esser convinti di avvicinarsi ad una maggior comprensione della cultura di un popolo al tempo stesso affascinante e antichissimo.

Testo e fotografie: Giorgio Grilli

La madre dell’Universo, l'Everest, ripreso dall'aeroplano. 
Situato nella catena dell’Himalaya al confine tra Cina e Nepal, la sua altezza esatta è da sempre stata difficile da determinare data la sua distanza dal mare (livello di riferimento) è stata confermata, da una spedizione cinese nel 1975, in 8848 metri.

Riferimenti bibliografici:
1- Gzi Beads of Tibet Lin, Tung Kuang
2- D. Allen “Tibetan Zi beads”
3- Beck Horace “Etched cornelian beads” 1933
4- Dana j. D. and Dana E.S. 1962 , ”The system of mineralogy”

Le fotografie di questa pagina sono state realizzate utilizzando fotocamere Nikon a pellicola e digitali.