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lunedì 17 dicembre 2018

Alberto Camerini, un Arlecchino dal cuore grande in un mondo di Robot senz'anima

"L'intelligenza è caratterizzata da una innaturale incomprensione della vita" Henri Bergson

Era da tempo, due anni o forse più, che pensavo ad Alberto Camerini e mi chiedevo che cosa stesse facendo. Tutto era partito dal riascolto dei suoi primi dischi e da ricordi confusi di vecchi amici che mi parlavano di Camerini come di un genio della musica elettronica, di qualcuno che sentivano di amare profondamente per l'originalità dei testi, dei suoni e delle musiche, oltre che ad un modo estroso di porsi davanti al pubblico e portare a tutti allegria ed energia.
Cominciai così a tenere d'occhio il cartellone delle sue serate e dei suoi spettacoli dal suo sito web, accorgendomi che Alberto Camerini cantava ormai nei luoghi più improbabili e nascosti. Per un motivo o per un altro non riuscivo mai ad organizzarmi per andare a sentirlo e a conoscerlo di persona. C'era sempre qualche impedimento o qualche contrattempo dovuto anche alla mia pigrizia di mettermi in macchina a macinare chilometri per raggiungere qualche località sperduta nel buio della notte. Intanto cresceva in me la curiosità e la voglia di capire perché un grande artista avesse perduto la sua strada o, come dicevano alcuni, la ragione, e invece di riempire stadi o teatri andasse a cantare in circolini e birrerie di provincia. Mistero. 
Qualcuno cercava di spiegarmi che Camerini aveva avuto problemi di salute abbastanza importanti, forse dovuti ad abusi di sostanze o a momenti personali difficili, ma io non potevo accettare una risposta tanto scontata. Ogni volta, capita di sentire questo tipo di spiegazioni quando il soggetto del discorso è un grande musicista R'n'R.
Finalmente, la sera di Sant'Ambrogio, il 7 dicembre, si presenta l'occasione giusta: Camerini si sarebbe esibito a Milano, in un Circolo Arci in via Benaco al numero 1. Finalmente avrei potuto incontrarlo e farmi spiegare direttamente da lui alcune cose, o magari capirle senza chiedere nulla, nell'istante in cui me lo sarei trovato davanti. 
Milano ha i suoi vantaggi. Alberto Camerini vive a in questa città da quando era ragazzino ed io fortunatamente sono riuscito a entrare in contatto con parecchie persone che lo conoscono o hanno avuto a che fare con lui in passato. Tutti mi hanno parlato molto bene dell'Arlecchino elettronico, ma nessuno ha saputo darmi spiegazioni plausibili del perché, già nel 1983 ci furono i primi segnali di una crisi creativa o di qualche difficoltà di percorso. 
Come dice un mio amico che ha frequentato Alberto negli anni '70 e la cui moglie che è stata collega di Elena Orlandi, questi sono gli alti e bassi della discografia che di certo non è un mondo sereno.
A questo proposito, c'è chi afferma che Camerini abbia discusso, proprio nel 1983 con l'allora amico fraterno e produttore della CBS Italia Roberto Colombo e che poi ci siano stati non pochi problemi di relazione con la sua casa discografica che non pubblicò un album in cui avrebbe dovuto essere inserito il brano "Computer capriccio" ed altre canzoni misteriose delle quali non è rimasta traccia.
Ritornato al grande pubblico nel 1984 per partecipare al Festival di Sanremo, Camerini non riscuote particolari entusiasmi con la canzone "La bottega del caffè": proprio dopo quella esibizione rompe con la CBS ed inizia ad allontanarsi momentaneamente dal mondo della musica leggera.
Anche qui siamo in preda all'incertezza. C'è chi dice che Camerini sia andato in Brasile per curarsi e riprendersi da un periodo difficile; c'è chi lo vede impegnato in altre attività, mentre lui ci racconta in un intervista radiofonica d'essere andato a Venezia con la figlia Valentina a studiare le ariette anonime del 1731 (in seguito s'iscriverà all'Università per studiare storia della musica, filologia musicale e storia del teatro), ma a quanto pare anche il pubblico inizia ad avere altri interessi. 
Oppure il nostro Arlecchino aveva già capito che non vale la pena di rovinarsi la salute per inseguire qualcosa di effimero? Come esprimerà più tardi in un'intervista di circa due anni fa, con le seguenti parole: "Lo show-business presenta contraddizioni violentissime quasi mai proporzionate al risultato che si vuole ottenere."
Per quanto la mia possa sembrare un'affermazione azzardata, Camerini non è un artista di facile comprensione, anche se molte delle sue canzoni arrivano subito dritte al cuore dell'ascoltatore. Alberto è un uomo colto che si sa esprimere con un linguaggio alla portata di tutti, per generare allegria e passione, ma ha anche un carattere nostalgico, contraddittorio, orgoglioso, provocatorio e sincero.
Ritengo che nessuno possa sollevare dubbi riguardo la sua genialità: Camerini è un innovatore che ha creato un genere musicale in Italia e nuove sonorità nel mondo. Provate a riascoltare "Computer capriccio" di Camerini del 1983 e "One Vision" dei Queen del 1986 e poi sappiatemi dire chi ha influenzato chi.
Camerini ha saputo conquistarsi un pubblico di giovani e giovanissimi che nella maggior parte dei casi lo ha dimenticato nel momento in cui ha perso la sua innocenza (il pubblico, non Alberto...), mentre l'artista ha sempre conservato la sua genialità, la sua vitalità e generosità, anche se ha compreso che intorno a lui tutto stava cambiando. Anche a causa della sua profetica interpretazione di un mondo dominato da computer e robot.
È vero però che tra moltissimi suoi fan, gli esseri più puri che come lui hanno conservato la propria anima pulita, senza farsi ingabbiare in un sistema votato solo all'egoismo ed al guadagno, hanno continuato a seguire le peripezie dell'Arlecchino elettronico e i tentativi che ha fatto per ridare dignità al proprio personaggio che intorno alla metà degli anni '80, anziché dettare nuove mode, aveva avuto uno sbandamento forse imposto dal marketing discografico delle majors assecondando i movimenti sociali di quegli anni di benessere economico in cui molti ragazzi desideravano soltanto vestire alla moda e divertirsi. Penso all'insulso testo di "Va bene così" che parte su degli accordi che ricordano un po' "Bollicine" di Vasco, ma anche alle altre canzoni dedicate ai paninari e ai galli di questo ruffiano "Angeli in blue jeans".
Se esiste davvero un Dio Pazzo che ama il Rock and Roll, questa strana entità non si è dimenticata di Alberto e l'ha abbastanza preservato dal trascorrere del tempo e dalla inevitabile caducità fisica che portano gli anni, gli eccessi e gli errori. 
Camerini ha ancora una bella voce, ho potuto sentirla lo scorso 7 dicembre a Milano. Per ascoltarla ho pagato (malvolentieri) la tessera d'iscrizione all'Arci ed ho contribuito (soltanto) per 5 euro all'esibizione canora di Alberto che avrebbe meritato un biglietto d'ingresso ben più caro, anche per poter ascoltare insieme a lui un vero gruppo di musicisti. Effettivamente, per un discorso di contenimento dei costi, Camerini si è presentato sul palco da solo, in compagnia di un mixer portatile dal quale ha fatto partire le basi per le sue canzoni cantate dal vivo.
Appena Alberto è salito sulla scena, il pubblico è impazzito di gioia e non è riuscito a contenere l'impulso a cantare e ballare con lui. Qualcuno è anche salito sul palco, al suo fianco. Le prime canzoni in scaletta sono state R'n'R Robot, Tanz Bambolina, Maccheroni Elettronici, Serenella e via con tutti i successi degli anni '80. Solo in seguito sono arrivate anche le canzoni più recenti tratte da Cyberclown e Kids wanna Rock.
Ho osservato un vero fenomeno catartico intorno a me, gente sconosciuta veramente felice di essere in quel contesto e io stesso non ho potuto fare a meno di commuovermi e ringraziare il Dio del Rock and Roll per non averci portato via questo idolo umile che ha scelto di sfuggire alle logiche dello show business e alle sue distorte imposizioni per farci comprendere che non tutte le anime ed i cuori sono in vendita.
Sono stato fortunato a vedere un Alberto Camerini in gran forma muoversi sul palco con la sua storica mimica per farci divertire più di quello che avrei potuto immaginarmi, anche se un po' di rimpianto permane per non aver ascoltato neppure una delle canzoni scritte all'inizio della carriera.
A volte gli artisti sono un po' assurdi nel non voler vedere tra le ragioni che li hanno resi grandi ed irraggiungibili nel firmamento delle stelle fisse che brilleranno per sempre, al di là delle mode e delle intuizioni geniali, la loro sincerità e la loro primordiale freschezza.
L'argomento che sto trattando mi ha appassionato al punto che sto facendo ricerche un po' più approfondite per conoscere meglio la vita di Alberto e credo che a breve tornerò a parlare di lui perché è stato un autore importante, un cantante rock che non si risparmia minimamente nelle sue performance e merita veramente di essere riscoperto e conosciuto anche dalle generazioni più giovani, non solo per un revival di un decennio fantastico, ma perché Camerini è ancora un innovatore di grande valore artistico. Proverò ad espletare il mio compito di documentarista rimettendo insieme i pezzi del puzzle; anche se questa questione non sembra tanto semplice. TG


Alberto Camerini, Alberto Camerini, Alberto Camerini, Alberto Camerini
Alberto Camerini all'Ohibò il 7 dicembre 2018

Tony Graffio intervista il grande Alberto Camerini

Tony Graffio: Alberto, stasera è andata molto bene, ti abbiamo visto in gran forma, il pubblico ti ama, ti segue e fa ancora pazzie per te. Come mai?

Alberto Camerini: Credo che gli piacciano le mie canzoni che nascono dal computer, e dalla batteria elettronica, suoni che hanno iniziato a farsi sentire negli anni '80. Quel genere di musica è poi andato avanti ed è stato sempre più computerizzato, anche se adesso sembra avere un suono più naturale perché le tecniche digitali sono diventate più precise. Le chitarre acustiche sono molto più naturali. Io amo molto la musica, ma anche la tecnica, mi piace stare in sala d'incisione, trovare i suoni giusti e registrare. Indubbiamente, mi fa molto piacere essere seguito e che questa sera il pubblico si sia divertito insieme a me.

TG: Alberto, io dopo gli anni '80 non ti ho seguito molto, so che sei stato un po' discontinuo nella tua produzione ma che hai fatto altre cose interessanti, ce ne vuoi parlare? 

AC: Ho fatto Cyberclown che secondo me è un lavoro molto bello, si tratta di un'opera buffa con la ballerina russa Liudmila Markova. Poi ho fatto "Kids wanna Rock" di cui questa sera ho cantato una canzone; ho cantato anche un paio di canzoni da Cyberclown: "Non rompermi le scatole" e "Fatti una canna" tratte da quel disco. Ovviamente, non avendo avuto quella promozione e quella pubblicità che hanno avuto le altre mie canzoni proporzionalmente sono anche meno conosciute. Le ultime canzoni sono conosciute grazie agli spettacoli che ho tenuto dal vivo ed al passa parola che gira negli ambienti del Rock and Roll underground. Gli altri successi del periodo CBS e di Sorrisi e Canzoni, come Rock and Roll Robot e Tanz Bambolina li conoscono tutti perché vengono riproposti ancora adesso. Vengono riprogrammati spesso in discoteca. Rispetto ai miei colleghi musicisti che fanno canzoni soft, queste canzoni sono molto ballabili per cui è un genere che è fortunato. A me piace quello, piace Arlecchino e ad Arlecchino piace saltare e ballare.

TG: In tanti apprezzano tantissimo e amano Alberto, dall'ellepi  "Gelato Metropolitano", quella è una canzone che parla di te e che forse è uno dei tuoi pezzi più belli. Tu non sei d'accordo?

AC: No, non sono d'accordo. Non sono d'accordo perché non mi piace tanto. Tutti i cantanti hanno una canzone che avrebbero fatto diversamente. È carina, è molto bella, però ne ho fatte di migliori. È troppo soft. Ero troppo timido, quello era il mio secondo disco, ero ancora impappinato. Anche David Bowie nei suoi primi dischi era una crisalide che doveva ancora venire fuori. Io sono venuto fuori maggiormente con "Comici Cosmetici" e poi con "Rudy e Rita". Alberto è amato da tutto il pubblico della Cramps che è composto dai ragazzi degli anni '70 che dovrebbero essere nati negli anni '50. Quindi, me compreso, dovremmo essere tutti sui 60-70 anni. Siamo tutti un po' vecchietti, ma questo non vuol dire niente perché anche Chuck Berry era vecchio.

TG: Ma tu non sei vecchio Alberto, tu sei Arlecchino!

AC: È vero, Arlecchino non ha età, Arlecchino non è un essere umano, è un mascherotto, un pagliaccio. Io però sono un essere umano, sono vecchietto, ho 67 anni. Edoardo Bennato però è più vecchio ancora.

TG: Sembra che il tempo non sia passato... Che cos'è il tempo?

AC: Il tempo è energia, è massa al quadrato. Il concetto di tempo in filosofia è stato anticipato da Sant'Agostino, non è stato mai più ricagato, poi è arrivato Henri Bergson che ha parlato della scienza e del tempo. Nel '900 la fisica si è interessata all'espansione dell'Universo e la scienza ha iniziato a tener presente che il tempo era relativo allo spazio, per cui se tu mi chiedi che cos'è il tempo io ti dico che il tempo è: Andante, Largo, Larghetto, Mosso, Allegro... Il tempo per un musicista si chiama Tempo (in italiano) ed è il metronomo. Il tempo per me è quello: la velocità dei bpm. Poi, Time è 2/4, 3/4, eccetera. Cos'è il tempo? È una domanda pazzesca... Staremmo qua due giorni a parlarne.

TG: Ma esiste?

AC: Non ci ho mai pensato, a dire la verità. Esiste una nostra percezione del tempo o un tempo in assoluto? In assoluto è difficile, è relativo. La nostra percezione è assoluta, ma è molto limitata. Noi siamo molto abituati ad avere le risposte in tasca, a fare la morale agli altri e a trovare quello che è giusto o non è giusto. Anch'io in primis, eh!

TG: Ti senti cambiato dagli anni '80?

AC: Certo che sì. Come no? Sono cambiato rispetto agli anni '90, ai 2000, ai 2010... Sono molto cambiato; anche dopo la morte dei miei genitori sono cambiato. Si cambia. Guai se non fossi cambiato. Sono fiero di essere cambiato.

TG: Hai iniziato a suonare perché ti piaceva la musica o perché volevi raccontare qualcosa con le tue canzoni?

AC: Tutte e due le cose. Mi mettevo sulla moquette di camera mia dopo pranzo e vaneggiavo, ero Andy Warhol, Mina, Sophia Loren. Claudio Rocchi è stata la mia prima grande fonte d'ispirazione, il mio aiuto. È stato veramente il mio tutore. Ho imparato molto da lui. Lui era più maturo di me; io ero più indietro come maturità. Lui era già un leader con la sua storia. Io lavoravo alla sua corte; è stato un periodo bellissimo: ero molto giovane, avevo 20 anni. È durato poco, anche.

TG: Avere successo troppo presto può essere un problema?

AC: No, dipende.

TG: Non ci sono controindicazioni?

AC: Ma no, Paolo Conte l'ha avuto tardi, altri giovanissimi: Eros Ramazzotti a 13 anni, quell'altro a 39, no... Dalla l'ha avuto tardissimo. No, non credo che c'entri niente... C'entra il fatto d'essere un sex-symbol perché nel successo conta molto il sex symbol, ma non tutti sono sex symbol. Cioè, Dalla non vendeva un sex symbol.

TG: Tu ti sei sentito un sex symbol?

AC: Per un periodo, sì. Per le bambine. Per le verginelle, perché ero l'uomo-oggetto. Vendevo dischi, come tutti i cantanti italiani, principalmente, l'ho saputo dopo però, solo alle scuole medie. Alle femmine. Perché i maschi comprano subito musica americana e dicono che la musica italiana è disprezzabile perché è troppo facile da raggiungere e le ragazzine compravano la musica italiana. Mia moglie l'ho conosciuta così.


Ohibò Milano Alberto Camerini
Alberto Camerini a Milano la sera di Sant'Ambrogio 2018.

TG: Però tu sei anche un grande chitarrista, anche se oggi non ti abbiamo visto in quella veste.

AC: Sì.

TG:  Eri molto richiesto come chitarrista?

AC: No, quello no, perché mi avrebbero dovuto pagare. Ho avuto successo come cantante. Anche Tozzi suonava la chitarra, non sono l'unico. Prince suonava la chitarra molto bene.

TG: Molti però dicono che tu sei anche un grande chitarrista.

AC: Sì, va bene, sono migliorato adesso. Ho comprato una chitarra nuova a 24 tasti. Forse, chi mi è venuto a sentire adesso s'è reso conto che sono migliorato.

TG: Perché non hai suonato questa sera?

AC: Perché voglio 3000 euro, più le prove, minimo. I musicisti piace che vengano gratis? Neanche a morire; se vogliono 500 euro l'uno, devono darmi 2000 euro solo per i miei musicisti. E le prove chi le paga? Purtroppo non ci sono le condizioni economiche. Io faccio il chitarrista in sala d'incisione, nel mio studio, a casa. Sto registrando un sacco di brani con la chitarra elettrica. Tanti senza... Per tutti i gusti... però tanti con la chitarra elettrica.

TG: Stai preparando un disco nuovo?

AC: Ma no... Non si fanno più dischi nuovi. Si fa un video che di mette su Youtube...

TG: La tua canzone preferita?

AC: La mia? Dipende dai giorni. (Pausa) Rock and Roll Robot!


Albero Camerini autografo su album Rudy e Rita
La copia di Rudy e Rita di Tony Graffio autografata da Alberto Camerini.

Tutti i diritti sono riservati a Tony Graffio Frammenti di Cultura

Arlecchino da Rock Harlequin News (una Fanzine del 1983)
Ecco alcune affermazioni di Alberto Camerini dei primissimi anni '80 tratte da una rarissima fanzine pubblicata da una fan di Rho. Pensieri che sono validi ancora oggi a distanza di più di 35 anni.

- Arlecchino perché è una maschera che sa sempre reinventarsi, è sempre vivo

- Arlecchino può rivivere con un repertorio nuovo, accerchiato da mille tastiere, computerizzate, ma guidate dall'uomo.

- Arlecchino non è morto, ma continua a vivere, il mio però non è un arlecchino archeologico.

- Arlecchino di oggi non può essere che rock. Io lo rivivo così. Il rock è il nostro teatro popolare, la nostra commedia dell'arte.

- Arlecchino del 2000. Tutto sommato, anche se non mi piacciono le etichette, mi sta bene.

- Mi va di essere così. Chi interpreta Arlecchino lo deve fare per tutta la vita.

- Ci tengo moltissimo ad essere Arlecchino, è la chiave di lettura di tutto il mio discorso, della mia follia, di tutte le cose sbagliate che faccio.

- Io mi sento l'Arlecchino del 2000. Come lui sono costretto ad arrangiarmi, a fare di tutto pur di fare spettacolo. Le mie canzoni parlano sempre di cibo... la stessa ossessione di Arlecchino!

- Arlecchino è un attore che non morirà mai!

- Arlecchino non ha mai vinto. È un ironico, divertente osservatore della realtà.

- Arlecchino ha 1000 colori. Arlecchino è capace di rinnovarsi Amo trasformarmi, amo il teatro, la maschera, amo tutte le cose che fanno spettacolo.

-Arlecchino riesce a muoversi bene fra gli strumenti elettronici e le tastiere di oggi senza però perdere la freschezza e non scalfendo il suo smalto originale.


Alberto Camerini Fans Club
Rock Harlequin News, fanzine autogestita, copertina del primo numero del febbraio 1983.

Alberto Camerini Fanzine
Sommario del Rock Harlequin Fans Club Magazine

Alberto Camerini Rock '80 Fanzine.

da Rock Harlequin News


Arlecchino


Rockmantico e Discografia fino al 1983

Testi di Computer capriccio su Rock Harlequin Fans Club Magazine.



PLASTIK ROCKER
(da Rock Harlequin News del febbraio 1983)

Alberto Camerini stupisce sempre, è inutile negarlo, come del resto è inutile prevedere il suo prossimo look.
Fantasioso e soprattutto imprevedibile, è ancora molto lontano dallo stereotipo del cantante di successo, anche perché lui non è un cantante, ma un rocker.
Inutile dire che la precisazione non è un intellettualismo, ma appunto una precisazione, dato che la parola cantante non ha più molto senso, specie in Italia, dove tutti si spacciano per cantanti, in particolar modo quelli che non sanno cantare. 
Ma torniamo a Camerini. Il suo look è una versione personalizzata (molto!) di Arlecchino tra il post-romantico e il tardo-punk, che si divide tra commedia dell'arte, rock e puro divertissement.
Anticonformista per vocazione, rende la sua public-image abbastanza caotica, con il suo Arlecchino e tutte le varie immagini che gli attribuisce. Tutto giustificabile: lui è Camerini (al plurale) e questo basta a capire tutto. 
Alberto o Arlecchino? Non è poi così importante, in ognuno dei casi si tratta sempre di un personaggio molto bizzarro, ma dai modi raffinati e contemporaneamente decisi. Sembra che giochi molto sull'improvvisazione, in realtà i suoi gesti sono studiati accuratamente: Arlecchino per lui non è un atteggiamento, è un modo di vivere.
Il tutto è il risultato di un'evoluzione personale e musicale che non ha mai conosciuto barriere.
La sua indole musicale si è svelata abbastanza presto, ma il suo impatto con il vinile non è stato certo dei migliori.
La sua fedina musicale è stata inaugurata da tre colpi a vuoto (poi rivalutati) che corrispondono alle tre sfortunate quanto gloriose esperienze timbrate Cramps.
Camerini è forte! Veramente! Con le sue storie di Arlecchino e le sue favole surreali.
Professione rockman, ma è un rocker molto divertente, niente a che fare con gli odierni cliché che vedono solo tipi dall'aria truce con chiome bionde da sbattere ininterrottamente.
È piccolino, niente a che vedere con i machi d'oltreoceano, ha lo sguardo profondo, da intellettuale, ma molto dolce.
Camerini ha sempre avuto una mente poliedrica. Sin dagli esordi il suo era un personaggio poliedrico che più poliedrico non si può. Poliedrico e precursore. Fantascientifico per i suoi tempi. 
Arlecchino è presente in tutto quello che fa. È dappertutto. Non è ben chiaro se da Arlecchino nasce Camerini o viceversa.
Ma forse non è poi così importante capirlo, sono entrambi collegati: Arlecchino è servitore di due padroni e lui ha detto che i suoi due padroni sono Alberto e Camerini. Non basta?

Per l'album Rockmantico del 1982 Alberto Camerini ha utilizzato:

- OBX-A Prophet 5
- Polymoog
- Yamaha ABC
- Micromoog
- Vocoder Korg
- Roland 100 system
- Roland CSQ sequencer

Batterie elettroniche:
- Roland CR 8000
- CR 78 Compurythm


Alberto Camerini, 67 anni, Rock Star Milano Ohibò
Alberto Camerini, 67 anni, Rock Star.


lunedì 10 settembre 2018

Nessuno schema per chi non è schiavo del Sistema

 Live al Subbuglio di Alessandria: sul palco Giampo, Ivo Entratomin seguito come seconda voce; sotto al palco Ioris a sx e Saverio "Yena".

Con il titolo di questo post voglio in qualche modo citare alcune canzoni degli anni '80 e riprendere un discorso sul Punk italiano affrontato qualche tempo fa con Giampo Coppa che, oltre ad essere un visual artist, in passato ha vissuto con intensità la breve stagione dell'Hardcore italiano. TG

Poster pieghevole allegato alla cassetta autoprodotta dagli Stinky Rats: Urla di Rabbia. Grafica di Giampo Coppa.

Tony Graffio: Giampo, per favore, raccontami cos'è stato il Punk italiano.

Giampo Coppa: Sul Punk italiano ci sarebbero da versare cascate di parole per descrivere le situazioni che abbiamo vissuto, ma anche per raccontare le attitudini e le passioni che quella musica ha infiammato in molti ragazzi. In quel periodo, purtroppo, il piatto del mio giradischi era rotto e non disponevo di un vero stereo, perché all'epoca un impianto stereo di qualità costava un sacco di soldi. Per questo noi non potevamo avere un vero stereo. Io e mio fratello però avevamo un radio-mobile Blaupunkt degli anni '50 che aveva il piatto in bachelite. Fintanto che il piatto ha funzionato quel mobile sparava un volume della Madonna, ma poi proprio durante gli anni del Punk s'è guastato; così per ascoltare la musica abbiamo recuperato, non mi ricordo dove, una piastra usata per le cassette che abbiamo collegato a questa radio Blaupunkt, tuttora ha in casa mia madre. Per questo, non ho nulla dei dischi Punk di vinile dell'epoca. Ho tutto in cassetta, perché registravo le canzoni su questo supporto e poi le riascoltavo. Di originale ho solamente il disco che ho fatto insieme agli Stinky Rats: "Vergognati" e nient'altro. Proprio per la sua rarità, tutto il materiale musicale Punk Hardcore di quegli anni è valutato come se fossero pepite d'oro: questo però è un controsenso perché quei dischi dovevano fare controcultutra e dovevano essere materiale di scontro e di dissenso. La nostra musica urlava rabbia, era contro lo sfruttamento consumato dalle case discografiche ai danni degli artisti. Già una ventina d'anni fa il disco Wretched, degli Indigesti che è caos puro, aveva già raggiunto valutazioni spropositate, si parlava di cifre che oscillavano tra le 300'000 e le 500'000 Lire. Adesso, penso che un disco del genere possa valere dai 350 ai 400 euro,se non di più. Questa cosa per me è assurda, perché già sulle copertine si scriveva di non pagare più di 1000-1500 Lire, massimo 2500 Lire. Il nostro disco, nel 1985 costava 5000 lire ed era un EP a 45 giri. Non ha senso spendere 300 euro per un disco che ha dietro un discorso politico e di rifiuto verso lo sfruttamento economico del materiale artistico. Capisco che si tratta di collezionismo, ma non nascondo che questo comportamento mi dà un po' fastidio, perché vuol dire speculare su quello che era contro la speculazione. Spendere molti soldi per un disco raro di un gruppo non politicizzato può essere normale, ma un disco Punk dovrebbe continuare a proporre un discorso coerente.


Ecco la radio stereo valvolare Blaupunkt con sopra il master originale del miniLP degli Stinky Rats.

TG: Conosci bene anche i Negazione?

GC: Certo che li conosco. È normale, perché sono Piemontesi. È grazie a loro che noi degli Stinky Rats abbiamo fatto la Tournée in Germania e Olanda nel 1986. Era tutto organizzato da loro e da Tomasso Shulze, un ragazzo di Monaco che all'epoca era molto attivo nell'ambito della scena Punk Hardcore tedesca e aveva un gruppo che si chiamava NoNoYesNo.

TG: Vi siete divertiti?

GC: È andata da Dio! È stato fighissimo, abbiamo conosciuto persone incredibili; poi da Germering, una cittadina a Sud di Monaco ci ha seguito lo Stinky Contingent costituito da alcuni ragazzi simpaticissimi: Sabine, Thomas, Martin, Bastian, Dalibor...

TG: I tedeschi stravedevano per voi e l'Hardcore italiano?

GC: Sì, l'Hardcore piaceva un sacco e la cosa che mi stupiva era che quando noi suonavamo, in molti concerti in Germania, i ragazzi sotto il palco cantavano le canzoni in italiano insieme a noi. Quello è figo! (ride) Molto figo.

TG: Per quanto tempo avete suonato?

GC: Dall'83-84, all'86. L'EP era una coproduzione con Mungo V.R. Blu Bus e Chaos Produzioni, alla fine sono stati loro che sono riusciti a far concludere il progetto che per un certo periodo è stato un po' fermo perché ci mancavano i soldi per realizzarlo. All'epoca noi eravamo ragazzini ed eravamo tutti disoccupati; infatti la tournée l'abbiamo fatta solo dopo aver compiuto i 18 anni, tranne il chitarrista che era già più grande di noi. Mungo invece era il chitarrista dei Declino che ha creduto in noi e ci ha aiutato a realizzare questo sogno, perché per noi era impensabile incidere un disco. E poi c'erano i Kina. Chiaramente ci hanno aiutato anche loro e Gianmario dei Wretched che all'epoca aveva un'etichetta: la Chaos Produzioni; è grazie a lui che s'è sbloccata la situazione perché lui ha deciso di mettere quello che mancava per stampare la registrazione su vinile, preparare le copertine e far uscire il disco. La copertina ce l'aveva fatta un nostro amico, Roberto, un disegnatore bravissimo di Torino che adesso lavora come tatuatore. Avevamo fatto stampare 500 copie in vinile, ma prima avevamo registrato una cassetta autoprodotta in 30 copie che avevamo registrato da soli in sala prove sovraincidendo una tastiera a "Vergonati!". Ne era uscito un sound molto dark. La copertina l'avevo messa insieme io con un collage fatto con le copertine dei giornali; occhi, muri e fili spinati che erano le cose che andavano all'epoca, perché quello era un po' il clima che si respirava... C'era ancora la Guerra Fredda, adesso si sente meno, ma in quegli anni se ne accorgevano tutti. Le bombe  e i missili nucleari però ci sono ancora. Anche se la Cortina di Ferro era più vicina in quei giorni e sapevi che tutti erano pronti a sparare i missili.


Urla di Rabbia - Stinky Rats di questa cassetta originale esistono soltanto 30 copie.

TG: Mi ricordo ancora adesso che in Germania Occidentale in autostrada, ma anche lungo certi ponti c'erano i soldati americani sdraiati per terra, tutti allineati con il fucile sempre puntato dall'altra parte.

GP: Vero. Questa è una cosa che ho visto anch'io proprio mentre ero in tournée. Quando siamo andati a suonare a Berlino, Ovest chiaramente, col treno siamo passati dentro la Germania Est e lungo un campo c'era una fila lunghissima di carri armati sovietici tutti pronti a sparare. Con i cannoni puntati nella stessa direzione e con i soldati vicini. Era un giorno qualsiasi, tipo un mercoledì. Quelle cose ti fanno pensare... Fino a che non le vedi non ti preoccupi, ma quando vai sul posto e le vedi capisci che c'è un certo rischio. Tornaniamo alla nostra cassetta, si intitolava: "Urla di rabbia" e conteneva un mini-poster dove vedevi un topo con gli anfibi e la maglietta stracciata che abbatteva un muro. Dietro il muro c'era tutto uno schieramento di "celerini" col casco e il manganello, perché all'epoca, se eri un punk ti rompevano i coglioni e volavano gli schiaffi senza tanti complimenti. A te, non a loro... Dopo che abbiamo fatto quella cassetta, sia i Declino che i Negazione si sono esaltati e da lì è nata la nostra collaborazione. Abbiamo suonato a vari concerti con loro: a Ferrara, a Carpi... Bisognava sopravvivere in mezzo alla merda.


All'interno del poster di propaganda degli Stinky Rats la parola puntata S.U.C.A. era un acronimo ironico che significava: Savoia. Ultra. Core. Anarchica.

TG: Non era così male dai...

GP: Gli anni '80 non erano così favolosi come vengono descritti adesso; però è vero che c'era molta aggregazione. Ci si telefonava, ci si scriveva e c'era la voglia di credere in un ideale, di cambiare le cose e proporre qualcosa di nuovo. Questo per me è stato il Punk e io l'ho vissuto intensamente. Ti dirò di più; quello che pensavo allora lo penso tuttora, per me non è cambiato nulla. Capito?

Contro il Monopolio delle Case Discografiche
Wretched, degli Indigesti di Vercelli, è stato un disco importantissimo che ha saputo esprimere benissimo gli ideali e la rabbia di un momento molto particolare in cui la scena musicale underground italiana era molto considerata anche in ambiente internazionale. Il Punk è contro quello che è commerciale.

TG: Giampo, un'ultima domanda. Ti dedichi ancora alla musica? Hai qualche progetto in mente per promuovere giovani musicisti oppure per rendere felici i nostalgici delle sonorità passate?

GC: Beh sì, la musica è la mia benzina! Progetti immediati per promuovere nuovi musicisti non ne ho, però devo dire che con lo Psych-out Festival, nato 29 anni fa come party, che dal suo 25° compleanno è diventato festival annuale, abbiamo dato spazio a parecchie nuove band psichedeliche. Dimenticavo di dire, per chi non lo sapesse, che questo è un festival completamente dedicato alla cultura underground sixties con tanto di lightshow con liquidi, band, garage, psichedeliche, surf, space rock, ecc. ecc... Comunque, in questa occasione abbiamo avuto la possibilità di presentare ottime band emergenti come  i Selfish Cale di Torino, o lo space rock dei  Campani 23 And Beyond the Inifinite. Vorrei anche ricordare che lo PSYCH-OUT Festival quest'anno è stato spostato di un mese, quindi invito tutti a venire a partecipare a questa edizione 2018 intitolata: "IN ORBIT" che si terra al BUNKER di via Niccolò Paganini 0/200, Sabato 10 Novembre a Torino... Stay tuned!

lunedì 27 novembre 2017

Speciale Basement Art & Culture 12a Parte: Murder Farts


Murder Farts al Basement Party
Murder Farts al Basement Party

Al Basement Party 2017, come giustamente ha osservato il pubblico intervenuto, l'offerta artistica è stata grande e molto ampia. Io stesso non sono riuscito a visitare tutti i poli della festa in cui sono state allestite le mostre, gli spettacoli musicali ed i Dj-set, però ho voluto ascoltare quanti più artisti, ospiti, espositori e personaggi particolari hanno preso parte a questo evento che sicuramente verrà ricordato a lungo, sia per la qualità intrinseca delle proposte culturali che per aver attirato un gran numero di visitatori da ogni dove e per il gradimento generale della manifestazione.
Non è semplice mettere insieme spazi istituzionali come la Pinacoteca Pianetti ed un centro sociale autogestito come il TNT; o l'arte di strada e le proposte colte di artisti che da decenni ricercano il loro segno, esprimendosi con tecniche sperimentali o desuete, eppure a Jesi abbiamo visto di tutto e conosciuto nuovi amici che ci hanno insegnato perfino ad apprezzare i mostri e le loro stravaganze.
Sistemato in un angolo tranquillo, in fondo alla Galleria del Cotton Club, tra le pazzesche chitarre di Alberto Forstner e gli inquietanti robot di Wolfenstein, Murder Farts si pavoneggia davanti ai suoi quadri tridimensionali che sprizzano ironia da ogni poro e sembrano essere stati creati per clonazione, più che per modellazione...
Fortunatamente, sono riuscito ad assistere anche al concerto dei Plutonium Baby al Man Cave, dove sabato 18 novembre erano esposte altre creature su ruote del noto spaventoso artista Underground romano che, in seguito, ci ha deliziato le orecchie con una sua Dj-session/show di ottimo R'n'R. Prezzi delle opere ad personam...

I modellini mostruosi di Murder Farts
Le miniature mostruose di Murder Farts

Murder Farts: Dica...

Tony Graffio: Dove e quando sei nato?

MF: A Roma! Quando, non me lo ricordo perché penso che ero talmente piccolo che non potevo ricordarmelo... Forse lo sa mia mamma...

TG: Glielo chiederemo allora...

MF: Glielo chiederemo...

TG: Di cosa vuoi parlarmi?

MF: Boh!

Murder Farts
Murder Farts 666% Rotten Custom Monsters

TG: Della Santissima Trinità?

MF: Certo! Perché no? La Santissima Trinità... Esiste da circa un anno... E' un collettivo artistico, anche se non mi piace questo termine... Vabbé, per prima cosa siamo tre amici. Seconda cosa: siamo tre fottuti punk-rockers, due omini e una donnina: Simone Lucciola, io e Paulette Du dei Plutonium Baby. Ci conosciamo da sempre per aver partecipato a concerti, fatto musica e tutto il resto. Abbiamo il nostro stile nelle arti grafiche, scultoree ed altre discipline artistiche. Un giorno, un po' per scherzo, abbiamo fatto una mostra insieme, l'abbiamo chiamata la Santissima Trinità ed adesso ci siamo accorti che la Santissima Trinità è un pacchetto. Se tu chiami la Santissima Trinità, ti portiamo le mostre di tre artisti ed un concerto con la band, perché a parte Paulette Du, anche Simone suona in un'altra band. Oltre alle mostre ti suoniamo del buon R'n'R: questo è quello che facciamo.

TG: Divisi, ma inseparabili?

MF: Per adesso, sì. Siamo inseparabili... per adesso... Però l'unione funziona e ci diverte. La cosa bella è che tutto è tenuto insieme dal Rock and Roll che porta avanti la musica che proponiamo ed i miei Dj-set.

TG: Qual'è il vostro motto?

MF: Il motto della Santissima Trinità è: Punk; Monster and Rock and Roll!

TG: Ah, però!

MF: Eh sì, è questo: è un cerchio legato all'inizio e alla fine. E' un continuum...

Murder Farts
CRAMPS

TG: Spiegami meglio il concetto di "Monster", per favore.

MF: I "Monster" sono i mostri, sono le persone differenti, gli esseri diversi, perché per noi il termine mostro non è dispregiativo... Anzi... Essere diverso, essere un freak è un pregio. Io sono diverso, perché tu società mi hai visto diverso... E' tutto un sistema che funziona così!

TG: Da quanto tempo ti fanno sentire così?

MF: Dal 1971? Da quando sono nato? Specifichiamo... non c'è nessuno che mi fa sentire diverso... A chi mi fa sentire diverso, io gli cago in bocca... Ti voglio citare una frase: " Mostro, come diverso, respinto dalla società, condannato a priori. Costretto a compiere azioni malvagie e a diventare un ribelle..." Costretto... a compiere azioni malvagie...

Murder Farts
Murder Farts' Monster

TG: L'hai scritto tu?

MF: No, è una sentenza che ho trovato cercando varie definizioni di mostro. E' una citazione che trovi leggendo il romanzo di Mary Shelley: Frankenstein. Questa frase rappresenta la creatura del Dottor Frankenstein; per questo, se hai fatto caso, nelle mie opere io utilizzo molto quel mostro, proprio per citare queste parole. Sei tu che decidi che quello è un mostro, un diverso: tu società. Non sono io diverso, non sono io malvagio... sei tu che decidi. E questo è quello che pensa anche la Santissima Trinità... Parappappapà, finiamo così.

Murder Farts DJ
Murder Farts al Man Cave di Jesi

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domenica 11 giugno 2017

Michele Guidarini, outsider for choice

 "I'm an outsider outside of everything..." Ramones


Michele Guidarini a Filler S.e. 2017

Tony Graffio: Michele, com'è andato il tuo workshop di ieri?

Michele Guidarini: Molto bene, c'è stata anche una bella affluenza, avevo undici ragazzi al lavoro, tra cui anche qualche artista abbastanza importante che ha deciso di darsi da fare con noi. E' stato un piacere, perché ha voluto affrontare un tema che non lo rappresentava troppo come quello del collage, della grafica "Old school" che per artisti che lavorano per l'illustrazione è sempre una bella prova, poiché loro utilizzano media diversi per esprimersi.

TG: Su cosa verteva esattamente questo laboratorio? 

MG: Si trattava di comporre le illustrazioni che dovevano completare una fanzine che auto-produrremo come Filler. Il concetto era quello di utilizzare le tecniche in auge durante il boom delle fanzine, negli anni '70 e '80, ovvero della riproduzione con la fotocopiatrice, la rilegatura fatta a mano, il collage e, soprattutto, volevamo diffondere l'idea di non essere troppo artistici, ma di contribuire a veicolare un messaggio potente attraverso quelle tecniche che erano praticate da persone che non erano iper-competenti in queste produzioni. Per loro, era quasi una questione di sopravvivenza grafica e produttiva a basso costo per esprimere un concetto e fare comunicazione.

TG: Guarda che poi verifico tutto con il mio amico Diego Bonci che ha frequentato il tuo workshop...

MG: Ah sì, Diego è stato bravissimo, ha fatto un bellissimo lavoro, solo che non ha azzardato molto con il collage ed ha avuto un po' di difficoltà ad allontanarsi dal suo stile di illustrazione e disegno. Tutti i ragazzi hanno dato vita a ottimi lavori.

TG: Puoi regalare al pubblico di Frammenti di Cultura una dritta di editoria low-cost DIY?

MG: Certamente. Bisogna scegliere bene la stampante, ovvero la fotocopiatrice, non solo per l'apporto che produce alle fanzine finite, ma per creare quegli effetti analogici che oggi troviamo quasi esclusivamente sui software di grafica ed elaborazione digitale dell'immagine. La fotocopiatrice permette di lavorare direttamente sull'immagine, sui contrasti,  sulle sovrapposizioni e sulla distorsione delle forme e delle linee dando risultati analogici veramente molto belli. Questo è quello che ho cercato d'insegnare, oltre al fatto naturalmente che è un mezzo utile per la riproduzione low-cost.

TG: Bisogna andare oltre Photoshop.

MG: Certo, andare oltre totalmente. Infatti i ragazzi, sono rimasti sorpresi quando hanno visto lo sfondo che ho creato spruzzando dei graffi a bomboletta, molto velocemente, che poi ho lasciato asciugare e ripassato all'interno della fotocopiatrice, facendo dei movimenti mentre l'immagine veniva scansionata dalla macchina. Poi, ho sovrapposto dei lucidi con altri spruzzi di vernice, sovrapponevo nuovamente l'immagine e la rifotocopiavo. Queste operazioni hanno fatto uscire delle texture fantastiche creando quasi dei pezzi unici, perché non sono facilmente riproducibili, anche perché quando riproduci la stessa fotocopia l'effetto cambia ancora. Cambia la grana dell'immagine, cambiano i contrasti. Possiamo tranquillamente dire che ogni volta che esce un foglio di carta dalla fotocopiatrice sulla quale noi stiamo intervenendo esce un pezzo unico.

TG: So che ci sono degli appassionati, come Giacomo Spazio che conservano di tutto, ma c'è chi colleziona queste fanzine, o le ricerca espressamente?

MG: Giacomo Spazio è un ottimo esempio di chi conserva sia fanzine che locandine, vinili e tutto quello che è diventato storico; lui ha molto materiale che risale anche a più di 30 anni fa. Quello che vedo, è che fino a 5-6 anni fa c'erano questi collezionisti che tenevano tutto in casa, ma adesso che è esploso il discorso dell'underground nuovamente sono rientrate in gioco le fanzine; quelle storiche però sono introvabili e raggiungono prezzi folli.

TG: Tipo?

MG: Ci sono fanzine d'epoca prodotte in pochissimi numeri che si aggirano anche sui 300-400 euro, mentre allora costavano intorno alle 1000 lire.

TG: Fammi un esempio.

MG: Se trovi il numero 1 o 2 di Sniffin' Glue, una classica fanzine inglese,  puoi pagarla cifre davvero folli. Inoltre, non sono facilmente reperibili. Le produzioni più grandi andavano intorno ai 3000-4000 pezzi, ma tantissimo materiale è andato perduto.

TG: Come facciamo a sapere che quello che compriamo sia autentico? C'è un sistema per valutarne l'originalità?

Clash
Sniffin' Glue del gennaio 1977

MG: Capirlo è difficilissimo. All'epoca veniva usata la Xerox che era il must per fotocopiare. Devi sapere che ogni fotocopiatrice mantiene una propria grana per le copie che stampa...

TG: Un po' come le macchine da scrivere?

MG: Non saprei come paragonarle... Anche le macchine da scrivere avevano delle caratteristiche che le rendevano riconoscibili?

TG: Beh sì, ma sicuramente non è una cosa facile saperle distinguere...

MG: Per le fotocopiatrici cambia proprio la grana dell'immagine, per esempio, ieri abbiamo usato una macchina diversa dalla Xerox ed ho visto un grosso cambiamento nel puntino della grana che va a costituire la struttura del pattern. Quello è un riferimento, ma sicuramente ci possono essere in giro ancora molte Xerox degli stessi anni con le quali si possono riprodurre le fanzine originali. Oppure, si può vedere se la carta è invecchiata, in quel caso si può dire se la fanzine è originale, o per lo meno, se la fanzine ha veramente 20 anni, 30 o 40.

TG: Insomma, la cosa migliore sarebbe di poterne parlare con gli autori...

MG: Sicuramente. (risata) All'epoca c'era qualcuno che non aveva soldi, prestava queste riviste autoprodotte a qualche amico che a sua volta le riproduceva. Bisognerebbe capire se anche quei pezzi oggi vengono considerati originali... Chi lo sa?

TG: Hai un accento toscano, da dove vieni?

MG: Vengo dal Monte Amiata, in provincia di Grosseto.

TG: Ah, un bellissimo posto! Si va anche a sciare lì?

MG: Assolutamente, anche se negli ultimi due anni scarseggia la neve, è un'ottima meta, ci sono piste un po' corte, ma divertenti.

TG: Come saprai, io sono qua da te anche perché all'interno della mostra Kill your Idols, quando sono passato presso lo studio di Stefano Cerioli, ho trovato solo lui e Thomas Raimondi. Tu eri assente, così ho dovuto recuperarti. Vuoi approfittarne per raccontarmi qualcosa anche di quella mostra?

MG: Certo. Era un progetto interessante. La cosa fondamentale per me, che ho riscoperto anche in Stefano e Thomas, è stato il modo di partire da un rapporto personale, per arrivare poi ad un discorso più generale. Ci siamo scambiati i lavori e poi, a turno, ci abbiamo aggiunto varie idee, senza un obiettivo preciso. Adesso invece ci siamo dati degli obiettivi e cerchiamo degli spazi per fare vedere al pubblico i risultati che abbiamo ottenuto. Quello che mi interessa di più in questo progetto è il lato umano. Quando riesco ad interagire bene con le persone trovo facile lavorare a questo tipo di progetti. Noi tre siamo sulla stessa onda creativa, siamo tutti legati all'underground. Thomas ed io viaggiamo un po' sulla stessa strada, come tipo di tratto e di segno e per il tipo di messaggio che vogliamo mandare. Mentre Stefano è un po' distante dal nostro carattere grafico, però questo era proprio quello che cercavamo per spezzare la nostra immagine e integrare qualcosa di nuovo.

TG: Ho capito. Dopo tutti questi anni c'è ancora un immaginario Punk da illustrare?

MG: Secondo me, bisogna illustrare quello che è rimasto nel pensiero e nell'anima. Nonostante io sia ancora giovane, ho conosciuto il Punk 20 anni fa ma già allora il Punk era un movimento superato, diciamo così; però quando io mi sono avvicinato a questo modo di vivere, non solo all'espressione musicale che rappresenta, ho trovato un nido dove rifugiarmi e poter dire la mia opinione. Non dimentichiamo che io sono un grafico pubblicitario. Per me, è un filone da seguire e credo che il Punk, oggi, possa esprimersi attraverso le radici che gli sono rimaste, e perché no? Può ancora inviare un messaggio valido. Non è ancora tutto finito come si pensa. C'è bisogno di un messaggio diretto, non volgare e non eccessivo, semplicemente spontaneo.

TG: A livello grafico c'è chi ama l'underground? L'imprecisione voluta e l'Art-Brut? Se posso usare questo termine...

MG: Sì, è un termine che puoi usare benissimo per descrivere la mia arte, io faccio molto riferimento all'Art-Brut. Arrivo da una formazione artistica accademica, ho frequentato l'Accademia di Belle Arti di Firenze, ho seguito corsi di disegno classico, corsi di anatomia, di pittura a olio, per poi tornare a lavorare su quello che avevo lasciato sui diari con il disegno improvvisato. Nonostante fossi un conoscitore della tecnica, sono tornato alle origini perché sentivo quel tipo di disegno più vicino a me. Con la pittura non riesco a comunicare il messaggio che voglio, con il disegno classico nemmeno; oltretutto non trovo un disegno classico capace di trasmettere un messaggio come il mio. Guardandomi intorno vedo riproduzioni di quello che già esiste, ma se devi metterci un po' di anima e di te stesso; l'Outsider-art mi stimola e mi rende capace d'esprimermi come voglio. Il fatto che io abbia acquisito delle capacità tecniche mi limita un po' nel modo di affrontare l'Outsider-art, perciò devo in qualche modo cancellare quello che ho imparato per rientrare in uno stile più libero. Ne parlavamo anche prima con Servadio, il tatuatore, quando lui diceva che considera il tatuaggio, non come un mezzo tecnico, ma come un'opera d'arte che lui riporta sul corpo di una persona. Non ha finalità estetiche, ma una sua opera in qualche modo ti arricchisce e te la porterai a vita sulla pelle. Servadio non si concentra troppo sullo stile, sulla precisione o sulla scelta di mille aghi, un po' come faccio io. Non mi interessa che pennino usare. Io lavoro molto con i materiali di riciclo, con quello che mi capita, anche con i pennarelli usati, perché riesco ad ottenere da questi strumenti sfumature eccezionali. Ciò che si trova è importante e va sfruttato nel modo giusto.

TG: Hai qualche tatuaggio di Servadio su di te?

MG: Purtroppo no perché  l'ho conosciuto solo 6-7 mesi fa, grazie ad Alberto Brunello che ha fatto un progetto insieme a lui a Londra. Prossimamente però conto di rivolgermi a lui per farmi tatuare qualcosa.

TG: I tatuaggi che vedo su di te, chi li ha fatti?

MG: Uno studio di Grosseto che si chiama Luxury Tattoo, la mia ex-ragazza che lavorava come tatuatrice a Roma, gli altri sono miei. Me li sono fatti da solo.

TG: E Johnny Cash?

MG: Quello me l'ha fatto il Karma.

Tatuaggio di Johnny Cash
Johnny Cash, tatuaggio de Il Karma, un artista di Grosseto.


Old Shit tratta da "Smoke my Soul and buff Shit-Art", una Fanzine di Michele Guidarini autoprodotta in serie limitata.


“Sono un ragazzo malato, sono un ragazzo con una visione distorta della realtà. Quella realtà che non mi basta, quella realtà che per me è solo una pellicola che nasconde il mio immaginario. Nasconde la purezza dell'essere, nel bene e nel male. Nasconde i mostri, le fate, i chip sottopelle. Sono malato perché non vedo forme, contorni, colori, e bei capelli... ma solo sagome di ombre che esplodono nel buio, alla luce di tutti. Essere malato non significa non aver niente da dire. Essere malato rende solamente più sensibili.” Michele Guidarini

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