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sabato 30 dicembre 2017

Davide Bolzonella critica la copertina di: Musica in Cantina, Viaggio nell'Immaginario Underground della Rock Poster Art Italiana

"La vita del designer è una vita di lotta contro il brutto." Massimo Vignelli

Davide Bolzonella è un art director che negli anni '80 ha maturato una grande competenza professionale nel campo dell'impaginazione e della grafica editoriale; ha lavorato con gli editori di libri e riviste più importanti, con i leader del mercato italiano come Electa, Mondadori, che all'epoca aveva delle nicchie di mercato piuttosto evolute, oltre che per Condé Nast che ha una copiosa serie di riviste ancora sul mercato ai nostri giorni. Tra i periodici più importati, naturalmente citiamo Vogue Donna. Ancora oggi Bolzonella si occupa di grafica editoriale e di altre forme di grafica e coordina l'immagine editoriale quando un editore non è strutturato per la realizzazione di progetti che vanno curati adeguatamente.
Ho sottoposto all'attenzione di Davide Bolzonella il libro che ho realizzato per lo scorso Basement Party, in modo da capire se l'immagine esposta in copertina era adeguata alla tipologia del prodotto culturale proposto.
Ho deciso di parlare di questo argomento sulle pagine di "Frammenti di Cultura" perché molti lettori potrebbero essere interessati a questa analisi ed eventualmente per stimolare un piccolo dibattito tra gli addetti ai lavori e coloro che hanno contribuito all'ideazione dell'immagine. Premetto che io ho gradito molto il disegno realizzato da Brillantina Moretti e trovo che il suo segno ed i suoi contenuti abbiano portato allegria e freschezza ad una pubblicazione che poco, o nulla, ha di commerciale. TG

Copertina del libro di Tony Graffio Musica in Cantina
Musica in Cantina Viaggio nell'Immaginario Underground della Rock Poster Art Italiana

Davide Bolzonella: Il prodotto editoriale, sia nella linea editoriale libraria, che nella linea editoriale dei periodici è sempre stato molto povero, di conseguenza in questi settori si investono pochi soldi nei professionisti della grafica. Diverso è il discorso per il settore farmaceutico, piuttosto che per coloro che si occupano degli allestimenti fieristici o della comunicazione in senso lato. 

Tony Graffio: Caro Davide, vorrei chiederti di darmi una lettura oggettiva di ciò che leggi nella copertina di Musica in Cantina, anche se questo volesse dire esprimere delle critiche ad un libro al quale sono molto legato e del quale sono piuttosto soddisfatto. Vorrei un tuo parere professionale sul significato di quello che vedi, ma anche sull'esecuzione del lavoro e su come si presenta il libro.

DB: Sulla copertina appare subito evidente la scritta "Musica" che sia per la scelta del carattere, che per la sua composizione, risulta essere molto legata al Jazz; vuoi perché è isolato come si fa per le testate, vuoi perché sembra fatto per timbrare e personalizzare qualsiasi tipo di illustrazione. E' musicale per come si intende la parola musica; quello che dà senso a questa scritta sono le illustrazioni avulse da qualsiasi linea di cultura. Oggi tutti i segni sono passati sulla stampa cartonata del fumetto, ma un tempo questo tipo di disegnini erano abbastanza caratteristici degli anni '50. Le ragazze del disegno non sono particolarmente localizzate e poco sembrano aver a che fare con la musica suonata dal vivo; sono però delle spettatrici di un evento musicale che si divertono, lo si capisce da come sono disegnate, da come si muovono e dagli orpelli che hanno addosso e non solo da come sono vestite. Tutto questo caratterizza la parola musica portando il contenuto del libro, che peraltro si presenta in modo molto serio, ad un livello abbastanza popolare. Per popolare intendo qualcosa abbastanza lontano dalla cultura musicale, significato che invece sarebbe stato diverso mantenendo la sola scritta: "musica" priva di altre illustrazioni.

TG: Separare il titolo dall'illustrazione connota il libro come il frutto di una cultura Underground?

DB: Sì, sovrapporre la scritta a qualcosa di non noto, che potrebbe essere un teschio, osservandolo bene, ma potrebbe essere anche un qualsiasi disegno crea già un rapporto con questo mondo. Inoltre, si aggiungono le parole: "in cantina" che si percepiscono collegate a musica. Queste parole ti orientano verso un contenuto Underground che poi viene negato da un'illustrazione che ti fa interpretare diversamente le parole "in cantina". Se tu avessi tolto l'illustrazione e lasciato solo la scritta avresti incuriosito maggiormente il pubblico, mentre l'illustrazione delle ragazze condiziona il lettore e lo circoscrive a questo tipo di linguaggio. Io in copertina avrei  messo l'elenco degli intervistati, perché sono dei nomi che possono chiarire il contenuto e dare un'interpretazione alla parola: musica.

TG: Avere una bella illustrazione in copertina è stata una mia richiesta che aveva la necessità di far capire che questo non è soltanto un libro fatto di parole, ma anche di immagini.

DB: Sono d'accordo sul fatto che privilegiare l'illustrazione può attirare maggiormente l'attenzione, ma questa non è una bella illustrazione.

TG: Perché non è una bella illustrazione?

DB: Perché trovo più interessante il disegno di WonderBee che ha un "graffio" educato, di ricerca che lascia trapelare il segno di un'illustratrice donna.

TG: Sì, l'ha disegnato una donna.

Il disegno graffiante a cui si riferisce Davide Bolzonella

DB: Il disegno di WonderBee è più legato alla moda, mentre quello della copertina è più banale, come tipo di illustrazione e nasce e muore sul libro. La grafica inserita all'interno è molto interessante e la trovo bella anche per aver inserito all'interno dei disegnini che mi portano a pensare al bar ed a qualcosa che dà movimento ed è anche molto più esaustiva. Inserendole un titolo, avrebbe potuto essere già una copertina.

La grafica che piace a Davide Bolzonella

TG: Io però avevo chiesto un'illustrazione in copertina...

DB: Allora avresti potuto prendere il disegno di WonderBee.

TG: La IV di copertina come ti sembra?

DB: E' una texture che lascia il tempo che trova.

TG: A me piace e poi è sempre un'immagine che si ricorda.

DB: Non ho bisogno di ricordarla, non mi dice niente, fa giusto da fondo in modo che se l'appoggi non si sporca... O se si macchia non te ne accorgi. E' quasi una necessità d'uso.

TG: Il libro non si macchia comunque perché è plastificato...

DB: Sto guardando i poster... Forse, la copertina poteva essere anche una raccolta di poster. Trovo i disegni in bianco e nero di WonderBee più vicini al contenuto del libro. Il disegno di copertina è stato fatto da un'altra mano.

TG: Certo però è stato fatto da un illustratore che ha contribuito al libro sia con una sua intervista che con i suoi poster che effettivamente è appassionato degli anni '50 e di musica Rockabilly.

DB: Però negli anni '50 quel tipo di disegno si utilizzava sugli oggetti di casa, come era il caso dei prodotti commercializzati dalla Standa. Su certi tessuti e sui bicchieri comparivano quel tipo di disegni.

TG: L'utilizzo di questi disegni che un tempo erano destinati, diciamo a prodotti di tipo casalingo, sulla copertina di un libro può essere vista come un'innovazione grafica?

DB: Certi disegni li avevo già visti fare negli anni '30. Certi disegni sfumati allora erano un'innovazione. Riprendere oggi certe grafiche fasciste o nello stile della Corazzata Potëmkin o i bozzetti delle scenografie già visti è un'innovazione perché si tratta di disegni talmente datati che adesso vengono ricordati e visti attraverso un nuovo filtro. Riproporre disegni anni '50 mai visti che non hanno mai fatto storia sono solo quello che vedi, una cosa che non interessa perché non sollecita curiosità.

TG: Non sono molto d'accordo...

DB: Queste figure sulla copertina sono ragazze in carne che non si sanno truccare ed esprimono una subcultura, ma se questo è quello che volevi ottenere l'hai ottenuto.

TG: Beh certo, volevo dare l'idea di uno spaccato di vita Underground e ritengo che già dalla lettura che hai fatto tu questo elemento emerga con forza. Non avevo interesse a spingere commercialmente un libro che ho pubblicato in tiratura limitata, ma volevo connotarlo fortemente come qualcosa di unico.

DB: Ma l'Underground non è qualcosa di negativo, è qualcosa di alternativo alla cultura ufficiale. I carbonari non era gente sporca, era gente che non poteva apparire ufficialmente.

TG: Quindi questa è una copertina che può funzionare, per te?

DB: No, io questa copertina la butterei via subito. Fai anche presto perché copri tutto e tieni solamente la grafica nell'angolo che è bellissima. Oppure, nella prossima copertina puoi mettere l'elenco di chi hai intervistato.

TG: Non sarebbe da mettere eventualmente sul retro questo elenco?

DB: No, perché questo è quello che ti fa vendere il libro. La copertina è la sintesi del contenuto.

TG: Va bene, ma io volevo un'illustrazione in copertina...

DB: In questo caso è la scritta che illustra, il disegno ti disorienta. Oppure va bene averlo come hai fatto, come intervallo tra i capitoli. L'illustrazione è quello che appare, non è necessariamente un disegno.

TG: Le tue conoscenze di marketing le hai apprese lavorando e risolvendo i problemi che ti ponevano i clienti?

DB: Io ho avuto la fortuna d'avere un insegnante che si chiamava Massimo Vignelli che ho incontrato nel 1968 quando avevo 18 anni proprio qui vicino (durante la chiacchierata eravamo al Palazzo della Triennale di Milano), in via XX Settembre mentre allestivano la mostra del Grande Numero che forse è stato il più bello e scenografico evento della Triennale con contributi anche di Gae Aulenti. Poi, ho continuato a studiare con Bob Noorda e Giancarlo Iliprandi che ho seguito fino all'anno scorso quando è morto a 92 anni. Ho seguito anche tutta una serie di grafici e architetti come Franco Albini che facevano parte di un percorso sui linguaggi grafici.

TG: Per te, questa immagine che ho proposto in copertina è un po' troppo naïf?

DB: Bravo, l'hai trattata bene. Non puoi accostare un'immagine di quel tipo ad un carotaggio di una cultura parallela a quella che esiste oggi.

TG: A me piace.

DB: Certo, altrimenti non l'avresti utilizzata, ma sei fuori tema.

TG: Ho dato carta bianca al disegnatore, gli ho chiesto di rappresentare delle ragazze in un ambiente festoso perché  il libro era in qualche modo abbinato all'evento del Basement Party ed, in parte, era anche una specie di catalogo che riportava alcuni poster esposti a Jesi. Brillantina Moretti mi ha proposto questa immagine che a me è piaciuta molto.

DB: Ma forse lui non era a conoscenza del contenuto. Gli hai fatto leggere il libro prima di farglielo illustrare?

TG: No, ma lui sapeva di che cosa parlava. Lui stesso è tra gli intervistati...

DB: Ha visto l'elenco degli autori?

TG: Sì, lo ha visto.

DB: Io non l'avrei fatta così quella copertina. Io ho illustrato una rivista politica di Claudio Martelli che è stata pubblicata per tre anni. Abbiamo reinventato Mondoperaio, abbiamo rifatto tutto che era diventato Mondo Opera Io scomposto in tre argomenti trattati in modo indipendente e facendo un passo avanti da quel Mondo Operaio che era un termine amorfo senza spessore né emozione. Già in quegli anni si trattava di un modo interessante di riproporre una testata storica. In quel caso, ho fatto delle illustrazioni politiche, ma io non posso pensare di fare illustrazioni quando ci sono già delle scritte che eredito da altri, tipo quella che mi hai fatto vedere.

TG: Anche quella è opera del poster artist...

DB: Bene, prendo l'opera di un altro per rappresentare quello che racchiude. Non devo essere protagonista, ma un interprete che dà una veste grafica ad un volume. Per essere obbiettivamente all'altezza di comunicare quello che poi qualcuno andrà a leggere devo attenermi a quello che trovo nel frontespizio. Anche come colore; infatti il rosso l'hai usato da subito. Non c'è altro da aggiungere, ma non volevo dare giudizi troppo critici.

TG: No, figurati, ti ringrazio per quello che mi hai fatto capire, era una mia richiesta conoscere l'opinione di un esperto. Ad altre persone però la copertina è piaciuta molto, anche nei colori utilizzati che sono il rosso il nero e il bianco e tutti mi hanno dato conferma di un certo gradimento nei confronti di un prodotto al quale hanno riconosciuto una certa eleganza...

DB: Sono tornato ieri dalla Biennale di Venezia; lì ci sono due luoghi importanti destinati all'esposizione: ci sono i giardini con i piccoli padiglioni e il padiglione Italia, luoghi che propongono il meglio degli artisti che vengono invitati a questa manifestazione. L'altro luogo deputato alla mostra è l'Arsenale di Venezia. Il mio giudizio finale sui giardini che ho visto nella loro interezza, forse saltando soltanto il padiglione della Francia, è che si tratta di un saggio di fine anno di artisti internazionali che scomodano il mondo intero per andare a vederli in un luogo d'elezione, perché solo lì per tradizione puoi vedere queste opere che sono il meglio dell'arte contemporanea, quello che hanno imparato studiando arte. Si tratta di lavori già visti, non approfonditi e cose che io da grafico, insieme a Max Huber facevo come esercizi di colore molti anni fa...

TG: Conoscevi bene Max Huber?

DB: Sì, è stato un mio insegnante.

TG: Puoi dirmi qualcosa di lui?

DB: Ho un ricordo simpatico di lui di quando tiravamo i petardi insieme con la cerbottana. Io ero un ragazzo e lui era un insegnante istrionico che si permetteva di giocare con noi, forse per essere più in sintonia con i suoi studenti. Lui era un grafico-artista che non aveva fatto una scuola di comunicazione. Era una persona dotata della capacità di muovere delle masse, dei volumi e dei colori. Da lui sono venute anche delle cose discutibili come l'Esselunga che non è un lavoro degno di particolare nota, se non per la sua facile memorizzazione, cosa che conferma come quel logo non potesse essere fatto meglio. Bob Noorda, altro mio insegnante, aveva fatto un'intervento simile per Coop andando a cercare un'armonia particolare per il lettering che ha avuto ben altra evoluzione grafica. Il logo Esselunga fa un po' il verso a Pirelli, è bruttissimo, però è vincente perché anche senza dover fare pagine di pubblicità si identifica facilmente.

TG: A suo tempo Max Huber non è stato tanto considerato, perché?

DB: Allora i pubblicitari erano pochi, venivano anche da Architettura, mentre i "Copywriter", negli anni '60 e '70 arrivavano dalla facoltà di Legge. A Milano trovavano tutte le agenzie pubblicitarie e qui venivano a lavorare. Huber veniva dal mondo dell'arte; prima del computer bisognava avere un'abilità manuale che lui aveva, mentre adesso non è più richiesta. Anche Bob Noorda era molto bravo a disegnare a mano libera, tanto che si permetteva di scrivere con un pennellino a corpo 7 per Ballecchi, al quale faceva i bozzetti a mano per le copertine. Ma questa è un'altra storia. A quei tempi erano così pochi in questo settore che riuscivano ad assurgere subito alla notorietà, grazie ai loro clienti. Loro sono stati abbastanza fortunati perché a Milano hanno trovato una vetrina per farsi conoscere.

TG: Adesso si lavora in équipe; è più difficile che un solo creativo si occupi di un prodotto?

DB: Adesso, il contenuto del messaggio è stato spacchettato. Giustamente è tutto più articolato, non c'è solamente una disciplina che se ne occupa. Io, per esempio, occupandomi di allestimenti fieristici, ho imparato a trattare i contenuti e non solo i volumi. Gli altri hanno molto da insegnarci, specie in una lunga esperienza lavorativa. E' un po' come l'architetto che faceva il modellino; adesso ti rivolgi direttamente a chi si occupa di realizzare i modellini e tu vai avanti a fare l'architetto. Fai quattro schizzi, passi il tutto all'assistente collaboratore che interpreta quello che tu vuoi fare e aggiunge qualcosa di suo, anche perché i lavori sono diventati talmente articolati che tu non puoi fermarti a te stesso, altrimenti faresti un unico lavoro nella vita. Io stesso negli anni '90 e 2000 avevo uno studio chiamato G&R e associati (Grafici e Redattori ndDB) che forse era il più grande di Milano e avevo più di 20 collaboratori, ma le persone erano tante perché tanti erano i lavori da svolgere e poi ognuno aveva bisogno di uno o due referenti perché ci eravamo articolati così. Abbiamo realizzato anche scenografie per teatri, come per il "Pollicino" presentato al Fraschini di Pavia, ma adesso per noi non sarebbe più possibile seguire un lavoro di quella mole. Adesso, si formano dei gruppi a tempo per un certo progetto, è cambiato il modo di lavorare e poi ai nostri giorni c'è il computer che semplifica molto le cose e accorcia i tempi delle lavorazioni.

TG: Per ogni tipo di lavoro bisogna capire qual è il nostro target?

DB: E' fondamentale. Come per il libro che adesso sto preparando per Tomaso Kemeny, dove voi tutti avete fatto i poeti poetando sull'argomento denaro, sulla scalinata che porta al Palazzo della Borsa. Su quella copertina ho messo una marionetta ispirata a Majacowskij con il volto rosso e nero che nelle pupille ha il simbolo dell'euro e quello del dollaro.

TG: E' la copertina che fa vendere un libro?

DB: Sì. Ultimamente, un amico che realizza siti web mi ha raccontato che ha fatto la promozione per un libro che è andata talmente bene che il libro ha dovuto essere ristampato. Si tratta di un giallo, una lettura anche quella di nicchia, come la poesia.

TG: Quando la gente non legge, tutti i libri sono di nicchia.

DB: Una volta c'era il Giallo Mondadori al quale il lettore era abbonato. Adesso il Giallo è un genere che sta riprendendo quota ed il fatto che un libro venga ristampato, non perché è scritto bene o perché l'autore è importante, ma solo perché la copertina ha funzionato promuovendola in video è un caso abbastanza particolare. In quel caso, la copertina ed il linguaggio del mezzo utilizzato per la promozione sono stati vincenti.

TG: Per concludere, che cosa mi consiglieresti di fare per il mio libro autoprodotto?

DB: Il canale che tu hai è anche il limite dell'interesse. Potresti dedicare una parte del tuo sito alla lettura del libro a pagamento, oppure chiedere un abbonamento per la lettura del tuo blog, come già fanno le riviste di cultura.

TG: Ma se dovessi ristampare in modo più economico il libro?

DB: Prenderei quello che tu hai già in casa e per la copertina utilizzerei la grafica con il titolo.


Conversazione avvenuta il 26 novembre 2017.

lunedì 14 agosto 2017

Dalla "Milano da bere" al gesto vivo, un ex-pubblicitario tra arte e comunicazione

"Il lavoro creativo del pubblicitario è commerciale, non ideologico." Lucio Mayoor Tosi

Incontro nuovamente Lucio Mayoor Tosi per farmi raccontare com'è nata la Milano da bere degli anni '80 e che rapporto ci sia tra arte e pubblicità. TG


La Milano da bere di Tony Graffio
La Milano da Bere vista in modo kitsch da Tony Graffio


TG: Lucio, come hai iniziato la tua carriera artistica/professionale?

Lucio Mayoor Tosi: Terminati gli studi all'Accademia di Brera, come molti altri che non hanno risorse economiche ho iniziato a lavorare come Art Director in pubblicità, nello staff dei creativi che hanno preparato la campagna di Marco Mignani della Euro RSCG, allora solo RSCG, per Ramazzotti. Era il 1985. Si trattava della famosa campagna che ha poi dato vita ad uno stile che ha segnato fortemente quel periodo storico: si trattava di inventare la “Milano da bere”.

TG: Quindi tu, la "Milano da bere", oltre ad averla vissuta l'hai ideata?

Lucio: Sì, l'ho vista nascere in segreto, come un racconto mitico...

TG: Coraggio, dimmi qualcosa di quella campagna, da dove vi è venuta quell'idea?

Lucio: Sono quasi dei segreti...

TG: Da dove arriva questa frase che ancora oggi si utilizza per parlare di un periodo florido e felice della nostra società e della nostra città sempre in movimento? E' un modo di dire che avete inventato voi?

Lucio: Sì, la Ramazzotti aveva messo in gara alcune agenzie pubblicitarie e Marco Mignani (è sua anche la campagna 10 piani di morbidezza ndTG) che veniva dalla scuola dei grandi pubblicitari degli anni '70, come Emanuele Pirella e altri che non ci sono più, se l'era aggiudicata con la RSCG, l'Agenzia di Jaques Séguela. Allora, si parlava di pubblicità-spettacolo, come una specie di versione aggiornata del “Carosello” che andava in onda sulla Rai, dove la pubblicità spingeva nei paradossi e intratteneva il pubblico. Oggi la pubblicità è diversa e non ha più questi obiettivi.

TG: Oggi, la pubblicità che obiettivi ha?

Lucio: Con la crisi che stiamo vivendo, oggi la pubblicità ha obiettivi diversi e si richiedono linguaggi differenti ai creativi. Adesso da quello che vedo, c'è un po' di conflitto in questo settore, le cose stanno cambiando e la gente è più disincantata rispetto alle promesse che le vengono fatte e soprattutto, secondo me, ci sono troppo offerte che riguardano il portafoglio. Con questi 3X2, certi prodotti non li puoi prendere da soli, capisci? Non si riesce a uscire da questo vincolo perché c'è la crisi, ma al tempo stesso si cerca di vendere. Le vere novità arrivano dalla Apple e dai comunicatori più audaci che suggeriscono un consumo a bassa voce con una comunicazione dal tono quasi amichevole.

TG: Una volta si inventavano degli slogan che diventavano dei veri modi di dire, adesso non mi sembra più così.

Lucio: Sì è vero.

TG: Si riuscivano a trovare delle frasi che entravano a far parte della vita di tutti...

Lucio: Sì, il compito dei creativi era quello d'inventare qualcosa che restasse impresso nella mente della gente.

TG: Talmente impresso che ce lo ricordiamo ancora adesso.

Lucio: Sì, certo. Effettivamente, adesso non ci sono frasi altrettanto note che vengono utilizzate nella vita di tutti. La pubblicità ha perso molto; però sai, adesso io ci lavoro da illustratore, non sono più un creativo...

TG: Capisco, però nell'epoca che ci interessa un Art Director aveva la sua importanza!

Lucio: Allora mi ero fatto un po' le ossa in quel campo; non sono in condizione di avere un giudizio distaccato sulla pubblicità, perché ci ho sempre lavorato.

TG: Va bene, però a me, come a tanti altri interessa capire com'è nata la "Milano da bere". Questo tu ce lo puoi spiegare, vero?

Lucio: Sì, certo. Io facevo parte della squadra vincente. Ramazzotti incaricò diverse agenzie per fare una gara e Marco Mignani, il creativo col quale lavoravo, si tormentava i baffi, fino a quando infischiandosene completamente del brief (contenuti dell'incarico che l'agenzia vuole trasmettere ndTG) fece una proposta fuori dalle richieste dell'azienda, cosa interessante che oggi non farebbe più nessuno... Non solo non rispose a quella richiesta, Mignani ribaltò completamente il posizionamento del prodotto e fece una sola proposta creativa dicendo: "Guardate, non state a perdere i vostri soldi con altre proposte creative, prendete questa. Avremmo altre idee, ma non ve le facciamo vedere perché crediamo in questa." Nessuno oggi si comporterebbe così.

TG: Qual'era l'idea?

Lucio: Eravamo negli anni dell'edonismo Craxiano e dell'astro nascente di Berlusconi e, di conseguenza, dei giovani rampanti che quando uscivano dall'ufficio andavano in palestra sentendosi dei semi-dei degli affari. C'era questo clima d'euforia che prevedeva anche una cura del proprio corpo e dell'aspetto fisico; i nuovi nomi della politica e degli affari iniziavano a farsi largo. Tutto sembrava possibile ed il denaro circolava un po' dappertutto, non c'erano i problemi che viviamo adesso e così tutto sembrava bello e dinamico.

TG: Con la frase "Milano da bere" a me viene in mente una Milano da mungere e sfruttare, magari parlandone tra amici all'ora dell'aperitivo...

Lucio: Sì, ma dove? Visivamente la campagna era posizionata tra le strade del centro e la Galleria Vittorio Emanuele II, nella metropolitana, nei bar e nei ristoranti eleganti eleganti, nei camerini di teatri importanti, nei cantieri della nuova linea 3, tutti luoghi di dinamismo e ottimismo frequentate da manager, belle donne e perfino operai.

TG: Ok, ma spiegamelo meglio. Mignani ha inventato questo modo di dire, anche un po' furbetto e molto in sintonia coi tempi che correvano, ma lui da dove l'ha tirata fuori e che cosa voleva dire veramente con questa frase?

Lucio: La "Milano da bere" è una specie di metafora nonsense che racchiude in sé il valore simbolico di Milano e si carica del significato dinamico e dell'operosità che ha Milano come città, rispetto al resto dell'Italia. E' la città delle avanguardie, delle novità, della moda e così via... e al contempo c'è la parola bere che si riferisce ad un amaro. Il creativo non s'è mai dimenticato di essere un venditore. La notorietà della marca salì alle stelle.

TG: Insomma, non si poteva dire la "Milano della cocaina" e s'è trovato questo éscamotage?

Lucio: La Milano da bere! Acquistando questo prodotto sai che consumi qualcosa che appartiene a Milano...

TG: La Milano da bere ti carica...

Lucio: Alcune indagini di marketing dicevano che l'influenza della città sulla provincia era notevole, capito? L'obiettivo non era tanto quello di vincere o di vendere a Milano, ma di vendere nel resto d'Italia. Se non che, più tardi, fecero altre indagini di mercato dalle quali risultava che Milano era piuttosto antipatica al resto del paese. Negli anni '80 era trainante, poi un po' meno. Oggi, con la fiera ed il successo che ha avuto Expo, ha sempre quel ruolo di faro della nazione, mentre allora era davvero tutto qui: dai cervelli all'industria.

TG: Effettivamente, ancora oggi, se qualcuno vuol fare qualcosa in questo paese, a livello economico o culturale, deve passare di qua. Non è che può andare da altre parti...

Lucio: Esatto.

TG: E non mi riferisco solo a questo, anche nel campo dell'arte, della pubblicità, del lavoro...

Lucio: In buona misura è tutta fuffa. Poi, non credere che sia facile trovare la formula giusta.

TG: Beh insomma, il resto del paese è messo anche peggio.

Lucio: Guarda, gli artisti lavorano molto bene in campagna, in mezzo alla natura, non stanno qua a respirare lo smog.

TG: Vero, ma le mostre e le fiere poi dove le fanno?

Lucio: Le fanno qua, anche io adesso mi trovo a Milano, ma se dovessi scegliere dove esporre, andrei a Basilea.

TG: D'accordo, ma noi stiamo parlando dell'Italia, non dei paesi civilizzati...

Lucio: Ah, sì. L'anno scorso ho fatto una mostra a Como ed ho visto la differenza, perché lì c'è un po' di turismo di passaggio dall'Europa Centrale.

TG: A Como si riesce a vendere qualcosa, è una città ancora abbastanza ricca.

Lucio: Vero, a Como si vende.

TG: Beh loro sono avvantaggiati, sono sul confine, sono già quasi fuori da questo paese... La "Milano da bere" invece voleva imporre uno stile di vita con l'abitudine dell'aperitivo che è un'usanza piuttosto comune in Nord Italia.

Lucio: S'è trattato di una campagna di successo perché è arrivata nel momento giusto, dicendo le cose giuste alle persone giuste: agli arrampicatori sociali e a coloro che potevano consumare quel tipo di prodotto. Io più che altro ho assistito a questo fenomeno, la campagna era di Marco Mignani, ma ho dato una mano ed ho avuto il privilegio di esserci, perché eravamo in pochi in quel team, circa sette persone. Ho visto quando è arrivata l'illuminazione del titolo sul volto di Marco. Ritengo che il posizionamento sul prodotto fu creativo, in quel momento. La campagna fu vinta e si parlò a lungo della "Milano da bere", perché Milano restò legata a quel concept per molto tempo.


Marco Mignani
Marco Mignani


TG: Fino alla fine degli anni '80, se non addirittura ai primi anni '90 ed alla fine della cosiddetta "Prima Repubblica".

Lucio: Sì, allora ero un pubblicitario che dipingeva nel tempo libero che era sempre poco. Perché quando fai l'Art Director sei sempre molto impegnato. Poi, me ne sono andato dall'ambiente pubblicitario, proprio per quel motivo.

TG: Lucio, tu te ne sei andato dalla pubblicità per fare l'artista, ma la pubblicità negli anni d'oro della “Milano da bere” era qualcosa di abbastanza vicino all'ambiente artistico? Essere un creativo non era poi così diverso dall'essere un artista, vero?

Lucio: Sì, la pubblicità è un'arte della comunicazione. Diciamo che questo è un vecchio dibattito, comunque in pubblicità hanno lavorato molti artisti e persone molto intelligenti. Anche la pubblicità ha una sua estetica, ma bisogna avere i piedi ben piantati per terra per offrire dei contenuti validi e saperli proporre nel modo giusto.

TG: Però, lavorare per la pubblicità significa lavorare su commissione, giusto?

Lucio: Sì.

TG: Mentre un artista lavora per conto suo, alle sue idee. E' un po' questa la differenza?

Lucio: Chi si rivolge alle agenzie di pubblicità, lo fa per la loro creatività. Oggi, forse un po' meno; le agenzie svolgono più che altro un servizio.

TG: Che cosa vuol dire questa cosa? Il cliente ha già un'idea in testa quando si rivolge ad un'agenzia?

Lucio: E' molto presente la parte razionale, perciò c'è molta pianificazione. Oggi, prima di decidere che cosa comunicare si va sul web, anche perché si stampa meno sulla carta. Molto meno di una volta e si comunica molto meno anche sugli altri media, come la televisione e la radio. Una parte consistente degli investimenti pubblicitari si indirizzano sul web, cosa che permette di effettuare una comunicazione mirata, per cui tutto il lavoro creativo interessa soprattutto la vendita e c'è un costo contatto più accessibile e la comunicazione diventa interattiva.

TG: Tornando alla "Milano da bere", mi ricordo, oltre a questa frase fortissima, le immagini iconiche di una Milano che lavora a ritmi frenetici, la musica dei Weather Report (Birdland) e alcuni richiami ad una vita agiata, un po' sensuale dove tutto scorre velocemente e va goduto in fretta. E' questo il messaggio?

Lucio: Nello spot televisivo facevamo vedere un po' di immagini patinate di Milano e basta. Non c'era bisogno di un'idea vera e propria perché la creatività era stata espressa nel come raggiungere il target.

TG: Quindi tutta la forza della campagna era nel claim?

Lucio: Era tutto nel concetto che a sua volta era la frase ed il posizionamento.

TG: L'Art Director però segue la parte visuale, vero?

Lucio: In senso tecnico, sì. E' il Copywriter che è il responsabile della parola e del messaggio. Mignani, oltre che un Copywriter, era un Direttore Creativo, poteva fare quello che gli pareva. Accade un po' a tutti i creativi che dopo un po' di anni di lavoro sono in grado di fare tutto. Perfino i fotografi. Io no, però.

TG: Invece, l'Account di che cosa si è occupato esattamente all'interno di quella trattativa?

Lucio: L'Account in quel caso, non i manager che ci sono in giro adesso, non lo dico con superiorità, ma per dovere di cronaca, ha curato l'aspetto contrattuale con l'azienda facendo da tramite tra agenzia di pubblicità e cliente. Si è occupato di convincere e argomentare le ragioni di una scelta ed ha portato avanti il piano marketing di una campagna che non era fatta solo di un'idea. In certi casi, ha spiegato che saremmo usciti anche sulle testate femminili piuttosto che altre, dando le motivazioni di tutto quello che è stato pianificato. Ha quantificato le cifre per convenire e discutere tutto quello che c'era da decidere. Tutte queste parti della trattativa sono in mano all'Account. Quando si è di fronte ad una buona idea bisogna immediatamente far funzionare la testa per trovare il modo miglioreper argomentarla, presentarla e contestualizzarla. Il cliente poi è libero di dire di sì, oppure anche di rifiutare l'idea dicendo che la cosa non è di suo interesse perché la trova troppo avanti o perché l'azienda non si riconosce in essa.

TG: Per te, la forza di quella campagna qual'è stata?

Lucio: Io a livello sociale non te lo so dire. Se n'è andato anche Umberto Eco, pertanto non è facile trovare qualcuno che te lo sappia spiegare. Adesso conservo soltanto un ricordo divertente di quel momento perché ho avuto il privilegio di vedere al lavoro un grande creativo pubblicitario.

TG: Ok, ma perché, secondo te, la sua campagna pubblicitaria ha funzionato talmente bene da diventare un fenomeno di costume che ha definito un'epoca?

Lucio: Ci fu una diffusione ed una moltiplicazione spontanea di quel modo di dire da parte dei giornali e delle riviste che si appropriarono di quella frase.

TG: Piacque a tutti.

Lucio: E' piaciuta molto. Quell'argomento della Milano dinamica e laboriosa era atteso da tanti, forse perché era nell'aria.

TG: Poi, con Tangentopoli è crollato tutto.

Lucio: E' crollato tutto con la crisi economica, non con quella politica. La crisi economica ha iniziato a sentirsi intorno al 1990, quando è caduto Craxi. Te ne accorgevi, perché già allora iniziavano a calare il lavoro e l'occupazione in tantissimi settori. S'è scelto di delocalizzare l'industria, poi, sono crollate le Torri Gemelle; è arrivato l'Euro; è aumentato il costo della vita; si sono svalutati gli stipendi dei lavoratori, sono fallite le banche che sono state salvate con i soldi pubblici ed infine s'è iniziato a svendere tutto ai cinesi...

TG: Beh quello è accaduto molto dopo, quando la crisi è diventato davvero grave, ma la "Milano da bere" che era vista come qualcosa di positivo, s'è poi trasformata in un'accezione negativa, perché quando è andato in malora Craxi, Milano è stata identificata nella capitale della corruzione e del malgoverno, ma guarda caso, adesso siamo nelle stesse condizioni, se non peggio. Finalmente abbiamo capito che Roma è il vero centro del male e del potere mafioso, anche se i giudici si sono rifiutati di dare questa connotazione a quello che è successo, altrimenti ne avrebbe fatto le spese l'intero paese agli occhi del mondo e sarebbe stato come ammettere apertamente che l'Italia è un paese completamente e definitivamente in mano ad un potere politico mafioso delinquenziale. Cosa che comunque tutti sappiamo benissimo.

Lucio: E' così.

TG: Adesso se qualcuno fa riferimento alla "Milano da bere" sappiamo che sta facendo una grossa critica alla città, un po' come quando si dice "Mafia Capitale" si attacca il sistema paese. La forza delle parole è tanto potente e importante?

Lucio: Certo. Quello che è stato legato al potere Craxiano e alla Democrazia Cristiana e a Mani Pulite ha avuto una pessima immagine. Esattamente come quello che sta accadendo ai nostri giorni, in cui la gente per bene non vuole più avere a che fare con la politica e con i suoi portavoce, ma ritengo che l'effetto che c'è stato agli inizi degli anni '90 sia stato ancora più deflagrante di quello di oggi, perché allora Milano aveva ancora un ruolo molto importante ed era vista come una città operosa e moralmente integra. Mentre invece non sorprende nessuno che Roma sia un luogo dove avvengano le trame più sordide e vengano messe in scena le peggiori ruberie. La campagna "Milano da bere" era diventata il simbolo di una società ricca e di successo, ma in realtà l'operazione in sé non aveva nulla di queste complicazioni e poi è stata stravolta nel suo significato dagli eventi della cronaca della politica italiana. Negli anni '80, quando l'economia sembrava funzionare, era facile cambiare lavoro o trovare un'occupazione. Se ti stancavi di lavorare per una certa agenzia, ti guardavi un po' intorno e ne trovavi un'altra. Potevi avere delle ambizioni, trovare condizioni lavorative migliori che ti permettevano anche di guadagnare di più; c'era una crescita economica. Adesso, se hai un lavoro te lo tieni stretto anche se vieni sfruttato o sottopagato, perché regna l'incertezza e non sai cosa potrà accadere domani. La "Milano da bere" era un valore di facciata che oggi, se vuoi, lo puoi sostituire con le notti bianche e il Salone del Mobile.

TG: Non mi pare; oggi è tutta una fabbrica di illusioni. La realtà è ben diversa. Ci sono giovani designer che affittano spazi per inserire le proprie creazioni. Pagano 5000 euro a settimana per un temporary shop, con i soldi del papino, ma quando finisce la festa finisce tutto e chi s'è visto s'è visto. Chi sono quelli che realizzano davvero i propri sogni e diventano imprenditori? E quanto durano queste mode? Una volta esisteva un commercio e si poteva contare su una reale produzione industriale. L'Italia era diventata la quinta potenza economica industriale, ma oggi che cosa succede? Anche se si trova il design giusto per un prodotto accattivante, poi si porta tutto in Cina per la produzione. Anche per realizzare delle semplici scatole di cartone che conterranno i vestiti degli stilisti milanesi. Ma dove pensiamo di andare in questo modo?

Lucio: Ah questo lo sai tu e me lo dici tu: io non frequento questi ambienti da un sacco di tempo; però anch'io mi sono fatto l'idea che è sempre peggio. Sta andando tutto male per via del libero mercato e del liberismo imperante. Si pensa solo a quello senza avere un minimo di pensiero liberale ed il mercato viene vissuto in modo selvaggio a discapito dei più deboli.

TG: Un tempo chi aveva una professionalità riusciva a campare perché trovava chi gli affidava un compito, ma oggi che tutto è stato svalutato in nome della globalizzazione e della corsa al ribasso dei costi, per fare concorrenza ai paesi dove la manodopera non costa niente, i nostri prodotti sono sempre meno. L'italian style influenza sempre meno i mercati e nuovi nomi si affacciano nel campo della moda e del lusso. Non credi che una volta cedute tutte le aziende all'estero, anche la creatività della quale ci facciamo un gran vanto, passerà in mani straniere?

Lucio: Secondo me la globalizzazione spazza via il concetto di mercato locale, quindi ogni paese produce creatività, ma le merci hanno una distribuzione sovranazionale ed i governi assistono indifferenti a questo fenomeno. Malgrado tutto però ho delle sensazioni positive per il futuro.

TG: Tu l'hai fatto in passato, in un momento diverso, ma adesso che non c'è più niente che possa offrire una normale retribuzione ai propri servizi, tutti vogliono buttarsi sull'arte, compresi i fotografi e chi più ne ha più ne metta. Come si può credere di imporre un proprio stile se non si ha più un mercato? Se non si ha più un peso politico, culturale o economico a livello mondiale?

Lucio: Eh, non si lavora più... Parliamoci chiaro, io mi esprimo senza avere davvero il polso della situazione, perché la mia è un'opinione qualunque, ma secondo me nel mondo dell'arte bisogna distinguere bene tra i collezionisti che vengono coinvolti dalle gallerie più di punta o dai salotti degli intellettuali. Solo lì c'è uno scambio internazionale, anche europeo; mentre al di fuori di quegli ambienti resta solo la crisi. Non sto parlando di un'arte di serie B, ma di una crisi che coinvolge coloro che non riescono a farsi rappresentare da certi nomi altisonanti del mercato dell'arte e delle aste internazionali. Se ti proponi normalmente, alla gente non gliene frega niente di quello che fai e non vendi niente. Fotografi, illustratori, grafici e artisti di vario tipo, vanno avanti tutti con grande fatica, perché la gente non entra nelle gallerie. Le gallerie d'arte storiche di Milano hanno chiuso. Anni fa, io entrai in una di queste gallerie, incuriosito da due opere appese ad una parete ed il gallerista mi chiese come mai io ero entrato, perché la gente non si vedeva più, al di fuori delle inaugurazioni. Non dico per acquistare, ma nemmeno per vedere cosa c'è esposto in una galleria. La gente d'altronde ha paura perché le opere d'arte costano parecchi soldi. Lo diceva anche Marx: l'arte è sempre stata legata al potere politico ed i marxisti hanno sempre riconosciuto nell'arte una complicità con il capitalismo. Necessariamente, se vuoi, perché i soldi li hanno i capitalisti. Anche la cultura, un tempo era un deposito della borghesia e delle persone ricche, non certo del popolo che, con i tassi di analfabetismo di una volta, nemmeno poteva partecipare alla vita sociale del paese. Ai tempi di Michelangelo, la gente in piazza a Firenze discuteva del nuovo David e ne capiva abbastanza, ma l'arte è sempre stata un argomento difficile da trattare da chi non ha una preparazione adeguata. Non solo oggi, sempre.

TG: L'arte è per tutti?

Lucio: L'arte nasce per tutti, non è questo il punto. Non penso che un artista minimamente intelligente pensi di fare arte solo per una élite o per un gruppo di intellettuali. In fondo, l'atto creativo è qualcosa che si fa normalmente nel corso della propria vita, non è un fatto esclusivo destinato a pochi. E' drammatico, ma poi nella realtà accade proprio il contrario. L'élite si forma da sola perché se io faccio un qualiasi tipo di pittura, non piacerà a tutti. La percentuale non la potrei calcolare, ma a tanti non dice assolutamente nulla: è anche una questione di sensibilità. Ci sono persone che passano davanti alle opere come se non avessero visto nulla, camminano e se ne vanno senza fermarsi. Altre invece si fermano e le guardano una per una. Si tratta di qualcosa di soggettivo. A volte, capita all'artista di correre dietro a qualcuno nella speranza che capisca le sue intenzioni, perché sono complicate. Io per esempio, mi avvicinai al frammento osservando un dipinto di Caravaggio alla Pinacoteca di Brera. Osservai un dettaglio di un drappeggio di una tovaglia usata dai commensali rappresentati da Michelangelo Merisi in Cena in Emmaus. Caravaggio non usava il pennellino e non era levigato come può sembrare, ma in tre segni fatti con grande maestria sapeva realizzare qualcosa che si inseriva in un quadro pulito, ordinato e ben curato. Se vai nel dettaglio invece scopri una pittura robusta e fatta bene. Per me la pittura è questo, al di là della rappresentazione.

TG: Non è miniaturismo?

Lucio: No, è la sensibilità un po' arcaica e antica di saper realizzare un gesto espressivo che io ho estremizzato pensando alla pittura giapponese, dove si tenta di fare il gesto vivo e si insegue questa azione. Il gesto vivo è un segno fatto con particolare vigore che quando vedi ti permette di riconoscerne la forza. Il gesto vivo è qualcosa che rimane per sempre.


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mercoledì 23 ottobre 2013

Analisi semiotica di un'immagine pubblicitaria

Pubblicità sessista ingannevole Mind Control
Basta sesso

Questa immagine pubblicitaria compare in tantissimi luoghi della città su cartelloni di dimensioni mostruose; io la trovo molto divertente perché vorrebbe essere un modo per richiamare l'attenzione sul fatto che la società italiana contemporanea esprime troppa violenza contro le donne, ma osservandola attentamente capiamo che il messaggio è ben diverso.
In primo piano una giovane donna come tante, guardandola meglio, anche grazie ad una scritta che ce ne indica il nome, scopriamo che si tratta di una cantante napoletana. 
Qual'è la prima cosa che vediamo? Il volto? Sì, diciamo il volto, anche se la nostra attenzione in genere viene attratta dal centro dell'immagine, o dalla zona più luminosa. Qui non ci sono contrasti cromatici, né di luminosità, l'immagine è stata illuminata da una luce morbida ed ha vari toni di grigio; entrambi i soggetti sono vestiti di bianco.
La ragazza ha un trucco molto pesante, diciamo un po' teatrale, ha una coroncina in testa, come quelle che indossano certe reginette dello spettacolo. Ad ogni modo, il significato della corona ritengo sia chiaro a tutti. Il trucco è sbavato, la ragazza sembra aver pianto o sofferto, ma allo stesso tempo ha uno sguardo ammiccante e le gambe nude fino a dove non c'è più permesso di vedere per una zona d'ombra che copre il pube. Che cosa ci comunica? Cosa si trova al centro della fotografia che è il vero centro dell'interesse di quest'immagine? Io direi il polso e la mano e penso anche voi siate d'accordo con me.
Il giovane uomo sullo sfondo, Fabio Coconuda, stilista del marchio Yamamay, è un ragazzo piacente, ma dall'espressione un po' impaurita, o comunque implorante. Sembra ci stia chiedendo qualcosa, cosa? Anche qua il messaggio è al centro della sua figura, lui ha una mano dove si può leggere: "basta", ma basta cosa?

Lettura dell'insieme: la regina delle meretrici (N.B. questo non è il mio parere sulla persona fotografata, ma soltanto il significato che assume l'immagine nel modo in cui ci viene proposta la sua messa in scena) ci sta guardando indicandoci il suo sesso come per invitarci a consumare il suo "vero prodotto". Notare la mano sinistra che sembra dire: "Allora cosa aspettate, vi decidete, o no? (inoltre, la forma stessa della posizione delle dita richiama ancora una volta l'idea di una vagina)
Il ragazzo invece ci comunica: "Ditele basta, non vedete come mi ha ridotto?"

Conclusione: al tempo presente, per vendere un prodotto non è più sufficiente stimolare nell'osservatore un richiamo di tipo sessuale, ma si cerca di proporre una falsa idea di tipo pseudo-sociale per convincere il cliente che, acquistando qualcosa legato alla campagna proposta, si compie quasi un'azione etica capace di cambiare il destino delle persone deboli, o bisognose.


Commento: operazioni di questo tipo capitano sempre più frequentemente; ciò vuol dire che il senso critico che permette di valutare e comprendere un messaggio visivo sta man mano scomparendo per una specie di timore dell'autorità costituita o di chi ha il potere economico per condurre queste operazioni commerciali. Nell'epoca della disinformazione di massa, chi propone e propina certi codici tenta di sovvertire i valori di riferimento effettuando un vero lavaggio del cervello, forte del fatto che negli ultimi anni s'è creata una seria confusione culturale ed una diffusa incapacità a ragionare con la propria testa. C'è poi la necessità d'essere sempre più espliciti con le immagini che si diffondono, perché ormai s'è creata una forma d'assuefazione a questi richiami sessuali che, proprio per questo motivo, non sempre funzionano. La cosa che mi dà fastidio, non è tanto questa pseudo-pornografia gratuita che, se fatta ad arte può avere un suo valore estetico, ma il costante tentativo di ricorrere al buonismo di stampo più volgare per ingannare gli ingenui.


Aggiornamento del 24 settembre 2017

Come due giovanissimi fotografi di Cuneo hanno affrontato lo stesso tema in modo etico

In occasione del Phototrace Festival 2017, Sara Rosso ha esposto una sua fotografia, per dire no alla violenza sulle donne, che riesce al tempo stesso a preservare la dignità del soggetto ed a esprimere un concetto sgradevole.
La scelta di non aver mostrato il volto della ragazza inquadrata contribuisce a rendere il compito di rappresentare una situazione drammatica in modo semplice ed elegante, al contrario del volto di Anna Tatangelo che poco si adatta ad un sentimento di sconforto, paura e sofferenza. Che tutto questo non trapeli dalla sua espressione è ovvio, perché Anna è quasi ammiccante e fiera della sua posizione che ha addirittura richiesto l'aggiunta di una lacrima nera disegnata sotto l'occhio sinistro per cercare di rafforzarne la tristezza, cosa che però ha reso il tutto ancor più farsesco, se non addirittura carnevalesco, e poco convincente. Affermo senza timore di essere smentito che questa campagna pubblicitaria "sociale" è del tutto contro producente e portatrice di un messaggio opposto a quello che si pretende di dare per sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti di qualcosa di odioso e diffuso in tutti i ceti.
Da notare poi, come le luci della pubblicità che coinvolge la cantante napoletana siano morbide e in qualche modo rassicuranti, mentre la fotografa neofita piemontese ha già compreso che per rendere la drammaticità della scena sia indispensabile utilizzare una luce di taglio dal forte contrasto.
Basta è una parola che non è sufficiente a spiegare la situazione; Sara è molto più chiara anche nel suo messaggio scritto ed infatti specifica bene che cosa vuol dire: "Stop Violence".
Una giovane donna capisce cosa e come comunicare in un messaggio che deve essere immediato e chiaro; possibile che gli esperti comunicatori del patinato mondo della moda non siano stati in grado di fare qualcosa di altrettanto valido?


No alla violenza sulle donne
Sara Rosso - La vita nelle mani - Sezione Giovani & scattanti di Phototrace 2017


No alla violenza sulle donne
Lorenzo Garro - Stop... giù le mani! - Sezione Scrivimi di Phototrace 2017

Vediamo invece come ha affrontato il compito un giovane uomo. Lorenzo Garro ha voluto raccontare quello che accade tra un uomo ed una donna in sei immagini molto eloquenti. Ci ha fatto capire esattamente cosa accade nel tempo, forse anche breve, di una relazione sbagliata, servendosi soltanto delle espressioni facciali di due attori, sicuramente più dotati di Anna Tatangelo. All'inizio tutto va bene, i soggetti sono felici, ma subito dopo, nella seconda fotografia già avvertiamo che qualcosa sta cambiando e che ci sono delle tensioni tra i due. Poi, la situazione peggiora, fino al punto che la donna soffre non soltanto a livello psicologico, ma anche fisico ed infine scompare dalla storia.
Non era poi così difficile rappresentare il concetto di qualcosa che non funziona e di una donna che soffre a causa di un uomo che la maltratta.
Il fatto che i creativi di Yamamay abbiano fallito la loro comunicazione ci rende ancor più palese di quali fossero i loro veri intenti.  Lo scopo di questa campagna pubblicitaria era quello di soggiogare ancor più la donna agli occhi di un pubblico maschile che comprende bene di cosa parli l'immagine studiata dai pubblicitari che come scopo hanno quello di riuscire ad attirare l'attenzione del pubblico e convincerlo che acquistando una certa biancheria intima contribuiranno a cambiare il mondo, ma non è così.
Gli esperti comunicatori ingaggiati da Yamamay ricorrendo, come al solito, alla sensualità femminile e perciò alla disponibilità sessuale di chi è visto solo come il veicolo di un prodotto che può e deve far guadagnare chi lo usa commettono l'ennesimo abuso. Non solo nei confronti delle donne, ma anche di chi pensa di agire in buona fede.
Nulla di nuovo sotto al sole, business is business e tutto il resto, dignità compresa, non conta. TG