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lunedì 14 agosto 2017

Dalla "Milano da bere" al gesto vivo, un ex-pubblicitario tra arte e comunicazione

"Il lavoro creativo del pubblicitario è commerciale, non ideologico." Lucio Mayoor Tosi

Incontro nuovamente Lucio Mayoor Tosi per farmi raccontare com'è nata la Milano da bere degli anni '80 e che rapporto ci sia tra arte e pubblicità. TG


La Milano da bere di Tony Graffio
La Milano da Bere vista in modo kitsch da Tony Graffio


TG: Lucio, come hai iniziato la tua carriera artistica/professionale?

Lucio Mayoor Tosi: Terminati gli studi all'Accademia di Brera, come molti altri che non hanno risorse economiche ho iniziato a lavorare come Art Director in pubblicità, nello staff dei creativi che hanno preparato la campagna di Marco Mignani della Euro RSCG, allora solo RSCG, per Ramazzotti. Era il 1985. Si trattava della famosa campagna che ha poi dato vita ad uno stile che ha segnato fortemente quel periodo storico: si trattava di inventare la “Milano da bere”.

TG: Quindi tu, la "Milano da bere", oltre ad averla vissuta l'hai ideata?

Lucio: Sì, l'ho vista nascere in segreto, come un racconto mitico...

TG: Coraggio, dimmi qualcosa di quella campagna, da dove vi è venuta quell'idea?

Lucio: Sono quasi dei segreti...

TG: Da dove arriva questa frase che ancora oggi si utilizza per parlare di un periodo florido e felice della nostra società e della nostra città sempre in movimento? E' un modo di dire che avete inventato voi?

Lucio: Sì, la Ramazzotti aveva messo in gara alcune agenzie pubblicitarie e Marco Mignani (è sua anche la campagna 10 piani di morbidezza ndTG) che veniva dalla scuola dei grandi pubblicitari degli anni '70, come Emanuele Pirella e altri che non ci sono più, se l'era aggiudicata con la RSCG, l'Agenzia di Jaques Séguela. Allora, si parlava di pubblicità-spettacolo, come una specie di versione aggiornata del “Carosello” che andava in onda sulla Rai, dove la pubblicità spingeva nei paradossi e intratteneva il pubblico. Oggi la pubblicità è diversa e non ha più questi obiettivi.

TG: Oggi, la pubblicità che obiettivi ha?

Lucio: Con la crisi che stiamo vivendo, oggi la pubblicità ha obiettivi diversi e si richiedono linguaggi differenti ai creativi. Adesso da quello che vedo, c'è un po' di conflitto in questo settore, le cose stanno cambiando e la gente è più disincantata rispetto alle promesse che le vengono fatte e soprattutto, secondo me, ci sono troppo offerte che riguardano il portafoglio. Con questi 3X2, certi prodotti non li puoi prendere da soli, capisci? Non si riesce a uscire da questo vincolo perché c'è la crisi, ma al tempo stesso si cerca di vendere. Le vere novità arrivano dalla Apple e dai comunicatori più audaci che suggeriscono un consumo a bassa voce con una comunicazione dal tono quasi amichevole.

TG: Una volta si inventavano degli slogan che diventavano dei veri modi di dire, adesso non mi sembra più così.

Lucio: Sì è vero.

TG: Si riuscivano a trovare delle frasi che entravano a far parte della vita di tutti...

Lucio: Sì, il compito dei creativi era quello d'inventare qualcosa che restasse impresso nella mente della gente.

TG: Talmente impresso che ce lo ricordiamo ancora adesso.

Lucio: Sì, certo. Effettivamente, adesso non ci sono frasi altrettanto note che vengono utilizzate nella vita di tutti. La pubblicità ha perso molto; però sai, adesso io ci lavoro da illustratore, non sono più un creativo...

TG: Capisco, però nell'epoca che ci interessa un Art Director aveva la sua importanza!

Lucio: Allora mi ero fatto un po' le ossa in quel campo; non sono in condizione di avere un giudizio distaccato sulla pubblicità, perché ci ho sempre lavorato.

TG: Va bene, però a me, come a tanti altri interessa capire com'è nata la "Milano da bere". Questo tu ce lo puoi spiegare, vero?

Lucio: Sì, certo. Io facevo parte della squadra vincente. Ramazzotti incaricò diverse agenzie per fare una gara e Marco Mignani, il creativo col quale lavoravo, si tormentava i baffi, fino a quando infischiandosene completamente del brief (contenuti dell'incarico che l'agenzia vuole trasmettere ndTG) fece una proposta fuori dalle richieste dell'azienda, cosa interessante che oggi non farebbe più nessuno... Non solo non rispose a quella richiesta, Mignani ribaltò completamente il posizionamento del prodotto e fece una sola proposta creativa dicendo: "Guardate, non state a perdere i vostri soldi con altre proposte creative, prendete questa. Avremmo altre idee, ma non ve le facciamo vedere perché crediamo in questa." Nessuno oggi si comporterebbe così.

TG: Qual'era l'idea?

Lucio: Eravamo negli anni dell'edonismo Craxiano e dell'astro nascente di Berlusconi e, di conseguenza, dei giovani rampanti che quando uscivano dall'ufficio andavano in palestra sentendosi dei semi-dei degli affari. C'era questo clima d'euforia che prevedeva anche una cura del proprio corpo e dell'aspetto fisico; i nuovi nomi della politica e degli affari iniziavano a farsi largo. Tutto sembrava possibile ed il denaro circolava un po' dappertutto, non c'erano i problemi che viviamo adesso e così tutto sembrava bello e dinamico.

TG: Con la frase "Milano da bere" a me viene in mente una Milano da mungere e sfruttare, magari parlandone tra amici all'ora dell'aperitivo...

Lucio: Sì, ma dove? Visivamente la campagna era posizionata tra le strade del centro e la Galleria Vittorio Emanuele II, nella metropolitana, nei bar e nei ristoranti eleganti eleganti, nei camerini di teatri importanti, nei cantieri della nuova linea 3, tutti luoghi di dinamismo e ottimismo frequentate da manager, belle donne e perfino operai.

TG: Ok, ma spiegamelo meglio. Mignani ha inventato questo modo di dire, anche un po' furbetto e molto in sintonia coi tempi che correvano, ma lui da dove l'ha tirata fuori e che cosa voleva dire veramente con questa frase?

Lucio: La "Milano da bere" è una specie di metafora nonsense che racchiude in sé il valore simbolico di Milano e si carica del significato dinamico e dell'operosità che ha Milano come città, rispetto al resto dell'Italia. E' la città delle avanguardie, delle novità, della moda e così via... e al contempo c'è la parola bere che si riferisce ad un amaro. Il creativo non s'è mai dimenticato di essere un venditore. La notorietà della marca salì alle stelle.

TG: Insomma, non si poteva dire la "Milano della cocaina" e s'è trovato questo éscamotage?

Lucio: La Milano da bere! Acquistando questo prodotto sai che consumi qualcosa che appartiene a Milano...

TG: La Milano da bere ti carica...

Lucio: Alcune indagini di marketing dicevano che l'influenza della città sulla provincia era notevole, capito? L'obiettivo non era tanto quello di vincere o di vendere a Milano, ma di vendere nel resto d'Italia. Se non che, più tardi, fecero altre indagini di mercato dalle quali risultava che Milano era piuttosto antipatica al resto del paese. Negli anni '80 era trainante, poi un po' meno. Oggi, con la fiera ed il successo che ha avuto Expo, ha sempre quel ruolo di faro della nazione, mentre allora era davvero tutto qui: dai cervelli all'industria.

TG: Effettivamente, ancora oggi, se qualcuno vuol fare qualcosa in questo paese, a livello economico o culturale, deve passare di qua. Non è che può andare da altre parti...

Lucio: Esatto.

TG: E non mi riferisco solo a questo, anche nel campo dell'arte, della pubblicità, del lavoro...

Lucio: In buona misura è tutta fuffa. Poi, non credere che sia facile trovare la formula giusta.

TG: Beh insomma, il resto del paese è messo anche peggio.

Lucio: Guarda, gli artisti lavorano molto bene in campagna, in mezzo alla natura, non stanno qua a respirare lo smog.

TG: Vero, ma le mostre e le fiere poi dove le fanno?

Lucio: Le fanno qua, anche io adesso mi trovo a Milano, ma se dovessi scegliere dove esporre, andrei a Basilea.

TG: D'accordo, ma noi stiamo parlando dell'Italia, non dei paesi civilizzati...

Lucio: Ah, sì. L'anno scorso ho fatto una mostra a Como ed ho visto la differenza, perché lì c'è un po' di turismo di passaggio dall'Europa Centrale.

TG: A Como si riesce a vendere qualcosa, è una città ancora abbastanza ricca.

Lucio: Vero, a Como si vende.

TG: Beh loro sono avvantaggiati, sono sul confine, sono già quasi fuori da questo paese... La "Milano da bere" invece voleva imporre uno stile di vita con l'abitudine dell'aperitivo che è un'usanza piuttosto comune in Nord Italia.

Lucio: S'è trattato di una campagna di successo perché è arrivata nel momento giusto, dicendo le cose giuste alle persone giuste: agli arrampicatori sociali e a coloro che potevano consumare quel tipo di prodotto. Io più che altro ho assistito a questo fenomeno, la campagna era di Marco Mignani, ma ho dato una mano ed ho avuto il privilegio di esserci, perché eravamo in pochi in quel team, circa sette persone. Ho visto quando è arrivata l'illuminazione del titolo sul volto di Marco. Ritengo che il posizionamento sul prodotto fu creativo, in quel momento. La campagna fu vinta e si parlò a lungo della "Milano da bere", perché Milano restò legata a quel concept per molto tempo.


Marco Mignani
Marco Mignani


TG: Fino alla fine degli anni '80, se non addirittura ai primi anni '90 ed alla fine della cosiddetta "Prima Repubblica".

Lucio: Sì, allora ero un pubblicitario che dipingeva nel tempo libero che era sempre poco. Perché quando fai l'Art Director sei sempre molto impegnato. Poi, me ne sono andato dall'ambiente pubblicitario, proprio per quel motivo.

TG: Lucio, tu te ne sei andato dalla pubblicità per fare l'artista, ma la pubblicità negli anni d'oro della “Milano da bere” era qualcosa di abbastanza vicino all'ambiente artistico? Essere un creativo non era poi così diverso dall'essere un artista, vero?

Lucio: Sì, la pubblicità è un'arte della comunicazione. Diciamo che questo è un vecchio dibattito, comunque in pubblicità hanno lavorato molti artisti e persone molto intelligenti. Anche la pubblicità ha una sua estetica, ma bisogna avere i piedi ben piantati per terra per offrire dei contenuti validi e saperli proporre nel modo giusto.

TG: Però, lavorare per la pubblicità significa lavorare su commissione, giusto?

Lucio: Sì.

TG: Mentre un artista lavora per conto suo, alle sue idee. E' un po' questa la differenza?

Lucio: Chi si rivolge alle agenzie di pubblicità, lo fa per la loro creatività. Oggi, forse un po' meno; le agenzie svolgono più che altro un servizio.

TG: Che cosa vuol dire questa cosa? Il cliente ha già un'idea in testa quando si rivolge ad un'agenzia?

Lucio: E' molto presente la parte razionale, perciò c'è molta pianificazione. Oggi, prima di decidere che cosa comunicare si va sul web, anche perché si stampa meno sulla carta. Molto meno di una volta e si comunica molto meno anche sugli altri media, come la televisione e la radio. Una parte consistente degli investimenti pubblicitari si indirizzano sul web, cosa che permette di effettuare una comunicazione mirata, per cui tutto il lavoro creativo interessa soprattutto la vendita e c'è un costo contatto più accessibile e la comunicazione diventa interattiva.

TG: Tornando alla "Milano da bere", mi ricordo, oltre a questa frase fortissima, le immagini iconiche di una Milano che lavora a ritmi frenetici, la musica dei Weather Report (Birdland) e alcuni richiami ad una vita agiata, un po' sensuale dove tutto scorre velocemente e va goduto in fretta. E' questo il messaggio?

Lucio: Nello spot televisivo facevamo vedere un po' di immagini patinate di Milano e basta. Non c'era bisogno di un'idea vera e propria perché la creatività era stata espressa nel come raggiungere il target.

TG: Quindi tutta la forza della campagna era nel claim?

Lucio: Era tutto nel concetto che a sua volta era la frase ed il posizionamento.

TG: L'Art Director però segue la parte visuale, vero?

Lucio: In senso tecnico, sì. E' il Copywriter che è il responsabile della parola e del messaggio. Mignani, oltre che un Copywriter, era un Direttore Creativo, poteva fare quello che gli pareva. Accade un po' a tutti i creativi che dopo un po' di anni di lavoro sono in grado di fare tutto. Perfino i fotografi. Io no, però.

TG: Invece, l'Account di che cosa si è occupato esattamente all'interno di quella trattativa?

Lucio: L'Account in quel caso, non i manager che ci sono in giro adesso, non lo dico con superiorità, ma per dovere di cronaca, ha curato l'aspetto contrattuale con l'azienda facendo da tramite tra agenzia di pubblicità e cliente. Si è occupato di convincere e argomentare le ragioni di una scelta ed ha portato avanti il piano marketing di una campagna che non era fatta solo di un'idea. In certi casi, ha spiegato che saremmo usciti anche sulle testate femminili piuttosto che altre, dando le motivazioni di tutto quello che è stato pianificato. Ha quantificato le cifre per convenire e discutere tutto quello che c'era da decidere. Tutte queste parti della trattativa sono in mano all'Account. Quando si è di fronte ad una buona idea bisogna immediatamente far funzionare la testa per trovare il modo miglioreper argomentarla, presentarla e contestualizzarla. Il cliente poi è libero di dire di sì, oppure anche di rifiutare l'idea dicendo che la cosa non è di suo interesse perché la trova troppo avanti o perché l'azienda non si riconosce in essa.

TG: Per te, la forza di quella campagna qual'è stata?

Lucio: Io a livello sociale non te lo so dire. Se n'è andato anche Umberto Eco, pertanto non è facile trovare qualcuno che te lo sappia spiegare. Adesso conservo soltanto un ricordo divertente di quel momento perché ho avuto il privilegio di vedere al lavoro un grande creativo pubblicitario.

TG: Ok, ma perché, secondo te, la sua campagna pubblicitaria ha funzionato talmente bene da diventare un fenomeno di costume che ha definito un'epoca?

Lucio: Ci fu una diffusione ed una moltiplicazione spontanea di quel modo di dire da parte dei giornali e delle riviste che si appropriarono di quella frase.

TG: Piacque a tutti.

Lucio: E' piaciuta molto. Quell'argomento della Milano dinamica e laboriosa era atteso da tanti, forse perché era nell'aria.

TG: Poi, con Tangentopoli è crollato tutto.

Lucio: E' crollato tutto con la crisi economica, non con quella politica. La crisi economica ha iniziato a sentirsi intorno al 1990, quando è caduto Craxi. Te ne accorgevi, perché già allora iniziavano a calare il lavoro e l'occupazione in tantissimi settori. S'è scelto di delocalizzare l'industria, poi, sono crollate le Torri Gemelle; è arrivato l'Euro; è aumentato il costo della vita; si sono svalutati gli stipendi dei lavoratori, sono fallite le banche che sono state salvate con i soldi pubblici ed infine s'è iniziato a svendere tutto ai cinesi...

TG: Beh quello è accaduto molto dopo, quando la crisi è diventato davvero grave, ma la "Milano da bere" che era vista come qualcosa di positivo, s'è poi trasformata in un'accezione negativa, perché quando è andato in malora Craxi, Milano è stata identificata nella capitale della corruzione e del malgoverno, ma guarda caso, adesso siamo nelle stesse condizioni, se non peggio. Finalmente abbiamo capito che Roma è il vero centro del male e del potere mafioso, anche se i giudici si sono rifiutati di dare questa connotazione a quello che è successo, altrimenti ne avrebbe fatto le spese l'intero paese agli occhi del mondo e sarebbe stato come ammettere apertamente che l'Italia è un paese completamente e definitivamente in mano ad un potere politico mafioso delinquenziale. Cosa che comunque tutti sappiamo benissimo.

Lucio: E' così.

TG: Adesso se qualcuno fa riferimento alla "Milano da bere" sappiamo che sta facendo una grossa critica alla città, un po' come quando si dice "Mafia Capitale" si attacca il sistema paese. La forza delle parole è tanto potente e importante?

Lucio: Certo. Quello che è stato legato al potere Craxiano e alla Democrazia Cristiana e a Mani Pulite ha avuto una pessima immagine. Esattamente come quello che sta accadendo ai nostri giorni, in cui la gente per bene non vuole più avere a che fare con la politica e con i suoi portavoce, ma ritengo che l'effetto che c'è stato agli inizi degli anni '90 sia stato ancora più deflagrante di quello di oggi, perché allora Milano aveva ancora un ruolo molto importante ed era vista come una città operosa e moralmente integra. Mentre invece non sorprende nessuno che Roma sia un luogo dove avvengano le trame più sordide e vengano messe in scena le peggiori ruberie. La campagna "Milano da bere" era diventata il simbolo di una società ricca e di successo, ma in realtà l'operazione in sé non aveva nulla di queste complicazioni e poi è stata stravolta nel suo significato dagli eventi della cronaca della politica italiana. Negli anni '80, quando l'economia sembrava funzionare, era facile cambiare lavoro o trovare un'occupazione. Se ti stancavi di lavorare per una certa agenzia, ti guardavi un po' intorno e ne trovavi un'altra. Potevi avere delle ambizioni, trovare condizioni lavorative migliori che ti permettevano anche di guadagnare di più; c'era una crescita economica. Adesso, se hai un lavoro te lo tieni stretto anche se vieni sfruttato o sottopagato, perché regna l'incertezza e non sai cosa potrà accadere domani. La "Milano da bere" era un valore di facciata che oggi, se vuoi, lo puoi sostituire con le notti bianche e il Salone del Mobile.

TG: Non mi pare; oggi è tutta una fabbrica di illusioni. La realtà è ben diversa. Ci sono giovani designer che affittano spazi per inserire le proprie creazioni. Pagano 5000 euro a settimana per un temporary shop, con i soldi del papino, ma quando finisce la festa finisce tutto e chi s'è visto s'è visto. Chi sono quelli che realizzano davvero i propri sogni e diventano imprenditori? E quanto durano queste mode? Una volta esisteva un commercio e si poteva contare su una reale produzione industriale. L'Italia era diventata la quinta potenza economica industriale, ma oggi che cosa succede? Anche se si trova il design giusto per un prodotto accattivante, poi si porta tutto in Cina per la produzione. Anche per realizzare delle semplici scatole di cartone che conterranno i vestiti degli stilisti milanesi. Ma dove pensiamo di andare in questo modo?

Lucio: Ah questo lo sai tu e me lo dici tu: io non frequento questi ambienti da un sacco di tempo; però anch'io mi sono fatto l'idea che è sempre peggio. Sta andando tutto male per via del libero mercato e del liberismo imperante. Si pensa solo a quello senza avere un minimo di pensiero liberale ed il mercato viene vissuto in modo selvaggio a discapito dei più deboli.

TG: Un tempo chi aveva una professionalità riusciva a campare perché trovava chi gli affidava un compito, ma oggi che tutto è stato svalutato in nome della globalizzazione e della corsa al ribasso dei costi, per fare concorrenza ai paesi dove la manodopera non costa niente, i nostri prodotti sono sempre meno. L'italian style influenza sempre meno i mercati e nuovi nomi si affacciano nel campo della moda e del lusso. Non credi che una volta cedute tutte le aziende all'estero, anche la creatività della quale ci facciamo un gran vanto, passerà in mani straniere?

Lucio: Secondo me la globalizzazione spazza via il concetto di mercato locale, quindi ogni paese produce creatività, ma le merci hanno una distribuzione sovranazionale ed i governi assistono indifferenti a questo fenomeno. Malgrado tutto però ho delle sensazioni positive per il futuro.

TG: Tu l'hai fatto in passato, in un momento diverso, ma adesso che non c'è più niente che possa offrire una normale retribuzione ai propri servizi, tutti vogliono buttarsi sull'arte, compresi i fotografi e chi più ne ha più ne metta. Come si può credere di imporre un proprio stile se non si ha più un mercato? Se non si ha più un peso politico, culturale o economico a livello mondiale?

Lucio: Eh, non si lavora più... Parliamoci chiaro, io mi esprimo senza avere davvero il polso della situazione, perché la mia è un'opinione qualunque, ma secondo me nel mondo dell'arte bisogna distinguere bene tra i collezionisti che vengono coinvolti dalle gallerie più di punta o dai salotti degli intellettuali. Solo lì c'è uno scambio internazionale, anche europeo; mentre al di fuori di quegli ambienti resta solo la crisi. Non sto parlando di un'arte di serie B, ma di una crisi che coinvolge coloro che non riescono a farsi rappresentare da certi nomi altisonanti del mercato dell'arte e delle aste internazionali. Se ti proponi normalmente, alla gente non gliene frega niente di quello che fai e non vendi niente. Fotografi, illustratori, grafici e artisti di vario tipo, vanno avanti tutti con grande fatica, perché la gente non entra nelle gallerie. Le gallerie d'arte storiche di Milano hanno chiuso. Anni fa, io entrai in una di queste gallerie, incuriosito da due opere appese ad una parete ed il gallerista mi chiese come mai io ero entrato, perché la gente non si vedeva più, al di fuori delle inaugurazioni. Non dico per acquistare, ma nemmeno per vedere cosa c'è esposto in una galleria. La gente d'altronde ha paura perché le opere d'arte costano parecchi soldi. Lo diceva anche Marx: l'arte è sempre stata legata al potere politico ed i marxisti hanno sempre riconosciuto nell'arte una complicità con il capitalismo. Necessariamente, se vuoi, perché i soldi li hanno i capitalisti. Anche la cultura, un tempo era un deposito della borghesia e delle persone ricche, non certo del popolo che, con i tassi di analfabetismo di una volta, nemmeno poteva partecipare alla vita sociale del paese. Ai tempi di Michelangelo, la gente in piazza a Firenze discuteva del nuovo David e ne capiva abbastanza, ma l'arte è sempre stata un argomento difficile da trattare da chi non ha una preparazione adeguata. Non solo oggi, sempre.

TG: L'arte è per tutti?

Lucio: L'arte nasce per tutti, non è questo il punto. Non penso che un artista minimamente intelligente pensi di fare arte solo per una élite o per un gruppo di intellettuali. In fondo, l'atto creativo è qualcosa che si fa normalmente nel corso della propria vita, non è un fatto esclusivo destinato a pochi. E' drammatico, ma poi nella realtà accade proprio il contrario. L'élite si forma da sola perché se io faccio un qualiasi tipo di pittura, non piacerà a tutti. La percentuale non la potrei calcolare, ma a tanti non dice assolutamente nulla: è anche una questione di sensibilità. Ci sono persone che passano davanti alle opere come se non avessero visto nulla, camminano e se ne vanno senza fermarsi. Altre invece si fermano e le guardano una per una. Si tratta di qualcosa di soggettivo. A volte, capita all'artista di correre dietro a qualcuno nella speranza che capisca le sue intenzioni, perché sono complicate. Io per esempio, mi avvicinai al frammento osservando un dipinto di Caravaggio alla Pinacoteca di Brera. Osservai un dettaglio di un drappeggio di una tovaglia usata dai commensali rappresentati da Michelangelo Merisi in Cena in Emmaus. Caravaggio non usava il pennellino e non era levigato come può sembrare, ma in tre segni fatti con grande maestria sapeva realizzare qualcosa che si inseriva in un quadro pulito, ordinato e ben curato. Se vai nel dettaglio invece scopri una pittura robusta e fatta bene. Per me la pittura è questo, al di là della rappresentazione.

TG: Non è miniaturismo?

Lucio: No, è la sensibilità un po' arcaica e antica di saper realizzare un gesto espressivo che io ho estremizzato pensando alla pittura giapponese, dove si tenta di fare il gesto vivo e si insegue questa azione. Il gesto vivo è un segno fatto con particolare vigore che quando vedi ti permette di riconoscerne la forza. Il gesto vivo è qualcosa che rimane per sempre.


Tutti i diritti sono riservati


giovedì 25 dicembre 2014

Augurasi d'uscire dalle tenebre il prima possibile

Carlo Cecaro ed io abbiamo scelto di augurare a tutti coloro che seguono "La Milano di Tony Graffio" TANTI AUGURI di BUON NATALE e buone feste con un'opera che abbiamo già presentato, non per riciclare un lavoro interessante, ma per ribadire un concetto collegato alla realtà del paese.
Passa il tempo, si rimpastano le giunte, si alternano i politici di padre in figlio, cambiano le stagioni, ma cada la neve o splenda il sole, i furbastri responsabili del malaffare si rifanno il trucco e periodicamente anche la facciata al sistema, ma nulla, assolutamente nulla cambia. Siamo tutti in balia dei malfattori di stato che taglieggiano il cittadino in ogni modo e distruggono il bene pubblico, depauperando le ricchezze di un popolo allo stremo e ogni speranza, nei giovani, di avere un futuro migliore.


Non bastano le belle parole, o le promesse da marinaio, l'Italia sta vivendo uno stato d'occupazione permanente da parte dei malavitosi e dei mafiosi politicizzati autoproclamatosi capoclan di se stessi.

Dettagli tecnici: fotocamera Pentax K-01 con zoom Pentax 18-55mm regolata in automatismo a priorità di diaframmi, Iso 200, diaframma f 4,5, tempo d'esposizione 5 secondi, focale 32mm.

Nota degli autori per la lettura dell'opera:
Questo quadretto tridimensionale, volutamente ironico, rappresenta il momento iniziale della ribellione popolare, poiché nonostante le autoblindo e l'esercito dei malvagi, la volontà delle masse non può essere imbrigliata e sottomessa in eterno. I dettagli hanno la loro maledetta importanza ed infatti, su una finestra del secondo piano è presente un poco di bianco che altro non è che una palla di neve scagliata da qualche cittadino, come gesto di sfida al potere oppressivo di una classe politica arrogante e prepotente.
Sarà un piccolo gesto insignificante come questo che farà scatenare la rivoluzione e la ricostruzione morale e civile del paese.

Un tocco di serenità che ci riporta indietro nel tempo, negli anni del dopoguerra. 
Carlo ha inserito nel suo presepe laico un Babbo Natale giocattolo di legno del 1947, una vera rarità che però ci rappresenta tutti molto bene nel modo di procedere. 
Per continuare a muoversi nella la vita di tutti i giorni dobbiamo tenere il fiasco di vino pronto all'uso, in una mano e una lanterna nell'altra, in modo da illuminare il cammino in una strada sprofondata nel buio di tenebre, mai così profonde.

Quanta creatività ed ingegno sprecati!
Abbattiamo le Mafie dei Palazzi del Malaffare, rifondiamo il sistema sociale partendo da valori umani d'onestà e giustizia, i delinquenti devono stare in galera, non sugli scranni.

Sullo sfondo della miniatura in 3D abbiamo piazzato un'altra opera significativa, sempre di Carlo, che ben ci fa capire come andranno a finire le cose, lasciando il sistema in mano ai mafiosi legalizzati.
Quale futuro per l'Italia?

Un piccolo dietro le quinte mostra la semplicità del progetto d'illuminazione del set dell'altra sera.
Ho utilizzato una lampadina led da esploratore per il controluce del Babbo Natale del 1947, un paio di candeline cinesi dietro il pannellino del Palazzo del Malaffare, sia per cambiare la temperatura di colore, in modo da aumentare la tridimensionalità complessiva dell'opera, sia per schiarire il piano orizzontale di sfondo. La facciata era illuminata soltanto da un'altra lampadina led dall'alto, un po' di taglio.
Quale futuro? Posto dietro l'opera principale era illuminato soltanto da una candela, come è  visibile dall'ultima fotografia di questa pagina.
Avevamo poco tempo a disposizione per scegliere gli elementi da aggiungere al mini-set e per effettuare gli scatti fotografici, fortunatamente Carlo s'è ricordato d'avere nelle sue collezioni d'oggetti semi-inutili un bellissimo giocattolo a molla degli anni 1940 che è il pezzo forte della scena ed il protagonista dell'opera, ancor più degli Stormtrooper di Star Wars, questa volta un po' maltrattati, uno è stato anche fin troppo sommerso di neve finta. Nemmeno l'altro Babbo Natale nella sfera di vetro può competere con il mini burattino di legno, anche perché il primo appare esattamente per quello che è: un oggetto di plastica, a buon mercato e d'importazione.
Il contrasto tra i babbi natale è in qualche modo una parodia tra il passato ed il presente: esistono giocattoli veri, di legno, con una loro dignità storica e culturale ed oggetti made in China catapultati nella nostra società, ormai quasi incapace di produrre in loco, sempre più privata anche di tradizioni e cultura. 
Tra poco non ci resterà che venderci l'anima, ma può essere che in molti abbiano già provveduto anche a questa operazione-disperazione.
Abbiamo provato ad effettuare uno scatto senza la neve, ma volevamo un'atmosfera più natalizia, così siamo ricorsi d'urgenza all'uso di schiuma da barba schiacciata a mano, l'effetto ottenuto non è molto realistico, ma il clima generale doveva essere quello di una farsa che rispecchiasse un po' le situazioni assurde, ma tristemente vere, presentateci dalla realtà, in cui molti politici depredano i cittadini per comprarsi mutande colorate, dolciumi, diamanti e tutto quello che gli passa per la mente, senza preoccuparsi di coloro che non hanno una casa in cui vivere, o il latte da dare ai propri figli.
Ci siamo arrangiati alla meno peggio, sempre per restare in tema alla situazione generale; tutto sommato riteniamo d'essercela cavata abbastanza dignitosamente e d'aver dato vita ad un microcosmo interessante che riesce ad esprimere un messaggio molto chiaro con pochi poveri elementi scenici.
Stiamo pensando di realizzare altre piccole messe in scena scegliendo altri argomenti d'attualità, se avete suggerimenti, potete lasciarci un commento, o scriverci un'email: graffiti.a.milano@gmail.com
Se volete contribuire a sostenere l'arte e la cultura che viene dal basso e proprio per questo più vera e di valore, potete farci un'offerta per comprare l'opera, altrimenti finisce che ve la riproporremo in altre forme ed in altri mini-sceneggiati fotografici.

Tanti auguri e tanta fortuna a tutti gli uomini di buona volontà da Tony Graffio e Carlo Cecaro




sabato 20 dicembre 2014

Palazzi del Malaffare

Circa un mese fa avevo proposto a Carlo Cecaro di realizzare un'opera che parlasse delle forze del male partendo dai pupazzetti della Lego raffiguranti i soldati dell'Impero di Palpatine, presenti nella Morte Nera (Death Star), o Stella della Morte, della saga di Guerre Stellari.
Non volevo ci fossero dubbi sul ruolo di questi personaggi.
Carlo mi diceva che non si sentiva abbastanza coinvolto dai pupazzetti della Lego perché gli sembravano troppo dei giocattoli e non sapeva bene come inserirli in un contesto reale.
All'inizio di dicembre, come tutti sappiamo, è scattata una grande retata dei ROS e da qui s'è scoperchiata una voragine che non sembra avere più fine.
Confrontatomi con Carlo è risultato subito chiaro quale fosse il ruolo degli stormtrooper e chi stessero proteggendo. In un primo tempo si era pensato di metterli a guardia di un palazzo specifico della nostra città, ma poiché la situazione italiana è purtroppo molto omogenea, è stato poi deciso di prendere a simbolo dell'intero paese i "palazzi del malaffare", ovvero i palazzi istituzionali dove regna la corruzione, il nepotismo, l'ideologia dell'arraffa, arraffa, la cultura mafiosa e tutto quello che ne consegue.

In ogni città e paese  italiano sono presenti questi palazzi

Ho chiesto a Carlo d'utilizzare dei materiali poveri perché questo lavoro su commissione era destinato principalmente ad illustrare il blog della Milano di Tony Graffio, come un'istantanea tridimensionale della situazione attuale della società italiana.
La piccola autoblindo verde è stata costruita con materiali di recupero quali il cartone ed altri piccoli oggetti trovati qua e là.

I soldati dell'Impero del Male presidiano i palazzi del potere e ne impediscono l'ingresso alle persone oneste.
Il divieto di accesso sui portoni indica in maniera rapida ed inequivocabile che è meglio tenersi alla larga da questi posti.
Il minuscolo cartello che mostra, a seconda della prospettiva, il Colosseo o la scritta "Souvenir d'Italie" è un piccolo colpo di genio di Carlo che ama dettagliare le sue opere e conferire ad esse un tono di realismo, irridendo al tempo stesso una situazione molto drammatica.
Non manca un segno nero sul muro che mostra il tentativo d'intaccare il sistema. Qualche anonimo writer ha mostrato il proprio dissenso verso questo mondo. 
Si tratta di un piccolo graffito copiato dal vero da un segno che Carlo ha fotografato a Milano.

Paura eh? Potrebbe succedere davvero. O è la realtà?

Le scritte sono state ritagliate dai giornali che parlavano di questo fenomeno mafioso.
Ho volutamente fotografato questa rappresentazione di un palazzo in modo da mostrare quanto questo paese sia sul punto di crollare da un momento all'altro e come dietro ad una facciata d'arroganza non ci sia dietro nulla di buono. 
Io non mi sorprendo mai di nulla, anzi, immagino che tutto ciò che non si sa ancora con certezza sia immensamente più grande di quello che è stato divulgato.

L'opera è interattiva, gli omini e l'autoblindo possono essere posizionati a piacere.




Se volete visionare un filmato su Youtube in cui Carlo Cecaro presenta personalmente altre sue opere, guardate questa intervista.