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domenica 9 dicembre 2018

Tommy, coltelli artigianali dalla Valsassina

Sulle pagine dei Frammenti di Cultura di Tony Graffio, inizia oggi una veloce panoramica su alcuni degli artisti e degli artigiani presenti ormai da 10 anni sul Calacavia Bussa durante l'ormai tradizionale mercatino natalizio alternativo degli Alterbej, dal 6 al 9 dicembre a Milano.

Alterbej 2018 gli artigiani
Tommy fabbrica coltelli artigianali seguendo la tradizione dei maestri coltellinai della Valsassina.

Tony Graffio: Ciao, vorrei conoscerti e sapere qualcosa della tua attività artigianale. Come ti chiami?

Tommy: Mi chiamo Tommy, ho 30 anni, sono milanese e mi sono trapiantato in Valsassina per fare una vita piacevole, tranquilla e divertirmi in mezzo alla natura.

TG: È vero, si sente che sei proprio milanese...

Tommy: Sì, sono nato e cresciuto qua, però sono andato via e speriamo che altri milanesi ci raggiungano.

TG: Tommy, come si riconosce un coltello artigianale?

Tommy: Lo vedi. Non ce ne sono due uguali. È un pezzo unico che porta tutti i segni della sua lavorazione fatta a mano.

TG: Da che materiali parti? Pezzi di recupero?

Tommy: Io ho un maestro molto bravo, ha quasi 80 anni e da tutta la vita fabbrica coltelli. In Valsassina c'è una lunga tradizione nella fabbricazione dei coltelli.

TG: Come si chiama il tuo maestro?

Tommy: Il Gagett (Mario). Ma ce ne sono molti altri in Valle che sono attivi nel settore della coltelleria artigianale. La cosa più difficile è la scelta dell'acciaio. Noi utilizziamo acciai vecchi che sono stati forgiati anni addietro in Valle, per fare utensili particolari, quando ancora esisteva una certa cultura e si utilizzava l'acciaio giusto per ogni tipo di lavoro.

TG: A che utensili ti riferisci?

Tommy: Molti sono coltelli per tagliare le unghie ai cavalli.

TG: Come si lavorano gli acciai che recuperate in questo modo? C'è molto da fare?

Tommy: Vanno battuti e forgiati. È un lavoro di fatica. Poi, quando hai raggiunto lo spessore e la forma che ti proponevi vanno tagliati e scolpiti. Il manico di ferro battuto va scolpito e poi si taglia con la mola e va scolpita la lama. Anche fare il manico è un bel lavoro. Infine c'è la tempra che è la lavorazione più difficile e va imparata per forza da un essere umano vivente, perché si basa sui colori che raggiunge l'acciaio ed ha tempistiche ben precise. 

TG: È difficile?

Tommy: Abbastanza, ma questo per noi non è un problema, siamo in un posto dove possiamo lavorare e divertirci tanto; adesso noi dell'Emporio Selvatica ci siamo informatizzati, se la gente vuole venirci a trovare, siamo sopra a Lecco dove lavoriamo il legno, il ferro, la pietra. Siamo molto felici lì, facciamo molta agricoltura in modo naturale, tutti i nostri prodotti sono 100% biologici.

TG: Anche la molatura è una fase delicata della lavorazione?

Tommy: Fare la lama, alla fine, è la parte più delicata. All'inizio devi batterla quando il ferro nel fuoco è ancora rosso e incandescente, bisogna procedere piano piano. Quando poi il coltello è quasi finito devi molarlo con la mola elettrica; alla fine invece procedi a mano con la lima o con la pietra. A parte la sgrezzatura, la parte finale la faccio a mano, perché a mano il lavoro riesce sempre meglio. Stai più tempo sul pezzo, però ogni colpo è precisissimo e prendi molta più sensibilità. Per quanto sia comodo usare la mola, la mano resta la mano.

Alterbej
I coltelli artigianali di Tommy

TG: Che prezzi hanno i tuoi coltelli?

Tommy: Dipende dalla complessità della lavorazione, ma mediamente vanno dai 50 euro, per un coltello piccolo, ai 150, per un coltello grande.

TG: Come ti è venuta questa passione? Fai anche altri tipi di lavori?

Tommy: Faccio l'agricoltore e nel tempo libero svolgo lavori d'artigianato con il legno, la creta ed i coltelli. Ho sempre avuto però il sogno di fabbricare i coltelli da me, a mano. Facendone un po' mi sono divertito, anche perché riuscivano bene.

TG: Quanto tempo ci vuole per imparare?

Tommy: Non si smette mai d'imparare e poi se stai al fianco di una persona che t'insegna bene, già il primo coltello ti riesce bene. Più vai avanti, più impari. Sto iniziando a capire adesso come scegliere l'acciaio, ma serve molta esperienza, ci vuole anche molto occhio. Per imparare a distinguere il colore delle scintille ci vuole una grande sensibilità che si fa soltanto negli anni.

TG: Partendo dagli acciai nuovi che cosa si riesce a fare?

Tommy: La nostra è una valle di forgiatori che si sono convertiti a fare flange, lì tutti conoscono l'acciaio molto meglio di me. Gli acciai di oggi, a meno di pagarli cifre spropositate, non vanno bene. Non è importante il codice dell'acciaio in realtà, ma dove è stato estratto, perché al suo interno ci sono micro-impurità di altri metalli quali l'oro, il cromo o il nichel, o quello che vuoi... Oggi fare delle analisi è costosissimo, di conseguenza gli acciai veramente buoni te li fanno pagare cari; mentre un tempo nella Valle sapevano già in quale miniera andare a prendere il ferro che gli serviva. Purtroppo, queste conoscenze si sono completamente perse. Una volta sapevano come mischiare i materiali di due miniere diverse per arrivare al bilanciamento giusto degli acciai. Noi ormai abbiamo perso quelle conoscenze, non possiamo più andare nelle miniere e non sappiamo più neppure dove sono. Anche se dovessimo fare delle micro-analisi costosissime non arriveremmo a conoscere i metalli bene come li conoscevano un tempo i vecchi di 50 anni fa. Ci dobbiamo fidare di analisi scientifiche per arrivare a trovare un acciaio di qualità che poi risulta essere uguale a quello utilizzato per fare l'utensile per gli zoccoli dei cavalli. La gente butta via quei pezzi che noi recuperiamo e riutilizziamo per dar vita a nuovi strumenti che hanno le qualità specifica per i lavori richiesti ai coltelli. 

TG: Quali sono le qualità di un buon coltello?

Tommy: Quando usi l'acciaio giusto e lo lavori bene, con la tempra giusta, la lama riesce a tenere bene il filo. Oppure il coltello riesce ad essere affilato anche se ti trovi nel bosco ed hai bisogno di dare una ripassata alla lama. In caso di caduta la lama non si deve spaccare. Ci devono essere tutta una serie di qualità che la tradizione ha fatto sì che si  riuscissero ad ottenere. Per questo sono state fatte precise scelte che riguardano i materiali e le lavorazioni. Ci sono volute generazioni, generazioni e generazioni di artigiani per capire come fare i coltelli giusti.

Alterbej, Alterbej, Alterbej
I coltelli artigianali di Tommy

TG: Oltre a te, c'è qualche altro giovane che sta imparando questa arte tradizionale?

Tommy: Ma sì dai, adesso i giovani sono più volenterosi, si sono rotti le palle di stare davanti ai computer. C'è bisogno di realtà nella vita.


Tutti i diritti sono riservati

domenica 12 giugno 2016

Angelo Valli, un vecchio pittore figurativo, mi racconta un segreto dell'astrattismo

Tempo fa ho incontrato un uomo che sistemava la sua Ford Sierra Cosworth vicino a casa di mia madre, mi sono avvicinato per fargli i complimenti perché di macchine così, ormai se ne vedono poche e abbiamo iniziato a chiacchierare. Salta fuori che questo signore un po' anziano è un artista, allora mi presento anch'io e gli parlo del mio blog. Mi invita a casa sua, ma quel giorno io ero un po' di corsa, così sono andato a trovarlo soltanto venerdì scorso.
Angelo Valli, nato a Lodi il 26 gennaio del 1931, è un pittore che ha frequentato la scuola del Castello Sforzesco negli anni '50 ed ha voluto raccontarmi un po' di cose che ormai sono lontane nel tempo, ma che possono essere ancora di un certo interesse perché, come mi piace ribadire: c'è sempre da imparare da tutti.
Intanto, possiamo dire che i furbetti ci sono sempre stati; oggi c'è chi copia da internet, mentre un tempo bastava avere qualche conoscenza in America per riuscire a capire che cosa accadeva al di là dell'Atlantico e riproporlo, magari con successo, lasciando intendere che si trattava di qualcosa di nuovo.
La Scuola d'Arte Superiore del Castello Sforzesco di Milano ha sempre avuto una propensione all'insegnamento della grafica e delle arti applicate; lo stesso Angelo Valli aveva iniziato a studiare grafica per poi scegliere d'orientarsi sulla pittura ad olio poiché la pubblicità trasmette, forse ancor più dell'arte, stili e modi interpretativi che devono essere attualizzati e resi adatti alla società in cui si vive, oltre che capaci di risvegliare l'attenzione e la curiosità in chi osserva determinate immagini.
Angelo mi ha fatto due grossi regali, mi ha svelato un segreto molto interessante dell'arte figurativa, ma il segreto davvero importante riguarda l'arte astratta. Per sapere se ve li racconterò integralmente non vi resta che leggere l'intervista che gli ho fatto. TG


Angelo Valli, 85 anni, pittore

Tony Graffio: Angelo che cosa ti ricordi della Scuola del Castello? 

Angelo Valli: Nel 1952 ho vinto il terzo premio per un concorso interno che intendeva segnalare i migliori allievi del corso di grafica pubblicitaria. Purtroppo, avrei potuto essere riconosciuto come il migliore, ma i primi due premi sono andati a due miei compagni, figli di grafici che già avevano una loro agenzia pubblicitaria che avevano copiato dei progetti da studi americani. Io, in effetti, qualche sospetto lo avevo avuto perché uno di questi ragazzi una volta faceva un quadro senza alcun senso, né pregio, mentre la volta successiva riusciva a realizzare un quadro bellissimo. Mi chiedevo sempre che cosa potesse essergli successo e poi finalmente l'ho capito: si trattava di un soggetto copiato. In un quadro che ricordo ancora adesso era rappresentata una bella scena sportiva di rugby. 
Dopo due mesi dalla premiazione riescono a scoprire l'inghippo, ma non si è potuto più far niente, il premio era stato assegnato e non c'era modo di revocarlo. Gli insegnanti mi hanno preso da parte, mi hanno fatto molti complimenti, si sono tutti scusati con me, anche l'Architetto Giuseppe Boattini, ma oramai quello che era fatto era fatto e non si poteva cambiare.

 Diploma della Scuola Superiore d'Arte del Castello Sforzesco

La licenza di grafico pubblicitario di Angelo Valli

La pubblicità italiana degli anni '50 ha cambiato totalmente stile.

TG: Alla fine della scuola che cosa hai fatto?

AV: Finita la scuola, intorno al 1953, c'era il direttore di un giornale dalle parti di Corso Sempione con cui ho fatto un colloquio di lavoro, anche se io poi sono andato presso uno studio pubblicitario in via Manzoni, che mi ha detto: "Non apra la cartella (contenente i lavori che aveva fatto a scuola ndTG) perché ormai è cambiato tutto". Io non capisco, ma lui continua il discorso. "Adesso è di moda la donna con il bambino in braccio, non vanno più le opere di Rossetti Gian. I suoi disegni li possiamo guardare per curiosità, ma non vanno bene." Allora c'era questo pittore che faceva i manifesti pubblicitari che si Chiamava Rossetti Gian. Il mio interlocutore riprende a parlarmi: "Adesso facciamo solo le fotografie di mamme con bambini per lanciare qualsiasi prodotto". Resto un po' interdetto e chiedo di parlare con qualcuno ancora più importante di lui, ma mi sento dire le stesse cose, cioè che la pittura non era più interessante per la pubblicità e tutto veniva presentato in un'altra forma espressiva, con altri soggetti. Questo signore mi consiglia di dedicarmi alla pittura artistica ed alla realizzazione di scenografie. Io ho fatto come mi ha consigliato quest'altro direttore e mi sono dedicato alla pittura ad olio. Mi è andata benissimo, vendevo quadri in Giappone, in Inghilterra e un po' ovunque. Mi arrivavano i bonifici in banca quando io nemmeno sapevo come si faceva un bonifico. Ho capito che ero sulla strada giusta, ho lasciato perdere la pubblicità per realizzare un quadro dopo l'altro, vendendoli con facilità.


Milano ai giorni dell'Expo vista da Angelo Valli

TG: Che genere facevi?

AV: Figurativo, ho sempre fatto figurativo ad olio. Mi ero comprato un'automobile americana ed a quei tempi ero uno dei pochi ad andare in giro così. Esponevo direttamente in piazza Duomo o in Corso Buenos Aires, la gente, soprattutto gli stranieri, compravano di tutto. Per un po' è andata alla grande, ma poi ho iniziato a vendere sempre meno. Il gusto stava cambiando. Negli ultimi tempi erano più i soldi che spendevo per esporre che quelli che guadagnavo.

TG: Ti è mai capitato di fare quadri in serie?

AV: No, assolutamente, mai fatti.

TG: All'epoca però c'era chi li faceva, vero?


Venezia vista da Angelo Valli

AV: Te lo spiego in due parole: vado in piazza San Marco a Venezia, vedo un pittore che espone dei quadri e poi mi accorgo che si trattava di un mio compagno della scuola d'arte. Era proprio un mio amico. Ci abbracciamo e mi saluta dicendomi: "Ciao Lino". Mi dice di seguirlo ed io vado con lui in un deposito dove vedo una quindicina di quadri su altrettanti cavalletti. Tutti uguali! Belli, perché non si può dire che non fossero belli, ma quella era la sua attività: prendeva un cartone dove erano segnati dei forellini che facevano da guida ad un disegno di massima; bastava appoggiare questa specie di matrice sulla tela, la si spolverava con una polvere colorata che poi si fissava con un fissatore e questa traccia era d'aiuto nel disegno che poi veniva completato con i colori ad olio. Faceva tutto da solo. Questo è un metodo conosciuto come lo spolvero. 
Il mio amico prima dipingeva la parte bassa del soggetto su tutte le tele, poi quella centrale, ed alla fine il cielo. I quadri risultavano tutti uguali con minimi cambiamenti. In questo modo se a più clienti piaceva lo stesso soggetto, non era un problema accontentarli. Se poi i quadri finivano era il momento di ripetere la serie.
La mia formula era diversa, io andavo bene perché riuscivo a vendere all'estero. Appena mi arrivava un bonifico io spedivo il quadro. Era un sistema sicuro. Ha funzionato abbastanza fino a 5 o 6 anni fa quando in piazza Duomo, a Milano, ho venduto una veduta di Venezia ad un turista straniero. Tutti gli altri pittori mi guardavano come se fossi stata una bestia rara. Effettivamente, stavo svendendo il mio quadro perché anch'io ero stufo di star lì a vendere niente.

TG: A che cifra?

AV: 250 euro. Non dico che ho fatto così per liberarmene, ma stavo già basso col prezzo perché non trattavano nemmeno, se non gli andava bene il prezzo se ne andavano direttamente. Dopo aver venduto il quadro sembravo uno che aveva la peste. Pensa che la tassa comunale per il sabato e la domenica era di 150 euro, alla fine io non ci guadagnavo niente a stare lì in piazza. L'anno dopo eravamo solo in 8 a pagare il suolo pubblico per esporre. Lo stesso ufficio comunale mi ha detto di lasciar perdere perché anche loro avevano delle spese a restare aperti per 8 persone non conveniva.

Angelo Valli ci mostra un suo quadro copiato da Mosé Bianchi

TG: Angelo, tu sei anche un ritrattista?

AV: Sì, faccio molti paesaggi, ma anche ritratti. Adesso ti dirò il segreto per ottenere buoni ritratti. Fare un paesaggio non è mai un problema, anche se i rami di un albero sono diversi non se ne accorge nessuno, puoi comunque ottenere un bel quadro, ma se fai il ritratto ad un bambino deve assomigliare al papà ed alla mamma. Deve essere uno della famiglia, anche se nella realtà può essere un po' diverso. Se non fai così, il tuo ritratto non vale niente. 


Angelo Valli re-interpreta un paesaggio di Albert Bierstadt eliminando gli indiani e le loro tende, ma lasciando un cavallo sulla scena.

TG: I soggetti di solito li trovi tu?

AV: Sì, ma spesso m'ispiro a soggetti già fatti da pittori del passato cambiando qualche particolare che non funziona più. Per esempio, questo l'ho copiato da un quadro di Albert Bierstadt, nell'originale c'erano gli indiani con le loro tende ed i loro cavalli, ma qua da noi avrebbero fatto ridere, così ho mantenuto una scena di montagna eliminando quello che non sarebbe stato apprezzato.

TG: Hai ancora qualche tuo lavoro di grafica pubblicitaria?

AV: Certo, adesso te lo mostro (Prende una cartelletta da sopra un armadio in camera da letto, la apre ed escono disegni che hanno circa 60-65 anni). Vedi questo, si chiama Lello, è un marchio che avevo fatto per Elio Fiorucci. Lui è stato contento e l'ha riprodotto, allora c'erano le prime fotocopie, certo adesso sono cose superate, però questo ti fa capire che cosa facevamo. Avevo anche altre grafiche fatte per la Ricordi, ma adesso non le trovo...


 Fiorucci

Lello

TG: Bellissimo questo disegno con le antenne! Ma c'era già la TV allora?

AV: No, erano i primi anni, ma si voleva far capire il concetto che per ogni casa ci sarebbe stata un'antenna per ricevere il segnale televisivo.


In ogni casa un'antenna televisiva. Questa è l'interpretazione di Angelo Valli nel 1953

TG: Sarà già stato il 1954?

AV Forse prima. Erano i primi tempi della TV sperimentale, sapevamo che di lì a poco sarebbero partite le trasmissioni pubbliche e c'era stato un... Chiamalo concorso, chiamalo come vuoi... Per questo avevamo fatto questi disegni. Vedi questo invece è un quadro di mio cugino, si chiamava Mario Scala, purtroppo è solo una fotocopia. Lui è stato un grande pittore.


Il pescatore di Angelo Valli

TG: Molto bello. E quel quadro del pescatore?

AV: Quello è uno dei miei ultimi quadri.


Dettaglio del pescatore

TG: Ma hai cambiato stile?

AV: No, ho sempre fatto lo stesso genere, ma ad un certo punto sono passato dal pennello che dava un effetto più liscio alla spatola.


Il certificato del 3° premio vinto da Angelo Valli che vale come un primo premio 

TG: Perché?

AV: La spatola ti dà più soddisfazione sei più a contatto con la materia e poi in penombra, con poca luce risaltano meglio le punte di colore, è un effetto diverso, più tridimensionale.


Una grafica stile anni '40 del Gran Premio di Monza disegnata da Angelo Valli.

TG: A me piacciono molto le tue grafiche, perché ti dicevano che non andavano bene?

AV: C'era un po' un flusso diverso, eravamo nel pieno del cambiamento, non volevano più fare le pubblicità come negli anni '30 o '40, si volevano esprimere altri concetti e valori. Adesso invece ti spiegherò qualcosa che ti rimarrà nella mente per sempre. A scuola con me c'era una ragazza sui 30 anni, io ne avevo solo 20, arrivava a scuola in Mercedes ed era di una famiglia ricchissima. Non vedevi nessuno andare in giro in macchina, meno che meno con la Mercedes. Un giorno mi chiama e mi dice d'andare insieme a lei che m'avrebbe fatto vedere la sua tecnica segreta. Mi porta in una cascina, mette una tela molto grande per terra, sul pavimento, sarà stata di circa 170 cm X 3 metri. Aveva delle polveri con delle bacchette. Mette del XXX sopra la tela, intanto parla con me e mi dice: "In un quarto d'ora faccio il quadro". Mi sono detto: "Ellamiseria! Com'è possibile?" Era molto sicura di se stessa, aveva già degli ordini dall'estero e non so per quanto tempo è andata avanti a vendere questi quadri. Distribuisce questa polverina sulla superficie della tela, poi prende un XXX, butta del XXX sulla tela e mi dice: "Angelo, adesso andiamo via!" Si sentiva del rumore e poi c'era un fumo, un odore... Siamo stati un po' al bar, poi quando abbiamo riaperto la cascina il fumo non c'era più, ma c'erano milioni di XXX che tu non riusciresti mai a dipingere a mano. E che colori! Blu qui, rosso là. Era un quadro astratto, ma molto bello nel suo genere. Mi dice: "Io ne faccio due al mese e li spedisco in America. Quando li ricevono mi pagano ed io mi ritrovo il bonifico in banca".

TG: Chi era? Come si chiamava questa artista?

AV: Non mi ricordo, ma faceva anche delle cartoline con su dei bambini bellissimi. Non so se quella forma d'arte l'avesse inventata lei, ma funzionava bene. Mi ha fatto giurare di non dire mai a nessuno questo segreto ed io ho sempre rispettato la mia parola, ma adesso ormai ho quasi 86 anni e sono malato, per questo te l'ho detto...

TG: Tu hai frequentato il Bar Jamaica a Brera negli anni '60?

AV: No.


Il certificato d'autenticità dietro un'opera di Valli




domenica 26 aprile 2015

L'Antidesign di Federico de Leonardis

Antidesign: la parola non esiste sul vocabolario; l'ho coniata per designare (non è un jeu de mots) quegli oggetti d'uso da me costruiti in occasione della necessità di arredare casa mia o case di conoscenti e amici, per ragioni economiche e soprattutto di piacere creativo. Mi sono costruito librerie, tavoli da pranzo e da salotto, poltroncine, lampade ed altri elementi d'arredo. Qui, vi presento un paio di progetti facili da realizzare, occorre solo qualche ora di lavoro, degli attrezzi ed un po' di buona volontà.


Antidesign Federico De Leonardis
Libra (1973) Libreria in legno o cartone

Costituita da assi di legno usate, di varia provenienza: da ponteggio, di imballaggio, traversine ferroviarie sezionate, oppure di legno pregiato o legno verniciato. E' allo studio (2004) un prototipo costituito da cartone ondulato assemblato con fori di 7 cm di diametro, in due punti precisi, proporzionalmente alla lunghezza, in modo da far passare due pali Innocenti pressati fra soffitto e pavimento, bucati, per l’intersezione delle spine di sostegno delle assi stesse.

La sua caratteristica è il montaggio rapidissimo senza chiodi e l’adattabilità a qualsiasi dimensione verticale e orizzontale.


Ma perché anti? Si tratta di una dicitura tanto radicale quanto grossolana: il fatto di sentire in modo particolarmente acuto la contraddizione insita nell'impiego del lavoro altrui mi porta a cercare di ridurre al massimo, nella costruzione di qualsiasi oggetto e quindi anche dell’oggetto d’uso, l’impiego di tecnologie sofisticate; e questo sia direttamente che indirettamente. Un esempio di macchine sofisticate di impiego diretto: il pantografo a tre o addirittura cinque assi; uno di impiego indiretto: l’uso di viti al posto di spine. Dal chiodo che usiamo da sempre per legare due pezzi di legno allo strumento che ci serve per lavorarli noi siamo obbligati a servirci del lavoro altrui, ma mentre questo trovava una sua ragion d’essere nelle organizzazioni sociali antiche e in un certo senso più semplici, in quella contemporanea, nella quale la divisione del lavoro ha creato miliardi di alienati, ridurre al massimo possibile la contraddizione è una finalità da perseguire. Il come è pregno di incognite e qualsiasi soluzione facilmente criticabile: il lavoro per costruire una seggiola, per esempio, non è solo quello contenuto nella vite o nella piallatrice a controllo numerico, dietro alle quali sorge l'ombra degli schiavi del lavoro, ma anche quello del falegname che deve assemblare i pezzi, anche quello del “designer” che lo deve programmare ecc. Non è possibile risolvere con una formula tutte le contraddizioni insite nell'operazione di design; io non ho di queste pretese; ma una tendenza, un'indicazione di tendenza alla resistenza all'alienazione determinata dalla parossistica divisione del lavoro è possibile.

Schemi di montaggio di Libra in 4 fasi




L’arte, quella delle gallerie e dei musei, quella alla quale consentiamo tutto perché non ha legami con l’uso, insegna il massimo di libertà nell'impiego dei suoi mezzi, anche se sarebbe bene che l’artista avesse coscienza del suo “potere”, non solo intellettuale.
Come operatore nel vasto campo delle arti visive in genere (dall'architettura alla grafica, per intenderci) nel lavoro di design non posso non tener conto che esso, anche il più nobile e innovativo, quale per esempio quello prodotto dal Bauhaus nei primi decenni del secolo scorso, sviluppa al massimo livello la contraddizione di cui ho parlato finora e per la quale la nostra società mostra troppa indifferenza. Ecco quindi giustificato, spero, l’uso dell’anti e introdotti i passi successivi, operati da me per evidenziare quella contraddizione senza tradire la funzione essenziale che gli oggetti di design sono chiamati ad assolvere, la durevolezza ed il comfort.

Ballerina (1976) Tavolo da pranzo o da studio in vetro e ferro


Di semplicissima costruzione con scarti delle fabbriche di tubi e di lamiere più o meno goffrate. Il vetro del tavolo garantisce la trasparenza della struttura, impreziosisce la rozzezza della base di ferro trattato e alleggerisce l'insieme.


Schema di fabbricazione di Ballerina

Dimensioni a piacere, altezza da terra circa 75 cm

Dati tecnici e costruttivi di Ballerina

La superficie orizzontale è realizzata in vetro, di spessore superiore a 12 mm e con gli spigoli arrotondati; le gambe, in ferro, sono ricavate da tubi tagliati nel senso della lunghezza, con la fiamma ossidrica (taglio slabbrato), e opportunamente trattate, in modo da evitare l'idrossidazione. L’elemento in vetro risulta semplicemente appoggiato (feltri o gommini ne eviteranno la rottura e gli sfregamenti) e il tavolo è facilmente dislocabile nella stanza. Le gambe del tavolo sono state realizzate da tubi di diverse dimensioni (diametri mai inferiori ai 40 cm e spessore circa 8 decimi di mm) o anche semplicemente da lastre di ferro incrociate. La colorazione delle gambe va dal ferro brunito al terra di Siena bruciato, in dipendenza dello stato di ossidazione subìto dal tubo prima del suo trattamento. Il trattamento del tubo, non ancora tagliato alla fiamma ossidrica, avviene nelle officine di trattamento dell'acciaio, senza alcuna aggiunta di componenti, tramite il riscaldamento in forno, a circa 500 gradi, e successiva ossidazione per semplice estrazione all'aria. La pratica di far precedere il trattamento al taglio è necessaria, per evitare le deformazioni del tubo, facili a quelle temperature. Il taglio alla fiamma ossidrica deve essere fatto a mano, per introdurre la componente manuale nel processo: questo non altera le caratteristiche di ossidazione del pezzo e aggiunge una colorazione scura al taglio slabbrato.

Di seguito, i 4 punti che portano all'antidesign:

1) Materiali. Impiego di materiale di scarto di lavorazioni più complesse. 
2) Manualità. Uso di una manualità semplice e senza, o col minor possibile, contenuto di talento costruttivo. 
3) Variabilità. Il prodotto non è mai ripetibile se non nell'idea che lo ha generato.
4) Forma. Soggetta all'operare altrui più che un'imposizione estetica (sic. anche l'estetica ha il suo terribile potere!).

Chiunque ha accesso a costo zero a un’infinità di prodotti di scarto o d’uso elementare di altre lavorazioni. Il talento costruttivo è la chiave dell’alienazione del fruitore dell’oggetto d’uso: chi lo può fare, ha le macchine e soprattutto l’abilità costruttiva necessaria, io no. Il potere del talento non è meno impostore di quello del denaro, ma cercare di ridurre al minimo il talento necessario a creare un'opera è una finalità lecita e a volte realizzabile, non un dogma. 
La variabilità è insita nell'idea costruttiva e la personalizzazione dell'oggetto vanno di pari passo con l’adattabilità alle esigenze personali di ciascun fruitore e all'estro di ciascun costruttore: io costruisco la mia libreria con le mie assi, copiando semplicemente l’idea.
Nell'Antidesign non esiste il copyright.
E’ evidente il valore di rottura costruttiva dell’idea, del resto nella tradizione più antica del grande artigianato italiano del quale la piccola industria del nostro paese è altamente tributaria. Un'ultima notizia: Gli "Antidesign" sono "sottoprodotti" del mio operare nel campo delle arti visive; sotto non nel senso di minore, ma in quello di derivati, quindi non per questo meno importanti. Federico de Leonardis

Nota costruttiva di Libra
Sono state realizzate molte varietà di Libra e ciò in dipendenza dal tipo di legno scelto e dalla sua dimensione, sia in larghezza che in altezza. Il montaggio può essere effettuato con facilità dal cliente, che però dovrà fornire all'artigiano le dimensioni precise sia in larghezza che in altezza. I buchi sulle assi saranno sempre e solo due fino alla dimensione massima delle assi di 300 cm. Oltre questa dimensione possono essere previsti tre buchi ad asse (e naturalmente tre pali Innocenti). Lo spessore delle assi potrà variare tra 3 e 4 cm in funzione della dimensione. Sono previsti anche spessori superiori per grandi dimensioni, ma mai inferiori a 2 cm per lunghezze minori di 200 cm.
Attenzione: a parità di carico (distribuito) la freccia all'estremità delle mensole è esattamente uguale a quella al centro della trave appoggiata. Questo fatto dà la misura dei fori e (dico io) la bellezza della libreria.

Pubblicazioni
Pocko Gallery, Milano (Libra)
Show case, Oggetti d’uso e d’incanto (Ballerina)

Esposizioni
Cantieri Mapo, Milano (Libra)
Centro Domus, Milano; Fiera di Firenze; Fiera di Bologna; Villa Shelley, Lerici (Ballerina)


Progetti, testi, fotografie e disegni di Federico de Leonardis