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martedì 22 marzo 2016

Cristina Gardumi un giovane talento antispecista

Anche quest’anno s'è rinnovato l’impegno di Affordable Art Fair nel sostenere e promuovere i giovani artisti emergenti: 5 Young Talents e 9 Young Galleries, sono stati ospitati nella sezione Young della fiera d’arte contemporanea accessibile. Gli Young Talents sono stati selezionati attraverso il concorso Young Talents sponsorizzato da Warsteiner, che ha registrato oltre 600 candidature.
Questo marchio, vicino al mondo dell’arte contemporanea, ha una grande attenzione per i giovani e crede nel loro potenziale, per questo motivo ha deciso di dare voce al talento di cinque artisti emergenti, offrendo loro l’opportunità di vivere un’esperienza da protagonisti insieme alle persone già affermate nel mondo dell’arte. Quattro artisti emergenti e uno street artist hanno avuto la possibilità di esporre le proprie opere in fiera ed esibirsi live ogni giorno alle 18.00 nello spazio dedicato alle performance.
Le oltre 600 candidature pervenute sono state valutate da una giuria di professionisti composta da: Ilaria Gianni (curatrice e co-direttrice artistica Nomas Foundation – Roma), Denis Curti (curatore e giornalista, direttore artistico Casa dei Tre Oci – Venezia; direttore de Il Fotografo), Steven Music (fondatore Celeste Network), Igor Efrem Zanti (curatore e critico d’arte, direttore IED – Istituto Europeo di Design – Venezia, co-fondatore e direttore artistico Premio Arte Laguna – Venezia), Massimiliano Tonelli (direttore Artribune), Dino Vannini (Marketing Manager Sky Arte) ed Erminia Di Biase (collezionista).
I vincitori sono stati: Cristina Gardumi (1° classificata) con le sue divertenti interpretazioni della realtà; Francesca Lupo e Riccardo Schiavon (2° classificati a pari merito), la prima ha convinto la giuria con suoi colorati collage con atmosfere d’altri tempi, il secondo invece si è imposto grazie alle sue installazioni e ready-made; Claudio Beorchia (3° classificato) con i suoi collage originati tratti da ritagli de Il Sole 24 Ore.
A loro si aggiunge il genovese Lord Nelson Morgan, vincitore della categoria street, scelto, come specifica il giurato Denis Curti, “per la qualità intrinseca del progetto e per la sua evidente potenzialità commerciale”.
Tra i giovani talenti che hanno partecipato al Premio Warsteiner, ho  scelto d'intervistare Cristina Gardumi, non per il fatto che è colei che è stata valutata dalla giuria del concorso l'artista migliore, ma perché trovo interessante sia il suo linguaggio narrativo, che il contenuto delle sue opere che la tecnica da lei utilizzata. 
Gli animali un tempo erano visti come bestie e trattati in modo spregevole, è notevole che oggi ci sia qualcuno che consideri gli esseri-non-umani come una potenziale risorsa etica cui attingere per imparare a convivere pacificamente con chi pensa e agisce in modo totalmente diverso dal nostro.

Oggi, purtroppo, è stata una giornata molto triste che ci ha confermato che molti individui che vorremmo poter chiamare esseri umani, o animali, non ragionano ed hanno il solo scopo di lasciare tutto in condizioni peggiori a quelle in cui le hanno trovate e sono mossi dall'odio verso tutto e verso tutti e dalla volontà di distruggere ogni cosa, comprese le vite di persone innocenti ed incolpevoli. Indipendentemente dalla volontà di chiunque, esistono delle forze del male che agiscono per un volere imperscrutabile. Non ha senso cercare di capire ciò che non si può capire, ma bisogna agire affinché i seguaci del maligno vengano isolati, fermati e resi innocui.
La verità, la cultura e l'educazione sono le armi migliori per combattere coloro che vogliono imporre il loro folle pensiero in modo totalitario e violento" TG

Mia sorella ed io - Disegno di Cristina Gardumi - m. 2 X 1,5

Tony Graffio intervista Cristina Gardumi

Tony Graffio: Ciao Cristina, parlami di te, chi sei?

Cristina Gardumi: Ciao, io sono un'artista che sta esponendo all'Affordable Art Fair 2016. Sono stata selezionata attraverso il Premio Warsteiner Young Talents.

TG: Scusami, e come si fa a farsi selezionare da Warsteiner per arrivare fin qui?

CG: E' una bella domanda alla quale non so dare una risposta precisa. Penso che bisogna accendere qualche cero e confidare negli dei. Secondo me, ci vuole tanta fortuna. Ad ogni modo, io ho trovato il bando di concorso online ed ho partecipato inviando tre opere con le loro relative descrizioni, poi la poetica generale, una dichiarazione (statement) e basta. Molto semplice, tra l'altro è gratuito. Consiglio a tutti di provare a partecipare perché è una buona occasione per avere della visibilità.

TG: Tu che opere hai mandato al concorso?

CG: Ho mandato un grosso disegno di 2 metri X 1,5 circa che adesso si può vedere pubblicizzato un po' dappertutto, quasi fosse diventato il simbolo di AAF Milano 2016. Cosa che non avrei mai pensato potesse accadere. Oltre a questo, ho prima inviato e poi portato qua altri due lavori più piccoli. Uno è costituito da nove monotipi e s'intitola Noir; il terzo invece sono 4 stampe calcografiche ottenute da puntasecca su plexiglass. Da poco ho ripreso a lavorare con l'incisione, mi sto appassionando molto a questa tecnica e ci tenevo molto a fare vedere questo lavoro al mondo, in qualche modo, e questa di Milano mi sembrava una giusta occasione.

TG: Parlando un pochino più di te, quanti anni hai? Che Formazione hai avuto? Da dove vieni?

CG: Ho 37 anni e ho avuto una formazione un po' ibrida perché ho fatto sia pittura all'Accademia di Belle Arti di Verona, sia l'Accademia d'Arte Drammatica a Roma, come attrice. Così, recito in teatro, a volte per il cinema, ma soprattutto mi considero un'artista visiva. Quello che vedi è il risultato della mia attività. Mi piace pensare che ci sia una connessione tra le mie due facce e che anche quando disegno subentrino delle atmosfere teatrali. Sia nel modo in cui dispongo i personaggi nello spazio, piuttosto che nelle relazioni che cerco d'instaurare e nei messaggi che cerco di comunicare che hanno spesso a che fare con il rapporto, il dialogo, o come cerchiamo d'affrontare la realtà. E come la realtà cerchi forzatamente e disperatamente d'affrontare noi, spesso costringendoci a fare delle cose che non sempre siamo disposti a fare. Mi piace parlare dei riti che c'imponiamo per sopportare meglio il mondo reale. Ad esempio, nel grande disegno che avevo inviato a Young Talents c'erano tre paia di mani che intrecciavano i capelli di due scimmie, come se questi scimpanzé avessero dei capelli. Le mani centrali univano i capelli delle due scimmie, come a fondere il loro destino. In realtà, per me, questa operazione unisce uomo e animali come se si cercasse di realizzare una specie di razza ibrida che sia perfetta perché include in sé sia la colpa primordiale tipica degli esseri umani, perché sono loro ad averla inventata; almeno è questo che penso, perché questo concetto di colpa gli animali non ce l'hanno. Gli animali sono innocenti e non conoscono le complicazioni degli uomini.
Non è un discorso religioso, ma un discorso culturale, infatti anche se i miei disegni possono sembrare fiabeschi, o illustrativi, cercano sempre di stimolare una riflessione, oserei dire antropologica. Anche se tutto questo è riferito alla quotidianità ed al nostro modo di vivere ogni giorno la nostra consapevolezza di esseri umani. Sia da come ci poniamo nello spazio intorno a noi, sia per come rispondiamo a sollecitazioni che ci arrivano dall'esterno.

Noir di Cristina Gardumi

TG: Sì è vero, anche a me sembrano disegni che rappresentano una realtà quasi cinematografica o comunque di qualcosa che si vuole mettere in scena a tutti i costi. E' un'azione voluta oppure è un'esigenza che fa parte del tuo modo d'esprimerti?

CG: Credo che si tratti di una scelta inconscia che attuo per unire due diverse facce della mia medaglia che sono io e che vive in due mondi separati, anche se simili. Quello del sentirmi attrice di uno spettacolo scritto da altri e quello di esprimermi anche attraverso un'arte visiva che scaturisce dal mio modo di vedere il mondo. In “Noir” ero alla ricerca di una narrazione frammentata, di stile cinematografico, fatto di continui rimandi a qualcosa che è già accaduto, un po' come quando in un film assistiamo a dei flash-back o ai correlativi oggettivi, quando si richiama qualcosa attraverso un'altra cosa. Quando si ricorre al simbolo per ancorare la realtà e spiegarla meglio. Guardando questi 9 monotipi si può avere l'idea che siano tutte storie diverse, anche se in realtà credo che la storia sia una sola e spetta a chi guarda decifrare questa narrazione. Io stessa quando ho fatto questi lavori non sapevo dove stavo andando a parare; solo alla fine quando decido di fermarmi e metto tutto davanti mi sono resa conto di quello che stavo raccontando.

TG: Hai mai pensato di fare dei veri fumetti?

CG: Sì, tanto più che nell'ultimo lavoro, pur utilizzando una tecnica antica come la puntasecca, ho deciso di contaminarla con qualcosa di estremamente Pop come il fumetto. Il risultato mi piace. Sto iniziando a provare a disegnare attraverso delle forme di narrazione più sequenziali e tradizionale che possono anche prendere la forma di un fumetto effettivamente pubblicabile. Ci sto lavorando, insomma. A breve ci sarà un prototipo in arrivo. Vedremo.

Laggiù di Cristina Gardumi - Incisione a puntasecca

TG: Un accenno alle tecniche che hai utilizzato. Oltre alla puntasecca su plexiglass hai elaborato qualche soluzione particolare? E perché hai usato il plexiglass come matrice?

CG: Sì,ho usato il plexiglass invece del rame o lo zinco per una questione di costi; ovviamente dal plexiglass puoi poi tirare meno copie. Io ho voluto andare contro la natura della replicabilità dell'incisione modificando la matrice dopo la prima stampa. Poi ho fatto la seconda stampa e ancora ho modificato l'incisione sulla matrice, continuando così fino ad ottenere quattro stampe diverse tra loro che compongono un racconto di 4 stampe diverse. Ogni stampa è ora un pezzo unico. Ho cancellato dei pezzi dalla matrice e l'ho rielaborata aggiungendo degli elementi, ottenendo così parti diverse di un'unica storia. Questa cosa a me piace moltissimo.

TG: Sì, piace anche a me, è una bella idea.

CG: E' un modo per andare contro una tecnica che prevede la riproducibilità di un soggetto in grande tiratura. Alla fine di questo intervento io potrei riprodurre solo l'ultimo fotogramma della mia breve storia dove compare sia la corda che qualcosa laggiù.

TG: Quest'opera è un quadrittico? Si dice così?

CG: E' un tetrattico... Parola orribile, un po' oscena, va beh non lo so, io la chiamo serie... Mi affascina molto potermi esprimere ad episodi e poter sviluppare una storia in più momenti, infatti tantissimi miei lavori sono sviluppati così.

TG: Senti, ma il tuo vero lavoro qual'è?

CG: Questo, e il mio falso lavoro è fare l'attrice.

TG: E si riesce a vivere di questo lavoro?

CG: Se hai dei genitori generosi, non ricchi, ma comprensivi, sì...(ride)

TG: In che città vivi?

CG: A Pisa, dove è anche più facile vivere perché lì tutto costa meno che a Roma, o a Milano.

TG: Va bene, seguiremo il tuo consiglio e ci trasferiremo tutti in Toscana.

CG: Nessun velato consiglio... Prego.

TG: Ok grazie. Abbiamo dimenticato qualcosa?

CG: Non credo. No.

TG: Come attrice cosa fai?

CG: Come attrice lavoro tanto in teatro, sono soprattutto spettacoli sperimentali, di solito, che coniugano parola e corpo. Non è solo teatro fisico, ma anche teatro di parola. Ho lavorato anche con Luca Ronconi, anni fa, esperienza che mi ha arricchito molto dal punto di vista della parola, però non perdo mai l'occasione di lavorare con altri registi che prediligono il corpo. Non mi riferisco alla danza, ma il teatro-danza mi interessa molto. In futuro vorrei andare in questa direzione di contaminazione tra il mio segno grafico e la performance.

TG: Il tetrattico si chiama “Laggiù”, vero?

CG: Sì, lì c'è una riflessione, in realtà, che stavo cercando di mettere a fuoco sulle distanze e sull'attualità del discorso dei profughi, o dell'essere profugo e del dover fuggire da un luogo. O dell'andare da un punto A ad un punto B e a quanto questo spostamento ti può cambiare.

TG: I soggetti sono degli orsetti, o dei criceti?

CG: Boh. E' bello che i miei animali iniziano come qualcosa, cambiano in corso d'opera e diventano una sintesi animalesca di criceto-scoiattolo-topo, così. Inizialmente avrebbero dovuto essere degli scoiattoli, mentre alla fine sono diventati delle cavie da laboratorio, o qualcosa del genere.

TG: Tu sei animalista?

CG: Sì, sono un'animalista convinta, vegana e antispecista.

TG: Ho capito. A parte questi lavori che sono un po' particolari, di solito tu che tiratura fai dei tuoi lavori? Ed a che prezzi li vendi?

CG: Solitamente, dalle incisioni ricavo 15 pezzi, anche perché utilizzando il plexiglass come cliché non è che potrei spingermi molto oltre. Le dimensioni delle mie stampe sono abbastanza ridotte a causa del fatto che dispongo di un torchio che è quasi un giocattolo. Quando mi doterò di un torchio professionale vorrei effettuare delle stampe molto più grandi, anche perché la fase di stampa è per me fondamentale per un incisore, quindi vorrei continuare ad occuparmi personalmente anche di questa parte del mio lavoro. Anche perché è un'operazione che mi piace tantissimo fare che non delegherei a nessun altro. Fintanto che studiavo in accademia avevo la possibilità di stampare tutti i miei lavori. Ultimamente, erano 15 anni che non toccavo più un torchio. Ho ricominciato a stampare solo 3 mesi fa, quindi questo è un terreno che sto cercando ancora di capire e di scoprire. Per darti un'idea dei miei prezzi, posso dirti che la serie di 4 stampe (pezzi unici) intitolata "Laggiù" la propongo alla vendita a 1150 euro.

TG: Possiamo dire che sei passata dal disegno all'incisione?

CG: Non sono passata, sto abbinando le due cose. Continuo a disegnare, ma ho aggiunto questa varietà alle mie capacità tecniche. A seconda di quello che voglio comunicare, forse. E' sempre bene avere più armi a propria disposizione.

TG: Va bene, grazie. Molto gentile.

CG: Grazie.

Cristina Gardumi, 37 anni, artista.

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lunedì 21 marzo 2016

Intervista al maestro italiano della pittura adesiva: No Curves

La copertina di Anarchytecture degli Skunk Anansie è stata realizzata da No Curves

All'AAF 2016 Tony Graffio ha intervistato No Curves

Tony Graffio: Ciao No Curves, sono appena arrivato in fiera, avevo intenzione di comprare il tuo stupendo quadro con il ritratto degli Skunk Anansie, ma è già stato venduto, com'è possibile, nemmeno il tempo di attaccarlo alla parette e già se n'è andato?

No Curves: Ciao Tony Graffio, ti dirò che sono molto contento, è sicuramente un bel pezzo, un po' m'è dispiaciuto dovermene separare, ma sai bisogna sempre accontentare il pubblico...

TG: Quanto tempo ci metti a fare un lavoro del genere?

NC: Dipende, dei pezzi che abbiamo qui che erano quelli al Museo della Scienza e della Tecnica, alla mostra “Explorations”, sono gli ultimi rimasti. Meno male, perché erano veramente tanti, sono tutte opere realizzate nel corso degli ultimi mesi, anche se ci sono opere ricreate, come dall'altra parte della fiera dove c'è la mia installazione. Per fare quei quadri ci ho messo dai dieci ai quindici minuti.

TG: E questo quadro che ha fatto da copertina per Skin e gli Skunk Anansie?

NC: Questo l'ho fatto in un paio di giorni. Con tutta la calma del mondo.

TG: Com'è capitato di lavorare per loro? Ti hanno contattato gli artisti? I loro agenti? La casa discografica? O qualcun altro?

NC: Allora, in realtà, come tutte le cose belle è nato tutto in modo casuale. La truccatrice di Skin è un'amica, oltre a questo, stava scotchando un po' di scatole per mettere via tutto il materiale, ha finito il nastro, stavano portando la copertina... Ah, ah questa è vera, eh! Ha fatto vedere alla band il mio libro... Basta, da lì le hanno detto di chiamarmi immediatamente. Io ero a casa con 40 di febbre, ma nonostante questo sono andato ad incontrarli direttamente in studio e ci siamo messi d'accordo.

TG: Quindi è una decisione degli artisti aver scelto te per la copertina?

NC: Sì, certo, ripeto, decisione nata in maniera completamente casuale. E' bella questa cosa perché è stato un innamoramento immediato.

TG: Quando s'è verificato questo colpo di fulmine?

NC: Oddio, l'inverno scorso, non ricordo esattamente quando perché in quei tre mesi sono stato sempre malato... Tra novembre e dicembre comunque.

TG: Immagino che questa cosa t'abbia fatto molto piacere, vero?

NC: Molto, sì, anche perché io li seguivo fin dal loro primo album, quando ancora nessuno li conosceva.

TG: Sì, anch'io me li ricordo bene, fin dai tempi di "Paranoid and Sunburnt" che sarà uscito più di 20 anni fa...

NC: Sì, sono molto bravi e mi hanno fatto contento.

TG: Senti No Curves, io vorrei chiederti anche qualche dato personale che ti riguarda: di dove sei? Quanti anni hai? Come hai iniziato...

NC: Mah, di solito il fatto di usare un nome come il mio è proprio per evitare ogni possibile connessione ad un'entità umana... Anche se poi, io te e te come vedi stiamo parlano, ho un viso, un corpo e tutto il resto, però siccome il mio medium è molto tecnologico ed anche la tecnica è ridotta all'essenziale, ritengo che l'unica cosa importante è No Curves perché rappresenta quello che faccio.

No Curves in carne ed ossa ed i suoi nastri, sulla parete i suoi lavori nell'area performance dell'AAF 2016

TG: E' la filosofia del tuo lavoro insomma?

NC: Esatto! Tutto è minimale, non voglio sovrappormi alla mia opera, è quella che conta di me... L'opera ed il mio modo lavorare.

TG: Tu comunque sei qua dei dintorni di Milano...

NC: Sì, di Milano, questo si può dire, sì.

TG: Età?

NC: Ormai sto andando verso la quarantina... (ride)

TG: Da quanto tempo ti esprimi con questa tecnica?

NC: Da una decina d'anni. Questa tecnica per me ha sostituito la pittura, anche i graffiti, a me non piace l'idea d'usare dei colori che ti sporchino. Mentre con il nastro è tutto facile: lo apri e lo applichi è tutto immediato, geometrico, perfetto, pulito. Ottieni quello che vuoi, vedi subito il risultato...

TG: Ci vuole un bel colpo d'occhio però, vero?

NC: Boh, a me vengono così, senza tanta fatica...

TG: Infatti, è una dote, credo.

NC: Io penso di non essere più in grado di disegnare normalmente con le curve. E' brutto in realtà, perché quella è una cosa che ti aiuta a fare anche altre cose. Ad ogni modo bisogna andare sempre avanti.

TG: Tu che formazione hai avuto? Hai fatto una scuola d'arte?

NC: Se vuoi ridere, ti dirò che io sono perito agrario... Se non fosse stato per la Tape-art, l'ho detto tante volte, sarei a lavorare nei boschi, a fare la guardia forestale. Isolandomi dal mondo. Non sono un asociale, ma mi piace la tranquillità.

TG: I tuoi attrezzi sono il taglierino, le forbici, il bisturi e che cos'altro?

NC: Sì, dipende un po' dal lavoro, uso tanti tipi di nastri colorati.

TG: Il colore è fondamentale per te?

NC: Negli ultimi anni sì. Perché fa un po' la differenza dall'utilizzarlo alla maniera di "Art-attack", come fanno molti artisti che s'avvicinano alla Tape-art, fanno le scritte e cose del genere, ma per me questo non ha molto senso, perché io faccio una pittura adesiva ed io è ricerco proprio di ricreare una mia forma pittorica con i nastri colorati. La percezione dei colori con i nastri è ancora più forte perché non ci sono sfumature ed è miscelabile utilizzando vari tipi di prodotti.

TG: Tu usi nastri speciali? Hai delle preferenze? Che cosa usi?

NC: Uso di tutto, nastri da mascheratura, di pvc, ppt, un po' tutte le tipologie.

TG: Come li hai scoperti?

NC: Un po' col tempo, l'esperienza ed iniziando a lavorare in collaborazione con le grandi aziende è automatico che si parli anche di materia, dei prodotti migliori, tipo questo che si chiama proprio fluo sottile che si chiama proprio artist-tape e li ha realizzati un'azienda americana che sviluppa questo concetto dello stacca-attacca-e-divertiti.

TG: Sei anche in qualche modo sponsorizzato da queste aziende del settore?

NC: Sì, da diverse aziende...

TG: Possiamo fare qualche nome?

NC: Sì, io lavoro sia con la Tesa, con la PPM di Bergamo, mi trovo molto bene anche con Pro Tapes che è un'azienda americana che ha prodotto gli artist-tape che citavo prima. Uso anche qualcosa di 3M, ma esistono ditte di cui non conosco nemmeno il nome. Quando sono in viaggio e vado a cercare qualcosa in un negozio cinese, o asiatico, vedo marche strane e uso anche quei prodotti. Io ricerco un po' su tutto.

TG: Ultimamente lavori anche sulle trasparenze?

NC: Sì, si formano anche delle ombre e delle distanze che introducono un elemento di tridimensionalità che mi piace. E' un po' come se in superficie ci fosse la geometria ed il colore e sotto qualcosa che sembra disegnato a mano.

TG: Sai dirmi chi sono stati gli artisti precursori della Tape-art?

NC: C'è un americano di origine ucraina che si chiama Mark Khaisman che forse è stato il primo a dedicarsi a questa attività, poi c'è Buff Diss, un altro amico australiano. Ci siamo conosciuti quando è venuto in Europa ed è stato mio ospite qui in Italia. Anche qui casualmente, abbiamo quasi la stessa età ed abbiamo iniziato questa tecnica nello stesso periodo, senza sapere nulla l'uno dell'altro. Io negli ultimi sette anni lavoro esclusivamente con questa tecnica. Saranno dieci anni, o forse più quando ho iniziato ad esprimermi con la Tape-art, ma non ne sono sicuro con precisione perché una volta non c'era l'abitudine di documentare tutto col cellulare. Si usava la macchina fotografica. Facevo i pezzi e venivano distrutti, perché è nastro adesivo, non pittura.

TG: I primi lavori li facevi sui muri?

NC: Qualcosa sui muri, ma un po' dappertutto, sui manifesti di moda, sul vetro che li ricopriva, perché sai c'è una bella differenza a lavorare su quello che viene definito pubblico, o privato... per esempio, le fermate dei bus sono private, è l'IGP Decaux che si occupa di tutto. Quindi tu lavori sul vetro, senza andare ad intaccare minimamente il complesso. Non rovini niente e con l'adesivo che puoi staccare, vai a trasformare completamente il linguaggio del manifesto.

TG: Volevo capire se tu sei nato prima come street-artist e poi come tape-artist.

NC: No, non mi definisco street-artist, sono un tape-artist e basta perché questo è quello che faccio. Poi, se in certi momenti mi sono avvicinato al mondo urbano è normale, perché la strada è il primo luogo in cui ti confronti. Se poi hai degli amici del mondo dei graffiti, o altri che hanno fatto muralismo, è normale che si faccia qualcosa insieme e che si lavori insieme in determinati ambienti. Si tratta di un modo giocoso di socializzare.

TG: Quando hai iniziato a raccogliere i frutti di questa tua attività?

NC: Quasi da subito sono riuscito a vivere di questo lavoro. Negli ultimi sette anni ci sono stati momenti difficili perché ero io che volevo esprimere qualcosa e mi facevo dei problemi per quello che stavo facendo. Adesso sono molto contento.

TG: Quel quadro per gli Skunk Anansie è di circa un metro per un metro. A quanto l'hai venduto, puoi dirmelo?

NC: No, non parlo mai di soldi. Gli artisti non devono parlare di soldi.

TG: Ho capito, allora devo chiederlo alla tua galleria?

NC: Ogni opera ha il suo prezzo.

TG: Va bene, come vuoi, anche se qua ci sarebbe l'obbligo d'esporre i prezzi... (Le galleriste mi specificheranno dopo che sia No Curves che Pao hanno un coefficiente 3 e che i lavori esposti di NC vanno dai 400 euro ai 6000) Senti, e l'idea di fare dei ritratti con il nastro come t'è venuta?

NC: In realtà, anche in ambito urbano e pittorico c'è stata la tendenza, soprattutto negli ultimi anni, alla riscoperta dello stile Futurista, alla geometria, anche nella grafica. Io lo trovo un po' fine a se stesso perché mi ricorda certe grafiche che trovi anche all'Ikea, permettimi il paragone, o di chiunque tratta uno stile minimalista. Basta mettere una superficie arancione sopra un quadro blu, tre strisce, stampo tutto e lo infilo in una cornice di 100X70 cm. Il gioco è fatto, io sono un figo e mi faccio chiamare graphic designer. Stessa cosa sui muri. Allora perché non ricreiamo delle forme neo-rinascimentali? Io vorrei provare a mischiare il mondo dell'illustrazione anni '70, fantascienza e futurismo che è un po' quello che sta uscendo da certi miei lavori dove vado a intervenire su fotografie e personaggi di film fantastici.

Tecnica mista: fotografia e nastro adesivo colorato

TG: Sì vero, certi tuoi personaggi sembrano usciti da “Metropolis” di Fritz Lang o da “1997 Fuga da New York”.

NC: Sì, uso delle tecniche miste soprapponendo i miei nastri a fotografie che questo mese puoi vedere anche su Marie Claire. Abbiamo fatto anche una mostra in via della Spiga nell'ultima settimana della moda. Io sono un grande fan di John Carpenter e mi diverto a rielaborare certe immagini per trasformarle in “La Cosa”, o anche in paesaggi che possano ricordare i fumetti di Moebius. Mi sono ispirato anche a George Miller ed a Mad Max.

Una pagina di Marie Claire di marzo 2016

TG: Ad ogni modo, mi sembra che ci sia molto interesse per il tuo stile ultimamente.

NC: Può essere, io lavoro sempre, faccio le mie cose, poi sono gli altri che dicono come va.

Due gag di No Curves:  a sinistra, i cilindri colorati non sono altro che salvadanai per bambini, in modo che con i soldi che metteranno da parte in futuro potranno diventare collezionisti di Tape-art. A destra, una bomboletta spray sottratta ad un amico è stata reinterpretata col nastro con la scritta "Toy" che nel gergo dei writers identifica l'"infame", ovvero colui che scrive sui pezzi degli altri. Se anche voi conoscete qualcuno che si comporta in questo modo, probabilmente si farà una risata quando gli regalerete questo gadget-cult alquanto ironico.

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domenica 20 marzo 2016

I simpatici robot orfani di Massimo Sirelli


 Alfredo, il cane-maiale e gli altri suoi allegri amici

In ogni oggetto può celarsi potenzialmente un automa dotato di una sua vita immaginaria ed è per questo che il loro papà meccanico va a caccia di pezzi di vario tipo nei mercatini dell'usato vintage e nei brocante di ogni dove, sperando d'incontrare quei particolari elementi che nessun altro sa riconoscere, per poi portarli in laboratorio e riassemblarli sotto forma di robot di compagnia.
Massimo Sirelli è sufficiente qualche vecchia scatola, un contenitore del kit del pronto soccorso, una pentola inutilizzata, oggetti di questo tipo, o altri accessori, per dar forma a personaggi che è difficile non accogliere a casa propria nell'ambito del progetto: "Adotta un robot". Ogni robot ha un suo nome ed una sua storia ed è rifinito con affetto.

Anonimo, un po' tostapane, un po' cassetta di ferro. Poco mobile, ma molto rassicurante.

Tutto è molto studiato, i pezzi che compongono le opere provengono dai mercatini di mezza Europa, avere un Robot di Sirelli è come avere una presenza viva accanto.

 Foto di gruppo di quattro bellimbusti di latta

Amanda Bertolini

I prezzi variano da 450 euro per il pezzo più piccolo, a 4000 per Alfredo, una delle ultime creazioni artistiche di Massimo che in una "vita precedente" era uno street-artist.

In primo piano, Vincon l'infermiere dalla testa rotante e dal cuore pulsante

All'AAF 2016 Massimo Sirelli ha esposto con la galleria torinese Evvivanoè.


Breve riflessione su ciò che è arte e su ciò che non lo è

Copertina e disco Rock Bird di Debbie Harry incorniciato e proposto come opera d'arte all'AAF 2016

Normalmente, su queste pagine cerco di non addentrarmi in questioni critiche perché ritengo che sia più interessante conoscere gli artisti, la loro visione creativa ed informare il pubblico sulle opere, le tendenze, le tecniche, il mercato. Tutti questi argomenti possono interessare lo studioso, lo studente, il collezionista, l'artista, l'appassionato, o il semplice curioso. Raramente scelgo di esprimere opinioni per indirizzare gli acquisti su un tipo di prodotto o su un altro, oppure per gratificare un artista o per stroncarne un altro; sia perché non ritengo questo tipo di operazioni eticamente corrette, sia perché questa società è diventata il parco giochi dell'opinionismo dove tutti si sentono di pontificare su tutto, magari mettendo prima le mani avanti con la classica frase che inizia con: “Non sono un critico, ma...”
Ognuno dovrebbe avere il proprio senso estetico ed il proprio gusto, cosa che recentemente sta perdendo sempre più valore, a discapito della mercificazione del prodotto artistico e del suo sruttamento commerciale, ma anche qui si potrebbe aprire una grossa polemica che non mi sembra il caso di affrontare adesso.
Inevitabilmente, essendo umano, anch'io ho i miei gusti, le mie preferenze e le mie idee e con tutta la stima che posso avere per Debbie Harry come cantante autrice, attrice e donna che ha fatto la storia del rock, trovo che l'opera esposta da un gallerista ad Affordable Art Fair 2016 sia un po' pretenziosa e strizzi più l'occhio all'avvenenza della bionda americana e ad un'operazione nostalgia che ad un vero e proprio contenuto artistico.
E' giusto fare entrare certe opere ad una fiera senza sottoporle ad una preventiva selezione? Ho posto questa domanda ad alcuni amici che mi hanno detto che non facendo in questo modo il rischio è quello di far scadere troppo il livello di una mostra e di lasciare tutto al caso. O al pagamento dello spazio affittato in fiera...
Essendomi trovato una sera all'AAF 2016 in compagnia dell'artista Paride Ranieri vi espongo alcuni pensieri che sono scaturiti da un nostro dialogo.
Ripeto, nulla da eccepire sull'affascinante Debbie che sicuramente poteva trovare un contesto negli anni della sua giovinezza e della sua maggior esposizione mediatica, potremmo prendere ad esempio altre cosiddette opere d'arte che abbiamo visto all'AAF di questi giorni e che potrebbero essere ancor più imbarazzanti mentre, tutto sommato, riconosciamo per lo meno un valore estetico alla copertina di Rock Bird del 1986.
E' sufficiente proporre una copertina di un LP ed un disco di tre decenni fa dentro una cornice per fare arte? Secondo noi, la cosa non ha molto senso e finisce per svilire anche il lavoro di chi ha studiato il progetto grafico del prodotto discografico. Va bene che per il grande Lucio Fontana ciò che contava era solo l'idea (anche se qui si potrebbe discutere sul modo in cui poi quest'idea viene realizzata...), però ovviamente è assurdo credere che nessuno abbia pensato di fare questa cosa prima, quando si sa che al momento di conferire i premi agli artisti della musica che vendono più dischi, una delle pratiche utilizzate è proprio quella d'incorniciare un disco prezioso.

Peggy Guggenheim sosteneva che cose di questo tipo non dovrebbero entrare in nessun museo. Noi aggiungiamo che forse non dovrebbero entrare nemmeno in una fiera d'arte. Replicare pseudo-fotocopie non è altro che un falso democratico che con l'intenzione di produrre un'arte popolare non fa altro che proporci un sottoprodotto culturale. Sicuramente, un disco che è stato suonato nelle hit-parade di mezzo mondo può essere considerato popolare, ma difficilmente può essere un'opera d'arte visiva originale. Tornando a Peggy Guggenheim, lei aveva lasciato scritto nel suo testamento che non voleva nessuna opera di artisti americani della Pop-art, cosa che detta da una collezionista del suo livello assume un significato molto importante. Nonostante questa sua volontà, oggi alla Collezione Guggenheim di Venezia possiamo trovare qualche opera di pop-art, il che può solo significare che anche i musei devono vivere e che i dollari non fanno schifo a nessuno. Essendo Palazzo Venier dei Leoni il riferimento artistico in Europa degli americani, non poteva che andare così. Ricordiamoci però che all'ingresso di questo palazzo c'è una scultura di Marino Marini, cosa che ci dice tutto su ciò che Peggy considerasse arte e su quello che piace anche a noi. Tony Graffio & Paride Ranieri

Nota
Prendo spunto da questo quadretto anche per dire che secondo il regolamento di AAF non si possono lasciare opere o altro materiale appoggiato a terra negli stand e vige l'obbligo d'esporre sempre il prezzo al pubblico.

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sabato 19 marzo 2016

Non ti chiederò quanto sei credente, ma quanto sei credibile (Intervista a Ivan il poeta)

Ivan Tresoldi con Gisella Borioli, proprietaria del Superstudio, scrittrice, giornalista, art-director e molto altro.
Ivan Tresoldi con Gisella Borioli, proprietaria del Superstudio, scrittrice, giornalista, art-director e molto altro.

Prima d'entrare nel padiglione del Superstudio Più dove si svolge anche quest'anno la fiera dell'arte a prezzi contenuti, ho incontrato Ivan il poeta che mi ha invitato a lasciare il mio segno sulla sua "Pagina bianca". Era il 16 marzo 2016, il venerdì dell'inaugurazione ad inviti.

Il primo disegno della "Pagina bianca" è di TG

Ivan Tresoldi: Ciao Drago, come va?

Tony Graffio: Bene e tu?

Chi voleva, di fronte all'ingresso dell'AAF 2016, poteva liberamente disegnare o scrivere sulla "Pagina bianca" di Ivan

IT: Ho una vita di gioia, gioia piena, come sai... Ti volevo dire se volevi scrivere sulla “Pagina bianca” che adesso non è più da tener bianca. Se ti va di prendere un pennello e dare il tuo contributo di libera espressione, io ti sarò grato.

TG: Benissimo, lo farò con piacere. Ivan, sei contento di tutta questa esplosione di street-art, qui in fiera a questa edizione di Affordable?

Disegnare è bello
Disegnare è bello

IT: Secondo me l'arte pubblica è una cosa diversa, è un'esigenza espressiva che esiste da sempre, in forme differenti. Questa invece è una fiera d'arte, un'iniziativa commerciale di privati alla quale io personalmente, insieme all'associazione di cui faccio parte abbiamo deciso di partecipare perché è una fiera d'arte accessibile. Ci piace l'idea che dietro quest'evento ci sia un prezzo popolare per un'opera unica che era un po' l'idea anche del pop-shopper indiano. Noi stiamo sempre molto in strada in contesti più sociali ed associativi, comunque ben vengano queste iniziative che si ricordano di noi. Noi come Artkademy siamo alla ricerca della diversità come un confronto quotidiano. Il mercato dell'arte è un'istituzione molto al di fuori delle nostre abitudini. Il mercato dell'arte però è un sistema che adesso è in grandissima crisi e dato che noi artisti pubblici siamo un po' la cortocircuitazione di questa cosa, felicemente noi ci leghiamo ad un contesto del genere come un tentativo di creare un sistema a margine di tutto questo. Ad ogni modo l'arte pubblica per me è tutta un'altra cosa.

TG: Quindi tu in galleria non esponi?

IT: Io qua non ci sono, ho portato “Pagina bianca” come supporto di senso alla fiera. Abbiamo già fatto 34 edizioni di “Pagina bianca” nelle grandi piazze d'Italia. Facciamo altre cose e commercializziamo i nostri prodotti con altre logiche. Per quanto io possa simpatizzare per una situazione come quella di questa sera, io scrivo poesie e sul collezionismo, insieme agli amici, cerchiamo di attivare logiche nostre, per cui ogni tela che vendiamo va a finanziare un progetto cooperativo, insomma, abbiamo un po' la testa dura. Qui dentro non troverai opere mie, anche perché come coefficiente sfioriamo il limite che c'è qua (mostra il padiglione del Superstudio con un gesto). E poi a me interessava essere presente veramente, come pulizia di senso, non partecipare con un'opera per poter mettere dentro le tele. Le tele me le vendo io, tendenzialmente...

TG: Per conto tuo?

IT: Sì, poi a me interessa anche molto la relazione con chi ho davanti.

Nessuna violenza! Nemmeno con le parole.

TG: Posso chiederti un tuo pensiero sulla questione che adesso è di attualità per la street-art, ovvero sul fatto che Blu a Bologna ha cancellato delle sue opere pubbliche?

IT: Il primo pensiero che mi viene in mente è che non ne vorrei parlare perché tutti stanno parlando di questa cosa e sembra un po' di accreditarsi con il lavoro di Blu e credo che Blu sia stato molto chiaro con il discorso che sta facendo.

TG: Beh, ma tu lo conosci personalmente, un'opinione su un tuo amico potresti anche esprimerla...

IT: Sì, io l'ho conosciuto bene in occasione della mostra al PAC nel 2007 e grazie a quella mostra abbiamo fatto insieme il muro che ancora resiste al Padiglione d'Arte Contemporanea; penso che il pensiero su quello che mi hai chiesto sia comunque espresso da chi fa questa pratica, mentre per tutti gli altri sia troppo facile chiacchierare su cose a margine di questioni più importanti. L'operazione di cancellazione delle sue opere è già una risposta molto forte alle questioni che riguardano l'arte pubblica. Per quello che riguarda Milano, questa città ha il braccio nel culo nel mercato del sistema da anni, tantissimi di noi hanno relazioni con questa realtà, io stesso non sono così puro e così coerente come Nicola. Ognuno ha le sue logiche, credo che l'arte pubblica sia effettivamente morta nel 2007 quando abbiamo fatto “Street art sweet art”, tanto è vero che la mostra che abbiamo fatto quasi 10 anni fa a Milano dalle strade, invece che strappando i lavori dai muri che oltre ad essere un'assurdità è una vergogna.
In quel caso noi abbiamo strappato noi stessi dalle strade, Blu compreso che stava in via Binda, a casa mia, con Erika e il cane. Secondo me, lì sono stati fatti i giochi del movimento, tanto è vero che da quegli anni l'arte pubblica è esplosa a livello mediatico da Milano che era un'avanguardia, una barricata, mentre oggi è una realtà che s'è molto impoverita. C'è molta meno Street-art in giro oggi che nel 2003. Su questa cosa di Bologna non ti dichiaro niente, non voglio prendere delle legittimità che non mi spettano. Se dico che Blu ha ragione sembra che io posso dire che lui ha ragione, invece non sono una persona che ha quella pulizia e quella coerenza di pratica da poter giudicare questi fatti. Vorrei prendere un po' le distanze da tutto questo battage, ma credo che l'operazione sia stata molto corretta. Se io avessi più coraggio farei la stessa cosa con i miei lavori. Noi, a Milano, abbiamo un modello che è quello della costruzione di un sistema alternativo ai grandi sistemi. Nicola ha voluto sottrarre al grande sistema la propria linfa. Noi qua, se lo faremo, faremo un lavoro più di costituzione di un altro modello, magari proponendo la pittura di muri, perché sentiamo molto l'esigenza di mettere questa forma d'arte sulle pareti.

Quando disegniamo torniamo tutti un po' bambini

TG: Si riesce a vivere in questo modo così indipendente?

IT: Eh, ho 13 euro sul conto in posta, però nessuno ammazza nessuno, tutti i giorni arrivo in studio e trovo tutti i miei migliori amici, le persone che stimo, grandi artisti pubblici come Towa, come Erics, o tanti altri amici che hanno imparato a stare in strada. Si riesce a stare in piedi. Non rincorrendo follemente il denaro, il denaro arriva. La coerenza e la pratica sono la legittimità delle tue pratiche. Adesso ho messo allo studio una poesia che dice: “Un giorno non verranno a chiederti quanto eri credente, ma quanto eri credibile”. Io cerco d'essere credibile nel mio, di guardare molto il nostro, come credo tu sappia, noi di stile non parliamo mai male di nessuno: testa avanti e si lavora. Essere nati nel primo mondo è già un grande privilegio; poter investire sul proprio è un privilegio ancora più grande che se non sta in piedi devi avere l'impegno e la voglia di farlo stare in piedi. Ognuno merita il regime che supporta.

TG: Cosa pensi di quell'evento al PAC del 2007? E' stata un'occasione irripetibile?

IT: Per com'era il movimento è irripetibile perché in quel momento il movimento era molto vivo, dipingevamo tutti tra di noi, te lo può dire anche Tawa che è qui con noi e nel 2007 ha partecipato come writer, e venivamo da una tradizione italiana dell'arte pubblica che dura da tantissime migliaia di anni. Dal graffitismo milanese io ho imparato tante cose, perché questa era una realtà in evoluzione già da una ventina d'anni. Di quel periodo mi ricordo quando Bros inaugurò la sua prima mostra e venne a vederla tutta Milano, perché allora eravamo una ventina di nomi in Italia, molto pochi. Dal 2007 tutti hanno capito che c'era un'occasione, quindi a parte il collettivo di Art-Kitchen che oggi è Artkademy, a parte poche altre esperienze che sono rimaste a livello collettivo, purtroppo ci siamo un po' tutti rinchiusi nei nostri studi ed in pochi hanno continuato ad andare in strada. Come artista pubblico, io ho avuto la fortuna di fare 150 licei negli ultimi 4 anni, uno alla settimana praticamente. Grazie anche a Smemoranda, ho visto tanti studenti. Se tu vuoi sapere chi sono gli artisti pubblici più conosciuti, precisando che un artista che dipinge in strada non necessariamente è un artista pubblico, ma di questo dovremmo discutere, basta che vai a chiedere al tuo tabaccaio quali sono i 5 artisti pubblici, o meglio i 5 lavori che conosce e che gli piacciono di più. Anche del mio lavoro pochissimi sanno che ho scritto: “Chi getta semi al vento...” Lo si sa a Milano, o chi negli anni ha comprato la Smemoranda, o chi legge il tuo blog. Se scrivi questa frase in giro tantissime persone la conoscono, ma pochi sanno che sono io l'autore. Io credo che la finalità di un artista o di un poeta, come sono io, sia proprio questa, ovvero di avere la propria arte che si mangia l'artista.

TG: Che cosa pensi degli street-artist che si fanno rappresentare da una galleria?

IT: Io ho avuto per anni delle gallerie che mi rappresentavano, ed ho ancora delle collezioni importanti presso di loro. Credo che se ognuno è in pace con le proprie pratiche e prende la propria direzione, senza andare a rompere troppo il cazzo agli altri è un'altra cosa. Quasi, da me ti aspetteresti il discorso opposto, però ti potrei dire come già nel 2007 discutevamo abbastanza animatamente sul fatto che se io ti faccio lì una poesia di 20 metri, illegale, tu passi la vedi e dici: “Sei un genio!”, se invece la faccio lunga 20 metri legale, tu mi dici che sono un venduto al sistema... Però il valore deve stare nel valore della poesia, non nella difficoltà della pratica. Poi, io sono uno, come sai, che va a scrivere illegalmente sulla strada perché io ho capito che è molto importante stare su quei livelli d'illegittimità e perché mi piace proprio. Nonostante questo, lavoro per grandi fondazioni, ho dipinto a palazzo Marino, ed allo stesso tempo sono la persona più invisa. Ho un processo per danneggiamento col Comune di Milano e sono recidivo. Ho consegnato più opere pubbliche al Comune di Milano io, insieme a Pao e Ortica Noodle che chiunque altro, in questa città. Ho fatto Khaled neanche due sabati fa alla Fabbrica del Vapore quindi... La facoltà del proprio giudizio inizia dove termina quello del prossimo. Io cerco di guardare più le mie di pratiche che le contraddizioni degli altri, anche perché se non li conosco appieno in termini di lavoro, non mi permetto di dire nulla. La mercificazione di qualcosa che è di tutti a vantaggio di pochi è esattamente come lo sfruttamento del capitale a vantaggio di pochissimi, con lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Queste sono cose che a me non vanno bene, ma non c'entra la galleria. Ci sono anche galleristi intelligenti ai quali piace collaborare con noi. Galleristi ed operatori del mondo dell'arte che rispetto, altrimenti non sarei davanti ad una fiera d'arte.
Vengo qua perché non mi stresso e capisco che non sempre la tua opinione è quella giusta. Sei costretto ad avere una dialettica di contenuto e a porti in discussione, se no dopo un po' sei sempre solo con te stesso.

Chi è Ivan il poeta
Poeta e artista. Ivan nasce il 12 maggio 1981 alla Barona, periferia Sud di Milano. Studente della facoltà di Sociologia in Bicocca, attento all'arte e alla società, Ivan fonda nel 2002 un laboratorio studentesco finalizzato ad una ricerca didattica sperimentale, promuove una rete di collettivi universitari e collabora come redattore per diverse testate nazionali. Dall'estate 2003 assalta la strada a colpi di poesia, dipingendo e affiggendo per le vie di Milano versi che presto raccolgono l’attenzione di cittadini, quotidiani ed addetti ai lavori. Oggi è considerato il principale riferimento per la Poesia di Strada in Italia, agire poetico che promuove nuove pratiche e contenuti di scrittura, spezzando il confine elitario della poesia. Dal suo soggiorno, nel dicembre 2003, tra le comunità ribelli e zapatiste del Chiapas, nasce Immensa Mexico, reading poetico visuale alla sua nona replica, nel quale poesia, racconto e immagini si intrecciano e s'accompagnano. Nell'ottobre del 2006 è invitato da alcuni dei maggiori poeti italiani contemporanei a presentare il proprio Assalto Poetico alla Casa della Poesia di Milano. Nel Marzo 2007 è tra i protagonisti e promotori di "Street Art Sweet Art" al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, nel giugno dello stesso anno è invitato, come rappresentanza per l'Italia, al XII Festival Internazionale di Poesia dell'Avana. Nel febbraio 2009 la sua prima personale presso il prestigioso Spazio Oberdan di Milano (catalogo ed.Skira) conta 5.500 visitatori in meno d’un mese. Negli ultimi anni è stato invitato ad esporre al Mart di Rovereto, al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, al Tina.B Festival di Praga, alla Byblos Art Gallery a Verona, ad Halle (Germania) per il Postkult Festival, alla Fabbrica Borroni di Bollate, alla Cité du Soleil di Port au Prince (Haiti), a Faqra in Libano, alla Basilica di San Francisco a La Habana (Cuba), a Bologna per la Galleria Testoni, a Fabriano per il Poiesis Festival, a Firenze per l’edizione 2009 del Festival della Creatività. Nel 2010 è chiamato ad animare le giornate del Festival Internazionale di Poesia di Genova, porta in tour lo spettacolo Palestina Viva, espone ed assalta poesia tra Bologna, Firenze, Ferrara, Milano, Bucarest, Verona, Napoli, Pristina, Parigi, Angers. Tra il 2011 e il 2012 partecipa alla Biennale di Architettura di Venezia, assalto nuovamente la Palestina, partecipa come Testimonial al Premio Campiello, dipinge a Palazzo Marino di Milano nella prestigiosa sala Alessi, espone, oltre che in buona parte d’Italia, a Berlino, Monaco, Parigi. Scrive, tra gli altri, per Linus, Smemoranda, Emergency e Radio Popolare. Nel 2013 promuove il primo “Festival Internazionale di Poesia di Strada” e gli viene dedicata la copertina de “LaLettura”, prestigioso inserto culturale del Corriere della Sera. Nel 2014 riceve incarichi per la realizzazione di decorazioni e opere pubbliche in numerose città italiane da, tra i molti, il Comune di Milano, il Governo Sudafricano, l’Archivio Diocesano Lombardo, la Regione Puglia, dalla Fondazione Enzo Jannacci. Nel 2015 dipinge e propone le sue produzioni tra Roma, Taranto, Brescia, Milano, Londra, Spoleto. E' co-fondatore di Artkademy e animatore del suo collettivo artistico. www.i-v-a-n.net

La libertà si guadagna, non si compra - Ivan
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