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domenica 26 febbraio 2017

Amore, sesso, estasi, eros e passione: facciamo chiarezza

"Il sesso è chimica, la sessualità è alchimia, l'eros è la cultura della sessualità, l'amore è la tensione oltre la leopardiana siepe". Maurizio Bossi

Ci sono argomenti che possono creare confusione in tutti noi; molto dipende dal nostro modo di vedere le cose, dalla nostra cultura, ma anche dall'approccio che abbiamo con la realtà che ci circonda e dalle esperienze che abbiamo avuto. Possiamo essere già adulti, o perfino molto maturi, eppure c'è sempre qualcosa che ci sfugge, qualcosa che non ci è chiaro. A volte, pensiamo di sapere tutto, poi nel momento di esprimere un concetto o di fare chiarezza dentro di noi ci accorgiamo di sapere ben poco e di non riuscire ad esprimere le nostre idee come vorremmo.Forse questa pagina potremmo inserirla in archivio come PMP, ovvero nascondendola tra i pensieri molto personali, ma è anche vero che spesso la realtà oggettiva è una media del pensiero espresso da chi è intorno a noi. Ascoltando gli altri possiamo poi ascoltare meglio anche noi stessi e riflettere meglio sul significato delle cose, dei momenti che attraversiamo nelle nostre vite e fissare un'istantanea di ciò che abbiamo fatto e di ciò che abbiamo provato veramente, oltre che di ciò che ci è sfuggito per sempre.
Ho voluto coinvolgere in questo ragionamento tre persone molto diverse tra loro, una di queste persone è un uomo di scienza, un divulgatore molto noto al pubblico radiofonico e televisivo, uno specialista della sessualità, ma anche dei sentimenti, un personaggio di indubbia dialettica e cultura: l'amico Maurizio Bossi. Gli ho voluto chiedere cosa sono il sesso e la sessualità e da lui ho ricevuto una risposta netta e sicura, in circa un minuto e quindici secondi. Per il Professor Bossi tutto è molto chiaro e definito. la sua visione sicuramente potrà aiutare a rendere tutto più comprensibile anche per noi. TG


Ragazza nuda con tette a pera
Csilla 1997
Sesso e Estasi (per il Professor Maurizio Bossi)
Il sesso è un fattore chimico e organico. Chimico perché abbiamo il testosterone, organico perché abbiamo i genitali, maschili e femminili. La sessualità è qualcosa che prende a tutto tondo. In altri termini, quanti sono i sensi? Cinque. E noi quando facciamo l'amore quanti ne usiamo? Uno, due? La sessualità li comprende tutti e forse anche il sesto senso. E poi? Nella sessualità ci sono le sinestesie. Che cosa sono le sinestesie? E' quando con un senso ne senti un altro. Io ti guardo, ma sento il tuo profumo, lo sento con gli occhi. Lo diceva Marcel Proust ne "La ricerca del tempo perduto". Se noi riusciamo a capire Proust riusciamo a capire una sensualità polisensoriale e lì allora è l'estasi. Certo, l'ha provata anche Santa Teresa d'Avila l'estasi. Andiamo a Roma a vedere il capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, guardiamo lei e ci rendiamo conto che quella è un'estasi d'amore, è un'estasi a tutto tondo che coinvolge tutti i cinque sensi.La sessualità è un'atmosfera, un'unione, una fusione; è un po' essere fuori di testa, ma che bello!

Stefano Bacci è un altro amico al quale mi sono rivolto per chiedere un parere su amore e eros, perché la sessualità è complessa, ci coinvolge anche sentimentalmente, non solo a livello sensoriale ed ha molte sfumature che un uomo attento e sapiente osservatore come lui sa distinguere e raccontare con delicatezza anche agli altri. Certo, le parole sono molto utili per spiegare anche quello che sembra impossibile definire; spero che apprezzerete i nostri tentativi. TG

Cos'è l'Amore (per Stefano Bacci)
Ti prende, ti scansa, ti travolge, ti accompagna, ti sfugge, ti insegue, ti tormenta, ti acceca, evoca l'invisibile, ti schiaccia, ti toglie peso, ti toglie il sonno, ti toglie il fiato, finalmente ti fa dormire, finalmente respiri. Ti stravolge in mille spasmi, ti rilassa, ti illumina, ti incupisce, ti rimbambisce, ti fa genio, ti eleva, ti abbatte, non dà scampo, non c'è scampo senza di lui, Ti dà fiducia, ti insospettisce, ti incrudelisce, ti nobilita, ti fa meschino, ti rende generoso. E illusorio, è un falso storico, è la faccia presentabile di egoismi inconfessabili, è auto-convinzione, è la ricerca dell'altra metà del cielo, o della mela, o del senso della vita. E' un ormone impazzito, un ferormone "ad personam", è l'arte di arrangiarsi con quel che c'è, è individuarsi con certezza fra milioni, è il gradiente fra il Principe Azzurro sognato e il vecchio ragioniere coniugato, è dedizione, è tradimento, è seduzione, è asservimento, sopruso, sopraffazione, cura, svilimento. E' rifiuto, è accettazione, è fuga dalle responsabilità, è assunzione di rischio. E' batticuore, è sospiro, è ingombro reciproco, è compagnia. Lo neghi, lo piangi, lo evochi, lo brami, lo rifuggi, ne ridi, ne piangi, ne parli, ti sforzi di capire. Arriva, ma sei ancora troppo giovane; arriva, ma sei già troppo vecchio. Arriva, ma è asincrono. Esiste, non esiste, comunque finisce. Ma con tutto quel che ho scritto, e tutto quel che si potrebbe ancora scrivere e dire, non c'è da sorprendersi se poi ciascuno lo intende a modo suo e due che la vedano allo stesso modo sono più rari di un unicorno. L'amore: tutti capiscono questa parola per convenzione; tutti lo vogliono definire, ma le definizioni non coincidono quasi mai. Qualcuno lo vive, qualcuno ne muore, qualcuno lo maledice, qualcuno uccide in suo nome. Pochi si lasciano portare là dove maturano i suoi frutti, allungano una mano, chiudono gli occhi e ne gustano il sapore...
Adesso un altro esempio sotto forma di racconto breve, forse è una storia vera, o s'ispira a qualcosa che qualcuno ha raccontato a Bacci, si tratta di un'immagine latente, qualcosa che ci piace raccontare perché in qualche modo è più vicino al mondo della scrittura con la luce che con la scrittura con la penna e vuol tentare di essere vicino al modo di sentire delle donne che, a detta di tutti, è molto diverso dal modo di intendere le cose dell'universo maschile. Non vi sorprendete, il nostro Bacci sa fare anche questo.
Cos'è l'Eros (per Stefano Bacci)
Mi ha colto di sorpresa, non ve lo nascondo. Eppure l'avevo praticamente cresciuta io, perché la mamma, mia sorella, spesso non c'era. E, anche quando c'era, spesso non c'era, persa nei suoi mondi prematuramente messi alla prova da un gioco, quello della giovane mamma, troppo più grande di lei. Ha fatto tutto la zia, che sarei io, e che pure avevo si e no una dozzina d'anni più di lei. La conosco come nessuno al mondo e so tutto di lei, tuttavia la domanda mi ha colta impreparata. "Zia, come definiresti l'eros?". Mia nipote ormai è grande; ha il ragazzo e fa l'amore con lui. Quindi sa cosa è il sesso, ma l'eros, per coloro che arrivano a praticarlo, lo si impara molto più tardi. E non è per tutti. Molti restano proprio estranei a quell'universo e molti ancora lo scambiano semplicemente con la pornografia, che è un altro film. Ci pensai su; la domanda richiedeva una risposta all'altezza. Dopotutto ero la zia preferita. Ora, una messalina "
sciupamaschi" non lo sono stata mai, ma malgrado questo, credetemi, non mi sono fatta mancare niente. Nella mia memoria sono impressi ricordi, precisi o imprecisi, di passate prodezze. Niente di inimmaginabile, ma non comunque robetta da disprezzare. Eppure non trovavo niente se non definizioni da film o da romanzo, finché non mi venne in mente l'impronta di una mano piccola, sullo specchio di un armadio. La mia impronta. La mia mano. Dovevo pure appoggiarmi da qualche parte, travolta come ero dal mio amante di quel periodo, di gran lunga il più sapiente zozzone nel quale mi sia mai imbattuta e al quale volentieri tornerei a concedermi ancor oggi se solo incrociasse di nuovo in questo angolo di mondo. Lì per lì la mano non rivestiva un ruolo primario: era il gioco degli sguardi attraverso lo specchio a catturare la nostra attenzione e a renderci schiavi felici di quel breve passaggio. Ci accorgemmo dell'impronta solo il giorno dopo, e quando io uscii di casa per prendere il treno che mi avrebbe riportata a casa, lui era giù al lavoro. Scrissi in qualche modo: "Pazza di te" sotto l'impronta. Lui mi confessò che non gli riuscì di cancellarla per settimane e non poteva guardarla senza un fremito e un sospiro. Ecco, avevo la risposta per la nipotina adorata: "L'eros? E' l'impronta di una mano femminile sullo specchio di un armadio". Il resto è semplice pulsione.

Per concludere questa panoramica nel mondo dell'amore, dei sentimenti, delle pulsioni fisiche e delle sensazioni interiori che giungono forse fino all'estasi dell'anima, per chi ne ha una, ho voluto prendere un pensiero poetico sull'amore di un amico poeta che ha sempre scritto su questi argomenti e che qui, in modo magistrale, è riuscito a toccare tutti gli argomenti che stiamo trattando dandoci un esempio immortale di cos'è la passione, un impulso che contiene ogni cosa e che è il motore delle nostre azioni.
La lucidità, un po' come l'amore, scaturisce in momenti particolari della nostra vita in cui senza accorgerci siamo in grado di dire o fare cose che mai avremmo immaginato di riuscire ad esprimere, spero che quello che compare in queste righe possa avere un senso anche per voi. TG




I motivi di un insano Amore
Non esiste donna più bella di te
ma non per questo
impazzisco d’amore.
Mi piace come ti muovi
come mi guardi
come mi parli.
Nessuna ti supera in femminilità.
Adoro accarezzare
le curve del tuo corpo.
Seguire con la mano
il profilo
dei tuoi fianchi
fino a scendere sulle
gambe.
E sfiorare la tua
nuda pelle.
Sentire le tue forme
adattarsi alle mie
in un unico movimento.
Il tuo corpo caldo e profumato sotto
il mio
in perfetto equilibrio
provoca un'estasi
di sensi ed emozioni.
Sei stupenda misteriosa
a volte perfino irreale.
Il piacere
che mi doni è da vertigine infinita.
Sono sconvolto
ma non è per questo
che ti desidero
e che a te non posso
rinunciare.
La tua estrema gentilezza
i tuoi modi discreti
la tua bocca enigmatica sorride
morbidamente.
Nessuno è uguale a te.
Come posso spiegarti
quello che provo quando
mi abbracci?
A volte mi sveglio nella notte
ed inizio a parlarti.
Ti amo anche per tutto questo
ma soprattutto perché
tu sei donna
solo con me.

Tutti i diritti riservati

domenica 15 febbraio 2015

Ridare vita a ricordi e a strumenti del passato per conservare la memoria delle macchine e degli uomini

 Riflessioni e brevi divagazioni sull'efficienza del mezzo analogico  

Kodak Retina I/a

La fotografia è un mezzo molto importante che ci permette di documentare in maniera immediata momenti, fatti e persone che fanno parte della nostra vita e della storia di tutti. 
Partendo da un incontro casuale e da una passione comune si possano scoprire episodi che ci forniscono elementi in più per comprendere il nostro passato ed episodi storici dimenticati.
Qualche tempo fa, come spesso mi capita di fare, ero passato a salutare il mio amico Gigi Carminati; ero entrato da poco nel suo laboratorio, quando un signore un po' affannato, abbastanza in là con gli anni, s'affaccia alla porta d'ingresso e chiede se si trovava nel posto giusto.
Gigi che gli aveva dato indicazioni telefoniche poco prima, lo riconosce e lo rassicura, siamo proprio nell'atelier dove lui, il mago della meccanica di precisione, riesce a ridar vita ad ogni tipo di fotomera, strumento ottico, e gioiello d'altri tempi.
Il vispo visitatore si presenta subito come Pier Girolamo Patellani e spiega come abbia la necessità di far riparare la sua amatissima Kodak Retina I/a che, secondo lui, avrebbe avrebbe ricevuto nel 1946, in regalo dalla madre.

Pier Girolamo Patellani classe 1923 con in mano la sua  Kodak Retina del 1949

Il signor Pier Girolamo racconta che ha utilizzato questa fotocamera per tutta la sua vita, ma che negli ultimi 2 o 3 anni ha dovuto smettere di fotografare perché la sua Kodak ha iniziato a fare un rumore strano e a non scattare. 
L'esperto fotoriparatore prende in mano la piccola macchina fotografica e s'accorge immediatamente che c'è qualcosa di molto strano, innanzitutto, il nostro amico dal nome evocativo ha attaccato del nastro adesivo trasparente su un lato dell'apparecchio fotografico, probabilmente per non far distaccare il rivestimento, cosa che non bisognerebbe mai fare perché poi restano delle tracce di colla difficili da pulire.
Muovendo un po' la fotocamera, si sente subito che c'è qualcosa di non ben fissato all'interno. Aprendo il dorso, si vede che s'è staccato un rocchetto per l'inserimento della pellicola, l'enigma è quasi subito risolto, ma c'è di più.
Queste belle macchinette folding richiedono sempre di posizionare la messa a fuoco su infinito per far occupare meno spazio all'obiettivo e poter essere chiuse con tranquillità.
Essendoci del gioco nella chiusura, Gigi capisce che i braccetti che sostengono il soffietto hanno subito eccessiva forza durante la chiusura dell'obiettivo, ma questo è un guasto che si può sistemare abbastanza facilmente. Poi, si tratterà di pulire bene gli ingranaggi e risistemare altre cose che potrebbero essere fuori posto.
Le Retina sono delle fotocamere molto ben costruite che poco hanno a che vedere con le Kodak che si conoscono normalmente, infatti si tratta di fotocamere progettate e costruite a Stoccarda, in Germania, da Nagel Camerawerks, una ditta acquistata da Kodak nel 1931. 
La Nagel Camerawerks venne requisita dal governo tedesco nel 1941 che decise di produrre in questo stabilimento pezzi per cannoni antiaerei.
Il dottor August Nagel, titolare dell'azienda, morì nel 1943 e gli edifici furono bombardati dagli alleati nel 1945. Gli americani tornarono a produrre fotocamere marchiate Kodak nel dopoguerra, attività che si protrasse fino al 1969.
Da quanto abbiamo visto, risulta difficile che il nostro amico Patellani abbia avuto la sua Retina Ia nel 1946, mentre è più probabile che questa fotocamera sia in suo possesso dal 1950, o forse anche dal 1949.
Anch'io ho posseduto lo stesso modello di Kodak Retina, acquistata usata in un negozietto un po' scalcinato in via Ricciarelli, zona San Siro, che già da diversi anni ha chiuso l'attività.
Non ho usato molto questa fotocamera che credo d'aver tenuto non più di 2 anni e che ricordo avevo portato con me durante il piovoso Festival di Roskilde del 1997.
Ho scattato poche fotografie con quel modello di macchina fotografica e non ne sono rimasto particolarmente entusiasta della praticità d'uso e della messa a fuoco approssimativa, mentre come oggetto feticcio lo ritengo fantastico, specie per i materiali usati e la costruzione accurata.
Gigi, finalmente, si decide a parlare di Federico Patellani, il grande fotografo e giornalista milanese che fu l'unico reporter italiano accreditato a Londra per il matrimonio di Elisabetta II d'Inghilterra, nel 1947 e si scopre che Federico e Pier Girolamo erano cugini, come lo erano di un asso dell'aviazione fascista che portava lo stesso cognome, si trattava di Renato Patellani, morto nel 1941 in Libia e per questo ricompensato con una croce di guerra al valore.


Renato era grande amico di Bruno Mussolini che lo salutò durante le cerimonie funebri, a Pisa, con alcuni voli radenti. 
Il figlio aviatore di Benito Mussolini morì circa un mese dopo, il 7 agosto 1941, durante un incidente di volo.
Pier Girolamo avrebbe molte altre cose da raccontare sulla guerra, lui nacque nel 1923 a Milano e nel 1943 si ritrovò a partecipare alla campagna di Russia come autiere della Brigata Alessandria, nella divisione Torino, poiché si dimenticò di rimandare ulteriormente il suo arruolamento per motivi di studio. Nonostante questa svista fu fortunato: lui fu uno dei pochi militari italiani che riuscì a tornare a casa in buone condizioni.
Purtroppo, durante la campagna di Russia, il signor Pier Girolamo non aveva nessuna fotocamera al seguito così non è stato in grado di riportare nessuna immagine di quel periodo drammatico della sua vita.
Un tempo questi strumenti di precisione erano molto costosi e poco diffusi tra la popolazione, si pensi che presso le famiglie italiane era più frequente trovare il telefono che la macchina fotografica. Questo motivo, unitamente al fatto che ci furono pochi sopravvissuti, può darci una spiegazione del perché le immagini fotografiche riportate dal fronte di guerra russo sono molto rare, così come i filmati.

Acquapendente VT, 1945 Fotografia di Federico Patellani
(L'archivio di Federico Patellani è stato concesso in comodato d'uso alla Regione Lombardia dal figlio Aldo Patellani ed è consultabile presso il Museo della Fotografia Contemporaneo di Cinisello Balsamo, MI)

Mi dispiace non aver potuto pubblicare qualche immagine scattata dal signor Pier Girolamo con la sua Retina un po' usurata, egli ha acconsentito che io parlassi di lui, ma non ha voluto fornirmi alcuna sua stampa, dicendo di non avere nulla da mostrare. Forse s'è trattato di pudore, oppure di eccessiva modestia, fatto sta che per parecchio tempo mi sono arenato in questa storia non sapendo bene che senso avrei potuto darle, visto che parlando di una fotocamera particolare, solitamente preferisco fornire un esempio di ciò che essa è in grado di fare.
Ho anche pensato di riesumare una qualche immagine scattata da me, all'epoca in cui possedevo la stessa fotocamera, ma poi ho capito che questa doveva essere l'occasione per dimostrare il potere dell'immagine fotografica, in questo caso con la sua assenza.
Avrei gradito mostrare un determinato scatto come un momento della vita negli anni della guerra, oppure un qualsiasi episodio della vita di giovane italiano che s'apprestava a vivere negli anni antecedenti al boom economico, ma alla fine ho utilizzato un'immagine simbolica tratta dall'archivio Federico Patellani in cui una donna osserva a distanza quel che resta di un aeroplano italiano dopo il bombardamento del campo volo nel 1943.
C'è anche un'altro discorso che scaturisce dall'incontro con Pier Girolamo Patellani e da pensieri molto personali e che hanno a che vedere con la vita degli oggetti che ci passano per le mani.
E' la cura che noi abbiamo per le cose e dei nostri ricordi che è in grado di far vivere gli oggetti e tramandare gli eventi accaduti.
Per me, è sempre un piacere scambiare due parole con una persona che ha vissuto più di me e che ha più cose da raccontare, perché in queste occasioni s'impara sempre qualcosa d'interessante e si può avere un contatto diretto con i testimoni oculari che hanno visto cose che noi non abbiamo vissuto e che solo tramite queste persone può esserci trasmessa l'essenza della loro esperienza.
Poi, trovo affascinante che un uomo di quasi 92 anni sia ancora in grado di trovare l'entusiasmo di voler recuperare la sua arzilla fotocamera per proseguire insieme un cammino fotografico, nonostante esistano meccanismi e tecnologie più immediate e moderne che potrebbero essere d'aiuto a chiunque nelle varie fasi da percorrere per ottenere un'immagine fotografica.
Gli oggetti hanno una loro vita, se noi concediamo loro questa possibilità; il che vuol dire prenderci cura di loro utilizzandoli nel giusto modo, proteggerli da imprevisti o incidenti e, all'occorrenza, provvedere alla loro manutenzione o riparazione.
Ultimamente, mi sto appassionando a ricercare fotocamere tradizionali, non importa di che tipo o quale marca, mi basta che utilizzino pellicole ancora in produzione e abbiano qualche particolarità che le renda diverse dalle solite macchine fotografiche reflex con le quali iniziai a fotografare da ragazzo.
Quando trovo un pezzo che m'interessa, vedo come è tenuto, non cerco la fotocamera intonsa, ma qualcosa che possa essere utilizzato con soddisfazione che faccia onestamente il proprio dovere e sia anche resistente.
In genere, da come questi oggetti sono tenuti riesco a capire anche che tipo di persona fosse il precedente proprietario, come trattasse la fotocamera e, naturalmente, se vale la pena di prendermene carico, oppure no.
Riparare una fotocamera vecchia è quasi sempre possibile, purché non ci sia la necessità di sostituire un pezzo introvabile, bisogna però capire se questo ripristino avviene per motivi affettivi, o nella speranza di rivendere un pezzo che possa farci recuperare qualche euro, cosa ormai poco improbabile.
A mio giudizio, vale sempre la pena di far sistemare una fotocamera, specie se questa ha un buon otturatore e qualche valore storico, oltre che sentimentale.
Molti apparecchi fotografici sono stati abbandonati per tantissimi anni in qualche mobiletto e non hanno mai avuto una revisione decente da un buon fotoriparatore che, spesso, si limita a fare semplicemente un po' di pulizia rimuovendo grasso e olio induriti, sostituendoli con lubrificanti nuovi.
Sconsiglio nella maniera più assoluta di voler fare da soli a tutti i costi perché agendo in tal modo si rischia di causare qualche danno, anche semplicemente rimuovendo vecchie viti a taglio, o trovandosi poi in difficoltà nel rimontare qualche pezzo.
In ogni caso, non vi fidate a metter mano ad un otturatore a lamelle metalliche, o ad un diaframma, nemmeno se l'avete visto fare da qualcuno molto competente: la professionalità non s'improvvisa.
Sempre a questo proposito, evitate anche d'affidarvi a chi si millanta riparatore, ultimamente, molti si definiscono in questo modo, ma poi si arenano alla prima difficoltà.
Esistono migliaia e migliaia di modelli diversi di fotocamere meccaniche e non basta una vita per conoscerle tutte, sarebbe un peccato terminare la vita produttiva di un pezzo che magari ha già i suoi 60 o 70 anni d'onorato servizio alle spalle per un esperimento infantile.
La cosa importante da ricordare è che spesso bastano dei piccoli accorgimenti nel riporre l'attrezzatura che si pensa di non utilizzare per diverso tempo per evitare di dover correre ai riparatori, in seguito.
Se la fotocamera ha una o più batterie, toglierle sempre dal loro alloggiamento; conservarla all'interno di una scatola o di una borsa, lontano dalla polvere, dagli sbalzi termici, e per proteggerla dall'umidità, depositate all'interno del contenitore dove riponete la vostra attrezzatura qualche sacchetto di gel di silicio (silica gel); per gli otturatori a tendina ricordarsi di lasciarli talvolta carichi e altre volte scarichi per non far prendere posizioni fisse o pieghe ai tessuti con cui sono fatti; gli obiettivi è meglio conservarli in posizione verticale in modo che i lubrificanti non colino a lato delle lamelle del diaframma o dell'otturatore centrale; ricordatevi inoltre di dare una pulita con un panno asciutto e morbido per togliere tracce di sporco, polvere e unto dalla superficie esterna del corpo macchina e dell'obiettivo. 
Per l'interno della camera oscura dove viene alloggiata la pellicola, è sufficiente dare una bella spolverata con aria compressa o con le apposite pompette di gomma.
Ultimamente, si fa un gran parlare di come un giorno sarà possibile visionare i file digitali salvati in epoche precedenti e come si potranno vedere le fotografie realizzate con queste tecniche informatiche, visto che i programmi hanno una durata molto breve e c'è una continua evoluzione tecnologica che rende tutto obsoleto molto in fretta.
Tralascio volutamente tutto il discorso che si potrebbe fare anche sulla facilità di falsificare un documento digitale ed un'immagine ripresa con questa tecnologia, ma è evidente che l'immagine analogica offre maggiori garanzie d'autenticità.
E' lo stesso Vinton Cerf, uno dei più importanti informatici americani e “padri di internet” a metterci in guardia da un possibile “buco nero” che potrebbe inghiottire ogni nostra memoria digitale e a questo proposito, se non si provvederà ad intervenire in modo da salvaguardare tutto, non solo i nostri dati, ma anche hardware e software specifici, i nostri ricordi potrebbero essere davvero soggetti ad un destino molto triste.
Anche per questo motivo, ritengo sia meglio prendersi cura della propria attrezzatura tradizionale e fare in modo che resti sempre operativa ed in buone condizioni, cosicché in qualsiasi momento ne avremo bisogno, su di lei sapremo di poter sempre contare ed ottenere buoni risultati, fruibili anche in futuro. Tony Graffio

martedì 20 gennaio 2015

La fine del lavoro

Questa mattina sono tornato al mio primo amore: l'osservazione del trascorrere del tempo e la ricerca di un'estetica del degrado nei luoghi abbandonati.
Sono stato fortunato, a Milano ho trovato un posto dove il tempo s'è fermato dandomi anche modo di esporre qualche pensiero molto personale (PMP) sul lavoro e sulla realtà sociale del tempo presente.

La fine del lavoro in un'argenteria abbandonata
La chiave inglese è la regina di ogni officina

In ogni luogo dove si svolge una vera attività produttiva, non chiacchiere, gli attrezzi di lavoro permettono di trasformare la materia in manufatti attraverso macchinari di dimensioni più grandi che un tempo erano fatti di ferro ed avevano un peso bestiale.
Trovarsi di fronte ad una chiave arrugginita ci fa capire come l'età del lavoro sia passata da tempo: oggi non si produce praticamente più nulla, si sono perse competenze tradizioni, professionalità importanti e quello che è più grave, con tutte queste cose s'è persa anche la voglia di lavorare e di costruire un mondo migliore.

Non ho avuto il tempo d'esaminare questi documenti, ma posso raccontarvi che qui ci troviamo in un laboratorio dove fino a poco meno di 30 anni fa si lavorava l'argento, si argentavano cornici e si realizzavano altri oggetti per abbellire l'ambiente domestico o quello religioso.

Bilancia per pesare lingotti d'argento
Non vi posso dire come ho fatto ad introdurmi in questo capannone, tanto meno posso indicarvi come fare ad arrivare fin qua. 
Ci sono ancora molti oggetti interessanti che voglio tutelare, io non ho toccato nulla, per fare in modo che tutto resti così, in una dimensione a sé stante.
Fino a quando, non si può sapere, mi auguro il più a lungo possibile.


Proprio nei giorni scorsi, avevo visto su internet delle immagini di una casa abbandonata in Canada dove sono stati trovati rotoli di dollari ed altri beni preziosi vecchi di 60 - 70 anni, mi chiedevo come fosse possibile che ci fossero in giro per il mondo posti del genere.
Adesso lo so.

Una vecchia bilancia Bizerba fa bella mostra di sé, forse serviva a pesare i lingotti d'argento?
Ricordo che questo tipo di bilance erano usate in tutti i mercati.

Su un raccoglitore compare il nome Bulgari. 


La Fine del Lavoro in un'argenteria abbandonata
Non poteva mancare la cassaforte.


Ancora ben chiusa.


Il resto potete vederlo da soli.



C'è un po' di tutto, tante cose non ho nemmeno capito cosa sono, né a cosa servissero.



La cosa per me più importante è stata che io avessi con me una macchina fotografica, perché al mattino uscito da casa, non avrei mai immaginato d'arrivare fin qui.


Frese di vario tipo.

Ed altri strumenti.



Oggi ho veramente capito che non esiste una fotocamera migliore di un'altra, al di fuori di quella che tu hai disponibile nel momento in cui ti serve.


O per dirla in un modo più chiaro:  <La fotocamera migliore è quella che hai a disposizione in quel momento>.

Io oggi avevo con me la mia Pentax Q, una fotocamera digitale piccola, ma robusta e ben costruita.


Nonostante abbia un sensore di dimensioni ridicole: soltanto mm 6,16X4,6 questa fotocamera è una prezioso strumento fotografico capace di riportare immagini di qualità più che dignitosa in formato Raw DNG.

In realtà, in tasca avevo anche una Minox B del 1959 con due caricatori di pellicola. Uno era un B/N Agfapan 100 Asa, mentre l'altro era un Minocolor 80 Asa, troppo poco sensibili per poterli utilizzare con successo in queste condizioni.

Pur avendo con me anche il mio Bilora Stabilet 1011, ho preferito scattare solo in digitale a circa 800 Iso ed a mano libera.
Utilizzare lo Stabilet avrebbe voluto dire avere dei punti di vista obbligati, cosa che invece ho preferito evitare.


Guarda caso, sia la Pentax Q che la Minox B sono due delle fotocamere che hanno un'area fotosensibile tra le più piccole a disposizione di un fotografo.
Nonostante la Minox B sia sensibilmente più piccola e leggera della Pentax Q, il formato della pellicola (mm 8X11) è quasi il doppio di quello del sensore della fotocamera digitale a mia disposizione.

Forse dovrei cercare di tornare in questo capannone con un cavalletto più alto per un duello virtuale tra una microcamera a pellicola ed una digitale?

Questa potrebbe essere una buona idea ed infatti non era un caso che io andassi in giro con questa strana coppia di fotocamere. 


Questa fotografia è stata scattata con una sensibilità di 1600 Iso a 1/15 di secondo a f  1,9

Per la vostra incolumità assicuratavi che mole, lame e seghe siano protette.

Misure di apribottiglia e schiacchianoci più altri numeri difficilmente riconducibili ad un significato preciso.

Una pressa manuale in dettaglio.


Il soffitto non è in buone condizioni, ragione in più per tenersi alla larga.



Da vicino anche le cose più impolverate hanno un loro fascino.


Un bel "mestolone" sul pavimento.


Strumenti che sembrano appartenere ad un altro mondo.

Tecnomina Bicolore blu e Tecnomina Extra Presbitero.

Altri dettagli.

In una sala attigua c'era poca luce per fotografare a mano libera.


Sugli scalini più alti però un po' di luce arrivava.

A parte, un discorso creativo/fotografico che spero di poter fare in maniera più precisa in futuro, in questo posto, oppure altrove, queste immagini hanno per me un valore estremamente simbolico ed al tempo stesso attuale e  realistico, poiché ci mostrano in tutto il suo degrado una società occidentale in continuo declino e dal futuro incerto.
Milano è sempre stata una città molto operosa ed attiva in ogni campo; purtroppo ora non è più così, un po' come in tutto l'occidente deindustriaizzato.
L'industria è stata delocalizzata altrove, un po' come gran parte del lavoro che un tempo veniva svolto in Europa.
E' vero che l'industria inquina, ma confrontarsi con alcuni problemi produttivi permette di procedere con uno sviluppo tecnologico indispensabile al nostro progresso ed al tempo stesso mantiene vive quelle conoscenze operative che permettono agli uomini di realizzare grandi o piccoli progetti.
L'informatizzazione, l'automatizzazione e la robotizzazione hanno avuto un grande sviluppo ed hanno portato ad una terza rivoluzione industriale che ha prodotto sopratutto disoccupati, oltre che ad un distacco tra l'uomo e gli oggetti della sua opera.
Forse un giorno i robot lavoreranno per noi dandoci la possibilità finalmente d'occuparci di questioni più interessanti come la filosofia, l'arte o la crescita e l'educazione dei nostri figli, chi può dirlo? Adesso però è abbastanza desolante vedere come le capacità umane nel realizzare un manufatto stiano pian, piano perdendosi, così come l'interesse verso certe tecniche, anche artigianali stia scomparendo. Tony Graffio

Aggiornamento del 15 marzo 2015
Ho voluto reinterpretare la fine del lavoro fotografando, qualche tempo dopo, lo stesso ambiente anche con una Vision Cinema Pro 320 della Six Gates Film; si tratta di un'emulsione per cinematografia ideata negli anni 1990 della Kodak. La 5277  è adatta ad una temperatura di colore di 3200°K che può essere filtrata in macchina da un filtro 85B, oppure, per non perdere nessun diaframma, può essere esposta in luce naturale e poi corretta in Photoshop, cosa che ho scelto di fare anch'io, per poter contare su una maggiore sensibilità ed esporre a mano libera in interni.
La fotocamera impiegata è una rara biottica per il 35mm che, grazie al mirino piuttosto luminoso ed all'assenza di vibrazioni provocate dal movimento di ribaltamento dello specchio, mi ha permesso di muovermi agilmente senza il cavalletto all'interno di un ex laboratorio in disuso. TG

Chiave inglese occhiali e barattoli

Esposizione effettuata a 1/8 di secondo, f 2,8, a mano libera.
Fotocamera usata per la ripresa: Agfa Flexilette.
Scanner: CanonScan FS 4000 US 
Effetti di post-produzione: in questo caso non ho nemmeno corretto la temperatura colore, mi sono limitato ad agire su alcune regolazioni di contrasto, luminosità e ad utilizzare il filtro artistico Poster Edge che mi piace molto per dare un tono più destrutturato ai pixel dell'immagine.

Chiave inglese, occhiali e barattoli
Un'interpretazione differente dello stesso fotogramma scansito con un un Epson V700 da Guido Tosi

In quest'ultima immagine si vedono bene gli angoli arrotondati del quadruccio di ripresa, una caratteristica che rende ancor più datato l'insieme ottenuto con il connubio tra soggetto e fotogramma finale.

Aggiornamento del 26 maggio 2015

Sono tornato a fotografare l'argenteria abbandonata con una Nikon D3300 perché l'argomento è costantemente d'attualità e credo di volerlo rappresentare anche in altro modo con l'intervento di alcune artiste che si esprimono con tecniche diverse dalla mia.
Sono partito da file Nef che poi sono stati salvati in Tiff e poi ridotti in jpeg per la pubblicazione su questa pagina.



















Le condizioni di luce della giornata delle riprese effettuate con la Nikon D3300 erano simili alla giornata di 4 mesi prima quando le immagini digitali sono state scattate con una piccola Pentax Q.
Non ho modificato in nessun modo la colorimetria, soltanto ho accentuato un poco il dettaglio ed il contrasto.
Il piccolo sensore della Pentax Q svolge comunque un ottimo lavoro, anche se i 24 Mp della Nikon D3300 sono il doppio di quelli a disposizione della Pentax.
La colorimetria delle due fotocamere è abbastanza diversa, ma hanno entrambi tonalità molto gradevoli, più calde la Pentax, più fredde la Nikon.
La D3300 era impostata su una sensibilità di 1600 Iso per sopperire alla mancanza di luminosità dello zoom AF-S DX Nikkor 18-105 f 3,5-5,6G ED VR, un obiettivo che sembra comportarsi molto bene, se si pensa che alcuni scatti sono stati effettuati ad addirittura 1/8 di secondo a mano libera.
La Pentax potendo usufruire di un'ottica fissa molto più luminosa: f 1,9 ed era impostata su una sensibilità di Iso 1600. Alcuni scatti sono stati però effettuati a 1/13 di secondo.

Rollei RCN 640 pellicola negativa alta sensibilità Nikon F5
 Fotografia ripresa negli stessi ambienti con Nikon F5 e pellicola Rollei RCN 640 EI

Se volete, potete guardare anche un video girato nello stesso posto.