Visualizzazione post con etichetta Loris De Filippi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Loris De Filippi. Mostra tutti i post

lunedì 15 febbraio 2016

Culture Senza Frontiere (Resoconto di quanto è stato detto il 10.02.2016)

"Non siamo sicuri che le parole possono salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide."
Parole pronunciate nel 1999 dal Dr. James Orbinski ex Presidente di MSF nel momento in cui ha ritirato il Premio Nobel per la Pace assegnato a Medici Senza Frontiere

ArteGioia 107 conferenza/dibattito: arte e cultura senza frontiere 10 febbraio 2016

Il giornalista Lorenzo Lenzini, in collaborazione con l'Associazione culturale Artegioia 107 e Frammenti di Cultura, hanno organizzato un evento, lo scorso mercoledì 10 febbraio, invitando Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere per raccontare le proprie esperienze e essere da stimolo ad un dibattito incentrato sui diritti umani e l'importanza del ruolo della cultura e del rispetto delle regole che consentono a tutti una convivenza civile nella nostra società.
E' stato invitato a dare un suo parere su come che l'arte può migliorare le nostre vite il noto poeta Tomaso Kemeny, critico letterario, saggista, traduttore, fondatore della Casa della Poesia di Milano e professore universitario di lingua e letteratura inglese. Era presente, come osservatore interessato ai temi trattati, il senatore Enrico Pianetta, Segretario della 3a Commissione permanente Affari esteri ed emigrazione e membro della Commissione speciale per la tutela e la promozione dei diritti umani.
In sala hanno assistito e partecipato al dibattito una trentina di persone, tra cui operatori culturali, operatori sanitari, giornalisti, sportivi, artisti, imprenditori e ricercatori in varie discipline umanistiche.
La conferenza/dibattito s'è aperta con la auto-presentazione di Loris De Filippi che in modo neutro ha parlato di come soltanto andando sul territorio si possa conoscere la realtà e le problematiche di un popolo e le sue sofferenze.

In primo piano: Loris De Filippi; dietro di lui Lorenzo Lenzini ed Enrico Pianetta

Medici Senza Frontiere è un'organizzazione che dal 1971 si batte principalmente per portare sollievo e supporto alle popolazioni in pericolo che non hanno la possibilità di curarsi, ma anche per dare voce a chi non ha voce.
E' molto importante fare delle azioni umanitarie, ma è anche fondamentale far conoscere alcune situazioni che per vari motivi non sono conosciute sufficientemente dall'opinione pubblica lontana dalle aree critiche.
I fondatori di MSF sono stati alcuni medici e giornalisti francesi che in poco tempo sono riusciti a diffondere in molti paesi occidentali questa organizzazione ed il suo modo d'intervenire nelle zone del mondo dove si verificano guerre ed altre calamità che provocano morti e feriti.
Adesso, ci sono 23 uffici di MSF nel mondo, tra cui la sezione italiana è una delle più importanti perché invia sui territori quasi il 15% degli operatori umanitari sul totale di tutte le sedi nel mondo. Su 3000 medici ed infermieri che partono da tutto il mondo per le zone dove si svolgono gli interventi di MSF, più di 350 partono dall'Italia. Complessivamente, più di 35'000 persone nel mondo coadiuvano l'attività di chi interviene sui territori interessati dalle azioni umanitarie. MSF esiste anche in Italia dal 1993; da quegli anni sono state condotte numerose missioni con personale italiano, Loris De Filippi è intervenuto in moltissime nazioni in quasi tutti i continenti, escluso l'Oceania, ed in questi momenti ha avuto moto di condividere gioie e dolori con gli altri compagni di lavoro.

Loris De Filippi ad ArteGioia 107

In questo periodo, il mondo sta assistendo agli arrivi di un numero impressionante di profughi dalle più diverse zone dove si svolgono conflitti armati. L'Occidente vede solo una minima parte di questi movimenti biblici di popolazioni che si stanno muovendo da una parte all'altra del pianeta. De Filippi ci assicura che le persone coinvolte in questi esodi sono ancora più numerose di quelle che noi percepiamo stando a casa nostra. Ciò che noi vediamo è soltanto la punta di un iceberg di un fenomeno molto ampio. Ci sono circa 60 milioni di persone che fuggono dalle loro case per cercare di trovare un conforto, o un futuro migliore per i propri figli.
Secondo i dati di MSF, nel 2014 sono arrivati 100'000 profughi in Italia, paese dove si spendendo 2'400 euro pro capite per assicurare la salute ai suoi cittadini. Paesi come l'Etiopia spendono circa dai 14 ai 20 euro (cifra che varia dalle fluttuazioni al cambio delle monete locali) pro capite per lo stesso scopo. Eppure, mentre in Italia sono entrate 100'000 persone in fuga dal loro paese, in Etiopia sono arrivati 400'000 profughi e complessivamente ci sono più di 700'000 persone che gravano su questo paese. In Turchia, lo scorso anno, si sono contati 1'700'000 profughi, in gran parte siriani. Paesi piccolissimi, come il Libano che conta 5'200'000 abitanti, vedono attualmente sul loro territorio circa 1'200'000 siriani. Queste cifre sono importanti per darci una visione di quello che accade anche fuori dall'Italia. Capita che paesi poverissimi spesso ospitino per anni situazioni difficilissime. Due anni fa, nella Repubblica Centrafricana s'è svolta una guerra civile intensissima, anche se non ha fatto molto notizia. Dopo un'esperienza in questo paese perfino De Filippi dovette ricorrere ad un aiuto psicologico per uscire da un malessere causatogli dai massacri e dalle violenze viste sul posto dove i combattenti si affrontavano e si dilaniavano a colpi di machete per le strade. Anche un paese violento ed estremamente debole, visitato dal Papa lo scorso novembre, pur nella povertà assoluta e nel degrado ospita centinaia di migliaia di profughi. Alcuni scappano dall'Uganda dal LRA, altri dal Ciad. In un mondo sofferente come quello attuale non si era mai vista una situazione del genere, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Benché molte persone in Italia siano contrariate dall'attuale congiuntura economica e dalla perdurante crisi, si deve riuscire a far fronte a questo esodo impressionante poiché risulta difficile isolarsi da quello che accade intorno a noi.
C'è da pensare che anche in futuro, come sostengono gli americani, gli esodi proseguiranno e sarà impossibile mettere un “tappo” a queste situazioni.
Loris De Filippi che ha lavorato in Siria sia nel 2012 che verso la fine del 2013, ci dice che purtroppo MSF non può più operare su questo paese perché ben 5 membri della sua organizzazione sono stati rapiti dall'Isis e solo dopo una lunga negoziazione gli ostaggi sono stati rilasciati. La popolazione siriana sta subendo bombardamenti dal 2012, ovvero da circa 5 anni, in una situazione davvero impossibile essendo costantemente a rischio delle proprie vite. All'epoca, la squadra di MSF era composta da 6 persone che lavoravano all'interno di una grotta che era utilizzata come un deposito per le olive. Una volta svuotata e ripulita, la grotta è stata attrezzata con strutture gonfiabili e tensostrutture che servivano da sala operatoria, terapia intensiva e tutto il necessario per la chirurgia d'urgenza di guerra. Quando la linea del fronte s'è spostata, i combattimenti avvenivano a 6 km dalla posizione di MSF, in seguito l'équipe medica s'è spostata in un altro posto più sicuro ad una ventina di chilometri dai combattimenti, continuando ad operare in quella zona. Ogni giorno, dalle prime ore del mattino, un elicottero stazionava ad un altezza non raggiungibile dalla contraerea leggera del rudimentale Free Syrian Army che altri non erano che contadini alle prime armi. L'elicottero, per mezzo di cavi d'acciaio, trasportava barili di petrolio carichi di oggetti metallici e tritolo. Questi contenitori venivano sganciati dall'elicottero e fatti cadere molto approssimativamente sui bersagli a terra. All'arrivo al suolo le deflagrazioni provocavano crateri di circa 20 metri di diametro per una profondità di 4 metri.
In questo modo, l'esercito regolare siriano di Bashar Assad riusciva a produrre grossi danni su case, palazzi, ospedali e tutto quello che colpiva. Oltre a queste forze c'è in campo l'Isis. Altri danni vengono fatti di recente anche dai bombardamenti effettuati dall'aviazione russa. Quest'anno, MSF ha visto colpiti già 13 dei suoi centri umanitari. In 5 anni di combattimenti, complessivamente sono stati colpiti e distrutte 177 strutture ospedaliere in tutta la Siria, con 700 morti tra medici ed infermieri. La guerra in questione è molto complessa, nata sulle ceneri della primavera araba è sfociata in un conflitto sia civile che religioso e strategico; ci sono molte forze che si fronteggiano e risulta difficile capire alleanze e inimicizie. All'inizio, Libia ed Egitto hanno dato origine ad un movimento di protesta e di ribellione esploso un po' ovunque, anche nel sud della Siria, per poi portare ad una repressione fortissima e ad un conflitto sempre più su larga scala che non ha ancora trovato vie d'uscita.
I primi gruppi di oppositori al regime di Assad che sono riusciti a scappare dalle prigioni dove hanno subito violenze particolarmente dure, sono andati a Nord di Aleppo dove sono riusciti ad organizzare le prime cellule combattenti di auto-difesa. Ciò che era partito come una battaglia per dare maggiori diritti e libertà ai cittadini è poi diventato un conflitto dove sono subentrati gli interessi strategici di USA, Cina e Russia, per non parlare di paesi arabi importanti, in particolare del Qatar. Mentre durante i primi mesi era piuttosto semplice (anche se pericoloso) portare un aiuto umanitario in Siria e si riusciva a trovando la collaborazone dei siriani, in seguito si sono aggiunte almeno 6 compagini di fondamentalisti islamici che hanno modificato le motivazioni del conflitto, dando vita ad una vera e propria guerra religiosa.
I gruppi che si fronteggiavano erano tutti sunniti, o perlomeno quasi tutti, ma anche all'interno dei questa corrente religiosa ci sono differenti provenienze. Un elemento che può far comprendere meglio la complessità della situazione è il fatto che in Bashar Assad è alawita, ovvero di una setta musulmana che si pone tra sciismo e sunnismo. La diversità d'opinione religiosa all'interno del paese ha svolto una parte determinante all'interno del conflitto siriano. In qualche modo, Bashar Assad ha difeso l'inter-religiosità all'interno del paese, per moltissimo tempo. In alcuni villaggi c'era un clima disteso tra copti, alawiti, sunniti e sciiti, ma in questo momento il conflitto sembra voler portare ad un certo integralismo e ad un settarismo molto forte. In una situazione di questo tipo è molto difficile trovare una soluzione pacifica.
Se da una parte è vero che l'Isis è un male assoluto, per ora circoscritto a Al-Raqqua è anche vero che il governo di Bashar Assad perpetua continui massacri. A Madaya, un villaggio vicino al confine libanese, più di 20'000 persone sono assediate dalle forze governative siriane e stanno morendo di fame.
In Africa capita di vedere bambini tra gli 0 ed i 5 anni morire di fame a causa delle carestie, ma vedere un adulto, o un anziano staccare le foglie agli alberi per bollirle e poi mangiarle per cercare di non morire di fame è una situazione che nemmeno agli operatori sanitari capita di vedere, se non in occasioni straordinarie. Quello che succede a Madaya, o in tantissime altre enclave all'interno del paese è qualcosa che non viene fatto conoscere al'opinione pubblica internazionale. Solamente una piccola o grande organizzazione internazionale può far conoscere queste realtà chiedendo di far aprire un corridoio umanitario per salvare delle vite.
Bisogna sempre fare attenzione a non dare giudizi affrettati perché i buoni, o i cattivi non sono mai da una sola parte. Ad ogni modo in questa guerra non ci sono i buoni, i combattimenti si sono incattiviti, fino al punto che se non ci sarà una decisione politica ad altissimo livello che faccia fare dei passi indietro a tutte le super-potenze. Probabilmente non ci sarà una soluzione che porti ad uscire da questo conflitto. E fintanto che non si esce da questo conflitto continueranno ad esserci persone che cercano di lasciare questi territori, o che eviteranno di ritornare dove sono nate e cresciute.
L'abitudine a certe situazioni che si stanno creando rischia di addormentare le coscienze delle persone, per questo motivo bisogna ricordare che le persone che soffrono vanno aiutate, magari organizzando dei centri di smistamento in Turchia, prima che le masse affrontino il mare ed i rischi di una traversata su natanti di fortuna. I soggetti più a rischio in ogni situazione sono i più deboli, ovvero i bambini e sono soprattutto i bambini che vanno difesi, anche perché, come abbiamo visto ultimamente, moltissimi di loro cadono nelle mani di organizzazioni malavitose per essere avviati ai traffici più squallidi dai quali vengono sfruttati a loro danno per ogni tipo di finalità remunerativa illegale.

Tomaso Kemeny tra il pubblico presente da ArteGioia 107

Questo, in sostanza è quello che ci ha comunicato Loris De Filippi per aiutarci a comprendere una situazione molto complessa e intricata che non sembra potersi risolvere a breve, ma che al contrario rischia di trasformarsi in un teatro di guerra sempre più vasto. Dopo il presidente di MSF, abbiamo ascoltato le parole di un poeta che durante la sua infanzia, circa 70 anni fa, ha vissuto l'esperienza della fuga dalla propria terra e la condizione di profugo per potersi salvare, insieme alla propria famiglia dalle persecuzioni del regime comunista. Ecco di seguito quello che ci ha comunicato.

Luigi Teruggi, Osvaldo Minotti, Francesco Alloero, Lorenzo Lenzini, Loris De Filippi

In mezzo a fenomeni storici così violenti sembrerebbe che la parola poetica sia un lusso, una cosa inutile, un gla gla, un gargarismo, eppure senza l'arte e la poesia, come sarebbe il mondo? Cosa sarebbe l'Inghilterra senza Shakespeare? O l'Italia senza Dante? Sarebbero dei deserti dell'anima. Il poeta,sa d'essere sempre un po' ridicolo perché non ha armi, ma soltanto la parola che è un po' obsoleta e viene utilizzata per fini pratici. Per cui quando viene usata per volare in alto come diceva Beudelaire: l'élevation che non è la révolution, ma la élevation... La rivoluzione dà sempre delle speranze per il futuro che non sempre poi verranno soddisfatte. Mentre l'elevazione è quella cosa rara che salva l'uomo dal nulla, dal viaggiar dal nulla al nulla, di trovare in se stesso un giardino d'idee, o valori.
C'è una poesia che ha a che fare con l'emigrazione poiché quando Tomaso Kemeny aveva circa 8 anni i suoi genitori dovettero fuggire dall'Ungheria poiché suo padre adottivo è stato un pacifista e per questo fu rinchiuso in un campo di lavoro in Russia poiché durante la Seconda Guerra Mondiale si era rifiutato di combattere e di sparare sui propri simili. Dopo due anni di lavori forzati in compagnia di ebrei, comunisti ed altri reietti della società, una volta tornato alla libertà fu convocato dal partito unico. Gli venne proposto di diventare il direttore di una fabbrica, a patto che si iscrivesse al partito. Dopo aver ringraziato per la generosa offerta di lavoro, il padre di Kemeny disse di essere un socialista libertario, non un comunista, perché egli credeva nella pluralità, non nella dittatura. La stessa notte che si verificò questo dialogo, il piccolo Kemeny e la sua famiglia furono avvisati da un amico comunista pacifista che si stava preparando qualcosa contro il padre di Tomaso Kemeny. Non persero tempo e subito fuggirono con i documenti falsi procurati loro da quell'amico, per evitare d'essere internati da qualche parte. Era il 1947, Il padre di Kemeny restò molto sorpreso vedendosi trasformato da amico del popolo in nemico, ma in quel momento quella era la normalità poiché i socialisti vennero quasi tutti eliminati in Ungheria. Matyas Rakosi fece uccidere più di 2000 persone e ne incarcerò circa 100'000 che lui riteneva oppositori politici.
Dopo la fuga, la famiglia Kemeny arrivò a Bagnoli.

Tomaso Kemeny ad Artegioia 107

Intorno ai 15 anni Tomaso Kemeny scrisse questa poesia per commemorare la memoria del padre biologico morto il 2 aprile 1942 in Russia; poesia che assume un valore universale per tutti i soldati di tutti i tempi.

Per un soldato

Morì combattendo.
Nel suo corpo congelato 
caldo era il piombo nemico.
Un commilitone gli tolse l'orologio.
Un altro le scarpe.
Lo ricoprì la neve.
La patria guardava altrove.

Dopo il dibattito, pranzo al Circolo Ufficiali dell'Esercito a Palazzo Cusani, Milano


venerdì 12 febbraio 2016

Loris De Filippi, presidente di MSF: "La guerra rispetti le regole".

Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere, 50 anni

Tony Graffio: Ciao Loris, raccontami qualcosa di te. Che studi hai fatto e come hai iniziato ad occuparti delle sofferenze degli altri?

Loris De Filippi: Ciao Tony, io sono nato nel 1966 a Udine. Intorno ai 13 anni ho deciso che in qualche modo avrei voluto lavorare in un paese in via di sviluppo per dare il mio contributo umano e professionale a persone meno fortunate di me.
Ero molto interessato all'agronomia e frequentavo un'organizzazione di questo settore dalle mie parti. Successivamente, ho abbracciato l'interesse per la medicina in modo molto casuale, perché era il modo più veloce per lavorare in un paese in via di sviluppo. Ho seguito un corso di infermiere professionale a Udine, dopo di che ho iniziato rapidamente a lavorare all'Ospedale di Udine. In seguito mi sono iscritto ad un corso di Medicina Tropicale ad Anversa, in Belgio. Dopo 6 mesi, al termine di questo corso, avevo acquisito le competenze per lavorare in scenari sanitari difficili, dove la malaria ed altre malattie tropicali erano un primo ostacolo per la salute delle persone. Ho iniziato a partecipare alle mie prime missioni umanitarie con alcune organizzazioni internazionali ed al tempo stesso ho continuato a lavorare in ospedale; sono stato tra i primi a lavorare per il 118 di Udine che poi è diventato il primo servizio di emergenza in Italia, di fatto il vero 118.
Ad un certo punto mi sono trovato da un lato a voler partire per missioni all'estero e dall'altro a continuare a voler lavorare all'interno dell'ospedale, in quel periodo ho conosciuto Medici Senza Frontiere, è successo intorno al 1997, quasi vent'anni fa. Ricordo che all'uscita del mio reparto ho trovato un dépliant che presentava quest'associazione dicendo: “Se ti chiediamo dei soldi non mandarci all'inferno: ci siamo già”. Al di là di questo titolo ad effetto, ho visto una fotografia terribile di qualcuno che stava intubando un malato in una situazione d'urgenza. E' stata un'immagine che mi ha colpito molto e mi ha convinto a partire con MSF.

TG: S'è trattato d'un impatto visivo molto forte?

LDF: Sì, un impatto molto forte, al punto che ho deciso di telefonare subito a MSF, grazie a quella fotografia, e dieci giorni dopo, anche grazie ad una serie di coincidenze incredibili, sono partito con MSF. Avevo tutti i requisiti giusti per partire, dal corso in medicina tropicale alle conoscenze di un paio di lingue straniere. All'epoca parlavo solo inglese e francese, adesso parlo anche spagnolo, portoghese ed ho appreso anche altre lingue nei paesi dove ho lavorato. Sono partito per la mia prima missione con MSF tra Kenya e Somalia nel campo profughi di Dadaab, sono stato lì circa sette mesi, poi ho fatte tantissime altre missioni. Da subito, ho capito che c'era qualcosa di cambiato in me e che volevo fare quel tipo di vita. Per un paio d'anni ho continuato a partire per le missioni lasciando l'ospedale con delle aspettative senza assegni, dove peraltro stavo benissimo; ho lavorato sia a Udine che a Gemona, sempre in ambienti di terapia intensiva, 118 ed emergenze, ad un certo punto non ce l'ho fatta più ed ho deciso di partire stabilmente con Medici Senza Frontiere. Da quel momento in poi ho iniziato a lavorare continuativamente a queste missioni umanitarie in vari paesi.

TG: E' una cosa che si può fare? O bisogna continuare a fare richieste in questo senso?

LDF: Sì, si può fare tranquillamente. Molti preferiscono scegliere una vita un po' complicata con continue richieste di aspettative per poter partire, io invece mi sono licenziato ed ho lasciato l'ospedale ed il lavoro sicuro per darmi ad un lavoro altamente insicuro, ma molto soddisfacente. Sono stato in molti paesi, acquisendo sempre maggiori competenze, sono diventato coordinatore, poi capo missione, fino a diventare il direttore delle operazioni del centro MSF più grosso che era quello di Bruxelles. Eravamo tra il 2008 ed il 2011, possiamo dire che questo è stato il mio impegno più grande.
Poi per motivi personali, una malattia di mia madre, sono rientrato in Italia ed adesso ho un ruolo più istituzionale come presidente, anche se questo non mi impedisce di partire per nuove missioni. Io penso che chi svolge questo tipo di lavoro, anche in ruoli apicali, deve necessariamente mantenere i piedi sul terreno operativo. Questa è una chance che riesce a darmi un'organizzazione come la nostra perché ogni qual volta che sento d'avere la possibilità ed il tempo per poter essere operativo sul territorio parto per portare il mio contributo personale sul posto, dove c'è bisogno che io faccia il mio lavoro. Cerco comunque d'essere un padre responsabile, crescere i miei 3 figli e portare avanti una vita familiare, più o meno normale.

TG: Loris come sei diventato presidente? Ti ha proposto qualcuno? Sei stato eletto?

LDF: Sì, da noi le cose vanno avanti come in tantissime altre organizzazioni con un'assemblea generale, lì sono stato votato, i soci continuano a votarmi, io sono al secondo anno di mandato, quest'anno non so se mi ripresenterò. E' stata un'esperienza molto bella, ma il presidente da noi non è il solo portavoce. A differenza di altre organizzazioni che sono identificabili nel proprio leader (vedi Emergency ndTG), da noi c'è molta attenzione nel dare voce a chi non ne ha, piuttosto che a creare il personaggio. Tu, per esempio, non mi avevi mai visto in vita tua ed è un bene che sia così, no? Il vero problema sono le vittime delle situazioni che si creano nel mondo. Il frontman delle organizzazioni può benissimo fare il suo lavoro senza diventare un caso mediatico, o politico. E' anche per questo motivo che MSF mi calza addosso perfettamente.

TG: Come si finanzia MSF?

LDF: MSF, in Italia, si finanzia completamente dai donatori privati. A differenza di molte organizzazioni che si finanziano attraverso canali governativi, piuttosto che dal ministero degli affari esteri, o dalla cooperazione regionale, da noi tutti soldi ci arrivano, parliamo di più di 50 milioni di euro, da cittadini privati italiani e sono fondi totalmente trasparenti e leggibili. Noi siamo molto attenti alla spesa di questi soldi e per mandato destiniamo l'85% del nostro budget alle missioni sui territori all'estero mentre soltanto il 15% serve alle spese per il mantenimento delle strutture. Anche questa è una ratio che difficilmente trovi in altre organizzazioni. Forse è per questo che c'è gente che si lamenta perché non paghiamo eccessivamente i medici e gli infermieri che lavorano con noi. Noi garantiamo soltanto uno stipendio normale che è un rimborso spese, o poco più. Questo fatto fa storcere il naso a molti, ma è la nostra forza perché il nostro bilancio viene certificato, non solo al nostro interno, ma anche dal KPMG, o da qualsiasi altro revisore internazionale. Questa trasparenza è uno dei motivi principali per i quali gli italiani si fidino di noi e continuano a destinarci le loro donazioni.

TG: Avete la possibilità di farvi donare il 5 per mille sulla dichiarazione dei redditi?

LDF: Sì, ovviamente il 5 per mille esiste e sono i cittadini italiani che in maniera cosciente scelgono di affidarci il loro contributo. E' sicuramente una parte importante dei nostri introiti annui, ma non è la preponderante. Credo che si tratti soltanto del 15% delle entrati totali.

TG: In quali territori s'è svolta la tua missione più dura?

LDF: C'è ne sono state moltissime. Dal punto di vista personale, una abbastanza recente un paio d'anni fa in Repubblica Centrafricana mi ha esposto molto, anche dal punto di vista della sicurezza e mi ha intaccato profondamente perché s'è trattato di una situazione di violenza brutale generalizzata in un ambiente urbano. Per un po' di tempo sono rimasto sconvolto. Poi, altre. Haiti è un posto che mi è rimasto sicuramente nel cuore, ho lavorato lì per 2 anni e ci ho vissuto con la mia famiglia. Era un momento storico molto delicato quando è avvenuto l'allontanamento forzato del presidente Jean Bertrand Aristide per la seconda volta. Questo fatto ha provocato una guerra civile molto grave. Anche in Siria le condizioni sono molto dure: dov'ero io siamo stati bombardati un paio di volte, si tratta di situazioni sempre estreme. Questi sono sicuramente i ricordi più vivi, ma ce ne sono tanti altri bellissimi e indimenticabili, come per esempio tutte le volte che i bambini riescono a guarire dalle loro patologie e lasciare l'ospedale col sorriso. Al di là di quello che può sembrare banale dire, questa è veramente la parte più bella del nostro lavoro, quella che ti fa pensare che vale la pena fare quello che facciamo, nonostante i rischi ed i mille problemi. Soprattutto durante le carestie, quando sei nei centri nutrizionali e solo un ragazzino riesce ad uscire perché tu hai portato quel farmaco, o quel cibo pronto per essere utilizzato, dal punto di vista terapeutico, ti rendi conto che il tuo lavoro ha avuto un peso determinante per la salvezza di vite umane. In questo modo dai un senso alla tua vita. Solo con un impegno, perché questa è la spina dorsale della nostra scelta di vita.

TG: Vuoi dire qualcosa sui bombardamenti di Kunduz e gli altri bombardamenti che le vostre strutture hanno subito?

LDF: Quello che ci preoccupa maggiormente è il progressivo bombardamento delle strutture sanitarie, in particolare nostre, ma in generale quello che sta accadendo in moltissimi paesi. L'Afganistan è molto colpito da queste azioni di guerra indiscriminate. Lo scorso 3 ottobre abbiamo subito un attacco assassino che ha ucciso 12 dei nostri operatori, togliendo la vita complessivamente a 30 persone, distruggendo la terapia intensiva, la sala operatoria e tutte le strutture sanitarie del più importante centro traumatologico di Kunduz che per noi era il fiore all'occhiello su quel territorio.
Da quel momento in poi abbiamo assistito ad altri attacchi ad altre strutture, in altri paesi. In Yemen abbiamo subito 3 attacchi assassini in pochissimo tempo con la distruzione quasi totale delle strutture sanitarie. In Siria, dall'inizio dell'anno, 13 strutture sono state colpite e, complessivamente, dall'inizio della guerra 177 strutture sono state distrutte, con 700 morti tra infermieri e medici. Questi dati sono impressionanti e chiedere il rispetto della Convenzione di Ginevra in modo sistematico da parte di tutti i paesi e tutte le forze o le coalizioni in gioco. La nostra è una richiesta chiara, determinata al fine di sospendere tutti gli attacchi alle strutture sanitarie e civili come prevede la Convenzione di Ginevra ed i diritti umanitari internazionali, come prevedono tutte le leggi della guerra ed il buon senso. Quello che sta succedendo non è tollerabile e noi siamo messi in pericolo e mi chiedo quanto dureremo. Se continueranno questi attacchi, quanti operatori sanitari vorranno lavorare con noi nelle nostre strutture? In questo momento, quello che ci stiamo chiedendo è: se noi continuimo a lavorare in queste strutture, di fatto metteremo in pericolo le persone che ne tentativo di curarsi si prendono una bomba.

TG: Secondo te, esiste la volontà di colpirvi?

LDF: Non credo si tratti di una strategia per colpire MSF, penso che si tratti di un inasprimento della guerra al terrore che sta prendendo delle derive di una durezza incalcolabile. La guerra deve avere delle regole. La differenza tra una polizia di stato e una milizia privata dovrebbe stare proprio nel rispetto delle regole. In questo momento non ci sono più regole, in particolare, la Convenzione di Ginevra viene calpestata quotidianamente.

TG: Da quando sono capitati questi fatti terribili avete riscontrato una diminuzione delle domande per partecipare alle vostre missioni?

LDF: No, anzi, la partecipazione avviene sulla spinta di grandi risposte emotive. Quando succedono questi fatti la gente s'indigna e scopre di voler fare qualcosa in prima persona per combattere le ingiustizie e le sofferenze altrui. Però ci potrebbero essere dei problemi a lungo termine a livello morale: non è che le nostre strutture possano diventare una specie di gabbia? O una trappola per vedere morire i nostri colleghi? Noi chiediamo a tutte le strutture ed ai governi di fare il possibile per far rispettare le regole. L'abbiamo chiesto a Mario Giro al Ministero degli Affari Esteri, a Paolo Gentiloni, affinché l'Italia ricordi questo imperativo. Benché noi abbiamo ricevuto un Premio Nobel per la pace, noi non siamo un'organizzazione pacifista, noi ci teniamo alla larga da queste diatribe, noi facciamo azioni umanitarie, non abbiamo nessun commento da fare sull'opportunità o meno della presenza dei soldati. Noi rispettiamo i soldati in quanto attori del conflitto. Noi chiediamo che loro rispettino le regole. Siamo certi che i soldati italiani non hanno niente da nascondere, perlomeno negli ultimi anni, non hanno causato problemi di questo tipo, per cui non è una richiesta diretta al Ministero della Difesa. Più che altro vorremmo che la nostra diplomazia fosse molto chiara su questo punto. Vorremmo che andasse da Obama, da Putin e da tutti per dire che non è pensabile che una struttura sanitaria possa essere colpita.

TG: Qual è la tua posizione a livello politico, hai delle preferenze nei confronti di Obama o di Putin?

LDF: No, no, non ne faccio un discorso politico, io insieme a tutta MSF siamo molto intransigenti ed arrabbiati per quello che gli USA hanno combinato a Kunduz, basti dire che gli americani hanno bombardato la nostra struttura per più di 50 minuti. Non tutti si rendono conto di cosa voglia dire questa cosa... Cinque raid aerei sono passati su di noi e ci hanno bombardati disintegrando quello che era l'ospedale di MSF più moderno ed attrezzato in un contesto di guerra. Io non sono morbido con nessuno, nemmeno con l'Arabia Saudita, gli attacchi in Yemen sono stati condotti da loro. Putin sta facendo degli attacchi indiscriminati nel Nord della Siria. Più che un problema politico legato ad un paese in particolare, io credo sia un problema legato alla mentalità della guerra al terrore che sta facendo perdere la testa alle persone ed agli eserciti. Sta passando un concetto pericoloso che è quello che un ospedale è bombardabile.

TG: E' difficile mantenere un'indipendenza politica in queste situazioni?

LDF: Dipende dalle organizzazioni. Io credo che la nostra organizzazione sia facilitata in questo dal fatto che noi non crediamo nelle ricette politiche perché lavorando da operatori umanitari ci rendiamo conto che noi stessi siamo spessissimo strumentalizzati dalla politica, perché la politica non risolve i conflitti, o le situazioni complicate ed è poi l'azione umanitaria a dover poi pulire i cocci da terra. Sicuramente, questo è un po' il nostro lavoro, ma questo ti allontana da una posizione manichea che ti porterebbe a schierarti da una parte o quell'altra. Rimani equidistante da quello che succede perché in queste storie dove ti trovi a lavorare, in questi conflitti, non ci sono i buoni e i cattivi. Ci sono solo i cattivi e i cattivi e tu cerchi di restare equidistante da tutti.

TG: Un'ultima domanda: credi in Dio?

LDF: No.  

Tutti i diritti sono riservati

sabato 6 febbraio 2016

Arte e Cultura Senza Frontiere


Difendere la pace con arte e cultura

Mercoledì 10 febbraio alle ore 10,00 presso l'Associazione Culturale Arte Gioia 107, in via Melchiorre Gioia n.107, si terrà un incontro con Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere. Saranno presenti artisti, operatori culturali, medici, giornalisti storici ed ex campioni sportivi per dibattere sul tema di come l'arte e la cultura possano contrastare l'intensificazione della violenza e dei conflitti nel mondo. Intellettuali, pacifisti e militari si confronteranno sull'opportunità di garantire aiuti umanitari ed assistenza medica alle popolazioni residenti nelle aree di guerra e sicurezza al personale medico/paramedico ed a chi opera per la pace.
Sarà un convegno per l'ascolto di testimonianze dirette di chi è stato presente dove si sono verificate azioni di guerra, catastrofi naturali e climatiche che hanno sconvolto zone internazionali le cui notizie ci sono pervenute filtrate dai mass media.
I lettori e gli amici di "Frammenti di Cultura" e Tony Graffio saranno i benvenuti a questo evento straordinario che si svolgerà in forma privata. E' richiesta la conferma della propria partecipazione con comunicazione telefonica agli organizzatori della tavola rotonda, anche in previsione del successivo pasto al Circolo degli Ufficiali dell'Esercito in via del Carmine, 8 a Palazzo Cusani. L'ingresso è libero previa conferma della propria presenza, il costo del pasto è di 25 euro. Agli uomini viene richiesto d'indossare giacca e cravatta.

Contatti per registrare la propria presenza al convegno Arte e Cultura Senza Frontiere:

3339955876

3383421624