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lunedì 29 agosto 2016

L'importanza della tecnica, a detta di un critico d'arte militante, e come fare per dirigere un museo di provincia in un 'epoca di crisi generalizzata, a 70 anni dall'istituzione del Premio Lissone (Intervista ad Alberto Zanchetta)

Torniamo al Museo d'Arte Contemporanea di Lissone per intervistare Alberto Zanchetta, direttore del MAC e parlare del Premio Lissone, visto che tra poco ricorrerà il 70° anno dell'istituzione di questo importante appuntamento. TG

"Il Premio Lissone è stata una grande avventura in cui non sono mancate grandi disavventure." Alberto Zanchetta


Alberto Zanchetta MAC Lissone, Andrea Zanchetta Direttore Museo Lissone MAC
Passato e presente del MAC di Lissone, Guido Le Noci organizzatore del Premio Lissone negli anni '50 e Alberto Zanchetta Direttore del Museo d'Arte Contemporanea 60 anni dopo.

Tony Graffio intervista Andrea Zanchetta

Tony Graffio: Alberto, conosciamoci meglio: quanti anni hai? Che formazione hai avuto e come nasce questa tua passione per l'arte?

Alberto Zanchetta: Ho 38 anni, la mia formazione è artistica, nel senso che ho studiato all'Accademia di Belle Arti di Bologna nel corso di Concetto Pozzati. Un insegnante che per me è stato molto importante, sia sul piano formale che su quello umanistico, perché ha sempre avuto un approccio trasversale e aperto, tanto è vero che ad un certo punto dei miei studi mi ha incentivato ad orientarmi verso la critica e la curatela d'arte, stimolandomi ad organizzare progetti ed eventi. Per molti anni ho fatto il critico militante, ho scritto per numerose riviste (Flash Art, Arte e Critica, Inside, Espoarte, Aroundphotography, Sofà e poi non si ricorda ndTG) e ho curato quasi 400 mostre in enti pubblici o in gallerie private.

TG: Che cosa significa essere un critico militante?

AZ: Andare a braccetto con gli artisti e condividere con loro un percorso di crescita, facendosi conoscere nel mondo degli addetti ai lavori. Non si tratta di trovare un modo per assecondare il mercato o il pubblico, ma di intraprendere un percorso di ricerca, ragionando sulle urgenze, sulle dinamiche e sulle necessità che rispecchiano effettivamente il (nostro) contemporaneo.

TG: Com'è possibile per un critico essere amico di un artista?

AZ: Proprio perché io stesso ho fatto l'Accademia di Belle Arti. Ho frequentato i laboratori, so come si concepiscono o realizzano le opere, quali sono le difficoltà, quali sono le attitudini e gli approcci, questa formazione mi permette di legare molto più facilmente con un artista che con un critico o un curatore. Capita che con i colleghi io possa entrare in conflitto perché si tende a parlare di poetica, senza entrare nello specifico della forma. Molto spesso gli artisti non si limitano al significato dell'opera, ma lavorano sul suo linguaggio. Faccio un esempio, i veri pittori non sono interessati all'iconografia, non vogliono veramente raccontarti una "storia per immagini", preferiscono semmai affrontare un discorso meta-pittorico. L'immagine è un "aneddoto" più funzionale che sostanziale (Per loro conta di più la pennellata, quale tipo di tela o che tipo di colore stanno usando ndTG).

TG: L'importanza della tecnica?

AZ: Sì, esatto, argomentare la propria disciplina. Fare della tecnica il soggetto stesso dell'arte.

TG: Puoi citarmi qualche artista che segue questa strada?

AZ: Sono tantissimi. Nello specifico possiamo guardare alla Pittura analitica e alla Color field painting per arrivare fino ai giorni nostri. Rimanendo nell'ambito pittorico, ti potrei citare Nicola Samorì che qui in Italia è stato spesso frainteso. Samorì si rifà ai quadri dell'antichità per frodarne l'immagine, portando a segno un "assassinio" - legittimo - della pittura. Questo fa sì che ci sia uno scorticato che lascia emergere il tecnicismo, si tratta cioè di un'indagine "della" pittura (in profondità) e non "sulla" pittura (che invece è puramente epidermico).

Simonia - olio su rame - 2008 Nicola Samorì
Samorì non è un cattivo pittore che ha necessità d'ammazzare i propri Maestri, ma un ricercatore che vuole vedere che cosa c'è sotto la superficie del quadro, sotto la pelle dell'immagine. Lo scorticato lascia così emergere la tecnica e la ricerca dell'artista.

TG: Molto interessante. Parlando un po' più approfonditamente del lavoro del critico d'arte, la terminologia di critico d'arte militante credo che arrivi dal passato, è così?

AZ: Individuarne un'origine precisa è alquanto spinoso, ma possiamo ben dire che si è fortemente connotata negli eroici anni '60 del secolo scorso quando effettivamente si scendeva in piazza per manifestare le proprie idee ed il proprio impegno professionale. Questa terminologia continua ad essere utilizzata anche ai nostri giorni, anche se io credo che molti dei miei colleghi che si definiscono critici militanti, in realtà siano solo dei "millantati critici"...

TG: In questo caso eviterò di chiederti di citarmi un collega...

AZ: Ti ringrazio, tanto non lo farei (ride).

TG: Alberto, sei piuttosto giovane per gli standard italiani, però mi accorgo che hai una bella preparazione; come hai fatto ad affinare le tue conoscenze in questo mondo così vasto?

AZ: Passione e curiosità. Se mancano queste due pulsioni -alle quali potremmo aggiungere anche una certa "ossessione compulsiva" - non riuscirei ad ottenere buoni risultati. Diciamo che essere docente in due accademie mi aiuta, stimolandomi ad approfondire ed a studiare continuamente, per poi portare una migliore conoscenza ai più giovani. Questa attività mi permette d'affrontare sempre nuove tematiche, mettendomi in gioco (e perché no, anche "a rischio"). Il museo di Lissone ha una doppia vocazione: quella delle arti visive e quella del design, perché qui siamo nella città che fino a qualche anno fa era considerata la Capitale del mobile a livello mondiale, non solo italiano. Essermi avvicinato maggiormente al design, che mi ha sempre interessato, senza però entrare nel vivo della questione, mi ha dato l'opportunità di applicare le mie competenze su un versante operativo.

TG: Hai frequentato dei workshop o degli stage presso artisti internazionali? Hai viaggiato parecchio per raggiungere certi risultati?

AZ: Sostanzialmente sono un autodidatta che ha fatto moltissima gavetta, ma da "cane sciolto". Terminata l'Accademia ho iniziato subito a lavorare con le gallerie d'arte e subito dopo si sono aperti primi spiragli a livello istituzionale.  Onestamente, non ho viaggiato tantissimo, direi il giusto. Vorrei averlo fatto molto di più e farlo tuttora, però anche queste sono scelte: o si lavora, o ci si informa. E' difficile coniugare queste due attività, l'una porta via tempo all'altra, come l'essere direttore di un museo non mi permette più di scrivere libri, come in realtà facevo prima.

TG: Alberto, sei originario di Trento, come mai hai scelto di studiare a Bologna e non a Milano? O a Venezia?

AZ: Difficile rispondere... E' vero sono nato a Trento, poi sono cresciuto in Veneto, quindi le scelte potevano essere altre. Credo che l'essere andato all'Accademia di Bologna dipenda dai percorsi casuali della vita. Forse, all'epoca, una città grande come Milano non faceva per me,del resto io vengo da un piccolo paese di provincia. Vivere a Venezia mi sembrava un po' complicato, anche se oggigiorno ci vivrei volentieri. Andare a Bologna è stato il giusto compromesso che poi s'è rivelata la scelta giusta, per quanto mi riguarda.

TG: E' un'accademia prestigiosa?

AZ: Negli anni in cui ci ho studiato io c'erano "i docenti di chiara fama", adesso un po' meno, come in molte altre accademie. Si sta un po' perdendo la figura del Maestro che magari non è quello che t'insegna le tecniche, ma t'insegna un aspetto umanistico per riuscire a capire effettivamente che cosa sia l'arte. Anzi, più che di capirla: di viverla. Questo è stato il grande insegnamento che mi ha trasmesso Concetto Pozzati.

Concetto Pozzati nel suo studio di Bologna. Fotografia di Vittorio Valentini.

TG: Dove insegni arte?

AZ: In un'accademia privata a Brescia dove ho creato un laboratorio di Arti visive. Forse è paradossale, ma credo d'essere l'unico critico o curatore che non ha un corso teorico, bensì un corso di laboratorio. All'Accademia di Urbino (che invece è un'accademia pubblica ndTG), ho un corso teorico legato alla Fenomenologia degli stili. 
Come vedi, riesco sempre a coniugare questa mia personalità bipolare (ride) che si divide tra l'aspetto intellettivo del critico e la dimensione pragmatica del "fare" artistico.

TG: In che disciplina esprimi la tua creatività artistica?

AZ: In passato ho dipinto molto e sviluppato idee sul feticcio  e sull'archiviazione. Interessi che poi ho deciso di accantonare per concentrarmi maggiormente sulla scrittura e la curatela, anche se negli ultimi tempi molti miei amici artisti mi coinvolgono in progetti, chiedendomi d'esporre. In effetti ho ripreso già da qualche tempo a realizzare dei lavori che non concepisco come opere d'arte, ma come "esercizi di stile"; li definisco così perché hanno la presunzione di mettere in crisi i linguaggi formali che si vedono in giro per il mondo.

TG: Come si fa a capire cos'è un'opera d'arte e chi è esattamente un artista?

AZ: Sono argomenti sui quali m'interrogo sempre anch'io e che i miei studenti mi sottopongono di continuo. Forse è per questo che i miei "esercizi di stile" sono destabilizzanti, perché piacciono e vengono capiti dai veri artisti. Se tu non sai che io sono un docente, un critico o un curatore, potresti cadere in tentazione e affermare che io sono un artista, ma l'obiettivo è esattamente l'opposto: continuare a praticare la critica a un livello extralinguistico.


Alberto Zanchetta - Procuste - Odio su tela - 2013 

TG: Sei uno sperimentatore/provocatore?

AZ: No, sono più un emulatore che (ri)fa (il verso) ad uno stile. Ma è difficile da spiegare se non si vede quello che faccio.

TG: In che modo ti esprimi? Con la pittura? Con la scultura? O con altre forme?

AZ: Alterno pittura a college e scultura a microistallazioni. 

TG: Queste tue opere poi che fine fanno?

AZ: Molto spesso le cedo o le baratto con gli artisti, altre le regalo ad amici galleristi o collezionisti, tutte le altre finiscono a casa mia.

TG: Nessuna finisce in discarica?

AZ: (ride) ...Diciamo che di alcune si perdono effettivamente le tracce... Ma alla fine non produco così tanto...

TG: Un'altra domanda cattiva: che cosa ti dà più soddisfazione? Fare il direttore a Lissone, il docente in accademia, il critico, il curatore, o che cos'altro ancora?

AZ: Per me, sono tutte attività complementari tra di loro. Bene o male si tratta di fare la stessa cosa declinata in maniera leggermente diversa. Essere direttore di un museo mi dà grande soddisfazione perché se le cattedre in Italia sono poche, i posti da direttore sono ancor meno. Il fatto d'aver vinto il bando di concorso per il Museo di Lissone vuol dire che la commissione che mi ha giudicato ha riconosciuto dei meriti alla mia persona. Non nascondo che mi piace moltissimo insegnare ed avere un contatto diretto con gli studenti perché è sempre un dare ed un avere; c'è sempre un'energia che ti ritorna. A volte addirittura potenziata, dipende dagli studenti. Ovviamente provo grande piacere a scrivere, così come nel rimboccarmi le maniche durante gli allestimenti. Mentre i miei exploits para-artistici sono giusto una scorribanda da critico "asistematico" direbbe un mio caro amico.

TG: Come sei arrivato a Lissone? Era un posto che ti interessava particolarmente? Te l'hanno proposto? O ci hai provato?

AZ: Conoscevo il Museo di Lissone perché, negli anni che furono, avevo fatto parte di una commissione del Premio Lissone. Dopo dieci anni ero venuto a conoscenza di questo bando, in modo fortunoso. Devo essere sincero, all'epoca vivevo a Como ed ho pensato: "bene è qua vicino, tentiamo la sorte". Mi sembrava un cavallo da poter cavalcare.

TG: La fai un po' troppo facile, ci saranno stati tanti candidati e persone interessate a quel posto.

AZ: Sì, hai ragione, i bandi hanno tutta una serie di richieste programmatiche. In questo caso bisognava sottoporre una proposta espositiva per uno o due anni, venivano poi richieste le strategie per valorizzare la collezione, specificando quale sarebbe stato il proprio rapporto col territorio ed il suo conseguente coinvolgimento. Per quanto mi riguarda,  ho deciso di non fare una relazione striminzita, come si fa spesso in questi casi per evitare che i documenti archiviati vengano poi fruiti da persone che ne possono fare richiesta. I colleghi poi hanno paura che qualcuno possa rubare loro le idee, io non ho pensato in questi termini, ho sottoposto alla commissione un documento molto dettagliato di circa 20 pagine corredato di intenzioni e immagini. In sostanza volevo un museo vivo, non un mausoleo. Già nella mia proposta iniziale avevo concepito il frazionamento del museo nei singoli piani: in ogni piano prevedevo una o più mostre in contemporanea per far passare il visitatore attraverso varie epoche che collegavano l'arte moderna a quella contemporanea, generi e stili differenti, dal maestro affermato all'artista emergente. Doveva essere un circolo virtuoso in costante movimento, tanto è vero che durante l'anno riusciamo a fare almeno una trentina di progetti espositivi. In modo scherzoso dico che "il MAC inaugura sempre" perché ogni due mesi circa cambiamo tutta l'esposizione, esclusa la permanente, nonostante in Italia ci obblighino ad attendere tre o quattro mesi prima di vedere una nuova mostra. Qui a Lissone c'è un continuo aggiornamento espositivo. 

TG: Hai lavorato parecchio in gallerie?

AZ: Sì, ma sempre da esterno chiamato ad organizzare eventi, collettive, scrivere per i cataloghi.

TG: Mi sembra che la tua concezione museale sia un po' più vicina a quello che si può vedere all'estero, mi viene in mente la Svizzera, dove c'è un nucleo di opere non molto grande e poi si susseguono spesso mostre abbastanza importanti. E' così?

AZ: Il nostro museo non è né grande né piccolo, ci sono 4 livelli espositivi in cui mi piace intersecare le discipline e le tecniche. Non mi piace fare discorsi anagrafici o gerarchici; spesso mi chiedono qual'è il metro con il quale decido le mostre o gli artisti. Per me, è una questione di pancia che poi deve essere filtrata dal cervello. Non c'è una vera strategia, non si tratta di seguire quello che piace alle masse o il proprio gusto personale, alla fine c'è sempre la volontà di proporre alternative perché in Italia i musei sono molto strutturati e spesso escludono una serie di opere o intere generazioni di artisti.

TG: Scusami, fammi qualche esempio.

AZ: Molto spesso gli artisti della vecchia guardia vengono accolti e celebrati nei musei, solo dopo aver scontato decenni di purgatorio. I giovanissimi, magari accedono subito per poi essere dimenticati quando raggiungono i 30 o 40 anni. Poi, c'è tanta esterofilia nei musei italiani. Si preferisce esporre un artista storico come un Daniel Bouren che è un grande artista che vorrei esporre anch'io, ma perché dovrei farlo, se già lo trovi dappertutto? Cerco di fare un museo diverso perché i musei tradizionali già ci sono. Le fotocopie non piacciono a nessuno, no?

TG: Infatti di Lissone si dice che è un museo dinamico che fa le scelte che non ti aspetti.

AZ: Ti ringrazio. Una delle primissime mostre che ho portato qui è stata quella di Franco Grignani, un nome che fino a qualche annetto fa non si conosceva e girava solo tra gli addetti ai lavori, poi è stato riconosciuto da molti. Grignani aveva creato il marchio più famoso al mondo, quello della pura lana vergine eppure non si sapeva che aveva lavorato molto nel campo della ricerca optical, sul visual design, sulla grafica e la comunicazione. Esattamente un anno dopo, a Milano, è stata fatta un'altra mostra su Grignani. Oggi, mi capita spesso di vederlo nelle gallerie e nelle fiere. Lungi da me attribuirmene il merito, perché sono altre le persone che come me ne hanno scoperto il valore, sia artistico che storico. A volte le cose accadono, altre volte bisogna farle succedere... 

TG: Un direttore di un museo di provincia riscopre un artista di valore mondiale e la metropoli lo segue. Queste sono le tue soddisfazioni?

AZ: E' meglio giocare d'anticipo che essere costretti a rincorrere le mode. Il mercato dice che stanno premiando gli artisti degli anni '60? Non vedo ci sia niente di male, anch'io li ospito qui al museo, ma anziché insistere solo ed esclusivamente sulle opere più famose decido di far vedere la ricerca degli ultimi anni.

TG: Come hai fatto per Grazia Varisco?

AZ: Esatto, quando sono stato a trovare l'artista, lei era entusiasta perché non le avevo chiesto di ordinare l'ennesima antologica dagli esordi ai giorni nostri. A me interessava fare vedere al pubblico il percorso più recente, quello meno conosciuto perché non ancora storicizzato. Grazia, oltre ad aver accolto bene la mia richiesta, ha deciso di realizzare un'opera appositamente per la mostra.

TG: E' difficile avere e mantenere tutti questi contatti con gli artisti?

AZ: Avere i contatti è facile, è gestirli che è complicato.

TG: Nella sala sotterranea, vicino al tuo ufficio, c'è un nucleo di opere storiche che mi sembra, non dico povero, ma tutto sommato un po' contenuto. Continua l'opera d'acquisizione da parte del museo?

AZ: Abbiamo esattamente 43 dipinti degli anni '50 e '60, ma come tutti i musei abbiamo sempre necessità d'acquisire nuove opere, ovviamente le risorse sono limitate. Non siamo più negli anni del boom e della speculazione in cui si riuscivano a foraggiare i depositi e magari colmare eventuali lacune storiografiche all'interno delle proprie collezioni. Con grande sacrificio, volontà e collaborazione da parte degli artisti, durante il mio mandato sono comunque entrate una quarantina di opere ad arricchire la collezione.

TG: Per esempio?

AZ: Winfred Gaul, Franco Grignani, Marco Cingolani, Michael Rögler, Arcangelo, Matteo Fato, Vincenzo Rusciano, Andrea Di Marco, Elsa Salonen...

TG: Il museo è stato inaugurato nel 2000 ampliandolo in alcune parti, quindi in fase di progettazione si pensava già che questo spazio dovesse diventare un luogo espositivo importante, più che qualcosa che vivesse di una ricchezza propria?

AZ: Sì, verissimo. L'idea era quella di ospitare la collezione del Premio Lissone che da anni continuava a migrare per la città: La struttura non doveva però limitarsi solo a questa funzione, si prospettava  già la volontà di ospitare delle mostre temporanee.

TG: E' un merito di chi ti ha preceduto o una decisione politica? Oppure era ancora una città ricca con soldi da spendere?

AZ: Quasi tutte queste cose assieme. La scelta ovviamente è stata politica, agli inizi degli anni 2000 si stava ancora bene rispetto ad adesso, c'erano le risorse e decidere di costruire un museo - forse è stato uno dei primi musei costruiti in tal senso - è stata una scelta coraggiosa. Fino agli anni '90, si era soliti ristrutturare una scuola o una vecchia fabbrica, si faceva cioè una conversione d'uso; qui invece s'è costruito un museo intorno alla collezione. Va dato grande merito alla giunta che allora fece questa scelta perché non sono solo i costi edilizi, ma anche i costi di mantenimento della struttura e del personale ad essere importanti. In Italia si aprono spesso musei che dopo 3 o 4 anni si tengono chiusi, perché finita l'euforia del nuovo e dell'inaugurazione, tutto va a scemare. Il MAC di Lissone va per la maggiore età, ha infatti 16 anni, io mi sono insediato da un quadriennio, quando era già un museo vecchio, in teoria. Io sono riuscito a rivitalizzarlo perché stava entrando in un cono d'ombra, un cono di stanchezza dovuta a tutta una serie di fattori. Mi ha premiato anche il fatto di dar vita ad un museo in continuo movimento ed in continuo cambiamento. Se io mi limitassi, come fanno molti altri, a fare solo tre eventi all'anno, qui in provincia sarei ancora più penalizzato; mentre facendone trenta si viene a creare uno zoccolo duro d'affezionati ai quali si vengono ad aggiungere sempre nuovi curiosi che sanno di poter trovare qui, a distanza di due mesi, sempre qualcosa di nuovo quindi tornano volentieri a trovarci e altrettanto piacere ci fanno i neofiti che vengono a scoprirci.

TG: Hai una programmazione a breve termine o a lungo termine? Tra un anno saprai già cosa fare?

AZ: Come programmazione ragiono nei termini di 12 mesi, ma ci possono essere degli imprevisti. Una mostra può saltare per qualsiasi motivo, capita che l'artista non sia più disponibile o che abbia altri progetti. I finanziamenti possono non essere sufficienti a coprire le spese, però nonostante questo preferisco ragionare a lungo termine. Per quello che riguarda gli allestimenti ed i cataloghi, capita di dover sottoporsi a degli sprint finali, ma per lo più cerco di rispettare i programmi nel miglior modo possibile.

TG: Un lato del museo è costituito da una vecchia fabbrica di mobili, si tratta di qualcosa di simbolico?

AZ: Sì, era un vecchio magazzino della Saisa. Quando gran parte delle attività artigianali legate al settore mobiliero erano entrate in crisi molte attività produttive hanno dovuto chiudere, soprattutto negli anni '90, a seguito anche dell'arrivo del mobile a basso costo dell'Ikea (da notare che sono stati i brianzoli stessi ad inventare la brugola, lo strumento su cui si basa l'azienda svedese per far montare i propri "mobili" ai loro clienti ndTG), molti spazi sono rimasti vuoti. Un tempo non si faceva il mobile, ma un'opera d'arte, erano mobili di legno fatti a mano, o con nuove tecnologie che erano pezzi unici o quasi. 
Con la produzione in serie si sono abbattuti i costi ed il piccolo artigiano non può più competere con le grandi multinazionali. Ti racconto un aneddoto: negli anni '60 arrivò qui in città Salvatore Quasimodo per presenziare ad una mostra di pittori siciliani, scese dal treno ed uscito dalla stazione ferroviaria ‐ dove sei arrivato anche tu ‐ chiese ad un passante: dove posso trovare l'esposizione? Questo lissonese non capì chi aveva di fronte, e non afferrò l’abiguità lessicale, e lo invitò a seguirlo. Ebbene, lo portò a una “esposizione” di mobili e Quasimodo ne rimase sorpreso. Con questo voglio dirti che all’epoca l'arte che arrivava nella provincia aveva anche un risvolto produttivo oltre che intellettivo: insegnava agli artigiani quali potevano essere le evoluzioni del gusto. Negli anni Cinquanta ci si era affrancati dagli arredi “in stile” perché i pittori astrattisti e informali avevano allargato gli orizzonti degli operosi brianzoli, e a loro volta iniziarono a sperimentare. Seguì poi la generazione dei cinetici e dei programmati, che lavorano su nuovi materiali e tecnologie, i quali contribuirono al rinnovamento del design. Per certi aspetti, erano stati tenuti a battesimo proprio qui a Lissone, nel 1961.

TG: Si tratta di un museo fortemente legato al territorio.

AZ: Sì, è un museo che ha radici forti che io non ho mai tentato di snaturare, anzi, ho cercato di rafforzare. Quest'anno, ad esempio, cade il settantennale del primo Premio Lissone che per noi è una ricorrenza molto importante.

TG: L'anno scorso avete pubblicato un libro molto interessante su questo argomento, vero?

AZ: E a breve verranno pubblicati altri due piccoli volumi che contribuiscono a comprendere meglio la parabola artistica del Premio Lissone. Il volume cui tu ti riferisci racconta la storia del premio ed in special modo si raccontano le euforie e le disforie che l’hanno caratterizzato. È facile dire che qui a Lissone ci sono opere importanti: all'epoca quegli stessi lavori venivano scherniti, anche molto pesantemente. Adesso non ci si ricorda più di quelle furenti diatribe, perché sono opere ormai vidimate dalla storia e dai critici. Non si può più parlare male di queste cose. Il fatto è che per circa 50 anni, nessuno aveva studiato o preso in debita considerazione i documenti dell’epoca. Onere di cui mi sono fatto carico io. È come se la vera storia del Premio Lissone non fosse mai stata raccontata, benché altri prima di me ci avessero provato.

TG: Il museo nasce grazie al Premio Lissone che fu istituito nell'immediato dopoguerra?

AZ: Sì, nel 1946 un piccolo gruppo di artisti decidono ‐ durante una scampagnata in riva al fiume Lambro – d'istituire un premio per la pittura. Per una decina d'anni l'iniziativa viene affiancata alla Settimana Lissonese, rassegna in cui venivano esposti i prodotti dell’artigianato mobiliero. Improvvisamente, il premio per la pittura diventa più importante e famoso della “selettiva artigiana” e sarà proprio l’arte a richiamare il pubblico a Lissone, il quale poteva poi vedere anche le forniture per la casa e per gli uffici. Dal 1953 il Comune prende in gestione il Premio e chiama Guido Le Noci alla redine della segretaria della manifestazione. È a lui che dobbiamo oggi la raccolta più importante della collezione conservata al museo. Da quel momento a Lissone sono arrivati artisti francesi, tedeschi, olandesi, austriaci, americani, giapponesi. Gli anni dal 1953 al 1961 sono stati gli anni del massimo splendore del Premio, grazie a Le Noci – il gallerista dell'Apollinaire di Milano – ma anche alla giurie che annoveravano figure di spicco come Argan, Grohmann, Zervos, Roh, Apollonio, Valsecchi, Sandberg e molti altri, tra i quali un giovanissimo Restany. Dopo il 1963 l’euforia si attenua e ci sono dei rimescolamenti nel Direttivo; dopo Le Noci subentra un altro gallerista, si tratta di Ettore Gian Ferrari. Poi, nel 1967, c'è il tentativo di rinnovare il Premio, ma invano. Alle soglie della contestazione sessantottina, il Premio Lissone si avvia verso un’inesorabile oblio. Improvvisamente la Triennale a Milano viene occupata e viene presidiata la Biennale di Venezia. C’è una mobilitazione generale contro i premi, perché non potevano arrogarsi il diritto di decretare un vincitore (il concetto che si voleva far passare è che non ci può essere un artista migliore o più bravo degli altri); l'arte non doveva inseguire le onorificenze o i premi in denaro, doveva semmai scendere in piazza, a contatto con le persone, dove schierarsi a favore della lotta di classe. Passano quindi alcuni anni, si cerca più volte di capire come strutturare il premio in base alle tensioni culturali che serpeggiano nella società, però… una volta che il meccanismo s'inceppa farlo riprendere è quasi impossibile. Infatti, per parecchio tempo non s'è n’è saputo più niente, almeno fino ai primi anni del 2000, quando la costruzione del museo permette una ripresa del discorso lasciato in sospeso. Ma questa è una storia diversa.

TG: Ricapitolando, l'iniziativa d'istituire il Premio Lissone è stata molto importante per il mondo dell'arte, per il design, per le attività commerciali brianzole e per la città di Lissone. Il premio consisteva in una certa somma in denaro e l'artista, in cambio offriva la sua opera, giusto?

AZ: Esatto.

TG: Dopo, s'è venuta a creare una collezione di un certo valore storico, culturale, economico e da lì è nata anche l'esigenza di collocare questi pezzi in uno spazio adeguato per valorizzarli e renderli accessibili al pubblico. In un primo tempo è stata messo nel Palazzo Terragni. E poi?

AZ: Ci sono state varie destinazioni. Diciamo che il primo tentativo di costituire una Galleria Civica risale al 1961, e nel 1977 viene trasferita – come giustamente dici tu ‐ nel Palazzo Terragni che si trova in centro. Infine, nel 2000, trova casa all'interno del MAC. I vari passaggi sono interessanti, anche da un punto di vista nominale. Galleria Civica, Pinacoteca, Museo... 

TG: Vero, anch'io questa mattina, chiedendo del museo, mi sono sentito rispondere: guardi la Pinacoteca è lì!

AZ: In effetti, i cittadini hanno ragione, perché la Pinacoteca è un museo che ospita solo ed esclusivamente i quadri (questo era l’obiettivo primario). Se noi osserviamo con attenzione, nella facciata dove si trova l'ingresso del museo è ancora affissa, a caratteri cubitali, la scritta “Pinacoteca”. Pochi anni più tardi la denominazione diventa quella di Civica Galleria, ma dopo il riconoscimento della Regione e della Provincia abbiamo finalmente il Museo d'Arte Contemporanea. Purtroppo, ancora adesso c’è una certa confusione: per alcuni è una pinacoteca, per altri una galleria e per altri ancora un museo. Aggiungici poi che molti di noi preferiscono utilizzare l’acronimo MAC… le cose si complicano ulteriormente.


Il MAC, sede del Premio Lissone nel 2016.

TG: Qui veniva conferito solo il primo premio o c'erano altre segnalazioni importanti?

AZ: Nella collezione ci sono molti primi premi, diversi secondi e terzi premi, oltre a riconoscimenti per “la giovane pittura internazionale”, e comunque anche alcune donazioni da parte degli stessi artisti che vi avevano partecipato. Com'è ovvio, gli acquisti in denaro erano inferiori per coloro che si classificavano dopo il primo premio, ma per tutti rimaneva il prestigio d'aver partecipato alla rassegna lissonese che, in alcune occasioni, aveva persino anticipato i vincitori della Biennale di Venezia. Al Premio Lissone si veniva consacrati, oppure si approfittava di questo trampolino di lancio per approdare ad altri eventi più importanti.

TG: Come è stato possibile costruire il Museo? Ha partecipato solo il Comune? Ci sono stati aiuti dalla Regione? Oppure ha partecipato anche il Ministero?

AZ: È una domanda che dovresti rivolgere ai miei predecessori, o magari alle amministrazioni dell’epoca.

TG: Ok, passiamo oltre. Quelle 40 opere del nucleo originario sono state acquisite tutte tra il 1946 ed il 1967 o anche dopo?

AZ: Quelle della collezione storica sono state acquisite all'epoca. Ci sono state un paio d'altre donazioni quando erano esposte a Palazzo Terragni, mentre esiste tutto un nuovo nucleo di opere che sono entrate nel patrimonio lissonese da quanto esiste il Museo. L'inventario completo del museo conta, ad oggi, oltre 400 opere.

TG E dove vengono conservate?

AZ: Nei nostri magazzini, che non posso farti vedere per questioni di sicurezza. Durante i primi anni della mia direzione, c'è stata una costante rotazione delle opere appartenenti alla collezione nel Museo. Anche questa è stata una scelta. Avere una collezione stabile è prestigioso e propedeutico, perché ti fa capire il motivo dell'esistenza di questo edificio, ma chi già conosce bene queste opere non è motivato a rivederle. Per questo motivo, all’inizio del mio mandato ho messo una buona parte della “collezione già nota” in magazzino, esponendone soltanto alcuni pezzi, a tema, abbracciando ora l'astrattismo, ora la figurazione oppure il realismo. Mostrare le opere storiche al fianco di altre meno conosciute è stato un modo per far rileggere quelle stesse opere, con un nuovo sguardo, differente, non legandole più al Premio ma collocandole in un contesto culturale più ampio. Dall'anno scorso ho invece riproposto i capolavori degli anni ‘53‐67 a guisa di quadreria seicentesca, tenendo i quadri uno a contatto dell'altro per evidenziare meglio la sovrapposizione di stili e di tecniche che si avvicendavano in quel periodo. Ciò nondimeno, la sala della quadreria resta in parte libera per poter ospitare piccole esposizioni che di solito sono un prosieguo delle stessa collezione, con mostre temporanea che datano agli anni successivi all'interruzione del premio.


La Quadreria storica del MAC

TG: Quanti dipendenti ha il MAC di Lissone?

AZ: Ci sono tre persone che mi assistono all'interno del Museo e un paio di altre che hanno un contratto a progetto. All'interno del Comune ci sono poi gli uffici competenti, con altre tre persone che si occupano degli aspetti burocratici, oltre ovviamente a una serie di altri collaboratori che vengono coinvolti a seconda delle esigenze.

TG: Immagino che i dipendenti all'interno del Comune siano fissi, mentre gli altri abbiano un contratto a scadenza.

AZ: Esatto.

TG: Come fa un comune importante, mi sembra d'aver capito, solo con le proprie forze, a mandare avanti un museo così prestigioso?

AZ: Per un museo che ha più di una decina d’anni è un problema non indifferente, spesso viene trascurato dalla Regione o dalla Provincia. Però attenzione: i neo-musei possono “nascere morti”. (Il civico Museo di Monza è un esempio di quello che accade quando un museo non riesce a sopravvivere con le proprie forze ndTG), Viceversa, il nostro è un museo che gode di ottima salute. Per tenere alto l’interesse delle sovvenzioni sono necessari rapporti a livello politico, perché di questo stiamo parlando: conoscere le persone giuste, sapere che tasti toccare, ma non spetta a me fare queste cose. Anche se le farei volentieri, porterebbero via tantissimo tempo al resto della mia attività...

TG: Parli di relazioni?

AZ: Sì, io cerco di far conoscere questa realtà, però al contempo devo programmare le mostre, allestirle, perché ci metto anche energia fisica in queste cose, non solo intellettiva. Ogni volta che inauguriamo, io mi trovo a dover gestire dalle 50 alle 100 persone contemporaneamente, proprio perché stiamo parlando di cinque o sette mostre alla volta, quindi mi sottopongo a sforzi a dir poco assurdi.

TG: Va anche detto che questo è uno dei pochi musei rimasti dove si può accedere in maniera totalmente gratuita che è una cosa molto bella per il pubblico, vero?

AZ: Sì, fin dagli inizi c'è stata questa scelta di far fruire liberamente il museo.

TG: Sarà così anche in futuro?

AZ: Credo di sì, sono delle scelte. C'è chi approva e chi disapprova. Alcuni sostengono che basterebbe far pagare un biglietto anche solo di 2-3 euro, giusto per dare un riconoscimento. Alcuni sostengono che potrebbe essere a offerta libera, ma sappiamo benissimo che questa scelta in Italia è fallimentare, perché anche se c'è il dispositivo per infilare i soldi...

TG: Poi c'è qualcuno che lo svuota...(Ride)

AZ: ...Piuttosto che avere un'offerta libera e vedere nel display giusto un paio di biglietti caritatevoli e pochi altri spiccioli, meglio far entrare i visitatori gratuitamente. Senza tema di smentita, possiamo dire che le buone intenzioni non vengono mai accolte con la stessa munificenza in Italia.

TG: Non essendoci un biglietto a pagamento o un biglietto che si stacca, come si fa a sapere quante persone entrano nel museo per visitare le mostre e valutare annualmente se c'è un aumento dei visitatori o meno?

AZ: Abbiamo un contatore elettronico all'ingresso del museo che rileva le presenze.

TG: Quanti visitatori avete all'anno?

AZ: Variano. Mediamente sui 10000 visitatori all'anno.

TG: Sono aumentati o diminuiti da quando ci sei tu?

AZ: Sono leggermente aumentati ed è un'altra cosa che mi fa molto piacere. Poiché ho un budget alquanto risicato, che viene quasi totalmente assorbito dalla programmazione espositiva, quello che rimane è decisamente poco e non riesco ad investire in pubblicità, che per noi sarebbe fondamentale, anche sul fronte dei social network. Ma nonostante questo sono riuscito ad avere un incremento di pubblico rispetto ai miei predecessori che disponevano di maggiori risorse economiche. A volte le follie portano a risultati insperati, soprattutto quando bisogna aguzzare l’ingegno e centellinare le risorse.

TG: Secondo te, perché succede questa cosa?

AZ: Perché il nostro è un museo apprezzato, il pubblico gradisce il nostro lavoro e il passaparola funziona. Qualcuno ti legge sulle riviste specializzate o sui quotidiani che ti dedicano una pagina ogni tanto, ma nonostante questo il nome del MAC viene citato con ammirazione. Soprattutto da parte di coloro che ne conoscono le difficoltà. Per quanto ne so, finora nessuno è rimasto mai scontento.

TG: Vorrei anche specificare quante giornate all'anno è aperto il museo: 10000 persone arrivano in circa 100 giorni? O in più giorni?

AZ: Chiudiamo solo durante il mese di agosto e in occasione di alcune festività. A Natale teniamo chiuso al massimo per 5‐7 giorni.

TG: Il Museo è aperto dal venerdì alla domenica?

AZ: Abbiamo un orario un po' frammentario, a volte siamo aperti alla mattina, a volte il pomeriggio: solo il sabato e la domenica sia la mattina che il pomeriggio. Quando sono arrivato, il Museo era aperto tutta la settimana, a parte il lunedì che era il giorno di riposo. Queste sono scelte politiche che vengono fatte per ammortizzare i costi, ma ci sono anche altre logiche interne in una scelta di questo tipo; forse si pensa che nel corso della settimana non ci sia utenza. Non è vero, spesso i visitatori arrivano, io li vedo mentre lavoro all'interno e, a volte, mi sento di ospitarli per una visita veloce, piuttosto che mandarli via con l'amaro in bocca. Purtroppo, io non posso fare nulla per gli orari d'apertura: vorrei avere un museo sempre aperto, così come sempre inaugura.

TG: Io conosco pochi musei civici o provinciali; mi viene in mente il Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo che negli ultimi tempi sembra abbia avuto parecchi problemi, sappiamo che le province non dovrebbero più esistere e si stanno creando varie ambiguità, però era uno spazio sempre chiuso. Un museo per vivere deve stare aperto e deve essere fruibile da tutti, tu sai qualcosa di questa realtà?

AZ: Il caso del MUFOCO è uno di quegli strani casi italiani che spesso capitano nel nostro paese. A mio avviso è un museo da tutelare perché è un museo specifico dedicato solo ed esclusivamente alla fotografia contemporanea, è l'unico in Italia, nel suo settore, con un fondo di opere importanti e degli archivi piuttosto ricchi. Non ne conosco bene la storia, ma credo sia una di quelle realtà di inter-regno in cui la proprietà della collezione è un accorpamento di molte proprietà. Quando ci sono più padroni si dà per scontato che sia l'altro padrone che dà da mangiare al cane, con il risultato che il cane poi muore d'inedia. Il loro spazio non è enorme, però le mostre riescono a farle e so che stavano svolgendo un'ottima attività didattica. Se non si riesce a capire il valore di un museo unico e non si crede in questa vocazione è inutile. Ci vorrebbero più musei specifici e meno musei generalisti; il pubblico si è abituato e assuefatto a questi ultimi perché non conosce alternative.

TG: E i musei che ci sono dovrebbero stare aperti...

AZ: Certo, se si decide di fare un museo bisogna tenerlo aperto, mica ci si può permettere di chiuderlo quando è in crisi! Troppo facile. Neghiamo la storia quando ce la dimentichiamo. Ridurre il personale, ridurre gli orari, magari non fare più cataloghi, rinunciare alla didattica… Dove ci porterà? Dobbiamo sempre fare tagli alla cultura? Anch'io sono passato sotto le lame delle forbici, mi hanno ridotto molte risorse rispetto a quando avevo iniziato. Io però non demordo, mi riducono il personale e gli orari? Io rilancio facendo più mostre, facendo più inaugurazioni, facendo più cataloghi, riuscendo a trovare collaborazioni che mi permettano di continuare. Nonostante il MAC non sia un museo fruibile 24 ore su 24 c'è chi capisce l'entusiasmo che c'è dietro. Bisogna far vedere che ci sono delle cose che succedono e le cose succedono se le si vuol far accadere. Bene o male sappiamo tutti in che condizioni versa la cultura in Italia, se le cose continuano ad andare avanti, molto dipende dall'entusiasmo e dalla passione di chi opera in questo settore. Nel mio caso ho sacrificato buona parte della mia vita privata per portare avanti il sogno di un museo “diverso”, giorno dopo giorno: è un investimento che sto facendo non su di me, ma sull'entità stessa della struttura museale. Chissà che qualcuno lo apprezzi e lo capisca veramente

TG: Grazie mille Alberto.

Tutti i diritti riservati


venerdì 13 maggio 2016

Paolo Gioli l'eclettico in mostra al Peephole di Milano

Inutile negarlo, ognuno di noi ha le proprie preferenze, i propri miti, i propri gusti, il proprio modo di vedere le cose e d'esprimersi. Chi mi segue lo sa ed apprezza il mio modo diretto e un po' fuori dalle righe di approcciarsi a chi ha fatto la storia dell'arte contemporanea. In questo blog ho cercato di far conoscere tecniche, artisti, opere, e sopratutto le vicende ed i racconti dei protagonisti del mondo dell'arte visiva; ho incontrato personaggi molto interessanti e tra i miei ricercati speciali avevo tre nomi: Kengiro Azuma, Pordenone Montanari e Paolo Gioli. I motivi che mi hanno portato a voler contattare questi artisti sono molto diversi e non starò qui a spiegarli adesso, la cosa importante è che nonostante io sia un signor nessuno, come direbbe l'amico Luigi Teruggi, vuoi, per fortuna o per caparbietà, sono sia riuscito ad intervistare sia colui che viene considerato il massimo scultore (artista) del Sol Levante (che è anche l'ultimo kamikaze), che proprio in questi giorni è stato ricevuto a Milano dall'Impertore del Giappone. Purtroppo non ho avuto uguale fortuna con Pordenone Montanari, ma riconosco che già la distanza che ci separa non lavora a mio favore. Ad ogni modo, poiché moltissimi addetti ai lavori leggono queste pagine, spero che ci sia qualcuno che possa aiutarmi a realizzare questo sogno e a contattare l'"Orso di Pordenone e di Biella". Per quello che riguarda Paolo Gioli, sto per raccontarvi qualcosa di molto strano, per me lui è forse il più importante artista italiano, colui che ha saputo fondere arte-cinema-fotografia con una grazia ed un gusto irraggiungibili e trovando sempre le soluzioni più appropriate, senza mai ricorrere a sotterfugi o a scorciatoie tecnologiche.
Paolo Gioli è veramente un grande uomo, umile, simpatico, divertente, geniale, è riuscito a fare e pensare cose inimmaginabili, eppure ai più risulta essere solo un nome come tanti. Incredibile. La vita è strana e ci sorprende ogni giorno, se non conoscete Gioli avete una possibilità unica: andate da PEEPHOLE in via Stilicone, 10, a Milano (lo stesso cortile dove si trova la famosissima Fonderia Battaglia), qui potrete vedere la più bella mostra mai organizzata al mondo su questo fenomenale artista. Fino al 28 maggio. Io sono stato all'inaugurazione che s'è svolta il giorno 9 aprile scorso, più di un mese fa e vi posso assicurare che la visione di certi lavori è stata un'esperienza mistica irrinunciabile. Vivete in Sicilia? In Alaska? Questa mostra vale il viaggio, non perdetela, non so se vi capiterà ancora qualcosa del genere nella vostra vita. Preferite andare a vedere Salgado a Genova? O Henri Rousseau al Musée d'Orsay a Parigi? Datemi retta, non c'è niente di meglio di PAOLO GIOLI, ve lo scrivo bello chiaro una volta per tutte, poi fate quello che volete, ma se andrete a vedere questa fantastica mostra gratuita al PEEPHOLE e poi non mi ringrazierete lasciandomi un commento su questa pagina, mi farete arrabbiare per davvero. In realtà, per me sarebbe meglio che le cose continuassero così come vanno adesso e come vi racconterà Paolo in prima persona. Volete continuare ad ignorarlo? Per me non ci sono problemi, così le sue opere migliori le compro io e le interviste ai personaggi più interessanti del mondo continuo a farle solo io. Sto esagerando? Guardatevi qualche suo lavoro, leggetevi l'intervista che mi ha concesso in esclusiva e poi mi saprete dire.
Ah, dimenticavo, ho parlato anche con Paolo Vampa, il maggior collezionista di Paolo Gioli, colui che possiede quasi tutte queste splendide opere, nei prossimi giorni pubblicherò anche la sua intervista.
Non ho esposto che pochi lavori fotografici di Gioli poiché l'occasione per vedere i suoi quadri realizzati ad olio negli anni '60 è pressoché unica. L'ho detto? Devo ripeterlo? Ci siamo capiti? Speriamo. TG

Paolo Gioli artista

Tony Graffio intervista Paolo Gioli

TG: Ciao Paolo, sono Tony Graffio un documentarista indipendente complimenti per la bellissima mostra, hai 5 minuti di tempo da dedicarmi?

PG: Ciao, ummm (guarda la ragazza che mi accompagna) sì, sì...

TG: Noi non ci conosciamo, tu non lo puoi sapere, ma eri nella mia lista dei 3 maggiori ricercati per le interviste di Frammenti di Cultura, mi farebbe piacere farti qualche domanda...

PG: Dipende da quello che uno chiede...

TG: Ci mettiamo comodi?

PG: Ci possiamo sedere qui, ma io non posso rimanere tantissimo, eh! Non farmi domande difficili...Perché non ho molto da dire.

TG: OK. Paolo, ti seguo dalla fine degli anni '70, quando per primo tu hai iniziato ad occuparti di certe cose, tu facevi un po' scalpore, tutti parlavano di te sulle riviste di fotografia e di arte...

PG: Ah sì? Io non me ne sono mai accorto...

TG: Beh, ti assicuro che era così...

PG: Io però non andavo alla ricerca di echi e queste cose qui, tu me lo dici adesso... Sapevo che i fotoamatori mi conoscevano ed io stranamente credevo d'essere ignorato, ma quella monografia che io avevo fatto con "Il Diaframma" di Lanfranco Colombo li aveva un po' disturbati, diciamo così. “Ma come, lei fa tutta quella serie d'immagini con un panino?” Mi sentivo dire. Loro si soffermavano sul panino, sul bottone, eccetera. E' una microcamera, dico io, con una distanza focale cortissima. Il viaggio dell'immagine era il più breve che potesse esistere. Però dentro quel punto c'è un'immagine. Tutto quello che c'è è un'infiltrazione. Bada, come ho raccolto questa immagine l'ho restituita. Ando Gilardi era entusiasta di questa cosa, ha scritto su di me una bellissima presentazione*, centratissima, su un libricino che aveva fatto il Diaframma. Eh, quello sì sarebbe materiale importante da reperire...

TG: Hai ragione, vedrai ce la faremo a recuperarlo. Adesso che abbiamo rotto un po' il ghiaccio io però vorrei farti una domanda difficile...

PG: Va beh, sentiamo.

TG: Che cos'è la fotografia?

PG: Questa non è una domanda difficile, ma folle. E' impossibile rispondere. Magari Berengo Gardin ti risponde,Scianna, o gli altri fotogiornalisti possono darti una risposta, ma sul piano creativo puro è difficilissimo perché hai direzioni, rimugini un sacco di cose, provi (sospira), osservi, guardi tutto e altre cose. La fotografia non nasce dall'ottica... E' una domanda complicata perché va su sponde diverse, non ha a che fare con la fotografia tradizionale, ma sul mio lavoro non saprei cosa dirti. Mi sono sempre rifiutato di dirlo perché non avevo e non ho parole. Che cos'è la fotografia? E' come dire, va beh, perché sono nato... Che senso ha...? Anche se, molte volte ce lo chiediamo tutti, prima o poi... C'era un'amica che mi diceva: “Sai, sono incinta...” Ah sei incinta? “Sì!”. Io a questa affermazione rispondevo sempre con la battuta la più idiota che possa esistere, gravissima: “E poi che cosa te ne farai?”. Oppure se il bambino era già nato: “E adesso che cosa te ne fai?”. Perché questo atto ha creato un morituro... Grazie a lei, morirà un altro... Ma allora ricadiamo nella solita storia? Non facciamo i bambini perché un giorno moriranno? E allora, stesso discorso, la fotografia è complessa...

TG: Tu comunque sei un artista che si esprime con la fotografia, non uno di quei fotografi che dice: io sono un artista...

PG: Sì, io mi occupo anche di film e poi vengo dalla pittura... Ho sviluppato molto il mio lavoro sui film e sulla fotografia e quindi ho avuto 3 cose cui badare... Mi sono occupato di litografia, serigrafia, eccetera, varie discipline. La fotografia è una delle cose che ho portato avanti, ma è altrettanto importante aver fatto i film che, tra l'altro, sono più richiesti all'estero che in Italia.

TG: Anche il cinema e il video sono fotografia...

PG: Beh, il cinema è meccanica e chimica, mentre il video è codice binario, quello è elettronica. Tra la meccanica e l'elettronica ci sono delle divisioni spaventose. E' come definire le differenze che ci sono tra un pezzo di ghiaccio e un pezzo di polenta. Bisogna separarli completamente. Ancora adesso non hanno metabolizzato questo passaggio ed anche al telegiornale dicono: “Mandami il filmato!”. Ma che filmato! E' una memoria che hai registrato. Non c'è neanche più il nastro! E se stasera mostro dei video, mostro ancora la pellicola perforata? Ma nel cinema il supporto era la pellicola, no? Il film è un termine inglese, è il supporto! Dove c'era stesa la materia... Materia ho detto, mentre là c'è la memoria, e basta. Uhu? Bisogna stare attenti insomma... Sono due cose diverse.

TG: Però si parte sempre dalla fotografia e dalla luce...

PG: Dall'imagine diciamo, dalla riproducibilità dell'immagine. Eh beh certo, la fotografia è luce, “photos”...

TG: Scrittura con la luce.

PG: Eh, dunque è diverso. Tu scrivi sì, ma è importante avere il pezzo di pellicola in mano e avere le immagini in mano; nel video invece devi avere il monitor e altre cose. Bellissimo, straordinario il digitale, lo dico fino alla noia negli interventi che faccio. Il terrore è questo: peccato morire! Con tutta la roba che c'è da fare con quel mezzo... Madonna, ma pensa a tutta la roba che puoi passare sul computer: i film di Antonioni io li riguardo come se avessi una moviola a casa. Quando ti era data la possibilità di tornare indietro anche 40 volte durante un film? Per vedere come ha staccato, come va avanti la scena, poi la ripeti, la riguardi... E' un altro film dopo, così impari a fare il cinema.

TG: E' un po' un modo di uccidere il film guardandolo a quel modo...

PG: Certamente, questo è un modo per studiarlo, per vedere il film devi andare al buio, da solo, abbandonato in una grande sala. Poi, quando accendono la luce scopri che affianco a te c'è un fascista molto conosciuto in quel luogo, qualcuno che non hai mai voluto avvicinare in vita tua eppure è lì. Anche quella è una punizione. Vai al cinema e ti ritrovi in questa promiscuità, anche a quello devi stare attento... Oppure, una ragazza bellissima con la quale tu non hai mai parlato perché ti intimidiva, eppure te la ritrovi a due sedili da te. Voglio dire, ancora si fa confusione e non è stata ancora capita questa differenza tra il cinema ed il video.

TG: Tra digitale e analogico.

PG: Sì (un po' insofferente), anche sta parola analogico, scusa, perché? Cosa vuol dire? Quando si dice analogico, perché non dire (pausa) “fotografia meccanica”?

TG: Io difatti il digitale lo chiamo fotografia elettrica...

PG: No, elettronica. Beh certo, sempre c'è dentro dell'elettricità... Però è elettronica, dai, sù! E l'altra è meccanica. Ana-logica? E' complesso, dai! E' l'analisi di che? Auto-analisi? No, dai... Sono gli industriali che mettono in giro questa roba qua, per distinguere e importi le altre cose. Ho visto un mio amico, ma anche altri che cambiano fotocamera ogni anno. Perché te lo impongono le multinazionali dicendo che la pellicola è morta, mentre la Kodak ha già risposto: “Senta signore, guardi che sono già uscite decine di pellicole per i film ed altre cose". Il Super 8 mica per niente è richiestissimo. L'elettronica ha ucciso la Polaroid ed è riuscita ad uccidere in parte la Kodak.

TG: Un po' è colpa anche della Kodak, però.

PG: Io adesso non voglio entrare su questa cosa nel dettaglio, però molta manualità s'è persa. Ho parlato spesso del pianista che ha sempre lo stesso pianoforte, i tasti sono sempre quelli ed anche le mani. Usa solo il cervello le mani le orecchie e basta, non ha necessità di cambiare tipo di pianoforte ogni anno. Non cambia niente. Svolge un lavoro manuale, no? Quando io stampo con l'ingranditore devo mascherare un po' le luci, se c'è troppa luce di qua, o di là, io la doso con le mani. Un mio amico m'ha detto: Ma prendi il Photoshop e lo fai subito!” Ah Photoshop, sofisticatissimo, costoso, ed il mio intervento manuale? Forse il pianista ha bisogno di Photoshop per suonare? Che cosa cambia il pianista se vuole suonare qualcosa di diverso? Solo lo spartito! Ogni volta si trova Aleksandr Nikolaevič Skrjabin o Alban Berg e ogni volta la cosa è creativa. Come lo suono? Più veloce, meno veloce? Chi era? Conosci la sua storia? Bello. E allora la scrittura nuova nasce dallo spartito, ma lo strumento rimane sempre quello.

TG: Ecco, proprio qua ti volevo: l'arte richiede un intervento manuale, tecnico, o solo un'idea?

PG: Questo discorso dà l'impressione che sia nostalgia, invece no! Dico però che per fare un disegno prendo la matita? Sono superato perché uso la matita? Un disegno lo fai con la matita. Lo fai anche con l'elettronica, ma non sarà mai quello della matita. Fai altre cose, no? Ecco, allora ci sono cose che non puoi più distruggere. Con la matita scrivi, che ne so cosa vuol dire? Ieri, mi è arrivata la lettera di una ragazza che ha fatto una tesi e c'era tutto un articolo su questa storia su Repubblica, sul perché nessuno sa più scrivere in corsivo...

TG: Perché a scuola non lo insegnano più, ti insegnano solo lo stampatello perché ci sono bambini di altre culture che scrivono con altre scritture e alfabeti e mai saprebbero usare il nostro corsivo.

PG: Lascia stare questa cosa, il problema arriva dal computer e dai tasti che usi per scrivere.

TG: Su questo punto non sono d'accordo, è un problema da Torre di Babele, tra poco non ci capiremo più neanche tra di noi, ma già quasi ci siamo arrivati, per questo avrà sempre più valore l'immagine ed il linguaggio visivo.

PG: C'è gente che non sa scrivere il corsivo e non sa distinguere tra una L e una G! O la F. Uno mi ha detto: la F? La fe! La fe? Strano paradosso, un po' alla Ionesco perché è un po' dialettale dire la fe. La esse l'ha chiamate la se. La bi l'ha chimata “ebbe”. Bellissimo. Queste due cose me le sono inventate, per voi. Però, sono sicuro che lo fanno.

TG: E questa mostra alla Fonderia Battaglia, che cosa rappresenta?

PG: Non è la Fonderia Battaglia, cazzo! E' la Pinhole! No, scusa (Ride). Pin è spillo.

TG: Peephole!

PG: Mi confondo sempre, Peephole! Mi confondo sempre col foro di spillo. Peephole è lo spioncino sulla porta.

TG: Lo spioncino dei guardoni?

PG: Va beh dai, andiamo avanti...

TG: Che cosa hai esposto in questa mostra?

PG: Beh, non l'hai vista?

TG: In parte...

PG: Vuoi che lo dica io? Ci sono dei dipinti e tutto un'excursus sul mio lavoro, non è un'antologica. Un'antologica è come quando ti danno il premio alla carriera. Terribile. No? Uh? Come dire: beh da questo momento mettiti da parte.... No, cioè: sei in pensione! Mi sembra molto compatta. Chiedere all'autore della propria mostra, che cosa vuoi che ti dica? Ma dai insomma, che cosa faccio, una cosa su di me? O roba del genere? Non mi sembra sbagliata... Buona. Difficile come mostra, bisognava mettere parecchie cose diverse insieme, diversi anni... E' stato complicato e sono stati bravi. Io non ci sarei riuscito.

TG: Invece la tua mostra dell'anno scorso a Roma?

PG: Da Peliti?

TG: Mi hanno detto che anche quella era molto bella.

PG: Sì, io l'ho vista molto tardi, ma non ne parla nessuno.

TG: Come non ne parla nessuno? Gli appassionati ne parlano.

PG: Non scrivono, non si espongono, non sanno osare e certe cose non sanno leggerle ed hanno paura di farle passare per qualcos'altro. Parla con l'autore! Domandagli! Perché devi sapere tutto? Come è stata fatta questa cosa? Chiedi! Come fai a sapere tutto? E se poi dentro c'è un esperimento, o una prova? E' difficile sapere certe cose, per un critico. Chiedi all'autore allora. Come fai tu adesso, no? Loro si ritraggono e lasciano là, oppure dicono due sciocchezze. In sostanza: è tutto sprecato, saranno ceneri buttate via. Non come quelli che lo fanno sul fiume... O sulla terra, no, sono già buttate via adesso. Per cui, quando qualcuno dirà qualcosa di decente su di me, io non ci sarò. Anche se m'avrebbe aiutato per fare qualcos'altro, nel lavoro, eccetera. Non è vero che non ti faccia piacere, se le critiche sono centrate servono. Mentre gli stranieri sono molto affezionati a me. Francesi, tedeschi e americani. Sto partendo per gli USA e per Harvard, guarda caso su loro invito. Visto che mi hai provocato, è un modo di dire. Mi hanno chiesto una rassegna di film e dovrò fare lì un esperimento, con i loro soldi americani. Questo mi consola e mi fa andare avanti, perché se dovessi aspettare un italiano.... No, qui ti ignorano completamente e poi sono molto prevenuti. Mi ricordo delle ragazze ad una mia mostra di Fotofinish, venivano da una scuola d'arte. Guardano, si avvicinano, sono tremende quelle delle scuole d'arte, sono tremende. L'ho detto? Ecco, allora, no sono brave, ma sono gli insegnanti che sono tremendi... E le rendono tremende loro. Si avvicinano a me, immagino abbiano visto una Fotofinish un po' strana si rivolgono a me, mi guardano e mi dicono: “Senta un po'... Un po' di Photoshop l'ha fatto vero?”

TG: (Rido).

PG: Ho rischiato di provocare loro un'epistassi.

TG: Con un pugno!

PG: Eh certamente! Allora queste ragazze mi guardano ancora: “Epistassi? Che cos'è?” Sangue da naso, ho detto. Vada via! Photoshop? Si stampa, no? E' bellissimo stampare! Ce l'hai l'ingranditore? Io ce l'ho vecchio, ma non me ne frega niente, basta che ci sia l'obiettivo! C'hai la tua carta e esce da te! Non puoi dire che ha sbagliato il laboratorio, oppure che è un problema di qualche altra circostanza. No, tu! Esce da lì, se è una porcheria è proprio tutta tua! Ma se la cosa è buona, l'hai fatta tu, è tua! La firmi ed è finito, fai una tiratura, ne fai cinque sei, però la vedi nascere, ti compri la carta, è tutta roba tua, fatta con i tuoi soldi e le tue cose. Altro che aspettare che un gallerista ti dia qualcosa e ti dica fai questo. Tanto poi ti lascia, ti abbandona: ti sfrutta in quel momento lì, si tiene i soldi, non te li dà, te li dà.... Voglio dire, è bellissimo lavorare in questo modo e non è nostalgia! Poi, scusa, se uno non finisce chiede poi ad altri 10 di finirgli il quadro? Non riesco a capire. Certo, gli aiutanti e gli assistenti c'erano eccome, ai tempi di Michelangelo e via di seguito, basta vedere il Giudizio Universale per capirlo. La parte sotto sotto, andate a vederla da vicino... E' dipinta malissimo e la fanno vedere poco. Chiaro che l'han fatta gli aiutanti. Lui era anche stanco poi. Lui dipingeva su cartoni che trasferiva di sopra, no? Mica poteva improvvisare là così! Va beh, comunque...

TG: La prospettiva era molto difficile, andava vista da sotto...

PG: Era lì che il disegno si curvava, la centinatura c'era già e si dilatava in anamorfosi, secondo il punto di vista, lui veniva giù e guardava... Lo dilatava quaggiù ed era giusto là sopra. In modo diamorfo e anamorfico. Per cui, c'era una parte scientifica interessante da rilevare. Tutti gli artisti del '500 usavano le ottiche per distorcere e per vedere. Proiettavano anche per vedere, non ti preoccupare... Vermeer usava la camera ottica, tutti usavano la camera ottica, solo che ammettere questa cosa era uno sminuire l'artista. Era come dire che facevano un disegnino e poi lo proiettavano. Questo è un fatto risaputo di cui si parla poco, ma era certo che si usasse la camera ottica per dipingere. Certo era un aiuto, ma dopo bisognava saper fare l'opera! E Vermeer può permettersi di fare una mostra con un'opera sola. Tutto vuoto con un'opera sola.

TG: Anche perché sembra che abbia fatto solo circa 36 opere in tutta la sua carriera.

PG: Ne ha fatte anche di più, ma lui aveva bisogno di soldi, aveva un albergo, lo sappiamo tutti insomma... Beh forse in pochi... Aveva debiti e altri problemi e pagava il fornaio con un quadro, tanto è vero che qualcuno l'ha trovato non so chi. Pensa che lavori di qualità che faceva! Anche senza volere lui faceva già allora un omaggio alla fotografia e se ci fosse stata la fotografia Vermeer l'avrebbe usata subito! Non avrebbe dipinto neanche un quadro e allora avremmo perso i suoi quadri. Tutto sommato, meglio così. Wedgwood aveva scoperto la fotografia, ma non aveva capito come fissarla e vedeva le sue immagini svanire sotto i propri occhi. Pensa, poveretto che disperazione, ma è stato lui il primo ad averla trovata! Ed io in piccolo, quando provo qualcosa che non mi riesce, mi sento un po' come lui. Sai che a volte fai anche venti cose e le devi buttare via tutte e quel giorno risulta che tu non hai fatto nulla?

TG: Distruggi parecchi dei tuoi lavori**?

PG: Li devi distruggere subito, non devono rimanere... Non sono porcherie, sono buone, ma non come volevo! E allora diventano porcherie che vanno distrutte subito, mica puoi regalarle all'amico. All'amico devi regalare la cosa più bella e la fai scegliere a lui! E così di te resta fuori la cosa più bella. Io sempre faccio così!


Paolo Gioli, Paolo Gioli quadri


Paolo Gioli




Paolo Gioli




Paolo Gioli































Paolo Gioli libricino con prefazione di Ando Gilardi
Spiracolografie  di Paolo Gioli
Per gentile concessione della Fototeca Gilardi

*Ando Gilardi "Sulla Spiracolografia del Gioli", 1979

A micro-libro, mini-prefazione che deve essere spesa per spiegare il mezzo e il modo in cui nascono queste immagini.
L'autore, Paolo Gioli, usa un normale bottone, di quelli che si chiamano «automatici» e sono due piccolissimi bernoccoli di ferro: il primo s'incastra nel secondo e cosi tengono.
Nel secondo, perché possa sfuggire l'aria quando il primo s'incastra, si trova sul culmine un forellino minuscolo. Gioli, che di fotografia se ne intende, e anche di cinema (è, in questo campo, autore-operatore d'avanguardia) sa ha un forellino è anche un obiettivo senza lente chiamato foro stenopeico: la luce quando lo attraversa è stretta e costretta a recitare il suo messaggio: l'immagine. Leonardo da Vinci il foro stenopeico, lo chiamava «spiraculo» e a me pare molto bello.
È pertanto su solide basi storiche che io battezzo, consenziente il padre, queste immagini di Gioli «spiracolografie», poi passo a dare l'opportuna citazione, come atto di nascita autorevole: «....quando per alcun piccolo spiraculo rotondo penetrano le spetie delli obiettivi alluminati in abitazione fortemente oscura: allora tu riceverai tale spetie in una carta bianca depola posta dentro a tale abitazione al quanto vicina a esso spiraculo e vedrai tutti li predetti obiettivi in essa carta colle lor proprie figure e colorimasaran minori e fieno sotto sopra per causa dela intersegazione, li quali simulacri se nasceranno di loco alluminato del sole saran proprio dipinti in essa carta la quale vuole esser sottilissima e veduta da roverscio e lo spiraculo detto sia fatto in piastra sottilissima di ferro».
Ho scritto cento volte che ho le prove di come la cultura fotografica (che niente affatto procede con la tecnica) abbia cominciato a decadere dai tempi di Leonardo in poi, fino a precipitare ai nostri giorni. Mi pare che questo squarcio lo dimostri. Parlo della cultura fotografica «di massa», non di quella che vive in alcuni creativi ai quali disperatamente mi aggrappo come a testimonianze indispensabili: Paolo Gioli è di questi. Torniamo al suo «spiraculo» e al suo frammento di ferro: perché un bottone? Potrebbe essere qualsivoglia «abitatione» forata e capace di formare «simulacri».
Però il bottone cosi come è stato la morte della fotografia come cultura, arte, gioco meraviglioso (tu Uomo schiaccerai il bottone solamente, io macchina farò il resto!...) sarà per Gioli e in Gioli la rinascita. Gioli fa proprio cosi: schiaccia con l'indice e l'anulare il bottone contro il pollice; fra il polpastrello del pollice e il bottone si trova una briciola di pellicola comune.Il medio della stessa mano tappa lo «spiraculo» sul bernoccolo, e si leva e si mette per fare da otturatore. Gioli lavora al buio con una sola lampada, o addirittura con un minuscolo flash il cui colpo di luce è sufficiente per fissare l'immagine che si forma e non ha più di tre millimetri di diametro. Ottiene naturalmente un negativo che poi ingrandisce, come quelli di questo micro-libro.
Un gioco? Ma un gioco sarà il vostro, se siete di quelli che usano la reflex più o meno automatica, più o meno a motore, più o meno con ottiche variabili, più o meno! Questo di Gioli è un gesto fotograficamente puro, etimologicamente accreditato e accreditabile con tante frange storiche, orpelli critici, riferimenti a Talbot o Herschel e citazioni dell'Eder quante non riuscirebbe ad ammucchiare per Stieglitz o Bresson Cartier la commissione culturale della Photokina. Ma forse è proprio quello che questo straordinario artista non vorrebbe ed è per non averlo desiderato che la sua Spiracolografia è andata avanti: le sue immagini si sono fatte sempre più grandi, a colori, ricche di forme, di significati, di citazioni prese dalla storia dell'arte: quella seria, quella che non ha bisogno di essere definita «della fotografia» perché lo è solo di quell'uomo che si chiama artista.

"Paolo Gioli Spiracolografie" prefazione di Ando Gilardi. Ed. Il Diaframma Canon, Milano 1978

Una visione interna del microlibro di Paolo Gioli: Spiracolografie
Per gentile concessione della Fototeca Gilardi, proprietaria del libretto raffigurato.

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Sulla questione di distruggere i lavori in cui non ci si riconosce più, Paolo Gioli in un'occasione particolare ha provocato un po' di scompiglio: vi racconterò i fatti nel dettaglio quando avrò modo di poterli verificare sentendo più fonti.







PEEPHOLE primo piano




Stanza 1 
1. Toraci (Thoraxes), 2007, Polaroid 20x24", lens photograph.
2. Vessazioni (Abuses), 2007, Polaroid 20x24" and transfers on acrylic, lens photograph.
3. Toraci (Thoraxes), 2010, Polaroid 20x24':lens photograph.
4. Primo Gruppo delle Creature (1st Group of Creatures), 1963, charcoal on paper.
5. Cristo morto (Dead Christ),l965, oil on canvas.
6. Grande nudo coricato sul lato destro (Large nude reclining on right side), 1965, oil on on   canvas.

Stanza 2
7. Schermo-schermo (Screen-screen), 1975, screen-printing canvas with manual interventions.
8. Scomponibile (Decomposable), 1970, oil on canvas, decomposable elements in charcoal and pastel, black and white photographic prints.
9. Schermo-schermo (Screen-screen), 1974, oil on canvas, black and white photographic prints.
10. Immagini disturbate da un intenso parassita (Images Disturbed by an Intense Parassite), 1970, film 16 mm black and white, sound, 24 ftg/s, 45'.
11. Schermo-schermo (Screen-screen), 1975 screen-printing canvas with manual interventions.

Stanza 3
12. Scomponibile (Decomposable), 1966, oil on canvas.
13. Utensile Scomponibile (Decomposable Utensil), 1967, charcoal on paper.
14. The Big Lens, 1968, charcoal and pastel on paper.
15. Grande sviluppo rosso (Big Red Progression), 1966, oil on canvas.
16. Grande proiezione orizzontale (Big Horizontal Projection), 1969, oil on canvas.
17. Trittico blu (Blue Triptych), 1966, oil on canvas.
18. I.:ombrello e l'angelico (The umbrella and the Angelico), 1965, oil on canvas.


PEEPHOLE piano terra

Stanza 4
19. Figure dissolute (Dissolute Figures), 1974-78, photo finish, black and white print.
20. Volti attraverso (Faces Across), 1987-2002, photo finish, black and white print.

Stanza 5
21. Autoanatomie (Self-Anatomies), 1987, Polaroid on silk, acrylic, pencil, paper.
22. Vulva, 2004, black and white print, enlargement of a contact print from a paper negative.
23. Vulva, 2004, black and white print, enlargement of a paper negative exposed by reflection.
24. Naturae, 2009, Polaroid 20x24':acrylic, lens photograph.

Stanza 6
25. Volto sorpreso al buio (Face surprised in the dark), 1995, film 16 mm black and white, silent, 18 ftg/s, 6'.
26. Sconosciuti (Unknowns), 1994, black and white print.

Stanza 7
27. Il finish delle figure (The finish of the figures), 2009, film 16 mm black and white, silent, 18 ftg/s, 9'12".

Stanza 8
28. Eakins!Marey- Euomo scomposto (Eakins/Marey- The decomposed man), 1982, Polaroid Polacolor type 59, silk, pencil paper.
29. Cameron Obscura, 1981, Polaroid Polacolor type 89, silk, pencil, paper.
30. Omaggio a Nièpce (Homage to Nièpce), 1983-89, Polaroid Polacolor type 88 and type 89, on paper.
31. Omaggio a Poitevin (Homage to Poitevin), 1983, Polaroid Polacolor type 59 on paper.


Chi è Paolo Gioli
Paolo Gioli, veneto, nasce a Sarzano (Rovigo) il 12 ottobre 1942. Nel 1960 frequenta la scuola libera del nudo presso l'Accademia di Belle Arti a Venezia dove per qualche anno si stabilisce e lavora.
Nel 1967 parte per New York, dove resterà a lavorare per un anno ottenendo anche una borsa di studio della John Cabot Fund, conosce il New American Cinema e, in pittura, la Scuola di New York. Entra in contatto con i galleristi Leo Castelli e Martha Jackson.
Costretto ad interrompere l'esperienza americana e a rientrare in Italia per problemi collegati al visto di soggiorno (siamo ai giorni della uccisione di Martin Luther King e Bob Kennedy che vide l'applicazione di norme più severe da parte dell'Immigration Office americano) Gioli, nel 1970, si stabilisce a Roma dove entra in rapporto con la Cooperativa Cinema Indipendente che orbita intorno al Filmstudio e cui fanno capo un po' tutti gli autori di cinema sperimentale italiano. E' tra Rovigo e Roma che produce i primi film che sviluppa da se stesso usando la cinecamera come un laboratorio sulla scia dei Lumière.
A Roma approfondisce anche il suo interesse per la fotografia di cui indaga specialmente le origini. Nel 76 si trasferisce a Milano dove, oltre al cinema, si dedica con continuità alla fotografia. Troverà nella Polaroid che egli chiama: "umido incunabolo della storia moderna" un sorprendente mezzo per allargare ulteriormente la sua ricerca sulla fotografia istantanea, travasandone la materia su supporti diversi dalla pellicola come la carta e la tela e apparentandola così alle arti belle. Agli inizi degli anni '80 torna nella sua terra in Polesine. Oggi vive e lavora a Lendinara.
Le sue opere sono state esposte in sedi pubbliche e private in Italia, Europa, America. Tra le principali mostre personali ricordiamo quella all'Istituto Nazionale della Grafica-Calcografia di Roma nel 1981, al Musée Nicéphore Nièpce di Châlon s/Saône e al Centro Pompidou di Parigi nel 1983, alla George Eastman House, Rochester nel 1986, più volte ai R.I.P. di Arles tra il 1982 e il 1998, al P.zzo Fortuny di Venezia e al Museo Alinari di Firenze nel 1991, al al P.zzo Esposizioni di Roma nel 1996, al Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello nel 2008. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei europei e statunitensi, in particolare ricordiamo il Centro Pompidou, l'Art Instritute of Chicago e il MoMA di New York.
Nel 2006 l'italiana Minerva-RaroVideo ha pubblicato un doppio dvd con una selezione di quattordici suoi film e una intervista a cura di Bruno Di Marino. Nello stesso anno i film di Gioli vengono presentati per la prima volta a Views From the Avant-Garde, una sezione speciale del NYFF a cui, da quella volta, è stato invitato ogni anno. L'anno seguente, Gioli è invitato al HKIFF come artist on focus. Nel 2008, una selezione di suoi film é presentata all' Ontario Cinematheque di Toronto e alla Cinémathèque Française a Parigi che gli ha dedicato una retrospettiva completa a Giugno/Luglio di quest'anno. A Giugno del 2009 il Festival di Pesaro gli ha tributato un omaggio con una rassegna completa di suoi film. Nei Quaderni del CSC è da poco uscito un volume monografico sul suo cinema edito dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia a cura di Sergio Toffetti e Annamaria Licciardello. Nel 2010 è stato invitato per la prima volta a Wavelenght, la sezione di cinema d'avanguardia del Toronto Film Festival (TIFF).

Orari della Mostra
Dal mercoledì al sabato dalle 11 alle 18 o su appuntamento. 
info@peep-hole.org 
Tel. 02/87067410

Peep-Hole: via Stilicone, 10 - 20154 Milano


Paolo Gioli Microlibro pubblicato da Ando Gilardi
Il ritratto di Ando Gilardi fatto da Paolo Gioli con una microcamera al foro stenopeico e pubblicato su Spiracolografie.
Si ringrazia la Fototeca Gilardi per la gentile concessione.