lunedì 8 maggio 2017

Calendario Pirelli: perché s'è incrinato il mito dello status-symbol di carta

Fu a Londra, in un taxi, che il Calendario venne definito "Il più grande status symbol del potere nel mondo" dal direttore di un giornale, che giustificava così l'ampio spazio che dedicava ogni anno alla pubblicazione di fotografie tratte dal Cal. Questa fantasiosa esagerazione divenne poi realtà, ma oggi è ancora così?

Dal Calendario Pirelli del 2008 firmato da Patrick Demarchelier

In questo periodo dell'anno Pirelli inizia a lasciar trapelare notizie sul fotografo che si occuperà del prossimo progetto del suo prestigioso calendario. Per il 2018, è stato scelto Tim Walker, ma le modelle che poseranno per lui non si conoscono ancora.
Quando fui invitato alla presentazione del Calendario Epson, nel 2015, iniziò a prendere forma l'idea di presentare un servizio su queste pagine per parlare della storia del Calendario Pirelli, ma mi resi immediatamente conto che sarebbe stato un lavoro titanico e forse anche un po' inutile, dato che quasi tutto era già stato scritto e sarebbe stato anche difficile, non tanto entrare in contatto con l'ufficio stampa di Pirelli, quanto avere libertà di azione su ciò che avevo intenzione di scrivere. 
Verso la fine del 2015 mi capitò un colpo di fortuna che mi ha incoraggiato a credere di poter presentare qualcosa di nuovo su questo argomento. Casualmente, un giorno andai presso un'argenteria in disuso per scattare alcune fotografie che raccontassero della fine del mondo del lavoro, come lo abbiamo conosciuto noi ragazzi della generazione della lira, ho incontrato un uomo che aveva diverse cose interessanti da raccontarmi. 
Angelo Vavassori nasce nel 1942 All'età di 14 anni va a bottega. Il suo primo lavoro lo svolge in una tipografia dove si stampavano fumetti, nel quartiere Isola: aveva il compito di andare a prendere le tavole dal disegnatore per poi portarle a fare i cliché e via di seguito. Ha cambiato diversi posti di lavoro; è stato alla Litografia Fasan, dove ha imparato il mestiere del litografo: anche qui si stampavano fumetti. Presso la ditta Moreschi ha stampato Tiramolla, si occupava solo delle copertine, il resto del giornalino veniva stampato altrove. Come dice lui stesso, nel 1963 era soltanto un "ragazzotto" e ricorda in modo non molto preciso di aver fatto l'aiutante di un tipografo che lavorava ad una macchina offset (litografiaca) piccola, 50x70 monocolore in quadricromia (forse anche più piccola 37X?), per stampare i calendari della Pirelli. La litografia alla quale era stata commissionata la stampa era la GBM di Milano, ditta che poco tempo dopo chiuse i battenti, nonostante lavorasse molto bene. Anche in quegli anni l'azienda che si occupava della stampa non era direttamente collegata alla Pirelli. La GBM si occupava di stampare anche per conto dell'Olivetti che in quel periodo produceva la Lettera 22 e aveva la necessità di allegare i dépliant informativi della macchina da scrivere a diversi tipi di prodotti confezionati. Angelo in quegli anni era molto giovane e adesso non sa dirmi se ci fosse qualche incaricato della Pirelli che si recava in litografia per effettuare un controllo qualità. Probabilmente, immagino io, un'agenzia aveva preso in appalto questo lavoro e ne gestiva la produzione. In quella ditta si stampava di tutto, dai manifesti ai libri scolastici, ai fumetti. Il direttore era anche il socio principale, si chiamava Renato Bianconi, disegnava e pubblicava, pensate un po', tantissimi fumetti. L'altro socio, il Signor Giola, era anche il direttore della IGS, la tipografia dove stampavano "La Settimana Enigmistica". Una volta staccatosi da quel settimanale, ha fondato la GBM, con sede in via Monte Nevoso. Angelo mi ha raccontato di aver stampato due edizioni del Calendario Pirelli, probabilmente quella del 1963 e quella del 1964. Ricorda d'aver lavorato su una macchina Parva Roland Quando utilizzava macchine grosse, stampava in formato di un metro per centoquaranta centimetri, ma la stampa del calendario non richiedeva queste macchine. 
Al foglio grande del calendario veniva attaccato il blocchetto con la fotografia della modella. Si eseguivano prove cianografiche su pellicole, ma adesso questa tecnica non viene più utilizzata. C'era a disposizione una scala di colori che comprendeva il giallo, il blu, il rosso, il nero e così si ricavavano gli altri colori. Era indispensabile allineare i retini con i "crocini negli angoli" e con il lentino si controllava ad occhio che il colore cadesse esattamente sull'altro colore, altrimenti si aveva un'immagine sdoppiata o annebbiata. Con la squadra ed il registro, si montavano le lastre, si utilizzava della carta normale di prova, poi si controllava anche in questo modo l'allineamento e una volta che anche questo era perfetto si procedeva con la stampa vera e propria. I calendari venivano stampati su carta patinata e dovevano risultare perfetti. Secondo Angelo Vavassori che ha lavorato per circa 18 anni in questo settore, sono state stampate circa 5'000 copie del Calendario, in quei primi anni. Poteva capitare che si facessero delle ristampe all'inizio dell'anno nuovo. La qualità della stampa si otteneva grazie alle macchine più sofisticate che erano destinate ai prodotti migliori. In GBM, aggiunge Angelo, si stampavano anche riviste di arredamento.



Angelo Vavassori, 75 anni, ex-litografo e tipografo.

Le tecnologie di stampa e di ripresa sono molto cambiate, così come le abitudini degli uomini del nuovo millennio. Oggi si fa tutto molto di fretta, in nome della massima resa con la minima spesa; l'automazione e la digitalizzazione hanno fatto irruzione nella vita di tutti. 
Il nostro paese, assurdamente, anziché proseguire una tradizione di qualità e di artigianato s'è messo in concorrenza con i paesi in via di sviluppo che producono a costi irrisori, negando diritti fondamentali che sono stati ottenuti con decenni di lotte da parte dei nostri lavoratori. La globalizzazione ha livellato tutto, o quasi, ma il lavoro rimane una ricchezza. Paesi un tempo ricchi si sono trovati ad affrontare la crisi, lasciando spesso che le proprie industrie/aziende di eccellenza andassero in mano anche ad acquirenti stranieri, o poco legati alla tradizione, perdendo così la propria autenticità. Chi è rimasto a guardare lavorare gli altri o chi ha fatto scelte strategiche, politiche, sociali ed economiche sbagliate adesso si trova in difficoltà. Non è un caso se anche certi status-symbol hanno perso il loro prestigio o hanno subito forti ridimensionamenti del proprio mercato e d'immagine.
Per quello che riguarda il mondo della fotografia, le fotocamere digitali hanno sostituito perfino i banchi ottici di grande formato, permettendo a chiunque di ottenere ottimi risultati, con la semplice accortezza di moltiplicare il numero degli scatti. Questa operazione che permette di trovare, magari anche in maniera casuale, la giusta espressione del soggetto inquadrato o il momento magico. In effetti, negli ultimi 15-20 anni abbiamo assistito ad un'esplosione di interesse per la fotografia, tutti fotografano tutto e vogliono mostrarlo a tutti. Nonostante questo, la fotografia professionale non sorride più; per un'operazione di comunicazione, Pirelli si rivolge ancora ai grandi nomi della fotografia internazionale e cerca in qualche modo di stupire per far parlare del proprio Calendario che di conseguenza veicola il suo marchio. Eppure, tutto è talmente cambiato e banalizzato che per essere sicuri di avere per le mani qualcosa di prezioso si preferisce ricercare un oggetto, una fotografia o un calendario d'epoca, capace di trasmettere l'alone di un carisma ormai appannato di un prodotto che si proponeva come esclusivo.
Per approfondire meglio questo discorso ho parlato con Gioacchino del Balzo che ha gentilmente accettato di raccontarmi cosa accadeva nel periodo di maggior diffusione di un mito che ha influenzato il mondo della moda, della pubblicità, della comunicazione, del costume e, ovviamente, della fotografia. TG

Intervista esclusiva a Gioacchino del Balzo

Tony Graffio: Buongiorno Gioacchino, l'ho contattata perché ho saputo che lei è stato responsabile del Calendario Pirelli per un lungo periodo di tempo, in qualità di Executive Producer.

Gioacchino del Balzo: Buongiorno. Sì, è vero, ho seguito quel progetto per quasi 18 anni, fino al 2012. Poi basta, anche perché il mondo è un po' cambiato.

TG: Sicuramente, lei avrà tantissime cose interessanti da raccontarmi su questo progetto così prestigioso. Sono arrivato fino a lei perché sono appassionato di tecniche di stampa e sono riuscito a trovare il primo tipografo che ha stampato il Calendario nel 1963 ed anche l'ultimo.


La prima fotografia del Primo Calendario Pirelli del 1963 riprendeva una ragazza cinese in bicicletta a Hong Kong perché in quel paese Pirelli vendeva molti pneumatici e camere d'aria per biciclette.

GdB: Interessante, la maggior parte dei tipografi che ho utilizzato io erano in Inghilterra.

TG: Sì, l'ho saputo, io ho conosciuto quelli in Italia.

GdB: Avevo due tipografie di riferimento in Inghilterra e poi avevo un coordinatore di stampa molto bravo.

TG: Ho incontrato qui a Milano uno dei tipografi della prima edizione del Calendario del 1963. Quanto ho sentito dire da queste persone mi ha fatto nascere un po' di curiosità che spero lei possa soddisfare. Per prima cosa, vorrei capire come mai quella edizione non viene citata come la prima.

GdB: Il Calendario Pirelli del 1963 è stato fatto come prova/test e non fu pienamente approvato. Non fu mai distribuito, fu fatto circolare pochissimo e nel catalogo è considerato come una forma di inedito. L'idea, che nacque all'interno dell'ufficio marketing inglese, era quella di rappresentare le donne di vari paesi insieme al prodotto da vendere. Allora le autonomie del marchio erano molto forti, anche a livello locale. Il Calendario è sempre stato ideato, concepito e stampato, a prescindere che io mi occupassi del progetto, ed è sempre stato l'espressione di una realtà inglese, in un ambiente inglese che era molto più favorevole a questa iniziativa, per mille motivi. In Italia, non era mai facile creare dei progetti di questo genere. Mi creda.

TG: Immagino...

GdB: Io ho lasciato questo ambiente dopo tanti anni, anche perché durante l'ultimo anno si era un po' italianizzato... Ad ogni modo, il primo calendario fa un po' storia a sé stante; è considerato fuori catalogo, sia da Mondadori che dall'editore tedesco Taschen.

TG: E' una rarità di grande valore?

GdB: Credo che in Inghilterra ce ne sia uno in archivio, ma che libero, non si trovi proprio. Noi l'abbiamo mostrato in varie pubblicazioni per spiegarne la storia, non per un fatto collezionistico. Le edizioni più preziose, ovviamente sono le prime, mentre il valore delle edizioni degli ultimi anni è abbastanza insignificante.

TG: Capisco, io non sono un collezionista, ma mi interesso a tante cose. Da un punto di vista della stampa, mi è stato detto che i primi calendari sono stati fatti molto bene.

GdB: Sicuramente.

TG: Perché c'è stata un'interruzione della stampa tra il 1974 ed il 1981?

GdB: Il Calendario, in Inghilterra e nei paesi anglosassoni era arrivato all'apice del successo, poi è stato bloccato per motivi pratici. Nel 1971, la Pirelli si era fusa con la Dunlop e la complessità del "Merge" delle due Società non facilitava progetti di marketing e negli anni seguenti sopravvenne un'importante crisi petrolifera ed economica che indusse Pirelli ad una pausa di riflessione di un prodotto di comunicazione, considerato forse effimero per il contesto dell'epoca. Nelle immagini del Calendario del 1982 si decise di mostrare il pneumatico, almeno come richiamo più o meno evidente nelle fotografie, cosa che prima non si era mai concepito. Si sceglievano le modelle e si viaggiava verso luoghi esotici dove le fotografie venivano scattate in totale libertà, in modo spontaneo. Da questo modo di agire si sono ottenuti degli scatti di una grande sensualità che sono diventati mitici. Tra il 1983 ed il 1992 è stato scelto invece di far vedere un segno del prodotto. L'idea non era sbagliata e alcuni grandi fotografi come Norman Parkinson, nel 1985 e Arthur Elgort, nel 1990 seppero proporre questo elemento in maniera abbastanza velata; ma nel 1988 questo proposito era un po' troppo presente e ricreava un'ambientazione un po' forzata, imponendo un tema che obbligava il fotografo a rinunciare ad una parte della propria creatività. Credo che già in quel momento il Calendario stava perdendo quell'alone di magia e di esclusività lo avevano contraddistinto in passato. Fu in quel momento che decidemmo, in accordo con la Direzione Pirelli, che bisognava tornare alle origini e le origini erano la libertà e la sensualità.


Calendario Pirelli 1988 Donna-Battistrada.

TG: Secondo lei qual'è stata l'edizione più riuscita?

GdB: Esistono delle bellissime edizioni con le fotografie di Avedon e di Herb Ritts. Il primo Calendario di Herb Ritts, per me, fu forse l'inizio di un'era di entusiasmo e grande creatività emotiva. Splendide modelle, molto belle e spontanee e un fotografo che era perfettamente in grado di trasmettere la grande sensualità femminile. Aveva fatto suo il concetto di Robert Freeman: "Andiamo in un posto meraviglioso ed inventiamoci di fare delle foto." Non c'erano schemi. Tornavano dal viaggio e noi sceglievamo le 12 o 13 immagini migliori. Bastava questo per fare un prodotto eccezionale. Poi, sono andato da Avedon chiedendogli di non porsi limiti. La novità che penso d'aver introdotto è quella che un calendario non doveva essere legato ai mesi. Un mese poteva avere anche tre o quattro soluzioni. Oppure introducevamo dei trimestri... Tutti iniziarono a inventare altre soluzioni, perché era un peccato scartare le fotografie ben riuscite. Avedon presentò addirittura 24 immagini, concordammo sia una versione della donna naturale e sia vestita. Tutte le fotografie erano una scelta, al 90% del fotografo. Poi l'ultima parola, se eliminarne una in più o una in meno spettava a noi, per conto della Pirelli. All'epoca c'era una totale libertà sia per l'artista che per l'art director e si accettavano queste scelte. La fotografia è in gran parte soggettiva, ma ci sono anche dei fattori oggettivi. Le fotografie erano scattate da grandi fotografi che prima producevano le Polaroid in grande formato, valutavano la situazione e l'ambience per ottenere poi quello che volevano. Con la digitalizzazione è tutto cambiato si scattano fotografie a non finire per poi tirar fuori quello che in un numero infinito di scatti... finisce con l'apparire il migliore!

TG: Mi hanno detto che è tutto super-ritoccato.

GdB: Con la digitalizzazione è tutto diverso. Se lei scatta 10'000 fotografie, vuole che non escano una ventina di belle immagini? (Risata)


Calendario Pirelli - Scarti del 1965

TG: Sono anche tutte elaborate in Photoshop. Vero?

GdB: Ma certo sono tutte ritoccate, il mezzo digitale permette di farlo e lo si fa sempre.

TG: Ho visto una pubblicazione francese che riportava anche alcune immagini scartate piuttosto provocanti. Esisteva una censura interna che tendeva ad escludere gli scatti più audaci? 

GdB: La preoccupazione di non spingersi troppo oltre c'è sempre stata, cercavamo di giocare sulle sfumature di certe atmosfere. Diciamo che qualche volta certe scelte hanno fatto un po' discutere, come gli scatti di Terry Richardson, ne ha parlato la televisione francese.


Calendario Pirelli 2010 - Fotografo Terry Richardson.

TG: Che budget avevate a disposizione?

GdB: I budget sono stati dichiarati. Le modelle non guadagnavano molto, mentre i fotografi erano pagati, ai miei tempi, dai 100'000 alle 500'000 dollari. Le modelle erano pagate intorno ai 10'000 dollari.

TG: Il budget generale per l'intera operazione a quanto ammontava?

GdB: Era intorno ai due milioni di dollari. Non era enorme ed il ritorno sa quant'era? 60 volte tanto.

TG: Caspita!

GdB: Eh sì, perché se lei conta tutte le pagine di pubblicità, i minuti di televisione, la radio e tutto il resto, si sarebbe speso una cifra molto, molto superiore. Il telegiornale ne parlava per almeno un quarto d'ora. In Italia perfino Porta a Porta ne parlava!

TG: In che anno?

GdB: Nel 2003-2004.

TG: Adesso il Calendario fa molto meno notizia, perché?

GdB: Sono intervenuti degli interessi collegati al mercato italiano che secondo me hanno fatto perdere al Calendario lo smalto e la spontaneità che aveva un tempo. Le grandi annate del Calendario erano quelle che lasciavano piena libertà al fotografo di esprimere la sua creatività. Nel momento in cui io devo accettare la scelta di un fotografo che mi viene imposto, automaticamente mi trovo di fronte ad una scelta non creativa...

TG: I fotografi normalmente, li sceglieva lei?

GdB: Al 99% li sceglievo io, conoscevo tutti, avevo le competenze tecniche. Il Calendario è stato fatto al 100% in Inghilterra fino al 2010, probabilmente la stampa è stata poi portata in Italia per avere un maggior controllo sul prodotto finale. Il mondo è cambiato e si era iniziato a sentir parlare di ufficio acquisti che intervenisse. Quando s'è incominciato a discutere, per fare delle gare per trovare un tipografo, automaticamente si è perduto in creatività. Non discuto che bisogna stare nei prezzi di mercato, ma c'è modo e modo di fare certe scelte. Una volta c'erano degli stampatori inglesi molto competenti e professionali. Inoltre, questo garantiva anche un piano logistico e di segretezza particolare. Questo mondo è cambiato tra il 2009 ed il 2010.

TG: Si sta più attenti ai costi e meno alla creatività?

GdB: Credo sia ormai una tendenza aziendale in tutti i settori. Non è che prima costasse di più, ma l'attenzione ai costi in modo spasmodico si riflette inevitabilmente sulla creatività.

TG: Nei primi anni '90 si stampavano 40'000 copie all'anno del calendario più famoso del mondo, in seguito la metà, e adesso?

GdB: Ne stampavamo 40'000 copie per diffonderlo in tutto il mondo, adesso la cosa è molto complessa, diciamo che è anche uno strumento di marketing. Quando fui incaricato di produrlo in Inghilterra bisognava farlo conoscere al mondo; l'abbiamo introdotto in Cina, in Unione Sovietica in Sud America e nel mondo intero. Abbiamo organizzato lanci ed eventi del Calendario a Rio, a New York, a Parigi, a Londra, a Berlino, a Napoli, per cercare di renderlo più conosciuto. Era una realtà anglo-inglese e anche italiana, poi piano piano s'è diffusa nel mondo. Negli ultimi anni la tiratura s'è ridotta a 15'000 copie.

TG: Ho sentito dire addirittura 12'000. Perché?

GdB: Probabile. Agli inizi del 2000 c'era più diffusione perché ogni paese dove operava Pirelli richiedeva un certo numero di calendari che venivano diffusi, diciamo, tra i vip. Il numero di diffusione era anche il criterio per il pagamento del Calendario.

TG: All'inizio i calendari erano distribuiti soprattutto ai venditori?

GdB: No, erano dati ai garage. Dobbiamo dividere tutto in quattro decadi. Negli anni '60/'70 veniva dato ai vip inglesi e a un certo numero di garage importanti inglesi. Negli anni '80 in Inghilterra e nei paesi anglosassoni, sempre ai vip e qualcuno arrivava in Italia. Negli anni '90, quando me ne sono occupato, è stato diffuso in tutto il mondo, ovviamente, tramite la direzione commerciale locale. Ultimamente, se ne parla molto meno, perché? Nel momento che si rende il Calendario visibile a tutti,  lo si rende molto meno interessante e più accessibile. Prima, per vedere una fotografia ci voleva un miracolo. Distribuivamo 3 o 4 fotografie in tutto il mondo. Alcuni potevano fare le fotografie del Calendario, se l'avevano, ma se lo mettevano su internet senza autorizzazione li perseguivamo legalmente, perché volevamo che questo fosse un oggetto che si desiderasse molto e si vedesse poco.

TG: Se ne parlava molto e si vedeva poco... adesso è il contrario.

GdB: Esatto, adesso le cose sono cambiate. Io non ho più rapporti con Pirelli, ma è chiaro che il progetto presenta delle caratteristiche meno esclusive! Oggi, forse, è diventato più difficile parlarne, occorre comunicare e ripetere continuamente. Le notizie spariscono velocemente!
Per questo, sono convinto che il far vedere poco crea curiosità, aspettativa e aspirazione.

TG: La gente ha poca memoria, con internet si parla di qualcosa per un giorno, ma il giorno dopo tutti già pensano ad altro.

GdB: Siamo d'accordo, le cose sono un po' cambiate. Un po' se ne può parlare, ma noi prima giocavamo anche sui piccoli misteri: si davano un po' di notizie prima dell'estate e poi, in seconda battuta, quando si lanciava il servizio. Erano due piccoli teaser.

TG: Adesso girano parecchi video anche del making of. Che cosa ne pensa?

GdB: Sì, su Youtube.

TG: Perché?

GdB: Sono state date, negli ultimi tempi, delle parti del girato. Il video originale completo dura 20-25 minuti. Penso che sia sbagliato fare un'operazione di questo tipo. Creare una diffusione commerciale del Calendario fa perdere l'aspirazione ad avere un prodotto esclusivo. Se io vedo continuamente una determinata cosa, non ho più il desiderio d'averla. Questa è una regola elementare.

TG: Manca l'attesa che fa parte del desiderio.

GdB: Esatto! Ricordo che quando portammo Sofia Loren negli Stati Uniti, in California, annunciammo il suo arrivo e tutti i telegiornali americani ne parlarono fin dalle 8 di mattina. Avevamo dato una copertina di un back stage di Sofia Loren e tutto il mondo ne parlò.

TG: E' difficile dosare equilibratamente qualcosa da mostrare con qualcosa da nascondere.

GdB: E' difficile, siamo d'accordo, però io e chi si occupava della direzione centrale, un caro amico, ottenevamo il giusto risultato. Il Calendario è stato un prodotto mitico che col tempo ha perso il suo smalto perché è stato mostrato troppo. Una volta, di un calendario costituito da 20 fotografie, la metà non si riuscivano a vederle, neanche su Internet. Quelle che noi mettevamo sul nostro sito non si potevano copiare, c'erano vari sistemi per limitare questa diffusione di immagini. Chiunque riceveva una nostra foto era un privilegiato, noi distribuivamo un numero limitatissimo di fotografie in modo che tutti ambissero ad averne. Poi, c'era chi contrabbandava la foto perché la scopiazzava dal Calendario, cosa che ci faceva gioco. A noi andava bene se qualcuno riproduceva la foto della foto, perché così se ne parlava in modo clandestino, non in modo ufficiale, capito? Chi copiava la fotografia era qualcuno che non era legato al sito ufficiale; non si trattava del Corriere della Sera o del Times di Londra... Ciò voleva dire che se ne parlava, c'era un po' di chiasso e poi la cosa cadeva lì. Si creava un'aspettativa.

TG: Tornando alla stampa, che specifiche erano richieste e che tecniche erano usate?

GdB: Era soprattutto il fotografo ad approvare la qualità andando a vedere le prime prove di stampa, per capire se i colori erano giusti e se determinate qualità andavano bene. Una volta, il fotografo andava in tipografia anche per un mese intero prima di riuscire a sistemare i colori della stampa; era un lavoro molto più complicato anche da quel punto di vista. Questa era la normalità fino al 2007-2008, non stiamo parlando di epoche preistoriche. L'infografica digitale ha poi semplificato molto il lavoro.

TG: Perché chi lavora con Pirelli, parlo della tipografia, non può nemmeno risultare pubblicamente come un partner importante nella realizzazione di un prodotto così prestigioso? In questa società in provincia di Bergamo, dove adesso gestiscono il print management della comunicazione su carta stampata, per conto di grossi brand internazionali, avvalendosi di fornitori esterni, sarebbero felici di raccontarmi tutto, ma non possono. Pirelli alla fine non paga nemmeno tantissimo ed in più chi offre i suoi servizi deve rinunciare parzialmente ad un loro ritorno d'immagine, anche se poi dopo c'è un'indicazione dei nomi nei credits finali. Le sembra giusto?

GdB: Per contratto adesso non possono parlare, ma sul Calendario, una volta, c'era impresso il nome della tipografia e da questa informazione la ditta che si occupava della stampa tipografica ne ricavava una grande pubblicità che ci permetteva di ottenere ottimi prezzi per le lavorazioni che richiedevamo loro. Credo che il Management attuale abbia optato per nuove regole.

TG: So che il primo tipografo ad occuparsene era qua a Milano, si chiamava GBM; mentre adesso stampano dalle parti di Treviso, da Grafiche Antigua. In Inghilterra chi si occupava di questa lavorazione?

GdB: Una tipografia che adesso ha chiuso, Pure Print, il suo coordinatore di stampa era Mike Welles.

TG: Come le sembrano i calendari degli ultimi due anni?

GdB: Un po' diversi da quelli che si facevano un tempo; credo che rispecchino in modo abbastanza chiaro i grandi cambiamenti che si sono verificati alla Pirelli. Non c'è più la fantasia di un tempo. Il nudo o il seminudo devono essere visti in funzione di un messaggio che possa far parlare di un tema abbastanza preciso. Annie Leibovitz è una perfetta fotografa di poster per il Vanity Fair americano; è una donna molto anticonformista; fa delle cose stupende, ma secondo me ha una visione della vita priva di fantasia. Peter Lindbergh trovo che abbia lavorato molto meglio, un po' come il Patrick Demarchelier degli anni migliori: questi sono fotografi capaci di realizzare immagini meravigliose, ma anche di far passare un messaggio culturale, capisce?

TG: Esiste qualche altro calendario che lei ritiene sia fatto bene o che varrebbe la pena di collezionare, in previsione di una sua rivalutazione futura?

GdB: No, non credo ci possa mai essere nulla che si avvicini a quanto abbiamo fatto noi con Pirelli negli anni '90 e 2000. Gli inglesi hanno sempre avuto molta fantasia riguardo a questi calendari, chiamiamoli così, da "garage", ce ne erano anche altri divertenti perché fantasiosi. Lavazza ha fatto qualcosa di buono ed anche Campari, però non si sono affidati ai fotografi giusti. C'è da dire che l'oggetto calendario, un po' come molti prodotti dell'editoria cartacea, ha un po' perso il suo fascino. Capisco che il Calendario Cult è finito, perciò nel mondo della digitalizzazione bisognava inventare qualcosa che desse sempre un messaggio cartaceo, ma capace di far parlare di sé. Io ho visto questa trasformazione perché l'ho vissuta con un fotografo come Patrick Demarchelier che un giorno mi ha detto: "Sai cosa ti dico? Adesso mi metto anch'io a fare le foto in digitale!". Quando lui era già famosissimo per essere molto veloce nello scatto, si figuri! Chiaro che il digitale ha reso tutto più facile. Per fare un buono scatto, invece che metterci un giorno, ci mettevamo 10 minuti. Uno che è già veloce con la pellicola, in digitale è velocissimo. Così faceva un po' di scatti in digitale ed un po' in pellicola; in questo modo la vita era più semplice ed i servizi invece che 7 giorni duravano 5, era cambiata la logica del lavoro.

TG: Dottor del Balzo, è vero che voleva portare Demarchelier e una mezza dozzina di modelle seminude al Polo Nord in mezzo agli orsi bianchi?

GdB: Sì, c'era l'idea di fare qualcosa del genere per dare un significato più importante al servizio fotografico che avrebbe potuto diventare così un grido di speranza per una situazione molto preoccupante, ma non ho avuto la possibilità di portare a compimento questo progetto.

TG: Dottor del Balzo, riuscirebbe a procurarmi un calendario del 2018?

GdB: Non c'è problema. Se me l'avesse chiesto 10 anni fa sarebbe stato diverso. Un tempo avevo 50 persone che facevano follie per averne uno. C'era gente che mi ossessionava per un mese intero per averlo. Sa l'anno scorso in quanti me l'hanno chiesto? Uno solo! Adesso non li richiedo più neanch'io, ma se vuole per lei posso fare un'eccezione.

TG: Grazie mille Dottor del Balzo, mi fa sentire un semi-vip, in questo modo.

GdB: Un tempo il Calendario era uno status-symbol e c'era chi lo teneva appositamente sulla scrivania, magari chiuso pure, per far vedere a tutti che ce lo aveva. Questo era il gioco. Il Calendario di Richard Avedon che era un po' grande, lo tenevano sul tavolo. Adesso non è più così.


Gioachino del Balzo Executive Producer Pirelli
Anno 1994, Naomi Campbell è presente nelle fotografie di Richard Avedon scattate per il Calendario Pirelli 1995 nei mesi di Luglio, Agosto e Settembre. Gioacchino del Balzo in questa fotografia personale che ha cortesemente concesso a Frammenti di Cultura è alle spalle della modella britannica. Sulla destra Derek Forsyth.

Nota di TG sul Calendario Pirelli 2017
A riprova che il discorso fatto da Giocchino del Balzo è corretto, vorrei far osservare a tutti il calendario Pirelli 2017 firmato da Peter Lindbergh dove non appare più il logo della Pirelli!
Vedasi la copia fotografata da TG presso il Fotostudio Gianni di Bergamo.

La pagina di settembre del calendario Pirelli 2017


A chi volesse approfondire il discorso sul Calendario Pirelli e vedere le immagini della collezione completa, consiglio di consultare il sito di mistergiuseppe, alias Giuseppe Balzarotti che ringrazio pubblicamente per la consulenza fornitami in qualità di collezionista ed appassionato.

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giovedì 4 maggio 2017

Le Cinegrafie di Roberto Caielli, stampatore di Giorgio Lotti

Roberto Caielli è un fotografo che ha un laboratorio di stampa fine art a Varese, in via Carrobbio numero 11, e come stampatore lavora per altri fotografi della zona, compreso Giorgio Lotti.
Caielli utilizza stampanti Canon di grandi formato della serie 8400, plotter a pigmenti a 12 colori, macchine particolari che riescono a stampare formati con il lato più corto di cm 110. Il suo studio è sito in un luogo molto particolare, un refettorio del 1400 tutto affrescato, dove il fotografo effettua riprese di matrimonio. 
Laureato in lettere classiche, da una decina d'anni s'è affacciato con ottimi risultati al mondo della fotografia, trasformando una passione in una professione. Antonio Manta è stato il suo maestro per quello che riguarda la stampa di qualità. Roberto ha frequentato il laboratorio di Pian di Scò, in provincia di Arezzo, quando ancora era nel garage dell'abitazione di Manta. La BAM (Bottega Antonio Manta)  si è poi trasferita a Montevarchi, in un ambiente più indicato all'esercizio di questa attività. 
Ricordo che Manta è uno stampatore indipendente che lavora sia con Epson che con Canon.
Anche Roberto Caielli conferma che attualmente c'è un ritorno di interesse verso la fotografia chimica ed un conseguente aumento delle richieste di scansioni delle pellicole e di lavorazioni da fare su questo tipo di supporto; anche se poi, generalmente, vengono stampate da file digitale con macchine a getto d'inchiostro.
Caielli dice d'avere un metodo segreto per effettuare scansioni di grande qualità, perciò evita di parlare di come acquista digitalmente le immagini su negativi. A questo proposito, però vorrei dire che ci possono essere grosso modo solo due strade da seguire per ottenere scansioni da negativo: utilizzare uno scanner (di vario tipo), oppure utilizzare una fotocamera, che per certi versi potrebbe rivelarsi una scelta migliore, poiché con la macrofotografia si riesce a mettere a fuoco con precisione la grana della pellicola ed ottenere un file Raw, cosa che non sempre si riesce a fare con i normali scanner (esclusi Imacon e Hasselblad). A questo punto, mi viene da pensare che Roberto Caielli segua questa strada. C'è anche la possibilità di produrre internegativi di grande formato da ripulire e rielaborare in Photoshop, ma una lavorazione del genere avrebbe senso per altri tipi di stampa, come quella a contatto, non certo per una stampa digitale.
Nello stand che poi mi è stato indicato dallo stesso stampatore, sempre alla MIA 2017, ho visionato stampe digitali ottenute da Caielli con il suo "metodo segreto" e devo dire che il risultato al quale è pervenuto è molto valido, ma non migliore di altri stampatori che scansionano in modo altrettanto accurato il negativo, forse anche con metodi diversi.
Lo stampatore fine art generalmente non è solo un fornitore di servizi, ma un confidente esperto al quale chiedere consigli che sappia indirizzare il fotografo verso scelte ragionate e consapevoli. La post-produzione e la stampa vengono fatte insieme, cosa che facilmente favorisce un rapporto d'amicizia che induce poi il cliente a tornare presso il laboratorio di fiducia. Non è solo una questione di costi, ma di riuscire ad improntare un dialogo e di costruire un rapporto che porti a capirsi e a raggiungere i risultati che ci si era proposti d'ottenere.
Parlando invece del progetto fotografico esposto presso lo stand di Roberto Caielli, dove esponevano anche Carlo Milani e Luca Giaretta, posso dire che è stata fatta un'operazione piuttosto concettuale; originale e di un certo interesse. Fotografare un intero film con un solo scatto fotografico è qualcosa che è stato già fatto dal giapponese Hiroshi Sugimoto. L'esposizione dura il tempo di proiezione del film, la luce riflessa dallo schermo illumina anche l'interno della sala teatrale cinematografica e si ottiene una fotografia dell'interno del cinema vuoto, con lo schermo bianco. Sugimoto aveva poi fatto stampare preziose photogravures che componevano un libro d'arte intitolato "Theaters".
La tecnica di Caielli è differente, lui però è più interessato al film che al teatro e nel suo caso lo schermo riporta un'immagine mossa delle scene preponderanti sulla pellicola cinematografica. Anche in questo caso, c'è il top-secret sui metodi che hanno portato al risultato, ma non è difficile immaginare che l'esposizione debba essere fatta sullo schermo, probabilmente utilizzando dei filtri ND sull'obiettivo da fripresa. Unica cosa che mi dice Roberto è che gli scatti sono stati tre e che da lì sono state ottenute tre stampe, perché Shining, il film proiettato è stato diviso in tre parti da 40 minuti l'una.
Non si tratta di esposizioni multiple, ma di uniche aperture dell'otturatore.
Con questo suo metodo si esalta l'inconscio filmico che porta ad una sintesi significativa del film stesso, cosa che fa emergere dettagli importanti della narrazione. Da appassionato di cinema ci dice che il film, come un normale paesaggio, è fotografabile nella sua completezza, solo che il film ha come una dimensione in più che è la sua durata temporale, elemento dal quale non si può prescindere. 
Questo progetto fotografico ci insegna che ogni cosa, oltre alle dimensioni spaziali, ha una diversa collocazione temporale che è molto importante. TG

Roberto Caielli, come altri fotografi, si propone anche come stampatore. A Varese.

mercoledì 3 maggio 2017

Stati generali della Fotografia. Conservazione degli archivi e valorizzazione degli operatori culturali: parla Giorgio Lotti

"Smettete di regalare le fotografie o non verrete mai chiamati a lavorare in nessun giornale." GL

Giorgio Lotti mi ha raccontato molte cose che possono essere d'aiuto a comprendere come si muove un reporter di livello internazionale, come capire che cosa interessa al pubblico e come si possono avvicinare certi personaggi alla ribalta della cronaca mondiale.
Inevitabilmente, un autore che ha documentato molti eventi che hanno segnato la storia del XX secolo, capi di stato, artisti, poeti, saggi e uomini di cultura; arrivato ad un certo punto del proprio percorso umano e professionale, si pone il problema di come salvaguardare il proprio patrimonio iconografico e se valga la pena di donare l'archivio costituito da negativi e altre forme di registrazione delle immagini, alle istituzioni, cercare di ricavarne ancora qualcosa a livello editoriale e commerciale, oppure cercare altre soluzioni.
In questa chiacchierata, Giorgio Lotti ci esprime il suo tormento e ci fa riflettere su cosa voglia dire disporre eticamente di materiale che al di fuori dei confini nazionali fa gola a molti e se davvero si deve amare questo paese.
Il Ministro alla Cultura Dario Franceschini, per la giornata del 5 maggio 2017, a Reggio Emilia, ha organizzato un'importante assemblea per discutere su come rivalutare il patrimonio fotografico italiano, diffondere e sviluppare un settore in forte sofferenza che merita sicuramente maggiore considerazione, investimenti pubblici e, soprattutto, più considerazione.
Dai prossimi giorni potremo vedere se l'Italia riuscirà effettivamente a utilizzare la propria storia, la cultura degli uomini e del territorio, oltre che le risorse di chi ha operato e opera da anni con serietà in questo settore, come un tesoro da far valere a livello mondiale, oppure se, come al solito, si tratterà di occasioni sprecate e di dar fiato a voci autorevoli che all'atto pratico desiderano soltanto accattivarsi qualche simpatia, senza però far nulla di concreto.
Intanto, con Lotti, cerchiamo di mettere a fuoco il problema.

In qualche modo, avevo già accennato che avrei affrontato questo argomento durante una piacevole conversazione con l'ex reporter di Epoca e Panorama pubblicata da Frammenti di Cultura lo scorso 3 marzo. Recentemente, ho voluto riaffrontare con Giorgio Lotti un problema che a lui, come a tutti i fotografi con una importante carriera alle spalle, sta molto a cuore e credo che questo sia il momento giusto per parlarne e per richiamare un po' d'attenzione su alcuni punti fondamentali, parlando senza nascondere nulla di quello che potrebbe accadere se il nostro Governo e le Istituzioni italiane avessero intenzione di continuare ad ignorare l'importanza dei documenti fotografici che sono stati raccolti e salvati, in tanti anni di dedicati al proprio ruolo di testimone di ciò che accade sul campo con la fotocamera e la cinepresa. 
E' decisamente giunta l'ora che si consideri la fotografia e le arti ad essa correlate alla stessa stregua delle arti tradizionali. TG

Tony Graffio: Come si procede per avvicinare qualcuno che è lo specchio dei tempi, un'icona vivente del mondo in cui viviamo?

Giorgio Lotti: Dipende da che cosa vuoi raccontare. Molti, oggi, per farsi un nome pensano che bisogna fotografare cose incredibili: gente accoltellata, sangue che esce dalla testa e cose di questo tipo.

TG: Come sta la fotografia italiana? Trovi che abbia senso parlare di: "Stati Generali della Fotografia"?

GL: L'anno scorso, sono stato al Premio Chiara, perché mi avevano invitato insieme a due insegnanti, critici di fotografia ed ho sentito parlare benissimo della fotografia internazionale, ma quella italiana non è stata nemmeno menzionata. Noi fotografi italiani siamo più conosciuti all'estero che in Italia. Chi vuole davvero studiare la fotografia deve muovere il culo ed andare a vedere nei vari studi che cosa c'è. Tu non hai idea! Se vai a guardare nell'archivio di Franco Fontana, nel campo del colore, trovi delle cose incredibili! Da Berengo troverai altrettante cose fantastiche.

TG: Va bene, però di Berengo s'è parlato a non finire. Si sa praticamente tutto di lui. Io non lo intervisto nemmeno, perché non saprei nemmeno che cosa si potrebbe aggiungere a quello che è già stato scritto su di lui. Ormai, ha detto tutto!

GL: Lo so, va bene: il problema è anche che ha pubblicato circa 220 libri, io ne ho fatti 30... Lui è un fotografo che ha lasciato un segno gigantesco nella storia del nostro paese. Io però non ho mai sentito questi professori di storia della fotografia parlare di Berengo o di Fontana, di Jodice e di tanti altri.


Giorgio Lotti, MIA photo Fair
Giorgio Lotti brinda agli Stati Generali della Fotografia e si augura l'istituzione di un museo che raggruppi i principali archivi fotografici italiani.

TG: Guarda che i giovani fotografi lamentano proprio il contrario... Dicono che si parla troppo di voi e non c'è spazio per loro.

GL: Ma dove? Ma Quando?

TG: (Risata)

GL: Abbi pazienza! Ci sono 10 archivi importanti che rischiamo di perdere, perché potrebbero essere venduti in America o in Francia; vogliamo davvero farceli portar via? Sai a me quanto mi hanno offerto?

TG: Sì, lo so, perché me lo hai detto l'altra volta che ci siamo incontrati. Ti hanno offerto 4 milioni di dollari direttamente su un conto di una banca svizzera. Lo dico io, così tu non hai problemi. Mi assumo la responsabilità di questa affermazione.

GL: Bisogna voler bene a questo paese per non vendere il proprio materiale così. Però, in Italia, non c'è nessuno che si occupi di questo problema. Ho 80 anni! Franco Fontana ne ha 83, Mimmo Jodice ne ha anche lui più di 80. Allora, che cosa ne vogliamo fare di questi archivi? Si tratta di 50 anni di storia di questo paese e non solo...

TG: Probabilmente, fintanto che ci sono degli eredi qualcuno se ne occuperà; ovviamente, c'è il rischio che vada perso tutto ed è un rischio grosso.

GL: Eh sì, un rischio grosso. Perché, scusa, bisogna essere dei coglioni per non vendere! Ed io sono uno di quelli.

TG: Forse, bisognerebbe vedere l'umanità come un unica cosa, al di là dei nazionalismi. Se qualcuno permette di salvare questo patrimonio, ben venga, anche se poi si porterà tutto in America, in Francia o in Cina.

GL: Salviamo il patrimonio fotografico italiano! I giovani è giusto che ci siano, non dico di no, ma prima salviamo gli archivi di questa gente di oltre 80 anni che ha dimostrato di valere e di fare cose importanti nella sua professione. Più avanti, una volta salvato questo materiale, ci sarà una commissione che giudicherà tutta una serie di giovani che è giusto che entrino anche loro a far parte di chi merita qualche riconoscimento. Giovani di valore, comunque, ne vedo pochi. Tutti scattano senza sapere che cosa raccontare. Chi di questi giovani avrebbe il coraggio di presentarsi da Gandhi?

TG: Il problema è anche che i giornali e l'editoria chiudono perché la gente non legge.

GL: I giornali adesso fanno schifo, parlano solo di incidenti stradali, di quello che litiga con il partito e delle veline...

TG: Si tratta di una precisa volontà politica per tenere la gente nell'ignoranza. Il problema di questo paese è politico.

GL: Anche di marketing!

TG: Non sei d'accordo sul problema politico?

GL: Sì, ma certo, ma non si può dare la colpa solo a quello. Se io togliessi Il Corriere della Sera e La Repubblica, rimarrebbero solo dei giornali penosi. E se dovesse morire la mia generazione, i giornali chiuderebbero definitivamente. I giovani non comprano i giornali, non hanno un argomento da leggere.

TG: Ok, vero, ma quando ci volevano convincere che Saddam Hussein aveva le armi di distruzione di massa che cosa ci hanno detto? Quella era disinformazione. Questo è un problema politico, non dobbiamo saper quello che succede veramente, per questo ci raccontano un sacco di palle. Queste cose le dovete denunciare voi che avete l'esperienza e l'autorità per farlo.

GL: No dovete farlo voi.

TG: Nel mio piccolo, io lo faccio.

GL: Tu passi per un incazzato che vuol cambiare le cose, in realtà poi tutti questi giovani, li hai mai visti andare in piazza a Varese davanti al sindaco, o da altre parti, a dire: "Adesso basta!"?

TG: Anch'io, come te, ho vissuto a Varese per un certo periodo di tempo, e ti assicuro che è capitato che in un'occasione, al Palazzetto dello Sport, davanti a Bossi e a tutti gli altri mi sono alzato a gridare ed ero l'unico a protestare per quello che stavano facendo. Ti assicuro che è così, puoi chiedere in giro.

GL: Ok, sei l'unico, ma i giovani dove sono? 

TG: Abbiamo una classe politica composta solo da gente disonesta!

GL: Va bene, ma chi li ha votati?

TG: Io no di certo, è da una vita che non voto!

GL: E nemmeno io!

TG: Allora possiamo darci la mano. Il problema di questo paese è dirigenziale, unicamente questo.

GL: Siamo in mano a 10 persone.

TG: E' una finta democrazia, comanda chi dispone di capitali molto ingenti, ma tornando agli archivi. Spiegami perché non hai voluto vendere ad Image Bank?

GL: Per vari motivi. Non volevo rimpolpare il loro archivio, perché questi poi avrebbero buttato fuori le fotografie ad un euro o due, rovinando così tutti i miei colleghi.

TG: Ti piace il calcio?

GL: No.

TG: Beh, però saprai che Conte era l'allenatore della nazionale italiana...

GL: A causa del denaro non si salva nessuno.

TG: Quando il Presidente del Coni, dopo aver detto quello che ha detto sui calciatori africani, ha dato un incarico così prestigioso ad un commissario tecnico che aveva già i suoi problemi di immagine ed in più gli offre cifre iperboliche, mai date a nessuno prima di lui, capisci che ci sono vari metodi per dirottare le idee delle masse. Come può gente di questo stampo rappresentare un paese onesto? Ci siamo capiti?

GL: Te ne racconto una io. La Fiat mi dava una certa automobile da fotografare prima che entrasse in commercio dicendomi: "Lotti, le regaliamo un'automobile.". Ed io: "No, grazie.". In tutta la mia vita, non ho fatto altro che rifiutare.

TG: Le persone oneste, fortunatamente, ci sono.

GL: Fai attenzione. Se tu hai il coraggio di rifiutare tutte queste cose, godi di un certo prestigio, cosa che io ho avuto, presso tutte queste persone, perché poi gira la voce che tu sei incorruttibile. Il discorso è questo. E' così che sono entrato in casa Agnelli. Ad ogni modo, ad un certo punto, ti fanno anche dei trabocchetti. A pranzo, o a cena con loro, ti buttano lì una notizia da prima pagina, per vedere se tu parli. Se parli sei fottuto. Un giorno in Africa ho vissuto un'esperienza che mi ha dato tanto. La sera precedente c'era stata una sparatoria, sono entrato nell'Ospedale San Ferdinando, in Etiopia insieme a Medici Senza Frontiere; mi dicono che dobbiamo stare attenti perché ci sono i ribelli. Entro in sala operatoria con loro e decido di tirare fuori la macchina fotografica, solo quando mi viene dato il permesso per farlo. Escono da quel luogo delle strane persone e io vedo un bambino che ha preso una pallottola di striscio sul volto, lo stanno curando, ma è sorridente. Lo fotografo. Arriva un altro caso. Vedo un uomo dolorante sdraiato sul letto. Vado alla sua sinistra e mi accorgo che gli escono le budella dalla pancia e mi dico che non posso fare una fotografia così. Ritorno alla sua destra, lo fotografo e lui mi dice: "Merci Monsieur.". Che tu sia un giornalista che scrive per la carta stampata, che lavora con la telecamera, o che fotografa, devi sempre avere rispetto per gli altri. I giovani, il rispetto, non sanno cosa sia. Poi, magari fanno i trucchi, aggiungono il sangue che esce dalle ferite e vincono il Premio Pulitzer.

TG: A questo proposito vorrei chiederti, se la fotografia che ha vinto l'anno scorso il World Press Photo Contest ti piace. Mi riferisco a quell'immagine ripresa di notte durante l'attraversamento del confine ungherese di un padre che tiene in braccio un bambino sui due anni, ce l'hai presente?

GL: No.

TG: Ok, fa niente. Allora dimmi se trovi giusto il fatto che la Reuters non vuole più le immagini Raw, ma chiede solo i Jpeg.

GL: Credo che sia una scelta che aiuti a spedire più velocemente le immagini.

TG: Non si tratta di un tentativo di arginare la contraffazione?

GL: No, penso di no; comunque io e Berengo siamo i più derubati d'Italia. Vanno nelle mostre, riproducono le fotografie e le rivendono.

TG: Addirittura? Chi fa cose del genere?

GL: Un sacco di gente.

TG: Editori?

GL: No, fotografi. Arrivano a livelli di precisione della duplicazione che sono impressionanti.

TG: Le fotografie allora si vendono o no?

GL: Non si vendono, le rubano.

TG: Se c'è chi le ruba, ci sarà anche chi le compra.

GL: Secondo te, si riesce a mettere insieme 10 fotografi con un avvocato?

TG: Impossibile.

GL: A furia di stampare i libri a pagamento dei dilettanti, gli editori sono falliti perché nessuno comprava quello che loro offrivano. Non è che i professionisti non vendano, ma gli editori hanno voluto fare una speculazione che poi gli ha creato problemi. Tu compreresti un libro che parla dell'astrattismo in movimento, a colori?

TG: Non lo so, ma forse so chi lo potrebbe comprare.

GL: Io ho fotografato 180 artisti nel mondo, italiani, francesi, americani. Da Andy Warhol a César.

TG: Allora conoscerai Enrico Cattaneo, il fotografo degli artisti?

GL: No, non lo conosco.

TG: Quindi abbiamo capito che i libri non si riescono più a fare. E le mostre nemmeno, ma almeno esporre, porta lavoro?

GL: No, le mostre non portano nessun lavoro. Almeno, a noi fotografi molto conosciuti. Il pubblico non chiede niente perché tutti pensano che siamo talmente bravi e probabilmente teme che chiediamo troppi soldi.

TG: Nemmeno chiedono il prezzo delle stampe?

GL: Non osano. I giornali poi non chiamano più perché non pagano. Chi accetterebbe 5 euro per una foto?

TG: Ma come, l'altra volta che ci siamo visti alla Mondadori mi dicevi che offrivano 15 euro. Adesso siamo già passati a 5?

GL: Sì 15, 10, 5... Mi telefona un giorno un grande quotidiano italiano...

TG: Il Corriere (silenzio da parte di Lotti). Può essere...

GL: "Vorremmo ripubblicare il suo famoso ritratto di Zhou En Lai, poiché lei è Lotti, invece di 15 euro glie ne diamo 20.". Ed io: "Signora, non chiami più. Grazie.".

TG: Ah sì, generosi...

GL: Ma come si fa? Spendi un sacco di soldi a viaggiare per il mondo e poi ti pagano così?

TG: Ormai, l'attività del fotografo è troppo inflazionata.

GL: Siamo solo pieni di regalie e orribili belle foto.

TG: Cosa vuol dire: "orribili belle foto"?

GL: Che non c'è contenuto. Perché manca lo studio e la preparazione. Guarda anche qui alla MIA...

TG: Beh, qualcosa di bello alla MIA Photo Fair s'è visto.

GL: Pochissimo. Tante elaborazioni.

TG: I fotografi ungheresi sono dei maestri. Ed anche le Jazz Icons di Robetrto Polillo non erano male.

GL: Sì, va bene, ma sono troppo poche. Dove sono le foto di Berengo, di Scianna e di Fontana?

TG: C'era qualcosa di Mario De Biasi.

GL: Poca Roba.

TG: Paolo Gioli, lo conosci?

GL: Sì.

TG: Che cosa ne pensi?

GL: Ho visto i suoi lavori anni fa, erano ricerche molto belle.

TG: Per me è il migliore.

GL: Ha fatto delle cose molto significative, ma è sparito per un po' di tempo.

TG: Tu hai mai venduto qualche stampa tramite i galleristi?

GL: Lasciamo perdere i nomi che tanto non contano niente. Io mi ero affidato ad un gallerista. A Parigi mi ha venduto 4 stampe a 4200 euro, ma i soldi non li ho mai visti...

TG: Com'è possibile? Allora è una truffa!

GL: (Risata amara). Non c'è un gallerista serio di cui ci si possa fidare.

TG: Quello, era un gallerista italiano o francese?

GL: Italiano.

TG: Bisogna stare attenti.

GL: Ma no, poi cosa faccio? Vendo le fotografie a 600 euro? In una quindicina d'anni ho fotografato 180 artisti nel mondo. In questo modo ho speso 110'000 euro. Viaggiare costa. Vai a Parigi a fotografare César! Cosa faccio, vendo una fotografia a 600 euro? Non le vendo. E' una cosa senza senso. Ho fatto 208 mostre in Italia e nel mondo, ma sai che cosa ti dico? Che vadano tutti a farsi benedire. Dovrei fare le mostre per sentirmi dire che sono bravo? Ma chi se ne frega!

TG: Avrai abbinato un libro alla mostra...

GL: Va bene, parliamo di libri. Ho stampato un libro sulla Scala di Milano ed ho venduto 150'000 copie in 5 lingue. Il libro più stampato nel mondo. Volevo fare un secondo libro, ho richiesto 20'000 euro, più i diritti d'autore. Siccome ho richiesto i diritti d'autore, il libro non si fa più. Ma se tu non chiedi i diritti d'autore, il libro non è più tuo.

TG: Perché tutti si approfittano dei fotografi?

GL: Io ti posso dire che per questo motivo non faccio più libri. Se vogliono i libri, li facciamo alle mie condizioni, altrimenti grazie, ma non mi interessa.

TG: E con l'archivio, a che punto siamo?

GL: Questo è un altro problema di cui vorrei discutere con Gastel. Uno degli errori più spaventosi che si possano fare è che uno lo lasci il suo materiale a Lecco, un altro a Napoli, quell'altro a Varese e via di seguito. Vorrei che almeno i primi 10 archivi più importanti, i nomi li conosciamo tutti, venissero conservati tutti insieme. 


TG: Giusto!

GL: Qual'è la foto più stampata nel mondo?

TG: Penso quella di Che Guevara...

GL: No!  Quella di Dzhou En Lai, è la mia. Ha superato Che Guevara.

TG: Davvero?

GL: All'estero lo sanno, ma in Italia non lo sa nessuno.

TG: Tu che cosa proporresti di fare a Franceschini?

GL: Bisogna radunare i 10 archivi italiani più importanti in un unico sito. Pensa che razza di archivio sarebbe, solo io ho più di 400'000 negativi! Bisogna sceglierne 200'000. Prendere Fontana, Berengo, Scianna e gli altri, metterli insieme. Solo questa operazione darebbe lavoro ad almeno 40-50 persone, ma a parte questa che sarebbe la cosa più importante; un raggruppamento di queste immagini potrebbe dar luogo alla vendita di materiale che 70 anni dopo la morte degli autori resterebbe di proprietà del museo, o di chi organizza questo archivio. Ti rendi conto dell'importanza di questa cosa? E' venuto qui Bill Gates e il Governo Francese per comprare il mio archivio, ma siccome sono un coglione e sono italiano, non gliel'ho dato.

TG: Ci sono possibilità che questi Stati Generali della Fotografia ci portino qualche buona notizia?

GL: Se entro quei pochi anni che mi restano da vivere non succederà niente, abbiamo tutti una certa età, non possiamo mica farci illusioni, brucerò tutto.

TG: Ti capisco. Vorrà dire che se accadrà qualcosa del genere, verrò a fare le fotografie di questo atto estremo di protesta e di dignità professionale.


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lunedì 1 maggio 2017

Primo Maggio con i Fratelli Severini all'Ortica

Grande nottata in compagnia dei Fratelli Severini alla vigilia del Primo Maggio. Il duo acustico di Filottrano ha aperto il suo concerto all'interno del Festival Popolare Ma Mì alla Balera dell'Ortica con un cavallo di battaglia dei Gang: "Bandito senza tempo", per poi continuare con "La pianura dei sette fratelli" e, restando ancora sul tema della resistenza, Marino Severini ha raccontato la storia di un partigiano di Ancona, Vilfredo Caimmi, che nel 1990 venne denunciato da un idraulico che trovò a casa sua un arsenale di armi appartenuto alla brigata partigiana anconetana. 
Non c'erano solo armi ed esplosivi, Caimmi possedeva anche i codici, scomparsi dopo la morte di Goffredo Baldelli, che servivano a comunicare via radio con gli alleati americani. Venne subito imprigionato; fu messo alla gogna dal PCI e dall'Anpi che lo espulsero dalle loro fila, ma dopo alcuni mesi fu liberato. Forse, per via del fatto che le armi che aveva custodito per quasi mezzo secolo non erano funzionanti, oppure perché ci si rese conto che era un personaggio che sapeva molte cose di un periodo in cui non s'era fatta molta chiarezza. Caimmi scrisse dei libri e raccontò la grande epica della resistenza marchigiana. 
In circa 30 anni, I Gang, gruppo folk militante dal passato Punk, hanno incontrato molti partigiani, ma sono stati molto colpiti da Vilfredo Caimmi che con naturalezza, alla domanda: "Ma chi te lo ha fatto fare di tenere tutte queste armi per questo tempo a casa tua?" sintetizzò in 4 parole la sua filosofia e la storia recente di un intero paese rispondendo così: "A chi? E quando?". 
Pensateci! A coloro che sono stati partigiani per tutta la vita i Fratelli Severini dedicano la loro terza canzone della serata: "L'ottavo Chilometro", pezzo che prende il nome dal luogo in cui i partigiani si ritrovavano sugli Appennini.

Marino Severini Balera Ortica
Sandro Severini alla Fender Stratocaster e Marino Severini, voce e chitarra a 12 corde alla Balera dell'Ortica.

Il lavoro, un tempo, lo insegnavano le vecchie generazioni, era considerato l'unico strumento per emanciparsi e dirigere la propria vita. Adesso che il lavoro regolare è finito e non è più una certezza, tutto è cambiato; anche gli operai sono diventati una rarità, ma attraverso le voci dei gruppi presenti ieri alla Balera dell'Ortica, la classe operaia si rivede e si riascolta nelle ballate che parlano di un mondo che sta completamente scomparendo, come le fabbriche di Sesto San Giovanni.
La quarta canzone: "Non finisce qui", parla proprio della polvere d'amianto presente alla Breda e nelle altre fabbriche, è ispirata alle tante storie raccolte tra gli operai dal Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio.
Le tematiche dei Gang sono l'Umanesimo della società contadina, la Resistenza, le conquiste della Classe Operaia, per arrivare, con la quinta canzone, "Marenostro", a parlare di immigrazione e solidarietà.
Poi, in attesa che i Ned Ludd si preparino a raggiungerli sul palco, hanno cantato "Comandante", dedicata al subcomandante zapatista Marcos dell'EZLN.
Infine, con la maglia arancione della nazionale di calcio olandese del 1974, i Ned Ludd Music hanno accompagnato Marino e Sandro in: "Oltre", poi in "Erialo e Niso", "Sesto San Giovanni" e "Passerà".

Fortunatamente, prima del concerto sono riuscito a Salutare Marino Severini; avrei voluto intervistarlo sulle sue origini Punk ed altre questioni, ma non volevo terminare troppo tardi la serata, per cui rimando questo appuntamento ad una prossima occasione. TG